Alessandra Todde resta pienamente legittimata nel suo ruolo di presidente della
Regione Sardegna: la Corte d’Appello di Cagliari ha parzialmente riformato la
sentenza di primo grado sulla decadenza, confermando però la sanzione pecuniaria
di 40mila euro.
La Corte ha accolto parzialmente l’appello della presidente, dichiarando nulla
la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva riqualificato la sua
condotta come “omessa presentazione” del rendiconto delle spese della campagna
elettorale. La Corte ha preso atto che la Consulta aveva già annullato
l’ordinanza del Collegio di garanzia nella parte in cui disponeva la decadenza.
Ancora nessun commento a caldo da parte della presidente che si sta preparando a
raggiungere Bruxelles dove è probabile che domani tenga un punto stampa nel
quale parlerà anche della decisione della Corte d’Appello. Dall’entourage della
governatrice e dal Movimento Cinquestelle però trapela soddisfazione ed
entusiasmo.
LA CONSULTA
Per i giudici della Corte costituzionale il Collegio regionale di garanzia
elettorale che aveva dichiarato decaduta l’esponente del M56 aveva “esorbitato
dai propri poteri, cagionando una menomazione delle attribuzioni
costituzionalmente garantite alla Regione Sardegna”, in quanto si è pronunciato
“in ipotesi non previste dalla legge come cause di ineleggibilità“. La Consulta
aveva messo nero su bianco che non spettava allo Stato e, per suo conto al
Collegio di garanzia, affermare nella motivazione dell’ordinanza impugnata, che
“si impone la decadenza dalla carica del candidato eletto” e disporre “la
trasmissione della presente ordinanza/ingiunzione al Presidente del Consiglio
Regionale per quanto di competenza in ordine all’adozione del provvedimento di
decadenza di Todde Alessandra dalla carica di Presidente della Regione
Sardegna”.
L’ORDINANZA
L’ordinanza era stata adottata in seguito all’esame delle spese sostenute dalla
governatrice sarda durante la campagna elettorale per le regionali del febbraio
2024, in cui sarebbero state ravvisate irregolarità. Fra le irregolarità
contestate dai giudici del collegio elettorale, la mancata apertura di un conto
corrente dedicato per la raccolta dei finanziamenti destinati alla campagna
elettorale e l’assenza di un mandatario elettorale, elementi necessari per
garantire la trasparenza dei finanziamenti. Ma l’11 marzo di un anno fa la Corte
dei conti aveva approva le spese elettorali M5s e un mese dopo la procura di
Cagliari aveva chiesto di annullare la decadenza per le spese elettorali.
L'articolo Alessandra Todde legittimata nel suo ruolo di presidente della
Regione Sardegna, la decisione della Corte d’appello di Cagliari proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - Regione Sardegna
La sanità sarda è in codice rosso: 450.000 sardi sono senza medico di base.
Mancano decine di pediatri di libera scelta. In intere aree le famiglie, con
bambine e bambini piccoli, non hanno né il pediatra né il medico di base. Chi è
colpevole dello spopolamento? Le liste di attesa sono lunghissime, anche per
visite semplici. Se hai i soldi, le fai, altrimenti aspetti. Se va bene non
succede nulla, se va male continui ad ammalarti. Questo succede anche per
patologie gravi, croniche.
Qualche mese fa abbiamo letto, attoniti, di una anziana signora morta in pronto
soccorso a Carbonia perché è stata curata troppo tardi. E’ la punta
dell’iceberg. La colpa non è degli OSS, degli infermieri, e neanche dei medici.
Esistono sicuramente ad alti livelli delle colpe singole, delle connivenze, ma
gli operatori della sanità, nella stragrande maggioranza, danno il massimo, sino
a morire. Non è una esagerazione. Sta succedendo anche questo, nella nostra
isola. Ma allora come spieghiamo che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a
curarsi? Stiamo parlando di 320.000 persone, ma in difetto: altre fonti
affermano che nel 2025 400.000 sardi hanno rinunciato a curarsi. Non gli ultimi:
lavoratrici, pensionate, pensionati, famiglie monoreddito. Un sardo su 5 non si
cura.
Sono passati più di due anni dalla vittoria di Alessandra Todde alle elezioni
sarde. Nessuno ha voglia di fare il tiro al piccione. Non è tutta colpa sua.
