di Angelo Palazzolo
Oggi al governo c’è una leader di destra che ama definirsi “donna, madre,
cristiana”. Donna, ma al punto da voler essere chiamata “il presidente del
Consiglio”; madre, ma senza aver adottato alcuna politica sociale degna di
questo nome per le madri italiane; cristiana, ma senza alcuna traccia della
compassione e dell’umanità tipiche degli autentici cristiani, come dimostrano il
suo sostegno al governo israeliano durante il massacro di civili inermi in
Palestina e il silenzio sulle 165 alunne iraniane uccise dai raid Usa pochi
giorni fa.
Sulle contraddizioni della “donna, madre e cristiana” si sofferma in modo chiaro
ed esaustivo Alessandro Di Battista, pertanto non aggiungo altro. Voglio invece
soffermarmi sulla collocazione politica del nostro Presidente del Consiglio. In
cosa Giorgia Meloni sarebbe una leader di “destra”?
La destra impersonata da Meloni ha tradito quella tradizione che per anni ha
fatto dell’orgoglio nazionale, del senso dello Stato e della difesa
dell’interesse del Paese la propria cifra. Dov’è quella destra che rivendica il
senso di responsabilità, il rispetto delle regole e la coerenza nel difendere i
propri principi?
Un patriota, per definizione, non si piega davanti a una potenza straniera.
Difende l’autonomia, la sovranità del proprio Paese, anche quando questo
significa entrare in conflitto con alleati più forti. Questo è l’immaginario che
la destra ha sempre evocato, ma non c’è nulla di tutto questo nella destra di
Giorgia Meloni. Basti pensare al caso del torturatore e stupratore di bambini
Almasri. Rimpatriato dal nostro governo con un volo di Stato e accolto dai
propri connazionali al coro di “uh uh al talian”. Che infamia, che smacco non
solo per chi ha come valore la legalità, ma anche per tutti gli altri italiani,
sbeffeggiati dai libici. Per non parlare di come ci trattano i nostri “alleati”
Israele e Usa. I primi ci sparano addosso in Libano, sequestrano le nostre
imbarcazioni in acque internazionali, fanno inginocchiare due carabinieri
minacciandoli con le armi; i secondi ci vendono il gas ad un prezzo quadruplo
rispetto a quanto ce lo vendevano i nostri presunti nemici russi, ci obbligano
ad impegnare il 5% del nostro Pil in armi (la maggior parte delle quali saranno
usate per combattere i loro nemici), irridono i nostri militari morti in
Afghanistan, incuranti del fatto che i nostri militari erano lì per tirare fuori
dai guai proprio gli americani.
Il servilismo di Meloni è ben iconizzato dai baci di Biden sul suo capo e dagli
apprezzamenti di Trump sulla sua bellezza: non il trattamento riservato a un
pari, ma la lusinga destinata a una valletta d’avanspettacolo. Sono tre anni che
Meloni la “sovranista” si inchina a Usa e Israele, facendosi dettare l’agenda da
loro, riscrivendo le regole del diritto internazionale pro domo loro,
trascinando il nostro Paese al fianco di chi è alla sbarra per genocidio. La
posizione subalterna e il servilismo umiliante dei nostri ministri, Tajani e
Crosetto, hanno finito per farci trattare da Stati Uniti e Israele esattamente
come ci meritiamo di essere trattati: indegni di una chiamata prima del
bombardamento in Iran. Del resto, come dice il proverbio “Cu pecura si fa, u
lupu sa mancia”.
Si dirà che neanche gli altri Paesi europei erano stati coinvolti nella
decisione di quest’ennesima aggressione illegale, né forse informati
preventivamente. D’accordo, ma nell’immediata reazione di sdegno e disaccordo di
Francia e Regno Unito si intravede un moto d’orgoglio. Per non parlare della
posizione assunta dalla Spagna, che ha dimostrato di infischiarsene delle
minacce del bullo statunitense o del governo criminale di Netanyahu, mantenendo
la schiena dritta di fronte a entrambi, una posizione che un tempo sarebbe stata
consona alle destre più fiere. E invece chi guida oggi la Spagna? Pedro Sánchez,
un socialista.
Per chi si riconosce nella tradizione della destra è difficile non cogliere
l’ironia della storia: una destra che ha sempre fatto dell’orgoglio nazionale il
proprio marchio identitario oggi si ritrova a ricevere lezioni di autonomia
politica e coerenza morale dal governo più progressista d’Europa.
A chi si sente tradito da questa destra senza spina dorsale rivolgo un appello:
mandateli a casa e fatevi rappresentare da chi difende davvero gli interessi
dell’Italia, da chi rispetta le regole che si è dato e da chi ha il coraggio di
guidare. Un Paese che si rispetti siede ai tavoli della Storia da commensale,
non da cameriere.
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L'articolo La nostra destra sovranista si trova a ricevere lezioni di autonomia
da un socialista: mandatela a casa! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Pedro Sanchez
Aerei militari statunitensi dalla basi spagnole in volo verso la zona del
conflitto in Iran ma con scalo. È questa la strategia messa in campo dagli Stati
Uniti per aggirare il No di Pedro Sanchez all’utilizzo delle basi sul suolo
spagnolo per la guerra contro Teheran. Nel corso dello scontro tra Usa e Spagna,
Donald Trump oltre ad avere definito Madrid un alleato “terribile” non ha usato
giri di parole: ”Potremmo usare le loro basi se volessimo. Potremmo
semplicemente volare lì e usarle. Nessuno ci dirà di non usarle”.
A rivelare il metodo utilizzato dagli Usa è stato El Mundo. Il quotidiano
spagnolo ha infatti monitorato le attività aeree delle basi di Rota e Morón tra
il 27 febbraio (la vigilia dell’inizio dell’attacco congiunto Usa-Israele contro
l’Iran) e il 5 marzo. Degli oltre 40 voli riscontrati, 24 sono molto
particolari. In quella settimana diversi velivoli da trasporto tattico militare
statunitensi – C-17 Globemasters, C-130 Hercules e C-5 Super Galaxy – e diversi
aerei cisterna KC-135 Stratotanker sono decollati dalle due basi militari
spagnole per atterrare soprattutto in Germania e in Italia (tra Aviano e
Sigonella). Da qui una breve sosta per poi proseguire verso il Golfo Persico.
