Bill Cosby è stato condannato a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento
danni a un’ex cameriera che l’aveva accusato di averla drogata e aggredita
sessualmente. Donna Motsinger ha dichiarato che l’ex star le diede del vino e
una pillola che la rese incapace di reagire dopo averla prelevata da casa sua in
limousine nel 1972 per poi portarla ad un suo show. L’88enne Cosby ha negato le
accuse di Motsinger, così come affermazioni simili in una serie di cause civili
e penali intentate da decine di donne.
L’ex star dei Robinson era stato scarcerato in Pennsylvania nel 2021, dopo quasi
tre anni di condanna per violenza sessuale, in seguito all’annullamento della
sua condanna per un vizio di forma. Motsinger, che ora ha 84 anni, lavorava come
cameriera in un ristorante chiamato Trident a Sausalito, vicino a San Francisco,
frequentato da celebrità, tra cui Cosby. Nella sua denuncia, la donna ha
affermato che Cosby l’aveva invitata a uno dei suoi spettacoli di cabaret e che,
dopo averla prelevata per accompagnarla al locale, le aveva dato una pillola che
lei aveva scambiato per aspirina, secondo quanto riportato negli atti del
tribunale. “Subito dopo ha iniziato a perdere e riprendere conoscenza“, si legge
nella denuncia presentata e resa pubblica dal Los Angeles Times. “L’ultima cosa
che la signora Motsinger ricorda sono dei lampi di luce”.
Nella denuncia si afferma che la donna si è svegliata a casa nuda, a eccezione
della biancheria intima, e “ha capito di essere stata drogata e violentata da
Bill Cosby”. Come riporta la BBC, gli avvocati di Cosby hanno respinto l’accusa,
sostenendo nei documenti depositati in tribunale che Motsinger “ammette
liberamente di non avere idea di cosa sia successo”. Cosby ha goduto di enorme
fama negli anni ’80 e ’90 con la sua sitcom I Robinson, ma la sua reputazione è
stata distrutta dopo che decine di donne si sono fatte avanti con accuse di
stupro, molestie sessuali e cattiva condotta sessuale risalenti addirittura agli
anni sessanta.
L'articolo “L’ultima cosa che ricorda sono dei lampi di luce”: Bill Cosby
condannato a a pagare 19,25 milioni di dollari di risarcimento a una donna che
lo accusa di averla drogata e aggredita sessualmente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Molestie Sessuali
Jasmine Trinca è al cinema con il nuovo film “Gli occhi degli altri”, insieme a
Filippo Timi. Per l’occasione l’attrice è stata ospite ieri, 21 marzo, a
“Verissimo” e ha raccontato di aver passato dei momenti difficili in passato.
“Ho subito molestie – ha svelato a Silvia Toffanin -. Le ho subite come le hanno
subite molte mie amiche e sorelle. Ho incontrato persone che, se le incontrassi
adesso, saprei reagire in un altro modo. Però va bene quello che è stato e come
sono stata. Non bisogna avere un giudizio. L’idea è quella di rovesciare la
vergogna, non dobbiamo essere noi ad avere vergogna”.
L’attrice è da sempre in prima fila contro la violenza sulle donne: “Ci tengo
perché mi ricordo quando pensavo di non potere dare voce in questo senso. Voglio
trasmettere a una giovane donna la possibilità di riconoscersi. Il consenso è un
tema molto importante. Non bisogna avere paura di smascherare un bruttissimo
esercizio di potere che a volte si declina sulle donne”.
LA TRAMA DI “GLI OCCHI DEGLI ALTRI”
Il film, già nelle sale, “Gli occhi degli altri” è ambientato nella bellezza
selvaggia di un’isola posseduta da un ricchissimo marchese (Timi), l’arrivo di
Elena (Trinca) segna l’inizio di una appassionata storia d’amore. Complicità e
trasgressione, sesso e potere, in un film liberamente ispirato alla cronaca
dell’Italia degli Anni ’60, in cui il gioco erotico scivola nell’ossessione.