Allo stesso tempo, nessuna sarda e nessun sardo, in buona fede e che possa dire
veramente ciò che pensa, sosterrà mai che i miglioramenti sono sensibili, che si
vedono. Non è così. Eppure la Sardegna ha potestà primaria in sanità e, a
seguito di un accordo col governo, la sanità la paga la Regione. Le regole,
però, non si possono cambiare. Noi mettiamo i soldi, ma le regole sono a Roma.
Ma come è possibile? E’ giusto?
Giuseppe Conte, nel 2025, ha firmato l’introduzione del volume di Ivan Cavicchi
“Articolo 32. Un diritto dimezzato”. Un libro seminale, importante, visionario.
E di visione abbiamo molto bisogno in sanità. La Sardegna, guardandola da Roma,
avrebbe potuto essere per i Cinque Stelle (vedremo ora la Campania) il luogo in
cui mostrare come realizzare una visione nuova sulla salute, sul rapporto con
l’ambiente e la natura. Invece no.
Assistiamo a consiglieri regionali che santificano la sanità privata, e poi
condividono i post di Giuseppe Conte. In due anni non ci siamo accorti della
visione di questa Giunta sulla sanità. Non abbiamo registrato alcun intervento
di pulizia dall’amichettismo e di efficientamento vero. Perché tutti vogliono
meno burocrazia e più efficienza.
Ma è normale che, a due anni di distanza, nel più grande ospedale della Sardegna
ci siano ancora 12/13 sistemi informatici? E gli esempi potrebbero essere tanti.
Non abbiamo registrato nessun intervento strutturale, e neanche il coraggio di
interventi tampone forti, anche simbolici. I medici cubani sono arrivati in
Calabria, perché qua no? Ci sono stati, e ci sono, tentativi, accordi, programmi
per incentivare la presenza medica o accorciare le liste di attesa. Queste
azioni, ad onor del vero, ci sono state anche nelle precedenti legislature, di
destra o di “sinistra”.
Ma allora perché siamo ancora a questo punto? La sensazione è che la rabbia
popolare aumenterà, e la politica continuerà tra micro-interventi e tanta
comunicazione pompata, mentre magari bisticcia sui singoli manager e sul
mantenimento del controllo su luoghi in cui, in definitiva, passano molti soldi
e tanti voti.
Sabato 7 marzo, tante cittadine e cittadini saranno in piazza, perché non ce la
fanno più e perché vogliono essere curati. Hanno pagato le tasse. E magari
vogliono anche poter avere delle figlie e dei figli senza il patema d’animo che
non potranno essere curati. E’ troppo? Io ci sarò, spero in grande compagnia.
L'articolo Come spiegare che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a curarsi?
La rabbia popolare aumenterà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Accogliendo la richiesta dei pm Emanuele Secci e Diana Lecca, il tribunale di
Cagliari ha assolto con formula piena l’ex assessora all’Industria della Regione
Sardegna, Alessandra Zedda, nel processo sulla presunta tangente da 80mila euro
legata al fondi Ingenium. Nello stesso processo era sta dichiarata prescritta
l’accusa di peculato per l’ex presidente della Regione e attuale deputato di
Forza Italia, Ugo Cappellacci, e per gli altri imputati Tonio Tilocca e Roberto
Bonanni.
Alessandra Zedda, difesa dall’avvocato Agostinangelo Marras, all’epoca dei fatti
militava nelle fila di Forza Italia, mentre oggi è consigliera comunale a
Cagliari di Lega-Anima Sardegna.
A pagare la presunta tangente, dunque, sarebbe stato Flavio Mallus,
l’amministratore della Fm Fabbricazioni Metalliche, che aveva patteggiato
quattro anni e mezzo di reclusione (anche per bancarotta).
A seguito della presunta tangente, sempre secondo la ricostruzione dei due pm,
l’imprenditore sarebbe stato salvato dal fallimento con 750mila euro di soldi
pubblici riferiti al Fondo Ingenium. In un primo momento l’accusa riteneva che,
per garantire l’accesso al finanziamento, si fossero interessati sia l’ex
governatore che l’allora assessora all’industria. Nel corso del dibattimento era
già stata dichiarata prescritta l’ipotesi di corruzione imputata all’ex
governatore e al commercialista Piero Sanna Randaccio.
