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Cat bond, ovvero quando le catastrofi diventano un asset finanziario
La finanza non ha morale, ha prezzo. Ma, come sempre, se ne parla pochissimo. Non aprono i telegiornali, non riempiono i talk show, non diventano oggetto di scontro politico. Eppure esiste un mercato che trasforma terremoti, uragani e alluvioni in rendimento finanziario. I cat bond, le obbligazioni legate alle catastrofi naturali, sono uno dei prodotti più cinici della finanza contemporanea. Monetizzare il rischio climatico è diventata una pratica tecnica, quasi neutrale. Il fatto che sia neutrale nel linguaggio non significa che lo sia nelle implicazioni. I catastrophe bond nascono negli anni Novanta dopo l’uragano Andrew del 1992, quando il sistema assicurativo statunitense subì perdite tali da mettere in discussione la capacità della riassicurazione tradizionale di assorbire eventi estremi. Da lì l’idea di trasferire parte del rischio ai mercati finanziari. Il meccanismo è lineare. Un’assicurazione o una riassicurazione crea un veicolo dedicato, emette un’obbligazione e raccoglie capitale dagli investitori. Se la catastrofe non si verifica secondo parametri contrattuali predefiniti, l’investitore incassa cedole elevate e riottiene il capitale. Se l’evento si verifica, il capitale viene utilizzato per coprire i danni e può essere perso in tutto o in parte. Secondo i report annuali di Swiss Re e Munich Re, il mercato complessivo delle Insurance Linked Securities ha superato i 100 miliardi di dollari di capitale in essere, di cui oltre 40 miliardi rappresentati dai soli cat bond tradizionali. È una quota ridotta rispetto ai circa 50.000 miliardi del mercato globale obbligazionario, ma è una nicchia in crescita costante, con rendimenti che negli ultimi anni hanno superato spesso il 7 o l’8 per cento annuo, con picchi anche superiori in fasi di tensione riassicurativa. A strutturare e collocare questi strumenti sono grandi banche d’investimento come Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup e Credit Suisse, insieme a primari studi legali e advisor specializzati. Il ruolo delle banche è centrale. Non sono semplici intermediari, ma strutturatori dell’architettura contrattuale che traduce un evento naturale in uno strumento negoziabile sui mercati. Anche in Italia il fenomeno non è estraneo, sebbene con dimensioni più contenute. Le principali banche italiane operano nei mercati internazionali dei capitali e partecipano, direttamente o attraverso divisioni di investment banking e asset management, alla distribuzione e alla gestione di strumenti alternativi legati al rischio assicurativo. Non risultano tra i principali emittenti globali di cat bond, ma possono agire come collocatori, consulenti o gestori di fondi che includono Insurance Linked Securities nei portafogli. Inoltre, compagnie assicurative italiane con presenza internazionale si interfacciano con il mercato ILS per ottimizzare la gestione del rischio. Il punto non è la dimensione nazionale del fenomeno, ma la sua integrazione in un sistema finanziario ormai interconnesso. Quando un mercato diventa strutturale a livello globale, è solo questione di tempo prima che entri stabilmente anche nell’offerta domestica. L’argomento a favore dei cat bond è noto. Offrono diversificazione. Un terremoto non è correlato all’andamento dei mercati azionari. Un uragano non segue le dinamiche del ciclo economico. Per i grandi fondi pensione o per gli investitori istituzionali, inserire in portafoglio strumenti legati a rischi naturali consente di ridurre la correlazione complessiva. È una logica di ingegneria finanziaria coerente. Il problema emerge quando si guarda oltre la tecnica. L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi, documentato da organismi scientifici internazionali, altera le basi statistiche su cui questi strumenti sono costruiti. Se il cambiamento climatico rende più probabili le catastrofi, il rischio non è più episodico ma strutturale. E se è strutturale, il premio al rischio cresce. Si crea così un paradosso. Più il pianeta è instabile, più il rendimento potenziale diventa interessante per l’investitore. La World Bank ha promosso emissioni di cat bond per Paesi vulnerabili, trasferendo parte del rischio sovrano sui mercati. In teoria è un meccanismo di protezione. In pratica significa che il rischio collettivo di intere popolazioni viene frazionato in quote sottoscritte nei centri finanziari globali. Se l’evento non accade, il capitale produce rendimento. Se accade, il capitale viene perso, ma nel frattempo il premio al rischio è stato incassato per