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La nostra destra sovranista si trova a ricevere lezioni di autonomia da un socialista: mandatela a casa!
di Angelo Palazzolo Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre, cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi giorni fa. Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”? La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i propri principi? Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera. Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani, sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati” Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori dai guai proprio gli americani. Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro, trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u lupu sa mancia”. Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez, un socialista. Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa. A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello: mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale, non da cameriere. 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I voli militari Usa verso l’Iran ma con scalo: ecco come Trump aggira il No di Sanchez all’utilizzo delle basi
Aerei militari statunitensi dalla basi spagnole in volo verso la zona del conflitto in Iran ma con scalo. È questa la strategia messa in campo dagli Stati Uniti per aggirare il No di Pedro Sanchez all’utilizzo delle basi sul suolo spagnolo per la guerra contro Teheran. Nel corso dello scontro tra Usa e Spagna, Donald Trump oltre ad avere definito Madrid un alleato “terribile” non ha usato giri di parole: ”Potremmo usare le loro basi se volessimo. Potremmo semplicemente volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle”. A rivelare il metodo utilizzato dagli Usa è stato El Mundo. Il quotidiano spagnolo ha infatti monitorato le attività aeree delle basi di Rota e Morón tra il 27 febbraio (la vigilia dell’inizio dell’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran) e il 5 marzo. Degli oltre 40 voli riscontrati, 24 sono molto particolari. In quella settimana diversi velivoli da trasporto tattico militare statunitensi – C-17 Globemasters, C-130 Hercules e C-5 Super Galaxy – e diversi aerei cisterna KC-135 Stratotanker sono decollati dalle due basi militari spagnole per atterrare soprattutto in Germania e in Italia (tra Aviano e Sigonella). Da qui una breve sosta per poi proseguire verso il Golfo Persico. “Così si ottiene un duplice obiettivo: cercare di raggiungere la zona prima ed evitare di dover fornire spiegazioni alla Spagna, poiché in pratica presenta solo un piano di volo tra basi europee, non la partecipazione a un’offensiva unilaterale”, ha spiegato una fonte dell’Aeronautica Militare spagnola a El Mundo. Gli aerei monitorati sono velivoli di trasporto strategico ad alta capacità di carico o aerocisterne, utili per il supporto logistico all’attacco. Non si tratta di caccia o bombardieri direttamente coinvolti nei raid contro l’Iran. È stato attivato “un ponte logistico relativamente intenso” e la Spagna ne fa parte nonostante il rifiuto, sottolinea El Mundo. Di certo, comunque, il veto di Sanchez all’utilizzo delle basi ha creato dei grattacapi agli Usa, costretti (almeno per il momento) a mettere in campo la strategia degli scali. Situazione differente da quella dell’Italia dove già da prima dell’inizio dei raid contro il regime degli ayatollah aerei da ricognizione sono partiti da Sigonella. Ad esempio, come rivelato dal Fatto Quotidiano, il caso dei 24 voli Usa prima del 28 febbraio e diretti a Souda Bay per trasportare truppe. Ultimo caso noto, riscontrato dai portali di monitoraggio dei voli, è quello di un drone statunitense (un Northrop Grumman MQ-4C Triton) utilizzato come velivolo da sorveglianza, decollato da Sigonella il 4 marzo (dove poi è rientrato) e rimasto in volo per diverse ore sul Golfo Persico al confine con l’Iran. Anche in questo caso non si tratta di un drone d’attacco, ma i dati raccolti da questo velivolo a pilotaggio remoto potrebbero essere utilizzati per gli eventuali raid sugli obiettivi iraniani. L'articolo I voli militari Usa verso l’Iran ma con scalo: ecco come Trump aggira il No di Sanchez all’utilizzo delle basi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sánchez fedele alla linea sfida Usa e Ue. Dalle armi al Venezuela, tutti i ‘No’ prima dello scontro con Trump sulle basi per attaccare l’Iran
In un’Europa che rivendica la propria autonomia strategica, ma che finisce quasi sempre per inchinarsi al più potente alleato americano, indipendentemente da quale presidente si trovi alla Casa Bianca, una voce si leva sempre più distinta dal coro quasi unanime degli Stati membri. Lo ha fatto anche mercoledì, quando per bocca del capo del governo, Pedro Sánchez, ha risposto alle minacce del presidente Usa, Donald Trump, di interrompere ogni rapporto commerciale dopo il rifiuto di Madrid di offrire le proprie basi per sferrare l’attacco congiunto di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Così, mentre la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Friedrich Merz si affrettavano a dare il proprio supporto alla nuova guerra in Medio Oriente, il governo Meloni si nascondeva dietro a dichiarazioni vuote, rifiutandosi di prendere una posizione chiara, e i vertici delle istituzioni Ue invocavano la caduta del regime degli ayatollah, la Spagna decideva di staccarsi dal gruppo: “La posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole, ‘No a la guerra‘”, ha detto Sánchez. Il suo ultimo ¡No pasarán! non è però l’unico: dalla questione ambientale ai migranti, Madrid gioca una partita politica fuori dagli schemi di Bruxelles con un nuovo approccio europeista e progressista in Ue. TUTTI I ‘NO’ DI SÁNCHEZ: GAZA E IL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE Quello di Madrid “è il governo occidentale ed europeo che si è messo alla guida della condanna del genocidio di Israele“. Non aveva dubbi e