“Così si ottiene un duplice obiettivo: cercare di raggiungere la zona prima ed
evitare di dover fornire spiegazioni alla Spagna, poiché in pratica presenta
solo un piano di volo tra basi europee, non la partecipazione a un’offensiva
unilaterale”, ha spiegato una fonte dell’Aeronautica Militare spagnola a El
Mundo.
Gli aerei monitorati sono velivoli di trasporto strategico ad alta capacità di
carico o aerocisterne, utili per il supporto logistico all’attacco. Non si
tratta di caccia o bombardieri direttamente coinvolti nei raid contro l’Iran. È
stato attivato “un ponte logistico relativamente intenso” e la Spagna ne fa
parte nonostante il rifiuto, sottolinea El Mundo. Di certo, comunque, il veto di
Sanchez all’utilizzo delle basi ha creato dei grattacapi agli Usa, costretti
(almeno per il momento) a mettere in campo la strategia degli scali. Situazione
differente da quella dell’Italia dove già da prima dell’inizio dei raid contro
il regime degli ayatollah aerei da ricognizione sono partiti da Sigonella. Ad
esempio, come rivelato dal Fatto Quotidiano, il caso dei 24 voli Usa prima del
28 febbraio e diretti a Souda Bay per trasportare truppe. Ultimo caso noto,
riscontrato dai portali di monitoraggio dei voli, è quello di un drone
statunitense (un Northrop Grumman MQ-4C Triton) utilizzato come velivolo da
sorveglianza, decollato da Sigonella il 4 marzo (dove poi è rientrato) e rimasto
in volo per diverse ore sul Golfo Persico al confine con l’Iran. Anche in questo
caso non si tratta di un drone d’attacco, ma i dati raccolti da questo velivolo
a pilotaggio remoto potrebbero essere utilizzati per gli eventuali raid sugli
obiettivi iraniani.
L'articolo I voli militari Usa verso l’Iran ma con scalo: ecco come Trump aggira
il No di Sanchez all’utilizzo delle basi proviene da Il Fatto Quotidiano.
In un’Europa che rivendica la propria autonomia strategica, ma che finisce quasi
sempre per inchinarsi al più potente alleato americano, indipendentemente da
quale presidente si trovi alla Casa Bianca, una voce si leva sempre più distinta
dal coro quasi unanime degli Stati membri. Lo ha fatto anche mercoledì, quando
per bocca del capo del governo, Pedro Sánchez, ha risposto alle minacce del
presidente Usa, Donald Trump, di interrompere ogni rapporto commerciale dopo il
rifiuto di Madrid di offrire le proprie basi per sferrare l’attacco congiunto di
Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Così, mentre la Francia di Emmanuel Macron
e la Germania di Friedrich Merz si affrettavano a dare il proprio supporto alla
nuova guerra in Medio Oriente, il governo Meloni si nascondeva dietro a
dichiarazioni vuote, rifiutandosi di prendere una posizione chiara, e i vertici
delle istituzioni Ue invocavano la caduta del regime degli ayatollah, la Spagna
decideva di staccarsi dal gruppo: “La posizione del governo spagnolo si riassume
in quattro parole, ‘No a la guerra‘”, ha detto Sánchez. Il suo ultimo ¡No
pasarán! non è però l’unico: dalla questione ambientale ai migranti, Madrid
gioca una partita politica fuori dagli schemi di Bruxelles con un nuovo
approccio europeista e progressista in Ue.
TUTTI I ‘NO’ DI SÁNCHEZ: GAZA E IL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
Quello di Madrid “è il governo occidentale ed europeo che si è messo alla guida
della condanna del genocidio di Israele“. Non aveva dubbi e teneva a precisarlo
la ministra della Sanità, Monica García, già a maggio 2025. Dopo un anno e mezzo
di raid continui e indiscriminati di Tel Aviv sui civili intrappolati nella
Striscia, l’Unione europea non era riuscita, e mai riuscirà per l’opposizione di
diversi Stati membri, tra cui anche l’Italia, non solo a prendere provvedimenti,
ma ad approvare una dichiarazione congiunta di aperta condanna contro il
genocidio a Gaza. Il fronte più vicino alla causa palestinese e, soprattutto,
fedele al rispetto del diritto internazionale ha provato in diverse occasioni a
prendere l’iniziativa. Il 28 maggio 2024, ad esempio, Spagna, Irlanda e Norvegia
hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Poche settimane dopo, a metà luglio,
il Consiglio Affari Esteri ha votato contro la proposta dell’Alto rappresentante
per la Politica Estera dell’Ue, Kaja Kallas, di interrompere l’accordo di
associazione con Israele, ma la Spagna è tra quei Paesi che hanno sostenuto la
proposta della Commissione. Madrid, però, ha fatto di più: a settembre è Sánchez
in persona ad annunciare dalla Moncloa la decisione di adottare misure contro
Tel Aviv “di fronte al genocidio di Gaza”, tra cui lo stop alla compravendita di
armi e restrizioni diplomatiche nei confronti dei coloni e chi è coinvolto nella
guerra nella Striscia.
NO ALLE ARMI
Una battaglia dura da combattere è stata poi quella sul riarmo. Per un motivo
fondamentale: è un processo spinto con decisione da Nato, Unione europea e Stati
Uniti. Questo non ha impedito al governo Sánchez di opporsi, come nel caso della
spesa del 5% del Pil per la Difesa imposta dall’Alleanza Atlantica, uno dei
punti delle accuse mosse a Madrid da Donald Trump, o di stimolare modifiche,
come per il piano di riarmo europeo.
Nel confronto con i membri del Patto Atlantico, la Spagna ha mantenuto le sue
posizioni nonostante il largo sostegno alla nuova soglia sponsorizzata da
Washington. Il 2,1% è sufficiente a rispondere alle necessità nazionali senza
gravare sullo Stato sociale, hanno fatto sapere, una priorità per l’esecutivo
iberico. Così Sánchez ha ottenuto un’esenzione dai nuovi parametri Nato.
