“Ho mai aggredito sessualmente una donna? No. Non l’ho mai fatto”. Dopo sei anni
Harvey Weinstein torna a parlare e nega ogni accusa. Detenuto in una cella di
Rikers Island nel Bronx – un penitenziario malfamato più volte vicino alla
chiusura – l’ex re indie di Hollywood ha rilasciato alcune sue riflessioni ad
Hollywood Reporter. Intanto ha raccontato che in attesa di un nuovo processo
contro di lui, che si aprirà il 14 aprile, è detenuto in un luogo che definisce
“un inferno”. “Quando fino al 2024 ero nella prigione dello Stato di New York mi
alzavo la mattina, facevo colazione, vedevo amici, parlavo con persone.
Guardavamo la tv assieme”, ha spiegato l’orco del #MeToo.
Mentre da 19 mesi, in quanto detenuto in attesa di giudizio, passa a malapena
mezz’ora all’aria aperta e non ha contatti con nessuno se non con gli agenti di
custodia. La sua paura è quella di essere aggredito o ucciso dagli altri
detenuti: “Essere una celebrità qui è un problema. Io qui sono sotto assedio.
Sono costantemente minacciato e deriso. Non durerò molto qui dentro”. Weinstein
deve scontare 16 anni di carcere per una condanna avvenuta nello stato della
California, mentre la condanna avvenuta nello stato di New York è stata sospesa
per vizi procedurali. “Con tutta la vita che ho avuto e le cose che ho fatto per
la società, non c’è clemenza o gentilezza nei miei confronti”, ha sottolineato
il 74enne ex proprietario Miramax oggi affetto da diabete, problemi di cuore e
una diagnosi di cancro al midollo spinale.
L’uomo è tornato ovviamente a parlare della valanga di accuse di moleste e
violenza che l’hanno inchiodato, sostenendo che le sue accusatrici si sono
attivate solo perché “c’erano soldi in gioco (…) per ottenere un assegno bastava
compilare un modulo in cui si diceva che le avevo aggredite”. Di fondo Weinstein
ammette di aver fatto “avance” ad alcune di queste donne ma senza successo e “di
avere forse esagerato ed essere stato troppo insistente”. L’ex produttore, anche
premio Oscar negli anni d’oro dei suoi film, ha fatto pure mea culpa familiare:
“Ero sposato con una donna fantastica che non aveva idea di quello che stavo
facendo. Mentivo continuamente. Ho usato impropriamente il mio staff per
nascondere queste cose”. Infine la negazione totale: “Ma ho mai aggredito
sessualmente una donna? No. Non l’ho mai fatto”.
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non durerò molto. Le denunce di abusi? Le hanno fatte per soldi”: parla Harvey
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di Giacomo Gabellini
Il Dipartimento di Giustizia ha pubblicato venerdì scorso oltre tre milioni di
documenti relativi al finanziere Jeffrey Epstein, più di un mese dopo la
scadenza prevista per la divulgazione ai sensi dell’Epstein Files Transparency
Act, firmato dal presidente Trump il 19 novembre 2025.
Questi documenti si riferiscono a testimonianze, affidavit, e-mail, registri di
volo, accordi sottobanco che coinvolgono in attività spesso criminali figure di
altissimo livello della politica, della finanza, dell’economia, dello spettacolo
e della scienza dell’interno mondo occidentale. Da Bill Clinton a Ehud Barak,
dal principe Andrea a Peter Thiel, da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Bill Gates
a Noam Chomsky, da Harvey Weinstein a Leon Black. Anche Donald Trump compare con
una certa ricorrenza.
Il procuratore generale aggiunto Todd Blanche ha specificato che il
provvedimento di divulgazione non è stato applicato alle immagini che mostravano
“morte, abusi fisici o ferite”. Segno che all’interno degli appartamenti di
Epstein si portavano avanti con sistematicità atti di violenza che andavano
oltre l’abuso sessuale a danno di minori.
