In un panorama di uscite cinematografiche ad ampia scelta, stavolta parlo di tre
titoli davvero assortiti e piuttosto lontani tra loro per genere e intenzioni:
‘Grand Ciel’, dramma operaio con risvoltini fantasy, ‘Un bel giorno’, nuova
commedia family di Fabio De Luigi, ‘La mattina scrivo’, sui sacrifici per la
scrittura, e infine ‘EPiC: Elvis Presley in Concert’, inedito documentario
ballabilissimo di Baz Luhrman. Tutti in sala dal 5 marzo.
Il primo dei quattro film di oggi fonde il tema della sicurezza su lavoro con il
genere thriller ambizioni da cinema del reale ambientato tra durissime
condizioni di lavoro. In una cittadina francese abbiamo un immenso cantiere dove
sorgerà una city modernissima ed elegante. Caschetto giallo e scarponi
antinfortunistica, un padre di famiglia ci lavora di notte sperando di riuscire
ad acquistarci una casa in futuro. E già questo è un dato illusorio, visto il
gap tra il cantiere di lusso e la fragilità economica di un operaio notturno a
chiamata. In Grand Ciel un paio di lavoratori immigrati sans papiers spariscono
misteriosamente in una zona del cantiere a livello fondamenta, parecchi metri
sottoterra. Dove tra l’altro, stranamente, niente mascherine fino alla sequenza
finale. Alcuni colleghi provando a indagare smuoveranno gli equilibri tra potere
e relazioni sul lavoro, e qui viene il fulcro interessante. S’intossicano i
polmoni degli operai e l’anima del loro caposquadra nell’opera prima di Akihiro
Hata, si denuncia la silenziosa congiura ai danni dei lavoratori, costretti dal
ricatto di micro-contratti per accettare condizioni economiche e di sicurezza
altamente sconvenienti, e in più rischiose per salute e incolumità. Piuttosto
controverso anche per il finale, ancor più misterioso che polveroso, propone un
thrilling che si fa seguire nonostante alcune sbavature.
Ora andiamo in Italia, dove il comico apparentemente bonario Fabio De Luigi,
mescola il suo humour, con Virginia Raffaele, in due personaggi. Uno sarà
burbero a riccio, l’altra determinata e speranzosa, con l’aggiunta di qualche
simpatica cattiveria in questa commedia per famiglie dal titolo rassicurante: Un
bel giorno. Ma 7 saranno i giovani complici fondamentali. Infatti un vedovo con
4 figlie incontra una single con 3 ragazzi. Si nascondono reciprocamente il
numeroso dettaglio, ma i nodi verranno al pettine tra gag e una nascente liaison
tutta da ridere.
Da segnalare l’outsider Antonio Gerardi, qui dipendente rustico e impenitente;
anche la suocera puntigliosa di Beatrice Schiros; ma soprattutto le figlie
indomabili del protagonista, una per tutte la più piccola, un’arciera
imprevedibile come un Cupido inesperto: Arianna Gregori. Il film scaglia le
giuste frecce allo spettatore stuzzicandone il buon umore, ma centrando anche
punti più delicati con unacerta dolcezza. Come la disabilità mentale di uno dei
personaggi. De Luigi funziona sempre bene come capocomico, e per il ricco
assortimento di età dei personaggi, al momento della scelta nelle biglietterie
dei multisala il suo film potrà far gola a grandi e piccini.
Torniamo in Francia, dove questo dramma, un cortocircuito borghese tra povertà,
arte, aspirazioni e bugie, dichiarato storia vera alla base del romanzo
originale di Franck Courtès, viene trasformato in vicenda cinematografica da
Valerie Donzelli. Un fotografo di successo che ha rinunciato alla sua carriera
per inseguire il sogno di scrivere si piega a vivere di lavoretti ottenuti sul
web in tragiche aste a ribasso. La mattina scrivo, non è solo titolo, ma motto
chiave del bravissimo Bastien Bouillon, attore che si cuce addosso le ferite
profonde del sacrificio. Lavoro umile ai confini della dignità e
dell’ingiustizia stringono al cappio le ambizioni di un padre che lotta per la
sopravvivenza del suo obbiettivo letterario. La sceneggiatura è ben meritevole
del Premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia 2025… Ma se voi aveste un
bel lavoro da 3.000 euro al mese, lo mollereste per vivacchiare tra povertà e
lavori dolorosi pur di diventare scrittori? Cioè, non provereste a tenervi il
lavoro e scrivere di notte?
Chi invece i suoi sogni non solo li realizzò oltre ogni immaginazione, ma
diventò a sua volta sogno e idolo di milioni di persone è stato il Re del
Rock’n’Roll. EPiC: Elvis Presley in Concert potrebbe essere considerato come
fantastico film succedaneo del buon biopic Elvis, sempre di Baz Lurhman. Questo
doc però parla il linguaggio modernissimo di un cineasta esperto nel costruire
emozioni attraverso il montaggio di filmati originali ritrovati e restaurati. Ne
esce un punto di vista inedito, interno agli show di Las Vegas che fecero
leggenda. 1100 concerti tra il 1979 e il ’77.
