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Eurafrica
Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega” ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica. Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile, diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase  “l’età degli imperi”. A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione. L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato il volto. Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo. La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto, dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa) pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano culturale il contesto ci si avvicinava molto. > Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro > europea facendo ricorso agli imperi africani. Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri (1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto, proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta ricorso agli imperi africani. Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann, Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento, poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei popoli che lo compongono. In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte; l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione occidentale”. Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei. L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile” alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie tropicali africane”. > La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente > non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo > come soluzione a precisi problemi interni europei. Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois – passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929, il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000 coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla “questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco. L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey, già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra. L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché, nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle, una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra mondiale. > Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli > Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni > continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati > Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche. Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un “pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla Polinesia. Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno Stato piccolo”. Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco, finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine di conseguire la piena autonomia geostrategica europea. Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un “regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e, contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una nuova realtà politica transcontinentale. > A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali > presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo, > quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica > esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi > vitali”. Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e filoislamica del fascismo  “portò a pochi risultati concreti […], anche perché la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”. Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione dell’Union française. Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo, anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse, erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una “creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi effettivamente in funzione. Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico, per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945 e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni. Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso. > Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle > potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di > Europa e Africa. Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente, furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani. I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale: Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana, Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far approvare una nuova legge elettorale più equa. Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente, stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di cui si parlava in precedenza. È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci, nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese, fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”. > L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico > di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma > che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione > etnica o razziale. Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in “province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità politica plurinazionale e multietnica. Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui, come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica e delle camere a gas a quella del jazz. Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano, ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi. È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso, in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi, 2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a mescolare tra loro tutti questi elementi. > Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il > riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni > coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria. Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come “una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi testé liberati”. Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo – e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista, l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor, insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà. Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive: l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera culturale. Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’ a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie. Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale. > L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente) > progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al > colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione > individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel “tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia, l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo. Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze, violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della natura. Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere nazionale. Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco” (come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per questo impossibile. > Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che > conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”. Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di vedere il mondo. L'articolo Eurafrica proviene da Il Tascabile.
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I nomi che diamo ai virus