“Gli occhi degli altri è un film su un passato decadente, che affonda le sue
radici nel fascismo, – ha affermato il regista Andrea De Sica nelle note della
pellicola – può essere la lente con cui guardare il nostro presente tragico e
irrisolto. Non un film d’inchiesta, quindi, né una crime fiction, ma un film che
parte dalla cronaca per andare a ricercare qualcosa di diverso, senza nessun
tipo di approccio nostalgico al passato. Un viaggio nel tempo: dal mondo
dannunziano e decadente della nobiltà nel dopoguerra, al revenge porn e il
femminicidio di oggi”.
L'articolo “Sono stata vittima di molestie. L’idea è quella di rovesciare la
vergogna, non dobbiamo essere noi ad avere vergogna”: lo confessa Jasmine Trinca
proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Domenico Tambasco*
Per anni le sentenze in materia di molestie sul lavoro hanno mostrato una
contraddizione evidente: a fronte di condotte spesso umilianti e gravemente
lesive della dignità delle lavoratrici, i risarcimenti riconosciuti dai
tribunali sono stati frequentemente modesti, talvolta quasi simbolici. Una
situazione che è stata definita il “paradosso dei risarcimenti al ribasso”.
Una recente decisione del Tribunale di Treviso del 4 marzo 2026, n. 173, sembra
però segnare un possibile punto di svolta. La pronuncia — che ha condannato i
responsabili al pagamento di 50mila euro di danno morale — introduce infatti
alcuni principi destinati, se confermati in futuro, a cambiare profondamente il
modo in cui la giustizia affronta le molestie discriminatorie sul lavoro.
Il caso riguarda una dirigente licenziata durante il periodo di tutela della
maternità previsto dall’art. 54 del d.lgs. 151/2001 e vittima di numerosi
episodi umilianti: in riunione le veniva ordinato di preparare il caffè “in
quanto donna”, mentre l’amministratore delegato sosteneva di avere bisogno “di
un uomo con esperienza” per ricoprire il suo ruolo. La vicenda si colloca
inoltre all’interno di un contesto aziendale familiare: un elemento che
evidenzia come dinamiche di potere e comportamenti discriminatori possano
manifestarsi anche in imprese a conduzione familiare.
Il tribunale ha dichiarato nullo il licenziamento e qualificato tali
comportamenti come molestie discriminatorie di genere ai sensi dell’art. 26 del
Codice delle pari opportunità (d.lgs. 198/2006), condannando solidalmente
l’azienda e l’autore materiale delle condotte al risarcimento del danno. Ma
l’aspetto più innovativo della decisione riguarda soprattutto come il danno è
stato quantificato. La sentenza, infatti, si muove lungo quattro direttrici che
meritano particolare attenzione.
1. La prima concerne la funzione dissuasiva del risarcimento. In materia di
discriminazioni, ricorda il Tribunale richiamando la Corte di Cassazione (n.
3488/2025) e il diritto europeo (art. 17 della direttiva 2000/78/CE), il
risarcimento non serve solo a compensare la vittima, ma deve anche scoraggiare
il ripetersi di comportamenti analoghi. In altre parole, il danno deve essere
sufficientemente significativo da avere un effetto deterrente.
2. La seconda direttrice riguarda la proporzione tra risarcimento e gravità
delle condotte. Il giudice valorizza il contesto pubblico delle affermazioni
sessiste, la posizione dirigenziale della lavoratrice e il carattere
denigratorio degli episodi, riconoscendo che tali comportamenti incidono
profondamente sulla dignità personale e professionale.
3. Il terzo elemento è forse il più interessante sul piano giuridico: la
sentenza segna uno sganciamento dalla tradizionale centralità del danno
biologico. Nella maggior parte dei casi, infatti, il risarcimento è calcolato
soprattutto sulla base della lesione alla salute accertata a livello
medico-legale. Nel caso di specie, il danno biologico è stato liquidato in
misura del tutto contenuta, pari a soli 1.725 euro, considerata la natura
meramente temporanea del danno alla salute, circoscritto ad un periodo di circa
un mese. Il baricentro della tutela risarcitoria si colloca pertanto su un piano
diverso, essendo la componente prevalente rappresentata dal danno morale da
discriminazione, vale a dire dal pregiudizio arrecato alla dignità personale
della lavoratrice, in conseguenza della condotta discriminatoria accertata dal
giudice.
