U n raccolto dal sapore indigesto, quello del ricino in Kenya. A quasi quattro
anni dall’avvio delle coltivazioni, sono molti i dubbi che si addensano sul
progetto nato per produrre biocarburante green destinato al traffico aereo, con
il coinvolgimento dei piccoli agricoltori kenioti. Un’operazione energetica e
industriale in mano a Eni e sostenuta nell’ambito del Piano Mattei, nel segno
della cooperazione economica con l’Africa. Il colosso energetico italiano ha
ricevuto un finanziamento di 75 milioni di euro dal Fondo italiano per il clima.
Risorse che si sommano ai 135 milioni di dollari erogati dall’IFC (International
Finance Corporation), gruppo della Banca mondiale.
Sono oltre un centinaio le interviste ai proprietari terrieri che raccontano di
essere stati prima convinti a convertire i loro campi in piantagioni di ricino e
poi lasciati soli, senza soldi né ulteriore affiancamento. Ma non è andata male
solo a tanti agricoltori intervistati. Tutto il business delle biomasse keniote
sembra non aver funzionato come avrebbe dovuto. Per sopperire alle raccolte di
ricino, rivelatesi insufficienti, sarebbe stata importata in Kenya anche una
quota significativa di colza sudafricana, poi spedita e raffinata in Italia: una
biomassa agricola che ha innanzitutto una destinazione alimentare. Il tutto
dentro una filiera molto difficile da controllare, con il “cane a sei zampe” da
una parte, a disegnare il progetto, e dall’altra una serie di ramificazioni
operative che sembrano disperdersi fino a rendere la tracciabilità sempre meno
esplicita.
Per il proprio progetto di agri-feedstock in Kenya, Eni ha scelto le contee
costiere di Kwale e Kilifi e le aree interne di Isiolo e Meru. Per intercettare
gli agricoltori sono stati ingaggiati operatori e intermediari locali, gli
“aggregatori”: individui o microsocietà incaricati di convincere piccoli
proprietari terrieri a dedicare i loro appezzamenti al ricino, una pianta che
non ha usi alimentari ma che, una volta raffinata, può diventare carburante
vegetale. Dopo la distribuzione dei semi, i raccolti sono stati parzialmente
lavorati direttamente in Kenya, nello stabilimento di Makueni, e quindi spediti
agli impianti di Gela per il completamento della raffinazione. Da qui, il
prodotto finale viene venduto alle società di trasporto aereo come biocarburante
destinato a sostituire, almeno in parte, il cherosene fossile.
Campo di piante di ricino nella contea di Kwale, Kenya, vicino alla costa/ fot.
Carlotta Indiano, Osservatorio Eni di A Sud.
Risposte che non bastano
Sono molte le domande e le questioni controverse sollevate attorno alla
produzione di oli vegetali per i biocarburanti. Ultima della serie, l’inchiesta
della rivista Politico Europe, pubblicata nel marzo 2026 ed elaborata in
sinergia con il pool di giornalismo investigativo SourceMaterial, che ha
raccolto nelle quattro contee keniote le testimonianze degli agricoltori che si
considerano ingannati dagli aggregatori di Eni. A queste, sempre nell’inchiesta,
si aggiungono le analisi dei dati commerciali messe a fuoco dall’organizzazione
indipendente Transport & Environment.
> Sono molti i dubbi che si addensano sul progetto nato per produrre
> biocarburante green destinato al traffico aereo, con il coinvolgimento dei
> piccoli agricoltori kenioti.
Ma il lavoro giornalistico dedicato alle attività di Eni in Kenya si innesta su
un dossier già ampio di indagini, via via accumulate dal 2022, anno di avvio del
progetto. Una mole di lavoro portata avanti da organizzazioni indipendenti, ONG
e ricercatori, da cui sono scaturite le domande che, lo scorso maggio,
Fondazione Banca Etica, come azionista critica, ha portato all’Assemblea degli
azionisti di Eni Spa per chiedere chiarimenti e integrazioni. Le argomentazioni
che l’azienda ha restituito in forma scritta hanno lasciato gli interlocutori
interdetti: “Su alcuni aspetti centrali le risposte sono rimaste generiche o
hanno rinviato a certificazioni e procedure senza fornire gli elementi di
dettaglio necessari a una verifica indipendente”, osserva per Il Tascabile
Simone Siliani, direttore della Fondazione Finanza Etica.
Le domande portate da Fondazione Banca Etica vanno dritte al cuore
dell’inchiesta e ce n’è una che le mette insieme tutte: “Può Eni rendere
pubblici dati disaggregati sulla produzione effettiva di olio di ricino in
Kenya, anno per anno dall’avvio del progetto – volumi raccolti, volumi
acquistati dagli aggregatori, volumi effettivamente processati nella raffineria
di Gela – e i relativi pagamenti erogati agli agricoltori? Questi dati
permetterebbero di valutare in modo indipendente l’impatto economico reale del
progetto sulle comunità locali, rispetto alle dichiarazioni ufficiali”.
