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Cat bond, ovvero quando le catastrofi diventano un asset finanziario
La finanza non ha morale, ha prezzo. Ma, come sempre, se ne parla pochissimo. Non aprono i telegiornali, non riempiono i talk show, non diventano oggetto di scontro politico. Eppure esiste un mercato che trasforma terremoti, uragani e alluvioni in rendimento finanziario. I cat bond, le obbligazioni legate alle catastrofi naturali, sono uno dei prodotti più cinici della finanza contemporanea. Monetizzare il rischio climatico è diventata una pratica tecnica, quasi neutrale. Il fatto che sia neutrale nel linguaggio non significa che lo sia nelle implicazioni. I catastrophe bond nascono negli anni Novanta dopo l’uragano Andrew del 1992, quando il sistema assicurativo statunitense subì perdite tali da mettere in discussione la capacità della riassicurazione tradizionale di assorbire eventi estremi. Da lì l’idea di trasferire parte del rischio ai mercati finanziari. Il meccanismo è lineare. Un’assicurazione o una riassicurazione crea un veicolo dedicato, emette un’obbligazione e raccoglie capitale dagli investitori. Se la catastrofe non si verifica secondo parametri contrattuali predefiniti, l’investitore incassa cedole elevate e riottiene il capitale. Se l’evento si verifica, il capitale viene utilizzato per coprire i danni e può essere perso in tutto o in parte. Secondo i report annuali di Swiss Re e Munich Re, il mercato complessivo delle Insurance Linked Securities ha superato i 100 miliardi di dollari di capitale in essere, di cui oltre 40 miliardi rappresentati dai soli cat bond tradizionali. È una quota ridotta rispetto ai circa 50.000 miliardi del mercato globale obbligazionario, ma è una nicchia in crescita costante, con rendimenti che negli ultimi anni hanno superato spesso il 7 o l’8 per cento annuo, con picchi anche superiori in fasi di tensione riassicurativa. A strutturare e collocare questi strumenti sono grandi banche d’investimento come Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup e Credit Suisse, insieme a primari studi legali e advisor specializzati. Il ruolo delle banche è centrale. Non sono semplici intermediari, ma strutturatori dell’architettura contrattuale che traduce un evento naturale in uno strumento negoziabile sui mercati. Anche in Italia il fenomeno non è estraneo, sebbene con dimensioni più contenute. Le principali banche italiane operano nei mercati internazionali dei capitali e partecipano, direttamente o attraverso divisioni di investment banking e asset management, alla distribuzione e alla gestione di strumenti alternativi legati al rischio assicurativo. Non risultano tra i principali emittenti globali di cat bond, ma possono agire come collocatori, consulenti o gestori di fondi che includono Insurance Linked Securities nei portafogli. Inoltre, compagnie assicurative italiane con presenza internazionale si interfacciano con il mercato ILS per ottimizzare la gestione del rischio. Il punto non è la dimensione nazionale del fenomeno, ma la sua integrazione in un sistema finanziario ormai interconnesso. Quando un mercato diventa strutturale a livello globale, è solo questione di tempo prima che entri stabilmente anche nell’offerta domestica. L’argomento a favore dei cat bond è noto. Offrono diversificazione. Un terremoto non è correlato all’andamento dei mercati azionari. Un uragano non segue le dinamiche del ciclo economico. Per i grandi fondi pensione o per gli investitori istituzionali, inserire in portafoglio strumenti legati a rischi naturali consente di ridurre la correlazione complessiva. È una logica di ingegneria finanziaria coerente. Il problema emerge quando si guarda oltre la tecnica. L’aumento della frequenza e dell’intensità degli eventi estremi, documentato da organismi scientifici internazionali, altera le basi statistiche su cui questi strumenti sono costruiti. Se il cambiamento climatico rende più probabili le