In tal modo, la decisione evidenzia con chiarezza come, nelle ipotesi di
discriminazione, il fulcro della tutela non risieda tanto nella compromissione
dell’integrità psicofisica in senso stretto, quanto piuttosto nella lesione
(immateriale) alla dignità della persona nel contesto lavorativo, che
costituisce l’interesse primario protetto dalla legislazione
antidiscriminatoria. È un passaggio importante: non tutte le offese alla persona
producono una malattia clinicamente accertabile, ma possono comunque generare un
pregiudizio profondo alla sua identità e al rispetto dovuto nel luogo di lavoro.
4. Infine, la quarta direttrice riguarda i criteri di quantificazione del danno.
Per rendere la valutazione meno arbitraria, il tribunale ha utilizzato in via
analogica le tabelle elaborate dal Tribunale di Milano per il danno da
diffamazione a mezzo stampa. L’idea è semplice: quando l’offesa alla dignità
deriva da affermazioni umilianti pronunciate davanti ad altre persone — come nel
caso di specie — il danno presenta evidenti analogie con la diffamazione.
Nel complesso, la decisione appare significativa non tanto per la cifra
riconosciuta, quanto per il metodo adottato. Se questo orientamento dovesse
consolidarsi, potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione, nella quale
verrebbe ricondotto al centro ciò che troppo spesso è rimasto sullo sfondo: la
dignità della donna nel mondo del lavoro.
* Avvocato giuslavorista, da anni si occupa di conflittualità lavorativa anche
come redattore di diversi ddl in materia presentati nella scorsa legislatura
L'articolo Offese sessiste in azienda, 50mila euro di risarcimento: la sentenza
che segna un punto di svolta proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Renato Albanese *
Le violenze e le molestie sul lavoro non iniziano quasi mai con un episodio
eclatante. Più spesso emergono prima, in modo meno visibile, attraverso segnali
deboli: battute ostili mascherate da ironia, esclusioni ripetute dalle
comunicazioni di lavoro, interruzioni sistematiche in riunione, invasioni dello
spazio personale, contatti minimizzati come “scherzi”. Ed è proprio in questa
zona grigia che molte organizzazioni arrivano tardi. Il punto non è
ridimensionare la soglia giuridica. Quando un comportamento integra una
violazione disciplinare, civile o penale, il diritto deve fare il suo corso. Il
problema è un altro: se l’organizzazione si muove solo quando il fatto è già
chiaramente qualificabile sul piano legale, spesso ha già perso il momento
migliore per prevenire.
Il rischio di attendere “l’episodio clamoroso”
Nella pratica, molti casi non si presentano da subito in forma netta. Si
manifestano come sequenze: svalutazioni ripetute, isolamento informativo,
richiami umilianti davanti ad altri, escalation verbali, segnali di controllo o
intimidazione. Presi singolarmente, questi elementi possono apparire ambigui,
borderline, perfino insufficienti. Ma letti nel loro insieme descrivono una
dinamica che si sta consolidando. Il limite di molte organizzazioni sta qui:
scambiano l’assenza di prova piena per l’assenza di un problema. Oppure
attendono la segnalazione perfetta, il testimone decisivo, l’episodio clamoroso.
Nel frattempo, il clima si deteriora, la persona esposta si indebolisce, e ciò
che poteva essere gestito con tempestività diventa più complesso, più
conflittuale e più dannoso.
La soglia preventiva vs. la soglia legale
Prevenire davvero non significa anticipare giudizi di colpevolezza, né
trasformare ogni conflitto in un caso disciplinare. Significa riconoscere che
tra il “non c’è nulla” e il “c’è già un illecito conclamato” esiste uno spazio
organizzativo che va presidiato con serietà: la soglia preventiva. È la soglia
di attivazione: si interviene già su segnali ragionevoli prima della soglia
probatoria. In pratica, significa attivarsi presto con criteri chiari, adottare
misure progressive e lasciare traccia del follow-up, così da rendere
verificabile chi ha valutato la situazione, quali opzioni sono state considerate
e quali misure proporzionate sono state attivate.