teneva a precisarlo la ministra della Sanità, Monica García, già a maggio 2025. Dopo un anno e mezzo di raid continui e indiscriminati di Tel Aviv sui civili intrappolati nella Striscia, l’Unione europea non era riuscita, e mai riuscirà per l’opposizione di diversi Stati membri, tra cui anche l’Italia, non solo a prendere provvedimenti, ma ad approvare una dichiarazione congiunta di aperta condanna contro il genocidio a Gaza. Il fronte più vicino alla causa palestinese e, soprattutto, fedele al rispetto del diritto internazionale ha provato in diverse occasioni a prendere l’iniziativa. Il 28 maggio 2024, ad esempio, Spagna, Irlanda e Norvegia hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Poche settimane dopo, a metà luglio, il Consiglio Affari Esteri ha votato contro la proposta dell’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, di interrompere l’accordo di associazione con Israele, ma la Spagna è tra quei Paesi che hanno sostenuto la proposta della Commissione. Madrid, però, ha fatto di più: a settembre è Sánchez in persona ad annunciare dalla Moncloa la decisione di adottare misure contro Tel Aviv “di fronte al genocidio di Gaza”, tra cui lo stop alla compravendita di armi e restrizioni diplomatiche nei confronti dei coloni e chi è coinvolto nella guerra nella Striscia. NO ALLE ARMI Una battaglia dura da combattere è stata poi quella sul riarmo. Per un motivo fondamentale: è un processo spinto con decisione da Nato, Unione europea e Stati Uniti. Questo non ha impedito al governo Sánchez di opporsi, come nel caso della spesa del 5% del Pil per la Difesa imposta dall’Alleanza Atlantica, uno dei punti delle accuse mosse a Madrid da Donald Trump, o di stimolare modifiche, come per il piano di riarmo europeo. Nel confronto con i membri del Patto Atlantico, la Spagna ha mantenuto le sue posizioni nonostante il largo sostegno alla nuova soglia sponsorizzata da Washington. Il 2,1% è sufficiente a rispondere alle necessità nazionali senza gravare sullo Stato sociale, hanno fatto sapere, una priorità per l’esecutivo iberico. Così Sánchez ha ottenuto un’esenzione dai nuovi parametri Nato. Sul piano di riarmo partorito dalla Commissione von der Leyen, invece, si è prima detto scettico, spiegando che “il termine ‘riarmo’ non mi piace affatto, non lo condivido”, e ha poi chiesto che tra i progetti finanziabili dal maxi-progetto europeo venissero inclusi anche quelli contro gli attacchi cibernetici e per la lotta alle sfide climatiche, dato che la Russia, ha spiegato, non rappresenta per Paesi distanti come la Spagna una reale minaccia alla sicurezza. IL GOLPE VENEZUELANO Proprio in nome del diritto internazionale invocato per Gaza e l’Ucraina, Madrid ha criticato gli Stati Uniti anche a causa del blitz col quale hanno deposto l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro. Indipendentemente dalle motivazioni dietro all’arresto, Sánchez ha chiarito che ogni azione deve rimanere nel perimetro della legalità internazionale: “Si tratta di un’azione chiaramente illegale, fatta per appropriarsi delle risorse naturali – aveva dichiarato accusando duramente i piani della Casa Bianca – Un precedente terribile e pericoloso”. LA LOTTA PER IL CLIMA Fin dall’inizio della nuova legislatura europea, si è assistito a un ribaltamento della posizione della nuova Commissione von der Leyen: da progetto principe per il futuro dell’Ue, il Green Deal è diventato un piano da smantellare pezzo per pezzo, in nome della sostenibilità economica e della necessità di recuperare il supporto di imprenditoria e mondo agricolo. Chi ha deciso di non allinearsi fin da subito è stata proprio la Spagna. Il primo gesto concreto è stato quello di imporre, nonostante le resistenze degli alleati più conservatori, la ‘pasdaran‘ del clima Teresa Ribera per il ruolo di commissaria Ue per la Concorrenza. Da lì è iniziata la battaglia, fino a oggi persa, di scongiurare l’abbandono del progetto climatico e degli obiettivi sulle emissioni. Ultima azione, in ordine di tempo, è stata la lettera che a fine febbraio il capo del governo spagnolo ha inviato al presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, per chiedere ai colleghi nel gruppo dei 27 di non trasformare la sostenibilità economica delle iniziative green in un loro abbandono de facto: “Non dovremmo accettare la semplificazione e la deregolamentazione dei nostri standard lavorativi e sociali – ha scritto – Qualsiasi rallentamento nella decarbonizzazione favorirebbe direttamente i concorrenti”. Motivo per cui, a fine 2025, aveva duramente criticato la decisione dell’Ue di rimandare l’addio ai motori a combustione entro il 2035, definendola “un errore storico“. IL CAMBIO DI ROTTA SUI MIGRANTI Persino sull’immigrazione è emersa la distanza tra Madrid e Bruxelles. Su questo specifico tema la Spagna è da decenni oggetto di pesanti critiche da parte delle organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani a causa dei trattamenti e le violenze nei confronti dei migranti che cercano di passare la frontiera nelle enclave di Ceuta e Melilla. Ma è proprio su un massiccio piano di integrazione che il governo ha deciso di costruire il proprio rilancio economico. Mentre in Europa le parole d’ordine rimangono “fortezza Ue” ed “esternalizzazione“, l’esecutivo guidato da Sánchez ha deciso di regolarizzare ben 500mila immigrati irregolari, mettendo in atto una maxi sanatoria che punta su formazione, lavoro e ricongiungimenti familiari. In questo modo, immetterà sul mercato del lavoro decine di migliaia di persone che contribuiranno al progresso economico del Paese. Anche in questo caso, guardando in direzione opposta rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. X: @GianniRosini L'articolo Sánchez fedele alla linea sfida Usa e Ue. Dalle armi al Venezuela, tutti i ‘No’ prima dello scontro con Trump sulle basi per attaccare l’Iran proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Meno male che Sànchez c’è! Ma cosa accadrebbe se ci fosse il “Pedro italiano”?
