Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben
più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete
italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno
considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi
risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione
l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe
a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei
ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo
stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla
conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto
conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da
cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto
sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega”
ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una
disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la
cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In
quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza
arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa
e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato
di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica.
Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili
implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile,
diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere
a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi
decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano
progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima
guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo
storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase “l’età degli
imperi”.
A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero
continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente
indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano
formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era
infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e
spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente
anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi
Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione.
L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse
attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo
studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato
il volto.
Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il
loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo.
La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato
dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di
immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto,
dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa)
pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e
gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non
si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso
forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori
reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o
Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse
proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano
culturale il contesto ci si avvicinava molto.
> Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro
> europea facendo ricorso agli imperi africani.
Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava
gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri
(1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li
può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e
guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira
all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta
un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto
incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non
stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto,
proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta
ricorso agli imperi africani.
Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del
manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard
Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann,
Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento,
poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può
velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la
definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del
continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei
popoli che lo compongono.
In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due
miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno
liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea
come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte;
l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik
che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto
per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi
europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono
totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in
questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza
coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle
proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo
Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva
tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso
Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o
della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione
occidentale”.
Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo
sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si
presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per
scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a
sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei.
L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per
il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune
delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile”
alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi
riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti
i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie
tropicali africane”.
> La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente
> non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo
> come soluzione a precisi problemi interni europei.
Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie
provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano
Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse
africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che
stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois –
passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro
l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie
e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non
bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una
possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929,
il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000
coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla
“questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che
arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso
di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco.
L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei
potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non
sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre
governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey,
già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita
di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio
morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli
africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla
missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano
per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una
prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i
promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero
più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di
sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata
l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non
era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva
adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra.
L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a
stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello
dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a
fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di
Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché,
nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e
ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della
loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai
nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick
La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle,
una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra
mondiale.
> Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli
> Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni
> continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
> Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche.
Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la
consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un
contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni
continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati
Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un
“pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali
rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una
garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più
in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti
pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che
includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole
britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e
vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia
alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla
Polinesia.
Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che
vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva
uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in
quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi
protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i
Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del
colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma
in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei
propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico
Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa
corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto
come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza
sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò
molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse
anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con
tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno
Stato piccolo”.
Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già
quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco,
finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della
Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente
sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di
lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta
negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia
contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo
D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente
eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca
o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra
esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine
di conseguire la piena autonomia geostrategica europea.
Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela
una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse
circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la
conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso
progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica
di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe
infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica
conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un
“regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio
Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine
all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo
cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro
progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e,
contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione
araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti
essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando
come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una
nuova realtà politica transcontinentale.
> A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali
> presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo,
> quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica
> esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi
> vitali”.
Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere
alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente
l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro
Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e
filoislamica del fascismo “portò a pochi risultati concreti […], anche perché
la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia
meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso
Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette
alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”.
Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono
quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte
sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo
pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per
capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto
storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani
della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono
sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più
decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione
dell’Union française.
Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo,
anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione
dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di
colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino
ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con
una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse,
erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono
troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente
riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una
“creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi
effettivamente in funzione.
Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente
eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la
Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai
suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora
al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene
rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di
per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico,
per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945
e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica
umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti
anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati
europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle
popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di
riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di
riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque
proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni
di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a
doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni.
Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse
da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose
andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso.
> Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle
> potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di
> Europa e Africa.
Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici
destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir
poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero
coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente,
furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza
presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou
Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena
ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del
movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua
isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa
ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani.
I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente
importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale:
Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle
colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione
della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento
che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel
Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da
Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia
alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana,
Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la
garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza
parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far
approvare una nuova legge elettorale più equa.
Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza
rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla
rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che
fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari
elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la
forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi,
indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente
superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il
rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla
questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente,
stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati
coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne
proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella
speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme
dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il
rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che
intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di
cui si parlava in precedenza.
È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci,
nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti
rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente
indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il
massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo
era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici
alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più
odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro
probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice
Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più
influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese,
fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione
auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il
colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”.
> L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico
> di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma
> che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione
> etnica o razziale.
Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che
l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi
risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in
“province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale
ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a
breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo
subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione
politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità
politica plurinazionale e multietnica.
Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un
altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui,
come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi
discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di
costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su
basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente
dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva
puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua
capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale
sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo
bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la
stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica
e delle camere a gas a quella del jazz.
Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano,
ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali
di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di
universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso
politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo
aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani
che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati
tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi.
È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e
democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora
alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale
messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello
di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e
panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni
carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una
scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario
con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che
pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non
solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso,
in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale
del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi,
2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a
mescolare tra loro tutti questi elementi.
> Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il
> riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni
> coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria.
Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della
storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico
l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse
funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente
costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di
queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione
della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già
alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come
“una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi
testé liberati”.
Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura
politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è
trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo
– e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista,
l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al
colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor,
insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce
ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà.
Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive:
l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera
culturale.
Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel
mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso
decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella
regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione
degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna
Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie
française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’
a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del
regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il
funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici
e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie.
Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per
l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente
simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione
culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la
battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale
su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne
criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose
polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la
lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione
al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale.
> L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente)
> progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al
> colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione
> individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria.
Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i
movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa
della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire
nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di
ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel
“tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e
ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso
politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di
tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal
concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il
campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia,
l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la
legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della
decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo.
Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su
come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si
fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e
cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare
tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla
base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione
contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze,
violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo
oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un
dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della
natura.
Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che
determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia
che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una
società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il
meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e
negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana
Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza
migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose
stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La
France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di
una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere
nazionale.
Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste
da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale
anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati
dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli
oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro
stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che
superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e
puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si
tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza
inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco”
(come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor
dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per
questo impossibile.
> Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che
> conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”.
Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against
Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una
prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva
vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie
latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi
simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo
si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente
trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la
vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze
distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza
colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di
vedere il mondo.
L'articolo Eurafrica proviene da Il Tascabile.
Tag - colonialismo
P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo
che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un
importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi
dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo.
Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave
febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema
sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus
il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici
rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare
pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro
di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione
governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di
riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che,
come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era
semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale.
È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando
venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale
Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del
villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che
scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno
sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e
belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo
corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola
stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello
Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi
coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume
più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò
opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al
villaggio”.
> C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri
> luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una
> nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in
> realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica.
La scelta di Piot e colleghi è stata frutto della stanchezza e
dell’improvvisazione, ma c’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di
foreste, o comunque di luoghi in apparenza neutri. Pensiamo ad altri nomi di
virus, come Hanta (un fiume coreano), Machupo (un fiume boliviano), o Zika (una
foresta dell’Uganda): sono nomi che consentono di localizzare geograficamente un
patogeno senza mettere una comunità specifica nel bersaglio. Ma come vedremo
anche questa nomenclatura finisce per essere problematica. E il recente focolaio
di ebola ne è una dimostrazione.
Un focolaio più pericoloso del solito
Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un
comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un
focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia
di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non
si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia
un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli
ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e
poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti
specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria
internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella
regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse
riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane.
Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101
decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il
quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella
di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del
Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del
laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale
tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale
rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei
contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo
che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la
recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID
(United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria
tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari
con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola.
Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo
a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia
risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola.
> Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale
> non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando
> che lo conosciamo almeno dal 2007.
Ma c’è un altro aspetto che vale la pena di considerare. Perché se è vero che
Bundibugyo è un virus raro, è anche vero che lo conosciamo almeno dal 2007, e in
vent’anni ancora non disponiamo di terapie specifiche per provare a debellarlo.
Ora, sviluppare un vaccino efficace non è mai un processo semplice, tantomeno
rapido. Ma se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato è che quando
c’è esigenza (e volontà) siamo in grado di velocizzare enormemente i tempi di
risposta e di sviluppo vaccinale. L’impressione è che gli sforzi per studiare
Bundibugyo in questi anni siano stati scarsi. E il suo nome, derivante dal
villaggio ugandese dove è stato scoperto, ha probabilmente inciso su questo
ritardo.
Più contenimento, meno terapia
Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola
2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni
internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo,
conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce
ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato
nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori
internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di
contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura
controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli
infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano.
Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire,
l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base
di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che
avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi,
nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione
positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe
accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il
terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto
imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli
Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e
Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite).
> Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori
> internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus
> all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non
> fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord
> globale.