Star come Sammy Davis Jr. e Carey Grant tra il pubblico e nel backstage, con
Elvis a chiamare dal palco “Sam” tra una coreografia da karateka e un reggiseno
pervenutogli da una fan tra gli spettatori sono solo alcuni frame. C’è anche
tanto pubblico in questo film che ricostruisce il mito attraverso quel rapporto
empatico dell’artista con lo spettatore attraverso il fenomeno della starità.
Musicalmente tanti suoi successi più inaspettate cover di Oh Happy Day degli
Edwin Hawkins Singers, o Get Back e Yesterday dei Beatles allargano il raggio
d’azione di uno showman monumentale da ogni punto di vista. Le sue chiacchiere
confidenziali con la macchina da presa in camerino raccontano di quando “se la
spassava in furgone”, alcuni rimandi alla sua infanzia gospel e al suo
immancabile Colonnello manager vi riporteranno inevitabilmente al biopic del
2022 con Austin Butler e Tom Hanks. Insomma, questo nuovo lavoro del regista
australiano scoppia di ritmo e buca lo schermo con la capacità di espandere la
memoria. #PEACE
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Concert’, ‘Grand Ciel’ e ‘La mattina scrivo’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Elvis Presley
Nel 2026 fare un altro film su Elvis Presley è un atto che oscilla tra
l’incoscienza e l’arroganza. È come voler incidere per l’ennesima volta Hound
Dog sperando che qualcuno abbia ancora bisogno di sentirla. Di Elvis si è detto
tutto: il ragazzo bianco che canta come un nero, il soldato, l’attore
intrappolato nei filmetti balneari, il re in tuta bianca che si consuma sotto i
riflettori di Las Vegas. Ogni epoca si è presa il suo Elvis, lo ha masticato e
risputato sotto forma di icona pop, reliquia kitsch o martire dello show
business. E allora la domanda era semplice: che senso ha? Cosa resta da
scoprire?
Baz Luhrmann non è uno che si presenta in punta di piedi, non lo ha mai fatto e
infatti fin dagli esordi ha trasformato il cinema in una pista da ballo:
macchina da presa che gira come una trottola impazzita, montaggio che non
concede tregua, costumi e scenografie che sembrano urlare “guardami”… il suo è
un cinema che prende il melodramma e il musical, li scuote e poi li rimette in
scena sotto una luce nuova. Post-moderno, si dirà, ma l’etichetta serve a poco:
Luhrmann è uno che ama il travestimento e la collisione tra epoche.
Con EPiC: Elvis Presley in Concert, in uscita il prossimo 5 marzo, fa qualcosa
di ancora più rischioso. Non racconta Elvis da fuori, non lo osserva come
fenomeno sociologico, ma prova a mettersi dietro i suoi occhi(ali), a farlo
parlare. A farlo cantare e raccontare la propria storia con la propria voce,
pescando tra materiali rimasti per anni nei caveau: negativi dimenticati,
pellicole 8mm, audio inediti. Non è una semplice operazione di restauro, ma il
tentativo di spostare il punto di vista. E qui il film trova la sua forza perché
quando esci dalla sala hai la sensazione fisica di aver assistito a un concerto.
Non a un biopic, a un concerto. Elvis non è raccontato, è presente. Suda, si
muove, scherza, domina il palco con quella combinazione di controllo e abbandono
che lo ha reso unico.
Luhrmann insiste su un aspetto preciso: la frustrazione. Il bisogno di essere
riconosciuto per la propria grandezza, anche al cinema. Elvis voleva essere
preso sul serio, non solo come fenomeno da classifica e in questo c’è qualcosa
di profondamente umano: il desiderio di non essere ridotti alla caricatura di se
stessi. Il film lo mostra mentre combatte contro l’immagine che lo ha reso
celebre. C’è però un’assenza che pesa: l’autodistruzione resta sullo sfondo. Il
lato oscuro, l’eccesso che diventa dipendenza, la fragilità che si trasforma in
abisso, vengono appena sfiorati. Elvis qui è quasi sempre il ragazzo perfetto:
look sgargiante, capelli impomatati, sorriso che scioglie le platee. Il mito è
intatto, forse troppo. Come sempre, la leggenda prevale sull’uomo quando l’uomo
diventa scomodo.
Eppure, nonostante questa scelta, l’operazione funziona anche grazie alla
colonna sonora di Jeremiah Fraites. I mix rinnovati, i medley che assemblano
frammenti noti per generare qualcosa di diverso, non tradiscono il materiale
originario ma lo rilanciano. EPiC rimette Elvis sotto una luce abbagliante,
coerente con l’estetica del suo regista. Si può discutere sulle omissioni, sulle
scelte narrative, sulla tendenza a proteggere l’icona. Ma nel 2026, contro ogni
previsione, un nuovo film su Elvis riesce ancora a farti sentire il peso di una
voce che riempie lo spazio. E quando le luci si accendono, per un attimo, hai
l’impressione che il Re non sia un fantasma ma una presenza viva, ancora capace
di occupare il centro del palco.
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