Il frammentario ma densissimo mosaico che combina una serie interminabile di
atti processuali delinea i contorni di un sistema di potere ben strutturato
fondato sul ricatto, i cui artefici vanno con ogni probabilità ricercati anche
al di fuori dei confini statunitensi.
Per anni, influenza politica schiacciante e disponibilità economiche pressoché
illimitate dei personaggi addentro al “sistema Epstein” hanno ostacolato il
lavoro di indagine degli inquirenti. Con il risultato che ogni nuova
pubblicazione riaccende interrogativi su chi sapeva ma ha taciuto, o su chi
avrebbe dovuto intervenire e non l’ha fatto. Nonché sulle modalità assunte
dall’intervento degli inquirenti.
Piuttosto eloquente sul punto risulta il filone d’inchiesta riguardante le
denunce presentate alle autorità competenti da Maria Farmer, artista che
lavorava per Epstein negli anni ‘90 la cui sorella Annie era stata abusata sia
da Epstein che dalla sua compagna Ghislane Maxwell. La Farmer aveva riferito
all’Fbi che Epstein aveva sottratto fotografie raffiguranti le due sorelle senza
veli e organizzava molto spesso feste in piscina a cui partecipavano ragazzine
in età giovanissima, ma le sue dichiarazioni non avevano prodotto alcun
risultato.
“Dov’è il resto del fascicolo dell’Fbi di Maria Farmer? Dove sono i registri
delle denunce che così tante altre donne hanno presentato all’Fbi? In che modo
l’Fbi ha indagato su quelle denunce? E perché il Dipartimento di Giustizia
nasconde i nomi dei colpevoli mentre espone quelli delle vittime?”, hanno
domandato gli avvocati della Farmer.
Arick Fudali, rappresentante legale di undici vittime di Epstein, ha qualificato
il rilascio degli oltre tre milioni di documenti come “una tempesta perfetta di
incompetenza e copertura attiva” da parte dell’amministrazione Trump. “È davvero
sconcertante, perché stanno trattenendo documenti che non dovrebbero trattenere.
Allo stesso tempo, stanno mostrando documenti che non dovrebbero mostrare perché
contengono i nomi non coperti da omissis delle vittime sopravvissute“.
La desecretazione attuata dal Dipartimento di Giustizia segue quindi una logica
intimidatoria, perché rivela apertamente l’identità di quanti hanno la
possibilità, con le loro testimonianze, di inchiodare i rispettivi “carnefici”.
È questo il senso delle aspre critiche rivolte verso la metà del dicembre scorso
dai rappresentanti repubblicani Ro Khanna e Thomas Massie, che in qualità di
co-promotori dell’Epstein Files Transparency Act ne avevano ripetutamente
denunciato la violazione da parte delle autorità preposte. Non solo per quanto
concerne il mancato rispetto dei limiti temporali, ma anche e soprattutto in
materia di tutela delle vittime. Khanna, in particolare, aveva trascinato
apertamente sul banco degli imputati l’ufficio della procuratrice generale Pam
Bondi, accusandolo di tenere deliberatamente nascosti milioni di documenti.
La presa di posizione di Khanna rispecchia le opinioni di parte importante della
popolazione. Un sondaggio condotto dalla Cnn attestava che due terzi dei
cittadini statunitensi riteneva che il governo federale stesse intenzionalmente
nascondendo alcune informazioni cruciali sul caso Epstein, mentre solo il 16%
credeva che il governo stesse impegnandosi a fondo per divulgare quante più
informazioni possibili. Quasi 9 democratici su 10 e il 72% degli indipendenti
sostenevano che il governo stesse deliberatamente occultando informazioni, così
come il 42% dei repubblicani.
“Sembra che, in alcuni casi, [i funzionari del Dipartimento di Giustizia, nda]
passino più tempo a proteggere le persone che hanno commesso questi crimini che
i sopravvissuti”, ha dichiarato Khanna riguardo all’ultima tranche di documenti
pubblicati.
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documenti: così si proteggono i carnefici e non le vittime proviene da Il Fatto
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