Nel suo libro Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health
(2020), Richardson racconta nel dettaglio quanto osservato durante la sua
permanenza in RDC, arrivando alla conclusione che, a giudicare dalle scelte
adottate, l’obiettivo delle organizzazioni presenti non fosse tanto curare gli
infetti, quanto evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale. Questa
lettura trova riscontro nelle critiche pubbliche esternate da esponenti di
Medici senza frontiere (MSF) a fine 2014, in cui si muovevano accuse all’OMS (e
in parte all’organizzazione stessa) per la gestione di quel focolaio, arrivando
a parlare di una “forma istituzionalizzata di non assistenza”. Oltre a
denunciare un dispiegamento insufficiente di personale per gestire la
situazione, la critica si concentrava sulla scelta di non somministrare fluidi
per via endovenosa nei centri di trattamento di ebola, probabilmente per
tutelare la sicurezza degli operatori (riducendo il tempo di esposizione nella
zona rossa). Rony Brauman, ex presidente di MSF affermò che “c’erano ampi
margini di miglioramento. In molti luoghi era possibile fare reidratazioni e
terapie che avrebbero permesso di salvare un certo numero di pazienti”.
Colonialismo sanitario
Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine
questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti
locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più
radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali
difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il
comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a
“identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a
una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le
misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure
contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e
screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore
generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire
fiducia nelle comunità colpite”.
Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili
responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più
che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità
della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la
popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione
nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro
del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera
dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di
conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i
flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono
il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che
favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore
di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse
una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le
milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a
trarre profitto.
> Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali
> responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata,
> più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è
> pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore
> minerario.
Il comunicato precisava poi che non c’erano ragioni sufficienti ad attivare
misure pandemiche, e che per il momento non era necessario restringere i voli o
chiudere i confini internazionali. Alla luce di quanto mostrato da Richardson,
risulta difficile non individuare un malcelato tentativo di tranquillizzare i
Paesi occidentali. Come a dire: esiste un problema, bisogna intervenire
localmente, ma per il momento i Paesi più ricchi possono dormire sonni
tranquilli.
I nomi sono importanti
Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention)
americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a
Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che
tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre
di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse
l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo,
nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da
anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne
abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma
ormai il danno era fatto.
Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita
all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze
drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in
persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal
rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei
finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan
riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine
di migliaia di persone.
> Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse
> trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse
> prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il
> tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti.
La storia è piena zeppa di esempi che mostrano come la nomenclatura di un virus
o della patologia a esso collegata possa comportare enormi danni. Il caso più
eclatante è quello della cosiddetta influenza spagnola del 1918, che secondo gli
studi più accreditati ebbe in realtà origine in un campo militare in Kansas. Ma
si era ancora nel pieno della Prima guerra mondiale, e per non minare il morale
delle truppe Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia censurarono ogni
notizia riguardante l’epidemia. La Spagna invece era neutrale, e fu il primo
Paese a rivelare il numero di contagiati e morti. Risultato: con il benestare
dei Paesi in guerra, la scelta del nome ricadde sulla Spagna. Questo, oltre a
far ricadere uno stigma sulla popolazione iberica, andò a coprire le
responsabilità internazionali di una pandemia che causò milioni di morti.
Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della
cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la
pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome
il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza
suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi
registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse,
in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse
sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la
decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero
metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che
alcuni di loro portassero il virus.
Nessun virus è mai veramente locale
Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015
l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei
patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone,
specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali,
oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come
“sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come
“influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori
come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno
indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come
evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi.
Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a
diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”.
Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia
stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi
versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod
Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del
virus resiste ancora.
> Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo
> perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal
> continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata
> monetizzabile.
Ora, nonostante i morti continuino a crescere e il focolaio di ebola sia ancora
attivo, a giudicare da come ne parlano molti media e organizzazioni occidentali
la percezione è che il problema sia ancora circoscrivibile a una remota regione
dell’Africa centrale. Quella che potrebbe sembrare semplice sciatteria
comunicativa, è in realtà il riflesso di un problema strutturale, un retaggio
della storia coloniale che viene reiterato nei programmi di contenimento dei
focolai.
In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus
Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni
in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica
globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases.
Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi
patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non
endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in
un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica
nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è
insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi
poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere
paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”.
Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord
e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale.
Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è
sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test
molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic
Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di
un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata,
non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più
virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte
della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale
nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante.
Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e
preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il
focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in
vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare
Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il
perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso
fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è
mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere
intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord
globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre
più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato.
A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati
veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno.
L'articolo I nomi che diamo ai virus proviene da Il Tascabile.