P er molto tempo la città di Lassa, in Nigeria, è stata un luogo speciale. Dopo che nel 1923 si era insediata la Church of Brethren Mission era diventata un importante polo transfrontaliero, che attirava pazienti da diversi Paesi dell’Africa occidentale e centrale, e medici volontari da ogni parte del mondo. Poi, nel 1969, un’infermiera missionaria di nome Laura Wine contrasse una grave febbre emorragica causata da un virus sconosciuto, a quel punto il sistema sanitario di Lassa cominciò rapidamente a collassare. La scelta di dare al virus il nome di quella città portò un pesante stigma sull’intera comunità: i medici rifiutarono i trasferimenti nella zona, dall’estero smisero di arrivare pazienti, persino i missionari cominciarono a evitare quel distretto. Nel giro di pochi anni il Lassa General Hospital venne ceduto all’amministrazione governativa. Quello che un tempo era stato un modello sanitario e un punto di riferimento regionale, era ormai una cattedrale nel deserto. Il colmo è che, come si scoprì in seguito, il virus nemmeno arrivava da lì. Quello era semplicemente il luogo dove si era ammalata la prima paziente occidentale. È anche per via della brutale stigmatizzazione di Lassa che nel 1976, quando venne individuato il primo focolaio di un virus sconosciuto in Zaire (l’attuale Repubblica Democratica del Congo), si decise di non adottare il nome del villaggio in cui era stato scoperto, Yambuku, bensì quello di un fiume che scorreva a 60 km di distanza, in una zona che il virus non aveva nemmeno sfiorato. Il termine Ebola fu scelto da un gruppo di scienziati americani e belgi stremati dopo giorni di lavoro e privazione del sonno, in un anonimo corridoio di un palazzo di Kinshasa, a oltre mille chilometri da dove Ebola stava mietendo le prime vittime. “Ci accalcammo attorno a una cartina dello Zaire non molto grande”, ha poi raccontato Peter Piot, uno degli epidemiologi coinvolti nella gestione del focolaio: “A quella scala, sembrava che il fiume più vicino a Yambuku si chiamasse Ebola. Aveva un suono sinistro che ci sembrò opportuno. In realtà, a ben vedere, non è nemmeno il fiume più vicino al villaggio”. > C’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o di altri > luoghi apparentemente neutri. Un fiume è più anonimo di un villaggio, o di una > nazione, indica il territorio senza mettere nel bersaglio una comunità. Ma in > realtà anche questa nomenclatura rischia di essere problematica. La scelta di Piot e colleghi è stata frutto della stanchezza e dell’improvvisazione, ma c’è un motivo se molti virus hanno nomi di fiumi, o di foreste, o comunque di luoghi in apparenza neutri. Pensiamo ad altri nomi di virus, come Hanta (un fiume coreano), Machupo (un fiume boliviano), o Zika (una foresta dell’Uganda): sono nomi che consentono di localizzare geograficamente un patogeno senza mettere una comunità specifica nel bersaglio. Ma come vedremo anche questa nomenclatura finisce per essere problematica. E il recente focolaio di ebola ne è una dimostrazione. Un focolaio più pericoloso del solito Lo scorso 17 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha diramato un comunicato in cui ufficializzava l’emergenza sanitaria internazionale per un focolaio di ebola che in pochi giorni aveva causato decine di morti e centinaia di casi sospetti nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Uganda. Non si parlava di pandemia, ma il tono lasciava intendere che questo focolaio abbia un grado di minaccia in più rispetto a quelli che abbiamo visto emergere negli ultimi anni. Il motivo è semplice: si tratta di un tipo di ebolavirus raro e poco studiato, il Bundibugyo, per il quale non esistono vaccini o trattamenti specifici. È anche per questo che la notizia di un’emergenza sanitaria internazionale ci è sembrata piovere dal nulla: i primi casi sospetti nella regione di Ituri risalgono almeno a fine aprile, ma prima che il virus fosse riconosciuto e l’OMS allertata della situazione sono trascorse settimane. Oggi, a distanza di un mese, i casi confermati sono saliti a 550, con 101 decessi e 310 individui ricoverati in isolamento. A complicare ulteriormente il quadro generale c’è il fatto che una delle zone interessate dal focolaio, quella di Goma, una città di due milioni di abitanti, è dal 2025 sotto il controllo del Movimento 23 Marzo (M23). Il gruppo armato ha interrotto le attività del laboratorio epidemiologico attivo in città e bloccato l’aeroporto internazionale tramite cui arrivavano aiuti e personale umanitario. La situazione conflittuale rende particolarmente difficile il tracciamento dei contatti e l’isolamento dei contagiati, al contempo contribuisce ad alimentare una sfiducia verso il governo che rende ancora più difficile contenere il virus. A tutto questo si aggiunge la recente decisione degli Stati Uniti di uscire dall’OMS e smantellare USAID (United States Agency for International Development), l’agenzia umanitaria tramite cui negli anni passati avevano investito centinaia di milioni di dollari con lo specifico intento di preparare queste zone a potenziali focolai di ebola. Tutti questi cofattori aiutano a spiegare perché ci sia voluto così tanto tempo a individuare un focolaio che potrebbe essere attivo da mesi, e perché ci stia risultando particolarmente impegnativo contenere questa rara specie di Ebola. > Il Bundibugyo è una specie di ebolavirus rara e poco studiata, per la quale > non esistono vaccini o trattamenti specifici. Il che è curioso, considerando > che lo conosciamo almeno dal 2007. Ma c’è un altro aspetto che vale la pena di considerare. Perché se è vero che Bundibugyo è un virus raro, è anche vero che lo conosciamo almeno dal 2007, e in vent’anni ancora non disponiamo di terapie specifiche per provare a debellarlo. Ora, sviluppare un vaccino efficace non è mai un processo semplice, tantomeno rapido. Ma se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato è che quando c’è esigenza (e volontà) siamo in grado di velocizzare enormemente i tempi di risposta e di sviluppo vaccinale. L’impressione è che gli sforzi per studiare Bundibugyo in questi anni siano stati scarsi. E il suo nome, derivante dal villaggio ugandese dove è stato scoperto, ha probabilmente inciso su questo ritardo. Più contenimento, meno terapia Eugene Richardson ha trascorso mesi nella RDC all’epoca del focolaio di ebola 2018-2020, e ha avuto modo di osservare sul campo come le organizzazioni internazionali hanno operato per arginare l’epidemia. Essendo un epidemiologo, conosce le dinamiche sociali che consentono a un virus di diffondersi, e conosce ancora meglio la differenza tra contenere un virus e curare un paziente. Calato nel cuore del focolaio, Richardson notò che in molti casi gli attori internazionali presenti sul campo tendevano a privilegiare le misure di contenimento, come l’isolamento dei pazienti, le pratiche di sepoltura controllata e il tracciamento dei contatti, al trattamento vero e proprio degli infetti. Eppure le soluzioni terapeutiche esistevano. Esisteva un vaccino di comprovata efficacia sull’ebolavirus di tipo Zaire, l’rVSV-ZEBOV, e un secondo candidato in fase avanzata; esistevano farmaci a base di anticorpi monoclonali; e soprattutto, esistevano pratiche terapeutiche che avevano dimostrato di poter salvare vite: somministrazione di fluidi endovenosi, nutrizione enterale, reintegrazione elettrolitica, ossigenoterapia a pressione positiva, ecc. Solo una fetta minuscola dei pazienti congolesi, però, ebbe accesso a queste cure. Non era la prima volta che succedeva. Già con il terribile focolaio del 2014 in Africa occidentale si era registrato uno scarto imbarazzante tra la percentuale di decessi tra gli infetti rimpatriati negli Stati Uniti (lo 0%) e gli