Nella risposta a essa pervenuta, però, Eni oppone il segreto dei dati economici
in questione: “Le informazioni richieste sono riservate in quanto di natura
commerciale e strategica”. Una risposta lapidaria su cui torna a riflettere il
direttore della Fondazione Finanza Etica, Siliani: “Se il progetto viene
presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le comunità locali,
allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i risultati
concreti. Senza numeri verificabili su produzione, acquisti e remunerazione
degli agricoltori, la valutazione resta affidata esclusivamente alle
dichiarazioni dell’azienda”.
Una lunga inchiesta
Il primo lato delle perplessità da cui sono scaturite le domande a Eni riguarda
il coinvolgimento degli agricoltori kenioti. Nelle testimonianze raccolte e nei
report consultati, alcuni agricoltori raccontano di essere stati in qualche modo
raggirati, altri esprimono insoddisfazione. Le situazioni cambiano molto a
seconda delle zone, ma, salvo rarissime eccezioni, restituiscono un quadro
negativo.
> Se il progetto viene presentato come un modello di sviluppo sostenibile per le
> comunità locali, allora è essenziale rendere pubblici i dati che ne misurano i
> risultati concreti.
Tra le quarantaquattro storie documentate da SourceMaterial c’è, a titolo di
esempio, quella di Katsele Shauri Mitsanze, un’agricoltrice di quarant’anni
convinta da un intermediario a sostituire la propria coltivazione di mais con il
ricino, che Eni avrebbe poi trasformato in carburante verde per clienti come
BMW, EasyJet e Ryanair. Da quel mais dipendeva l’economia domestica della donna
e dei suoi sette figli. Ma quegli stessi intermediari non si sono più presentati
e la famiglia di Mitsanze ha finito per soffrire la fame. Politico cita anche le
cinquanta testimonianze raccolte nel maggio 2025 da Valerio Bini, professore
dell’Università di Milano. Qui gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi,
hanno raccontato di aver convertito al ricino terreni che precedentemente erano
destinati alla produzione alimentare.
Tra chi si occupa da lungo tempo dell’agri-feedstock della società di San Donato
Milanese c’è l’associazione A Sud, che a fine marzo 2025 si è recata fra le
piantagioni di ricino con Carlotta Indiano. Le venti testimonianze raccolte
confermano il malessere già ascoltato tra i contadini e hanno a loro volta
alimentato le domande presentate a Eni durante l’assemblea degli azionisti.
“Oltre alle ricerche autonome sul territorio e ai nostri articoli giornalistici,
che sono poi confluiti in due report, sui biocarburanti in Kenya va registrato
un bel lavoro di rete dall’Italia, condotto da ONG come Transport & Environment,
ReCommon e ActionAid, organizzazioni che stavano già lavorando sul Kenya e sulla
filiera dei biocarburanti”, spiega al Tascabile Andrea Turco, che per
l’associazione A Sud cura proprio l’Osservatorio Eni.
> Gli agricoltori, nella quasi totalità dei casi, hanno convertito al ricino
> terreni che precedentemente erano destinati alla produzione alimentare.
Dinanzi ai chiarimenti chiesti da A Sud attraverso l’ausilio di Fondazione Banca
Etica, Eni sostiene che i casi riportati di mancato adempimento rappresentino
una quota minimale rispetto ai 130.000 agricoltori coinvolti nel progetto: lo
0,03% del totale. Ma, come commenta Turco, “l’azienda minimizza una serie di
problemi emersi ormai su più fronti e che formano un blocco innegabile. Le
interviste raccolte in Kenya sono a campione, certo, ma vanno tutte nella stessa
direzione. Inoltre, questa minoranza merita in ogni caso la massima attenzione”.
La catena opaca degli aggregatori
Nelle risposte all’Assemblea, la principale azienda energetica italiana sembra
imputare parte delle responsabilità agli “aggregatori”, ovvero gli intermediari
che hanno il ruolo di convincere gli agricoltori a convertire i propri campi in
ricino e poi di pagare il raccolto. Scrive infatti: “Nei pochi casi in cui Eni
Kenya ha appreso che l’aggregatore, nonostante l’obbligo contrattuale, non ha
seguito correttamente la raccolta dei semi prodotti, il contratto tra Eni Kenya
e l’aggregatore è stato rescisso”.
Ma il punto è che il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per
successivi livelli di intermediazione. Ci sono società come Safa e Agricycle,
ingaggiate da Eni per verificare il rispetto degli standard di qualità sulle
colture di ricino. Sono poi queste stesse società a occuparsi dell’ingaggio
degli aggregatori che operano nelle campagne. “Parliamo di figure locali,
prevalentemente keniote, anche se in alcuni casi ci sono pure italiani
coinvolti. Sono soggetti già attivi sul territorio o comunque contattati nel
contesto della filiera – spiega ancora Andrea Turco – e dunque è un meccanismo
dove la catena dei controlli e dei comandi rischia di opacizzarsi facilmente”.
> Il progetto sembra poggiare su una filiera costruita per successivi livelli di
> intermediazione: un meccanismo dove la catena dei controlli e dei comandi
> rischia di opacizzarsi facilmente.