C osa hanno in comune la comunicazione senza fili e il primo bombardamento aereo
della storia? Il lungomare di Tripoli e la Biennale di Venezia? Il deserto, le
nuvole e i vermi? Da sempre, Guglielmo Marconi aleggia nel mio immaginario come
una figura positiva di pioniere delle moderne tecnologie di comunicazione. Il
suo nome ricorreva nei diplomi da radioamatore di mio padre rilasciati dall’ARI
(Associazione Radiotecnica Italiana, poi Associazione Radioamatori Italiani), di
cui Marconi fu membro onorario dal 1927 al 1937. La sua intuizione mi è sempre
stata chiara, sin da quando, bambina, immaginavo le onde radio schizzare dalla
grande antenna sul tetto di casa, rimbalzare sulla luna e insinuarsi nella
ricetrasmittente sotto forma di voci aliene e suoni metallici. L’effigie di
Marconi compariva ovunque, persino sulla moneta da cento lire; nell’immaginario
collettivo non era solo l’inventore della radio, ma rappresentava anche
quell’ideale tutto italiano di genio, visionario e conquistatore di nuovi mondi.
Mai, né in età scolare, né negli anni della formazione e oltre, qualcosa è
arrivato a scalfire questa immagine. Quello che invece non mi era chiaro e a
lungo ho ignorato è come questa mitografia si radichi nella sua controversa
partecipazione alla prima sanguinosa fase del colonialismo italiano in Africa.
Oggetto di culto già in vita, e quasi santificato dal regime fascista, Marconi
non solo inventa e nomina nuovi mestieri – si pensi al marconista –, ma ricopre
diversi incarichi governativi e inizia la sua carriera militare durante la
guerra italo-turca (1911-12). È in questa contesa dei territori libici che lo
scienziato sperimenta sul campo di battaglia la comunicazione senza fili,
consentendo coordinamenti veloci fra le truppe di terra e le flotte aerea e
navale: “Rivendico con onore di essere stato in radiotelegrafia il primo
fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fasci i raggi
elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la
necessità di riunire in fascio le energie sane del paese per la maggiore
grandezza d’Italia”, dichiara nel 1926.
Vengo a conoscenza di questa storia grazie a una mostra dell’artista Alessandra
Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
di Torino (12 giugno-12 ottobre 2025). In I saw a dark cloud rise, Ferrini ne
individua gli indizi sintomatici, o meglio, parafrasando Carlo Ginzburg (Miti
emblemi spie. Morfologia e storia, 2023 [1986]), quei “segni che hanno
l’involontarietà dei sintomi” e, con approccio forense, come nel tentativo di
ricostruire una scena del crimine, collaziona le tracce visuali del colonialismo
italiano o di quello che Alberto Toscano ha definito Late Fascism (2023), ovvero
quell’intreccio strutturale di capitalismo e colonialismo su base razziale che
persiste oltre il fascismo storico. “Alcuni periodi storici vengono liquidati
come transizioni tra eventi più imponenti, trascurati, ignorati o
strategicamente dimenticati”, afferma Ferrini che, con cura chirurgica,
disseziona una storia sistematicamente obliterata dalla memoria collettiva e
porta alla luce verità scomode anche a distanza di oltre un secolo. È così che
Ferrini individua i colpevoli fra gli insospettabili – o, quantomeno, anche fra
quelli che la scrittura della storia ha scelto di assolvere.
> Ferrini rimarca, dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda
> fascista, la traccia insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e
> operativa sin nel più banale dei gesti, quello del guardare.
Nei due ambienti speculari che ospitano la mostra, un ampio corpus di immagini e
memorabilia – raccolti in anni di ricerche dentro e fuori gli archivi
istituzionali, o acquistati su piattaforme di e-commerce – forma la base
materiale di un processo indiziario che ricostruisce la “genealogia delle
fantasie tecnologiche fasciste” e “la loro spinta genocida”, leggo nel testo di
sala. È così che Ferrini sembra concepire l’esposizione: come un laboratorio di
ricerca, uno spazio di studio e di indagine dove interrogare le immagini e
contrastare una strana amnesia collettiva. Nel primo ambiente, un assemblage di
fotografie, documenti, manifesti, illustrazioni, cartoline, francobolli e
periodici illustrati di inizio Novecento, richiama la forma atlante di
warburghiana memoria. L’artista enfatizza l’idea di evidenza dell’immagine e il
suo ruolo nella costruzione dell’immaginario che, al pari dei dispositivi e
delle infrastrutture tecnologiche, informa le strutture del pensiero e orienta i
sentimenti, i gusti e le posture degli italiani.
Mentre la prima stampa si offre come una timeline (1938-2024) di francobolli
dedicati a Marconi, la seconda, un vinile adesivo che nell’economia degli spazi
occupa una posizione centrale, riproduce in scala 30:1 una fotografia di gruppo.