catastrofi, il rischio non è più episodico ma strutturale. E se è strutturale, il premio al rischio cresce. Si crea così un paradosso. Più il pianeta è instabile, più il rendimento potenziale diventa interessante per l’investitore. La World Bank ha promosso emissioni di cat bond per Paesi vulnerabili, trasferendo parte del rischio sovrano sui mercati. In teoria è un meccanismo di protezione. In pratica significa che il rischio collettivo di intere popolazioni viene frazionato in quote sottoscritte nei centri finanziari globali. Se l’evento non accade, il capitale produce rendimento. Se accade, il capitale viene perso, ma nel frattempo il premio al rischio è stato incassato per anni. La questione etica non riguarda la legittimità giuridica dello strumento. I cat bond sono legali, regolati e trasparenti per chi li sottoscrive. La questione riguarda la trasformazione del disastro in asset. È un passaggio culturale prima ancora che finanziario. Il capitalismo ha sempre trasformato il rischio in prezzo. Oggi trasforma anche l’incertezza climatica in prodotto. Il punto non è demonizzare lo strumento, ma interrogarsi sul modello. Se la protezione contro le catastrofi dipende sempre più dai mercati dei capitali, la gestione del rischio ambientale diventa subordinata alla logica del rendimento. E quando il rendimento cresce con l’aumentare dell’instabilità, la linea di confine tra copertura e speculazione diventa sottile. Se ne parla poco perché è un mercato tecnico, complesso, lontano dalla vita quotidiana. Eppure riguarda il modo in cui distribuiamo il rischio collettivo. In un Paese come l’Italia, esposto a rischio sismico e idrogeologico elevato, la domanda non è solo finanziaria. È politica. Vogliamo che la risposta alla fragilità territoriale sia una cedola più alta o un investimento strutturale nella prevenzione. La finanza può essere uno strumento. Non dovrebbe diventare l’unica grammatica con cui leggiamo la catastrofe. L'articolo Cat bond, ovvero quando le catastrofi diventano un asset finanziario proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che non torna in questa vicenda
Non tutti i messaggi della corrispondenza di Jeffrey Epstein hanno a che vedere con storie di sesso e sfruttamento. Alcuni messaggi mettono in dubbio che l’oro immagazzinato a Fort Knox negli Stati Uniti ci sia davvero. Se lo era domandato anche Donald Trump che nel febbraio del 2025 aveva promesso una verifica. Poi, come per tante altre cose, anche questa storia è passata di moda. Ma ora se ne riparla. Secondo certe voci, nel 2011, Dominique Strauss-Khan, allora Presidente del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe stato messo a tacere mediante uno scandalo perché aveva scoperto che l’oro di Fort Knox non c’era più. Va da sé che non c’è nessuna prova di questa storia. Ma ricordiamoci anche che, come diceva il divino Andreotti: “a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca”. È possibile che i forzieri di Fort Knox siano vuoti? Difficile da accettare. Se veramente mancassero dei lingotti, qualcuno se ne sarebbe accorto. Ma non c’è limite alla capacità umana di ordire imbrogli. Sulla base della mia carriera di ricercatore nel campo dei materiali, vi posso dire che trafugare l’oro di Fort Knox sarebbe perfettamente possibile in modo tale che, se qualcuno va a vedere cosa c’è nei forzieri di Fort Knox, non sarebbe in grado di accorgersi di niente. Il metodo più sofisticato consiste nel sostituire l’oro con il tungsteno e poi placcarlo con oro in superficie. Il tungsteno ha una densità quasi identica a quella dell’oro, per cui è impossibile accorgersi dello scambio se non con metodi di analisi complessi e costosi. Quello più sicuro è rifondere il lingotto, ma anche questo è complicato e costoso. Ci dovrebbero essere 367.500 lingotti d’oro da circa 12 kg ciascuno a Fort Knox. Facendo un po’ di conti, sostituendone uno con uno di tungsteno, si può guadagnare circa un milione e mezzo di euro. Anche