P er decenni, a Miami, il prestigio del territorio è stato legato alla costa:
abitarci era sintomatico di un preciso status, spesso identificato da un preciso
colore della pelle. Non a caso, le comunità afrocaraibiche sono state spinte
lontano dal mare, dando vita a quartieri e insediamenti più o meno vasti
nell’entroterra. Poi è arrivata la crisi climatica. L’erosione costiera sta
trasformando questo margine, quelle aree periferiche, nel nuovo centro della
speculazione. Quando il mare sale, l’altimetria diventa una nuova forma di
censo: il fatto che, in determinate aree, un’abitazione sia al sicuro dalle
inondazioni, diventa un fondamentale driver immobiliare.
Proprio analizzando Miami, il docente di Harvard Jesse Keenan ha coniato il
concetto di gentrificazione climatica, il processo per cui gli impatti della
crisi climatica alterano il mercato immobiliare. A partire dal 2000, spiega il
docente, il prezzo delle proprietà situate a quote più elevate ha cominciato a
salire di più e più velocemente, perché queste sono percepite come più sicure
dall’innalzamento dei mari. Attraverso il Superior Investment Pathway, i
capitali colonizzano l’entroterra e trasformano l’altitudine in un lusso,
portando all’espulsione dei residenti storici, provenienti da un contesto
sociale più svantaggiato, verso aree più vulnerabili.
Una storia di espulsioni
Le ricostruzioni post disastro storicamente hanno agito come motori di
espulsione, trasformando la tragedia in un’occasione di speculazione.
Emblematica la vicenda della “gentrificazione per alluvione” di New Orleans,
dopo la distruzione operata dall’uragano Katrina nel 2005.
> A partire dal 2000, a Miami, il prezzo delle proprietà situate a quote più
> elevate ha cominciato a salire, perché queste sono percepite come più sicure
> dall’innalzamento dei mari, portando all’espulsione dei residenti storici
> verso aree più vulnerabili.
I quartieri bianchi vennero ricostruiti. Tutta l’edilizia popolare, abitata per
lo più dalla popolazione nera, anche se rimasta intatta o posta su terreni
elevati, venne chiusa o demolita. Le istituzioni promossero quartieri a “reddito
misto”: nei progetti residenziali che sostituirono i grandi complessi di public
housing abitavano persone di diversa estrazione sociale, famiglie povere
beneficiarie di sussidi, persone provenienti dalla classe media e altre invece
più ricche. La ratio annunciata era “de-densificare la povertà”: attirare
residenti facoltosi e istruiti doveva servire a migliorare la base fiscale e la
stabilità sociale dei quartieri. La conseguenza pratica fu la riduzione drastica
delle unità abitative disponibili a prezzi accessibili. Il fango portato da
Katrina diede il via libera a un processo di smantellamento del welfare che
portò, tra l’altro, alla privatizzazione di scuole e ospedali.
Il piano Green Dot Map proponeva di convertire i quartieri neri in parchi
drenanti, utili a proteggere le aree di pregio. Di fatto il peso
dell’adattamento fu scaricato sulle comunità più vulnerabili, confermando che il
verde può diventare un GreenLULU (Green Locally Unwanted Land Uses), ossia un
utilizzo del suolo legato a finalità ecologiche, ma indesiderato a livello
locale, che i poveri imparano a temere come segnale di espulsione. E, infatti,
il risultato fu l’esilio di circa 100.000 residenti che non poterono più far
ritorno nei propri quartieri e vennero progressivamente sostituiti da una
popolazione ricca e bianca.