Bambini e adolescenti arabi posano immersi in un palmeto: un’immagine
apparentemente amena se non fosse che la didascalia rivela il contesto di un
bombardamento aereo. Accanto, un fotomontaggio mostra un altro gruppo di
bambini, questa volta italiani, sulla nave Vittoria, in viaggio verso la
conquista della Libia. L’artista non si limita ad accostare le due immagini
mettendone in evidenza il doppio standard, ma interviene opacizzando il volto
dei bambini arabi, così da frustrare quel desiderio dello sguardo che rischia di
rinnovare nell’oggi le inaudite violenze del passato.
Un gesto che ricorda i viraggi e le alterazioni ritmiche a cui Yervant Gianikian
e Angela Ricci Lucchi sottopongono, rifotografandole, le pellicole di Luca
Comerio – pioniere del cinema noto per aver partecipato come cineoperatore
proprio alla guerra italo-turca – o, ancora, i ralenti di Paolo Rosa in
Riminilux (1993) che alterano il tempo del film ed enfatizzano l’ottusa violenza
delle marce e delle parate fasciste. In maniera analoga, Ferrini rimarca,
dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda fascista, la traccia
insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e operativa sin nel più banale
dei gesti, quello del guardare. Allo stesso tempo, l’artista rifiuta di
assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini, quel connubio perverso
tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura, prolungamento – per
molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio coloniale. Un
implicito je accuse, radicale e iconoclasta, contro un certo modo di produrre,
guardare e far circolare le immagini che anestetizza lo sguardo e normalizza la
sopraffazione.
> L’artista rifiuta di assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini,
> quel connubio perverso tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura,
> prolungamento – per molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio
> coloniale.
L’accostamento crea uno shock visivo, come una ferita cognitiva rispetto alla
quale il terzo wallpaper sembra assumere una funzione cauterizzante – un saggio
di storia e cultura visuale che invita a una disposizione più analitica e
pretende uno sguardo attento, capace di indugiare sui dettagli e,
all’occorrenza, di tornare indietro. La composizione verbo-visiva e le
annotazioni – weaponization of history & heritage, obsession with progress,
nationalism, acceleration of propaganda, allegories & myth making, hero/god,
imperialist process of sacralisation, memorialisation, laboratory of genocidal
technologies, racial hierarchies… – fanno emergere una trama di connessioni
inaspettate e affatto scontate tra politiche coloniali, ideologia fascista,
estetica futurista e tecnologie delle telecomunicazioni.
Numerose cartoline d’epoca celebrano senza soluzione di continuità l’aviazione
italiana, il massacro degli arabi e l’eleganza degli interni futuristi. Una in
particolare colpisce la mia attenzione: una giovane donna vestita alla turca con
la tipica mezzaluna sul capo (allegoria dell’Impero Ottomano) porge la mano a
una donna più matura, vestita all’antica con un peplo di velluto rosso e una
corona di alloro (allegoria dell’Italia). La foggia degli abiti e le colonne
romane, o quel che resta di esse, ricordano le “radici antiche” della presenza
italica in Libia e, di conseguenza, la legittimità della “riconquista”. Le
rispettive posizioni e l’evidente differenza anagrafica, invece, suggeriscono
l’idea di una minorità culturale della prima rispetto alla seconda, corroborata
dalla presenza di un giovane ragazzo che sventola un ramoscello d’ulivo,
allegoria della Libia e monito per le future generazioni di popoli africani da
sottomettere all’Italia fascista.
Diversi articoli sul sostegno fascista agli “uomini di scienza”, che salutano
Marconi come “primo imperatore dell’Aria” e “beneficatore dell’umanità”,
dialogano con altre immagini commemorative: dall’affresco di Antonio Achilli che
celebra la guerra d’Etiopia presso la sede del Consiglio nazionale della
ricerche – poi coperto nel 1947 da un’ode agli scienziati italiani – al
monumento a Marconi eretto all’Eur di Roma (1957), sino alla targa a lui
dedicata presso il Santuario di Oropa nel biellese, dove pare che l’inventore
avesse ricevuto una sorta di illuminazione divina sul futuro della comunicazione
senza fili.
Sulla quarta parete, infine, con uno sfondamento più che simbolico, l’artista
espone una decina di saggi accademici che aiutano a contestualizzare
ulteriormente gli interventi visivi, approfondendo come l’immaginario
tecnoscientifico possa alimentare falsi miti di progresso e servire da pilastro
all’ideologia della patria e della bulimia coloniale. È tuttavia un peccato che
questo elemento non sia stato valorizzato con un display più favorevole alla
sosta e alla lettura; la mancanza di tavoli e sedie, infatti, frustra
l’approfondimento e costringe a rimandare la lettura accontentandosi di un QR
code.
