“Un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”. Così Elon Musk ha definito il
primo ministro spagnolo Sanchez, dopo che quest’ultimo aveva annunciato la nuova
legge che sbarrerà l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Il premier
aveva anticipato le caratteristiche di questa iniziativa durante il suo
intervento al World Government Summit di Dubai, definendo i canali social “uno
Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”. Aveva poi
menzionato lo stesso Musk che aveva criticato la nuova norma mirata a
regolarizzare un certo numero di migranti in Spagna.
Il multimiliardario non ha fatto attendere la sua replica e sul social X di sua
proprietà ha lanciato i suoi improperi su “dirty Sanchez”. Thomas Regnier,
portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica è intervenuto:
“Apprezziamo sempre il rispetto, anche se si tratta di un contesto online, anche
se si tratta di un post sui social media. È così che lavoriamo. È così che
funziona l’Europa, la Commissione europea. Detto questo, è possibile collaborare
con una piattaforma come X? Sì, speriamo che sia possibile collaborare con una
piattaforma come X”.
Ma Regnier ha aggiunto: “Gli amministratori delegati possono essere ritenuti
responsabili in via generale di ciò che accade sulle loro piattaforme? È un
dibattito che dura da anni, sia all’interno della Commissione che con gli Stati
membri, ed è stato presente anche durante i negoziati sul DSA (Digital Service
Act), in relazione all’esenzione da responsabilità: un amministratore delegato è
responsabile di ciò che pubblica online? Io, in quanto amministratore delegato,
sono responsabile di ciò che pubblica online? È molto complicato”. Si intravede,
dunque, lo scarso entusiasmo di Bruxelles per la posizione netta presa dalla
Spagna.
Certamente più vigorosa la presa di posizione di Madrid in difesa del suo
leader. Felix Bolanos, ministro della Presidenza e della Giustizia spagnolo ha
rilanciato il concetto di tecno-casta già usato da Sanchex nel 2025 per indicare
il pericolo che arriva dalla Silicon Valley per le democrazie europee: “Per
molti anni abbiamo visto come i miliardari ingrassassero i loro servitori
politici affinché potessero realizzare programmi per ridurre i diritti , per
attaccare la convivenza, per attaccare la democrazia. Ora hanno fatto un passo
avanti, e questa tecno-casta, questi predatori di tutti, ora partecipano
direttamente alla politica, entrano nel dibattito pubblico e minacciano il
nostro rispetto, la nostra convivenza, i nostri diritti, la nostra democrazia”.
Per Bolanos “il dilemma è chiaro: o mille miliardari che minacciano la
democrazia, i valori e lo Stato sociale, o politici progressisti e coraggiosi
come Sanchez, che tengono testa difendendo ciò che è di tutti”. Il braccio di
ferro tra Madrid e Musk è in corso. Il governo spagnolo intende approvare la
prossima settimana il progetto di legge che introdurrà la responsabilità penale
per i responsabili delle piattaforme digitali.
L'articolo Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando
il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Pedro Sanchez
“Per proteggerci dal Far West digitale dobbiamo riprendere il controllo”.
Intervenendo al World Government Summit di Dubai, il primo ministro spagnolo
Pedro Sanchez annuncia che il suo Paese “vieterà l’accesso ai social media ai
minori di 16 anni”. Sanchez ha dichiarato che sarà operativo un pacchetto di
cinque misure legislative per mettere un freno a quelli che ui ha definito gli
“abusi” delle grandi piattaforme e per garantire “un ambiente digitale sicuro,
democratico e rispettoso dei diritti fondamentali”.
Sanchez è entrato nel dettaglio sulle nuove norme. Al primo punto, ha dichiarato
il premier, ci deve essere la fine dell’impunità dei dirigenti dei grandi
network; saranno loro a essere legalmente responsabili delle violazioni commesse
sulle piattaforme digitali che gestiscono. Dunque, gli amministratori delegati
saranno perseguibili penalmente, se non rimuoveranno contenuti illegali e di
incitamento all’odio. Secondo punto: la manipolazione degli algoritmi e
l’amplificazione di contenuti illegali a scopo di lucro saranno considerati un
reato. Terzo punto: le piattaforme dovranno mettere in atto sistemi efficaci di
verifica dell’età degli utenti, in modo da sbarrare l’accesso ai minori di 16
anni. Quarto punto: la creazione di un sistema di tracciamento per frenare “la
diffusione dell’odio”; comportamenti che avranno “conseguenze legali ed
economiche”. Quinto punto: il governo collaborerà con la Procura per avviare
indagini su potenziali violazioni da parte di Grok, TikTok e Instagram.
Tutto questo si trova in un pacchetto normativo promosso dal ministero della
Gioventù e dell’Infanzia che dovrebbe essere approvato la settimana prossima dal
Consiglio dei ministri.
Il colpo sparato da Sanchez è stato ad alzo zero: “Ci è stato detto che i social
media sarebbero stati uno strumento di comprensione e cooperazione globale, un
veicolo di libertà, trasparenza e responsabilità. Uno spazio in cui video e
algoritmi avrebbero contribuito a migliorare le nostre società e le nostre vite.
Ma è successo il contrario. I social media sono diventati uno stato fallito, un
luogo in cui le leggi vengono ignorate, dove i crimini sono tollerati, dove la
disinformazione è più preziosa della verità e dove metà degli utenti subisce
attacchi d’odio”. In questo contesto, il primo ministro spagnolo ha criticato
anche Elon Musk: “Nonostante sia un immigrato”, ha utilizzato il suo account
personale “per amplificare la disinformazione su una decisione sovrana del mio
governo: la regolarizzazione di 500.000 immigrati che vivono, lavorano e
contribuiscono al successo del nostro Paese. La stessa piattaforma che ha
permesso alla sua intelligenza artificiale, Grok, di generare contenuti sessuali
illegali”.
Con questa decisione, la Spagna segue Portogallo, Francia, Australia che hanno
vietato l’accesso ai social ai minori di 15 anni; il Parlamento Europeo ha
approvato una risoluzione che propone di fissare a 16 anni l’età per interagire
sui network digitali.
