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Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori”
Il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera – nonostante il calo delle nascite – non riesce ad accogliere tutte le domande di iscrizione per carenza di posti. In media ci sono 31,6 posti ogni 100 bambini: ancora sotto il target europeo sul tasso di frequenza fissato per il 2010 (33%), per non parlare del 45% che l’Italia dovrebbe raggiungere nel 2030. Le richieste non soddisfatte superano il 10% in quasi il 70% dei casi e superano il 25% nel 22,9% dei casi. Sono i dati sconfortanti sull’anno educativo 2023/2024 diffusi dall’Istat, da cui emerge un aumento dell’offerta trainato dal settore privato e insufficiente a colmare il divario tra Nord e Sud. Dati che “confermano le nostre preoccupazioni e le nostre rivendicazioni”, commenta la segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi. A partire dai “troppi ritardi nella realizzazione dei progetti del Pnrr: a pochi mesi della scadenza è stato speso solo il 39% dei 3,8 miliardi di euro di finanziamenti per asili nido e scuole dell’infanzia, e solo l’8% delle opere risulta completato”. Morale: “Non basta costruire le strutture se non si garantiscono le risorse per renderle operative: per raggiungere l’obiettivo del 45% (Barcellona 2030), non solo vanno attivati almeno altri 165mila posti rispetto a quelli censiti dall’Istat, ma per permettere la gestione diretta da parte dei Comuni sono necessari almeno 1,6 miliardi di euro in più all’anno per la spesa corrente e 37mila educatrici/tori in più”. Ripartiamo dai dati Istat. I servizi attivi oggi risultano 14.570, in aumento del 3,8% rispetto al precedente anno educativo, per un totale di quasi 378.500 posti autorizzati al funzionamento (+3,4%). L’incremento è guidato dal settore privato, che assorbe il 78,4% dei circa 12.500 posti aggiuntivi rispetto all’anno educativo precedente mentre solo il 21,6% dei nuovi posti riguarda servizi a titolarità comunale. Ma resta irrisolto il problema della domanda insoddisfatta. Anche perché sempre nel 2023-2024, come rilevato nel report, circa la metà dei gestori di nidi e sezioni primavera (49,9%) ha rilevato un aumento delle domande di iscrizione rispetto all’anno precedente. L’aumento “riguarda sia il settore pubblico sia il privato e sembra correlato al crescente riconoscimento della funzione educativa del nido, oltre che alla maggiore diffusione del Bonus asilo nido che ha reso più sostenibili le rette per le famiglie. Una parte dei potenziali beneficiari, tuttavia, non riesce ancora ad accedere al servizio a causa della persistente carenza di posti disponibili”, sottolinea l’Istat. Il tasso di frequenza ha visto un incremento, anche a causa del calo delle nascite, ma come già detto non abbastanza da raggiungere il target europeo fissato per il 2010: le regioni del Sud e delle Isole, esclusa la Sardegna, sono ben al di sotto del parametro del 33%, con una media rispettivamente del 19,0% e 19,5%. L’Italia centrale presenta la media più alta (40,4%), con un picco del 48,4% in Umbria. Seguono il Nord-est (39,1%) e il Nord-ovest (36,6%). Nei capoluoghi di provincia si registrano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nei comuni non capoluogo la media scende a 28,2: una differenza di 11,6 punti percentuali. Al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo hanno superato, in media, il parametro del 33% di copertura e quelli capoluogo del Nord-est e del Centro hanno anche ampiamente superato l’obiettivo europeo fissato per il 2030, mentre quelli del Nord-ovest sono di poco al di sotto. Nel Sud e nelle Isole, invece, persino i Comuni capoluogo restano lontani dal precedente parametro europeo del 33% e la distanza è ancora maggiore nei Comuni non capoluogo. Nel Meridione, contraddistinto storicamente da una carenza di offerta, i dati dell’istituto di statistica segnalano un miglioramento, ma l’offerta resta lontana da quella del Centro-Nord. Le liste d’attesa nel Mezzogiorno sono più lunghe, con un quarto delle domande insoddisfatte nel 28,9% dei casi contro il 19,9% al Centro e il 21,3% al Nord. La presenza di richieste in lista d’attesa è più frequente nel