L'articolo Caso fondi Ingenium, assolta l’ex assessora Alessandra Zedda. L’ex
presidente della Sardegna Cappellacci era stato prescritto proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Enza Plotino
Fatevene una ragione! Quando sento dire sciocchezze come: tanto sono tutti
uguali; tanto quando vanno lì fanno tutti gli affari propri ecc. ecc. penso che
non sia vero mai con la sinistra al governo di un Paese, di una Regione, di un
Comune. E lo dico stando in una Regione in cui già ad un anno dall’insediamento
della presidente Todde e della sua Giunta di centrosinistra, è cambiato tutto.
Si percepisce, ogni giorno di più, che un gruppo di uomini e donne ha iniziato a
pensare, insieme, ai bisogni primari, alle necessità vitali della popolazione
isolana e delle differenti problematiche che attraversano tutta l’isola da Sud a
Nord, passando per le aree interne che si trovano a combattere inefficienze e
ritardi di ogni tipo e in ogni settore.
I Comuni, soprattutto, che negli anni e a causa di una cattivissima gestione
politica regionale sono diventati il collo di bottiglia di tutte le fragilità e
le problematiche amministrative, con la sofferenza della spesa corrente,
derivante da tagli e accantonamenti introdotti negli anni passati che non sono
stati compensati, con pesanti criticità per la copertura di servizi essenziali
legati all’assistenza ai disabili, alle politiche per la casa, alla gestione dei
nidi e alle spese del trasporto pubblico locale, che si confrontano con una
costante crescita dei costi e una perdurante sofferenza.
Una serie infinita di guai, che mettono in tensione sia gli enti con minori
dotazioni di risorse sia quelli che stanno meglio. In questo quadro, e a
supporto della mia convinzione sulla differenza sostanziale di sentiment ma
anche di azione e capacità effettiva tra un governo di destra e uno di
centrosinistra, arriva la notizia che la Regione Sardegna ha raggiunto un
accordo per incrementare di 100 milioni di euro il Fondo unico destinato agli
enti locali.
Una boccata d’ossigeno ottenuta, come ha detto l’assessore al Bilancio Giuseppe
Meloni “grazie a una gestione rigorosa del bilancio e all’utilizzo dei fondi
della vertenza”. Parole complicate per noi profani ma illuminanti per ciò che
significano: risorse aggiuntive reperite intaccando la prima tranche di 570
milioni ottenuti dalla Sardegna grazie alla vertenza sulle entrate (90 milioni).
Un incremento del Fondo che rappresenta una svolta e “il massimo possibile date
le condizioni difficili” come ha sottolineato Meloni, evidenziando che, per la
prima volta, il Fondo unico sarà stanziato per tre anni con una cifra importante
“portandolo a quasi 700 milioni”.
Uno strumento aggiuntivo, complementare rispetto al Fondo Unico per gli Enti
locali, per rafforzare i servizi nei territori, incrementare gli investimenti
degli enti locali e sostenere i Comuni in una programmazione più efficace e con
tempi certi, superando criticità infrastrutturali e migliorando i servizi
essenziali in un’ottica di equità e coesione territoriale.
Una dotazione di 100 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028,
accompagnata da un assetto di governance che prevede il coinvolgimento degli
assessorati competenti e degli enti locali, per garantire un confronto
strutturato sulle priorità, sui criteri di riparto e sull’utilizzo delle
risorse.
A proposito di atti concreti che fanno la differenza, è un segnale politico
significativo e “una risposta concreta alle esigenze dei Comuni, chiamati a
programmare investimenti e servizi con maggiore certezza finanziaria, in una
fase in cui la qualità delle infrastrutture e dei servizi locali è determinante
per la crescita e la coesione della Sardegna”.
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L'articolo Sardegna, accordo per incrementare di 100 milioni il Fondo unico agli
enti locali: non è vero che ‘sono tutti uguali’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una legislatura regionale consta di 60 mesi. Quella sarda è cominciata 20 mesi
fa. Tenendo presente che l’ultimo anno è di campagna elettorale, e che i
cambiamenti importanti hanno bisogno di tempo per essere realizzati, altrimenti
rimangono sulla carta, la situazione è grigia. Sempre più elettori disertano le
urne. La Sardegna vive un inverno demografico tra i più gravi d’Europa, con
cause multifattoriali che agiscono sul breve, medio e lungo periodo. Lo Statuto
sardo, a seguito della riforma del Titolo V, sostanzialmente non esiste, ed alla
riforma del Titolo V si è aggiunto il processo di attuazione dell’autonomia
differenziata (art. 116 Costituzione).