infetti autoctoni rimasti in Guinea, Sierra Leone e Liberia (il 40%, con punte del 70% nelle zone più colpite). > Nel 2019 l’epidemiologo Eugene Richardson notò che alcuni attori > internazionali preferivano adottare misure di contenimento del virus > all’impiego di terapie esistenti. La sua impressione era che l’obiettivo non > fosse tanto salvare vite, ma evitare che il virus si avvicinasse al Nord > globale. Nel suo libro Epidemic Illusions: On the Coloniality of Global Public Health (2020), Richardson racconta nel dettaglio quanto osservato durante la sua permanenza in RDC, arrivando alla conclusione che, a giudicare dalle scelte adottate, l’obiettivo delle organizzazioni presenti non fosse tanto curare gli infetti, quanto evitare che il virus si avvicinasse al Nord globale. Questa lettura trova riscontro nelle critiche pubbliche esternate da esponenti di Medici senza frontiere (MSF) a fine 2014, in cui si muovevano accuse all’OMS (e in parte all’organizzazione stessa) per la gestione di quel focolaio, arrivando a parlare di una “forma istituzionalizzata di non assistenza”. Oltre a denunciare un dispiegamento insufficiente di personale per gestire la situazione, la critica si concentrava sulla scelta di non somministrare fluidi per via endovenosa nei centri di trattamento di ebola, probabilmente per tutelare la sicurezza degli operatori (riducendo il tempo di esposizione nella zona rossa). Rony Brauman, ex presidente di MSF affermò che “c’erano ampi margini di miglioramento. In molti luoghi era possibile fare reidratazioni e terapie che avrebbero permesso di salvare un certo numero di pazienti”. Colonialismo sanitario Oltre a causare un certo numero di morti evitabili, sul medio-lungo termine questo approccio contribuisce a erodere ulteriormente la fiducia degli abitanti locali nelle istituzioni. Richardson sottolinea come questa sfiducia sia più radicata nella storia coloniale del Paese che in supposti ostacoli culturali difficilmente aggirabili. Ed è interessante, a questo proposito, rileggere il comunicato OMS su questo focolaio di ebola. Si invita esplicitamente a “identificare e affrontare norme e credenze culturali che fungono da barriera a una partecipazione effettiva nella risposta al virus”, per poi elencare le misure fondamentali da mettere in atto, e si tratta prevalentemente di misure contenitive: sorveglianza, tracciamento dei contatti, sepolture sicure e screening alle frontiere. In una conferenza stampa del 20 maggio, il direttore generale dell’OMS ha specificato che “una delle priorità maggiori è costruire fiducia nelle comunità colpite”. Ancora una volta, l’attenzione sembra essere rivolta alle possibili responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, più che al contesto in cui il focolaio è emerso: nessun riferimento all’eredità della colonizzazione belga (che per controllare le epidemie segregava la popolazione autoctona, limitandosi a curare i colonizzatori), o alla corruzione nella gestione dei fondi per il focolaio 2018-2020, o al fatto che l’epicentro del focolaio, Mongbwalu, sia uno dei principali siti di estrazione aurifera dell’Ituri. In questa regione il controllo delle miniere è da anni oggetto di conflitti armati, e la presenza di lavoratori provenienti da province diverse, i flussi commerciali legati all’oro e la violenza delle milizie che si contendono il controllo dei siti creano esattamente le condizioni strutturali che favoriscono la trasmissione virale. Il comunicato dell’OMS segnala come fattore di rischio “l’alta mobilità della popolazione”, come se quella mobilità fosse una caratteristica naturale del territorio, senza nominare né l’oro, né le milizie, né le multinazionali che da quella catena estrattiva continuano a trarre profitto. > Ancora una volta l’attenzione sembra essere rivolta alle potenziali > responsabilità di una popolazione considerata culturalmente meno attrezzata, > più che al contesto in cui il focolaio è emerso, che nel caso di Bundibugyo è > pesantemente influenzato dall’eredità coloniale e dall’attività del settore > minerario. Il comunicato precisava poi che non c’erano ragioni sufficienti ad attivare misure pandemiche, e che per il momento non era necessario restringere i voli o chiudere i confini internazionali. Alla luce di quanto mostrato da Richardson, risulta difficile non individuare un malcelato tentativo di tranquillizzare i Paesi occidentali. Come a dire: esiste un problema, bisogna intervenire localmente, ma per il momento i Paesi più ricchi possono dormire sonni tranquilli. I nomi sono importanti Era il 5 giugno 1981 quando il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) americano pubblicò il primo rapporto su una rara forma di polmonite contratta a Los Angeles da cinque uomini giovani e precedentemente sani. Dal momento che tutti e cinque i pazienti appartenevano alla comunità gay, quando nel dicembre di quell’anno si trattò di dare un nome alla nuova patologia si scelse l’acronimo GRID, che stava per Gay-Related Immune Deficiency. Qualche mese dopo, nel luglio del 1982, una volta accertato che il virus stava circolando già da anni ed era individuabile in altre fasce demografiche, il nome GRID venne abbandonato e fu sostituito da AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome), ma ormai il danno era fatto. Il nome GRID aveva inevitabilmente associato l’immunodeficienza acquisita all’omosessualità maschile, e questo generò una serie di conseguenze drammatiche. Innanzitutto provocò un ritardo nella diagnosi della malattia in persone eterosessuali, donne e bambini; inoltre dissuase molte persone dal rivolgersi ai centri di cura; ma soprattutto, comportò un blocco nei finanziamenti della ricerca, basti pensare che il presidente americano Reagan riconobbe l’esistenza del problema solo nel 1987, quando già erano morte decine di migliaia di persone. > Nel caso della cosiddetta “influenza suina”, nonostante il virus si stesse > trasmettendo da umano a umano, si diffuse l’idea che per contenerlo bisognasse > prendersela coi maiali. Il governo egiziano decise di abbatterne 300.000, il > tutto senza nemmeno il sospetto che fossero infetti. La storia è piena zeppa di esempi che mostrano come la nomenclatura di un virus o della patologia a esso collegata possa comportare enormi danni. Il caso più eclatante è quello della cosiddetta influenza spagnola del 1918, che secondo gli studi più accreditati ebbe in realtà origine in un campo militare in Kansas. Ma si era ancora nel pieno della Prima guerra mondiale, e per non minare il morale delle truppe Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia censurarono ogni notizia riguardante l’epidemia. La Spagna invece era neutrale, e fu il primo Paese a rivelare il numero di contagiati e morti. Risultato: con il benestare dei Paesi in guerra, la scelta del nome ricadde sulla Spagna. Questo, oltre a far ricadere uno stigma sulla popolazione iberica, andò a coprire le responsabilità internazionali di una pandemia che causò milioni di morti. Un esempio più recente e curioso, ma non per questo meno tragico, è quello della cosiddetta influenza suina del 2009. In questo caso non c’erano prove che la pandemia fosse riconducibile a un salto di specie da suino a umano. Ma siccome il ceppo virale aveva una componente genomica suina, e il concetto di influenza suina era già noto, il nome attecchì. Così, nonostante non ci fossero casi registrati di suini infetti nella regione messicana da cui la pandemia emerse, in tutto il mondo si diffuse l’idea che per contenere il virus bisognasse sopprimere migliaia di maiali. Nell’aprile 2009, il governo egiziano annunciò la decisione di ammazzare tutti i maiali del Paese: 300.000 esemplari