settore pubblico (68,9%), ma riguarda anche il privato (54%). Nel Mezzogiorno, l’esubero delle domande rispetto ai posti si distribuisce in maniera uniforme tra servizi pubblici e privati, mentre al Nord e al Centro l’eccedenza di richieste riguarda maggiormente i nidi di titolarità comunale. “Siamo al paradosso: un governo che fa propaganda assordante sul contrasto alla denatalità e non muove un dito per garantire ai bambini e bambine di questo Paese il diritto a percorsi educativi sin dai primissimi mesi di vita”, attacca Barbaresi. “Preoccupano le pesanti diseguaglianze territoriali nella disponibilità di posti, che restano sostanzialmente inalterate, con ben sette regioni che non arrivano ancora al 33% nel rapporto posti/bambini: Abruzzo, Basilicata, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Campania”. Non solo: “Se da un lato c’è un problema di posti insufficienti altrettante criticità si riscontrano nella spesa a carico delle famiglie che sostengono quote di compartecipazione spesso troppo alte, rette che, nonostante i bonus, per molti nuclei non sono sostenibili e condizionano la scelta di affidamento dei bambini ai nidi”. L'articolo Aumentano i nidi, ma il 60% non riesce ad accogliere tutte le domande. Cgil: “Servono altri 165mila posti e 37mila educatori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scontri per Askatasuna, Lega: “Chi vuole manifestare paghi una cauzione”. Cgil: “E’ incostituzionale”
Una “cauzione” che gli organizzatori di una manifestazione di piazza dovrebbero versare in anticipo nel caso in cui l’evento degeneri in violenza creando danni e rischi per cittadini e beni pubblici. La Lega è tornata a proporre l’idea dopo le violenze scoppiate sabato a Torino durante il corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna. “I gravissimi scontri di Torino impongono alcune scelte: nessuna tolleranza con i violenti, subito il nuovo pacchetto sicurezza che prevede più tutele alle Forze dell’Ordine, e soprattutto l’obbligo di una cauzione per chi scende in piazza come proposto dalla Lega. Manifestare è legittimo, sfasciare le città e picchiare poliziotti no!”, ha chiesto sui social il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini. “I danni di Torino con vetrine distrutte, cassonetti divelti, auto bruciate chi li pagherà? – domanda il sottosegretario della Lega al ministero dell’Interno Nicola Molteni -. La Lega ha una sua proposta di legge che prevede una garanzia finanziaria (una cauzione, una fideiussione) a carico di chi organizza una manifestazione di piazza che degenera in violenza, danni e pericoli per i cittadini. Chi promuove paga i danni. Su questo chiederemo un impegno serio alla maggioranza di governo”. La misura viene bocciata dalla Cgil. L’idea è “assolutamente impropria e incostituzionale. Che si fa? A chi non ha le possibilità economiche si toglie il diritto di manifestare?”, domanda la segretaria confederale Lara Ghiglione. “La solita Lega usa strumentalmente quello che accade per cercare di limitare il dissenso e il diritto di manifestare. Ieri c’erano decise di migliaia di persone pacifiche a fronte di un gruppo di violenti”, sottolinea. Far pagare chiunque vada in piazza per manifestare “è come dire che siccome qualche parlamentare della Lega ha rubato qualche milione, allora chiudiamo la Lega”, incalza provocatoriamente Ghiglione, promettendo che, se la norma dovesse arrivare in Parlamento, la Cgil la contesterà in tutte le sedi. L'articolo Scontri per Askatasuna, Lega: “Chi vuole manifestare paghi una cauzione”. Cgil: “E’ incostituzionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Colpi di arma da fuoco contro la sede Cgil, Landini: “È un attacco esplicito, ma non ci intimidiscono” – Video
“Se pensano di intimidirci, non siamo gente che si spaventa così facilmente, anzi. Questo elemento ci dà ancora più forza di andare avanti in quello che stiamo facendo”. Queste le parole di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, riguardo ai fori di proiettile rinvenuti nella sede Cgil di Primavalle, a Roma. “È un assalto. Un attacco esplicito anche alla Cgil” ha detto poi Landini, dicendosi fiducioso nel lavoro degli inquirenti. L'articolo Colpi di arma da fuoco contro la sede Cgil, Landini: “È un attacco esplicito, ma non ci intimidiscono” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Colpi di arma da fuoco contro la sede della Cgil di Primavalle a Roma: “Trovati cinque fori”
