La finanza non ha morale, ha prezzo. Ma, come sempre, se ne parla pochissimo.
Non aprono i telegiornali, non riempiono i talk show, non diventano oggetto di
scontro politico. Eppure esiste un mercato che trasforma terremoti, uragani e
alluvioni in rendimento finanziario. I cat bond, le obbligazioni legate alle
catastrofi naturali, sono uno dei prodotti più cinici della finanza
contemporanea. Monetizzare il rischio climatico è diventata una pratica tecnica,
quasi neutrale. Il fatto che sia neutrale nel linguaggio non significa che lo
sia nelle implicazioni.
I catastrophe bond nascono negli anni Novanta dopo l’uragano Andrew del 1992,
quando il sistema assicurativo statunitense subì perdite tali da mettere in
discussione la capacità della riassicurazione tradizionale di assorbire eventi
estremi. Da lì l’idea di trasferire parte del rischio ai mercati finanziari. Il
meccanismo è lineare. Un’assicurazione o una riassicurazione crea un veicolo
dedicato, emette un’obbligazione e raccoglie capitale dagli investitori. Se la
catastrofe non si verifica secondo parametri contrattuali predefiniti,
l’investitore incassa cedole elevate e riottiene il capitale. Se l’evento si
verifica, il capitale viene utilizzato per coprire i danni e può essere perso in
tutto o in parte.
Secondo i report annuali di Swiss Re e Munich Re, il mercato complessivo delle
Insurance Linked Securities ha superato i 100 miliardi di dollari di capitale in
essere, di cui oltre 40 miliardi rappresentati dai soli cat bond tradizionali. È
una quota ridotta rispetto ai circa 50.000 miliardi del mercato globale
obbligazionario, ma è una nicchia in crescita costante, con rendimenti che negli
ultimi anni hanno superato spesso il 7 o l’8 per cento annuo, con picchi anche
superiori in fasi di tensione riassicurativa.
A strutturare e collocare questi strumenti sono grandi banche d’investimento
come Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup e Credit Suisse, insieme a primari
studi legali e advisor specializzati. Il ruolo delle banche è centrale. Non sono
semplici intermediari, ma strutturatori dell’architettura contrattuale che
traduce un evento naturale in uno strumento negoziabile sui mercati.
Anche in Italia il fenomeno non è estraneo, sebbene con dimensioni più
contenute. Le principali banche italiane operano nei mercati internazionali dei
capitali e partecipano, direttamente o attraverso divisioni di investment
banking e asset management, alla distribuzione e alla gestione di strumenti
alternativi legati al rischio assicurativo. Non risultano tra i principali
emittenti globali di cat bond, ma possono agire come collocatori, consulenti o
gestori di fondi che includono Insurance Linked Securities nei portafogli.
Inoltre, compagnie assicurative italiane con presenza internazionale si
interfacciano con il mercato ILS per ottimizzare la gestione del rischio. Il
punto non è la dimensione nazionale del fenomeno, ma la sua integrazione in un
sistema finanziario ormai interconnesso. Quando un mercato diventa strutturale a
livello globale, è solo questione di tempo prima che entri stabilmente anche
nell’offerta domestica.
L’argomento a favore dei cat bond è noto. Offrono diversificazione. Un terremoto
non è correlato all’andamento dei mercati azionari. Un uragano non segue le
dinamiche del ciclo economico. Per i grandi fondi pensione o per gli investitori
istituzionali, inserire in portafoglio strumenti legati a rischi naturali
consente di ridurre la correlazione complessiva. È una logica di ingegneria
finanziaria coerente.
Il problema emerge quando si guarda oltre la tecnica. L’aumento della frequenza
e dell’intensità degli eventi estremi, documentato da organismi scientifici
internazionali, altera le basi statistiche su cui questi strumenti sono
costruiti. Se il cambiamento climatico rende più probabili le catastrofi, il
rischio non è più episodico ma strutturale. E se è strutturale, il premio al
rischio cresce. Si crea così un paradosso. Più il pianeta è instabile, più il
rendimento potenziale diventa interessante per l’investitore.
La World Bank ha promosso emissioni di cat bond per Paesi vulnerabili,
trasferendo parte del rischio sovrano sui mercati. In teoria è un meccanismo di
protezione. In pratica significa che il rischio collettivo di intere popolazioni
viene frazionato in quote sottoscritte nei centri finanziari globali. Se
l’evento non accade, il capitale produce rendimento. Se accade, il capitale
viene perso, ma nel frattempo il premio al rischio è stato incassato per anni.