Come rilevato dalle verifiche di SourceMaterial, alcuni aggregatori si sarebbero
dimostrati sprovvisti del certificato ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification), il sistema di certificazione chiamato a garantire, tra le
altre cose, che il ricino non andasse a rimpiazzare colture alimentari nelle
campagne.
Quando il ricino scarseggia
C’è un altro punto, questa volta di natura più commerciale, che emerge
dall’inchiesta di Politico. A metterlo in rilievo è Transport & Environment, ONG
ambientalista europea indipendente che si occupa di politiche dei trasporti,
energia e clima. A spiegarlo è Carlo Tritto, responsabile carburanti sostenibili
dell’ufficio italiano dell’organizzazione.
“La nostra analisi si basa su dati doganali. Eni sembra avere importato in Kenya
una quota molto rilevante di colza dal Sudafrica: parliamo dell’80% di quanto
poi ri-esportato in Italia dalla sussidiaria keniota di Eni. Secondo quanto è
possibile ricostruire, le quantità di colza sarebbero dunque coltivate in
Sudafrica, importate in Kenya, dove i semi vengono schiacciati negli agri-hub
locali per poi essere spediti in Italia, nella raffineria di Gela, dove vengono
affinati in biocarburanti e venduti nel mercato dei carburanti aerei
sostenibili”, spiega Tritto: “È uno scenario che apre una serie di problemi.
Primo: la colza è una coltura alimentare, un food crop, e quindi non
rispetterebbe i criteri fissati dalla Renewable Energy Directive dell’UE, il
quadro legislativo generale per la promozione e l’espansione dell’energia
rinnovabile nei diversi settori dell’economia europea, incluso quello dei
trasporti. Secondo: l’azienda avrebbe ricevuto più di 200 milioni di
finanziamenti pubblici ‒ inclusi quelli del Fondo italiano per il clima ‒ per la
coltivazione di biomassa non in competizione con la filiera alimentare in Kenya,
mentre, in realtà, coltiva colza in Sudafrica”.
La direttiva europea spinge progressivamente a ridurre il ricorso a materie
prime legate al mercato alimentare, orientando la produzione di biocarburanti
verso feedstock non alimentari, scarti e residui agricoli e industriali.
> Che entri un solo litro, un ettolitro o una quota significativa di colza,
> bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare venga usata per
> produrre energia.
Inoltre, e qui il discorso torna al Piano Mattei, se nel presentare il progetto
è stato sottolineato il coinvolgimento degli agricoltori locali kenioti,
chiamati a mettere a frutto terreni marginali, l’importazione di colza
sudafricana cambia il senso complessivo dell’operazione. Nelle risposte fornite
all’assemblea degli azionisti del maggio 2026, il “cane a sei zampe” dichiara
che la colza importata dal Sudafrica, nella variante dei semi di canola, si
attesta al 40%. Una quota usata, scrive Eni, per “garantire la continuità
operativa degli impianti industriali, anche in considerazione dei cicli agricoli
stagionali”.
Eppure, riflette Tritto, “che entri un solo litro, un ettolitro o una quota
significativa di colza, bisogna comunque spiegare perché una coltura alimentare
venga usata per produrre energia. Il dato va anche in contrasto con i criteri
legati ai finanziamenti della Banca mondiale, che vorrebbero escludere colture
alimentari o non coerenti con la logica del progetto”.
Chi controlla i certificatori
Anche quando ridimensiona le quantità importate rispetto alle stime di Transport
& Environment, il colosso energetico non fornisce ulteriori dettagli sulla
tracciabilità della filiera e sulle verifiche effettuate lungo i diversi
passaggi industriali e commerciali. Eni spiega nelle sue risposte: “La
coltivazione della canola, varietà di colza, in Sudafrica è stata effettuata su
terreni severamente degradati, ovvero con contenuto di sostanza organica
inferiore al 2%”.
La sostenibilità dei biocarburanti dipende però in modo decisivo dalla
provenienza e dalla natura della materia prima utilizzata. E i sistemi chiamati
a certificare questo passaggio in modo incontrovertibile, secondo le
organizzazioni critiche, sarebbero tutt’altro che infallibili. Intanto, gli enti
di certificazione – ad esempio per le certificazioni ISCC – sono molti, e questo
rischia di generare una sorta di corsa al ribasso: se un certificatore non
“passa” il prodotto, un operatore può rivolgersi comunque a un altro. Inoltre,
gli standard di certificazione nascono dentro un sistema largamente volontario,
in cui un ruolo rilevante è giocato dallo stesso mondo industriale. “È un
sistema che non offre garanzie sufficienti sulla reale sostenibilità di una
materia prima, specialmente perché gli interessi economici in gioco sono molto
forti”, spiega Carlo Tritto.
> La sostenibilità dei biocarburanti dipende in modo decisivo dalla provenienza
> e dalla natura della materia prima utilizzata.