La Negro removal di Baldwin
Questa dinamica affonda le radici nel processo che, tra gli anni Cinquanta e
Sessanta del Novecento, venne battezzato Urban renewal. E che James Baldwin
ridefinì, in base alle sue conseguenze pratiche, Negro removal. Il rinnovamento
urbano autorizzato nel 1949 dal National Housing Act distrusse migliaia di
quartieri neri con il pretesto di eliminare il “degrado”. Tra il 1955 e il 1966
furono espulse più di 300.000 persone. Grazie a fondi federali, le Local Public
Agencies poterono espropriarne i terreni a prezzi svalutati, per poi cederli a
privati che vi crearono uffici o residenze d’élite. La città prese forma intorno
a questo concetto: le nuove autostrade interstatali frammentarono le comunità
nere distruggendone il tessuto economico. Mentre lo Stato finanziava la
ricchezza bianca con mutui agevolati per chi acquistasse nei sobborghi, ai neri
veniva negato l’accesso al credito attraverso il redlining. Questa
redistribuzione forzata del valore fondiario di fatto istituzionalizzò e
consolidò il divario di ricchezza che ancora oggi si riflette nella geografia
sociale statunitense.
Il caso di Altadena
Non c’è bisogno di andare così indietro nel tempo per mostrare come gli eventi
climatici possono cambiare la demografia dei territori. Se guardiamo alla storia
recente, un esempio molto efficace è il caso di Altadena, storica comunità nera
di Los Angeles. Qui lo shock economico immediato legato agli incendi dell’inizio
del 2025 è stato un vero e proprio catalizzatore per la speculazione
immobiliare. Il fuoco ha distrutto migliaia di strutture e rotto i legami
sociali, trasformando quartieri che erano stati in grado di resistere per
decenni alle politiche discriminatorie in bersagli del “capitalismo dei
disastri”, in ragione del trauma e dello stato di necessità.
> La ripresa post incendio, a Los Angeles, ha rivelato una frattura profonda:
> chi aveva assicurazioni solide o risparmi ha potuto aspettare i permessi e poi
> avviare la ricostruzione prima di ricevere i rimborsi; chi era sottoassicurato
> o non aveva liquidità è rimasto intrappolato tra debiti e macerie.
La popolazione locale ha subito pressioni fortissime a vendere. Mentre le
macerie erano ancora fumanti, gli investitori immobiliari hanno iniziato a
tempestarla di chiamate e messaggi, offrendo liquidità immediata in cambio dei
lotti di terra che si erano liberati. Per comprendere la violenza del fenomeno
basta guardare ai dati. Appena un anno prima dell’incendio le società
immobiliari acquistavano il 10% dei lotti venduti. Sei mesi dopo, la quota è
balzata al 49%.
La differenza tra chi può aspettare e chi deve svendere
Altadena dimostra che la crisi climatica non crea solo danni fisici ma apre una
finestra di opportunità per la gentrificazione accelerata che cancella
l’identità di tanti territori. Come mostrano le storie raccolte da diversi
reportage sul posto, anche i residenti che avevano intenzione di ricostruire
insieme ai propri vicini alla fine hanno ceduto per i costi troppo alti, oltre
che per lo stress emotivo, e hanno svenduto i propri terreni alle società
immobiliari che, a differenza loro, avevano la capacità finanziaria di aspettare
i tempi della burocrazia e dei permessi e la possibilità di aspettare anche anni
perché un suolo riacquisisse valore.
La ripresa post incendio, ad Altadena, ha rivelato una frattura profonda, basata
quindi sulla capacità finanziaria. Mentre i proprietari più ricchi provenienti
da aree come la vicina Pacific Palisades disponevano di risorse per assorbire i
gap assicurativi, i residenti storici più poveri hanno subito un esilio
finanziario. Chi aveva assicurazioni solide o risparmi ha potuto aspettare i
permessi e poi avviare la ricostruzione prima di ricevere i rimborsi; chi era
sottoassicurato o non aveva liquidità, dopo il fuoco, è rimasto intrappolato tra
debiti e macerie.