vennero metodicamente abbattuti, il tutto senza che ci fosse nemmeno il sospetto che alcuni di loro portassero il virus. Nessun virus è mai veramente locale Per arginare gli effetti più drammatici di una nomenclatura errata, nel 2015 l’OMS ha pubblicato delle nuove linee guida non vincolanti per il naming dei patogeni umani. Si invita a evitare localizzazioni geografiche, nomi di persone, specie animali o alimenti, riferimenti culturali, industriali e occupazionali, oltre a sconsigliare termini che possano indurre paura eccessiva (come “sconosciuto” o “fatale”). Nel documento si riconoscono i danni che nomi come “influenza suina” e “Middle East Respiratory Syndrome” hanno provocato a settori come il commercio e il turismo, e al benessere animale, ma non si danno indicazioni su come possano essere rinominati i virus già noti, né su come evitare il radicamento di pregiudizi geografici ancora diffusi. Prendiamo il caso del Covid: nei primi mesi del 2020, quando il virus cominciò a diffondersi, venne presto bollato come “Wuhan virus” o “virus cinese”. Nonostante le linee guida OMS in questo caso siano state seguite, e il virus sia stato presto battezzato SARS-CoV-2, lo stigma non è stato annullato. Per certi versi, come hanno mostrato i due ricercatori australiani Lucy Campbell e Rod Lamberts in uno studio recente, la distorsione geografica nella percezione del virus resiste ancora. > Se dopo vent’anni ancora non sappiamo come curare Bundibugyo, non è solo > perché si tratta di un virus raro che ancora non si è diffuso fuori dal > continente africano, ma anche perché la sua cura non è mai stata considerata > monetizzabile. Ora, nonostante i morti continuino a crescere e il focolaio di ebola sia ancora attivo, a giudicare da come ne parlano molti media e organizzazioni occidentali la percezione è che il problema sia ancora circoscrivibile a una remota regione dell’Africa centrale. Quella che potrebbe sembrare semplice sciatteria comunicativa, è in realtà il riflesso di un problema strutturale, un retaggio della storia coloniale che viene reiterato nei programmi di contenimento dei focolai. In questa dinamica, i nomi hanno un ruolo cruciale: chiamare un virus Bundibugyo, o Ebola, o Hanta, è un atto di localizzazione che radica i patogeni in luoghi lontani dalle coscienze occidentali. Nel gergo della sanità pubblica globale, queste patologie vengono classificate come Neglected Tropical Diseases. Ed è interessante notare come il 75% dei fondi diretti allo studio di questi patogeni vada a organizzazioni e istituti di ricerca che operano in Paesi non endemici. Lo spiega bene il ricercatore sanitario indiano Soumyadeep Bhaumik in un articolo pubblicato nel 2024 e dedicato all’ingiustizia epistemica nell’ecosistema della conoscenza sulle malattie tropicali trascurate: “Non è insolito, per un istituto di ricerca su malattie tropicali, fare viaggi in Paesi poveri per ‘raccogliere campioni’, per poi tornare ai propri Paesi a scrivere paper di ricerca e a costruire le proprie carriere”. Come abbiamo visto, la disparità nel trattamento di patologie infettive tra Nord e Sud del mondo è ancora regolata da dinamiche di ispirazione coloniale. Intendiamoci, molte cose sono migliorate: nella risposta a questo focolaio c’è sicuramente più trasparenza e coordinazione, le strutture locali consentono test molecolari più rapidi e affidabili, e la nascita della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations ha consentito di avviare in tempi rapidi lo sviluppo di un vaccino; qualcosa che in vent’anni, in assenza di un’emergenza dichiarata, non era mai stato fatto. E il problema è proprio questo: le risposte più virtuose vengono attivate solo davanti a un contesto emergenziale, sul fronte della prevenzione, che pure è quello più importante, l’iniquità strutturale nella sanità globale esercita ancora un peso schiacciante. Quando non si concentrano fin dall’inizio le risorse sul versante terapeutico e preventivo, le probabilità che un virus sfugga al controllo aumentano, e il focolaio che oggi ci sta dando filo da torcere ne è la prova diretta. Se in vent’anni dalla sua scoperta ancora non sappiamo come curare e affrontare Bundibugyo è perché, semplicemente, non ci siamo attrezzati per debellarlo. Il perché è intuibile: si tratta di un virus raro, che ancora non si è diffuso fuori dal continente africano e, cosa assai probabile, perché la sua cura non è mai stata considerata monetizzabile. Ma questo approccio, oltre a essere intollerabilmente cinico, si sta rivelando controproducente anche per il Nord globale. Soprattutto ora che la crisi climatica sta rendendo le zoonosi sempre più frequenti, e il rischio di pandemie è sempre più elevato. A prescindere dai nomi che gli abbiamo appiccicato, i virus non sono mai stati veramente locali. Nei prossimi anni lo saranno sempre di meno. 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C osa hanno in comune la comunicazione senza fili e il primo bombardamento aereo della storia? Il lungomare di Tripoli e la Biennale di Venezia? Il deserto, le nuvole e i vermi? Da sempre, Guglielmo Marconi aleggia nel mio immaginario come una figura positiva di pioniere delle moderne tecnologie di comunicazione. Il suo nome ricorreva nei diplomi da radioamatore di mio padre rilasciati dall’ARI (Associazione Radiotecnica Italiana, poi Associazione Radioamatori Italiani), di cui Marconi fu membro onorario dal 1927 al 1937. La sua intuizione mi è sempre stata chiara, sin da quando, bambina, immaginavo le onde radio schizzare dalla grande antenna sul tetto di casa, rimbalzare sulla luna e insinuarsi nella ricetrasmittente sotto forma di voci aliene e suoni metallici. L’effigie di Marconi compariva ovunque, persino sulla moneta da cento lire; nell’immaginario collettivo non era solo l’inventore della radio, ma rappresentava anche quell’ideale tutto italiano di genio, visionario e conquistatore di nuovi mondi. Mai, né in età scolare, né negli anni della formazione e oltre, qualcosa è arrivato a scalfire questa immagine. Quello che invece non mi era chiaro e a lungo ho ignorato è come questa mitografia si radichi nella sua controversa partecipazione alla prima sanguinosa fase del colonialismo italiano in Africa. Oggetto di culto già in vita, e quasi santificato dal regime fascista, Marconi non solo inventa e nomina nuovi mestieri – si pensi al marconista –, ma ricopre diversi incarichi governativi e inizia la sua carriera militare durante la guerra italo-turca (1911-12). È in questa contesa dei territori libici che lo scienziato sperimenta sul campo di battaglia la comunicazione senza fili, consentendo coordinamenti veloci fra le truppe di terra e le flotte aerea e navale:  “Rivendico con onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fasci i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del paese per la maggiore grandezza d’Italia”, dichiara nel 1926. Vengo a conoscenza di questa storia grazie a una mostra dell’artista Alessandra Ferrini, a cura di Bernardo Follini presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino (12 giugno-12 ottobre 2025). In I saw a dark cloud rise, Ferrini ne individua gli indizi sintomatici, o meglio, parafrasando Carlo Ginzburg (Miti emblemi spie. Morfologia e storia, 2023 [1986]), quei “segni che hanno l’involontarietà dei sintomi” e, con approccio forense, come nel tentativo di ricostruire una scena del crimine, collaziona le tracce visuali del colonialismo italiano o di quello che Alberto Toscano ha definito Late Fascism (2023), ovvero quell’intreccio strutturale di capitalismo e colonialismo su base razziale che persiste oltre il fascismo storico. “Alcuni periodi storici vengono liquidati come