Uno degli standard riconosciuti anche dall’UE per la certificazione della
sostenibilità dei biocarburanti è l’ISCC (International Sustainability and
Carbon Certification) a cui si è accennato poco sopra. È a esso che Eni si
affida per verificare la conformità del proprio progetto alle norme europee.
L’ISCC viene citato in numerose risposte come garanzia di controllo,
sostenibilità e rispetto degli standard etici nelle coltivazioni di ricino in
Kenya e di colza in Sudafrica. Ma anche questo sistema è stato recentemente
investito da forti contestazioni. L’ISCC è finito sotto esame dopo che uno dei
circa 200 enti certificatori all’interno del suo schema ha ricevuto accuse di
irregolarità nelle importazioni di derivati dell’olio di palma dal Sud-Est
asiatico. Nell’ambito dell’inchiesta sono state arrestate undici persone, tra
soggetti governativi e industriali, mentre la frode fiscale contestata
ammonterebbe a circa 900 milioni di dollari.
Biocarburanti, un salvagente per i motori a combustione
Nei suoi documenti iniziali Eni puntava a produrre 30.000 tonnellate di olio di
ricino nel 2023, poi ridimensionate a 20.000. Ma quando si legge il Report di
sostenibilità di Eni del 2025, si scopre che in un intero anno l’azienda è
riuscita a portare nelle proprie bioraffinerie di Gela e Venezia solo 6.960
tonnellate di materie prime agricole provenienti da Kenya, Tanzania e Sudafrica.
Il grosso del rifornimento continua ad arrivare dall’Indonesia e dalla Malesia,
con più di 550.000 tonnellate di oli derivanti da rifiuti e residui vegetali.
L’Italia, dati alla mano, come abbiamo visto, importa dall’estero una quota
enorme di biomasse: circa il 90%.
Nonostante questi numeri tutt’altro che esaltanti, i biocarburanti vengono
presentati con un ruolo centrale nella strategia industriale di Eni. Non si
tratta solo di un segmento “verde” del business, ma di un tassello decisivo
nella riconversione delle vecchie raffinerie italiane – Porto Marghera, Gela e,
dal 2026 con un finanziamento della Banca europea per gli investimenti (BEI),
Livorno – in bioraffinerie. Non solo, Eni prevede di riconvertire entro il 2030
anche i siti di Sannazzaro (anche questo con un finanziamento da 500 milioni
balla BEI), in provincia di Pavia, e quello di Priolo, in provincia di Siracusa,
in partenariato con IP. Su questo terreno, il governo si è schierato con
decisione a favore della linea sostenuta dal colosso italiano dell’energia a
controllo pubblico di fatto.
> L’Italia, dati alla mano, importa dall’estero una quota enorme di biomasse:
> circa il 90%.
“Sui biocarburanti Eni e il governo italiano hanno gettato la maschera: se prima
si sosteneva che fossero utili per la decarbonizzazione dei trasporti, ora si
sostiene apertamente che permettono di proseguire con un modello di mobilità
ancora molto dipendente dall’auto privata e dai mezzi a combustione”, commenta
ancora Andrea Turco per A Sud: “Eppure i volumi di feedstock importati ci
raccontano come il loro ruolo non sia sostenibile in un’ottica di sostituzione
su larga scala delle auto alimentate da combustibili fossili”.
Sulla stessa linea si muove Carlo Tritto di Transport & Environment: “Se le
biomasse da cui sono prodotti sono realmente sostenibili, è vero che i
biocarburanti possono dare un loro contributo alla transizione energetica, ma i
volumi di tali materie prime sono limitati e dovrebbero venire dalla chiusura di
processi circolari e legati a filiere realmente residuali. Oggi, all’opposto, la
grandissima parte delle materie prime impiegate per la bioraffinazione è di
importazione. Invece, il settore dell’automobile e soprattutto quello oil & gas
usa spesso i biocarburanti per chiedere un rilassamento delle regole, in
particolare rispetto allo stop alla vendita di auto nuove a combustione interna
dal 2035, ma non dice che i volumi di biofuels sarebbero altamente insufficiente
a coprire il fabbisogno energetico del settore e anzi, li toglie da quei settori
hard to abate, come il settore aereo, che ne avrebbero bisogno dei limitati
quantitativi sostenibili”. Così questi combustibili vengono presentati come
soluzione climatica, quando in realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita
infrastrutture, motori e interessi legati ai carburanti fossili.
L’aiuto “a casa loro” si fa business
L’operazione keniota, si è detto, si inserisce nel Piano Mattei. È proprio qui
che il caso Kenya diventa un banco di prova della strategia nazionale varata,
come spiega il Consiglio dei ministri, “per imprimere un cambio di paradigma nei
rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria,
superando la logica donatore-beneficiario e generando benefici e opportunità
reciproche”.