L'articolo Anche la Spagna vieterà l’accesso ai social media per gli under 16.
L’annuncio di Sanchez che attacca Musk: “Ha creato disinformazione” proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Va in direzione contraria rispetto a tanti altri Paesi europei la Spagna, che
con un decreto ha deciso di stabilizzare oltre mezzo milione di immigrati
irregolari, offrendo loro la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno.
Mentre molti governi irrigidiscono confini e norme – dall’Italia che vuole
trattenere in Albania i richiedenti asilo fino ai provvedimenti più severi per i
rifugiati in Gran Bretagna e ale pene detentive in Grecia per i migranti che
restano nonostante il respingimento delle richieste di asilo -, l’esecutivo
progressista di Pedro Sanchez dà il via libera a una scelta politica e simbolica
che intreccia diritti, demografia ed economia, rivendicata come risposta
“realistica” a una trasformazione già in atto nella società spagnola. “Oggi è
una giornata storica per il nostro Paese”, ha dichiarato la ministra
dell’Inclusione, Previdenza sociale e Migrazioni, Elma Saiz, al termine del
Consiglio dei ministri. “Rafforziamo un modello migratorio fondato sui diritti
umani, sull’integrazione e sulla convivenza, compatibile con la crescita
economica e la coesione sociale”.
La misura – concordata con Podemos e adottata via decreto dall’esecutivo di
coalizione minoritario Psoe-Sumar, per evitare le forche caudine del Parlamento
– apre l’iter per la concessione di un permesso di residenza legale a “circa
mezzo milione di stranieri” presenti in Spagna da almeno cinque mesi prima del
31 dicembre 2026 e privi di precedenti penali. Inizialmente annuale, consentirà
fin da subito l’accesso al lavoro “in tutti i settori e ovunque nel paese” ai
richiedenti. Che, poi, concluderanno l’iter di integrazione tramite la normativa
ordinaria sugli stranieri. Include i ricongiungimenti familiari da subito anche
per i figli minori. I termini per la presentazione delle richieste di
regolarizzazione inizieranno da aprile per concludere il 30 giugno. I numeri
spiegano le ragioni della scelta. In Spagna vivono oltre 7 milioni di stranieri
su 49,4 milioni di abitanti (dati Ine) e che rappresentano il 16% degli iscritti
alla Previdenza sociale, come ha evidenziato la ministra Saiz. Gli irregolari,
secondo un report de centro di analisi Funcas, sono circa 840mila, otto volte
più che nel 2017. In larga maggioranza (circa 91%) provenienti dall’America
Latina con nazionalità colombiana, peruviana e honduregna particolarmente
numerose, di madrelingua ispanica. Oltre a questo, condividono anche la
religione e sono affini alla cultura del Paese. Una forza lavoro in gran parte
già inserita nei gangli dell’economia e che potrà essere ora regolarizzata.
Mentre i flussi degli irregolari sono in calo: nel 2025 sono entrati in Spagna
circa 37mila migranti irregolari, pari a – 42% rispetto al 2024, secondo il
ministero dell’Interno.
Il governo lega apertamente la robusta crescita economica degli ultimi anni (del
2,9% del Pil nel 2025, oltre il doppio della media europea) al contributo
dell’immigrazione. Non a caso Sanchez ha ripetuto che “è decisivo per
l’espansione dell’economia”. E, proprio oggi, i dati diffusi dall’Ine
sull’occupazione nel 2025 hanno segnato record di oltre 22,4 milioni di
lavoratori, con un tasso di disoccupazione sceso sotto il 10% per la prima volta
da 18 anni. E con quasi mezzo milione di persone in più nella forza lavoro
attiva, che hanno attenuato le pressioni legate all’invecchiamento della
popolazione, sostenendo il sistema di welfare. La sanatoria, ispirata a
un’iniziativa legislativa popolare del 2023, sostenuta da 700mila firme del
mondo associativo (inclusa la Chiesa spagnola) ma bloccata in Parlamento, ha
però esasperato lo scontro politico. Il partito di estrema destra Vox, guidato
da Santiago Abascal, ha reagito con toni estremi, bollandola come un “effetto di
richiamo” per migliaia di persone. Ha accusato il governo di voler “sostituire
il popolo spagnolo” e ha invocato “espulsioni e rimpatri forzati”. Mentre il
leader del conservatore Partido Pupular, Alberto Nunez Feijoo, ha definito la
regolarizzazione “una cortina di fumo” tesa a “distogliere l’attenzione” da
criticità, come la gestione dei trasporti pubblici, dopo le recenti tragedie
nazionali della strage ferroviaria di Adamuz (Cordoba) in cui sono morte 45
persone.
I numeri sui migranti in Spagna – Secondo quanto emerge dal rapporto del centro
di analisi economico-sociale Funcas, basato su dati aggiornati al 2025, in
Spagna vivono circa 840mila immigrati extracomunitari in situazione irregolare,
una cifra otto volte superiore a quella del 2017. Secondo lo studio, gli
stranieri senza permesso erano otto anni fa 107mila e rappresentano oggi il
17,2% della popolazione extracomunitaria. La maggior parte non è arrivata via
mare, ma in aereo, entrando regolarmente e perdendo poi lo status legale. I
paesi di provenienza sono in larga parte quelli dell’America Latina, regione da
cui provengono circa 760mila persone. In testa i colombiani (circa 290mila),
seguiti dai peruviani (quasi 110mila) e honduregni (90mila). Molto più
distaccate le altre aree: Africa (circa 50mila), Asia (15mila) ed Europa non Ue
(14mila). In passato la Spagna ha varato nove regolarizzazioni di migranti tra
il 1986 e il 2005 promosse da governi sia socialisti che popolari, che hanno
consentito complessivamente la regolarizzazione di oltre un milione di
immigrati, l’ultima delle quali venti anni fa con l’esecutivo Zapatero, quando
furono concessi documenti a oltre 576mila stranieri.