sostituendo solo qualche percento del numero totale, si parla di decine di miliardi di euro. Ci sono dei buoni motivi per cui si potrebbe pensar male. Non vi sto dicendo che qualcuno lo ha fatto veramente. Vi dico semplicemente che dal punto di vista tecnico è perfettamente possibile. In effetti, se cercate sui giornali, trovate che l’imbroglio del tungsteno venduto per oro esiste e che ogni tanto qualcuno ci casca. Ovviamente, la cosa non viene strombazzata troppo in giro per non minare la fiducia della gente nell’oro come bene rifugio. Ma è bene starci attenti e comprare oro solo da enti o persone di fiducia. I dettagli li potete leggere in un post sul mio blog personale. Per finire, qualcosa per i più complottisti. Lo sapevate che l’Italia tiene circa il 43% delle sue riserve aurifere negli Stati Uniti? Sono circa 1000 tonnellate d’oro (valore circa 140 miliardi di euro) che stanno nei forzieri della Federal Reserve Bank di New York. Anche la Germania e la Francia hanno grosse quantità di oro negli Stati Uniti. Queste riserve sono lì, in parte, dal tempo della guerra fredda per metterle al riparo da una possibile invasione sovietica dell’Europa Occidentale. Vi può anche incuriosire sapere che nel 2013, la Germania ha chiesto indietro una parte dell’oro, 300 tonnellate. Gli Usa hanno richiesto sette anni di tempo per rimandarlo. Un po’ strano se era solo questione di tirarlo fuori e spedirlo in Germania, non trovate? Alla fine, quando l’oro è arrivato, i tedeschi hanno voluto rifonderlo tutto. Sospettavano qualche imbroglio? Cosa hanno trovato? Chi lo sa? Non tutto quello che succede nei meandri dell’alta finanza internazionale viene detto a noi miseri mortali. L’Italia è comunque l’unico paese che non ha mai ufficialmente richiesto il rimpatrio delle sue riserve d’oro negli Usa. Giorgia Meloni lo aveva promesso prima di essere eletta. Le sue parole testuali nel 2019: “il futuro governo con Fratelli d’Italia restituirà l’oro agli italiani. E’ una promessa!”. Ma poi si è zittita, e da bravi complottari potete immaginarvi perché. L’oro italiano, ammesso che ci sia ancora, rimane a New York in custodia del migliore amico di Giorgia. L'articolo Negli Epstein Files si mette in dubbio l’oro di Fort Knox: ciò che non torna in questa vicenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Malpensa, dentro al pacco c’era il teschio di un orso bruno: sequestrato dalla Guardia di Finanza
Un pacco spedito dalla Bosnia-Erzegovina e diretto in Italia, etichettato come “trofeo di caccia“, nascondeva al suo interno il cranio di un orso bruno privo della documentazione necessaria per l’importazione. La scoperta è avvenuta nella Cargo City dell’aeroporto di Malpensa, dove i finanzieri della Sezione operativa Cites dello scalo varesino, insieme ai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, hanno intercettato e ispezionato la spedizione. Il pacco di cartone era ben confezionato ed è stato aperto con un taglierino. All’interno, oltre alla pelliccia appartenente alla specie “ursus arctos” e regolarmente dichiarata, i controlli hanno portato alla luce l’oggetto di colore bianco avvolto nel cellophane. Il cranio – riconducibile allo stesso tipo di animale – non risultava indicato nella spedizione e non era accompagnato da alcuna documentazione che ne autorizzasse la regolare importazione secondo le norme “Cites”, ossia la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche a rischio di estinzione. Il teschio è stato quindi sequestrato dalle fiamme gialle per la successiva confisca, come prevede la legge. Le autorità hanno poi proceduto all’accertamento a alla contestazione dell’illecito, contestando la violazione amministrativa nei confronti dell’importatore. Il traffico di flora e fauna non rappresenta una novità per l’aeroporto. Negli anni, infatti, non sono mancati sequestri significativi: nel 2021 era stata intercettata una pelliccia di giaguaro pronta per volare in Cina e, in un altro caso, in un bagaglio erano stati trovati anche uccellini di specie esotiche rarissime. L'articolo Malpensa, dentro al pacco c’era il teschio di un orso bruno: sequestrato dalla Guardia di Finanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le quotazioni sui mercati asiatici
