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Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le quotazioni sui mercati asiatici
La corsa dell’oro che aveva infiammato i mercati finanziari a inizio anno si è improvvisamente trasformata in una brusca retromarcia. Dopo settimane di acquisti massicci e massimi storici, il metallo giallo ha registrato un’inversione di tendenza netta, con vendite diffuse e prezzi in caduta, segnale di una fase di forte volatilità che coinvolge anche l’argento. Negli scambi asiatici le quotazioni del lingotto sono scese di oltre il 7%, fino a 4.506 dollari l’oncia. Ancora più marcata la contrazione dell’argento, che ha perso il 10%, attestandosi intorno ai 76 dollari l’oncia. Un arretramento significativo che interrompe un rialzo che, solo poche settimane fa, aveva portato i preziosi su livelli record. Eppure il quadro recente raccontava tutt’altro scenario. A gennaio questi materiali avevano toccato nuovi picchi storici, sostenuti soprattutto dalle mosse delle banche centrali, impegnate ad aumentare le riserve di lingotti, e dalla ricerca di asset difensivi da parte degli investitori. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e incertezze finanziarie, l’oro aveva infatti consolidato il proprio ruolo di bene rifugio. L'articolo Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le quotazioni sui mercati asiatici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi
Oltre le mosse muscolari di Donald Trump in Venezuela, Groenlandia e Medio Oriente, c’è una guerra che in Europa stiamo già combattendo. La contesa riguarda i nostri risparmi, che già da tempo subiscono un processo di dollarizzazione. Ma la posta in gioco si sta facendo più alta: lo stato sociale, che arretra mentre avanzano colossi come BlackRock, Vanguard e State Street. Secondo Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore del libro La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025), la parola chiave è “finanziarizzazione”. Dagli Etf (exchange-traded fund) all’enorme piano di riarmo, l’Ue potrebbe trasformare ogni cittadino in un soggetto finanziario. Una scommessa che tra l’altro rischia di perdere, come dimostra l’Italia che, dice Volpi, “è già una colonia Usa”. Leggi anche: “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon L'articolo “La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque fratelli. In testa Marina e Piersilvio
Sono stati approvati i bilanci delle società che controllano Fininvest. È così in arrivo un pacchetto di dividendi da 65 milioni da ripartire tra i cinque fratelli Berlusconi: Marina, Pier Silvio, Luigi, Barbara ed Eleonora. Ma non solo: come rivela il Corriere della Sera, tenendo conto anche delle finanziarie personali la distribuzione di utili supererà probabilmente i 100 milioni. Le quattro holding di famiglia (Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava) hanno il 61% di Fininvest, a sua volta maggior azionista di MediaForEurope (ex Mediaset), Mondadori Editore e del Teatro Manzoni di Milano, oltre che secondo azionista di Banca Mediolanum. Sono partecipate da tutti e cinque i figli di Berlusconi. Marina e Piersilvio, i più anziani, hanno il 29%. Luigi, Barbara ed Eleonora il 14%. I bilanci sono stati chiusi il 30 settembre 2025, e al ragionier Giuseppe Spinelli, uomo di fiducia e cassiere della famiglia, sono arrivate quattro lettere dal rappresentante comune – una per ogni holding – in cui venivano indicate le cifre. Non sono stati utilizzati solo gli utili ricavati dal gruppo, ma anche le riserve. Holding 1 ha registrato 16 milioni di utile e ne ha prelevati 3,2 dalle riserve (di circa 142 milioni) ottenendo così un dividendo di quasi 20 milioni. Holding 2 ci è andata vicina, e con 16 milioni ha raddoppiato il risultato dell’anno precedente, il 2024. In coda la “piccola” Holding 3 con soli 8 milioni distribuiti. Palma d’oro alla Holding 8 con 21,4 milioni (19 dagli utili). Ad alimentare il bottino è stata Fininvest, che a giugno aveva spedito 100 milioni alle quattro holding, fulcro dell’eredità di Silvio Berlusconi. L'articolo Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque fratelli. In testa Marina e Piersilvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon
Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense. Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché? Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa. Vista così sembra più una mossa disperata. La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così debole non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di lasciar esplodere. Che c’entra il Venezuela? Intanto per reindustrializzarsi hanno bisogno di materie prime a basso costo e terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro. Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che ha le maggiori riserve mondiali di petrolio. Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra. E’ proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse: le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio venezuelano e la sta finanziarizzando. Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana? Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare, segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street. Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno. Invece? Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso, sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock, Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione. Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con la sua Starlink? La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale. Cosa può andare storto? Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva attentamente, ma la domanda resta: fino a quando? L'articolo “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si ritira Warren Buffett, il finanziere più ricco del mondo. Lascia la sua holding dopo 60 anni