L'articolo Spagna in controtendenza rispetto all’Europa: il governo Sanchez
regolarizza oltre 500mila migranti proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un contesto internazionale segnato dal ritorno della politica della paura e
dalla normalizzazione di retoriche escludenti, la Spagna di Pedro Sánchez emerge
come un’anomalia positiva nel panorama europeo. Diritti, inclusione,
multilateralismo e sicurezza umana guidano scelte concrete: dal rifiuto della
corsa al riarmo alla politica migratoria, dalla cooperazione internazionale alla
diplomazia. Un caso che mostra come un’altra traiettoria di governo sia
possibile, anche sotto pressione, senza trasformare la paura in programma
politico.
Mentre negli Stati Uniti il presidente Donald Trump e i suoi seguaci riportano
al centro un’idea di politica fondata sulla paura, sull’esclusione e sulla
criminalizzazione dell’alterità, e mentre in Europa quella stessa grammatica
viene sempre più spesso ripresa e normalizzata da vari governi, la Spagna di
Pedro Sánchez si sta delineando come una vera e propria anomalia politica
(positiva). Un’alternativa coerente fondata su diritti, inclusione, solidarietà,
diplomazia e multilateralismo, senza retorica e fuori da una semplice postura
comunicativa.
Il caso spagnolo mostra qualcosa di sempre più raro nel panorama occidentale:
una coerenza sostanziale tra politica interna e politica estera, tra discorso
sui diritti e scelte di governo concrete. In un’epoca segnata dal ritorno della
forza come criterio ordinatore delle relazioni internazionali, dalla corsa al
riarmo e dalla securitizzazione delle politiche migratorie, Madrid insiste su
un’altra idea di sicurezza: la sicurezza umana.
È in questo quadro che va letto anche l’ostinato rifiuto del governo Sánchez di
allinearsi alla richiesta di portare la spesa militare della Nato al 5% del Pil,
così come l’accordo con il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp),
che porterà a Madrid una parte significativa delle posizioni decentralizzate
dalla sede di New York. Non è solo una scelta logistica: è il riconoscimento del
ruolo della Spagna come attore credibile del multilateralismo, come spazio
politico che investe nella cooperazione, nella governance globale e nella
prossimità ai contesti di crisi. In un mondo in cui il trumpismo disprezza
apertamente le Nazioni Unite e svuota le istituzioni multilaterali, la Spagna fa
l’opposto: le rafforza e le ospita.
Come ulteriore esempio, si può citare la cosiddetta politica estera femminista
adottata dalla Spagna, che non è riducibile a un’etichetta progressista ma che
rappresenta piuttosto una cornice che ridefinisce le priorità: centralità dei
diritti umani e del focus di genere, multilateralismo, cooperazione allo
sviluppo sostenibile, prevenzione dei conflitti e diffusione della cultura della
Pace, rifiutando l’escalation militare come risposta automatica alle crisi.
Infine il riconoscimento dello Stato di Palestina, deciso nel maggio 2024
nonostante fortissime pressioni diplomatiche, si iscrive esattamente in questa
visione: riaffermare il diritto internazionale in un contesto globale che lo
erode sistematicamente.
Ma è soprattutto sul terreno delle politiche migratorie che la Spagna rompe con
il clima dominante. Mentre la retorica trumpista — fatta di muri, deportazioni e
punizioni collettive — torna a essere un riferimento esplicito anche in Europa,
il governo Sánchez si prepara a una regolarizzazione straordinaria di centinaia
di migliaia di persone migranti in situazione amministrativa irregolare. Una
misura sostenuta da un’ampia mobilitazione sociale e da una iniziativa
legislativa popolare, che riconosce un dato di realtà spesso negato: senza
migrazione non c’è crescita, non c’è sostenibilità del welfare, non c’è futuro
demografico. I numeri lo confermano: secondo la Banca di Spagna, la popolazione
straniera ha contribuito in modo significativo alla crescita del Pil pro capite
negli ultimi anni. L’Ine certifica che quasi una persona su cinque nel Paese è
nata all’estero e l’Ocse registra un aumento costante dell’immigrazione di lungo
periodo.
La risposta spagnola non è la repressione, ma l’inclusione: i diritti come
infrastruttura economica, non come costo da comprimere. A rafforzare
ulteriormente questa traiettoria si colloca anche il ruolo crescente della
Aecid, Agencia Española de Cooperación Internacional para el Desarrollo,
l’agenzia pubblica che coordina la cooperazione internazionale spagnola. Negli
ultimi anni la Aecid ha aumentato in modo significativo i propri investimenti,
riaffermando una visione della cooperazione come politica pubblica strategica e
non residuale. Un orientamento che privilegia diritti umani, uguaglianza di
genere, coesione sociale, governance democratica e partenariati con l’America
Latina e i Caraibi, in controtendenza rispetto ai tagli e alla marginalizzazione
della cooperazione osservati in altri Paesi europei.
Non si tratta solo di risorse economiche, ma di scelte politiche chiare e
lungimiranti, mirate a rafforzare la cooperazione riconoscendo che la sicurezza
non si costruisce esclusivamente con più armi o più muri, ma con istituzioni
solide e relazioni internazionali fondate sulla corresponsabilità. Anche in
questo ambito, la Spagna si distingue per una lettura strutturale delle crisi
globali, distante tanto dalla logica emergenziale quanto dalla retorica
securitaria. E in questa cornice si inserisce in questo 2026 un appuntamento di
forte valore politico e simbolico: il XXX Summit Iberoamericano dei Capi di
Stato e di Governo, che si terrà a Madrid il 4 e 5 novembre 2026. L’incontro,
che segnerà il 35esimo anniversario della prima Cumbre Iberoamericana, mira a
rafforzare la cooperazione, il dialogo politico e la proiezione internazionale
della comunità iberoamericana in un contesto globale segnato da frammentazione,
conflitti e ritorno delle logiche di potenza coloniale.