La questione etica non riguarda la legittimità giuridica dello strumento. I cat
bond sono legali, regolati e trasparenti per chi li sottoscrive. La questione
riguarda la trasformazione del disastro in asset. È un passaggio culturale prima
ancora che finanziario. Il capitalismo ha sempre trasformato il rischio in
prezzo. Oggi trasforma anche l’incertezza climatica in prodotto.
Il punto non è demonizzare lo strumento, ma interrogarsi sul modello. Se la
protezione contro le catastrofi dipende sempre più dai mercati dei capitali, la
gestione del rischio ambientale diventa subordinata alla logica del rendimento.
E quando il rendimento cresce con l’aumentare dell’instabilità, la linea di
confine tra copertura e speculazione diventa sottile.
Se ne parla poco perché è un mercato tecnico, complesso, lontano dalla vita
quotidiana. Eppure riguarda il modo in cui distribuiamo il rischio collettivo.
In un Paese come l’Italia, esposto a rischio sismico e idrogeologico elevato, la
domanda non è solo finanziaria. È politica. Vogliamo che la risposta alla
fragilità territoriale sia una cedola più alta o un investimento strutturale
nella prevenzione. La finanza può essere uno strumento. Non dovrebbe diventare
l’unica grammatica con cui leggiamo la catastrofe.
L'articolo Cat bond, ovvero quando le catastrofi diventano un asset finanziario
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere
con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro
immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero.
Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso
una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di
moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique
Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe
stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di
Fort Knox non c’era più.
Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che,
come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci
si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da
accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto.
Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia
carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare
l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno
va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di
accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro
con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una
densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello
scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è
rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso.
Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox.
Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può
guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche
percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei
buoni motivi per cui si potrebbe pensar male.
Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che
dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui
giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che
ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo
in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è
bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli
li potete leggere in un post sul mio blog personale.
Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene
circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000
tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri
della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno
grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal
tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione
sovietica dell’Europa Occidentale.
Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro
una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo
per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo
in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno
voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi
lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale
viene detto a noi miseri mortali.
L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il
rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso
prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con
Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è
zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano,
ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di
Giorgia.
L'articolo Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che
non torna in questa vicenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un pacco spedito dalla Bosnia-Erzegovina e diretto in Italia, etichettato come
“trofeo di caccia“, nascondeva al suo interno il cranio di un orso bruno privo
della documentazione necessaria per l’importazione. La scoperta è avvenuta nella
Cargo City dell’aeroporto di Malpensa, dove i finanzieri della Sezione operativa
Cites dello scalo varesino, insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e
dei Monopoli, hanno intercettato e ispezionato la spedizione.
Il pacco di cartone era ben confezionato ed è stato aperto con un taglierino.
All’interno, oltre alla pelliccia appartenente alla specie “ursus arctos” e
regolarmente dichiarata, i controlli hanno portato alla luce l’oggetto di colore
bianco avvolto nel cellophane. Il cranio – riconducibile allo stesso tipo di
animale – non risultava indicato nella spedizione e non era accompagnato da
alcuna documentazione che ne autorizzasse la regolare importazione secondo le
norme “Cites”, ossia la Convenzione di Washington sul commercio internazionale
delle specie di fauna e flora selvatiche a rischio di estinzione.
Il teschio è stato quindi sequestrato dalle fiamme gialle per la successiva
confisca, come prevede la legge. Le autorità hanno poi proceduto
all’accertamento a alla contestazione dell’illecito, contestando la violazione
amministrativa nei confronti dell’importatore. Il traffico di flora e fauna non
rappresenta una novità per l’aeroporto. Negli anni, infatti, non sono mancati
sequestri significativi: nel 2021 era stata intercettata una pelliccia di
giaguaro pronta per volare in Cina e, in un altro caso, in un bagaglio erano
stati trovati anche uccellini di specie esotiche rarissime.
L'articolo Malpensa, dentro al pacco c’era il teschio di un orso bruno:
sequestrato dalla Guardia di Finanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
La corsa dell’oro che aveva infiammato i mercati finanziari a inizio anno si è
improvvisamente trasformata in una brusca retromarcia. Dopo settimane di
acquisti massicci e massimi storici, il metallo giallo ha registrato
un’inversione di tendenza netta, con vendite diffuse e prezzi in caduta, segnale
di una fase di forte volatilità che coinvolge anche l’argento.
Negli scambi asiatici le quotazioni del lingotto sono scese di oltre il 7%, fino
a 4.506 dollari l’oncia. Ancora più marcata la contrazione dell’argento, che ha
perso il 10%, attestandosi intorno ai 76 dollari l’oncia. Un arretramento
significativo che interrompe un rialzo che, solo poche settimane fa, aveva
portato i preziosi su livelli record.