Cinque colpi di arma da fuoco esplosi contro la sede della Cgil nel quartiere di Primavalle a Roma. Cinque fori, uno per per ciascuna delle vetrate e delle serrande della struttura. È quando denuncia in una nota il sindacato confederale di Roma e Lazio e la Camera del Lavoro della Cgil Civitavecchia Roma Nord Viterbo, sottolineando che il rinvenimento è avvenuto mercoledì mattina alla riapertura della sede. Il sindacato ha così chiesto l’intervento delle forze dell’ordine e sporto denuncia contro quello che la Cgil definisce un “gravissimo atto intimidatorio, che ha colpito esclusivamente” la sede del sindacato “e nessun altro locale limitrofo”. Al momento non è arrivata alcuna rivendicazione. “Quanto accaduto ci preoccupa fortemente, anche in relazione ad un clima di ostilità e delegittimazione costante della nostra organizzazione sindacale, ma continueremo a presidiare il territorio e a dare risposte ai problemi delle persone che si rivolgono alle nostre sedi”, scrive il sindacato. “Al di là della matrice del gesto, che sarà accertata nelle sedi opportune, la Cgil nel quartiere di Primavalle – si legge ancora – costituisce un presidio di legalità e democrazia. Per questo non ci lasceremo intimidire da questo gravissimo atto, sulle cui responsabilità chiediamo venga fatta chiarezza al più presto”. L'articolo Colpi di arma da fuoco contro la sede della Cgil di Primavalle a Roma: “Trovati cinque fori” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il caso Milano: “Un lavoratore su 3 non guadagna abbastanza per viverci. Il pubblico impiego in fuga. Casa e salute assorbono oltre il 50% dello stipendi”
A Milano si guadagna mediamente molto di più di qualsiasi altra città d’Italia, ma questo non basta per garantire una vita migliore a chi lavora nella metropoli. Anzi. Il carovita, legato innanzitutto ai costi abitativi, costringe sempre più lavoratrici e lavoratori ad assumere “comportamenti difensivi”, come vivere nell’hinterland, e aumenta le disuguaglianze. Senza considerare la sempre maggiore scarsità di dipendenti pubblici disposti a svolgere le proprie mansioni nel capoluogo, schiacciati da redditi che crescono con minore intensità rispetto al privato. Insegnanti, poliziotti, medici, perfino magistrati, sono sempre meno inclini ad accettare la seconda città più grande d’Italia come propria destinazione. “CASA E SANITÀ ASSORBONO OLTRE IL 50% DEI SALARI” È questa la fotografia scattata dalla Camera del Lavoro metropolitana di Milano nel report Al lavoro, mentre in città aumentano le crisi aziendali e sono attualmente a rischio 800 posti di lavoro con problemi sia nell’industria manufatturiera – il 23 dicembre sono stati licenziati i 42 dipendenti di Freudenberg, che ha chiuso la sua fabbrica di Rho – che in settori tipici come il mondo della moda. Sfide di fronte alle quali il sindacato chiede maggiore contrattazione collettiva, anche a livello provinciale, e un intervento di Comune e Regione per abbassare la percentuale di stipendio che evapora tra spesa per la casa e sanitaria: “Siamo oltre il 50%”, fa di conto il segretario metropolitano della Cgil Luca Stanzione. UNO SU 3 HA REDDITO INCOMPATIBILE CON I COSTI Insomma, la locomotiva d’Italia non se la passa benissimo, iniziando ad accusare il contraccolpo di una produzione industriale con il segno negativo in 32 degli ultimi 35 mesi e un modello che, sottolinea la Cgil, rischia di diventare un boomerang: “Un terzo dei lavoratori milanesi percepisce un reddito incompatibile con i costi della città – sintetizza il sindacato – e la discontinuità che caratterizza il loro lavoro non favorisce la fuoriuscita dalla condizione di marginalità che, oltretutto, deprime la crescita della domanda interna che si traduce in futuro declino”. IL REDDITO IN CRESCITA: “MA RESTANO STORICI PROBLEMI” Il reddito medio giornaliero di un lavoratore milanese è stato di 137,80 euro lordi nel 2024, superiore del 38,7% rispetto al dato nazionale e in crescita del 6,6% rispetto al 