Certo, nulla di tutto questo avviene in un vuoto politico. La Spagna attraversa
una fase di forte polarizzazione, frammentazione parlamentare e conflitti
istituzionali irrisolti. Ma proprio qui sta il punto: l’alternativa spagnola non
è quella dell’uomo forte o della scorciatoia autoritaria, bensì quella — più
faticosa — della democrazia sociale, del compromesso, della tenuta dei diritti
anche sotto pressione.
Di fronte alla possibile egemonia di un nuovo ciclo trumpista globale — e
all’entusiasmo con cui molti governi europei ne adottano linguaggi, priorità
militari e politiche di esclusione — la Spagna dimostra che un’altra traiettoria
è possibile: crescere senza militarizzarsi, inclusione come reale possibilità di
crescita economica, governare senza trasformare la paura in programma politico.
Non è un modello esportabile in modo meccanico, né una storia senza ombre. Ma è,
oggi, una delle poche contro-narrazioni credibili a una deriva che presenta
l’autoritarismo come realismo e l’ingiustizia come inevitabile.
L'articolo In un’Europa che segue Trump, la Spagna dimostra che un’altra
traiettoria è possibile proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il governo spagnolo ha annunciato un nuovo pacchetto di misure per contrastare
la crisi degli affitti. Il presidente del Consiglio, Pedro Sánchez, ha
presentato una serie di interventi “urgenti e incisivi” per il mercato delle
locazioni, che saranno approvati nelle prossime settimane tramite un
decreto-legge. Il fulcro dell’iniziativa è un incentivo fiscale totale
(esenzione IRPF al 100%) per i proprietari che rinnoveranno i contratti senza
aumentare il canone agli inquilini.
“È semplice: chi garantisce un alloggio dignitoso verrà sostenuto, chi specula
verrà fermato”, ha dichiarato Sánchez durante l’avvio dei lavori di demolizione
dell’ex caserma di Campamento a Madrid. Si tratta di un progetto urbanistico in
cui sorgeranno 10.700 abitazioni a prezzi accessibili, in affitto e in vendita,
tutte con vincolo permanente di edilizia protetta. L’obiettivo dichiarato è
ridurre la pressione su uno dei mercati immobiliari più tesi della Spagna.
La misura più rilevante riguarda dunque l’esenzione totale dall’imposta sul
reddito per i proprietari che manterranno invariato l’affitto al momento del
rinnovo del contratto. Secondo il governo, questo permetterà di compensare
fiscalmente gli aumenti che i locatori avrebbero applicato, senza ridurre i loro
introiti. Nel 2026 scadranno circa 600.000 contratti di locazione, che
potrebbero rientrare nel nuovo schema. Proprio questi rinnovi sono al centro del
dibattito politico, poiché da tempo associazioni e sindacati degli inquilini
chiedono che i contratti vengano prorogati automaticamente.
Il decreto-legge interverrà anche su una delle principali falle della normativa,
quella degli affitti a stanze e dei contratti di breve durata, spesso utilizzati
per aggirare i limiti ai canoni nelle zone dichiarate “tese”. La nuova
regolazione stabilirà che la somma dei canoni delle singole stanze non potrà
superare l’affitto dell’intero appartamento e che, nelle aree sottoposte a
controllo dei prezzi, anche questi contratti saranno soggetti ai tetti previsti
dalla legge. Gli affitti temporanei dovranno inoltre rispettare requisiti più
stringenti e sarà introdotto un sistema di sanzioni per chi viola la normativa,
con l’obiettivo di contrastare l’uso speculativo di queste formule contrattuali.
Queste misure, in parte, riprendono quanto già in vigore in Catalogna da alcune
settimane, ma con una cornice giuridica statale più solida.
Le associazioni degli inquilini restano però insoddisfatte. Il Sindicat de
Llogateres ha definito le misure “aria fritta”, sostenendo che “si tratta in
gran parte di una legge che avevamo già presentato al Parlamento e che è
bloccata da un anno e mezzo”. Secondo il sindacato, inoltre, la sua applicazione
dipende da una maggioranza parlamentare che Sánchez oggi non ha più, dopo la
rottura con i catalani di Junts.
A criticare la linea del governo è stata anche la vicepresidente Yolanda Díaz,
leader di Sumar, che su Bluesky ha scritto: “Donare denaro pubblico ai grandi
proprietari è un grave errore. In questi termini, la proposta del PSOE non avrà
il nostro sostegno. La casa è un diritto costituzionale, non un’agevolazione
fiscale”. Ma non è stata la sola. “L’obiettivo delle politiche abitative deve
essere garantire i diritti degli inquilini e porre fine alla bolla speculativa.
I vantaggi fiscali ai proprietari vanno nella direzione opposta”, ha dichiarato
la ministra dell’Infanzia Sira Rego. Il ministro dei Consumatori Pablo Bustinduy
ha aggiunto che “la proroga degli affitti non può essere un premio per i
proprietari: deve essere un diritto degli inquilini”. Sumar chiedeva già a
dicembre una proroga automatica di tre anni per i 632.369 contratti che
scadranno nel 2026. Secondo il Ministero dei Diritti Sociali, questa “grande
ondata di rinnovi” riguarderà 1,6 milioni di persone, che diventano 2,7 milioni
includendo anche i contratti in scadenza nel 2027.
Neppure il settore immobiliare appare convinto. Pur accogliendo positivamente lo
sgravio fiscale, resta scettico sui suoi effetti. José María Alfaro, presidente
della Federazione delle associazioni immobiliari, avverte che il vero problema
resta la mancanza di sicurezza giuridica per recuperare gli immobili in caso di
morosità e durante le procedure di sfratto. Inoltre, secondo Alfaro, la misura
non produrrà un aumento reale dell’offerta e i limiti sugli affitti a stanze
sono “economicamente insostenibili”.
