di Enza Plotino
Fatevene una ragione! Quando sento dire sciocchezze come: tanto sono tutti
uguali; tanto quando vanno lì fanno tutti gli affari propri ecc. ecc. penso che
non sia vero mai con la sinistra al governo di un Paese, di una Regione, di un
Comune. E lo dico stando in una Regione in cui già ad un anno dall’insediamento
della presidente Todde e della sua Giunta di centrosinistra, è cambiato tutto.
Si percepisce, ogni giorno di più, che un gruppo di uomini e donne ha iniziato a
pensare, insieme, ai bisogni primari, alle necessità vitali della popolazione
isolana e delle differenti problematiche che attraversano tutta l’isola da Sud a
Nord, passando per le aree interne che si trovano a combattere inefficienze e
ritardi di ogni tipo e in ogni settore.
I Comuni, soprattutto, che negli anni e a causa di una cattivissima gestione
politica regionale sono diventati il collo di bottiglia di tutte le fragilità e
le problematiche amministrative, con la sofferenza della spesa corrente,
derivante da tagli e accantonamenti introdotti negli anni passati che non sono
stati compensati, con pesanti criticità per la copertura di servizi essenziali
legati all’assistenza ai disabili, alle politiche per la casa, alla gestione dei
nidi e alle spese del trasporto pubblico locale, che si confrontano con una
costante crescita dei costi e una perdurante sofferenza.
Una serie infinita di guai, che mettono in tensione sia gli enti con minori
dotazioni di risorse sia quelli che stanno meglio. In questo quadro, e a
supporto della mia convinzione sulla differenza sostanziale di sentiment ma
anche di azione e capacità effettiva tra un governo di destra e uno di
centrosinistra, arriva la notizia che la Regione Sardegna ha raggiunto un
accordo per incrementare di 100 milioni di euro il Fondo unico destinato agli
enti locali.
Una boccata d’ossigeno ottenuta, come ha detto l’assessore al Bilancio Giuseppe
Meloni “grazie a una gestione rigorosa del bilancio e all’utilizzo dei fondi
della vertenza”. Parole complicate per noi profani ma illuminanti per ciò che
significano: risorse aggiuntive reperite intaccando la prima tranche di 570
milioni ottenuti dalla Sardegna grazie alla vertenza sulle entrate (90 milioni).
Un incremento del Fondo che rappresenta una svolta e “il massimo possibile date
le condizioni difficili” come ha sottolineato Meloni, evidenziando che, per la
prima volta, il Fondo unico sarà stanziato per tre anni con una cifra importante
“portandolo a quasi 700 milioni”.
Uno strumento aggiuntivo, complementare rispetto al Fondo Unico per gli Enti
locali, per rafforzare i servizi nei territori, incrementare gli investimenti
degli enti locali e sostenere i Comuni in una programmazione più efficace e con
tempi certi, superando criticità infrastrutturali e migliorando i servizi
essenziali in un’ottica di equità e coesione territoriale.
Una dotazione di 100 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028,
accompagnata da un assetto di governance che prevede il coinvolgimento degli
assessorati competenti e degli enti locali, per garantire un confronto
strutturato sulle priorità, sui criteri di riparto e sull’utilizzo delle
risorse.
A proposito di atti concreti che fanno la differenza, è un segnale politico
significativo e “una risposta concreta alle esigenze dei Comuni, chiamati a
programmare investimenti e servizi con maggiore certezza finanziaria, in una
fase in cui la qualità delle infrastrutture e dei servizi locali è determinante
per la crescita e la coesione della Sardegna”.
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L'articolo Sardegna, accordo per incrementare di 100 milioni il Fondo unico agli
enti locali: non è vero che ‘sono tutti uguali’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Regione Sardegna
Una legislatura regionale consta di 60 mesi. Quella sarda è cominciata 20 mesi
fa. Tenendo presente che l’ultimo anno è di campagna elettorale, e che i
cambiamenti importanti hanno bisogno di tempo per essere realizzati, altrimenti
rimangono sulla carta, la situazione è grigia. Sempre più elettori disertano le
urne. La Sardegna vive un inverno demografico tra i più gravi d’Europa, con
cause multifattoriali che agiscono sul breve, medio e lungo periodo. Lo Statuto
sardo, a seguito della riforma del Titolo V, sostanzialmente non esiste, ed alla
riforma del Titolo V si è aggiunto il processo di attuazione dell’autonomia
differenziata (art. 116 Costituzione).