Il paradosso delle infrastrutture verdi
Anche dove non arrivano eventi estremi ad accelerare i processi, la crisi
climatica agisce comunque come fattore di inasprimento delle disuguaglianze
urbane. Accade quando interventi urbanistici destinati a migliorare la
vivibilità e la sicurezza climatica delle città diventano fattori di esclusione
sociale. Infrastrutture come i parchi drenanti, boschi verticali o barriere
anti-inondazione sono essenziali per l’adattamento delle città al clima che
cambia, ma il loro arrivo determina un processo di green gentrification: la
riqualificazione urbana fa aumentare il valore immobiliare di determinate aree
ed espelle i residenti a basso reddito, per la tutela dei quali quegli
interventi erano stati pensati. Il fenomeno segue il cosiddetto “resilience
investment pathway”, quando le esternalità positive connesse al miglioramento di
un quartiere vengono assorbite dal mercato e la sicurezza fisica diventa un
asset finanziario. È un fenomeno globale. Si è verificato a Chicago, quando lo
sviluppo del parco lineare THE 606 ha fatto schizzare verso l’alto i prezzi
delle case: i rincari nelle aree abitate dalla popolazione latina sono stati
superiori a quelli delle zone già benestanti. O per l’Atlanta BeltLine, un
corridoio verde lungo più di 35 chilometri che è stato associato a incrementi di
quasi il 60% nelle zone più vulnerabili. Migliaia di famiglie afroamericane sono
state costrette a spostarsi. A New York la High Line ha trasformato le strutture
di un’ex ferrovia in un’enclave di lusso; a Copenaghen il progetto di resilienza
contro le inondazioni di St. Kjeld ha portato all’aumento degli affitti,
colpendo quindi i cittadini più poveri.
La green gentrification trasforma la sostenibilità in lusso
Questo processo contribuisce ad alimentare un sistema di ambientalismo
escludente, dove il comfort climatico e l’aria pulita non sono più diritti
collettivi ma privilegi riservati a chi può permettersi di pagare affitti sempre
più alti. La retorica del “verde che fa bene” finisce per rendere le città
sempre più ricche e più bianche, orientando i servizi su target di status
sociale sempre più alto. Mentre le famiglie benestanti colonizzano le aree più
sicure, i residenti storici sono spinti verso quelle meno curate e più
vulnerabili ai rischi ambientali. La sostenibilità diventa una velleità delle
classi più agiate, esasperando le disuguaglianze sociali e trasformando la
resilienza in un bene di consumo.
> Infrastrutture come i parchi drenanti, boschi verticali o barriere
> anti-inondazione sono essenziali per l’adattamento delle città al clima che
> cambia, ma la riqualificazione urbana fa aumentare il valore immobiliare di
> determinate aree ed espelle i residenti a basso reddito, un fenomeno noto come
> green gentrification.
Che il fenomeno sia reale e pervasivo è dimostrato anche dal fatto che comunità
e amministrazioni locali stanno adottando diversi modelli di governance
inclusiva e strumenti legali per tutelare il valore fondiario dalla speculazione
finanziaria. Sono nati, ad esempio, i Community Land Trusts (CLT),
organizzazioni non profit che acquistano terreni per conto della collettività e
separano la proprietà del suolo da quella degli immobili, così che gli affitti
possano restare accessibili. Allo stesso modo si stanno diffondendo l’housing
sociale integrato, che fonde infrastrutture verdi e affitti calmierati, e
normative come il COPA (Community Opportunity to Purchase Act), che concede alle
organizzazioni di quartiere il diritto di prelazione sugli immobili in vendita.
In generale la chiave per contrastare la green gentrification sta nel
coinvolgimento attivo dei residenti anche nelle fasi di design per garantire,
per esempio, che i nuovi parchi rispondano alle esigenze locali e non siano solo
attrattori per gli investimenti.