Sul piano politico, il Partido Popular (PP) ha rilanciato una linea alternativa:
il problema principale, secondo i popolari, non sono i prezzi in sé ma la
scarsità di offerta. Per questo propongono di premiare finanziariamente le
Comunità Autonome che liberalizzano il suolo edificabile, accelerano le licenze
urbanistiche e favoriscono la costruzione di nuove abitazioni, pubbliche e
private. Secondo il PP, invece di “punire” i proprietari con limiti e controlli,
bisognerebbe incentivare l’aumento dell’offerta per far scendere i prezzi
attraverso il mercato. Il partito accusa il governo di Sánchez di scoraggiare
gli investimenti e di ridurre ulteriormente l’offerta con una regolazione
eccessivamente rigida.
L'articolo Le mosse di Sánchez contro il caro affitti in Spagna: maxi-sconto
fiscale ai proprietari che non aumentano i canoni proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il premier spagnolo Pedro Sanchez si lancia su TikTok e Spotify per conquistare
cuori e voti dei più giovani, tra tour virtuali alla Moncloa, la sede del
governo e sua residenza, e playlist musicali. La prima incursione ieri su TikTok
– il cui profilo è aperto da poco più di tre mesi – con “Un piccolo ‘house tour’
per la Moncloa”. La clip mostra l’interno della sua residenza dove, fra un
tentativo – fallito – di aprire una porta e qualche risata di squadra, il
presidente racconta l’importanza storica dei luoghi. La sala del Consiglio dei
ministri, ad esempio, anche detta la Sala dell’Orologio, non è solo una stanza,
ma una reliquia che conserva i ricordi dei governi di Adolfo Suarez, primo
ministro della Transizione dalla dittatura alla democrazia, e di Felipe
Gonzalez, primo premier socialista.
Sulla piattaforma Spotify, Sanchez ha deciso di dare sfogo alla sua passione per
la musica, condividendo la sua playlist dell’anno. Annunciata nel suo account su
X, si intitola ‘Monstruo 2025′ e contiene 18 brani che spaziano tra rock, indie
e un po’ di Rosalia. “Il 2025 è stato un grande anno, anche nella musica”,
assicura il premier, aspirante influencer. I brani più rappresentativi? “One of
the greats” dei Florence and The Machine e “Stand by” degli spagnoli
Extremoduro, band che ha recentemente perso il suo leader, Robe. Ma anche la
travolgente “Berghain” di Rosalía fa capolino tra le sue scelte.Tra i pezzi più
curiosi, “Crispy skin” degli Squid, “The dream” di Joan as Police Woman e
“Seein’ stars” dei Turnstile, con un’incursione nelle sonorità di Sharon Van
Etten e Destroyer.
L'articolo “Vi mostro il palazzo del governo”, il video di Pedro Sanchez diventa
virale: così il premier spagnolo vuole conquistare i giovani proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Le elezioni regionali in Extremadura hanno rappresentato un duro colpo per il
Partito socialista operaio spagnolo guidato da Pedro Sánchez, aprendo una fase
di forte incertezza per il governo nazionale. In un contesto segnato da bassa
affluenza e diffusa sfiducia verso la politica, il voto ha assunto un
significato che va oltre i confini regionali, trasformandosi in un test politico
di portata nazionale.
In una comunità storicamente considerata un bastione del socialismo, il Psoe ha
subito una sconfitta netta, passando da 28 a 18 seggi e perdendo oltre 100mila
voti rispetto alla precedente tornata. Un arretramento che riflette non solo
dinamiche locali, ma anche un elettorato sempre più disilluso, colpito da mesi
di scandali che hanno investito la maggioranza di governo e dalla crescente
difficoltà della sinistra nel mobilitare i propri voti tradizionali. Il Partito
popolare si è confermato prima forza politica con circa il 43% dei consensi e 29
seggi, senza però raggiungere la maggioranza assoluta, costringendo la leader
regionale María Guardiola a cercare un accordo con Vox. Il partito di estrema
destra ha raddoppiato la propria rappresentanza, passando da cinque a undici
seggi, assumendo un ruolo centrale nella formazione di qualsiasi maggioranza
conservatrice.
Il risultato va oltre il perimetro regionale. La combinazione di sconfitta
socialista, avanzata di Vox e vittoria incompleta del Pp proietta un possibile
riassetto del quadro politico nazionale, con implicazioni dirette sulle prossime
elezioni regionali in Aragona e in Andalusia e sull’orizzonte delle elezioni
generali.
La risposta immediata del premier Sánchez è stata un rimpasto di governo,
presentato come segnale di rilancio dell’esecutivo. Elma Saiz è stata nominata
nuova portavoce, mentre il ministero dell’Istruzione è stato affidato a Milagros
Tolón. In una dichiarazione alla Moncloa, Sánchez ha ribadito di affrontare “con
entusiasmo e con le batterie cariche” la seconda metà della legislatura,
evitando però qualsiasi riferimento diretto al voto in Extremadura. Dal quartier
generale socialista di Ferraz si è tentato di ridimensionare il risultato,
attribuendolo a fattori locali e alla bassa affluenza, senza considerarlo un
giudizio complessivo sull’operato del governo. Tuttavia, il quadro politico
appare più complesso: una sinistra frammentata e in difficoltà nel parlare
all’elettorato moderato, e una destra in crescita, trainata soprattutto dalla
componente più radicale. Il prossimo banco di prova sarà l’Aragona, roccaforte
del Pp, dove la candidata socialista Pilar Alegría ha lanciato la sua campagna,
invitando a “non rassegnarsi” a un’Aragona delle “disuguaglianze”.
Un nuovo arretramento per il Psoe rafforzerebbe la percezione di un trend
negativo. Il futuro politico di Pedro Sánchez così appare sempre più complesso.