Pedro Sànchez leader del Pd e premier del governo italiano. Che manda a ramengo non una, nè due ma tre volte il super Trump. Lo zittisce, lo annulla, lo capovolge. Senza nascondersi anzi presentandosi “a testa alta” davanti al suo Paese e spiegando il disastro in cui ci sta ficcando l’alleato di Washington, la deriva bellica della filosofia Usa, il principio della forza come esercizio suprematista del diritto e l’abbandono di ogni convenzione internazionale, di ogni regola che fino a ieri organizzava la vita degli Stati e ne stabiliva i vincoli e i limiti. L’avrebbe fatto? Sànchez avrebbe potuto pronunciare a Roma il discorso che ha dato a Madrid? Siamo certi che – se avesse avuto l’ardire – dopo un minuto sarebbero partite cannonate sul suo capo. La destra avrebbe tacciato come “eversive” le sue parole: una dichiarazione di guerra al nostro alleato storico. La Rai avrebbe schierato Bruno Vespa, indispettito e mortificato per la figuraccia, e poi la serie di canterini affannati, e la schiera dei sondaggisti addolorati, e il gruppo degli esperti, anzi espertissimi di cose americane a illustrare la ritorsione certa di Trump e il de profundis per la nostra economia. Quante interviste, quanti industriali già con le lacrime agli occhi e la cenere sul capo? A quel punto la batteria interna del Pd, la fronda riformista, i “moderati” in subbuglio, i giornali di conserva a interrogare i malpancisti, gli editoriali di contrasto, la polemica, il fuoco della disapprovazione. Vero, oggi Elly Schlein si congratula con Sànchez per la forza, la nitidezza da hombre vertical di una posizione che lo disallinea dal resto di un’Europa tartufesca, ingobbita, senza nessuna idea e senza nessun’altra strategia che andare a rimorchio, eseguire da vassalli i desiderata di Trump. Ma Schlein lo saluta da straniera in Patria. E non è un caso che solo da Oltretevere si usano parole di altrettanta esatta, precisa riprovazione: quelle di Pietro Parolin, il segretario di Stato vaticano. Tolta la Chiesa, il nulla. Meno male che Sànchez è spagnolo. Per Sànchez l’Italia sarebbe terra ostile e prevediamo che il Pd non agevolerebbe in nessun modo la sua ipotetica leadership. “Con gli estremismi non si vince”, sarebbe la formula di rito dei pretoriani del no, questa volta pronunciato sotto forma di rifiuto di far dire alla Sinistra qualcosa di sinistra. L'articolo Meno male che Sànchez c’è! Ma cosa accadrebbe se ci fosse il “Pedro italiano”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pedro Sanchez
Il discorso integrale di Sanchez con la riposta a Trump: “La guerra riempie le tasche dei soliti pochi, non ripetiamo gli errori del passato”
“La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. È quanto ha detto il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, in una dichiarazione istituzionale dal Palazzo della Moncloa, all’indomani delle minacce del presidente statunitense Donald Trump di interrompere le relazioni commerciali con Madrid per il rifiuto di autorizzare l’utilizzo delle basi congiunte di Moron e Rota, in Andalucia, nell’operazione israelo-statunitense contro l’Iran. Qui sotto il discorso integrale del leader spagnolo: Come sapete, sabato scorso gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che ha risposto bombardando indiscriminatamente nove paesi della regione e una base britannica situata in uno stato europeo, a Cipro. Voglio, soprattutto, esprimere la solidarietà del popolo spagnolo ai paesi attaccati illegalmente dal regime iraniano. Da allora, le ostilità sono continuate, se non addirittura aumentate, causando centinaia di morti nelle case, nelle scuole, negli ospedali. Causando anche il crollo dei mercati azionari internazionali e l’interruzione del traffico aereo e dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale, fino a molto recentemente, transitava il 20% del gas e del petrolio mondiale. Nessuno sa con certezza cosa accadrà ora. Persino gli obiettivi di coloro che hanno lanciato il primo attacco non sono chiari. Ma dobbiamo essere preparati – come hanno detto i promotori – alla possibilità che questa sarà una guerra lunga, con numerose vittime e, quindi, con gravi conseguenze anche su scala economica globale. La posizione del governo spagnolo su questa situazione è chiara e coerente. È la stessa posizione che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo luogo, respingiamo la violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti, soprattutto i più vulnerabili, la popolazione civile. In secondo luogo, non dobbiamo dare per scontato che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso conflitti e bombe. E infine, non dobbiamo ripetere gli errori del passato. In breve, la posizione del governo spagnolo può essere riassunta in quattro parole: no alla guerra. Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati in questa situazione. Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci ha trascinati in una guerra in Medio Oriente. Una guerra che, in teoria, all’epoca si diceva fosse stata combattuta per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che, in realtà, analizzata in prospettiva, ha prodotto l’effetto opposto. Ha scatenato la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia mai subito dalla caduta del Muro di Berlino. La guerra in Iraq ha provocato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un diffuso aumento dei prezzi dell’energia, conconseguenti ripercussioni sul costo della vita e sul costo del cibo. Questo è stato il regalo del “trio delle Azzorre” agli europei dell’epoca. Un mondo più insicuro e una vita peggiore. È vero che è ancora troppo presto per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq. Se porterà alla caduta del terribile regime degli ayatollah in Iran o alla stabilizzazione della regione. Ciò che sappiamo è che da questo non emergerà un ordine internazionale più equo, né produrrà salari più alti, servizi pubblici migliori o un ambiente più sano. In realtà, ciò che possiamo intravedere per il momento è una maggiore incertezza economica e l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. Per questo motivo la Spagna è contraria a questo disastro, perché comprendiamo che i governi sono qui per migliorare la vita delle persone, per fornire soluzioni ai problemi, non per peggiorarla. Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader incapaci di assolvere a questo compito sfruttino la guerra per nascondere il loro fallimento, riempiendo le tasche di pochi – i soliti quelli. Gli unici che vincono quando il mondo smetterà di costruire ospedali per costruire missili. Data questa situazione, il governo di coalizione progressista farà lo stesso che ha fatto in altri conflitti e crisi internazionali. Innanzitutto, stiamo assistendo gli uomini e le donne spagnoli che si trovano in Medio Oriente, li aiuteremo a tornare nel nostro Paese, se, naturalmente, questo è il loro desiderio. Il Ministero degli Esteri e l’esercito stanno lavorando giorno e notte per organizzare le operazioni di evacuazione. È chiaro che le operazioni sono molto delicate perché lo spazio aereo della regione non è sicuro e perché la rete aeroportuale è gravemente colpita dagli attacchi. Ma i nostri compatrioti possono essere certi che li proteggeremo e che li riporteremo a casa. In secondo luogo, il governo spagnolo sta studiando scenari e possibili misure per aiutare famiglie, lavoratori, imprese e lavoratori autonomi, affinché possano mitigare l’impatto economico di questo conflitto, qualora fosse necessario. Grazie al dinamismo della nostra economia e anche alla responsabilità dimostrata dalla politica fiscale del governo, la Spagna dispone delle risorse necessarie per affrontare ancora una volta questa crisi. Abbiamo la capacità, e anche la volontà politica, e lo faremo fianco a fianco con gli attori sociali, come abbiamo fatto durante la pandemia, la crisi energetica o, di recente, la crisi tariffaria. In terzo luogo, coopereremo, come abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che promuovono la pace e il rispetto del diritto internazionale, che sono due parti dello stesso conflitto. 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Sanchez replica a Trump e dà una scossa all’Europa: “In Iraq è iniziata così. No a un’obbedienza cieca e servile”
“Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese”. Dal Palazzo della Moncloa il premier spagnolo Pedro Sanchez risponde a tono alla dichiarazioni di Donald Trump che martedì ha definito la Spagna un alleato “terribile” e ha minacciato di tagliare i rapporti commerciali in risposta al No di Madrid all’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota, in Andalusia, nell’offensiva israelo-statunitense contro il regime degli Ayatollah in Iran. Un duro messaggio rivolto agli Stati Uniti ma anche agli altri leader europei: “Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership“. Il premier spagnolo non cambia linea e tira dritto. Condanna il regime iraniano “che reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne”, ma allo stesso tempo – aggiunge – “rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica”. Ricorda che la crisi in Iran, scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele, colpisce tutti (Spagna compresa) per questo esige da Washington, Tel Aviv e Teheran “tutta la risoluzione perché cessino le ostilità prima che sia troppo tardi“. “La posizione del governo spagnolo si riassume in poche parole: no alla guerra”, ha insistito Sanchez nella sua dichiarazione istituzionale di dieci minuti, senza domande dei giornalisti. “Spesso le grandi guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per errori di calcolo, per guasti tecnici, per eventi imprevisti, pertanto dobbiamo imparare alla storia. E non possiamo giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone“, ribadisce. Poi invita tutti, in particolare gli Usa, a “non ripetere gli errori del passato” ricordato quanto accaduto con la guerra in Iraq: “Il mondo, l’Europa e la Spagna ci sono già passati 23 anni fa, quando un’altra amministrazione statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente, una guerra che in teoria, secondo quanto affermato allora, era volta a eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che in realtà ha prodotto l’effetto contrario, scatenando la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia subito dalla caduta del muro di Berlino”, ha sottolineato il leader spagnolo, aggiungendo che la guerra in Iraq “ha generato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia e del costo della vita“. Sanchez ha affermato che “è ancora presto per sapere se la guerra in Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione” ma, ha detto, “quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano“. “Quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas, per questo dalla Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che il compito dei governi sia quello di migliorare la vita delle persone e di fornire soluzioni ai problemi, non di peggiorare la vita dei cittadini”, ha proseguito, definendo poi “inaccettabile che i leader che sono incapaci di adempiere a tale compito utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le tasche di pochi, i soliti, gli unici che guadagnano quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili“. “La domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, pertanto, della pace”, ha anche detto il premier spagnolo. “Siamo consapevoli delle difficoltà, ma sappiamo anche che il futuro non è scritto, che la spirale di violenza che molti danno già per scontata è assolutamente evitabile e che l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle questo fondamentalismo degli ayatollah e anche la miseria della guerra”, ha affermato. In questa richiesta, ha aggiunto, il governo spagnolo non è solo. “Il governo sta con chi deve stare, con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno fissato nella nostra Costituzione”, “con i principi fondanti dell’Unione Europea, con la Carta delle Nazioni Unite, con il diritto internazionale e quindi con la pace e la convivenza pacifica tra i paesi e la loro coesistenza”, ha affermato il leader socialista. L'articolo Sanchez replica a Trump e dà una scossa all’Europa: “In Iraq è iniziata così. No a un’obbedienza cieca e servile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Migranti, il modello spagnolo o la linea dura italiana? “Rimpatri irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza”
Cinque­centomila regolarizzazioni in un colpo solo, rivolte a irregolari presenti in modo continuativo prima del 31 dicembre 2025, con fedina penale pulita e, se richiedenti asilo, con domanda presentata entro l’anno scorso. La scelta di Pedro Sánchez in Spagna agita il dibattito politico e suscita preoccupazione anche nella Commissione Ue, che la considera in controtendenza rispetto a un linea europea che punta sulle restrizioni. Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS che pubblica ogni anno l’omonimo Dossier sull’immigrazione, invita però a riflettere e a guardare al modello spagnolo anche alla luce delle ricadute sull’economia e ai vantaggi sul fronte della sicurezza. Cosa pensa della scelta spagnola di regolarizzare circa 500.000 persone? La considero una mossa saggia e intelligente. Mantenere una mole così ampia di persone nell’irregolarità è un fattore di insicurezza per tutti: per i cittadini, per lo Stato, che non sa chi vive sul proprio territorio, e per gli immigrati stessi, che vivendo nell’invisibilità rischiano di essere sfruttati o reclutati dalla criminalità organizzata. È paradossale che governi che fanno della sicurezza la propria bandiera accettino di avere in casa persone di cui non sanno nulla. A Bruxelles però c’è malumore: si teme che i regolarizzati possano poi spostarsi in altri Stati membri. Bisogna essere chiari: l’Unione Europea non ha competenze sulla gestione delle migrazioni economiche, che restano sovranità dei singoli Stati. La Spagna ha tutto il diritto di decidere autonomamente. Inoltre, considerando l’estremo bisogno di manodopera in tutta Europa a causa della denatalità, è molto improbabile che persone regolarizzate e con opportunità di lavoro decidano di lasciare la Spagna, paese in crescita e più aperto di altri. Sulla gestione degli irregolari noi puntiamo essenzialmente su rimpatri e Cpr. I rimpatri dall’Italia sono una goccia nel mare: parliamo di circa 5.000 persone l’anno a fronte di una stima di 370.000 irregolari. Rimpatri ai quali i Cpr contribuiscono solo in minima parte, confermandosi strutture inefficaci e costose: il rimpatrio non avviene nel 60% dei casi nonostante detenzioni lunghissime, peraltro in condizioni disumane. Condizioni che certo non migliorano le persone che, lo ripeto, nella maggior parte dei casi vengono restituita al territorio italiano. Cosa propone in alternativa? Dovremmo regolarizzare tutti gli irregolari presenti, non con un provvedimento una tantum, ma attraverso meccanismi di regolarizzazione continuativa e individuale, basati sul radicamento maturato dalla persona nel tempo. Le nostre leggi attuali sono così irrealistiche e bizantine da essere esse stesse creatrici di irregolarità. Penso ai decreti flussi che nascono per assumere lavoratori stranieri dall’estero: troppo spesso non si arriva al contratto e chi intento è arrivato qui con un visto regolare finisce nell’irregolarità, spinto verso il nero, lo sfruttamento e le reti criminali. Una regolarizzazione totale sarebbe nell’interesse del sistema-paese. Ma il Pil Spagnolo è in forte crescita, quello Italiano no. E poi la maggioranza di chi arriva punta ad altri Paesi Ue. Rischiamo davvero che se ne vadano, come già capita per tanti naturalizzati. Bisogna distinguere. Chi arriva dalla rotta balcanica o sbarca come profugo spesso vuole raggiungere reti familiari nel Nord Europa, esattamente come facevano gli emigranti italiani settant’anni fa. Ma ci sono