È stato firmato in via definitiva all’Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza
Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, il contratto collettivo nazionale di
lavoro del Comparto Funzioni Locali per il triennio 2022-2024. Ad essere
interessati dal rinnovo contrattuale sono oltre 400mila lavoratori degli enti
locali. Grande successo secondo il presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, ma il
parere della Cgil resta contrario.
Per Naddeo “l’accordo raggiunto rappresenta un equilibrio tra le legittime
aspettative del personale e la sostenibilità del sistema. Con la firma
definitiva si chiude il triennio 2022-2024 e si conferma la continuità della
stagione negoziale. Prosegue inoltre l’impegno a ridurre progressivamente lo
storico divario rispetto ai contratti e ai livelli retributivi delle Funzioni
centrali, valorizzando il ruolo strategico degli enti locali. – e aggiunge –
L’obiettivo ora è avviare tempestivamente la nuova tornata contrattuale
2025-2027, non appena i Comitati di settore trasmetteranno al ministro per la
Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, i relativi atti di indirizzo.
Ringrazio le organizzazioni sindacali per il confronto costruttivo che ha
consentito di giungere alla sottoscrizione definitiva del contratto”.
Ma i sindacati restano spaccati. La Cgil ha deciso di non sottoscrivere il
contratto. Lo scorso 19 novembre aveva lanciato una consultazione: “Abbiamo
registrato che ben il 92% di lavoratrici e lavoratori si è espresso per la non
sottoscrizione del contratto delle Funzioni locali”, fa sapere la Funzione
pubblica della Cgil. “Lavoratrici e lavoratori perdono il 10% in busta paga
rispetto al costo della vita. Si tratta di un contratto che, infatti, prevede
aumenti inferiori al 6% per un triennio in cui l’inflazione è schizzata al 16%:
un contratto che, di fatto, impoverisce i lavoratori, le lavoratrici e le loro
famiglie. Perdere 10 punti di potere d’acquisto vuol dire avere più difficoltà
di prima a pagare, per esempio, l’affitto, il mutuo, la spesa. Per noi tutto
questo è inaccettabile“.
Il contratto prevede infatti un aumento mensile medio lordo pari a 136,76 euro
per tredici mensilità, corrispondenti al 5,78% del monte salari 2021.
Considerando anche lo 0,22% destinato al trattamento accessorio, l’incremento
complessivo raggiunge circa 140 euro mensili. Con la firma definitiva, saranno
corrisposti anche gli arretrati maturati fino al 28 febbraio 2026: il totale,
per ciascun dipendente, ammonta a 1.728 euro. Il contratto introduce anche una
maggior flessibilità dell’orario di lavoro, con la possibilità di articolare le
36 ore settimanali su quattro giorni in via sperimentale e su base volontaria, e
riconosce il buono pasto anche in caso di lavoro agile. La possibilità di
effettuare progressioni tra le aree con procedure in deroga è prorogata al 31
dicembre 2026, mentre per gli incarichi di Elevata Qualificazione aumenta il
tetto della retribuzione di posizione da 18mila a 22mila euro. Con il nuovo
contratto viene rafforzato l’Organismo paritetico per l’innovazione e ampliato
il sistema di tutele, con particolare riferimento alle terapie salvavita, al
patrocinio legale in caso di aggressioni e agli strumenti di welfare
integrativo.
L'articolo Enti locali, via libera al nuovo contratto. La Cgil non firma: “I
lavoratori perdono il 10% in busta paga” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Enti Locali
di Enza Plotino
Fatevene una ragione! Quando sento dire sciocchezze come: tanto sono tutti
uguali; tanto quando vanno lì fanno tutti gli affari propri ecc. ecc. penso che
non sia vero mai con la sinistra al governo di un Paese, di una Regione, di un
Comune. E lo dico stando in una Regione in cui già ad un anno dall’insediamento
della presidente Todde e della sua Giunta di centrosinistra, è cambiato tutto.
Si percepisce, ogni giorno di più, che un gruppo di uomini e donne ha iniziato a
pensare, insieme, ai bisogni primari, alle necessità vitali della popolazione
isolana e delle differenti problematiche che attraversano tutta l’isola da Sud a
Nord, passando per le aree interne che si trovano a combattere inefficienze e
ritardi di ogni tipo e in ogni settore.
I Comuni, soprattutto, che negli anni e a causa di una cattivissima gestione
politica regionale sono diventati il collo di bottiglia di tutte le fragilità e
le problematiche amministrative, con la sofferenza della spesa corrente,
derivante da tagli e accantonamenti introdotti negli anni passati che non sono
stati compensati, con pesanti criticità per la copertura di servizi essenziali
legati all’assistenza ai disabili, alle politiche per la casa, alla gestione dei
nidi e alle spese del trasporto pubblico locale, che si confrontano con una
costante crescita dei costi e una perdurante sofferenza.
Una serie infinita di guai, che mettono in tensione sia gli enti con minori
dotazioni di risorse sia quelli che stanno meglio. In questo quadro, e a
supporto della mia convinzione sulla differenza sostanziale di sentiment ma
anche di azione e capacità effettiva tra un governo di destra e uno di
centrosinistra, arriva la notizia che la Regione Sardegna ha raggiunto un
accordo per incrementare di 100 milioni di euro il Fondo unico destinato agli
enti locali.
Una boccata d’ossigeno ottenuta, come ha detto l’assessore al Bilancio Giuseppe
Meloni “grazie a una gestione rigorosa del bilancio e all’utilizzo dei fondi
della vertenza”. Parole complicate per noi profani ma illuminanti per ciò che
significano: risorse aggiuntive reperite intaccando la prima tranche di 570
milioni ottenuti dalla Sardegna grazie alla vertenza sulle entrate (90 milioni).
Un incremento del Fondo che rappresenta una svolta e “il massimo possibile date
le condizioni difficili” come ha sottolineato Meloni, evidenziando che, per la
prima volta, il Fondo unico sarà stanziato per tre anni con una cifra importante
“portandolo a quasi 700 milioni”.
Uno strumento aggiuntivo, complementare rispetto al Fondo Unico per gli Enti
locali, per rafforzare i servizi nei territori, incrementare gli investimenti
degli enti locali e sostenere i Comuni in una programmazione più efficace e con
tempi certi, superando criticità infrastrutturali e migliorando i servizi
essenziali in un’ottica di equità e coesione territoriale.
Una dotazione di 100 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028,
accompagnata da un assetto di governance che prevede il coinvolgimento degli
assessorati competenti e degli enti locali, per garantire un confronto
strutturato sulle priorità, sui criteri di riparto e sull’utilizzo delle
risorse.
A proposito di atti concreti che fanno la differenza, è un segnale politico
significativo e “una risposta concreta alle esigenze dei Comuni, chiamati a
programmare investimenti e servizi con maggiore certezza finanziaria, in una
fase in cui la qualità delle infrastrutture e dei servizi locali è determinante
per la crescita e la coesione della Sardegna”.
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enti locali: non è vero che ‘sono tutti uguali’ proviene da Il Fatto Quotidiano.