Il presidente ha ribadito la volontà di arrivare a fine legislatura e di
ricandidarsi nel 2027, valorizzando i risultati economici e sociali degli ultimi
anni. La sfida per il presidente è duplice: contenere la perdita di consensi nei
territori chiave e ricostruire la credibilità del progetto socialista. Il
contesto lo penalizza, tra scandali interni e accuse nel partito. Se da un lato
mantiene il sostegno di parte dell’apparato socialista per arrivare fino alla
fine della legislatura, dall’altro molti dirigenti temono che perseverare possa
danneggiare ulteriormente i socialisti nelle urne. Il vero banco di prova sarà
rappresentato dalle elezioni regionali in Andalusia nel 2026, una regione
governata dal PP dal 2018, dove i sondaggi indicano un netto vantaggio dei
popolari (accreditati del 40%) e una crescita costante di Vox (17).
A destra anche per il Pp il risultato di Extremadura presenta elementi
ambivalenti. Pur confermandosi primo partito, la necessità di un’intesa con Vox
evidenzia la crescente dipendenza dalla destra radicale, inclusa la sua agenda:
immigrazione, sicurezza, identità nazionale.
I sondaggi nazionali consolidano il vantaggio del Pp, con possibilità che il
centrodestra governi con o senza Vox. Se a livello regionale i governi di
coalizione a destra sono già una realtà, il nodo del governo centrale resta
aperto. Feijóo continua a evitare una risposta netta, oscillando tra il profilo
moderato e la necessità aritmetica di sommare i voti della destra radicale.
L’esperienza di Extremadura suggerisce che la distanza tra alleanze locali e
nazionali si stia assottigliando. La domanda non è più se il Pp possa governare
con Vox, ma se – in caso di vittoria alle elezioni politiche – sarà disposto a
farlo anche a Madrid, una scelta che potrebbe ridefinire l’equilibrio politico
della Spagna.
L'articolo Sànchez: le Regionali come un campo minato. I Popolari davanti al
dilemma: governare con l’estrema destra di Vox? proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Un abbonamento unico per i trasporti, che entrerà in vigore nella seconda metà
di gennaio” e che consentirà “a tutti i cittadini e le cittadine di poter
viaggiare sui treni di prossimità e di media distanza e sugli autobus in tutto
il Paese”. Costo mensile: 60 euro per gli adulti e 30 euro per i giovani al di
sotto dei 26 anni e sarà valido per viaggiare su bus e treni sull’intero
territorio spagnolo. Pedro Sanchez ha annunciato la nuova misura varata dal suo
governo, che rientra nel bilancio di fine anno dell’esecutivo progressista. La
notizia arriva nelle settimane in cui i socialisti sono travolti da uno scandalo
di abusi sessuali. Una vicenda che colpisce al cuore l’identità pubblica del
Psoe, forza che da anni rivendica un ruolo di avanguardia nella lotta contro la
violenza machista e che adesso mette a rischio, di nuovo, la tenuta
dell’esecutivo. “È una misura molto importante, molto positiva che consentirà di
risparmiare a tutto il Paese”, ha detto Sanchez, calcolando che permetterà di
ridurre del 60% le spese di trasporto a livello individuale. “Auspichiamo che
progressivamente si aggiungano all’abbonamento tutte le reti di trasporto
pubblico regionale facilitando accesso accessibile a tutti i cittadini e
cittadini”, ha anche detto il leader socialista. “A noi sembra che questo
significhi governare”, ha enfatizzato.
Sul provvedimento è intervenuta anche la leader del Pd Elly Shlein, che ha
evidenziato le scelte opposte del governo Meloni rispetto a Madrid. “Oggi il
premier spagnolo Pedro Sanchez ha annunciato un abbonamento unico nazionale in
Spagna che aiuta l’accessibilità del trasporto pubblico locale e guarda in
particolare ai giovani che con 30 euro si potranno spostare in tutta la Spagna.
In Italia, intanto, il governo di Meloni e Salvini continua a tagliare le
risorse sul trasporto pubblico locale scaricando vergognosamente le proprie
responsabilità sui sindaci che davanti ai tagli del governo non potranno che o
ridurre le corse e prendersi la colpa al posto di Salvini, o aumentare i prezzi
di biglietti e quindi prendere la colpa al posto di Salvini non è accettabile.
Il trasporto pubblico – ha infine aggiunto Schlein – è un diritto fondamentale
dei cittadini e questo governo deve smettere di tagliare le risorse e mettere i
comuni in condizioni di far spostare le persone”.
L'articolo Abbonamento unico per i trasporti in tutta la Spagna: 60 euro al mese
per gli adulti, la metà per gli under 26 proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) attraversa una delle fasi più
complesse e contraddittorie della sua recente traiettoria di governo. A una
crisi politica latente, legata alla fragilità della maggioranza parlamentare e
ai rapporti sempre più tesi con gli alleati indipendentisti, si è sommata nelle
ultime settimane una crisi morale e di credibilità provocata dall’emersione di
diversi casi di presunte molestie e abusi sessuali che coinvolgono dirigenti ed
esponenti del partito. Una vicenda che colpisce al cuore l’identità pubblica del
PSOE, forza che da anni rivendica un ruolo di avanguardia nella lotta contro la
violenza maschilista e che adesso mette a rischio, di nuovo, la tenuta
dell’esecutivo, con gli alleati di Sumar che chiedono un rimpasto di governo.
I casi emersi hanno avuto un forte impatto mediatico e politico perché
riguardano figure inserite, a vario titolo, nei gangli del potere socialista. Il
primo a esplodere a livello nazionale è stato quello di Francisco Paco Salazar,
ex consigliere politico di lunga esperienza e considerato vicino agli ambienti
della presidenza del governo. Diverse donne, militanti o lavoratrici in ambiti
collegati al partito, lo hanno accusato di comportamenti sessisti, commenti sul
corpo, messaggi inappropriati e pressioni per incontri fuori dall’orario di
lavoro. Secondo quanto ricostruito dalla stampa, almeno due denunce formali sono
state presentate attraverso i canali interni del PSOE, senza però ricevere
risposta per mesi. Una gestione che ha alimentato l’accusa più grave rivolta al
partito: non tanto l’esistenza di singoli comportamenti abusivi, quanto la
tendenza a minimizzare e ritardare l’intervento per proteggere l’organizzazione.