Si chiude un’era per la finanza americana e mondiale. Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi al mondo (sesto per Forbes nel 2025) e mago degli investimenti, lascia dopo sessant’anni di attività la guida della sua holding Berkshire Hathaway. A prendere il suo posto sarà Greg Abel. Soprannominato l’oracolo di Omaha – dal nome del suo paese d’origine in Nebraska – Buffett è figlio di un membro del Congresso e ha iniziato la sua carriera da investitore molto presto, a 11 anni, quando ha acquistato le sue prime azioni. Tra gli investimenti più riusciti del finanziere si ricordano la stessa Berkshire, acquistata nel 1965 quando era un’azienda tessile in difficoltà. All’epoca le sue azioni valevano 19 dollari, ora quelle di classe A (quelle che forniscono più diritti di voto) ne valgono 750.000. La sua holding vale più di 1.000 miliardi ed è l’unica della “old–economy” a superare questa soglia sedendosi al tavolo dei colossi del Big Hi-tech. Buffett ha interessi anche in Coca-Cola, Apple e BYD. Meno fortunate invece le puntate su USAir e Salomon Brother. Nel 2008 il finanziere investì, seppur simbolicamente, in Bank of America e Goldman Sachs per dare loro una mano a uscire dalla crisi. Gli investimenti e le opinioni di Buffett sono infatti percepiti sempre come un’iniezione di fiducia per i mercati. Non è ancora chiaro come Abel intenda raccogliere l’eredità e cosa deciderà di fare dell’azienda e delle sue azioni. Buffet gli ha rinnovato la sua piena fiducia rassicurando gli investitori dicendo che l’azienda manterrà un “significativo ammontare” di azioni di Classe A fino a quando non tutti saranno a loro agio con il loro nuovo capo. “Un livello di fiducia che non penso ci vorrà molto per raggiungere” ha detto ottimista il 95enne. A pagare un alto prezzo per il suo ritiro potrebbe essere però la sua cittadina di Omaha, dove Buffett vive e dove ha trascorso quasi tutta la sua vita. Il posto è diventato – grazie alla sua presenza – meta di turisti e ogni anno ospita la sua assemblea degli azionisti che attrae anche migliaia di investitori, dura due giorni e porta guadagni non indifferenti nelle casse cittadine. L'articolo Si ritira Warren Buffett, il finanziere più ricco del mondo. Lascia la sua holding dopo 60 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rocco Basilico, uno degli eredi Del Vecchio, lascia EssilorLuxottica. Lo strappo con il fratellastro Leonardo Maria
Le dimissioni saranno effettive da gennaio. Rocco Basilico, figlio di primo letto di Nicoletta Zampillo, ultima moglie del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, non ricoprirà più gli incarichi di chief wearables officer nella cassaforte Delfin e di presidente in Oliver Peoples, società del gruppo EssilorLuxottica. Dietro la decisione la volontà di avviare nuovi progetti imprenditoriali e divergenze con gli altri eredi. A tre anni e mezzo dalla morte del fondatore di Luxottica, ora un gigante mondiale da oltre 140 miliardi di capitalizzazione, non è ancora stato trovato un accordo sull’accettazione dell’eredità. Basilico, 35enne, in azienda da una decina di anni, nel testamento è stato inserito alla pari dei sei figli di Del Vecchio: con una quota del 12,5% in nuda proprietà. Ma la madre gli ha trasferito anche l’usufrutto della propria quota, il che gli conferisce diritto di voto. Diritto la cui legittimità è stata contestata, durante una delle ultime assemblee di Delfin, dal fratellastro Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito di Leonardo. In precedenza lo stesso Basilico, insieme ad altri eredi, aveva chiesto di trasferire parte della propria quota. Ma per farlo serve l’unanimità e altri eredi, tra cui lo stesso Leonardo Maria, avevano posto il veto. Un braccio di ferro che, sulla base del diritto lussemburghese, potrebbe aprire la strada a una battaglia legale per ottenere il diritto di trasferire le azioni (gli altri soci avrebbero la prelazione) e garantirsi liquidità da investire in nuovi progetti. Sarebbe stato proprio Basilico, partendo dalla California dove risiede, a fare la prima conoscenza con Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e di Meta. Quest’ultima in estate ha investito quasi 3 miliardi di euro per il 3% di EssilorLuxottica. Una partecipazione che arriva a valle della partnership per lo sviluppo di occhiali smart dotati di intelligenza artificiale. L'articolo Rocco Basilico, uno degli eredi Del Vecchio, lascia EssilorLuxottica. Lo strappo con il fratellastro Leonardo Maria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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