Il monito della giurisprudenza: il caso Bologna e il gap operativo
Una pronuncia della Corte d’Appello di Bologna (30 gennaio 2025) in tema di
molestie e discriminazioni traccia un solco netto: nel confermare le statuizioni
del Tribunale valorizza l’obbligo per l’organizzazione di attivarsi in modo
preventivo e di dimostrare presìdi verificabili, smettendo di reagire solo
quando il danno è già fatto. (Nota: i riferimenti alla pronuncia sono richiamati
esclusivamente in chiave organizzativa e senza elementi identificativi del
caso).
La sentenza fissa il principio, ma non può descrivere come muoversi nella
quotidianità. Dice che cosa un’organizzazione è tenuta a garantire, ma non dice
come farlo operativamente quando il caso è ancora ambiguo e in piena zona
grigia. È qui che molte realtà si bloccano. Colmare questo gap significa passare
dalle dichiarazioni di principio a presìdi eseguibili e verificabili. Non basta
avere una policy nel cassetto o una casella e-mail di segnalazione: serve un
percorso logico e documentabile. Nella pratica, la differenza la fa l’adozione
di un registro decisionale: uno strumento che renda tracciabile che cosa è stato
osservato, chi ha preso in carico i segnali, quali azioni progressive sono state
messe in campo e con quale monitoraggio.
Per esempio: ascolto tempestivo, chiarimento dei confini comportamentali,
monitoraggio del contesto, attivazione delle funzioni competenti e supporto alla
persona esposta. Questo significa lavorare sui fattori organizzativi che rendono
possibile l’escalation: l’ambiguità dei ruoli, l’assenza di canali riservati,
una cultura troppo tollerante verso dinamiche di esclusione. Ridurre questi
fattori e tracciare le decisioni significa ridurre la probabilità che il caso
diventi ingestibile.
Dalla lettura organizzativa alla vera governance
Per questo la tutela non può ridursi alla sola dimensione sanzionatoria o alla
gestione emergenziale. Serve un approccio che unisca la valutazione del rischio
organizzativo (dove siamo vulnerabili) alla gestione strutturata dei casi. In
ambito internazionale, questa logica rientra in modelli strutturati di lettura
dei segnali precoci e gestione in contesto lavorativo. Non si tratta di
valutazioni cliniche o di giudizi sulla persona, ma di una lettura organizzativa
utile a individuare criticità e definire misure proporzionate. Non tutto
richiede una sanzione immediata, ma non tutto può essere lasciato correre.
Aspettare la soglia legale può voler dire arrivare quando il rapporto di lavoro
è già compromesso e il danno umano ed economico è già esploso. La soglia legale
resta essenziale, ma la vera governance inizia prima, e attendere l’episodio
clamoroso significa rinunciare al momento in cui la prevenzione è ancora
possibile.
*Mi occupo di analisi e valutazione del rischio di violenza e molestie sul
lavoro e di gestione dei casi. Supporto le organizzazioni con un approccio di
ingegneria preventiva, attraverso presìdi operativi e tracciabili integrati
nella governance aziendale. Sono membro di AETAP e del Comitato Tecnico ASIS per
la revisione dello standard internazionale Workplace Violence Prevention &
Intervention (WVPI).
L'articolo Violenze e molestie sul lavoro: perché aspettare la soglia legale
spesso significa arrivare tardi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho mai aggredito sessualmente una donna? No. Non l’ho mai fatto”. Dopo sei anni
Harvey Weinstein torna a parlare e nega ogni accusa. Detenuto in una cella di
Rikers Island nel Bronx – un penitenziario malfamato più volte vicino alla
chiusura – l’ex re indie di Hollywood ha rilasciato alcune sue riflessioni ad
Hollywood Reporter. Intanto ha raccontato che in attesa di un nuovo processo
contro di lui, che si aprirà il 14 aprile, è detenuto in un luogo che definisce
“un inferno”. “Quando fino al 2024 ero nella prigione dello Stato di New York mi
alzavo la mattina, facevo colazione, vedevo amici, parlavo con persone.