Salazar ha sempre respinto le accuse, ma ha infine lasciato i suoi incarichi in
un clima segnato dalla percezione di una reazione tardiva e difensiva.
Un secondo caso riguarda Antonio Navarro, segretario generale del PSOE a
Torremolinos, accusato da una donna del partito di molestie attraverso messaggi
WhatsApp e commenti ritenuti umilianti. Dopo la pubblicazione delle accuse, la
direzione socialista lo ha sospeso dal ruolo, in attesa degli sviluppi
giudiziari. In Galizia, è stato invece José Tomé, presidente della Deputazione
di Lugo e figura influente del socialismo locale, a dimettersi dopo segnalazioni
interne di comportamenti inappropriati. Tomé ha parlato di un attacco politico e
di un tentativo di “incastrarlo”, ma la pressione interna e l’attenzione
mediatica hanno reso inevitabile il passo indietro. Il caso più recente è quello
di Javier Izquierdo, senatore ed esponente della Commissione Esecutiva Federale
del PSOE, che ha rassegnato le dimissioni dopo una nuova denuncia per molestie
sessuali. In un messaggio pubblico ha parlato di “motivi personali”, ma il
contesto ha reso evidente il legame tra il suo ritiro e la vicenda.
La risposta del PSOE ha suscitato critiche trasversali. Da più parti si accusa
il partito di aver agito con lentezza, scarsa trasparenza e insufficiente
attenzione alle vittime. “Non basta dichiarare tolleranza zero, servono azioni
immediate e verificabili”, ha ammesso la dirigente socialista Rebeca Torró dando
voce a un malessere diffuso anche all’interno del partito. Le associazioni
femministe socialiste, come Femes, hanno parlato di un sistema di tutela che,
nei fatti, continua a scoraggiare la denuncia.
Critiche durissime proprio contro chi, negli ultimi anni, ha promosso alcune
delle politiche più avanzate in Europa contro la violenza maschilista. Tra
queste figurano la legge sul consenso sessuale (“solo sì è sì”), il
rafforzamento delle misure di protezione per le vittime di violenza di genere,
l’estensione dei diritti economici e sociali alle donne che denunciano abusi,
l’aumento dei fondi per i centri contro la violenza sulle donne e una strategia
statale che riconosce la violenza maschilista come un problema strutturale, non
privato. Sánchez ha più volte ribadito che “la durezza contro lo stalking e
l’abuso ha delle sigle, e sono quelle del PSOE”, rivendicando la coerenza
dell’azione legislativa socialista. Eppure, proprio questa distanza tra
l’impianto normativo e la gestione concreta dei casi interni rischia di minare
la credibilità dell’intero progetto politico.
La crisi ha avuto effetti immediati anche sulla stabilità dell’esecutivo. Il
partner di coalizione Sumar ha preso pubblicamente le distanze dalla gestione
socialista della vicenda. La vicepremier Yolanda Díaz ha parlato di una
situazione “insostenibile”, chiedendo un rimpasto di governo come segnale
politico di discontinuità. Una richiesta che ha aperto una frattura evidente
nella maggioranza. Pedro Sánchez ha respinto l’ipotesi di un rimpasto profondo e
ha escluso elezioni anticipate, ribadendo la volontà di proseguire l’azione di
governo “nonostante circostanze complesse”. Ma la crisi arriva in un momento
particolarmente delicato: il PSOE governa grazie a una maggioranza parlamentare
fragile, fondata sull’appoggio esterno di partiti indipendentisti catalani e
baschi, con i quali i rapporti si sono recentemente deteriorati su dossier
chiave.
La rottura di alcuni canali di dialogo con gli indipendentisti riduce i margini
di manovra del governo e rende Sánchez ancora più restio a concedere spazio agli
alleati di sinistra all’interno dell’esecutivo. La strategia socialista,
coerente con una tradizione consolidata, resta quella di mantenere una gestione
fortemente centralizzata del governo, cercando appoggi esterni caso per caso
piuttosto che ridefinire gli equilibri interni. In questo quadro, la crisi degli
scandali sessuali non è solo una questione etica o reputazionale: è un fattore
che si intreccia con la fragilità parlamentare, le tensioni nella coalizione e
il difficile rapporto con gli indipendentisti. Un nodo politico che il PSOE non
potrà sciogliere solo con dichiarazioni di principio, ma che richiederà scelte
strutturali, sia sul piano interno sia su quello della tenuta dell’esecutivo.
L'articolo Spagna, i Socialisti travolti da uno scandalo di abusi sessuali. E
gli alleati di Sumar chiedono il rimpasto di governo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La vicepremier del governo spagnolo e ministra del Lavoro Yolanda Díaz che
chiede al premier Pedro Sanchez un rimpasto di governo, mentre i partiti che
fanno parte della piattaforma progressista, tra cui Izquierda Unida, Mas Madrid,
e Movimiento Sumar, hanno esortato il Psoe a promuovere azioni contro la
corruzione e le molestie, oltre a concordare con la richiesta di Diaz. Il capo
dell’esecutivo spagnolo respinge però la richiesta, e si dice al contrario
“soddisfatto dei suoi ministri”, ribadendo che nessuno di questi è coinvolto nei
casi di presunta corruzione o molestie sessuali che hanno riguardato esponenti
del Psoe. Dalla Moncloa trasmettono quindi un messaggio di “tranquillità”. Il
Partito socialista spagnolo è stato scosso in questi giorni dalle accuse di
molestie sessuali rivolte da alcune donne contro dirigenti ed esponenti della
formazione politica. Il caso più noto è quello dell’ex consigliere della
Moncloa, Francisco ‘Paco’ Salazar, considerato vicino a Sanchez. Altre accuse
riguardano il presidente della provincia di Lugo, José Tomé, e il segretario
generale di Torremolinos, Antonio Navarro. Inoltre ieri si è dimesso Javier
Izquierdo, un membro di spicco della leadership del partito, e il Psoe ha
riferito di aver aperto un procedimento interno per fare luce sulla vicenda.