La corsa dell’oro che aveva infiammato i mercati finanziari a inizio anno si è improvvisamente trasformata in una brusca retromarcia. Dopo settimane di acquisti massicci e massimi storici, il metallo giallo ha registrato un’inversione di tendenza netta, con vendite diffuse e prezzi in caduta, segnale di una fase di forte volatilità che coinvolge anche l’argento. Negli scambi asiatici le quotazioni del lingotto sono scese di oltre il 7%, fino a 4.506 dollari l’oncia. Ancora più marcata la contrazione dell’argento, che ha perso il 10%, attestandosi intorno ai 76 dollari l’oncia. Un arretramento significativo che interrompe un rialzo che, solo poche settimane fa, aveva portato i preziosi su livelli record. Eppure il quadro recente raccontava tutt’altro scenario. A gennaio questi materiali avevano toccato nuovi picchi storici, sostenuti soprattutto dalle mosse delle banche centrali, impegnate ad aumentare le riserve di lingotti, e dalla ricerca di asset difensivi da parte degli investitori. In un contesto segnato da tensioni geopolitiche e incertezze finanziarie, l’oro aveva infatti consolidato il proprio ruolo di bene rifugio. L'articolo Oro, dopo i prezzi record scatta la retromarcia: crollano le quotazioni sui mercati asiatici proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi
Oltre le mosse muscolari di Donald Trump in Venezuela, Groenlandia e Medio Oriente, c’è una guerra che in Europa stiamo già combattendo. La contesa riguarda i nostri risparmi, che già da tempo subiscono un processo di dollarizzazione. Ma la posta in gioco si sta facendo più alta: lo stato sociale, che arretra mentre avanzano colossi come BlackRock, Vanguard e State Street. Secondo Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore del libro La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025), la parola chiave è “finanziarizzazione”. Dagli Etf (exchange-traded fund) all’enorme piano di riarmo, l’Ue potrebbe trasformare ogni cittadino in un soggetto finanziario. Una scommessa che tra l’altro rischia di perdere, come dimostra l’Italia che, dice Volpi, “è già una colonia Usa”. Leggi anche: “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon L'articolo “La guerra di Trump? Nelle nostre tasche: tra riarmo e finanza siamo il bancomat di Wall Street”. L’intervista ad Alessandro Volpi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque fratelli. In testa Marina e Piersilvio
Sono stati approvati i bilanci delle società che controllano Fininvest. È così in arrivo un pacchetto di dividendi da 65 milioni da ripartire tra i cinque fratelli Berlusconi: Marina, Pier Silvio, Luigi, Barbara ed Eleonora. Ma non solo: come rivela il Corriere della Sera, tenendo conto anche delle finanziarie personali la distribuzione di utili supererà probabilmente i 100 milioni. Le quattro holding di famiglia (Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava) hanno il 61% di Fininvest, a sua volta maggior azionista di MediaForEurope (ex Mediaset), Mondadori Editore e del Teatro Manzoni di Milano, oltre che secondo azionista di Banca Mediolanum. Sono partecipate da tutti e cinque i figli di Berlusconi. Marina e Piersilvio, i più anziani, hanno il 29%. Luigi, Barbara ed Eleonora il 14%. I bilanci sono stati chiusi il 30 settembre 2025, e al ragionier Giuseppe Spinelli, uomo di fiducia e cassiere della famiglia, sono arrivate quattro lettere dal rappresentante comune – una per ogni holding – in cui venivano indicate le cifre. Non sono stati utilizzati solo gli utili ricavati dal gruppo, ma anche le riserve. Holding 1 ha registrato 16 milioni di utile e ne ha prelevati 3,2 dalle riserve (di circa 142 milioni) ottenendo così un dividendo di quasi 20 milioni. Holding 2 ci è andata vicina, e con 16 milioni ha raddoppiato il risultato dell’anno precedente, il 2024. In coda la “piccola” Holding 3 con soli 8 milioni distribuiti. Palma d’oro alla Holding 8 con 21,4 milioni (19 dagli utili). Ad alimentare il bottino è stata Fininvest, che a giugno aveva spedito 100 milioni alle quattro holding, fulcro dell’eredità di Silvio Berlusconi. L'articolo Maxi dividendi per i Berlusconi: dalle holding 65 milioni ai cinque fratelli. In testa Marina e Piersilvio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon
Dietro l’intervento muscolare degli Stati Uniti c’è un Paese alle prese con un debito fuori controllo, un dollaro indebolito e una finanza che regge solo grazie a continue iniezioni di fiducia. È in questo spazio di fragilità che diventa centrale il Venezuela: non tanto per la sua economia — che secondo molti analisti avrà per ora un impatto globale irrilevante sul prezzo del petrolio — quanto come leva finanziaria e geopolitica. Elon Musk si è già mosso e così hanno fatto i mercati: le major petrolifere americane hanno registrato rialzi netti. “Una valanga di soldi di cui gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno”, ragiona Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa e autore di La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025). Che al Fatto spiega il filo che lega la mossa in Venezuela al circolo vizioso tra bolla finanziaria, grandi fondi d’investimento e debito pubblico statunitense. Professor Volpi, in Venezuela Trump sta mostrando i muscoli, ma lei parla di una dimostrazione di debolezza. Perché? Le condizioni oggettive dell’economia americana oggi sono tutt’altro che solide: il gigantesco debito federale sfiora i 38 mila miliardi di dollari, gli interessi costano quasi 1.200 miliardi di dollari l’anno, il dollaro è debole e l’inflazione non consente di ridurre i tassi. A queste condizioni, la reindustrializzazione promessa da Trump appare estremamente complicata. Si aggiunga un disavanzo commerciale che non si riesce a ridurre in modo significativo. Né con i dazi, né con la spinta dell’intelligenza artificiale. Anzi, in questo quadro il timore di una bolla finanziaria è piuttosto fondato se consideriamo che oggi il gigante dell’hardware per l’IA, l’americana Nvidia, vale 5.000 miliardi di dollari. E’ di fronte a una situazione così complessa che gli Stati Uniti imboccano ora una strategia che è anche pericolosa. Vista così sembra più una mossa disperata. La strategia di Trump in Venezuela non è un’opzione di potenza, ma una scelta quasi obbligata per acquisire risorse attraverso l’unico strumento che gli resta: la forza militare. Disperato è il bisogno di soldi perché il resto del mondo, a parte gli europei, non è più disposto a trasferire capitali verso Washington o a finanziare il debito Usa: i cinesi hanno smesso da tempo di acquistarlo e le petromonarchie sono ormai riluttanti. Con un dollaro così debole non possono più semplicemente stampare moneta e devono trovare il modo di alimentare una gigantesca bolla finanziaria che non possono permettersi di lasciar esplodere. Che c’entra il Venezuela? Intanto per reindustrializzarsi hanno bisogno di materie prime a basso costo e terre rare, ma soprattutto del monopolio dell’energia fossile, l’unico settore dove pesano ancora a livello globale: gli Stati Uniti sono tra i principali esportatori di gas naturale liquefatto e dominano il comparto dello shale oil e dello shale gas. Impossessarsi delle zone energetiche è fondamentale per loro. Da qui l’interesse per aree strategiche come la Groenlandia o il Venezuela, che ha le maggiori riserve mondiali di petrolio. Ma l’industria petrolifera venezuelana è a pezzi e ci vorranno anni di investimenti tecnici e infrastrutturali prima di vedere un solo barile extra. E’ proprio questo il punto. Per valorizzare i giacimenti serviranno anni, ma dal punto di vista finanziario l’effetto è immediato. Trump sa