Sul piano di riarmo partorito dalla Commissione von der Leyen, invece, si è
prima detto scettico, spiegando che “il termine ‘riarmo’ non mi piace affatto,
non lo condivido”, e ha poi chiesto che tra i progetti finanziabili dal
maxi-progetto europeo venissero inclusi anche quelli contro gli attacchi
cibernetici e per la lotta alle sfide climatiche, dato che la Russia, ha
spiegato, non rappresenta per Paesi distanti come la Spagna una reale minaccia
alla sicurezza.
IL GOLPE VENEZUELANO
Proprio in nome del diritto internazionale invocato per Gaza e l’Ucraina, Madrid
ha criticato gli Stati Uniti anche a causa del blitz col quale hanno deposto
l’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro. Indipendentemente dalle
motivazioni dietro all’arresto, Sánchez ha chiarito che ogni azione deve
rimanere nel perimetro della legalità internazionale: “Si tratta di un’azione
chiaramente illegale, fatta per appropriarsi delle risorse naturali – aveva
dichiarato accusando duramente i piani della Casa Bianca – Un precedente
terribile e pericoloso”.
LA LOTTA PER IL CLIMA
Fin dall’inizio della nuova legislatura europea, si è assistito a un
ribaltamento della posizione della nuova Commissione von der Leyen: da progetto
principe per il futuro dell’Ue, il Green Deal è diventato un piano da
smantellare pezzo per pezzo, in nome della sostenibilità economica e della
necessità di recuperare il supporto di imprenditoria e mondo agricolo. Chi ha
deciso di non allinearsi fin da subito è stata proprio la Spagna. Il primo gesto
concreto è stato quello di imporre, nonostante le resistenze degli alleati più
conservatori, la ‘pasdaran‘ del clima Teresa Ribera per il ruolo di commissaria
Ue per la Concorrenza. Da lì è iniziata la battaglia, fino a oggi persa, di
scongiurare l’abbandono del progetto climatico e degli obiettivi sulle
emissioni. Ultima azione, in ordine di tempo, è stata la lettera che a fine
febbraio il capo del governo spagnolo ha inviato al presidente del Consiglio Ue,
Antonio Costa, per chiedere ai colleghi nel gruppo dei 27 di non trasformare la
sostenibilità economica delle iniziative green in un loro abbandono de facto:
“Non dovremmo accettare la semplificazione e la deregolamentazione dei nostri
standard lavorativi e sociali – ha scritto – Qualsiasi rallentamento nella
decarbonizzazione favorirebbe direttamente i concorrenti”. Motivo per cui, a
fine 2025, aveva duramente criticato la decisione dell’Ue di rimandare l’addio
ai motori a combustione entro il 2035, definendola “un errore storico“.
IL CAMBIO DI ROTTA SUI MIGRANTI
Persino sull’immigrazione è emersa la distanza tra Madrid e Bruxelles. Su questo
specifico tema la Spagna è da decenni oggetto di pesanti critiche da parte delle
organizzazioni non governative impegnate nella difesa dei diritti umani a causa
dei trattamenti e le violenze nei confronti dei migranti che cercano di passare
la frontiera nelle enclave di Ceuta e Melilla. Ma è proprio su un massiccio
piano di integrazione che il governo ha deciso di costruire il proprio rilancio
economico. Mentre in Europa le parole d’ordine rimangono “fortezza Ue” ed
“esternalizzazione“, l’esecutivo guidato da Sánchez ha deciso di regolarizzare
ben 500mila immigrati irregolari, mettendo in atto una maxi sanatoria che punta
su formazione, lavoro e ricongiungimenti familiari. In questo modo, immetterà
sul mercato del lavoro decine di migliaia di persone che contribuiranno al
progresso economico del Paese. Anche in questo caso, guardando in direzione
opposta rispetto all’Europa e agli Stati Uniti.
X: @GianniRosini
L'articolo Sánchez fedele alla linea sfida Usa e Ue. Dalle armi al Venezuela,
tutti i ‘No’ prima dello scontro con Trump sulle basi per attaccare l’Iran
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pedro Sànchez leader del Pd e premier del governo italiano. Che manda a ramengo
non una, nè due ma tre volte il super Trump. Lo zittisce, lo annulla, lo
capovolge. Senza nascondersi anzi presentandosi “a testa alta” davanti al suo
Paese e spiegando il disastro in cui ci sta ficcando l’alleato di Washington, la
deriva bellica della filosofia Usa, il principio della forza come esercizio
suprematista del diritto e l’abbandono di ogni convenzione internazionale, di
ogni regola che fino a ieri organizzava la vita degli Stati e ne stabiliva i
vincoli e i limiti.
L’avrebbe fatto? Sànchez avrebbe potuto pronunciare a Roma il discorso che ha
dato a Madrid?
Siamo certi che – se avesse avuto l’ardire – dopo un minuto sarebbero partite
cannonate sul suo capo. La destra avrebbe tacciato come “eversive” le sue
parole: una dichiarazione di guerra al nostro alleato storico. La Rai avrebbe
schierato Bruno Vespa, indispettito e mortificato per la figuraccia, e poi la
serie di canterini affannati, e la schiera dei sondaggisti addolorati, e il
gruppo degli esperti, anzi espertissimi di cose americane a illustrare la
ritorsione certa di Trump e il de profundis per la nostra economia. Quante
interviste, quanti industriali già con le lacrime agli occhi e la cenere sul
capo?
A quel punto la batteria interna del Pd, la fronda riformista, i “moderati” in
subbuglio, i giornali di conserva a interrogare i malpancisti, gli editoriali di
contrasto, la polemica, il fuoco della disapprovazione.
Vero, oggi Elly Schlein si congratula con Sànchez per la forza, la nitidezza da
hombre vertical di una posizione che lo disallinea dal resto di un’Europa
tartufesca, ingobbita, senza nessuna idea e senza nessun’altra strategia che
andare a rimorchio, eseguire da vassalli i desiderata di Trump.
Ma Schlein lo saluta da straniera in Patria. E non è un caso che solo da
Oltretevere si usano parole di altrettanta esatta, precisa riprovazione: quelle
di Pietro Parolin, il segretario di Stato vaticano.
Tolta la Chiesa, il nulla.