Proseguendo sulla falsariga di questa disamina visuale, la seconda stanza della
mostra approfondisce il nesso tra lo sviluppo della tecnologia wireless e il
primo ricorso ai bombardamenti nella storia dell’aviazione militare: non una
mera coincidenza, ma elementi strutturali e complementari di un regime di
oppressione e sterminio. La forma saggio, ricorrente nel lavoro di Ferrini, che
si tratti di performance lecture, di montaggio visivo o videografico, assume qui
l’aspetto di una videoinstallazione a tre canali: un assemblage di schermi, uno
circolare e gli altri rettangolari, disposti orizzontalmente e verticalmente,
come a voler suggerire non solo un cambio di prospettiva, ma anche un diverso
modo di inquadrare le cose. Ecco la nuvola evocata nel titolo della mostra: non
mero elemento atmosferico, ma un cumulonembo che richiama il vortice ascendente
di cenere e polveri generato dalla detonazione di un ordigno bellico.
Espressione del divino e della sua capacità di orientare scelte e destini umani,
la simbologia della nuvola evoca momenti di rivelazione profonda e contatto con
verità ultraterrene accessibili solo a pochi iniziati, ma anche tristi presagi
di morte e sventura. Ricorrente nelle rappresentazioni religiose, mantiene
questa connotazione ultraterrena nelle cronache sulle conquiste moderne nel
campo delle telecomunicazioni sino a incarnare l’idea stessa di comunicazione
nell’era della rivoluzione digitale.
> Anche l’immaginario tecnoscientifico può alimentare falsi miti di progresso e
> servire da pilastro all’ideologia della patria e della bulimia coloniale.
La videoinstallazione ripropone le immagini viste in precedenza attraverso un
gioco di carrellate, zoom in e zoom out, con un montaggio che costruisce il
senso affidandosi in buona parte al sound design di Valeria Merlini (nota anche
come JD Zazie). Un tappeto sonoro di ronzii e segnali metallici, eco dei primi
dispositivi di telecomunicazione aerea, si alterna alle voci artificiali, che
suonano come riprodotte da un vecchio registratore: di Marconi, del giovane
aviatore Giulio Gavotti e di Filippo Tommaso Marinetti. Quest’ultimo, di stanza
in Libia come corrispondente, sorvola i campi di battaglia di Shar Al Shatt e
Ain Zara – documentati nel suo “reportage poetico” La battaglia di Tripoli del
1912 – e, a ridosso dell’esperienza libica, pubblica L’immaginazione senza fili
e le parole in libertà e il manifesto Nascita di un’estetica futurista.
È a partire da questo momento, ispirato dal mito della telecomunicazione ormai
concretizzatosi sotto i suoi occhi, che Marinetti adotta uno stile di scrittura
rapido e asintattico, ricco di ellissi e neologismi. “In aeroplano, seduto sul
cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii
l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero. Noi inventeremo
insieme ciò che io chiamo l’immaginazione senza fili. Giungeremo un giorno ad
un’arte ancor più essenziale… Bisognerà per questo rinunciare ad essere
compresi. Indiscutibilmente la mia opera si distingue nettamente da tutte le
altre per la sua spaventosa potenza di analogia. La sua ricchezza inesauribile
di immagini uguaglia quasi il suo disordine di punteggiatura logica”. Un
invasamento analogo pervade Giulio Gavotti, che nel 1911, con un’azione mirata
contro l’accampamento di Ain Zara vicino Tripoli, passa alla storia come il
primo aviatore ad aver effettuato un bombardamento aereo, anch’esso salutato
come segno di progresso civile e tecnologico.
Se il film mette in rilievo il nesso tra tecnologie della visione e tecniche
belliche – “Per gli uomini in guerra, la funzione dell’arma è la funzione
dell’occhio”, afferma Ferrini citando Paul Virilio – è proprio per sovvertire
questa dittatura dell’occhio che l’artista rinuncia a mostrare le immagini nella
loro integrità e le trasforma in frammenti lacunosi. Mentre le sottrae alle
aspettative compromettendone la leggibilità, con il commento in voice over ne
interroga gli usi: da strumento di propaganda a prova da occultare,
testimonianza di crimini troppo grandi e scomodi per l’Italia postfascista del
boom economico.
> Le immagini stimolano l’immaginazione. E l’immaginazione sollecita le immagini
> a sua volta. Eppure, ci sono molte immagini a cui non presto attenzione
> consapevole. Mi lasciano indifferente, o sono inconsapevole del ruolo che
> occupano nella mia mente. Le do per scontate, dimentico il loro potere. Non le
> metto mai in discussione, né le evoco volontariamente. Esistono semplicemente
> dentro di me e tra di noi, tacite incarnazioni di un insieme di desideri,
> aspirazioni e narrazioni. Di miti e fantasie. […] È stato suggerito che un
> riorientamento delle immagini esistenti potrebbe essere la rivoluzione del
> nostro tempo. In questo modo, forse, l’arsenale di immagini che abbiamo
> ereditato dal passato potrebbe essere disarmato, cosicché smettano di
> esplodere nel presente. E la nostra immaginazione potrebbe essere esorcizzata
> dalla violenza che la infesta e riscattata come pratica liberatoria.