Il Piano Mattei coordina e sostiene iniziative agricole, energetiche,
infrastrutturali, sanitarie e formative, spesso realizzate con imprese italiane
e istituzioni finanziarie internazionali. Tra i progetti più rilevanti figurano
il Corridoio di Lobito, le coltivazioni agricole nel deserto algerino, gli
investimenti agroalimentari in Senegal e Costa d’Avorio, gli impianti energetici
in Egitto e Mozambico, oltre alla filiera dei biocarburanti di Eni in Kenya. La
dotazione iniziale indicata per il Piano è di 5,5 miliardi di euro, articolata
tra crediti, contributi a fondo perduto e garanzie.
> Questi combustibili vengono presentati come soluzione climatica, quando in
> realtà, come un salvagente, manterrebbero in vita infrastrutture, motori e
> interessi legati ai carburanti fossili.
Di queste risorse, 2,5 miliardi provengono dai fondi della cooperazione allo
sviluppo, mentre altri 3 miliardi fanno capo al Fondo italiano per il clima, uno
dei principali strumenti finanziari del Piano Mattei. Il Fondo è stato istituito
per sostenere “iniziative nei settori delle energie rinnovabili e
dell’adattamento agricolo al cambiamento climatico, per il ripristino della
biodiversità e per l’uso sostenibile delle risorse naturali”. Nel maggio 2026,
però, la Corte dei conti ha avviato, con una propria delibera, un’analisi sulle
criticità dello stesso Fondo, richiamando in particolare la “scarsa attrattività
dei progetti per i soggetti finanziatori, anche a causa della limitata capacità
tecnica locale e della complessità dei contesti operativi, soprattutto quelli
africani; fattore che incide sulla capacità del Fondo di mobilitare ulteriori
risorse e di consolidare una filiera progettuale più strutturata e
continuativa”.
Come la stessa Giorgia Meloni ha spiegato nel discorso di apertura del vertice
Italia-Africa del 29 gennaio 2024, il Piano Mattei nasce anche per “garantire
[…] il diritto a non dover essere costretti a emigrare”, realizzando nei Paesi
africani “un’alternativa fatta di opportunità, lavoro, formazione e percorsi di
migrazione legale”. In altre parole, il Piano viene presentato anche come uno
strumento di sviluppo per “aiutarli a casa loro”, per usare uno slogan che, alla
prova del caso Kenya, mostra già limiti stridenti. Se un’iniziativa presentata
come partenariato agricolo, climatico e produttivo finisce invece per dipendere
da filiere opache, dall’impiego di colture alimentari importate e da interessi
energetici italiani, mentre tanti piccoli agricoltori locali denunciano di
essere stati danneggiati, la promessa di una cooperazione paritaria con l’Africa
indossa una maschera ambigua.
L'articolo I dubbi sul biocarburante del Kenya proviene da Il Tascabile.
Tag - Italia
N el primo dei tre episodi che compongono il film Mystery Train di Jim Jarmusch
(1989), Mitsuko e Jun, una coppia di giovani giapponesi ossessionati da Elvis
Presley, giungono in un hotel di Memphis per intraprendere un pellegrinaggio
laico nei luoghi in cui è cresciuto il “re del rock and roll”. Quando arrivano,
è notte. Vengono accompagnati alla loro stanza dal facchino dell’albergo, posano
l’enorme valigia rossa sul letto ‒ l’unico bagaglio che hanno con sé ‒ e una
volta rimasti soli, si incagliano immediatamente in un tempo immobile, annoiato.
Seduta sul pavimento, Mitsuko si distrae incollando su un quadernetto immagini
di Elvis ritagliate da giornali, Jun comincia a scattare decine di fotografie
alla stanza. Incuriosita, Mitsuko gli chiede: “Perché fai foto solo alle stanze
in cui soggiorniamo e mai a quello che vediamo fuori mentre viaggiamo?” e Jun le
risponde: “Quelle altre cose sono nella mia memoria. Le camere d’albergo e gli
aeroporti sono le cose che dimenticherò”.
Luoghi e nonluoghi
Negli anni, non ho avuto la stessa lungimiranza di Jun e ho finito per
dimenticare molti luoghi. Come lui, mi riferisco alle camere d’albergo, così
come agli ostelli e agli Airbnb, ma più ci rifletto più mi accorgo di come
questa categoria di spazi abbia in tempi recenti cominciato a perdere la sua
specificità. Se un tempo rappresentavano un mondo a sé, quello della
transitorietà e della transazionalità dell’hospitality, oggi invece mi sembra si
confondano sempre più, almeno nella mia esperienza di vent’anni a zonzo per
l’Europa e non solo, con ciò che ho sempre identificato come “casa”‒ quel luogo
che, almeno sulla carta, dovrebbe incarnare un maggiore senso di appartenenza,
in qualità di spazio intimo, identitario.
Dopo aver rivisto Mystery Train, per giorni non ho potuto fare a meno di
ripensare alla filmografia di Jarmusch, e subito mi ha colpito la frequenza con
cui il regista, nei suoi primi film, abbia spesso scelto come ambientazione
spazi liminali: il taxi (Night on Earth, 1991), la prigione (Down by Law, 1986),
i motel, i bar e gli aeroporti (Stranger than Paradise, 1984). Il tipo di
luoghi, insomma, che Marc Augé mi ha educato dai tempi di un esame della
triennale a identificare come nonluoghi ‒ anche se è interessante notare come i
film appena menzionati siano antecedenti a questo concetto, visto che l’opera
del filosofo francese è stata pubblicata solo nel 1992. Questo mi ha fatto
pensare che Jarmusch avesse già intuito qualcosa su come alcuni luoghi non solo
rappresentino, ma inducano all’alienazione.