transizioni tra eventi più imponenti, trascurati, ignorati o strategicamente dimenticati”, afferma Ferrini che, con cura chirurgica, disseziona una storia sistematicamente obliterata dalla memoria collettiva e porta alla luce verità scomode anche a distanza di oltre un secolo. È così che Ferrini individua i colpevoli fra gli insospettabili – o, quantomeno, anche fra quelli che la scrittura della storia ha scelto di assolvere. > Ferrini rimarca, dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda > fascista, la traccia insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e > operativa sin nel più banale dei gesti, quello del guardare. Nei due ambienti speculari che ospitano la mostra, un ampio corpus di immagini e memorabilia – raccolti in anni di ricerche dentro e fuori gli archivi istituzionali, o acquistati su piattaforme di e-commerce – forma la base materiale di un processo indiziario che ricostruisce la “genealogia delle fantasie tecnologiche fasciste” e “la loro spinta genocida”, leggo nel testo di sala. È così che Ferrini sembra concepire l’esposizione: come un laboratorio di ricerca, uno spazio di studio e di indagine dove interrogare le immagini e contrastare una strana amnesia collettiva. Nel primo ambiente, un assemblage di fotografie, documenti, manifesti, illustrazioni, cartoline, francobolli e periodici illustrati di inizio Novecento, richiama la forma atlante di warburghiana memoria. L’artista enfatizza l’idea di evidenza dell’immagine e il suo ruolo nella costruzione dell’immaginario che, al pari dei dispositivi e delle infrastrutture tecnologiche, informa le strutture del pensiero e orienta i sentimenti, i gusti e le posture degli italiani. Mentre la prima stampa si offre come una timeline (1938-2024) di francobolli dedicati a Marconi, la seconda, un vinile adesivo che nell’economia degli spazi occupa una posizione centrale, riproduce in scala 30:1 una fotografia di gruppo. Bambini e adolescenti arabi posano immersi in un palmeto: un’immagine apparentemente amena se non fosse che la didascalia rivela il contesto di un bombardamento aereo. Accanto, un fotomontaggio mostra un altro gruppo di bambini, questa volta italiani, sulla nave Vittoria, in viaggio verso la conquista della Libia. L’artista non si limita ad accostare le due immagini mettendone in evidenza il doppio standard, ma interviene opacizzando il volto dei bambini arabi, così da frustrare quel desiderio dello sguardo che rischia di rinnovare nell’oggi le inaudite violenze del passato. Un gesto che ricorda i viraggi e le alterazioni ritmiche a cui Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi sottopongono, rifotografandole, le pellicole di Luca Comerio – pioniere del cinema noto per aver partecipato come cineoperatore proprio alla guerra italo-turca – o, ancora, i ralenti di Paolo Rosa in Riminilux (1993) che alterano il tempo del film ed enfatizzano l’ottusa violenza delle marce e delle parate fasciste. In maniera analoga, Ferrini rimarca, dell’immagine, quello che ne fa uno strumento di propaganda fascista, la traccia insidiosa di una violenza a lungo interiorizzata e operativa sin nel più banale dei gesti, quello del guardare. Allo stesso tempo, l’artista rifiuta di assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini, quel connubio perverso tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura, prolungamento – per molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio coloniale. Un implicito je accuse, radicale e iconoclasta, contro un certo modo di produrre, guardare e far circolare le immagini che anestetizza lo sguardo e normalizza la sopraffazione. > L’artista rifiuta di assecondare l’intrinseca pornografia di certe immagini, > quel connubio perverso tra voyeurismo ed esotismo tipico della nostra cultura, > prolungamento – per molti naturale, innocuo e persino legittimo – del dominio > coloniale. L’accostamento crea uno shock visivo, come una ferita cognitiva rispetto alla quale il terzo wallpaper sembra assumere una funzione cauterizzante – un saggio di storia e cultura visuale che invita a una disposizione più analitica e pretende uno sguardo attento, capace di indugiare sui dettagli e, all’occorrenza, di tornare indietro. La composizione verbo-visiva e le annotazioni – weaponization of history & heritage, obsession with progress, nationalism, acceleration of propaganda, allegories & myth making, hero/god, imperialist process of sacralisation, memorialisation, laboratory of genocidal technologies, racial hierarchies… – fanno emergere una trama di connessioni inaspettate e affatto scontate tra politiche coloniali, ideologia fascista, estetica futurista e tecnologie delle telecomunicazioni. Numerose cartoline d’epoca celebrano senza soluzione di continuità l’aviazione italiana, il massacro degli arabi e l’eleganza degli interni futuristi. Una in particolare colpisce la mia attenzione: una giovane donna vestita alla turca con la tipica mezzaluna sul capo (allegoria dell’Impero Ottomano) porge la mano a una donna più matura, vestita all’antica con un peplo di velluto rosso e una corona di alloro (allegoria dell’Italia). La foggia degli abiti e le colonne romane, o quel che resta di esse, ricordano le “radici antiche” della presenza italica in Libia e, di conseguenza, la legittimità della “riconquista”. Le rispettive posizioni e l’evidente differenza anagrafica, invece, suggeriscono l’idea di una minorità culturale della prima rispetto alla seconda, corroborata dalla presenza di un giovane ragazzo che sventola un ramoscello d’ulivo, allegoria della Libia e monito per le future generazioni di popoli africani da sottomettere all’Italia fascista. Diversi articoli sul sostegno fascista agli “uomini di scienza”, che salutano Marconi come “primo imperatore dell’Aria” e “beneficatore dell’umanità”, dialogano con altre immagini commemorative: dall’affresco di Antonio Achilli che celebra la guerra d’Etiopia presso la sede del Consiglio nazionale della ricerche – poi coperto nel 1947 da un’ode agli scienziati italiani – al monumento a Marconi eretto all’Eur di Roma (1957), sino alla targa a lui dedicata presso il Santuario di Oropa nel biellese, dove pare che l’inventore avesse ricevuto una sorta di illuminazione divina sul futuro della comunicazione senza fili. Sulla quarta parete, infine, con uno sfondamento più che simbolico, l’artista espone una decina di saggi accademici che aiutano a contestualizzare ulteriormente gli interventi visivi, approfondendo come l’immaginario tecnoscientifico possa alimentare falsi miti di progresso e servire da pilastro all’ideologia della patria e della bulimia coloniale. È tuttavia un peccato che questo elemento non sia stato valorizzato con un display più favorevole alla sosta e alla lettura; la mancanza di tavoli e sedie, infatti, frustra l’approfondimento e costringe a rimandare la lettura accontentandosi di un QR code. Proseguendo sulla falsariga di questa disamina visuale, la seconda stanza della mostra approfondisce il nesso tra lo sviluppo della tecnologia wireless e il primo ricorso ai bombardamenti nella storia dell’aviazione militare: non una mera coincidenza, ma elementi strutturali e complementari di un regime di oppressione e sterminio. La forma saggio, ricorrente nel lavoro di Ferrini, che si tratti di performance lecture, di montaggio visivo o videografico, assume qui l’aspetto di una videoinstallazione a tre canali: un assemblage di schermi, uno circolare e gli altri rettangolari, disposti orizzontalmente e verticalmente, come a voler suggerire non solo un cambio di prospettiva, ma anche un diverso modo di inquadrare le cose. Ecco la nuvola evocata nel titolo della mostra: non mero elemento atmosferico, ma