Meno male che Sànchez è spagnolo. Per Sànchez l’Italia sarebbe terra ostile e
prevediamo che il Pd non agevolerebbe in nessun modo la sua ipotetica
leadership. “Con gli estremismi non si vince”, sarebbe la formula di rito dei
pretoriani del no, questa volta pronunciato sotto forma di rifiuto di far dire
alla Sinistra qualcosa di sinistra.
L'articolo Meno male che Sànchez c’è! Ma cosa accadrebbe se ci fosse il “Pedro
italiano”? proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La posizione della Spagna si riassume in poche parole: no alla guerra“. È
quanto ha detto il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez, in una
dichiarazione istituzionale dal Palazzo della Moncloa, all’indomani delle
minacce del presidente statunitense Donald Trump di interrompere le relazioni
commerciali con Madrid per il rifiuto di autorizzare l’utilizzo delle basi
congiunte di Moron e Rota, in Andalucia, nell’operazione israelo-statunitense
contro l’Iran.
Qui sotto il discorso integrale del leader spagnolo:
Come sapete, sabato scorso gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, che
ha risposto bombardando indiscriminatamente nove paesi della regione e una base
britannica situata in uno stato europeo, a Cipro. Voglio, soprattutto, esprimere
la solidarietà del popolo spagnolo ai paesi attaccati illegalmente dal regime
iraniano. Da allora, le ostilità sono continuate, se non addirittura aumentate,
causando centinaia di morti nelle case, nelle scuole, negli ospedali. Causando
anche il crollo dei mercati azionari internazionali e l’interruzione del
traffico aereo e dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale, fino a molto
recentemente, transitava il 20% del gas e del petrolio mondiale. Nessuno sa con
certezza cosa accadrà ora. Persino gli obiettivi di coloro che hanno lanciato il
primo attacco non sono chiari. Ma dobbiamo essere preparati – come hanno detto i
promotori – alla possibilità che questa sarà una guerra lunga, con numerose
vittime e, quindi, con gravi conseguenze anche su scala economica globale. La
posizione del governo spagnolo su questa situazione è chiara e coerente. È la
stessa posizione che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza. In primo
luogo, respingiamo la violazione del diritto internazionale che ci protegge
tutti, soprattutto i più vulnerabili, la popolazione civile. In secondo luogo,
non dobbiamo dare per scontato che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo
attraverso conflitti e bombe. E infine, non dobbiamo ripetere gli errori del
passato. In breve, la posizione del governo spagnolo può essere riassunta in
quattro parole: no alla guerra.
Il mondo, l’Europa e la Spagna si sono già trovati in questa situazione.
Ventitré anni fa, un’altra amministrazione statunitense ci ha trascinati in una
guerra in Medio Oriente. Una guerra che, in teoria, all’epoca si diceva fosse
stata combattuta per eliminare le armi di distruzione di massa di Saddam
Hussein, per portare la democrazia e garantire la sicurezza globale, ma che, in
realtà, analizzata in prospettiva, ha prodotto l’effetto opposto. Ha scatenato
la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia mai subito
dalla caduta del Muro di Berlino. La guerra in Iraq ha provocato un drastico
aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo
orientale e un diffuso aumento dei prezzi dell’energia, conconseguenti
ripercussioni sul costo della vita e sul costo del cibo. Questo è stato il
regalo del “trio delle Azzorre” agli europei dell’epoca. Un mondo più insicuro e
una vita peggiore. È vero che è ancora troppo presto per sapere se la guerra in
Iran avrà conseguenze simili a quelle dell’Iraq. Se porterà alla caduta del
terribile regime degli ayatollah in Iran o alla stabilizzazione della regione.
Ciò che sappiamo è che da questo non emergerà un ordine internazionale più equo,
né produrrà salari più alti, servizi pubblici migliori o un ambiente più sano.
In realtà, ciò che possiamo intravedere per il momento è una maggiore incertezza
economica e l’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. Per questo motivo la
Spagna è contraria a questo disastro, perché comprendiamo che i governi sono qui
per migliorare la vita delle persone, per fornire soluzioni ai problemi, non per
peggiorarla. Ed è assolutamente inaccettabile che quei leader incapaci di
assolvere a questo compito sfruttino la guerra per nascondere il loro
fallimento, riempiendo le tasche di pochi – i soliti quelli. Gli unici che
vincono quando il mondo smetterà di costruire ospedali per costruire missili.
Data questa situazione, il governo di coalizione progressista farà lo stesso che
ha fatto in altri conflitti e crisi internazionali.
Innanzitutto, stiamo assistendo gli uomini e le donne spagnoli che si trovano in
Medio Oriente, li aiuteremo a tornare nel nostro Paese, se, naturalmente, questo
è il loro desiderio. Il Ministero degli Esteri e l’esercito stanno lavorando
giorno e notte per organizzare le operazioni di evacuazione. È chiaro che le
operazioni sono molto delicate perché lo spazio aereo della regione non è
sicuro e perché la rete aeroportuale è gravemente colpita dagli attacchi. Ma i
nostri compatrioti possono essere certi che li proteggeremo e che li riporteremo
a casa. In secondo luogo, il governo spagnolo sta studiando scenari e possibili
misure per aiutare
famiglie, lavoratori, imprese e lavoratori autonomi, affinché possano mitigare
l’impatto economico di questo conflitto, qualora fosse necessario. Grazie al
dinamismo della nostra economia e anche alla responsabilità dimostrata dalla
politica fiscale del governo, la Spagna dispone delle risorse necessarie per
affrontare ancora una volta questa crisi.
Abbiamo la capacità, e anche la volontà politica, e lo faremo fianco a fianco
con gli attori sociali, come abbiamo fatto durante la pandemia, la crisi
energetica o, di recente, la crisi tariffaria. In terzo luogo, coopereremo, come
abbiamo sempre fatto, con tutti i paesi della regione che promuovono la pace e
il rispetto del diritto internazionale, che sono due parti dello stesso
conflitto.