2022, spiega la Cgil basando i propri calcoli sui dati Inps. Tuttavia le buone notizie finiscono sostanzialmente qui: “Milano consolida il proprio primato reddituale realizzato negli anni, trascinando con sé gli storici problemi come la diseguaglianza, l’incompatibilità con il costo della vita, a cominciare dall’abitazione, la discontinuità e la frammentarietà del suo mercato del lavoro”, dice l’ufficio studi della Camera del Lavoro. GLI STIPENDI TRA GENDER GAP E PART-TIME OBBLIGATI Basta scorporare i 137,80 euro per tipologia di lavoratori per comprendere come esistano picchi profondamente diversi. A iniziare dal gender gap che colpisce le 711.610 lavoratrici, che si fermano a 117 euro. Nelle categorie di inquadramento, poi, le differenze si fanno a tratti imbarazzanti: il reddito medio di un operaio è infatti di 79,60 euro, quello di un dirigente di 631,40. I lavoratori a tempo determinato hanno invece un reddito medio di 75,50 euro. I part-time in città sono 392.874 e in due terzi dei casi, sostiene la Cgil si tratta di “involontari”, cioè di persone che desiderano lavorare a tempo pieno senza tuttavia potervi accedere. I SALARI AUMENTANO, MA L’INFLAZIONE È DOPPIA Nel confronto tra 2022 e 2024, gli incrementi medi più alti si sono registrati tra i quadri delle aziende private, con un balzo degli stipendi del 6,8% per cento per circa 150mila dipendenti. In questa categoria è andata particolarmente bene a coloro che sono impiegati nel commercio con un aumento medio del salario dell’11,8%: si tratta, tra l’altro, dell’unica fascia che ha visto aumentare il proprio potere d’acquisto. Tutte le altre categorie di lavoratori milanesi, a prescindere dal proprio incremento medio, hanno perso capacità di spesa se si considera – come fa notare la Cgil – che la Camera di commercio cittadina ha certificato un’inflazione dell’11,1% nel periodo preso in considerazione. LA GRANDE FUGA DEI DIPENDENTI PUBBLICI Tra coloro che se la passano peggio ci sono i dipendenti pubblici, destinati a diventare un caso nel lungo periodo. Quella che sta prendendo forma, a giudicare dai dati del sindacato, è una vera e propria fuga da Milano. In due anni, le posizioni retributive nel pubblico impiego sono scese a 181.971, una diminuzione del 14%. A tagliare la corda sono stati soprattutto i lavoratori della scuola (-18,6%), delle amministrazioni locali (-16,5%) e del servizio sanitario (-14,1%). Ma in città non sono attrattivi nemmeno i posti di lavoro nelle forze armate e di polizia, compresi i vigili del fuoco: il calo del comparto è dell’8,3%. Contengono la discesa le sedi delle amministrazioni centrali e la magistratura (-3,6) mentre va in controtendenza l’università e ricerca con un incremento di dipendenti del 5,8%. PER I COLLABORATORI ZERO RECUPERO DELL’INFLAZIONE “Nel 2024 la massa salariale pubblica milanese è diminuita del 10,8% rispetto allo stesso dato del 2022 – calcola la Cgil – Si potrebbe concludere che i lievi incrementi retribuiti nel pubblico impiego sono stati ampiamente autofinanziati attraverso la riduzione degli organici, generando, per lo Stato, un ulteriore significativo risparmio”. Ancor più in alto nella scala di coloro che soffrono l’aumento dei prezzi e salari compressi ci sono i lavoratori parasubordinati, un bacino di 172.503 collaboratori e professionisti nel 2024, un numero in crescita di 12mila unità rispetto al 2022: “Sono in buona parte eterodiretti e per nulla marginali nel mercato del lavoro milanese, nonostante il loro reddito, oltreché collocarsi sui valori più bassi, non registri alcun recupero sull’inflazione maturata nel periodo”, sottolinea la Cgil. I LAVORATORI ESPULSI DA SVAGO E CRESCITA CULTURALE Per il sindacato, il quadro dipinto nel report restituisce la “conferma di una Milano che non sa coniugare la crescita con l’equità e impone a chi ci lavora l’adozione di comportamenti difensivi quali l’estromissione dal contesto metropolitano di tutti i momenti che non coincidono con i tempi di lavoro”. Una massa sempre più crescente di lavoratori-pendolari, confinati nell’hinterland, insomma: “In questo modo – rimarca la Cgil – si esclude chi lavora dalle occasioni di svago e di crescita culturale che loro stessi hanno contribuito