un cumulonembo che richiama il vortice ascendente di cenere e polveri generato dalla detonazione di un ordigno bellico. Espressione del divino e della sua capacità di orientare scelte e destini umani, la simbologia della nuvola evoca momenti di rivelazione profonda e contatto con verità ultraterrene accessibili solo a pochi iniziati, ma anche tristi presagi di morte e sventura. Ricorrente nelle rappresentazioni religiose, mantiene questa connotazione ultraterrena nelle cronache sulle conquiste moderne nel campo delle telecomunicazioni sino a incarnare l’idea stessa di comunicazione nell’era della rivoluzione digitale. > Anche l’immaginario tecnoscientifico può alimentare falsi miti di progresso e > servire da pilastro all’ideologia della patria e della bulimia coloniale. La videoinstallazione ripropone le immagini viste in precedenza attraverso un gioco di carrellate, zoom in e zoom out, con un montaggio che costruisce il senso affidandosi in buona parte al sound design di Valeria Merlini (nota anche come JD Zazie). Un tappeto sonoro di ronzii e segnali metallici, eco dei primi dispositivi di telecomunicazione aerea, si alterna alle voci artificiali, che suonano come riprodotte da un vecchio registratore: di Marconi, del giovane aviatore Giulio Gavotti e di Filippo Tommaso Marinetti. Quest’ultimo, di stanza in Libia come corrispondente, sorvola i campi di battaglia di Shar Al Shatt e Ain Zara – documentati nel suo “reportage poetico” La battaglia di Tripoli del 1912 – e, a ridosso dell’esperienza libica, pubblica L’immaginazione senza fili e le parole in libertà e il manifesto Nascita di un’estetica futurista. È a partire da questo momento, ispirato dal mito della telecomunicazione ormai concretizzatosi sotto i suoi occhi, che Marinetti adotta uno stile di scrittura rapido e asintattico, ricco di ellissi e neologismi. “In aeroplano, seduto sul cilindro della benzina, scaldato il ventre dalla testa dell’aviatore, io sentii l’inanità ridicola della vecchia sintassi ereditata da Omero. Noi inventeremo insieme ciò che io chiamo l’immaginazione senza fili. Giungeremo un giorno ad un’arte ancor più essenziale… Bisognerà per questo rinunciare ad essere compresi. Indiscutibilmente la mia opera si distingue nettamente da tutte le altre per la sua spaventosa potenza di analogia. La sua ricchezza inesauribile di immagini uguaglia quasi il suo disordine di punteggiatura logica”. Un invasamento analogo pervade Giulio Gavotti, che nel 1911, con un’azione mirata contro l’accampamento di Ain Zara vicino Tripoli, passa alla storia come il primo aviatore ad aver effettuato un bombardamento aereo, anch’esso salutato come segno di progresso civile e tecnologico. Se il film mette in rilievo il nesso tra tecnologie della visione e tecniche belliche – “Per gli uomini in guerra, la funzione dell’arma è la funzione dell’occhio”, afferma Ferrini citando Paul Virilio – è proprio per sovvertire questa dittatura dell’occhio che l’artista rinuncia a mostrare le immagini nella loro integrità e le trasforma in frammenti lacunosi. Mentre le sottrae alle aspettative compromettendone la leggibilità, con il commento in voice over ne interroga gli usi: da strumento di propaganda a prova da occultare, testimonianza di crimini troppo grandi e scomodi per l’Italia postfascista del boom economico. > Le immagini stimolano l’immaginazione. E l’immaginazione sollecita le immagini > a sua volta. Eppure, ci sono molte immagini a cui non presto attenzione > consapevole. Mi lasciano indifferente, o sono inconsapevole del ruolo che > occupano nella mia mente. Le do per scontate, dimentico il loro potere. Non le > metto mai in discussione, né le evoco volontariamente. Esistono semplicemente > dentro di me e tra di noi, tacite incarnazioni di un insieme di desideri, > aspirazioni e narrazioni. Di miti e fantasie. […] È stato suggerito che un > riorientamento delle immagini esistenti potrebbe essere la rivoluzione del > nostro tempo. In questo modo, forse, l’arsenale di immagini che abbiamo > ereditato dal passato potrebbe essere disarmato, cosicché smettano di > esplodere nel presente. E la nostra immaginazione potrebbe essere esorcizzata > dalla violenza che la infesta e riscattata come pratica liberatoria. In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci invita a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le categorie fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare mondi alternativi a quello esistente. Come sottrarsi a questo circolo vizioso e disarmare un intero arsenale di immagini tossiche? Può un gesto artistico essere allo stesso tempo (di)mostrativo e iconoclasta, nonché generativo di nuovi immaginari? È ponendosi queste domande che, con approccio metacritico, Ferrini non si accontenta di fare lo storytelling di un episodio poco noto della storia, ma lo destruttura, usando la propria voce per spezzare il cerchio magico tra immagine e immaginari, lacune storiche e granitiche idee di futuro. Interroga, ma si lascia anche interrogare e mettere in crisi, esercita il dubbio metodico e accoglie tutta la complessità che emerge dall’incontro tra micro- e macronarrazioni, dimensione pubblica e privata. Così, ad esempio, nella videoinstallazione e performance lecture Unsettling Genealogies (2024) Ferrini si concentra sulle implicazioni fasciste e coloniali della più nota istituzione culturale italiana, la Biennale di Venezia, scovando inaspettate connessioni con la sua storia familiare. I nonni e la prozia dell’artista, infatti, avevano lavorato a servizio di Antonio Maraini, padre di Fosco e nonno di Dacia, nonché segretario generale della Biennale tra il 1928 e il 1942, più o meno negli stessi anni in cui Giuseppe Volpi rivestiva il ruolo di presidente (1930-43) e promuoveva la 1ª Esposizione internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. Figura di spicco del Partito nazionale fascista, ministro delle Finanze di Mussolini, nonché governatore della Tripolitania, a Volpi è ancora intitolata la coppa assegnata per la migliore interpretazione maschile e femminile, a riprova del fatto che la fondamentale ambiguità ideologica della Biennale non si è dissolta con la fine del fascismo storico. > In un sistema di pensiero per cui vedere equivale a conoscere, Ferrini ci > invita a riflettere su come le immagini siano capaci di strutturare le > categorie fondamentali della mente, rendendo difficile anche solo ipotizzare > mondi alternativi a quello esistente. Disturbata da questa inquietante prossimità fra le cronache famigliari e quelle istituzionali, Ferrini entra così in un corpo a corpo con la storia, per fare i conti con la produzione visuale dell’identità culturale e dell’impresa coloniale italiana. La critica istituzionale è del resto un tema centrale nella pratica dell’artista che, in una recente intervista, ha dichiarato di preferire contesti dove poter lavorare con approccio divulgativo più che meramente mostrativo, anteponendo le ragioni della formazione a quelle della forma. Pur usando materiali sorprendentemente affascinanti e rari, Ferrini sfugge alla seduzione dell’immagine e al richiamo dell’esotico, intervenendo proprio là dove la rappresentazione si fa più accattivante e tanto più grande è il male che nasconde. Così anche la pubblicazione Like Swarming Maggots. Confronting the Archive of Coloniality across Italy and Libya (2024) ricalca la medesima ratio: raggiungere un’audience più ampia, magari più riflessiva di quella della mostra e, soprattutto, lasciare una traccia più duratura di un’articolata ricerca sui rapporti tra Italia e Libia. Il libro raccoglie i contributi di diverse persone “informate sui fatti” o con cui Ferrini ha collaborato negli anni e prende il nome da un’espressione usata da Angelo Del Boca in un articolo dal titolo Chi ha paura di Omar, dove lo storico – peraltro già significativamente intervistato da Luca Guadagnino in Inconscio italiano (2011) –  critica il divieto di distribuzione in Italia del film Il Leone del deserto (1981) di Moustapha Akkad.  