L'articolo Il discorso integrale di Sanchez con la riposta a Trump: “La guerra
riempie le tasche dei soliti pochi, non ripetiamo gli errori del passato”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche
contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni
di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica,
istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese”. Dal Palazzo della
Moncloa il premier spagnolo Pedro Sanchez risponde a tono alla dichiarazioni di
Donald Trump che martedì ha definito la Spagna un alleato “terribile” e ha
minacciato di tagliare i rapporti commerciali in risposta al No di Madrid
all’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota, in Andalusia,
nell’offensiva israelo-statunitense contro il regime degli Ayatollah in Iran. Un
duro messaggio rivolto agli Stati Uniti ma anche agli altri leader europei:
“Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la
soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra
le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile
significhi leadership“.
Il premier spagnolo non cambia linea e tira dritto. Condanna il regime iraniano
“che reprime e uccide i propri cittadini, in particolare le donne”, ma allo
stesso tempo – aggiunge – “rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione
diplomatica e politica”. Ricorda che la crisi in Iran, scatenata dagli attacchi
di Stati Uniti e Israele, colpisce tutti (Spagna compresa) per questo esige da
Washington, Tel Aviv e Teheran “tutta la risoluzione perché cessino le ostilità
prima che sia troppo tardi“. “La posizione del governo spagnolo si riassume in
poche parole: no alla guerra”, ha insistito Sanchez nella sua dichiarazione
istituzionale di dieci minuti, senza domande dei giornalisti. “Spesso le grandi
guerre scoppiano per una concatenazione di risposte che sfuggono di mano, per
errori di calcolo, per guasti tecnici, per eventi imprevisti, pertanto dobbiamo
imparare alla storia. E non possiamo giocare alla roulette russa con il destino
di milioni di persone“, ribadisce.
Poi invita tutti, in particolare gli Usa, a “non ripetere gli errori del
passato” ricordato quanto accaduto con la guerra in Iraq: “Il mondo, l’Europa e
la Spagna ci sono già passati 23 anni fa, quando un’altra amministrazione
statunitense ci trascinò in una guerra in Medio Oriente, una guerra che in
teoria, secondo quanto affermato allora, era volta a eliminare le armi di
distruzione di massa di Saddam Hussein, portare la democrazia e garantire la
sicurezza globale, ma che in realtà ha prodotto l’effetto contrario, scatenando
la più grande ondata di insicurezza che il nostro continente abbia subito dalla
caduta del muro di Berlino”, ha sottolineato il leader spagnolo, aggiungendo che
la guerra in Iraq “ha generato un drastico aumento del terrorismo jihadista, una
grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un aumento generalizzato dei
prezzi dell’energia e del costo della vita“.
Sanchez ha affermato che “è ancora presto per sapere se la guerra in Iran avrà
conseguenze simili a quelle dell’Iraq, se servirà a provocare la caduta del
terribile regime degli Ayatollah o a stabilizzare la regione” ma, ha detto,
“quello che sappiamo è che da questa non nascerà un ordine internazionale più
giusto e non ne deriveranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un
ambiente più sano“. “Quello che per ora possiamo intravedere è più incertezza
economica, aumenti del prezzo del petrolio e anche del gas, per questo dalla
Spagna siamo contrari a questo disastro, perché riteniamo che il compito dei
governi sia quello di migliorare la vita delle persone e di fornire soluzioni ai
problemi, non di peggiorare la vita dei cittadini”, ha proseguito, definendo poi
“inaccettabile che i leader che sono incapaci di adempiere a tale compito
utilizzino il fumo della guerra per nascondere il loro fallimento e riempire le
tasche di pochi, i soliti, gli unici che guadagnano quando il mondo smette di
costruire ospedali per costruire missili“.
“La domanda è se siamo dalla parte della legalità internazionale e, pertanto,
della pace”, ha anche detto il premier spagnolo. “Siamo consapevoli delle
difficoltà, ma sappiamo anche che il futuro non è scritto, che la spirale di
violenza che molti danno già per scontata è assolutamente evitabile e che
l’umanità può ancora lasciarsi alle spalle questo fondamentalismo degli
ayatollah e anche la miseria della guerra”, ha affermato. In questa richiesta,
ha aggiunto, il governo spagnolo non è solo. “Il governo sta con chi deve stare,
con i valori che i nostri padri e i nostri nonni hanno fissato nella nostra
Costituzione”, “con i principi fondanti dell’Unione Europea, con la Carta delle
Nazioni Unite, con il diritto internazionale e quindi con la pace e la
convivenza pacifica tra i paesi e la loro coesistenza”, ha affermato il leader
socialista.
L'articolo Sanchez replica a Trump e dà una scossa all’Europa: “In Iraq è
iniziata così. No a un’obbedienza cieca e servile” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Cinquecentomila regolarizzazioni in un colpo solo, rivolte a irregolari
presenti in modo continuativo prima del 31 dicembre 2025, con fedina penale
pulita e, se richiedenti asilo, con domanda presentata entro l’anno scorso. La
scelta di Pedro Sánchez in Spagna agita il dibattito politico e suscita
preoccupazione anche nella Commissione Ue, che la considera in controtendenza
rispetto a un linea europea che punta sulle restrizioni. Luca Di Sciullo,
presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS che pubblica ogni anno l’omonimo
Dossier sull’immigrazione, invita però a riflettere e a guardare al modello
spagnolo anche alla luce delle ricadute sull’economia e ai vantaggi sul fronte
della sicurezza.
Cosa pensa della scelta spagnola di regolarizzare circa 500.000 persone?
La considero una mossa saggia e intelligente. Mantenere una mole così ampia di
persone nell’irregolarità è un fattore di insicurezza per tutti: per i
cittadini, per lo Stato, che non sa chi vive sul proprio territorio, e per gli
immigrati stessi, che vivendo nell’invisibilità rischiano di essere sfruttati o
reclutati dalla criminalità organizzata. È paradossale che governi che fanno
della sicurezza la propria bandiera accettino di avere in casa persone di cui
non sanno nulla.
A Bruxelles però c’è malumore: si teme che i regolarizzati possano poi spostarsi
in altri Stati membri.
Bisogna essere chiari: l’Unione Europea non ha competenze sulla gestione delle
migrazioni economiche, che restano sovranità dei singoli Stati. La Spagna ha
tutto il diritto di decidere autonomamente. Inoltre, considerando l’estremo
bisogno di manodopera in tutta Europa a causa della denatalità, è molto
improbabile che persone regolarizzate e con opportunità di lavoro decidano di
lasciare la Spagna, paese in crescita e più aperto di altri.