a realizzare”. STANZIONE: “PIÙ CONTRATTAZIONE” Un cul-de-sac dal quale non si verrà mai fuori? “Serve maggiore contrattazione collettiva, lo dimostrano gli aumenti nei comparti dove abbiamo rinnovato i contratti nazionali: la media è del 14%, ma l’effetto pratico è il 6% perché il resto è fiscal drag. La legge di Bilancio non risolve questo problema e il recupero dell’inflazione, che noi riusciamo a ottenere, non è percepito dai lavoratori”, sottolinea il segretario metropolitano della Cgil Luca Stanzione. “SU CASA E SANITÀ INTERVENGANO GLI ENTI LOCALI” A maggior ragione nelle grandi città, che scontano un’inflazione ancora più alta: “In questi contesti sarebbe bene pensare a strumenti come la contrattazione provinciale, che servirebbe ad esempio nel turismo. E poi c’è la politica – ammonisce Stanzione – A Milano la casa assorbe tra il 30 e il 40 per cento del salario, la spesa sanitaria il 20. Su questo devono intervenire Comune e Regione”. Anche perché, avvisa il numero uno della Camera del Lavoro, il “sistema di investimenti” di Milano è in crisi: “La produzione soffre, sopravvivono solo gli investimenti internazionali. Quando punteranno su altre aree del mondo, non esisterà più un ancoraggio territoriale degli investimenti – spiega – Per questo bisogna supportare e incentivare ricerca, cultura e produzioni televisive che hanno una relazione storica con la città”. L'articolo Il caso Milano: “Un lavoratore su 3 non guadagna abbastanza per viverci. Il pubblico impiego in fuga. Casa e salute assorbono oltre il 50% dello stipendi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sindacati e opposizioni contro la “norma Pogliese”. Landini: “Cattiveria contro i lavoratori”. Conte: “Infilata col favore delle tenebre”
Tutti contro l’emendamento Pogliese, che promette di cancellare gli stipendi arretrati dovuti ai lavoratori sottopagati. La norma entrata nelle legge di Bilancio, dopo il tentativo fallito di inserirla nel decreto Ilva, fa infuriare la Cgil. La segretaria confederale Maria Grazia Gabrielli parla di “un nuovo e grave attacco ai diritti dei lavoratori da parte del governo” con cui, “senza alcun confronto con le organizzazioni sindacali, si tenta di rendere più difficile la tutela dei salari e il recupero dei crediti retributivi” Il segretario generale, Maurizio Landini, parlando con Repubblica aveva definito la norma “ennesima cattiveria contro i lavoratori che perdono il diritto agli arretrati quando un giudice stabilisce che la loro retribuzione è troppo bassa. Una norma che non c’entra nulla con la finanziaria, ha un profilo di incostituzionalità e di cui chiediamo il ritiro immediato”. Dal Partito democratico, la vicepresidente Chiara Gribaudo attacca: “Non solo non vogliono il salario minimo e aumentano senza ammetterlo l’età pensionabile, ma privano anche i lavoratori e le lavoratrici delle retribuzioni dovute, cercando di far passare emendamenti nella Manovra che, invece di aumentare tutele e diritti, ne tolgono”. Il leader M5s Giuseppe Conte in un post su Facebook accusa la maggioranza di aver “infilato nella manovra, col favore delle tenebre e la confusione dei litigi interni alla maggioranza, una norma vergognosa che calpesta e penalizza i lavoratori sottopagati, che avevamo già stoppato in estate”. E ancora: “Sono gli stessi del no al salario minimo legale e a tutte le nostre proposte per aumentare gli stipendi dei lavoratori e aiutare i cassintegrati davanti al crollo del potere d’acquisto. Sono gli stessi che aumentano i rimborsi a ministri e sottosegretari. Il mondo al contrario. Ci batteremo ancora contro questo ennesimo scempio”. Per Nicola Fratoianni di Avs questa “è la più grave e sottovalutata” tra le tante “norme, blitz e regalini ai potenti di turno che la destra ha offerto in questi giorni per la legge di bilancio”: “Se paghi poco un lavoratore, anche se un giudice dice che stai violando la Costituzione, comunque non dovrai restituire un euro ai lavoratori. Tradotto? Potranno violare la Costituzione – leggasi all’articolo 36, che regola la retribuzione proporzionata – e poi rifugiarsi dietro un contratto collettivo firmato da sindacati fantasma che non rappresentano i lavoratori. Stiamo parlando di soldi DOVUTI ai lavoratori che verrebbero condonati per legge e di fatto regalati ai datori di lavoro”. L'articolo Sindacati e opposizioni contro la “norma Pogliese”. Landini: “Cattiveria contro i lavoratori”. Conte: “Infilata col favore delle tenebre” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Speciale legge di bilancio