Questa legislatura, in lieve peggioramento rispetto alle precedenti, si
caratterizza per una serie di leggi regionali – pur non numerose nel complesso –
sulle quali il governo statale solleva rilievi di costituzionalità (ad esempio
sul suicidio assistito). Da ultimo, con la sentenza 184/2025, sulla legge sarda
sulle aree idonee atte ad ospitare impianti di produzione di energia da fonti
rinnovabili, la Corte costituzionale ha smantellato l’unica vera legge
importante approvata dal Consiglio regionale nel 2024. Un consiglio regionale
che mi pare lavorare poco.
Solo per rimanere alla strettissima attualità, è di questi giorni la scadenza
dei 60 giorni (sessanta) entro i quali la Regione si doveva esprimere in
relazione all’ampliamento dello stabilimento di bombe e droni della RWM di
Domusnovas, attualmente bloccato in quanto irregolare. Si tratta di una scelta
di campo: o stai col piano di riarmo, o stai con la pace. La Giunta, divisa al
suo interno, ha deciso di non decidere, e di lasciare che il Tar nomini un
commissario. Intanto il governo nazionale sta tentando il colpo di mano con un
emendamento ad hoc alla manovra.
Ma allora la Regione a che serve, verrebbe da chiedersi.
Qualche giorno prima l’Assessore più importante della Giunta, l’Assessore alla
Sanità, espressione dei Cinque Stelle, è stato defenestrato e lo stesso
assessore ha accusato il suo (ex) partito di avere ceduto al clientelismo, ed ha
anche affermato che fosse per lui avrebbe chiamato solamente manager dal
continente, in quanto in Sardegna non c’è nessuno capace. Se volete sapere come
sta la sanità, vi basti chiedere ad un qualunque sardo, o basti il dato che i
sardi che non si curano sono 1 su 6, nel resto d’Italia 1 su 10.
Da ultimo, per mesi ci hanno detto che bisognava dare priorità alla sessione di
bilancio per approvarlo per tempo (ma quante leggi importanti si sono fatte
prima?), e poi come se niente fosse, senza un minimo di autocritica o senza
chiedere scusa, ci si prepara ad (almeno) un mese di esercizio provvisorio. Nel
frattempo, si spaccia per grande vittoria il fatto che lo Stato ci ha reso una
parte dei soldi che doveva ai sardi, dato che gliene abbiamo abbuonato
moltissimi.
Il problema non è Alessandra Todde. Può esserci lei o chiunque altra o altro. Il
problema è sistemico.
Il rischio concreto, come peraltro stiamo vedendo da 15 anni a questa parte, è
che ogni singola giunta sia peggiore di quella precedente, e che sempre meno
persone vadano a votare. D’altra parte, perché lo dovrebbero fare?
Una volta passate le elezioni, prima delle quali si sentono slogan roboanti (“è
il tempo del noi” lo dovrebbero dire ai 211.000 sardi, una enormità, che
nell’estate 2024 hanno firmato una proposta di legge sull’energia), Consiglio e
giunta diventano dei passacarte, molto attenti al piccolo orto elettorale,
comprensivo di consulenti, che alla Sardegna del XXI secolo.
Eventuali dimissioni, o elezioni, non risolveranno nulla.
La Sardegna ha perso la bussola, la può ritrovare con un sardismo democratico
diffuso, coraggioso e impegnato. Chi è sceso in piazza per la Palestina, e
l’anno scorso contro la speculazione energetica, è una speranza su cui innestare
un processo inclusivo che sparigli.
L'articolo Il problema della Sardegna non è Alessandra Todde ma sistemico.
Presto non voterà più nessuno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Governo ha impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge della Regione
Sardegna del settembre 2025 sul suicidio medicalmente assistito, sostenendo che
il provvedimento presenti “plurimi profili di illegittimità costituzionale”. A
motivare l’impugnazione è il Dipartimento per gli Affari regionali, che
sottolinea come le norme approvate violerebbero l’articolo 117 della
Costituzione, relativo alla competenza statale esclusiva in materia di
ordinamento civile e penale, oltre a eccedere le attribuzioni conferite alla
Regione dal suo Statuto speciale.