Guardavamo la tv assieme”, ha spiegato l’orco del #MeToo.
Mentre da 19 mesi, in quanto detenuto in attesa di giudizio, passa a malapena
mezz’ora all’aria aperta e non ha contatti con nessuno se non con gli agenti di
custodia. La sua paura è quella di essere aggredito o ucciso dagli altri
detenuti: “Essere una celebrità qui è un problema. Io qui sono sotto assedio.
Sono costantemente minacciato e deriso. Non durerò molto qui dentro”. Weinstein
deve scontare 16 anni di carcere per una condanna avvenuta nello stato della
California, mentre la condanna avvenuta nello stato di New York è stata sospesa
per vizi procedurali. “Con tutta la vita che ho avuto e le cose che ho fatto per
la società, non c’è clemenza o gentilezza nei miei confronti”, ha sottolineato
il 74enne ex proprietario Miramax oggi affetto da diabete, problemi di cuore e
una diagnosi di cancro al midollo spinale.
L’uomo è tornato ovviamente a parlare della valanga di accuse di moleste e
violenza che l’hanno inchiodato, sostenendo che le sue accusatrici si sono
attivate solo perché “c’erano soldi in gioco (…) per ottenere un assegno bastava
compilare un modulo in cui si diceva che le avevo aggredite”. Di fondo Weinstein
ammette di aver fatto “avance” ad alcune di queste donne ma senza successo e “di
avere forse esagerato ed essere stato troppo insistente”. L’ex produttore, anche
premio Oscar negli anni d’oro dei suoi film, ha fatto pure mea culpa familiare:
“Ero sposato con una donna fantastica che non aveva idea di quello che stavo
facendo. Mentivo continuamente. Ho usato impropriamente il mio staff per
nascondere queste cose”. Infine la negazione totale: “Ma ho mai aggredito
sessualmente una donna? No. Non l’ho mai fatto”.
L'articolo “Qui in carcere è un inferno, sono costantemente minacciato e deriso,
non durerò molto. Le denunce di abusi? Le hanno fatte per soldi”: parla Harvey
Weinstein proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è un’inchiesta coraggiosa su molestie, discriminazioni e violenze sessuali
nelle redazioni dei media italiani. Se non verrà soffocata dal silenzio o
respinta dai consueti muri di gomma, potrebbe costringere il giornalismo
italiano a riflettere sulle profonde asimmetrie di potere tra uomini e donne
nelle redazioni. L’indagine, intitolata “Violenze sessuali, molestie e abusi
nelle redazioni dei media italiani”, è stata realizzata da IrpiMedia –
Investigative Reporting Project Italy, il primo centro di giornalismo
investigativo no profit fondato in Italia. Le giornaliste Alessia Bisini,
Francesca Candiol, Roberta Cavaglià e Stefania Prandi hanno raccolto le
testimonianze di molte colleghe, portando alla luce una realtà spesso taciuta.
Leggere quelle storie mi ha riportato alla memoria episodi che credevo di aver
dimenticato. Negli anni 90 ho collaborato con diverse redazioni, prima di
rendermi conto che non era un mondo in cui volevo restare. Erano ambienti dove
non di rado, venivano dette frasi misogine e gli stereotipi sulle donne erano
granitiche verità. Tutto questo si svolgeva in un contesto fortemente gerarchico
e dominato da una competizione feroce, quasi esclusivamente tra uomini.
Non ho mai subito ricatti sessuali espliciti, ma pressioni più sottili. Alcune
firme illustri per un mero esercizio di potere, proponevano una sorta di do ut
des: “Ho conoscenze, sei carina e brava…”. Uno di loro sfogliò davanti a me una
piccola agenda piena di numeri di telefono di politici, direttori e personaggi
influenti, quasi a dimostrare quanto avrebbe potuto fare per il mio futuro. A
patto che io… Era evidente che quell’atteggiamento padronale fosse per questi
signori una pratica abituale, esercitata con totale disinvoltura.