In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci invita
a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le categorie
fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare mondi
alternativi a quello esistente. Come sottrarsi a questo circolo vizioso e
disarmare un intero arsenale di immagini tossiche? Può un gesto artistico essere
allo stesso tempo (di)mostrativo e iconoclasta, nonché generativo di nuovi
immaginari? È ponendosi queste domande che, con approccio metacritico, Ferrini
non si accontenta di fare lo storytelling di un episodio poco noto della storia,
ma lo destruttura, usando la propria voce per spezzare il cerchio magico tra
immagine e immaginari, lacune storiche e granitiche idee di futuro. Interroga,
ma si lascia anche interrogare e mettere in crisi, esercita il dubbio metodico e
accoglie tutta la complessità che emerge dall’incontro tra micro- e
macronarrazioni, dimensione pubblica e privata.
Così, ad esempio, nella videoinstallazione e performance lecture Unsettling
Genealogies (2024) Ferrini si concentra sulle implicazioni fasciste e coloniali
della più nota istituzione culturale italiana, la Biennale di Venezia, scovando
inaspettate connessioni con la sua storia familiare. I nonni e la prozia
dell’artista, infatti, avevano lavorato a servizio di Antonio Maraini, padre di
Fosco e nonno di Dacia, nonché segretario generale della Biennale tra il 1928 e
il 1942, più o meno negli stessi anni in cui Giuseppe Volpi rivestiva il ruolo
di presidente (1930-43) e promuoveva la 1ª Esposizione internazionale d’Arte
cinematografica di Venezia. Figura di spicco del Partito nazionale fascista,
ministro delle Finanze di Mussolini, nonché governatore della Tripolitania, a
Volpi è ancora intitolata la coppa assegnata per la migliore interpretazione
maschile e femminile, a riprova del fatto che la fondamentale ambiguità
ideologica della Biennale non si è dissolta con la fine del fascismo storico.
> In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci
> invita a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le
> categorie fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare
> mondi alternativi a quello esistente.
Disturbata da questa inquietante prossimità fra le cronache famigliari e quelle
istituzionali, Ferrini entra così in un corpo a corpo con la storia, per fare i
conti con la produzione visuale dell’identità culturale e dell’impresa coloniale
italiana. La critica istituzionale è del resto un tema centrale nella pratica
dell’artista che, in una recente intervista, ha dichiarato di preferire contesti
dove poter lavorare con approccio divulgativo più che meramente mostrativo,
anteponendo le ragioni della formazione a quelle della forma. Pur usando
materiali sorprendentemente affascinanti e rari, Ferrini sfugge alla seduzione
dell’immagine e al richiamo dell’esotico, intervenendo proprio là dove la
rappresentazione si fa più accattivante e tanto più grande è il male che
nasconde.
Così anche la pubblicazione Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of
Coloniality across Italy and Libya (2024) ricalca la medesima ratio: raggiungere
un’audience più ampia, magari più riflessiva di quella della mostra e,
soprattutto, lasciare una traccia più duratura di un’articolata ricerca sui
rapporti tra Italia e Libia. Il libro raccoglie i contributi di diverse persone
“informate sui fatti” o con cui Ferrini ha collaborato negli anni e prende il
nome da un’espressione usata da Angelo Del Boca in un articolo dal titolo Chi ha
paura di Omar, dove lo storico – peraltro già significativamente intervistato da
Luca Guadagnino in Inconscio italiano (2011) – critica il divieto di
distribuzione in Italia del film Il Leone del deserto (1981) di Moustapha
Akkad. Scrive Del Boca nell’articolo del 1983 su “Il Messaggero”:
> Sono fatti accaduti 52 anni fa e che ancora oggi non trovano posto nei libri
> di scuola. Fatti che ora Akkad ci ripropone con la grande suggestione del
> technicolor, con l’efficacia del più grande mezzo di comunicazione. Dobbiamo
> per questo aver paura di un brandello della nostra storia? Dobbiamo tenerlo
> sepolto nel brulichio dei vermi insieme ad altri episodi della nostra storia
> coloniale, che è ancora una vicenda per iniziati o specialisti? O non potrebbe
> essere questa, invece, l’occasione per una chiara presa di coscienza
> collettiva di un fenomeno, come quello coloniale, che è ancora pieno di zone
> buie, di miti e di agiografiche visioni? Non potrebbe, questo modesto film di
> Akkad, fornire il pretesto per avviare quel dibattito storiografico che sinora
> è mancato?