Secondo il Governo, la legge sarda non potrebbe regolamentare il fine vita nel
silenzio del legislatore nazionale, nonostante la Consulta abbia auspicato che
il tema sia oggetto di “sollecita e compiuta disciplina da parte del
legislatore”. Le motivazioni evidenziano inoltre che il Senato è attualmente “in
stato di avanzato esame” di un testo base sul suicidio medicalmente assistito,
in discussione nelle Commissioni riunite 2° e 10°. Il Governo sottolinea che la
disciplina del suicidio medicalmente assistito rientra nella materia
dell’“ordinamento civile e penale” e che, pertanto, la legge statale è l’unico
strumento in grado di normarla. Non è ammissibile che le Regioni esercitino un
ruolo “supplente” rispetto allo Stato, nemmeno temporaneamente, nelle more di
eventuali interventi legislativi statali. Vale la pena ricordare che le regioni
– anche a guida centro destra – si sono mosse proprio perché da anni si chiede
una legge che regoli la materia con norme che non siano frutto di dolorose
battaglie legali come quelle portate avanti da Beppino Englaro, da Marco Cappato
per il caso di DjFabo e tutti gli altri processi in cui il tesoriere
dell’Associazione Coscioni rischia il carcere.
Sulla possibile riconducibilità della norma alla materia della “tutela della
salute”, di competenza concorrente, il Governo evidenzia che l’ordinamento si è
limitato a pronunce giurisprudenziali — comprese quelle della Corte
costituzionale — che hanno reso esenti da responsabilità penale i terzi che
assistono una persona nel porre fine alla propria vita solo in presenza di
patologie gravi e irreversibili, causa di sofferenze fisiche o psicologiche
intollerabili. La Consulta si è espressa più volte – una volta estendendo la
nozione di “trattamenti di sostegno vitale” includendo anche “procedure compiute
dai caregivers” e successivamente che il farmaco per morire deve essere
autosomministrato e dando il via libera a dispositivi comandati da occhi e voce
per chi non può muoversi e parlare.
LA REAZIONE DELLA REGIONE SARDEGNA
Roberto Deriu, capogruppo del Pd in Consiglio regionale e primo firmatario della
legge, ha dichiarato all’Ansa: “Noi siamo convinti della costituzionalità di
questa soluzione tradotta in legge. Vedremo come la Consulta affronterà il tema.
Ci siamo mossi nel solco della Corte costituzionale (sentenza DjFabo/Cappato).
La posizione del governo è preconcetta e ideologica”. Deriu ha annunciato che
sarà chiesto di resistere in giudizio, ritenendo le ragioni della Regione
solide. Anche il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini ha definito
la decisione del Governo “una perdita di occasione per dare una risposta di
civiltà sul fine vita”. “Non si possono affrontare questioni così importanti dal
punto di vista ideologico, visto che nel Paese c’è grande attesa di risposte di
libertà — ha sottolineato —. La Sardegna voleva colmare un vuoto legislativo, ma
il Governo ha deciso di voltarsi dall’altra parte”.
Peppino Canu, consigliere regionale di Sinistra Futura, ha definito “assurdo e
ingiustificato” l’accanimento del governo sulla Sardegna: “Mentre si parla di
autonomia differenziata, in realtà si limitano le prerogative delle Regioni e si
creano vuoti normativi enormi. Difenderemo la validità della legge, frutto di un
lungo percorso di ascolto e confronto. Tra il ‘non fare’ perpetuo del governo e
il fare, scegliamo sempre la seconda opzione”. Anche la senatrice M5S Sabrina
Licheri ha criticato la scelta del governo: “Fdi ha perso un’occasione per
concentrarsi sul tema del fine vita fermo al Senato, e invece attacca la giunta
Todde che ha affrontato una questione delicata per dare una possibilità di
scelta ai cittadini. È ora che la destra smetta di usare l’ideologia per
rispondere ai bisogni delle persone in casi così delicati”.
LE CRITICHE DELL’ASSOCIAZIONISMO
Per Pro Vita & Famiglia onlus, che aveva chiesto l’impugnazione già alla
promulgazione della legge “legge sarda viola palesemente le competenze esclusive
dello Stato ed è una norma disumana che spinge malati, fragili e persone
disperate a uccidersi anziché moltiplicare cure e servizi socio-assistenziali”.
Antonio Brandi, presidente dell’associazione, ha sottolineato che la Sardegna è
fanalino di coda per l’accesso alle cure palliative, con meno del 5% dei
pazienti realmente assistiti, e ha auspicato che la Corte costituzionale accolga
i ricorsi del Governo, bloccando “provvedimenti illegittimi e contrari al bene
comune”.
L'articolo Il governo impugna la legge sul suicidio assistito in Sardegna, la
replica: “Ci siamo mossi nel solco della Consulta” proviene da Il Fatto
Quotidiano.