Legge di Bilancio
Governo Meloni
PD
Manovra, Cgil contro il governo: “Sulla penalizzazione per chi ha riscattato la laurea evidenti profili di incostituzionalità”
La Cgil contro il governo per la pesante stretta sulle pensioni arrivata a sorpresa con il maxi-emendamento alla legge di Bilancio depositato martedì in commissione al Senato. “Si andrà in pensione sempre più tardi”, commenta la segretaria confederale Lara Ghiglione. “Con queste scelte l’esecutivo riesce in un’impresa clamorosa, quella di superare persino la legge Monti-Fornero, rendendo il sistema previdenziale ancor più rigido, ingiusto e punitivo per lavoratrici e lavoratori”. “Non siamo di fronte a semplici aggiustamenti tecnici”, prosegue la dirigente sindacale, “ma a un vero e proprio inasprimento strutturale del sistema”. Infatti, “il maxi-emendamento allunga progressivamente le finestre di decorrenza delle pensioni anticipate fino a sei mesi dal 2035 e, nei fatti, considerando anche l’adeguamento alla speranza di vita che il governo ha scelto di non bloccare, porta l’accesso alla pensione anticipata a 43 anni e 9 mesi di contribuzione nel 2035, smentendo nei fatti le promesse fatte a lavoratrici e lavoratori. Altro che flessibilità: si costringono le persone a restare al lavoro sempre più a lungo, aumentando i periodi scoperti tra lavoro e pensione e producendo risparmi di spesa solo rinviando diritti maturati”, denuncia. Ghiglione sottolinea poi che “a questo si aggiunge la penalizzazione del riscatto degli anni di studio, peraltro con una misura retroattiva e con evidenti profili di incostituzionalità: contributi regolarmente pagati non produrranno più pieni effetti previdenziali ai fini dell’accesso alla pensione anticipata. Una svalutazione selettiva e progressiva che arriva a escludere fino a 30 mesi dal 2035. Questo significa che una lavoratrice o un lavoratore che ha riscattato un periodo di studi potrà arrivare addirittura a 46 anni e 3 mesi di contribuzione prima di andare in pensione. Siamo alla follia”. Per la segretaria confederale della Cgil si tratta di “una rottura gravissima del principio di affidamento, che colpisce soprattutto i lavoratori più giovani, chi ha carriere medio-alte con ingresso tardivo nel mercato del lavoro e chi ha investito risorse significative nel riscatto della laurea. Lo Stato cambia le regole a partita già giocata, come aveva fatto con i lavoratori pubblici con il taglio delle aliquote di rendimento”. “Dopo aver di fatto azzerato qualsiasi forma di flessibilità in uscita dal lavoro, il governo introduce ulteriori peggioramenti, inserendoli all’interno di un requisito pensionistico che continuerà a crescere nel tempo e che viene aggravato da nuove penalizzazioni e rinvii della decorrenza. Una scelta consapevole che sposta sempre più in là il traguardo pensionistico per tutte e tutti, negando il diritto a una pensione dignitosa dopo una vita di lavoro”. L'articolo Manovra, Cgil contro il governo: “Sulla penalizzazione per chi ha riscattato la laurea evidenti profili di incostituzionalità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Speciale legge di bilancio
Pensioni
Cgil
I giovani di Atreju deridono lo sciopero Cgil e ne inscenano uno finto contro Donzelli: “Con noi sono arrivati i venerdì di Landini”
I volontari di Gioventù Nazionale, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia, hanno inscenato un sit-in per ironizzare contro lo sciopero della Cgil di oggi. “Lasciamo perdere cosa si chiede in questi scioperi perché sono abbastanza banali dopo vent’anni di governi non eletti dal popolo hanno anche il coraggio di scioperare, ma chiediamo a Landini di prenderci la sua ala protettiva”. La finta protesta è contro Giovanni Donzelli. Tra le finte rivendicazioni birra gratis. Il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia arriva al sit-in e viene accolto da urla di finta contestazione. L'articolo I giovani di Atreju deridono lo sciopero Cgil e ne inscenano uno finto contro Donzelli: “Con noi sono arrivati i venerdì di Landini” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero, in piazza anche i licenziati per i dazi di Trump: “Senza lavoro dalla sera alla mattina. Al governo dico ‘mettetevi nei nostri panni”