Sulla gestione degli irregolari noi puntiamo essenzialmente su rimpatri e Cpr.
I rimpatri dall’Italia sono una goccia nel mare: parliamo di circa 5.000 persone
l’anno a fronte di una stima di 370.000 irregolari. Rimpatri ai quali i Cpr
contribuiscono solo in minima parte, confermandosi strutture inefficaci e
costose: il rimpatrio non avviene nel 60% dei casi nonostante detenzioni
lunghissime, peraltro in condizioni disumane. Condizioni che certo non
migliorano le persone che, lo ripeto, nella maggior parte dei casi vengono
restituita al territorio italiano.
Cosa propone in alternativa?
Dovremmo regolarizzare tutti gli irregolari presenti, non con un provvedimento
una tantum, ma attraverso meccanismi di regolarizzazione continuativa e
individuale, basati sul radicamento maturato dalla persona nel tempo. Le nostre
leggi attuali sono così irrealistiche e bizantine da essere esse stesse
creatrici di irregolarità. Penso ai decreti flussi che nascono per assumere
lavoratori stranieri dall’estero: troppo spesso non si arriva al contratto e chi
intento è arrivato qui con un visto regolare finisce nell’irregolarità, spinto
verso il nero, lo sfruttamento e le reti criminali. Una regolarizzazione totale
sarebbe nell’interesse del sistema-paese.
Ma il Pil Spagnolo è in forte crescita, quello Italiano no. E poi la maggioranza
di chi arriva punta ad altri Paesi Ue. Rischiamo davvero che se ne vadano, come
già capita per tanti naturalizzati.
Bisogna distinguere. Chi arriva dalla rotta balcanica o sbarca come profugo
spesso vuole raggiungere reti familiari nel Nord Europa, esattamente come
facevano gli emigranti italiani settant’anni fa. Ma ci sono tantissimi migranti
economici che vorrebbero restare qui e se ne vanno solo perché trovano un
sistema ostile. Se l’Italia adottasse politiche più lungimiranti, potrebbe
trattenere e inserire questa forza lavoro in un sistema produttivo ormai vecchio
e poco competitivo.
Quali sarebbero i vantaggi concreti di invitare tutti “a sedersi a tavola”?
C’è un enorme vantaggio economico: oggi gli immigrati regolari producono già il
10% del Pil e lo Stato incassa da loro più di quanto spenda in servizi.
Regolarizzare altri 370 mila potenziali lavoratori significherebbe sottrarli
all’economia sommersa e aumentare la ricchezza generale del Paese.
Oltre al Pil, però, la sicurezza rimane una delle preoccupazioni principali e
pretende risposte.
E secondo me sta proprio lì uno dei vantaggi principali: portando tutti nella
legalità, invitandoli a “sedersi a tavola”, per usare la metafora, chi non sa
stare a tavola si auto-evidenzia molto più facilmente. La sicurezza ha due leve:
quella repressiva, della polizia, necessaria nelle emergenze, e quella della
coesione sociale. Ma di questa seconda leva, della coesione e dell’integrazione
abbiamo deciso di non servirci. Eppure in termini di sicurezza è la leva più
efficace. La criminalità attecchisce dove c’è emarginazione e mancata
integrazione. La vera sfida è creare spazi di dialogo in cui ogni identità sia
riconosciuta: non c’è miglior medicina per la sicurezza.
Meloni e l’Italia però non sono isolate: la riforma europea al via da giungo va
nella stessa direzione.
L’Europa sta vivendo un periodo cupo e miope. Queste politiche di chiusura
stanno producendo un declino demografico cronico e un’economia che langue.
Stiamo trasformando i migranti nel capro espiatorio delle nostre disfunzioni, ma
è un atteggiamento autolesionista che pagheremo a carissimo prezzo.
L'articolo Migranti, il modello spagnolo o la linea dura italiana? “Rimpatri
irrilevanti: regolarizzare significa soprattutto sicurezza” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Lo spunto me lo fornisce direttamente il più piccolo. Che però, attenzione,
adesso ha diciotto anni, ovvero fuori dal limite indicato da Sanchez e dentro a
pieno titolo alla panacea di tutti i mali che è quell’Internet e suoi consociati
social, di nuova e vecchia partitura.
Ciò posto, parlo bene, si dirà. Speriamo, rilancio, perché non è neanche detto.
E infatti, come sopra, lo spunto lo dà il neodiciottenne: “Per me una persona
che oggi si buttasse in politica è un folle, perché decidere di sottoporsi a un
vita di stress” dice mentre infila in bocca due rigatoni insieme. Chi ascolta,
cioè io e la sorella, alziamo gli occhi e verifichiamo che stia masticando. “E
perché? – chiedo io – Amministrare la cosa pubblica dovrebbe essere la più
nobile della arti”. La sorella a quel punto: “E poi dipende da quanta importanza
si dà al potere”. Io: “Per alcuni è tutto”.
Al che, lui, definitivo: “Secondo me il potere vero ce lo hanno quelli come
Zuckerberg. Purtroppo o per fortuna contano quelli come lui. Contano – insiste –
e traggono il massimo dalla loro opera d’ingegno. Quello sì che è potere,
muovono le masse vere. Altro che…”.
Seguono quei cinque secondi in cui io cerco disperatamente una risposta senza
trovarla. Un’ora prima si era saputo che Sanchez ha dichiarato guerra al mondo
digital e a chi lo gestisce, e io assisto inerme alla conferma che l’asse di
valutazione di ciò che conta, per la generazione cresciuta a pane e wifi, è
inclinato in direzione ostinata ma drittissima verso ciò che per noi è invece da
limitare. Da regolamentare.
I nuovi leader vestono con scarpe da ginnastica e felpa, sorrido tra me. E non
sanno, perché non ne hanno avuto mai bisogno, che cosa sia il volantinaggio,
neppure quello per pagarsi la benzina. E pensare che le magnifiche sorti e
progressive di una bolla chiamata new economy ed esplosa lasciando vittime a
destra manca nord e sud già l’avevamo vista. Eppure. Eppure siamo il mondo
felice che ha bisogno di sorrisi bianchi, evidentemente, e di bibite da
sorseggiare accanto al pc.