Naturalmente, le riflessioni sulla relazionalità degli spazi vissuti hanno
precedenti illustri. Penso agli spazi quotidiani dissezionati da Georges Perec,
alle eterotopie di Michel Foucault, alla liminalità dei luoghi rituali di Arnold
van Gennep prima, e Victor Turner poi: privato, politico, sociale. Tuttavia,
mentre proseguivo su questa linea di pensiero, qualcosa continuava a riportarmi
sulle stanze d’albergo e sull’idea di casa. Facendo avanti e indietro tra queste
due categorie distinte, questo andirivieni ha cominciato a sfumarne e consumarne
i contorni, e a renderle sempre meno distinte di quanto pensassi, per poi
cristallizzarsi in un sospetto: l’appartamento moderno sta forse sempre più
scivolando verso il nonluogo?
> L’appartamento moderno sta forse sempre più scivolando verso il nonluogo?
È una domanda audace, ne sono consapevole, ma nel porla mi avvalgo del benestare
di Marc Augé, secondo cui “la possibilità del nonluogo non è mai assente da
nessun luogo”, soprattutto nell’attuale surmodernità, o modernità eccessiva ‒ di
tempo, di spazio, di ego. Le premesse ci sono, quindi; ma andiamo con ordine.
Essendo l’appartamento uno spazio (e in quanto tale, direbbe Foucault,
“nell’esperienza occidentale ha una storia” fatta di regolamentazioni e
decodificazioni), per indagare il sospetto che stia diventando un nonluogo mi
trovo costretto ad avventurarmi in territori più impervi rispetto a quelli della
letteratura o del cinema. Territori come quello delle normative e delle leggi,
che in questo caso si rivelano sorprendentemente più eloquenti della
rappresentazione. È lì, infatti, che ritrovo quel possibile “intreccio fatale
del tempo con lo spazio” di cui parla Foucault, che è alla base di come
percepiamo i luoghi che abitiamo.
Normative e leggi
Un articolo del Corriere della Sera del 2024 sostiene che in Italia, secondo
la legge 392 del 1978, la durata di un contratto di affitto di un immobile
urbano non possa essere inferiore a quattro anni. Tuttavia, questa direttiva
sembra comunque lasciare un ampio margine di libertà al proprietario di casa
nello stipulare contratti molto più brevi: ‘contratti turistici’ di pochi
giorni, ‘contratti transitori’ che riducono la durata minima a un mese,
‘contratti studenteschi’ con durate anche di sei mesi. Generalmente, continua
l’articolo, la tipologia più popolare rimane quella del contratto ‘a canone
libero’, con durata di quattro anni prorogabili a discrezione del proprietario
di altri quattro (conosciuto anche come contratto 4+4).
Queste dinamiche rispecchiano mediamente i modi contrattuali diffusi nel resto
d’Europa, dove la durata degli affitti oscilla tra uno e tre anni. È quanto
accade anche in Germania, dove vivo dal 2013 e la legge sembra flessibile quanto
in Italia, permettendo ai proprietari degli immobili di modellare
arbitrariamente le condizioni che impongono agli affittuari. La normativa sugli
affitti tedeschi dice che i contratti devono avere una durata minima di due anni
e disdetta possibile solo a fronte di un preavviso di tre mesi. Il costo degli
affitti è regolamentato dal Mietpreisbremse (freno degli affitti), che non
consente di superare del 10% la media del quartiere (come spiega un articolo di
Rivista Studio, però, questa misura non si applica alle “case già arredate che
vengono messe in affitto per brevi periodi e per motivi di lavoro”). Un’altra
clausola comune è quella del sistema Staffelmiete che permette aumenti annuali
progressivi del costo dell’affitto fino a un massimo del 15% nell’arco di tre
anni.
Queste sono le condizioni standard, tuttavia le eccezioni sono all’ordine del
giorno, in Germania come in Italia come nel resto d’Europa. Ricordo tre anni fa
quando a Berlino mi fu proposto un contratto di affitto della durata di quattro
anni, senza possibilità di rinnovo, e ogni anno il costo sarebbe aumentato del
12%, in barba alla regolamentazione dello Staffelmiete. Quando il proprietario
me lo propose, aspettandosi che firmassi immediatamente, non esitai a fargli
notare che un aumento annuale simile era ridicolo. Lui rispose, “È assolutamente
normale, invece: è pensato per rispecchiare l’inflazione”. Forse pensava che
dietro la mia titubanza linguistica nel parlare tedesco burocratico si celasse
anche una certa titubanza di pensiero? Non riuscii a frenare una risata, “Sta
scherzando, vero? Un’inflazione del 12% annuo? Per quattro anni di fila?”