Certo, poteva essere l’inizio di un dibattito e di un processo collettivo di
accountability, ma la ricostruzione di Il Leone del deserto è troppo scomoda
anche per l’Italia della fine della Prima Repubblica. Il film porta sullo
schermo l’ultima fase della cosiddetta “pacificazione” della Libia (1922-1932),
in cui l’Italia fascista reprime la resistenza dei Senussi in Cirenaica,
ricorrendo ad armi chimiche di distruzione di massa e internando più di 100.000
civili in campi di concentramento che fungeranno da prototipo per quelli
nazisti, come ricorda il poeta e scrittore libico-americano Khaled Mattawa. Un
vero e proprio genocidio – analizzato da Ferrini anche in altre forme, come
nella performance lecture On Iconographic Silences and Unruly Connections
(2024), nell’installazione Unruly Connections (2022) e nel film Sight Unseen
(2020) – sistematicamente occultato dalle autorità e dai media italiani e
strumentalmente riconosciuto solo in occasione della firma del Trattato di
amicizia tra Italia e Libia nel 2008. Questo impegnava la Libia ad adottare
misure per contrastare l’immigrazione clandestina e favorire gli investimenti
delle aziende italiane, in cambio di 5 miliardi di dollari come compensazione
per l’occupazione militare, cui Ferrini dedica un altro film-saggio, Gaddafi in
Rome. Anatomy of a Friendship.
> È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica
> l’oblio, che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che,
> nutrendosi di salme e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano
> il paesaggio.
Esposto nel 2024 alla 60a Biennale d’Arte di Venezia, Gaddafi in Rome. Anatomy
of a Friendship mette in luce come, dopo la destituzione e la morte di Gheddafi,
l’Italia non abbia rispettato l’accordo di risarcimento, mentre il modello
necropolitico di sfruttamento che vede nel nostro Paese un ponte tra Europa e
Africa sia ancora operativo nell’agenda dell’esecutivo Meloni e nella retorica
“eurafricana” del Piano Mattei. Qui Ferrini dedica particolare attenzione
all’episodio della visita di Gheddafi a Roma nel 2010 quando, scendendo
dall’aereo, il dittatore mostra appuntata sul petto a mo’ di spilla una
fotografia dell’arresto, nel 1931, del leader della resistenza libica ʿOmar
al-Mukhtār, un esplicito gesto di sfida e strumentalizzazione della tragedia
coloniale come moneta di scambio.
È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica l’oblio,
che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che, nutrendosi di salme
e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano il paesaggio. È così
che Ferrini continua a dissodare quel terreno, individuando di volta in volta
figure emblematiche da analizzare e restituire all’immaginario con la profondità
psicologica del ritratto, il respiro dell’affresco sociale e la cogenza del
discorso politico.
L'articolo I saw a dark cloud rise proviene da Il Tascabile.
S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono
un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico,
leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del
freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che
ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo
l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a
dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”.
Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato
fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale:
simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco;
per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se
toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo
secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente,
irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di
miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del
freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali
del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili.
> Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che
> fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia
> intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone
> forme e direzioni.
«Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono
neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più
freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo
capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una
parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai
primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era
tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio
è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo
stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro
se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire
al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto,
portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di
qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di
un’attenzione più sfaccettata.
Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati
plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai
pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era
glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti
festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del
Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul
ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci
sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta
di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di
un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli
scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più
disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento
dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna
marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo
stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle,
mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno
estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle
alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili
del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso
ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento.
Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel
dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati
alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non
ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è
stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli
dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e
affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a
lungo imperanti in Occidente.
> Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline
> che intorno a questo si sono sviluppate.
Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di
cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro
sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la
plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita
per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello
che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle
popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui
ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni
culturali».
Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca
e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard
sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista
del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del
ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese
scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza
del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle
popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente
minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata
praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di
accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione
tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi
di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della
pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa
morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi
sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della
cristallografia di Keplero.
> Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio
> in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni
> dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o
> cancellato.
A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la
guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia
che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo
sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di
quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di
acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La
reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma
SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese,
dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu
però ben diversa da quella dichiarata:
> Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996,
> quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto
> Iceworm.
> L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una
> rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia,
> distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a
> quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della
> Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente
> un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la
> presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che,
> suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di
> nasconderle tra i ghiacci.
E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano
quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte
ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono
arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale.
> Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio
> pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle
> millanterie tipiche di molti racconti maschili.
Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati
all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore
ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità
territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno
materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono
però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori
opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere
riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio
pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di
molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì
sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco
sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia
matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente
circostante.
Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi
calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le
streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere
quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la
meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria
una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo),
in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio
quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine
di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel
privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e
viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione
dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di
Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa
cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare
che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e
ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile.
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