L’espressione “sei carina e brava” è un vero e proprio evergreen. Anche
recentemente è stata pronunciata dalla seconda carica dello Stato, Ignazio La
Russa. Non è un complimento: è un modo per infantilizzare una donna e ricordarle
quale dovrebbe essere il suo ruolo in un ambiente dominato dagli uomini. Una
presenza decorativa in uno spazio che non le appartiene.
In un’occasione ho subito una molestia da parte di un direttore. La situazione
mi apparve così surreale che il primo pensiero fu: “Ma come fa a non vergognarsi
di se stesso?”. Solo trent’anni dopo ne ho parlato con una ex collega che mi ha
risposto: “Lo ha fatto anche a me”. Sono passati tre decenni, ma la situazione
non sembra essere migliorata.
Nell’inchiesta realizzata da IrpiMedia con il supporto della Federazione
Nazionale della Stampa Italiana, dell’Ordine nazionale dei giornalisti e degli
Ordini regionali del Piemonte e del Trentino, sono state coinvolte 132
giornaliste – freelance di agenzie di stampa, quotidiani, radio e televisioni –
che hanno accettato di raccontare in forma anonima le proprie esperienze. Da
tutte le interviste emergono episodi di discriminazione, molestie verbali e
sessuali, violenze e ricatti professionali. Nella maggior parte dei casi gli
autori sono figure apicali delle redazioni: direttori nel 43% dei casi,
caporedattori nel 26% ed editori nel 2%.Il picco degli abusi si registra quando
le giornaliste hanno tra i 25 e i 34 anni. Le vittime sono quasi equamente
divise tra freelance e giornaliste assunte.
Si tratta di un fenomeno difficile da affrontare all’interno delle redazioni. I
giornalisti dovrebbero indagare il proprio mondo, smascherarne le asimmetrie e i
pregiudizi, ma non è scontato che abbiano davvero intenzione di farlo. Eppure i
numeri sono significativi: in una precedente indagine realizzata nel 2019 dalla
Federazione nazionale della stampa insieme alla statistica Linda Laura Sabbadini
l’85% delle giornaliste dichiarava di aver subito almeno un episodio di violenza
o molestia. Nel 2015, dietro lo pseudonimo di Olga Ricci, una giornalista
raccontò nel libro Toglimi le mani di dosso, le dinamiche di potere dentro una
redazione che si esplicitavano in abusi, mobbing e ricatti sessuali da parte di
un direttore che prendeva in ostaggio il futuro e i sogni di alcune giovani
stagiste.
Le testimonianze raccolte nell’inchiesta di IrpiMedia confermano quanto
denunciato da Olga Ricci undici anni fa e lasciano molta amarezza. Come quella
di una freelance che riceveva continui apprezzamenti via WhatsApp dal
caporedattore che avrebbe dovuto offrirle un contratto, mai arrivato: “Un giorno
l’uomo la baciò contro la sua volontà. Poco dopo organizzò un tranello per farla
finire a dormire con lui in un appartamento affittato per un evento culturale.
La giornalista capì l’inganno solo una volta arrivata nella città dell’evento e
riuscì a fuggire, senza ricevere il sostegno delle colleghe presenti”.
Alcune vittime hanno attraversato momenti di grave depressione, fino a pensare
al suicidio.
Spesso gli autori di queste violenze continuano la propria carriera senza subire
conseguenze. Le donne denunciano raramente: temono ritorsioni, di non essere
credute e di compromettere la propria carriera. A questo si aggiunge una diffusa
omertà che coinvolge colleghi, capi e talvolta anche altre colleghe. Sono
situazioni che si ripetono in altri ambiti lavorativi come la vicenda del
primario dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto Piacenza o del regista del Teatro
Due di Parma. Quest’ultimo recentemente premiato con un piccolo incarico
politico perché il sistema li promuove quando sono smascherati.
Le giornaliste di IrpiMedia mettono in evidenza l’esistenza di una rete maschile
che garantisce ai giornalisti un vantaggio nelle carriere professionali rispetto
alle colleghe, la psicologa sociale Chiara Volpato definisce “companionship
maschile”. Il risultato è evidente: scarsa presenza femminile nei ruoli apicali
e forti disparità salariali. Su 35 quotidiani italiani, solo due sono diretti da
donne. Ma persiste anche nelle redazioni il fastidio e ostilità verso il tema
della violenza contro le donne e non mancano sarcasmo e derisione verso le
giornaliste che si occupano di pari opportunità, di femminicidio o di linguaggio
inclusivo.