> In Italia, secondo la legge 392 del 1978, la durata di un contratto di affitto
> di un immobile urbano non possa essere inferiore a quattro anni. Tuttavia,
> questa direttiva sembra comunque lasciare un ampio margine di libertà al
> proprietario nello stipulare contratti molto più brevi.
Temporeggiai dicendogli che ci avrei pensato su. Ero disperato, avevo
assolutamente bisogno di un appartamento. Corsi immediatamente dal mio
Mieterverein (“associazione degli inquilini”), un’istituzione tutta tedesca che
tutela i diritti degli affittuari e fornisce consulenza legale gratuita ai soci
a fronte di una quota d’iscrizione annuale di circa 100 euro. Anche l’avvocato
del Mieterverein scoppiò a ridere leggendo il contratto e mi disse, “Certo,
firmalo pure, perché è completamente illegale. Appena firmato gli facciamo
causa. Tranquillo, i contratti con clausole illegali non sono validi.” Infine
non me la sentii di cominciare una relazione del genere con un nuovo
proprietario di casa, consapevole che sarebbe stata tossica fin dall’inizio.
Continuai la mia ricerca.
Affitti e subaffitti
Mentre visitavo un numero spropositato di appartamenti che non riuscivo ad
accaparrarmi (tra cui un tarkovskyano 40 metri quadrati senza cucina né
sanitari, di cui avrei dovuto farmi carico personalmente), trovai come soluzione
temporanea un meraviglioso appartamento di 70 metri quadrati in sublocazione per
otto mesi, nella bella Prenzlauer Berg. Dopodiché, mi spostai per tre mesi in un
50 metri quadrati in un angolo particolarmente caotico di Neukölln. E infine,
per due mesi soltanto in un minuscolo 30 metri quadrati a Kreuzberg. Per chi
vive o ha vissuto in qualsiasi grande città europea, questa storia vagamente
picaresca non è certo una novità.
Come racconta un articolo del novembre del 2023 apparso su The Berliner, il
problema dei contratti brevi è strettamente legato alla carenza di nuovi
appartamenti, a causa di un continuo incremento della popolazione: “Secondo
l’Ufficio di statistica di Berlino-Brandeburgo, alla fine del 2022 vivevano a
Berlino almeno 141.000 persone in più rispetto a cinque anni prima, e un piano
di sviluppo urbano della città pubblicato nel 2019 sostiene che Berlino ha ora
bisogno di almeno 194.000 appartamenti in più entro il 2030 per tenere il passo
con questa crescita demografica.” La carenza di alloggi rende il mercato degli
affitti della capitale tedesca sempre più competitivo e allo stesso tempo mette
nelle mani dei proprietari e delle agenzie immobiliari (Hausverwaltung) un
potere immenso.
In questo scenario sempre più distopico, i fortunati berlinesi che vantano un
vecchio contratto a tempo indeterminato (Unbefrister Mietvertrag) tendono a
tenerselo stretto, anche nel caso programmassero di lasciare la città per più o
meno lunghi periodi, e optano per il subaffitto, spesso in tutta segretezza,
senza coinvolgere il proprietario di casa o l’agenzia che gestisce l’immobile.
Questo ha dato origine, negli ultimi anni, a un mercato che “prospera grazie a
una massa involontaria di persone intrappolate in un circolo di alloggi a breve
termine, Airbnb prolungati e altri accordi temporanei”. Senza considerare che
queste soluzioni di subaffitto comportano spesso costi più elevati degli affitti
regolari ‒ perché vuoi non farci la cresta? ‒ e i disperati alla ricerca di un
tetto in molti casi devono accettare, per dividere le spese, di trovarsi uno o
più coinquilini.
> La carenza di alloggi rende il mercato degli affitti della capitale tedesca
> sempre più competitivo e allo stesso tempo mette nelle mani dei proprietari e
> delle agenzie immobiliari un potere immenso.
Per fortuna, da un paio d’anni mi sono svincolato, almeno temporaneamente, da
queste logiche, quando ho infine firmato un contratto d’affitto per
l’appartamento in cui risiedo ora, da solo. Il mio attuale proprietario mi
propose dapprima quattro anni con clausola di rescissione con due mesi di
preavviso (invece dei tre previsti per legge). Un anno dopo, mi concesse una
piccola grazia, comunicandomela con una lettera che cominciava così: “Visto che
ti considero un buon inquilino, ho deciso di proporti un prolungamento a otto
anni…” Lasciandomi però la sorpresa alla fine: uno Staffelmiete del 2% annuo.
Bene ma non benissimo, insomma. Senza considerare che comunque tra cinque anni,
se ancora vivrò a Berlino, mi ritroverò nella condizione di dover cercare casa
in un mercato immobiliare con molta probabilità più impossibile di quanto lo sia
oggi.