La mappa climatica dello stivale rivela una profonda disuguaglianza spaziale
Il nostro Paese non è esente da questi fenomeni e, viste le sue caratteristiche,
potrebbe esserne sempre più investito. L’Italia è al centro di un hotspot
climatico nel bacino del Mediterraneo: il suo territorio è esposto a rischi
combinati di ondate di caldo estremo, siccità e innalzamento dei mari. Già
adesso, la mappa della crisi climatica dello stivale rivela una profonda
disuguaglianza spaziale: la rigenerazione verde è invocata come una soluzione
necessaria ma sta fungendo da attrattore di capitali speculativi. Interventi
come viali alberati, parchi drenanti e boschi verticali hanno l’effetto positivo
di migliorare il microclima e la resilienza urbana, ma determinano in maniera
quasi immediata rincari immobiliari. La correlazione tra verde e valore
fondiario è misurabile: una casa che sta a 100 metri da un parco vale fino
all’11% in più, rendendo la sicurezza climatica un nuovo fattore di segregazione
che ridefinisce le gerarchie urbane e sociali.
> A Roma si sta manifestando una gentrificazione ecologica passiva. Non ci sono
> interventi programmati a tavolino, ma il mercato immobiliare sta reagendo alla
> crisi climatica valorizzando le infrastrutture naturali già esistenti.
Sono tantissimi gli interventi di adattamento che, da Nord a Sud, stanno
ridefinendo la geografia delle disuguaglianze in Italia. Basti pensare al
progetto della Biblioteca degli Alberi di Porta Nuova, a Milano che, insieme al
Bosco Verticale, tra il 2014 e il 2020 ha determinato un rincaro immobiliare del
34%. Del 28% la quota di aumento dei prezzi legata a Parco Dora, a Torino; del
21% quella generata dalla pista del Navile a Bologna, dove la rigenerazione
urbana ha innescato l’espulsione indiretta di anziani e lavoratori.
Roma e la gentrificazione ecologica “passiva”
A Roma, ad esempio, si sta manifestando una gentrificazione ecologica “passiva”.
Non ci sono interventi programmati a tavolino, ma il mercato immobiliare sta
reagendo alla crisi climatica valorizzando le infrastrutture naturali già
esistenti. Così, la presenza di molti alberi o la vicinanza a un grande parco
storico diventano catalizzatori di valore. È fisiologico: le estati in una
grande metropoli come la capitale sono sempre più torride. Avere accesso a ombra
e fresco diventa un bene posizionale che altera la composizione socioeconomica
dei quartieri: spinge verso l’alto i prezzi delle abitazioni, che diventano
inaccessibili anche per la classe media. È un laboratorio di adattamento
selettivo: la capitalizzazione delle risorse ambientali storiche è dispositivo
di espulsione indiretta della popolazione più povera e di creazione di enclavi
di benessere termico protette dalla natura. Chi non può permettersi di competere
finisce per rifugiarsi nelle aree urbane più grigie, cementificate e prive di
interventi di mitigazione, dove le ondate di caldo amplificano le vulnerabilità
sociali (e sanitarie) esistenti.
La gentrificazione climatica a Venezia
A Venezia, invece, possiamo assistere alle conseguenze del fenomeno definito
cost-burden pathway; la gentrificazione climatica si verifica per sottrazione e
impoverimento della base sociale. Che l’innalzamento dei mari sarà l’impatto più
forte per Venezia è ormai conoscenza nota. Meno indagata è la relazione tra i
costi di vita e degli interventi di manutenzione strutturale, e le possibilità
della popolazione residente. L’esplosione dei premi assicurativi, l’aumento
delle tasse locali per la difesa idraulica, i costi delle riparazioni, uniti
alla turistificazione che deforma i prezzi locali, hanno livellato verso l’alto
la composizione sociale della città. Gli abitanti storici sono da tempo in fuga
verso la terraferma e stanno lasciando calli, fondamenta e canali ai fondi
speculativi, che possono permettersi di scommettere su un territorio così ad
alto rischio.