Questo dimostra che la narrazione distorta della violenza maschile contro le
donne non è soltanto un problema di scarsa formazione o di ignoranza del
fenomeno. È soprattutto la difesa a oltranza di una cultura che fa da collante
tra complicità maschili. Possiamo davvero stupirci allora del minuto di gloria
regalato a Caffo da Le Iene? Della vittimizzazione secondaria delle donne che
denunciano violenze sessuali commesse da uomini di potere? Dell’himpaty che
trasuda dalla carta stampata e in certi servizi televisivi?
Mi chiedo se questa volta il giornalismo italiano riuscirà a guardare dentro se
stesso, a raccontare il proprio lato oscuro e i rapporti di potere che lo
attraversano. Questa inchiesta riceverà la giusta l’attenzione del media? Ne
dubito.
L'articolo Ricatti sessuali nelle redazioni: le storie di IrpiMedia mi hanno
ricordato episodi che volevo dimenticare proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nel mondo dello spettacolo, salvando figure straordinarie come Eduardo De
Filippo, esisteva quasi una specie di ius primae noctis. Io camminavo con una
borsetta piena di sassi. Se qualcuno si avvicinava troppo o alzava le mani,
tiravo la borsetta. Dovevo difendermi”. Marisa Laurito ricorda i propri inizi
negli anni ’70, aprendosi anche su episodi particolarmente difficili vissuti,
come quando poco prima, nel ’68, fece dei provini a Roma e tentarono di
‘offrirla’ a un produttore: “C’era un pullman che portava le ragazze da una
produzione all’altra. A un certo punto mi fecero scendere con la scusa di un
provino per un film di Vittorio De Sica. In realtà volevano portarmi ‘in regalo’
a un direttore di produzione che compiva gli anni. C’era un divano, erano
convinti che avrei fatto qualsiasi cosa. Anche lì la borsetta è finita nel posto
giusto”.
“IL POTERE MASCHILE ESISTE ANCORA”
Oggi le cose hanno preso una piega diversa, ma ciò non vuol dire che ci siano
ancora criticità da risolvere: “Il potere maschile esiste ancora” spiega
nell’intervista concessa a Repubblica. “L’idea è sempre quella: io sono maschio
e faccio quello che voglio. Oggi è meno evidente, ma nei ruoli dirigenziali, se
su dieci uomini quattro o cinque non vedono di buon occhio una donna che
comanda, vuol dire che il problema c’è, eccome”.
UNA QUESTIONE CULTURALE
Attrice, produttrice e direttore artistico del teatro Trianon, Laurito continua:
“Una donna che comanda gli uomini non sempre viene presa bene. Devi essere brava
tre volte di più e, a volte, neanche basta […] Ancora oggi una parte degli
uomini fa fatica ad accettare una donna che dirige. Lo vivono come una
diminutio”. L’ostacolo più difficile da superare, secondo lei, è culturale: “Lo
sguardo che ancora si ha nei confronti delle donne che comandano. Finché questa
cultura non cambia – conclude -, finché non si supera il patriarcato anche
nell’educazione familiare, sarà difficile risolvere davvero il problema”.
L'articolo “Volevano portarmi ‘in regalo’ a un produttore, credevano avrei fatto
di tutto. Ma io giravo con una borsetta piena di sassi e la tirai nel posto
giusto”: il racconto di Marisa Laurito proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una donna licenziata dopo aver respinto il titolare della clinica privata dove
lavorava, dovrà essere riassunta. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale
civile di Trento, firmata dal giudice Giorgio Flaim, secondo cui l’atto è stato
solo una ritorsione di fronte al “dissenso espresso dalla donna contro le
molestie del suo diretto superiore”. Come rivelato dal Corriere del Trentino, la
lavoratrice ha ricevuto sul luogo di lavoro una lunga serie di apprezzamenti e
dichiarazioni di interesse privato che però ha sempre declinato: stando alle
ricostruzioni, il medico le ha anche regalato un diamante da 14mila euro.