Le dichiarazioni di Yolanda Diaz -“Non possiamo continuare così”, ha detto Díaz
in un’intervista all’emittente LaSexta, “è ora di agire”. La vicepremier seconda
ha detto di aver espresso allo stesso Sanchez la sua posizione. L’esecutivo può
resistere così?, ha chiesto il conduttore tv, “così no”, ha risposto Diaz, il
cui partito Sumar governa in coalizione con il Psoe di Sanchez. “E’ finita
l’epoca delle riflessioni, dei cambiamenti e delle riforme cosmetiche, c’è un
punto e a capo ed è ora di agire”, ha sostenuto la vicepremier seconda,
sottolineando che è “necessario un cambiamento assolutamente profondo nella
squadra di governo”. “Non si può continuare così, quello che sta succedendo è
molto grave”, “è insopportabile quello che stiamo vivendo, la corruzione e il
machismo”, ha proseguito. Rispondendo alla domanda su cosa farà Sumar se Sanchez
non dovesse rispondere alle richieste del partito, Diaz ha risposto: “Valuteremo
il da farsi”. La vicepremier seconda ha quindi chiesto “misure immediate e
severe, per evitare e prevenire la corruzione” che, ha detto, “non è nè di
sinistra nè di destra” e ha affermato che il Psoe e Sanchez dovrebbero “dare
spiegazioni” su quanto sta accadendo. I cambi nell’esecutivo che probabilmente
verranno effettuati saranno legati alle elezioni regionali. L’attuale portavoce
e ministra dell’Istruzione e dello Sport Pilar Alegria sarà la candidata del
Psoe in Aragona, dove è ormai quasi sicuro che verranno convocate elezioni
anticipate, mentre la vicepremier e ministra delle Finanze María Jesús Montero,
è la candidata nelle prossime elezioni in Andalusia. Díaz, della piattaforma
progressista Sumar, che governa insieme al Psoe, ha chiesto oggi a Sanchez una
riforma “radicale del governo”, dopo gli scandali di corruzione e molestie
sessuali che hanno visto coinvolti esponenti del Psoe.
Lo scandalo molestie – La segretaria dell’organizzazione Rebeca Torro ha tenuto
una conferenza stampa nella sede del Psoe per fare il punto sulla situazione e
riferire in particolare sul caso di Salazar. L’ex consigliere della Moncloa è
stato accusato da alcune donne sul media eldiario.es di molestie sessuali. Poi
sono state presentate denunce anonime contro Salazar all’apposito organo
anti-molestie del Psoe. Dopo cinque mesi le denuncianti hanno lamentato di non
aver avuto aggiornamenti sul caso. Torro, rispondendo alle domande dei
giornalisti, ha affermato che nessuno nel partito ha mai voluto “coprire” il
caso, ha detto che l’organo anti-molestie ha continuato a svolgere il suo lavoro
per redigere un rapporto sulla vicenda, e ha però ammesso un “errore nella
comunicazione” con le denuncianti. “Alle donne che hanno sporto denuncia, chiedo
scusa a nome mio e del partito”, ha detto, annunciando misure per migliorare il
funzionamento del meccanismo ‘anti-molestie’ nel Psoe. “Saremo implacabili”, ha
detto Torro, tenendo a sottolineare che il machismo è un problema trasversale
che non riguarda solo il Psoe ma l’intera società.
“Quello che stiamo vivendo segna un prima e un dopo. Mancare di rispetto alle
donne e mettere in atto comportamenti maschilisti è incompatibile con l’essere
socialisti”, ha detto Torro, sostenendo che il Psoe è diverso dagli altri
partiti poiché “impara dagli errori e agisce di conseguenza”. “Non accettiamo
lezioni da chi nega la violenza di genere“, ha affermato, in riferimento
all’ultradestra, sostenendo poi che “oggi la Spagna è un Paese femminista grazie
ai governi del Psoe”. Torro ha ripercorso le tappe della vicenda di Paco
Salazar. Ha ricordato che la notte prima del Comitato federale del Psoe del 5
luglio, che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta nel partito dopo lo
scandalo di corruzione, il media eldiario.es ha pubblicato testimonianze di
donne che accusavano di molestie Salazar, che avrebbe dovuto essere nominato
allora vice segretario dell’organizzazione. Torro ha detto che fino a quel
momento il partito non aveva ricevuto denunce sul comportamento del dirigente e
che nonostante questo Salazar non è stato nominato come vice segretario
dell’organizzazione e ha lasciato l’incarico alla Moncloa. Successivamente, il 7
luglio, il Psoe ha abilitato un canale specifico per far arrivare le denunce
all’apposito ‘organo anti-molestie’ del partito.
“L’1 dicembre abbiamo saputo attraverso elDiario.es che c’erano deficit nella
comunicazione con le denuncianti”, ha proseguito, sostenendo che “l’organo ha
lavorato dal momento in cui ha ricevuto le denunce anche se non c’è stata una
buona comunicazione con le donne”. Torro ha riferito che l’organo anti-molestie
ha concluso il suo lavoro ed emesso un rapporto, che è confidenziale, e per
questo ha detto di non poterne rivelare i dettagli. Si è limitata a dire che il
Psoe ha rilevato che “il comportamento di Salazar costituisce una grave
violazione dello statuto federale ed è contrario al codice etico del partito”.
Il Psoe non denuncerà direttamente i casi alla procura ma “darà tutto l’appoggio
giuridico” alle donne che vogliono intraprendere azioni legali. Torro ha
annunciato poi che il Psoe ha aperto un fascicolo su Antonio Hernandez, braccio
destro di Salazar e possibile conoscitore della vicenda, per chiarire i fatti.
Hernandez, che ricopriva l’incarico di direttore del dipartimento del
coordinamento politico nel gabinetto della presidenza del governo, è stato
silurato da Sanchez nei giorni scorsi.
L'articolo Scandalo corruzione e molestie in Spagna: Sanchez esclude il rimpasto
chiesto dalla vicepremier Diaz proviene da Il Fatto Quotidiano.