Eppure il quadro recente raccontava tutt’altro scenario. A gennaio questi
materiali avevano toccato nuovi picchi storici, sostenuti soprattutto dalle
mosse delle banche centrali, impegnate ad aumentare le riserve di lingotti, e
dalla ricerca di asset difensivi da parte degli investitori. In un contesto
segnato da tensioni geopolitiche e incertezze finanziarie, l’oro aveva infatti
consolidato il proprio ruolo di bene rifugio.
L'articolo Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le
quotazioni sui mercati asiatici proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre le mosse muscolari di Donald Trump in Venezuela, Groenlandia e Medio
Oriente, c’è una guerra che in Europa stiamo già combattendo. La contesa
riguarda i nostri risparmi, che già da tempo subiscono un processo di
dollarizzazione. Ma la posta in gioco si sta facendo più alta: lo stato sociale,
che arretra mentre avanzano colossi come BlackRock, Vanguard e State Street.
Secondo Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa
e autore del libro La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo
globale (Laterza, 2025), la parola chiave è “finanziarizzazione”. Dagli Etf
(exchange-traded fund) all’enorme piano di riarmo, l’Ue potrebbe trasformare
ogni cittadino in un soggetto finanziario. Una scommessa che tra l’altro rischia
di perdere, come dimostra l’Italia che, dice Volpi, “è già una colonia Usa”.
Leggi anche: “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva
un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon
L'articolo “La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo
il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Sono stati approvati i bilanci delle società che controllano Fininvest. È così
in arrivo un pacchetto di dividendi da 65 milioni da ripartire tra i cinque
fratelli Berlusconi: Marina, Pier Silvio, Luigi, Barbara ed Eleonora. Ma non
solo: come rivela il Corriere della Sera, tenendo conto anche delle finanziarie
personali la distribuzione di utili supererà probabilmente i 100 milioni.
Le quattro holding di famiglia (Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava)
hanno il 61% di Fininvest, a sua volta maggior azionista di MediaForEurope (ex
Mediaset), Mondadori Editore e del Teatro Manzoni di Milano, oltre che secondo
azionista di Banca Mediolanum. Sono partecipate da tutti e cinque i figli di
Berlusconi. Marina e Piersilvio, i più anziani, hanno il 29%. Luigi, Barbara ed
Eleonora il 14%.
I bilanci sono stati chiusi il 30 settembre 2025, e al ragionier Giuseppe
Spinelli, uomo di fiducia e cassiere della famiglia, sono arrivate quattro
lettere dal rappresentante comune – una per ogni holding – in cui venivano
indicate le cifre. Non sono stati utilizzati solo gli utili ricavati dal gruppo,
ma anche le riserve. Holding 1 ha registrato 16 milioni di utile e ne ha
prelevati 3,2 dalle riserve (di circa 142 milioni) ottenendo così un dividendo
di quasi 20 milioni. Holding 2 ci è andata vicina, e con 16 milioni ha
raddoppiato il risultato dell’anno precedente, il 2024. In coda la “piccola”
Holding 3 con soli 8 milioni distribuiti. Palma d’oro alla Holding 8 con 21,4
milioni (19 dagli utili).
Ad alimentare il bottino è stata Fininvest, che a giugno aveva spedito 100
milioni alle quattro holding, fulcro dell’eredità di Silvio Berlusconi.
L'articolo Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque
fratelli. In testa Marina e Piersilvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un
debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo
grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che
diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti
analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio —
quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così
hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi
netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”,
ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa
e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale
(Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al
circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito
pubblico statunitense.
Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una
dimostrazione di debolezza. Perché?
Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide:
il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli
interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e
l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la
reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si
aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo
significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale.
Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se
consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia,
vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che
gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa.
Vista così sembra più una mossa disperata.
La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta
quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli
resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del
mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso
Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di
acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così
debole non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di
alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di
lasciar esplodere.
Che c’entra il Venezuela?
Intanto per reindustrializzarsi hanno bisogno di materie prime a basso costo e
terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore
dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali
esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e
dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro.
Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che
ha le maggiori riserve mondiali di petrolio.
Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di
investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra.
E’ proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal
punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che
basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i
titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse:
le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla
ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton
e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle
aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio
venezuelano e la sta finanziarizzando.
Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana?
Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio
agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la
sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e
lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare,
segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street.
Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo
europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno.
Invece?
Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni
e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso,
sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock,
Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il
debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che
amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta
molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre
consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione.
Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con
la sua Starlink?
La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a
Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente
coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua
Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per
ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione
anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al
petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del
Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a
gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in
ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale.
Cosa può andare storto?
Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno
i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il
rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama
per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che
hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva
attentamente, ma la domanda resta: fino a quando?