Scrive Del Boca nell’articolo del 1983 su “Il Messaggero”: > Sono fatti accaduti 52 anni fa e che ancora oggi non trovano posto nei libri > di scuola. Fatti che ora Akkad ci ripropone con la grande suggestione del > technicolor, con l’efficacia del più grande mezzo di comunicazione. Dobbiamo > per questo aver paura di un brandello della nostra storia? Dobbiamo tenerlo > sepolto nel brulichio dei vermi insieme ad altri episodi della nostra storia > coloniale, che è ancora una vicenda per iniziati o specialisti? O non potrebbe > essere questa, invece, l’occasione per una chiara presa di coscienza > collettiva di un fenomeno, come quello coloniale, che è ancora pieno di zone > buie, di miti e di agiografiche visioni? Non potrebbe, questo modesto film di > Akkad, fornire il pretesto per avviare quel dibattito storiografico che sinora > è mancato? Certo, poteva essere l’inizio di un dibattito e di un processo collettivo di accountability, ma la ricostruzione di Il Leone del deserto è troppo scomoda anche per l’Italia della fine della Prima Repubblica. Il film porta sullo schermo l’ultima fase della cosiddetta “pacificazione” della Libia (1922-1932), in cui l’Italia fascista reprime la resistenza dei Senussi in Cirenaica, ricorrendo ad armi chimiche di distruzione di massa e internando più di 100.000 civili in campi di concentramento che fungeranno da prototipo per quelli nazisti, come ricorda il poeta e scrittore libico-americano Khaled Mattawa. Un vero e proprio genocidio – analizzato da Ferrini anche in altre forme, come nella performance lecture On Iconographic Silences and Unruly Connections (2024), nell’installazione Unruly Connections (2022) e nel film Sight Unseen (2020) – sistematicamente occultato dalle autorità e dai media italiani e strumentalmente riconosciuto solo in occasione della firma del Trattato di amicizia tra Italia e Libia nel 2008. Questo impegnava la Libia ad adottare misure per contrastare l’immigrazione clandestina e favorire gli investimenti delle aziende italiane, in cambio di 5 miliardi di dollari come compensazione per l’occupazione militare, cui Ferrini dedica un altro film-saggio, Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship. > È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica > l’oblio, che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che, > nutrendosi di salme e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano > il paesaggio. Esposto nel 2024 alla 60a Biennale d’Arte di Venezia, Gaddafi in Rome. Anatomy of a Friendship mette in luce come, dopo la destituzione e la morte di Gheddafi, l’Italia non abbia rispettato l’accordo di risarcimento, mentre il modello necropolitico di sfruttamento che vede nel nostro Paese un ponte tra Europa e Africa sia ancora operativo nell’agenda dell’esecutivo Meloni e nella retorica “eurafricana” del Piano Mattei. Qui Ferrini dedica particolare attenzione all’episodio della visita di Gheddafi a Roma nel 2010 quando, scendendo dall’aereo, il dittatore mostra appuntata sul petto a mo’ di spilla una fotografia dell’arresto, nel 1931, del leader della resistenza libica ʿOmar al-Mukhtār, un esplicito gesto di sfida e strumentalizzazione della tragedia coloniale come moneta di scambio. È proprio in questo scarto di storia coloniale, di cui Del Boca critica l’oblio, che l’artista decide di addentrarsi e fare come i vermi che, nutrendosi di salme e carogne, rendono il suolo di nuovo fertile e trasformano il paesaggio. È così che Ferrini continua a dissodare quel terreno, individuando di volta in volta figure emblematiche da analizzare e restituire all’immaginario con la profondità psicologica del ritratto, il respiro dell’affresco sociale e la cogenza del discorso politico. L'articolo I saw a dark cloud rise proviene da Il Tascabile.
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Le vie del freddo di Max Leonard
S e volete capire perché le imminenti Olimpiadi Invernali di Milano Cortina sono un disastro concettuale, prima ancora che ecologico, politico e economico, leggete un libro sul ghiaccio. Leggete, anzi, il libro sul ghiaccio: Le vie del freddo (2025) di Max Leonard, traduzione di Simonetta Frediani. Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio abbia intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone forme e direzioni – a dimostrazione di quanto fittizia sia la separazione tra “natura” e “cultura”. Leonard sceglie come proprio oggetto d’analisi una sostanza, o meglio uno stato fisico, che fa della contraddizione la propria caratteristica principale: simbolo di calma e grazia sotto pressione, ma anche di insensibilità e distacco; per millenni in bilico sul crinale medico tra il benefico e il dannoso; se toccato, genera sensazioni di congelamento oppure di bruciore. Dall’ultimo secolo in poi quest’ambiguità irriducibile è stata però, almeno apparentemente, irreggimentata: il ghiaccio è entrato a far parte dell’esperienza quotidiana di miliardi di persone in tutto il mondo e si è arrivati al costoso paradosso del freddo artificiale, quello appunto senza il quale i Giochi olimpici invernali del 2026 non sarebbero stati nemmeno pensabili. >   Un saggio che ripercorre la storia di come il ghiaccio, uno stato fisico che > fa della contraddizione la propria caratteristica principale, abbia > intersecato nel profondo l’evoluzione delle civiltà umane, influenzandone > forme e direzioni. «Le macchine per la neve consumano energia generata altrove e mentre producono neve rilasciano calore. […] Quanto più freddo innaturale produciamo, tanto più freddo naturale distruggiamo e più diventa scarso», scrive Leonard nell’ultimo capitolo, dedicato al ghiaccio nell’Antropocene. La sua è, in effetti, una parabola saggistico-narrativa che descrive una proporzionalità inversa: dai primi passi nella storia del freddo, quando di ghiaccio sulla Terra ce n’era tanto ma se ne sapeva poco, ai giorni d’oggi, in cui da perturbante il ghiaccio è stato reso domestico, con la progressiva diminuzione della sua presenza allo stato naturale, sui ghiacciai e ai poli. Eppure di avvilimento in questo libro se ne respira poco. Piuttosto, Leonard sembra prefiggersi lo scopo di restituire al ghiaccio l’aura di straordinarietà che a lungo lo ha contraddistinto, portando chi legge ad apprezzare la profondità storica e anche filosofica di qualcosa di ormai decisamente ordinario, ma proprio per questo valevole di un’attenzione più sfaccettata. Ciascun capitolo è dedicato a un diverso gruppo umano i cui destini sono stati plasmati dall’incontro con il ghiaccio in una delle sue tante forme. Si va dai pittori delle caverne, seguendo i quali si ripercorrono gli effetti dell’Era glaciale sulle migrazioni umane e animali della preistoria, ai cosiddetti festaioli, protagonisti del risvolto carnevalesco della Piccola era glaciale del Seicento, fatto di feste popolari e fiere del gelo sul Tamigi, pattinaggio sul ghiaccio e colf (gioco che molti olandesi considerano all’origine del golf). Ci sono i filibustieri del Sedicesimo secolo, alla disperata ricerca di una rotta di navigazione settentrionale per raggiungere l’Asia, convinti dell’esistenza di un “mare polare aperto” al di là di un anello di iceberg. Tantissimi poi gli scienziati che nel tempo hanno contribuito a districare i misteri più disorientanti legati al ghiaccio: la forma dei suoi cristalli; l’andamento dall’alto verso il basso del processo di congelamento (senza il quale la fauna marina si sarebbe estinta a ogni era glaciale); l’espansione nel passaggio allo stato solido; la sospensione sull’acqua liquida. Ma le storie sono anche quelle, mai del tutto ordinarie, dei gelatai e dei birrai che dal ghiaccio hanno estratto piaceri e ritualità ormai ineludibili, degli alpinisti e delle alpiniste che hanno esplorato la Mer de Glace e i ghiacciai più inaccessibili del pianeta, dei soldati combattenti per i confini e sui confini, spesso ghiacciati, dei neonati stati-nazione del Novecento. Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline che intorno a questo si sono sviluppate. L’archeologia glaciale ci parla nel dettaglio di culture lontanissime del tempo, i cui resti sono stati preservati alla perfezione dal ghiaccio terrestre – almeno finché il suo scioglimento non ha iniziato a restituirceli a ritmi sempre più serrati. La geologia glaciale è stata in grado, attraverso la messa a sistema di “fossili indice” come quelli dei mammut, di ricostruire una cronologia universale ben più complessa e affascinante delle semplificazioni creazioniste (e negazioniste del clima) a lungo imperanti in Occidente. > Molto di quel che oggi siamo e sappiamo è dovuto al ghiaccio e alle discipline > che intorno a questo si sono sviluppate. Persino l’anatomia medica, al netto di dubbi morali e loschi commerci di cadaveri, è stata resa possibile dal congelamento dei corpi e dal loro sezionamento, molto prima che venissero scoperte la formalina e la plastinazione. Più recente, tra tutte, la branca della criopolitica, definita per la prima volta nel 2006 da Michael Bravo e Gareth Rees come termine ombrello che mette insieme «la sicurezza dell’Artico, la protezione ambientale delle popolazioni indigene, la storia del criosfruttamento, il lavoro scientifico sui ghiacciai, gli interventi governativi sul cambiamento climatico e le questioni culturali». Questa storia della cultura mondiale sub specie gelus, attraversando ogni epoca e territorio, non manca di toccare anche aspetti problematici. Leonard sottolinea a più riprese il carattere intrinsecamente colonialista e razzista del capitalismo speculativo e di frontiera che ha promosso le spedizioni del ghiaccio – tanto in forma di incursioni territoriali quanto di imprese scientifiche. Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o cancellato. Più a sud, la produzione del ghiaccio è stata praticata in Persia e in India da migliaia di anni, e spesso con modalità di accesso ben più democratiche di quelle della catena del freddo come espressione tecnica dell’imperialismo britannico. In Cina, poi, le ghiacciaie e i depositi di neve punteggiavano le coste già molto prima dell’industrializzazione della pesca operata dalla Compagnia britannica delle Indie Orientali, e la stessa morfologia esagonale dei cristalli di ghiaccio era nota agli scienziati cinesi sin dal 135 a.C. – solo diciassette secoli prima della “nascita” della cristallografia di Keplero. > Molte delle cosiddette scoperte che hanno plasmato la conoscenza del ghiaccio > in Occidente fanno parte da sempre della vita quotidiana delle popolazioni > dell’Artico, il cui contributo scientifico è stato storicamente minimizzato o > cancellato. A proposito di colonialismo dei tempi d’oggi, nel capitolo sul ghiaccio e la guerra Leonard rivela dettagli sulla presenza degli Stati Uniti in Groenlandia che meriterebbero le prime pagine dei giornali, a dimostrazione di quanto lo sguardo rapace di Donald Trump su questo territorio non sia nuovo né peggiore di quello di molti suoi predecessori. Già nel 1946 il governo statunitense cercò di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca, vedendosi opporre un rifiuto. La reazione in quel caso fu la creazione da parte degli Stati Uniti del programma SIPRE (Snow, Ice and Permafrost Research Establishment) su suolo groenlandese, dedicato alla scienza militare applicata alle aree glaciali. L’“applicazione” fu però ben diversa da quella dichiarata: > Il probabile segreto della base di ghiaccio è stato svelato soltanto nel 1996, > quando documenti declassificati hanno confermato l’esistenza del Progetto > Iceworm. > L’obiettivo del Progetto Iceworm era niente meno che la realizzazione di una > rete mobile di siti di lancio di missili nucleari rivolti verso la Russia, > distribuiti su un’area tre volte più grande della Danimarca, tutti situati a > quasi 9 metri al di sotto della superficie della calotta glaciale della > Groenlandia. […] Il governo danese non avrebbe mai approvato ufficialmente > un’installazione offensiva statunitense in Groenlandia e aveva vietato la > presenza di armi nucleari nei suoi territori e nel suo spazio aereo. Il che, > suppongo, è in parte il motivo per cui gli Stati Uniti avevano pianificato di > nasconderle tra i ghiacci. E pensare che proprio i ghiacci, ai tempi dell’ultimo massimo glaciale, univano quel che la storia politica avrebbe poi separato per sempre: attraverso un ponte ghiacciato tra la Siberia e l’Alaska, piccole popolazioni di esseri umani sono arrivate nelle Americhe per la prima volta proprio dalla Russia orientale. > Se le scalate delle donne sono meno note è forse anche per via dell’equilibrio > pacato con cui le hanno riportate, senza ricorrere alle iperboli e alle > millanterie tipiche di molti racconti maschili. Leonard non manca di evidenziare nemmeno gli elementi misogini legati all’alpinismo borghese dell’Ottocento, alimentato da una buona dose di vigore ipermascolino e desiderio machista di pericolo, oltre che di avidità territoriale. Nonostante i pregiudizi sociali e gli ostacoli più o meno materiali posti sul loro cammino, di donne alpiniste nella storia ce ne sono però state diverse. E se le loro scalate sono meno note è a causa delle minori opportunità da queste avute di pubblicare i propri resoconti e di essere riconosciute nelle proprie imprese, ma anche forse per via dell’equilibrio pacato con cui le hanno raccontate, scevre delle iperboli e delle millanterie di molti racconti maschili. Descrizioni come quelle di Margaret Jackson, che compì sette prime ascensioni di cime superiori ai 4000 metri, si soffermano poco sull’esperienza individuale della scalata, comunicando piuttosto la meraviglia matericamente spirituale dell’alta quota e un senso di comunione con l’ambiente circostante. Se è vero che il razionalismo illuminista è riuscito a dare spazio a precisi calcoli barometrici, meteorologici e geodetici allontanando dal ghiaccio le streghe, gli spiriti e i demoni del folklore, è anche necessario riconoscere quanto sia andato perso o frainteso con la tendenza delle scienze a ignorare la meraviglia degli oggetti in esame. In altri termini, è più che mai necessaria una pratica femminista e postcoloniale della scienza (dei ghiacci e non solo), in grado di conciliare rigore dei calcoli e stupore dello sguardo: proprio quello stupore, quel misticismo più o meno laico, di cui sono intrise le pagine di Jackson e che attraversano molto del sapere indigeno. Il rischio insito nel privilegiare la razionalità a totale discapito di una certa spiritualità, e viceversa, è quello di cadere nello scientismo da un lato, nella superstizione dall’altro – due facce opposte della medesima chiusura mentale. Il libro di Leonard, con la sua miriade di dati tecnici tenuti insieme da una prosa cristallina e impreziositi da un ricco apparato fotografico, è lì a dimostrare che l’armonizzazione di scienza e arte, precisione e creatività, ricerca e ispirazione, non è affatto un’impresa impossibile. L'articolo Le vie del freddo di Max Leonard proviene da Il Tascabile.
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