tantissimi migranti economici che vorrebbero restare qui e se ne vanno solo perché trovano un sistema ostile. Se l’Italia adottasse politiche più lungimiranti, potrebbe trattenere e inserire questa forza lavoro in un sistema produttivo ormai vecchio e poco competitivo. Quali sarebbero i vantaggi concreti di invitare tutti “a sedersi a tavola”? C’è un enorme vantaggio economico: oggi gli immigrati regolari producono già il 10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi. Regolarizzare altri 370 mila potenziali lavoratori significherebbe sottrarli all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese. Oltre al Pil, però, la sicurezza rimane una delle preoccupazioni principali e pretende risposte. E secondo me sta proprio lì uno dei vantaggi principali: portando tutti nella legalità, invitandoli a “sedersi a tavola”, per usare la metafora, chi non sa stare a tavola si auto-evidenzia molto più facilmente. La sicurezza ha due leve: quella repressiva, della polizia, necessaria nelle emergenze, e quella della coesione sociale. Ma di questa seconda leva, della coesione e dell’integrazione abbiamo deciso di non servirci. Eppure in termini di sicurezza è la leva più efficace. La criminalità attecchisce dove c’è emarginazione e mancata integrazione. La vera sfida è creare spazi di dialogo in cui ogni identità sia riconosciuta: non c’è miglior medicina per la sicurezza. Meloni e l’Italia però non sono isolate: la riforma europea al via da giungo va nella stessa direzione. L’Europa sta vivendo un periodo cupo e miope. Queste politiche di chiusura stanno producendo un declino demografico cronico e un’economia che langue. Stiamo trasformando i migranti nel capro espiatorio delle nostre disfunzioni, ma è un atteggiamento autolesionista che pagheremo a carissimo prezzo. L'articolo Migranti, il modello spagnolo o la linea dura italiana? “Rimpatri irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sanchez vieta i social agli under 16? Sospendo il giudizio: forse meglio dar loro consapevolezza
Lo spunto me lo fornisce direttamente il più piccolo. Che però, attenzione, adesso ha diciotto anni, ovvero fuori dal limite indicato da Sanchez e dentro a pieno titolo alla panacea di tutti i mali che è quell’Internet e suoi consociati social, di nuova e vecchia partitura. Ciò posto, parlo bene, si dirà. Speriamo, rilancio, perché non è neanche detto. E infatti, come sopra, lo spunto lo dà il neodiciottenne: “Per me una persona che oggi si buttasse in politica è un folle, perché decidere di sottoporsi a un vita di stress” dice mentre infila in bocca due rigatoni insieme. Chi ascolta, cioè io e la sorella, alziamo gli occhi e verifichiamo che stia masticando. “E perché? – chiedo io – Amministrare la cosa pubblica dovrebbe essere la più nobile della arti”. La sorella a quel punto: “E poi dipende da quanta importanza si dà al potere”. Io: “Per alcuni è tutto”. Al che, lui, definitivo: “Secondo me il potere vero ce lo hanno quelli come Zuckerberg. Purtroppo o per fortuna contano quelli come lui. Contano – insiste – e traggono il massimo dalla loro opera d’ingegno. Quello sì che è potere, muovono le masse vere. Altro che…”. Seguono quei cinque secondi in cui io cerco disperatamente una risposta senza trovarla. Un’ora prima si era saputo che Sanchez ha dichiarato guerra al mondo digital e a chi lo gestisce, e io assisto inerme alla conferma che l’asse di valutazione di ciò che conta, per la generazione cresciuta a pane e wifi, è inclinato in direzione ostinata ma drittissima verso ciò che per noi è invece da limitare. Da regolamentare. I nuovi leader vestono con scarpe da ginnastica e felpa, sorrido tra me. E non sanno, perché non ne hanno avuto mai bisogno, che cosa sia il volantinaggio, neppure quello per pagarsi la benzina. E pensare che le magnifiche sorti e progressive di una bolla chiamata new economy ed esplosa lasciando vittime a destra manca nord e sud già l’avevamo vista. Eppure. Eppure siamo il mondo felice che ha bisogno di sorrisi bianchi, evidentemente, e di bibite da sorseggiare accanto al pc. Sei tra noi?, chiede la maggiore. Ci sono ci sono, dico. E tiro fuori Sanchez con il suo new deal. Vedremo come finirà, mi rispondono. Buona per tutte le stagioni come risposta, mi dico, ma anche equa per chi non vuole prendere posizione. Avessi saputo farlo io. Sanchez dunque. Ha parlato di regole. E in particolare una è quella che mi affascina più delle altre, quella che dovrebbe limitare, se non annientare, la diffusione dell’odio. Poi c’è anche quella che chiama in causa i fondatori di Grok, Tiktok e Instagram, come diretti responsabili delle violazioni commesse sulle piattaforme digitali che loro gestiscono. Tutto bello e dio solo sa se io non sottoscriverei in toto le cinque buone regole senza peraltro meravigliarmi che provengano da un paese che in questo momento vola, ci lascia a guardare, ci saluta dal finestrino con il suo oltre +2,6% di Pil in crescita. Roba da pazzi. Invece mi fermo, mi ripeto la parola magica. Regole. Guardo di nuovo i ragazzi, davanti a me. Solo pochi giorni fa per la prima volta, in tutt’altro contesto, anche il nostro Presidente della Repubblica aveva nominato le regole. A mia memoria non ricordavo un altro affondo tanto sonoro in cui Mattarella ne avesse ricordato l’impegno al rispetto condiviso, pena