Questa legislatura, in lieve peggioramento rispetto alle precedenti, si
caratterizza per una serie di leggi regionali – pur non numerose nel complesso –
sulle quali il governo statale solleva rilievi di costituzionalità (ad esempio
sul suicidio assistito). Da ultimo, con la sentenza 184/2025, sulla legge sarda
sulle aree idonee atte ad ospitare impianti di produzione di energia da fonti
rinnovabili, la Corte costituzionale ha smantellato l’unica vera legge
importante approvata dal Consiglio regionale nel 2024. Un consiglio regionale
che mi pare lavorare poco.
Solo per rimanere alla strettissima attualità, è di questi giorni la scadenza
dei 60 giorni (sessanta) entro i quali la Regione si doveva esprimere in
relazione all’ampliamento dello stabilimento di bombe e droni della RWM di
Domusnovas, attualmente bloccato in quanto irregolare. Si tratta di una scelta
di campo: o stai col piano di riarmo, o stai con la pace. La Giunta, divisa al
suo interno, ha deciso di non decidere, e di lasciare che il Tar nomini un
commissario. Intanto il governo nazionale sta tentando il colpo di mano con un
emendamento ad hoc alla manovra.
Ma allora la Regione a che serve, verrebbe da chiedersi.
Qualche giorno prima l’Assessore più importante della Giunta, l’Assessore alla
Sanità, espressione dei Cinque Stelle, è stato defenestrato e lo stesso
assessore ha accusato il suo (ex) partito di avere ceduto al clientelismo, ed ha
anche affermato che fosse per lui avrebbe chiamato solamente manager dal
continente, in quanto in Sardegna non c’è nessuno capace. Se volete sapere come
sta la sanità, vi basti chiedere ad un qualunque sardo, o basti il dato che i
sardi che non si curano sono 1 su 6, nel resto d’Italia 1 su 10.
Da ultimo, per mesi ci hanno detto che bisognava dare priorità alla sessione di
bilancio per approvarlo per tempo (ma quante leggi importanti si sono fatte
prima?), e poi come se niente fosse, senza un minimo di autocritica o senza
chiedere scusa, ci si prepara ad (almeno) un mese di esercizio provvisorio. Nel
frattempo, si spaccia per grande vittoria il fatto che lo Stato ci ha reso una
parte dei soldi che doveva ai sardi, dato che gliene abbiamo abbuonato
moltissimi.
Il problema non è Alessandra Todde. Può esserci lei o chiunque altra o altro. Il
problema è sistemico.
Il rischio concreto, come peraltro stiamo vedendo da 15 anni a questa parte, è
che ogni singola giunta sia peggiore di quella precedente, e che sempre meno
persone vadano a votare. D’altra parte, perché lo dovrebbero fare?
Una volta passate le elezioni, prima delle quali si sentono slogan roboanti (“è
il tempo del noi” lo dovrebbero dire ai 211.000 sardi, una enormità, che
nell’estate 2024 hanno firmato una proposta di legge sull’energia), Consiglio e
giunta diventano dei passacarte, molto attenti al piccolo orto elettorale,
comprensivo di consulenti, che alla Sardegna del XXI secolo.
Eventuali dimissioni, o elezioni, non risolveranno nulla.
La Sardegna ha perso la bussola, la può ritrovare con un sardismo democratico
diffuso, coraggioso e impegnato. Chi è sceso in piazza per la Palestina, e
l’anno scorso contro la speculazione energetica, è una speranza su cui innestare
un processo inclusivo che sparigli.
L'articolo Il problema della Sardegna non è Alessandra Todde ma sistemico.
Presto non voterà più nessuno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge della Regione
Sardegna del settembre 2025 sul suicidio medicalmente assistito, sostenendo che
il provvedimento presenti “plurimi profili di illegittimità costituzionale”. A
motivare l’impugnazione è il Dipartimento per gli Affari regionali, che
sottolinea come le norme approvate violerebbero l’articolo 117 della
Costituzione, relativo alla competenza statale esclusiva in materia di
ordinamento civile e penale, oltre a eccedere le attribuzioni conferite alla
Regione dal suo Statuto speciale.