perfettamente che basta dare il segnale di aver “preso possesso” del Venezuela per far salire i titoli delle grandi major petrolifere. E così è stato all’apertura delle borse: le azioni Chevron, ExxonMobil, ConocoPhillips, ma anche quelle legate alla ricostruzione degli impianti estrattivi e alla loro sicurezza, come Halliburton e Baker Hughes, sono cresciute perché la finanza cresce in base alle aspettative. In altre parole, Trump sta già vendendo l’idea del petrolio venezuelano e la sta finanziarizzando. Sta dicendo che l’obiettivo primario è creare una sorta di bolla venezuelana? Penso che anche l’attacco all’Iran fosse funzionale a trasmettere un messaggio agli operatori finanziari: “Cari investitori, sappiate che posso garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz”. Lo stesso vale per le rotte del Mar Rosso e lo Yemen, altri teatri di interventi militari americani. Annunciare, minacciare, segnalare il controllo dell’area serve ad attirare capitali verso Wall Street. Capitali che altrimenti potrebbero andare altrove, magari verso il riarmo europeo che per Trump è tutto fuorché opportuno. Invece? Invece operazioni come quella a Caracas si traducono subito in capitalizzazioni e dividendi gonfiati per le società del comparto energetico. Che, guarda caso, sono dei grandi gestori del risparmio statunitensi. Colossi come BlackRock, Vanguard, State Street. Insomma, la grande finanza, l’unica a comprare ora il debito americano che non compra più nessuno. Non solo: sono gli stessi che amministrano i fondi pensione americani e i prestiti agli studenti: Trump punta molto su una ricaduta diffusa dell’intervento in Venezuela, capace di attrarre consenso attorno alla sua politica, e credo che su questo avrà ragione. Avrà ragione anche Musk che offre ai venezuelani un mese di internet gratis con la sua Starlink? La prospettiva di un ruolo centrale nel Venezuela di domani conferisce a Starlink un immediato aumento di valore, quindi la mossa è perfettamente coerente. Ma c’è dell’altro. Insieme a figure come Peter Thiel con la sua Palantir, Musk rappresenta quella “finanza alternativa” che Trump sta usando per ricompattare il capitalismo finanziario americano. Il Venezuela è un’occasione anche in questo senso: da un lato ci sono i colossi tradizionali legati al petrolio, dall’altro i Big Tech legati alle commesse militari e satellitari del Pentagono. Tutti beneficiano di questa strategia aggressiva, che serve a gonfiare la bolla finanziaria, attirare risparmi dal resto del mondo e, in ultima istanza, sostenere l’enorme debito federale. Cosa può andare storto? Il grande tema è quanto la Cina possa tollerare questa strategia. I cinesi hanno i loro interessi, basta pensare all’hub che hanno costruito in Perù per il rifornimento di gas e petrolio dall’America Latina, alla centralità di Panama per i loro scambi commerciali, o alle forniture di cereali e altri prodotti che hanno sostituito quelli americani sul mercato cinese. Per ora la Cina osserva attentamente, ma la domanda resta: fino a quando? L'articolo “Il Venezuela? Trump ha creato una bolla finanziaria di cui aveva un disperato bisogno”. Ecco chi ha già guadagnato con la mossa del tycoon proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Si ritira Warren Buffett, il finanziere più ricco del mondo. Lascia la sua holding dopo 60 anni
Si chiude un’era per la finanza americana e mondiale. Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi al mondo (sesto per Forbes nel 2025) e mago degli investimenti, lascia dopo sessant’anni di attività la guida della sua holding Berkshire Hathaway. A prendere il suo posto sarà Greg Abel. Soprannominato l’oracolo di Omaha – dal nome del suo paese d’origine in Nebraska – Buffett è figlio di un membro del Congresso e ha iniziato la sua carriera da investitore molto presto, a 11 anni, quando ha acquistato le sue prime azioni. Tra gli investimenti più riusciti del finanziere si ricordano la stessa Berkshire, acquistata nel 1965 quando era un’azienda tessile in difficoltà. All’epoca le sue azioni valevano 19 dollari, ora quelle di classe A (quelle che forniscono più diritti di voto) ne valgono 750.000. La sua holding vale più di 1.000 miliardi ed è l’unica della “old–economy” a superare questa soglia sedendosi al tavolo dei colossi del Big Hi-tech. Buffett ha interessi anche in Coca-Cola, Apple e BYD. Meno fortunate invece le puntate su USAir e Salomon Brother. Nel 2008 il finanziere investì, seppur simbolicamente, in Bank of America e Goldman Sachs per dare loro una mano a uscire dalla crisi. Gli investimenti e le opinioni di Buffett sono infatti percepiti sempre come un’iniezione di fiducia per i mercati. Non è ancora chiaro come Abel intenda raccogliere l’eredità e cosa deciderà di fare dell’azienda e delle sue azioni. Buffet gli ha rinnovato la sua piena fiducia rassicurando gli investitori dicendo che l’azienda manterrà un “significativo ammontare” di azioni di Classe A fino a quando non tutti saranno a loro agio con il loro nuovo capo. “Un livello di fiducia che non penso ci vorrà molto per raggiungere” ha detto ottimista il 95enne. A pagare un alto prezzo per il suo ritiro potrebbe essere però la sua cittadina di Omaha, dove Buffett vive e dove ha trascorso quasi tutta la sua vita. Il posto è diventato – grazie alla sua presenza – meta di turisti e ogni anno ospita la sua assemblea degli azionisti che attrae anche migliaia di investitori, dura due giorni e porta guadagni non indifferenti nelle casse cittadine. L'articolo Si ritira Warren Buffett, il finanziere più ricco del mondo. Lascia la sua holding dopo 60 anni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rocco Basilico, uno degli eredi Del Vecchio, lascia EssilorLuxottica. Lo strappo con il fratellastro Leonardo Maria
Le dimissioni saranno effettive da gennaio. Rocco Basilico, figlio di primo letto di Nicoletta Zampillo, ultima moglie del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, non ricoprirà più gli incarichi di chief wearables officer nella cassaforte Delfin e di presidente in Oliver Peoples, società del gruppo EssilorLuxottica. Dietro la decisione la volontà di avviare nuovi progetti imprenditoriali e divergenze con gli altri eredi. A tre anni e mezzo dalla morte del fondatore di Luxottica, ora un gigante mondiale da oltre 140 miliardi di capitalizzazione, non è ancora stato trovato un accordo sull’accettazione dell’eredità. Basilico, 35enne, in azienda da una decina di anni, nel testamento è stato inserito alla pari dei sei figli di Del Vecchio: con una quota del 12,5% in nuda proprietà. Ma la madre gli ha trasferito anche l’usufrutto della propria quota, il che gli conferisce diritto di voto. Diritto la cui legittimità è stata contestata, durante una delle ultime assemblee di Delfin, dal fratellastro Leonardo Maria Del Vecchio, quartogenito di Leonardo. In precedenza lo stesso Basilico, insieme ad altri eredi, aveva chiesto di trasferire parte della propria quota. Ma per farlo serve l’unanimità e altri eredi, tra cui lo stesso Leonardo Maria, avevano posto il veto. Un braccio di ferro che, sulla base del diritto lussemburghese, potrebbe aprire la strada a una battaglia legale per ottenere il diritto di trasferire le azioni (gli altri soci avrebbero la prelazione) e garantirsi liquidità da investire in nuovi progetti. Sarebbe stato proprio Basilico, partendo dalla California dove risiede, a fare la prima conoscenza con Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e di Meta. Quest’ultima in estate ha investito quasi 3 miliardi di euro per il 3% di EssilorLuxottica. Una partecipazione che arriva a valle della partnership per lo sviluppo di occhiali smart dotati di intelligenza artificiale. L'articolo Rocco Basilico, uno degli eredi Del Vecchio, lascia EssilorLuxottica. Lo strappo con il fratellastro Leonardo Maria proviene da Il Fatto Quotidiano.
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