Sei tra noi?, chiede la maggiore. Ci sono ci sono, dico. E tiro fuori Sanchez
con il suo new deal. Vedremo come finirà, mi rispondono. Buona per tutte le
stagioni come risposta, mi dico, ma anche equa per chi non vuole prendere
posizione. Avessi saputo farlo io.
Sanchez dunque. Ha parlato di regole. E in particolare una è quella che mi
affascina più delle altre, quella che dovrebbe limitare, se non annientare, la
diffusione dell’odio. Poi c’è anche quella che chiama in causa i fondatori di
Grok, Tiktok e Instagram, come diretti responsabili delle violazioni commesse
sulle piattaforme digitali che loro gestiscono.
Tutto bello e dio solo sa se io non sottoscriverei in toto le cinque buone
regole senza peraltro meravigliarmi che provengano da un paese che in questo
momento vola, ci lascia a guardare, ci saluta dal finestrino con il suo oltre
+2,6% di Pil in crescita. Roba da pazzi.
Invece mi fermo, mi ripeto la parola magica. Regole. Guardo di nuovo i ragazzi,
davanti a me.
Solo pochi giorni fa per la prima volta, in tutt’altro contesto, anche il nostro
Presidente della Repubblica aveva nominato le regole. A mia memoria non
ricordavo un altro affondo tanto sonoro in cui Mattarella ne avesse ricordato
l’impegno al rispetto condiviso, pena la barbarie.
Tutti gli indizi mi portano dunque ad applaudire Sanchez, come potrei fare
diversamente. D’altra parte vuoi mettere dire No alla manipolazione degli
algoritmi e all’amplificazione di contenuti illegali a scopo di lucro? Oppure
quell’idea delle piattaforme per mettere in atto sistemi efficaci di verifica
dell’età degli utenti, in modo da sbarrare l’accesso ai minori di 16 anni? Poi
però penso al governo di Madrid che collaborerà con la procura per portare alla
luce e sanzionare potenziali violazioni dei social e qui mi fermo.
Devono averlo notato anche loro, i ragazzi. Mi fermo perché un governo che
collabora con la procura mi fa frenare di colpo e mi fa dire, simpaticamente ma
anche meno, ‘definisci violazioni’ e soprattutto ‘definisci potenziali
violazioni’. Perché una cosa è certa, o si stabilisce qual è l’organo – esperto
anche in new media – che fa da valutatore e semmai dovrebbe essercene uno
europeo, oppure il rischio deriva diventa immenso. Quel che può essere vero in
un Paese progressista non lo è in un altro sovranista. E chi stabilisce quando i
contenuti sono violazioni potenziali?
Non a caso quando Mattarella – grazie sempre che c’è – invocava sì le regole, ma
le associava all’Europa (altro discorso, sì, altra situazione, ma il meccanismo
deve scattare sempre ormai: norma? Europa. Altrimenti ci diluiamo nel mare
magnum di un’ignavia individualista).
E così chiedo a mia figlia, Ti ricordi quando la sera parlavamo di quel che i
giornalisti avrebbero proposto al tg e tu già sapevi i fatti perché li avevi
letti non so dove? Certo che mi ricordo, risponde lei, e le mie fonti non erano
mai il mainstream. Come per i recenti fatti di Torino, lei le immagini le aveva
viste tutte e presto. Aveva saputo da subito il bello e il brutto. Si era fatta
un’idea. Sì, mi si obietterà, ma ha vent’anni. Certo, contro-obiezione, ma tre
anni fa non li aveva.
Vado a rileggere le intenzioni di Sanchez e sospendo il giudizio. Perché se
alcune intenzioni nel suo operato le approvo da madre, come giornalista e come
cittadina mi interrogo. Non so quanto il divieto e il limite imposto dall’alto
possano mai sopperire quella che deve orami essere considerata una necessità:
insegnare a leggere il web, educare i ragazzi a muovercisi attraverso, guidarli
nello schivare i rischi e evitar loro danni conseguenti. Dar loro
consapevolezza, questa sì che è una regola. Insegnare a scuola educazione
digitale, sì. Ci sto. Anche perché, parliamoci chiaro, care Spagna e Italia:
divieto o non divieto, anche sotto ai sedici anni i ragazzini, il web e i
social, li useranno. Quindi inutile temporeggiare, meglio educare il prima
possibile.
Il paragone può essere azzardato, ma non credo lo sia. Noi abbiamo imparato a
leggere perché qualcuno ce lo ha insegnato. Ci siamo mossi tra i testi come oggi
ci si muove tra i post. A tentoni, leggendo male, leggendo bene, leggendo tutto.
Poi ci siamo confrontati, e abbiamo capito che i cattivi romanzi e i cattivi
maestri non esistono. Esistono i pericoli e ai pericoli siamo esposti tutti, di
qualsiasi generazione. Abbiamo imparato ad andare in bicicletta perché qualcuno
un giorno ci ha dato una spinta, ci ha lasciato andare e ha incrociato le dita
socchiudendo gli occhi per non vedere oltre.
Non appartengo al circolo di quelli che dicono che quel che fanno altrove è
sempre meglio. Ma nel nord Europa i bambini non usano le rotelle per muovere i
primi passi in bicicletta e imparano ad andare da soli presto, prestissimo. Ben
prima dei sedici anni.
L'articolo Sanchez vieta i social agli under 16? Sospendo il giudizio: forse
meglio dar loro consapevolezza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non solo Musk. La Spagna è in guerra aperta con quelli che definisce
rappresentanti della tecnocrazia e ribatte alle accuse di Pavel Durov, fondatore
di Telegram. L’interesse di Durov verso Madrid riguarda sempre il pacchetto
normativo anticipato qualche giorno fa dal premier Sanchez, che contempla il
divieto di accesso ai minori di 16 anni e anche la responsabilità penale per gli
amministratori delegati delle reti social. Il primo ministro le ha definite un
“Far West” dove trionfa l’illegalità senza che vi siano conseguenze per chi li
amministra.