Secondo il Governo, la legge sarda non potrebbe regolamentare il fine vita nel
silenzio del legislatore nazionale, nonostante la Consulta abbia auspicato che
il tema sia oggetto di “sollecita e compiuta disciplina da parte del
legislatore”. Le motivazioni evidenziano inoltre che il Senato è attualmente “in
stato di avanzato esame” di un testo base sul suicidio medicalmente assistito,
in discussione nelle Commissioni riunite 2° e 10°. Il Governo sottolinea che la
disciplina del suicidio medicalmente assistito rientra nella materia
dell’“ordinamento civile e penale” e che, pertanto, la legge statale è l’unico
strumento in grado di normarla. Non è ammissibile che le Regioni esercitino un
ruolo “supplente” rispetto allo Stato, nemmeno temporaneamente, nelle more di
eventuali interventi legislativi statali. Vale la pena ricordare che le regioni
– anche a guida centro destra – si sono mosse proprio perché da anni si chiede
una legge che regoli la materia con norme che non siano frutto di dolorose
battaglie legali come quelle portate avanti da Beppino Englaro, da Marco Cappato
per il caso di DjFabo e tutti gli altri processi in cui il tesoriere
dell’Associazione Coscioni rischia il carcere.
Sulla possibile riconducibilità della norma alla materia della “tutela della
salute”, di competenza concorrente, il Governo evidenzia che l’ordinamento si è
limitato a pronunce giurisprudenziali — comprese quelle della Corte
costituzionale — che hanno reso esenti da responsabilità penale i terzi che
assistono una persona nel porre fine alla propria vita solo in presenza di
patologie gravi e irreversibili, causa di sofferenze fisiche o psicologiche
intollerabili. La Consulta si è espressa più volte – una volta estendendo la
nozione di “trattamenti di sostegno vitale” includendo anche “procedure compiute
dai caregivers” e successivamente che il farmaco per morire deve essere
autosomministrato e dando il via libera a dispositivi comandati da occhi e voce
per chi non può muoversi e parlare.
LA REAZIONE DELLA REGIONE SARDEGNA
Roberto Deriu, capogruppo del Pd in Consiglio regionale e primo firmatario della
legge, ha dichiarato all’Ansa: “Noi siamo convinti della costituzionalità di
questa soluzione tradotta in legge. Vedremo come la Consulta affronterà il tema.
Ci siamo mossi nel solco della Corte costituzionale (sentenza DjFabo/Cappato).
La posizione del governo è preconcetta e ideologica”. Deriu ha annunciato che
sarà chiesto di resistere in giudizio, ritenendo le ragioni della Regione
solide. Anche il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini ha definito
la decisione del Governo “una perdita di occasione per dare una risposta di
civiltà sul fine vita”. “Non si possono affrontare questioni così importanti dal
punto di vista ideologico, visto che nel Paese c’è grande attesa di risposte di
libertà — ha sottolineato —. La Sardegna voleva colmare un vuoto legislativo, ma
il Governo ha deciso di voltarsi dall’altra parte”.
Peppino Canu, consigliere regionale di Sinistra Futura, ha definito “assurdo e
ingiustificato” l’accanimento del governo sulla Sardegna: “Mentre si parla di
autonomia differenziata, in realtà si limitano le prerogative delle Regioni e si
creano vuoti normativi enormi. Difenderemo la validità della legge, frutto di un
lungo percorso di ascolto e confronto. Tra il ‘non fare’ perpetuo del governo e
il fare, scegliamo sempre la seconda opzione”. Anche la senatrice M5S Sabrina
Licheri ha criticato la scelta del governo: “Fdi ha perso un’occasione per
concentrarsi sul tema del fine vita fermo al Senato, e invece attacca la giunta
Todde che ha affrontato una questione delicata per dare una possibilità di
scelta ai cittadini. È ora che la destra smetta di usare l’ideologia per
rispondere ai bisogni delle persone in casi così delicati”.
LE CRITICHE DELL’ASSOCIAZIONISMO
Per Pro Vita & Famiglia onlus, che aveva chiesto l’impugnazione già alla
promulgazione della legge “legge sarda viola palesemente le competenze esclusive
dello Stato ed è una norma disumana che spinge malati, fragili e persone
disperate a uccidersi anziché moltiplicare cure e servizi socio-assistenziali”.
Antonio Brandi, presidente dell’associazione, ha sottolineato che la Sardegna è
fanalino di coda per l’accesso alle cure palliative, con meno del 5% dei
pazienti realmente assistiti, e ha auspicato che la Corte costituzionale accolga
i ricorsi del Governo, bloccando “provvedimenti illegittimi e contrari al bene
comune”.
L'articolo Il governo impugna la legge sul suicidio assistito in Sardegna, la
replica: “Ci siamo mossi nel solco della Consulta” proviene da Il Fatto
Quotidiano.