“I dazi di Trump non potevano non avere conseguenze. Ed eccoci qua”. Adriano è uno dei 42 lavoratori della Freudemberg di Rho che rischia di perdere il lavoro a causa della decisione dell’azienda di chiudere lo stabilimento dell’hinterland milanese. Il motivo? “I dazi di Trump”. Eppure il governo Meloni aveva annunciato che le politiche statunitensi del nuovo presidente americano non avrebbero avuto conseguenze sull’Europa. “Vorrei vedere loro nella nostra situazione che cosa avrebbero pensato – commenta con amarezza il lavorator – non potevano non avere conseguenze e noi le stiamo pagando”. L'articolo Sciopero, in piazza anche i licenziati per i dazi di Trump: “Senza lavoro dalla sera alla mattina. Al governo dico ‘mettetevi nei nostri panni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sciopero Generale, i servizi a rischio e quelli garantiti: a Milano la M3 riapre alle 15. A Napoli chiusa la Linea 1
Prosegue lo sciopero generale lanciato per oggi dalla Cgil contro la nuova legge di bilancio. Le manifestazioni sono partite in tutte le principali città d’Italia. Cortei a Milano, Roma, Torino, Palermo, Napoli e non solo. A seguire i disagi segnalati e previsti in alcuni centri cittadini, soprattuto per quanto riguarda i trasporti. A Milano Atm fa sapere che dalle 8,45 alle 15 rimane chiusa la linea M3 della metropolitana, regolari invece M1,M2,M4,M5. Per i bus e tram di superficie deviate alcune linee nei pressi della manifestazione – che è partita alle 9.00 da Porta Genova e raggiungerà Piazza della Scala, dove sono previsti gli interventi di chiusura. Per il settore ferroviario, Trenord ha annunciato due fasce orarie di garanzia: 06.00 – 09.00 e 18.00-21.00. Previsti bus diretti, sostitutivi del servizio aeroportuale, in entrambe le direzioni tra Milano Cadorna (in partenza da via Paleocapa 1) e Malpensa Aeroporto. Garantite anche le corse tra Stabio e Malpensa Aeroporto. I treni della rete Ferrovienord subiranno probabili ripercussioni fino a mezzanotte, orario di termine previsto dello sciopero. Il consiglio per i passeggeri è quello di consultare l’elenco dei treni garantiti. A Napoli Trenitalia garantisce servizi minimi dalle 06.00 alle 09.00 e dalle 18.00 alle 21.00. Circumvesuviana presente dalle 05.30 alle 08.30 e dalle 16.30 alle 19.30. A seguito della grande adesione allo scioperò in città è stata dichiarata sospesa la Linea 1 della Metropolitana, insieme alle funicolari di Mergellina e Montesanto, per l’intera tratta. A Roma servizio regolare per la rete Atac, in sciopero pochi giorni fa. Coinvolto invece il servizio Cotral che riguarda le corse dei bus regionali, delle ferrovie della Roma Nord e della Metromare. Fasce di garanzia: inizio servizio – 8:30 e 17.00 – 20.00. Non assicurati i viaggi Trenitalia fuori dalle fasce 6.00 – 9.00 e 18.00 – 21.00. A Torino corteo da piazza XVIII Dicembre a Piazza Castello. Gtt ferma per 24 ore, con le fasce di garanzia solite che rimangono 06.00 – 09.00 e 12.00 – 15.00. Il servizio extraurbano si è fermato alle 08.00 di mattina, e riprenderà dalle 14.30 alle 18.30. Fermi Trenitalia e Italo, solite fasce per i regionali (06.00-09.00 e 18.00-21.00). In Liguria diverse scuole sono rimaste chiuse e nelle principali stazioni di Genova, quella di Brignole e Principe, risultano cancellati già diversi treni intercity e regionali. Situazione simile a Bologna. Disagi anche a Firenze, dove è presente il segretario Cgil Maurizio Landini. Previste fasce di garanzia, stabilite sempre a livello locale. Situazioni simili nelle altre città, in cui ovviamente – come avviene sempre e ovunque – a fare la differenza sarà l’adesione o meno dei lavoratori allo sciopero. L'articolo Sciopero Generale, i servizi a rischio e quelli garantiti: a Milano la M3 riapre alle 15. A Napoli chiusa la Linea 1 proviene da Il Fatto Quotidiano.
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