anni. La questione etica non riguarda la legittimità giuridica dello strumento. I cat bond sono legali, regolati e trasparenti per chi li sottoscrive. La questione riguarda la trasformazione del disastro in asset. È un passaggio culturale prima ancora che finanziario. Il capitalismo ha sempre trasformato il rischio in prezzo. Oggi trasforma anche l’incertezza climatica in prodotto. Il punto non è demonizzare lo strumento, ma interrogarsi sul modello. Se la protezione contro le catastrofi dipende sempre più dai mercati dei capitali, la gestione del rischio ambientale diventa subordinata alla logica del rendimento. E quando il rendimento cresce con l’aumentare dell’instabilità, la linea di confine tra copertura e speculazione diventa sottile. Se ne parla poco perché è un mercato tecnico, complesso, lontano dalla vita quotidiana. Eppure riguarda il modo in cui distribuiamo il rischio collettivo. In un Paese come l’Italia, esposto a rischio sismico e idrogeologico elevato, la domanda non è solo finanziaria. È politica. Vogliamo che la risposta alla fragilità territoriale sia una cedola più alta o un investimento strutturale nella prevenzione. La finanza può essere uno strumento. Non dovrebbe diventare l’unica grammatica con cui leggiamo la catastrofe. L'articolo Cat bond, ovvero quando le catastrofi diventano un asset finanziario proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Criminali senza scrupoli”, lo Stato si riprende 205 milioni di euro dei fratelli Pellini per il disastro ambientale nella Terra dei Fuochi
“Criminali senza scrupoli che hanno piegato le loro competenze imprenditoriali al perseguimento del soldo facile”, si legge nelle 291 pagine del decreto di confisca di 205 milioni di euro contro i fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini. Lo Stato si è così riappropriato di quanto restituito due anni fa, per un vizio formale, agli imprenditori responsabili di uno dei peggiori disastri ambientali nella Terra dei Fuochi. La confisca è stata disposta dalla sezione misure di prevenzione del Tribunale di Napoli (presidente Teresa Areniello) per i fratelli Pellini, che operavano nel settore del recupero, smaltimento e riciclaggio di rifiuti urbani e industriali. Uno di loro era un carabiniere, fu sospeso dal servizio nel 2006. Il Gico del Nucleo della Polizia economica finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli ha messo i sigilli a 8 aziende tra Napoli, Frosinone e Roma, 224 immobili tra Napoli, Salerno, Caserta, Cosenza, Latina e Frosinone; 75 terreni; 70 rapporti finanziari, 72 auto, 3 barche e 2 elicotteri. Secondo le indagini parte delle loro ricchezze sono frutto del traffico illecito di rifiuti nella cosiddetta Terra dei Fuochi. Siamo forse al dunque di una lunga e tortuosa vicenda giudiziaria iniziata nel 2017 e culminata tra mille polemiche nel marzo 2024, quando la Cassazione decise di restituire ai Pellini un patrimonio di circa 220 milioni di euro a causa della tardività del decreto di confisca di secondo grado. La Procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri e le Fiamme gialle hanno però riavviato le indagini patrimoniali, che hanno evidenziato una marcata sproporzione tra i beni posseduti e i redditi dichiarati, ed hanno confermato la pericolosità “qualificata” dei Pellini derivante dal traffico illecito di rifiuti perpetrato nella “Terra dei Fuochi” dai quali è conseguita la loro condanna definitiva per disastro ambientale. el maggio 2024 la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Napoli ha nuovamente sequestrato i beni e, con decreto depositato il 19 febbraio 2026, all’esito dell’istruttoria camerale, ha disposto la confisca, ribadendo la perdurante pericolosità qualificata degli imprenditori colpiti dalla confisca, la strutturale e significativa sproporzione tra il patrimonio accumulato nel tempo e i redditi leciti dichiarati, e l’inidoneità delle giustificazioni difensive. Nel decreto i giudici hanno evidenziato la “concreta e grave capacità criminale” degli imprenditori che ha provocato “conseguenze devastanti nei territori interessati e per l’ambiente nonché per gli animali e le persone, per le quali la relazione di malattie tumorali a quelle attività che avvelenavano i terreni è più che un sospetto”. I fratelli Pellini quindi “non erano onesti imprenditori, per errore impattati nell’illecito”. L'articolo “Criminali senza scrupoli”, lo Stato si riprende 205 milioni di euro dei fratelli Pellini per il disastro ambientale nella Terra dei Fuochi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nicola Gratteri
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