la barbarie. Tutti gli indizi mi portano dunque ad applaudire Sanchez, come potrei fare diversamente. D’altra parte vuoi mettere dire No alla manipolazione degli algoritmi e all’amplificazione di contenuti illegali a scopo di lucro? Oppure quell’idea delle piattaforme per mettere in atto sistemi efficaci di verifica dell’età degli utenti, in modo da sbarrare l’accesso ai minori di 16 anni? Poi però penso al governo di Madrid che collaborerà con la procura per portare alla luce e sanzionare potenziali violazioni dei social e qui mi fermo. Devono averlo notato anche loro, i ragazzi. Mi fermo perché un governo che collabora con la procura mi fa frenare di colpo e mi fa dire, simpaticamente ma anche meno, ‘definisci violazioni’ e soprattutto ‘definisci potenziali violazioni’. Perché una cosa è certa, o si stabilisce qual è l’organo – esperto anche in new media – che fa da valutatore e semmai dovrebbe essercene uno europeo, oppure il rischio deriva diventa immenso. Quel che può essere vero in un Paese progressista non lo è in un altro sovranista. E chi stabilisce quando i contenuti sono violazioni potenziali? Non a caso quando Mattarella – grazie sempre che c’è – invocava sì le regole, ma le associava all’Europa (altro discorso, sì, altra situazione, ma il meccanismo deve scattare sempre ormai: norma? Europa. Altrimenti ci diluiamo nel mare magnum di un’ignavia individualista). E così chiedo a mia figlia, Ti ricordi quando la sera parlavamo di quel che i giornalisti avrebbero proposto al tg e tu già sapevi i fatti perché li avevi letti non so dove? Certo che mi ricordo, risponde lei, e le mie fonti non erano mai il mainstream. Come per i recenti fatti di Torino, lei le immagini le aveva viste tutte e presto. Aveva saputo da subito il bello e il brutto. Si era fatta un’idea. Sì, mi si obietterà, ma ha vent’anni. Certo, contro-obiezione, ma tre anni fa non li aveva. Vado a rileggere le intenzioni di Sanchez e sospendo il giudizio. Perché se alcune intenzioni nel suo operato le approvo da madre, come giornalista e come cittadina mi interrogo. Non so quanto il divieto e il limite imposto dall’alto possano mai sopperire quella che deve orami essere considerata una necessità: insegnare a leggere il web, educare i ragazzi a muovercisi attraverso, guidarli nello schivare i rischi e evitar loro danni conseguenti. Dar loro consapevolezza, questa sì che è una regola. Insegnare a scuola educazione digitale, sì. Ci sto. Anche perché, parliamoci chiaro, care Spagna e Italia: divieto o non divieto, anche sotto ai sedici anni i ragazzini, il web e i social, li useranno. Quindi inutile temporeggiare, meglio educare il prima possibile. Il paragone può essere azzardato, ma non credo lo sia. Noi abbiamo imparato a leggere perché qualcuno ce lo ha insegnato. Ci siamo mossi tra i testi come oggi ci si muove tra i post. A tentoni, leggendo male, leggendo bene, leggendo tutto. Poi ci siamo confrontati, e abbiamo capito che i cattivi romanzi e i cattivi maestri non esistono. Esistono i pericoli e ai pericoli siamo esposti tutti, di qualsiasi generazione. Abbiamo imparato ad andare in bicicletta perché qualcuno un giorno ci ha dato una spinta, ci ha lasciato andare e ha incrociato le dita socchiudendo gli occhi per non vedere oltre. Non appartengo al circolo di quelli che dicono che quel che fanno altrove è sempre meglio. Ma nel nord Europa i bambini non usano le rotelle per muovere i primi passi in bicicletta e imparano ad andare da soli presto, prestissimo. Ben prima dei sedici anni. L'articolo Sanchez vieta i social agli under 16? Sospendo il giudizio: forse meglio dar loro consapevolezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Durov (Telegram) attacca la Spagna per la legge sui social vietati ai minori di 16 anni. Sanchez replica: “Proteggeremo i nostri figli”
Non solo Musk. La Spagna è in guerra aperta con quelli che definisce rappresentanti della tecnocrazia e ribatte alle accuse di Pavel Durov, fondatore di Telegram. L’interesse di Durov verso Madrid riguarda sempre il pacchetto normativo anticipato qualche giorno fa dal premier Sanchez, che contempla il divieto di accesso ai minori di 16 anni e anche la responsabilità penale per gli amministratori delegati delle reti social. Il primo ministro le ha definite un “Far West” dove trionfa l’illegalità senza che vi siano conseguenze per chi li amministra. Durov, che nel 2024 è stato arrestato in Francia per aver consentito attività criminali sull’app di messaggistica come terrorismo, traffico di droga, frode, riciclaggio di denaro e distribuzione di contenuti pedofili, ha contestato questa iniziativa scrivendo: “Queste non sono misure di sicurezza; sono passi verso il controllo totale. Abbiamo già visto questo copione in passato: governi che usano la sicurezza per censurare chi li critica. In Telegram, diamo priorità alla tua privacy e alla tua libertà: crittografia avanzata, nessuna backdoor e resistenza all’abuso”. Il fondatore di Telegram paventa, dunque, in vista di una raccolta di dati per lo sbarramento ai social rispetto all’età, una schedatura di massa: “Crea un precedente per il tracciamento dell’identità di OGNI utente, erodendo l’anonimato e aprendo le porte alla raccolta di dati di massa. Ciò che inizia con i minori potrebbe diffondersi a tutti, soffocando il dibattito