La donna ha detto di aver cercato di restituire il gioiello, ma lui le ha
risposto che avrebbe dovuto tenerlo come “un segno del mio affetto che è
indipendente da quello che provi tu”. Poi, a giugno 2025, il licenziamento. La
motivazione ufficiale data dal luogo di lavoro è quella di un disguido su alcuni
giorni di ferie, ma per il giudice l’atto è nullo “in quanto discriminatorio, e
adottato solo in reazione alla scelta della donna, nell’esercizio del suo
diritto all’autodeterminazione affettiva e sessuale, di non condividere lo
stesso interesse sentimentale”.
La clinica dovrà anche risarcire la vittima di tutti gli stipendi e i contributi
dalla data del licenziamento (giugno 2025) ad oggi, più circa 4mila euro di
spese legali. La donna aveva richiesto anche un risarcimento danni, che però non
le è stato concesso dal Tribunale di Trento, perché “le condotte tenute dal
legale rappresentante della società nei confronti della donna si distinguono più
che per finalità vessatorie, da un uso improprio dei poteri di sovra ordinazione
datoriale”.
L'articolo “Licenziata per il dissenso espresso contro le molestie del suo
superiore”: lavoratrice dovrà essere reintegrata e risarcita proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La violentava sessualmente da quando lei era poco più di una bambina, fin quando
sua figlia è rimasta incinta. In provincia di Brescia, un uomo è stato arrestato
dalla Polizia con l’accusa di violenza sessuale aggravata ai danni della figlia
minorenne.
La vicenda riguarda un orrendo quadro di stupri, abusi e molestie che è emerso
da una visita al pronto soccorso. La ragazzina era stata accompagnata in
ospedale dalla madre per dei forti dolori addominali: gli accertamenti avevano
svelato che la giovane era in stato di gravidanza.
Dopodiché, erano scattate le segnalazioni alle forze dell’ordine. Stando alle
indagini, la vittima è stata abusata per anni dal padre all’interno del contesto
familiare. A emettere l’ordinanza di custodia cautelare è stato il giudice per
le indagini preliminari del Tribunale di Brescia su richiesta della Procura e il
provvedimento è stato eseguito dalla Squadra mobile del capoluogo di provincia.
L’uomo si trova in carcere.
L'articolo Incinta del padre dopo anni di abusi in famiglia: arrestato per
violenza sessuale nel Bresciano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Partito popolare spagnolo è al centro di uno scandalo per un caso di presunte
molestie sessuali e sul lavoro. Tutto è iniziato quando El Paìs ha pubblicato
una notizia in cui raccontava dell’accusa di molestie sessuali del sindaco di
Mostoles ai danni di un’ex assessora: entrambi fanno parte del Pp. Secondo i
documenti pubblicati dal giornale, il partito avrebbe cercato di insabbiare la
vicenda, facendo pressioni sulla donna per non farle sporgere denuncia. L’ex
assessora si sarebbe rivolta alla direzione del Pp, ma le sarebbe stato
consigliato di evitare di denunciare, perché tale scelta le avrebbe solo
arrecato danno. Manuel Batista, il sindaco di Mostoles al centro della vicenda,
nega i fatti, motivando la scelta della donna come una ritorsione per non aver
ottenuto il ruolo sperato dopo le elezioni. Il leader nazionale del Pp, Alberto
Núñez Feijóo, ha dichiarato che la sede di Madrid del Pp ha avviato un’indagine
interna sul caso, ma ha concluso che “non c’erano prove sufficienti e razionali
per agire”.
Secondo quanto riferito da El Paìs, la donna si sarebbe quindi rivolta alla
governatrice della Regione di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, per chiedere aiuto.
Ayuso è intervenuta dicendo che la vicenda sia in realtà un “caso fabbricato”
per sabotare il Pp in piena campagna elettorale per le regionali in Aragona.
L'articolo “I popolari hanno insabbiato un caso di molestie”: nuovo scandalo in
Spagna. Per il partito è “un caso fabbricato per sabotare le regionali” proviene
da Il Fatto Quotidiano.