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disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Si chiude un’era per la finanza americana e mondiale. Warren Buffett, uno degli
uomini più ricchi al mondo (sesto per Forbes nel 2025) e mago degli
investimenti, lascia dopo sessant’anni di attività la guida della sua holding
Berkshire Hathaway. A prendere il suo posto sarà Greg Abel. Soprannominato
l’oracolo di Omaha – dal nome del suo paese d’origine in Nebraska – Buffett è
figlio di un membro del Congresso e ha iniziato la sua carriera da investitore
molto presto, a 11 anni, quando ha acquistato le sue prime azioni.
Tra gli investimenti più riusciti del finanziere si ricordano la stessa
Berkshire, acquistata nel 1965 quando era un’azienda tessile in difficoltà.
All’epoca le sue azioni valevano 19 dollari, ora quelle di classe A (quelle che
forniscono più diritti di voto) ne valgono 750.000. La sua holding vale più di
1.000 miliardi ed è l’unica della “old–economy” a superare questa soglia
sedendosi al tavolo dei colossi del Big Hi-tech. Buffett ha interessi anche in
Coca-Cola, Apple e BYD. Meno fortunate invece le puntate su USAir e Salomon
Brother. Nel 2008 il finanziere investì, seppur simbolicamente, in Bank of
America e Goldman Sachs per dare loro una mano a uscire dalla crisi. Gli
investimenti e le opinioni di Buffett sono infatti percepiti sempre come
un’iniezione di fiducia per i mercati.
Non è ancora chiaro come Abel intenda raccogliere l’eredità e cosa deciderà di
fare dell’azienda e delle sue azioni. Buffet gli ha rinnovato la sua piena
fiducia rassicurando gli investitori dicendo che l’azienda manterrà un
“significativo ammontare” di azioni di Classe A fino a quando non tutti saranno
a loro agio con il loro nuovo capo. “Un livello di fiducia che non penso ci
vorrà molto per raggiungere” ha detto ottimista il 95enne. A pagare un alto
prezzo per il suo ritiro potrebbe essere però la sua cittadina di Omaha, dove
Buffett vive e dove ha trascorso quasi tutta la sua vita. Il posto è diventato –
grazie alla sua presenza – meta di turisti e ogni anno ospita la sua assemblea
degli azionisti che attrae anche migliaia di investitori, dura due giorni e
porta guadagni non indifferenti nelle casse cittadine.
L'articolo Si ritira Warren Buffett, il finanziere più ricco del mondo. Lascia
la sua holding dopo 60 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Le dimissioni saranno effettive da gennaio. Rocco Basilico, figlio di primo
letto di Nicoletta Zampillo, ultima moglie del fondatore di Luxottica Leonardo
Del Vecchio, non ricoprirà più gli incarichi di chief wearables officer nella
cassaforte Delfin e di presidente in Oliver Peoples, società del gruppo
EssilorLuxottica. Dietro la decisione la volontà di avviare nuovi progetti
imprenditoriali e divergenze con gli altri eredi.
A tre anni e mezzo dalla morte del fondatore di Luxottica, ora un gigante
mondiale da oltre 140 miliardi di capitalizzazione, non è ancora stato trovato
un accordo sull’accettazione dell’eredità. Basilico, 35enne, in azienda da una
decina di anni, nel testamento è stato inserito alla pari dei sei figli di Del
Vecchio: con una quota del 12,5% in nuda proprietà. Ma la madre gli ha
trasferito anche l’usufrutto della propria quota, il che gli conferisce diritto
di voto. Diritto la cui legittimità è stata contestata, durante una delle ultime
assemblee di Delfin, dal fratellastro Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito
di Leonardo.
In precedenza lo stesso Basilico, insieme ad altri eredi, aveva chiesto di
trasferire parte della propria quota. Ma per farlo serve l’unanimità e altri
eredi, tra cui lo stesso Leonardo Maria, avevano posto il veto. Un braccio di
ferro che, sulla base del diritto lussemburghese, potrebbe aprire la strada a
una battaglia legale per ottenere il diritto di trasferire le azioni (gli altri
soci avrebbero la prelazione) e garantirsi liquidità da investire in nuovi
progetti.
Sarebbe stato proprio Basilico, partendo dalla California dove risiede, a fare
la prima conoscenza con Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e di Meta.
Quest’ultima in estate ha investito quasi 3 miliardi di euro per il 3% di
EssilorLuxottica. Una partecipazione che arriva a valle della partnership per lo
sviluppo di occhiali smart dotati di intelligenza artificiale.
L'articolo Rocco Basilico, uno degli eredi Del Vecchio, lascia EssilorLuxottica.
Lo strappo con il fratellastro Leonardo Maria proviene da Il Fatto Quotidiano.