Durov, che nel 2024 è stato arrestato in Francia per aver consentito attività
criminali sull’app di messaggistica come terrorismo, traffico di droga, frode,
riciclaggio di denaro e distribuzione di contenuti pedofili, ha contestato
questa iniziativa scrivendo: “Queste non sono misure di sicurezza; sono passi
verso il controllo totale. Abbiamo già visto questo copione in passato: governi
che usano la sicurezza per censurare chi li critica. In Telegram, diamo priorità
alla tua privacy e alla tua libertà: crittografia avanzata, nessuna backdoor e
resistenza all’abuso”.
Il fondatore di Telegram paventa, dunque, in vista di una raccolta di dati per
lo sbarramento ai social rispetto all’età, una schedatura di massa: “Crea un
precedente per il tracciamento dell’identità di OGNI utente, erodendo
l’anonimato e aprendo le porte alla raccolta di dati di massa. Ciò che inizia
con i minori potrebbe diffondersi a tutti, soffocando il dibattito pubblico”.
Madrid replica a muso duro: il messaggio del fondatore di Telegram “riflette il
modo di operare dei tecnocrati sui social media: è pieno di bufale e mira a
minare la fiducia nelle nostre istituzioni”.
Dalla Moncloa sottolineano: “Durov ha sfruttato il suo controllo illimitato” su
Telegram “per inviare un messaggio di massa a tutti gli utenti spagnoli in cui
diffonde diverse menzogne e attacchi illegittimi contro il governo. È la prima
volta che ciò accade nella storia del nostro Paese. Questo fatto dimostra
l’urgente necessità di regolamentare i social network e le applicazioni di
messaggistica mobile. Noi spagnoli non possiamo vivere in un mondo in cui i
tecnocrati stranieri possono inondare i nostri telefoni di propaganda a loro
piacimento solo perché il governo ha annunciato misure per proteggere i minori e
far rispettare la legge”.
A dare man forte al governo spagnolo ci sono i rilevamenti di Eurobarometro: il
95% degli spagnoli è preoccupato per la disinformazione e i discorsi di
incitamento all’odio, e l’89% per la concentrazione di potere nelle grandi
piattaforme e la mancanza di trasparenza dei loro algoritmi.
Madrid ricorda poi che l’imprenditore ha già avuto guai a Parigi: “Durov è
indagato per la sua possibile responsabilità in reati gravi e la piattaforma ha
ripetutamente violato i suoi obblighi di controllo; ha deliberatamente
progettato un’architettura di moderazione minima che ha trasformato Telegram in
uno spazio ricorrente per attività criminali documentate, come reti di abuso
sessuale su minori e traffico di droga, con casi indagati in paesi come Francia,
Corea del Sud o Spagna”. Pedro Sanchez, intervenendo a Bilbao in chiusura del
VIII Congresso Nazionale dell’Industria, non si tira indietro e assicura che la
Spagna utilizzerà “la forza dello Stato” per “proteggere le democrazie dagli
attacchi e i nostri figli da questo universo tossico, impune, nel quale
purtroppo si sono convertite le reti sociali”.
L'articolo Durov (Telegram) attacca la Spagna per la legge sui social vietati ai
minori di 16 anni. Sanchez replica: “Proteggeremo i nostri figli” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Un tiranno e un traditore del popolo spagnolo”. Così Elon Musk ha definito il
primo ministro spagnolo Sanchez, dopo che quest’ultimo aveva annunciato la nuova
legge che sbarrerà l’accesso ai social ai minori di sedici anni. Il premier
aveva anticipato le caratteristiche di questa iniziativa durante il suo
intervento al World Government Summit di Dubai, definendo i canali social “uno
Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”. Aveva poi
menzionato lo stesso Musk che aveva criticato la nuova norma mirata a
regolarizzare un certo numero di migranti in Spagna.
Il multimiliardario non ha fatto attendere la sua replica e sul social X di sua
proprietà ha lanciato i suoi improperi su “dirty Sanchez”. Thomas Regnier,
portavoce della Commissione europea per la sovranità tecnologica è intervenuto:
“Apprezziamo sempre il rispetto, anche se si tratta di un contesto online, anche
se si tratta di un post sui social media. È così che lavoriamo. È così che
funziona l’Europa, la Commissione europea. Detto questo, è possibile collaborare
con una piattaforma come X? Sì, speriamo che sia possibile collaborare con una
piattaforma come X”.
Ma Regnier ha aggiunto: “Gli amministratori delegati possono essere ritenuti
responsabili in via generale di ciò che accade sulle loro piattaforme? È un
dibattito che dura da anni, sia all’interno della Commissione che con gli Stati
membri, ed è stato presente anche durante i negoziati sul DSA (Digital Service
Act), in relazione all’esenzione da responsabilità: un amministratore delegato è
responsabile di ciò che pubblica online? Io, in quanto amministratore delegato,
sono responsabile di ciò che pubblica online? È molto complicato”. Si intravede,
dunque, lo scarso entusiasmo di Bruxelles per la posizione netta presa dalla
Spagna.
Certamente più vigorosa la presa di posizione di Madrid in difesa del suo
leader. Felix Bolanos, ministro della Presidenza e della Giustizia spagnolo ha
rilanciato il concetto di tecno-casta già usato da Sanchex nel 2025 per indicare
il pericolo che arriva dalla Silicon Valley per le democrazie europee: “Per
molti anni abbiamo visto come i miliardari ingrassassero i loro servitori
politici affinché potessero realizzare programmi per ridurre i diritti , per
attaccare la convivenza, per attaccare la democrazia. Ora hanno fatto un passo
avanti, e questa tecno-casta, questi predatori di tutti, ora partecipano
direttamente alla politica, entrano nel dibattito pubblico e minacciano il
nostro rispetto, la nostra convivenza, i nostri diritti, la nostra democrazia”.
Per Bolanos “il dilemma è chiaro: o mille miliardari che minacciano la
democrazia, i valori e lo Stato sociale, o politici progressisti e coraggiosi
come Sanchez, che tengono testa difendendo ciò che è di tutti”. Il braccio di
ferro tra Madrid e Musk è in corso. Il governo spagnolo intende approvare la
prossima settimana il progetto di legge che introdurrà la responsabilità penale
per i responsabili delle piattaforme digitali.
L'articolo Musk definisce Sanchez “un tiranno” e Madrid si indigna rilanciando
il pericolo della tecno-casta. L’Ue resta tiepida proviene da Il Fatto
Quotidiano.