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La nostra destra sovranista si trova a ricevere lezioni di autonomia da un socialista: mandatela a casa!
di Angelo Palazzolo Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre, cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi giorni fa. Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”? La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i propri principi? Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera. Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani, sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati” Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori dai guai proprio gli americani. Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u lupu sa mancia”. Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez, un socialista. Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa. A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello: mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale, non da cameriere. 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A Rogoredo va in scena la Caporetto della propaganda per il Sì al referendum
Tra scudi penali e decreti sicurezza si articola la propaganda della maggioranza di turno che sta tentando di realizzare quello che è il sogno della politica italiana contemporanea: non avere nessun contropotere che ne possa compromettere la libertà assoluta di azione. Il sogno di essere immune da responsabilità di ogni genere, di poter agire in totale libertà da vincoli o limiti di qualsiasi tipo. Quello di liberarsi dallo spauracchio dei controlli giurisdizionali della Corte dei Conti ma, soprattutto, da quelli di legalità della Magistratura. La parola Costituzione ha perso appeal. Tra invocazioni vacue e richiami astratti e inconferenti, è in corso la sua demolizione fisica prima ancora che semantica. I cittadini italiani sanno veramente cosa impone la Costituzione al nostro Paese per potersi autodefinire democratico? E’ una domanda oggi purtroppo del tutto lecita per come si diffonda, tra le democrazie ‘occidentali’, l’idea che gli eletti dal popolo possano rivendicare la legittimità dell’esercizio del proprio potere al di sopra di tutto. Anche e soprattutto della magistratura. La politica sovranista non si occupa dei problemi della gente perché non ne ha più forza e competenza. Guarda al consenso immediato della pancia dei cittadini forzando in loro paure di ogni genere per nascondere i propri fallimenti. Ecco quindi che occorre esibire un potere tanto muscolare quanto rassicurante. Il terreno ideale è proprio quello più seguito dalla gente: la cronaca nera e quella giudiziaria. La prima viene invasa con interventi spot immediati che risolvono tutto tra leggi speciali e verità rassicuranti, demonizzazioni catartiche. La seconda è l’assist ideale per trovare un capro espiratorio per i propri errori e fallimenti. Per spazzare via il concetto di responsabilità. Il cancro da estirpare sono i diritti degli ultimi che non meritano, quelli di coloro che li criticano, quelli di coloro che vi si oppongono. Rogoredo era un boccone troppo succulento per farselo sfuggire. I buoni contro i cattivi. I buoni uccidono i cattivi. Il buono, il poliziotto, ha ucciso il cattivo, nero e immigrato. Fine della storia. Solidarietà incondizionata al buono. Passerelle di Stato. Prese di posizioni forti evocanti leggi speciali. Il buono viene indagato dal pm e allora dagli al magistrato che, nel frattempo, fa egregiamente il suo mestiere. Il sindacato di Polizia raccoglie fondi volontari elargiti dai cittadini solidali. Ci vuole lo scudo penale e cresce l’indignazione fomentata da propaganda opportunista in prospettiva referendum. Tutto perfetto. Anzi no. Il pm scopre che il buono in realtà non lo è proprio per nulla. Ha ucciso, depistato, falsificato. Non è stata legittima difesa e i suoi rapporti con la vittima sono tutti da chiarire. L’immigrato cessa di essere il cattivo? Mentre il sindacato Sap annuncia la restituzione dei soldi elargiti dai cittadini, ecco il pronto attacco all’ex buono da parte della politica: “Giustizia subito! Che venga condannato due volte!”. La Giustizia è pazienza, diceva qualcuno. “Deve chiedere scusa ai colleghi!”, tuona ancora la politica. Dell’ex cattivo non si dà pena nessuno. Viva l’Italia. L'articolo A Rogoredo va in scena la Caporetto della propaganda per il Sì al referendum proviene da Il Fatto Quotidiano.
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