pubblico”. Madrid replica a muso duro: il messaggio del fondatore di Telegram “riflette il modo di operare dei tecnocrati sui social media: è pieno di bufale e mira a minare la fiducia nelle nostre istituzioni”. Dalla Moncloa sottolineano: “Durov ha sfruttato il suo controllo illimitato” su Telegram “per inviare un messaggio di massa a tutti gli utenti spagnoli in cui diffonde diverse menzogne e attacchi illegittimi contro il governo. È la prima volta che ciò accade nella storia del nostro Paese. Questo fatto dimostra l’urgente necessità di regolamentare i social network e le applicazioni di messaggistica mobile. Noi spagnoli non possiamo vivere in un mondo in cui i tecnocrati stranieri possono inondare i nostri telefoni di propaganda a loro piacimento solo perché il governo ha annunciato misure per proteggere i minori e far rispettare la legge”. A dare man forte al governo spagnolo ci sono i rilevamenti di Eurobarometro: il 95% degli spagnoli è preoccupato per la disinformazione e i discorsi di incitamento all’odio, e l’89% per la concentrazione di potere nelle grandi piattaforme e la mancanza di trasparenza dei loro algoritmi. Madrid ricorda poi che l’imprenditore ha già avuto guai a Parigi: “Durov è indagato per la sua possibile responsabilità in reati gravi e la piattaforma ha ripetutamente violato i suoi obblighi di controllo; ha deliberatamente progettato un’architettura di moderazione minima che ha trasformato Telegram in uno spazio ricorrente per attività criminali documentate, come reti di abuso sessuale su minori e traffico di droga, con casi indagati in paesi come Francia, Corea del Sud o Spagna”. Pedro Sanchez, intervenendo a Bilbao in chiusura del VIII Congresso Nazionale dell’Industria, non si tira indietro e assicura che la Spagna utilizzerà “la forza dello Stato” per “proteggere le democrazie dagli attacchi e i nostri figli da questo universo tossico, impune, nel quale purtroppo si sono convertite le reti sociali”. L'articolo Durov (Telegram) attacca la Spagna per la legge sui social vietati ai minori di 16 anni. Sanchez replica: “Proteggeremo i nostri figli” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida
“Un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”. Così Elon Musk ha definito il primo ministro spagnolo Sanchez, dopo che quest’ultimo aveva annunciato la nuova legge che sbarrerà l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Il premier aveva anticipato le caratteristiche di questa iniziativa durante il suo intervento al World Government Summit di Dubai, definendo i canali social “uno Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”. Aveva poi menzionato lo stesso Musk che aveva criticato la nuova norma mirata a regolarizzare un certo numero di migranti in Spagna. Il multimiliardario non ha fatto attendere la sua replica e sul social X di sua proprietà ha lanciato i suoi improperi su “dirty Sanchez”. Thomas Regnier, portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica è intervenuto: “Apprezziamo sempre il rispetto, anche se si tratta di un contesto online, anche se si tratta di un post sui social media. È così che lavoriamo. È così che funziona l’Europa, la Commissione europea. Detto questo, è possibile collaborare con una piattaforma come X? Sì, speriamo che sia possibile collaborare con una piattaforma come X”. Ma Regnier ha aggiunto: “Gli amministratori delegati possono essere ritenuti responsabili in via generale di ciò che accade sulle loro piattaforme? È un dibattito che dura da anni, sia all’interno della Commissione che con gli Stati membri, ed è stato presente anche durante i negoziati sul DSA (Digital Service Act), in relazione all’esenzione da responsabilità: un amministratore delegato è responsabile di ciò che pubblica online? Io, in quanto amministratore delegato, sono responsabile di ciò che pubblica online? È molto complicato”. Si intravede, dunque, lo scarso entusiasmo di Bruxelles per la posizione netta presa dalla Spagna. Certamente più vigorosa la presa di posizione di Madrid in difesa del suo leader. Felix Bolanos, ministro della Presidenza e della Giustizia spagnolo ha rilanciato il concetto di tecno-casta già usato da Sanchex nel 2025 per indicare il pericolo che arriva dalla Silicon Valley per le democrazie europee: “Per molti anni abbiamo visto come i miliardari ingrassassero i loro servitori politici affinché potessero realizzare programmi per ridurre i diritti , per attaccare la convivenza, per attaccare la democrazia. Ora hanno fatto un passo avanti, e questa tecno-casta, questi predatori di tutti, ora partecipano direttamente alla politica, entrano nel dibattito pubblico e minacciano il nostro rispetto, la nostra convivenza, i nostri diritti, la nostra democrazia”. Per Bolanos “il dilemma è chiaro: o mille miliardari che minacciano la democrazia, i valori e lo Stato sociale, o politici progressisti e coraggiosi come Sanchez, che tengono testa difendendo ciò che è di tutti”. Il braccio di ferro tra Madrid e Musk è in corso. Il governo spagnolo intende approvare la prossima settimana il progetto di legge che introdurrà la responsabilità penale per i responsabili delle piattaforme digitali. L'articolo Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida proviene da Il Fatto Quotidiano.
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