La città fortificata al tempo della crisi climatica
La crisi climatica è un potente detonatore delle disuguaglianze esistenti perché
i suoi effetti si scatenano in maniera più violenta su una maggioranza della
popolazione che ha responsabilità pressoché nulle per le emissioni globali. Dal
punto di vista sociale, il cambiamento climatico non crea nuovi problemi dal
nulla ma esaspera le vecchie fratture. Lo dimostrano chiaramente casi come
Altadena o New Orleans. Sempre più spesso i disastri climatici diventano
meccanismi di riorganizzazione geografica che preparano il terreno all’arrivo di
capitali speculativi. In questo senso, uno dei rischi più insidiosi è che gli
stessi interventi pensati per proteggere le città finiscano per aumentare la
vulnerabilità delle comunità più fragili (maladaptation). Si tratta di una
deriva cui si può rispondere invece con principi come quello della fair
adaptation, basata su criteri di giustizia distributiva e procedurale. La
priorità di un adattamento equo è mettere al primo posto le categorie più
vulnerabili, garantendo loro una partecipazione effettiva nei processi
decisionali che trasformano i territori. Il traguardo finale di questa visione è
un modello che fonde la sostenibilità ambientale con l’equità sociale: è la
transizione giusta teorizzata da istituzioni e organizzazioni internazionali.
> Sempre più spesso i disastri climatici diventano meccanismi di
> riorganizzazione geografica che preparano il terreno all’arrivo di capitali
> speculativi.
Come i principali studi multidisciplinari sulla policrisi che stiamo vivendo ci
insegnano, non si combatte la crisi climatica senza vincere l’ingiustizia
climatica, e non si vince l’ingiustizia climatica senza sfidare l’ingiustizia
sociale. Questo a tutti i livelli: nelle relazioni tra aree del pianeta, Stati o
regioni, così come nelle città che abitiamo. Andiamo verso un futuro in cui la
sopravvivenza non sarà garantita direttamente dalla quantità di risorse
economiche a nostra disposizione ma dall’accesso a luoghi ombreggiati,
sufficientemente in alto, o al riparo dalla furia del meteo. Che questi luoghi
debbano essere appannaggio di ristrette élite o invece essere luoghi di cura
della collettività è una decisione ancora da prendere.
L'articolo L’era della gentrificazione climatica proviene da Il Tascabile.
Tag - cambiamenti climatici
S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono
un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico,
leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del
freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che
ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo
l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a
dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”.
Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato
fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale:
simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco;
per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se
toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo
secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente,
irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di
miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del
freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali
del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
> Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che
> fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia
> intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone
> forme e direzioni.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono
neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più
freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo
capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una
parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai
primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era
tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio
è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo
stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro
se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire
al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto,
portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di
qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di
un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati
plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai
pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era
glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti
festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del
Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul
ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci
sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta
di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di
un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli
scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più
disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento
dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna
marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo
stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle,
mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno
estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle
alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili
del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso
ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel
dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati
alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non
ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è
stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli
dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e
affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a
lungo imperanti in Occidente.
> Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
> che intorno a questo si sono sviluppate.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di
cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro
sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la
plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita
per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello
che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle
popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui
ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni
culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca
e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard
sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista
del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del
ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese
scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza
del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle
popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente
minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata
praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di
accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione
tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi
di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della
pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa
morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi
sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della
cristallografia di Keplero.
> Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio
> in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni
> dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o
> cancellato.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la
guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia
che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo
sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di
quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di
acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La
reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma
SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese,
dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu
però ben diversa da quella dichiarata:
> Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996,
> quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto
> Iceworm.
> L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una
> rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia,
> distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a
> quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della
> Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente
> un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la
> presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che,
> suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di
> nasconderle tra i ghiacci.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano
quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte
ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono
arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
> Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio
> pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle
> millanterie tipiche di molti racconti maschili.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati
all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore
ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità
territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno
materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono
però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori
opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere
riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio
pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di
molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì
sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco
sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia
matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente
circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi
calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le
streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere
quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la
meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria
una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo),
in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio
quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine
di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel
privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e
viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione
dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di
Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa
cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare
che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e
ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
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