Occasioni ed erosioni
Quando ci si trova in balia di contratti sempre più restrittivi che impongono di
cambiare casa ogni pochi anni, o addirittura ogni pochi mesi, la caccia agli
appartamenti ammobiliati diventa inevitabile. Si impara presto, nell’innegabile
scomodità del dover traslocare di continuo, che gli appartamenti ammobiliati
offrono un servizio fondamentale. Con il loro particolare universo fatto di
arredi più o meno usurati, soprammobili e souvenir che raccontano storie non
nostre, materassi e cuscini ingialliti dal tempo e dai sudori notturni di chissà
chi, gli appartamenti prearredati offrono una straordinaria libertà: si possono
chiamare “casa” non appena si appoggiano le valigie a terra e li si può
dimenticare altrettanto facilmente, abbandonandoli in qualsiasi momento così
come li si è trovati.
Mi sono illuso per anni che questa libertà mi rappresentasse e un po’ mi
piacesse: come per la sindrome di Stoccolma, chiamiamola rassegnazione. L’idea
di dover lasciare qualsiasi posto da un momento all’altro, sempre pronto a
impacchettare tutto in poche ore e partire. Dove sarei andato? Una soluzione
l’avrei trovata: si trova sempre. Ero libero, libero di andare dove volevo,
ovunque e all’improvviso.
Solo recentemente ho capito che non si trattava affatto di libertà, ma del suo
esatto opposto. Come sostiene James Greig in un articolo per Dazed, “la crisi
abitativa comporta una ‘disastrosa perdita di libertà’ […] Abbiamo meno libertà
di scegliere dove vivere, meno libertà di sentirci sicuri e di vivere vite
dignitose. Oggi, tutti tranne i giovani più benestanti sono soggetti alla
precarietà abitativa in qualche forma (il che comprende avere difficoltà a
pagare l’affitto, il sovraffollamento, dover traslocare frequentemente, o
spendere un’alta proporzione del proprio reddito per l’alloggio)”.
> Quando ci si trova in balia di contratti che impongono di cambiare casa ogni
> pochi anni, o addirittura ogni pochi mesi, la caccia agli appartamenti
> ammobiliati diventa inevitabile.
Greig si riferisce a quanto accade in Regno Unito, dove è ancora in vigore ‒
almeno per ora ‒la discussa Section 21, una norma tutta britannica che consente
dai tempi dell’Housing Act 1988 ai proprietari di casa di sfrattare gli
inquilini con contratti a breve termine presentando un preavviso di soli due
mesi, senza dover fornire alcuna motivazione (la cosiddetta no-fault eviction).
La Section 21 è uno strumento che rende il mercato degli affitti infinitamente
più instabile per gli inquilini, che finiscono così per sentirsi sempre di
passaggio, ospiti temporanei, o meglio utenti, consumatori di uno spazio
trasformato in servizio, che si riceve soltanto in prestito e che non offre
neppure, scrive Greig, “la garanzia che non venga strappato via da sotto i
piedi” prima del termine concordato:
> Questo tipo di precarietà causa un’ansia ambientale cronica. Rende più
> difficile rilassarsi, godersi il tempo che si ha nel posto in cui si vive […]
> Si avverte un senso di nostalgia anticipatoria, aspettando il giorno in cui si
> verrà cacciati. Permettere a sé stessi di provare qualsiasi tipo di
> attaccamento sembra inutile: perché preoccuparsi di legare con la propria
> comunità locale quando si sa di essere lì in prestito? Non c’è da
> meravigliarsi che la solitudine sia così comune quando le persone sono
> disincentivate dal mettere radici nelle aree in cui vivono. Una casa dovrebbe
> fornire sicurezza, protezione, qualche tipo di barriera dal mondo esterno. Se
> funzioni realmente così in pratica, non ne sono sicuro, ma la sua assenza può
> certamente essere sentita.
L’idea di appartamento rischia di perdere l’aspetto intimo e identitario, caldo
e generativo, che siamo soliti attribuirgli e cercarvi: quel senso originale di
‘casa’ che, trasloco dopo trasloco, ho finito col non aspettarmi più.
Dev’essere, credo, un po’ come succede con le delusioni d’amore: si impara a
ridimensionarsi, si rimpiccioliscono le aspettative ‒ rubando le parole a Garth
Greenwell di Purezza ‒ “attraverso un’erosione forse necessaria alla
sopravvivenza, e di cui forse devi ancora pentirti”.
Questa erosione, nel mio caso, ha finito per dare forma al tipo di rapporto
particolare che instauro con gli appartamenti: una relazione simile in tutto e
per tutto a quelle situationship distaccate, più o meno etiche, più o meno
consapevoli ‒ caratterizzata, anche questa, da un’uguale quantità di attrazione
e fastidio, e che richiede un’immensa, sempre rinnovata forza di accettazione e
perseveranza. La perseveranza nel dire “benvenuto”, e ogni volta crederci
davvero in quella parola, rivolta a un gran numero di appartamenti che sono
consapevole fin dall’inizio saranno soltanto temporanei; e l’accettazione,
infine, dell’addio rivolto a quello stesso numero di appartamenti, vicinati,
quartieri, città, che finisco sempre per lasciare alle spalle, proprio come una
stanza d’albergo alla fine di una vacanza.
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