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Eurafrica
Q uanti sono i continenti? La domanda, apparentemente banale, ha in realtà ben più risposte di quante non possa sembrare: visto che, verosimilmente, siete italiani, vi verrà da rispondere cinque o sei, a seconda che vi interessi o meno considerare l’Antartide nel conto. Uno statunitense, d’altra parte, vi risponderebbe che in realtà ce ne sono sette perché nella sua percezione l’America va divisa in una parte settentrionale e una meridionale. Interverrebbe a quel punto un russo, a farvi notare che effettivamente i continenti sono sei ma banalmente perché conta l’Eurasia come una massa unica. Arrivati a questo stallo, aggravato dal dibattito su Australia e Oceania, ecco aggiungersi alla conversazione un geologo a peggiorare le cose: a suo avviso, nessuno ha tenuto conto della Zealandia, la massa continentale perlopiù sommersa dal Pacifico da cui emergono soltanto Nuova Zelanda, Nuova Caledonia e alcune isole sotto sovranità australiana. La risposta più veloce, forse, sarebbe “chissene frega” ma così perderemmo un passaggio fondamentale: piaccia o meno, anche una disciplina apparentemente oggettiva come la geografia – o, meglio, la cartografia – è in realtà inevitabilmente dominata da storture culturali. In quanto umani possiamo, a tutti gli effetti, stabilire in modo abbastanza arbitrario cosa sia un continente e cosa no. Lo ha confermato la storia stessa e, in particolare, la storia di come le potenze coloniali europee hanno sognato di unire Europa e Africa in un’entità unica: l’Eurafrica. Prima di addentrarci nei dettagli di questo progetto e delle sue imprevedibili implicazioni, vale la pena di ricordare da dove arrivasse un progetto simile, diffusosi a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il primo contesto da tenere a mente è, ovviamente, quello del colonialismo europeo: per tutti gli ultimi decenni del Diciannovesimo secolo gli Stati colonialisti europei si erano progressivamente estesi in tutto il mondo, al punto che all’indomani della Prima guerra mondiale erano arrivati a controllarne un’ottima parte, spingendo lo storico britannico Eric J. Hobsbawm a ribattezzare questa fase  “l’età degli imperi”. A risentire particolarmente di questa situazione fu l’Africa; l’intero continente – con le sole eccezioni dell’Etiopia e della Liberia pienamente indipendenti, nonché dell’Unione Sudafricana e dell’Egitto che lo erano formalmente ma in un rapporto quantomeno ambiguo con il Regno Unito – era infatti stato spartito tra inglesi, francesi, belgi, portoghesi, italiani e spagnoli. Come se non bastasse, continuavano ad esistere nel sud del continente anche importanti comunità di coloni tedeschi e olandesi, sebbene i rispettivi Paesi d’origine non controllassero più i propri possedimenti nella regione. L’Africa, insomma, era già in varie misure europea e, sebbene non avesse attraversato le trasformazioni traumatiche descritte da Alfred W. Crosby nel suo studio della colonizzazione delle Americhe, ne era stato profondamente cambiato il volto. Oltre a questo fatto, per comprendere l’origine dei progetti eurafricani e il loro successo nei salotti borghesi occorre guardare al contesto interno europeo. La guerra che aveva travolto il continente tra il 1914 e il 1918 aveva lasciato dietro di sé un continente ferito e sotto shock che aveva più che mai bisogno di immaginare un avvenire comune di ricostruzione e armonia. Il conflitto, dopotutto, aveva travolto i Paesi europei alla fine di decenni di (relativa) pacificazione nel corso dei quali si era affermata con forza tra i ceti alti e gli intellettuali una visione del mondo più aperta e cosmopolita di quanto non si fosse mai visto in precedenza. Certo, nell’Ottocento non avevano ancora preso forma i piani di unificazione politica europea – con l’eccezione di pensatori reazionari e ostili all’idea stessa di Stato-nazione come Novalis, Metternich o Burke, infatti, il pensiero dominante era ancora che la forza dell’Europa fosse proprio nella sua frammentazione tra numerosi Stati – ma senz’altro sul piano culturale il contesto ci si avvicinava molto. > Il progetto di Eurafrica è nato dall’idea di ricostruire l’età dell’oro > europea facendo ricorso agli imperi africani. Per capirlo, basta leggere come lo scrittore viennese Stefan Zweig raccontava gli anni subito precedenti al conflitto nelle sue memorie, Il mondo di ieri (1941): “Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane e guardie di confine, contrarie al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira all’unione e alla fraternità universale”. Zweig, ad ogni modo, era a sua volta un borghese e questo gli impediva di rendersi conto che tale contesto incredibile da lui descritto si reggeva sulla violenza del colonialismo; non stupisce quindi che il progetto di Eurafrica non sia nato nel vuoto ma, appunto, proprio dall’idea di ricostruire l’età dell’oro europea facendo ancora una volta ricorso agli imperi africani. Il piano più noto e di maggior successo fu senza dubbio quello emerso del manifesto Paneuropa, pubblicato nel 1923 dal conte austriaco Richard Coudenhove-Kalergi e presto firmato da nomi di spicco come Heinrich Mann, Winston Churchill, Konrad Adenauer, Thomas Mann e Aristide Briand. Il documento, poi alla base di un’organizzazione politica e di una rivista collegata, si può velocemente sintetizzare facendo riferimento ai suoi obiettivi principali: la definitiva pacificazione dell’Europa, attraverso l’unificazione politica del continente e dei rispettivi imperi coloniali sulla base della comune cultura dei popoli che lo compongono. In tempi più recenti, intorno a questo grande progetto si sono consolidati due miti che ne hanno un po’ fatto perdere il contenuto effettivo: uno liberal-progressista che vede in Paneuropa le basi dell’attuale Unione Europea come casa comune della libertà e dei diritti dell’uomo nelle sue forme più alte; l’altro complottista e razzista figlio dei deliri del neonazista Gerd Honsik che, nel 2005, deformò e decontestualizzo liberamente le proposte del manifesto per ipotizzare l’esistenza di un “piano Kalergi” volto al genocidio dei bianchi europei attraverso l’immigrazione di massa. Entrambe le visioni mettono totalmente in secondo piano che ruolo avrebbero avuto le colonie paneuropee in questo disegno – dopotutto, è noto sia che i liberali rimuovono la violenza coloniale da ogni discorso sia che i fascisti amano immaginarsi vittime delle proprie vittime. Eppure, come hanno ben evidenziato i ricercatori svedesi Peo Hansen e Stefan Jonsson nel loro saggio Eurafrica (2014), il manifesto proponeva tutto meno che un rapporto egualitario tra europei e africani e, anzi, lo stesso Kalergi parlava apertamente degli europei come di una “nazione razziale unica” o della necessità di un “riconoscimento della razza europea come nazione occidentale”. Usando le parole di Hansen e Jonsson, insomma, “l’unificazione europea e lo sforzo comune per la colonizzazione dell’Africa sono due processi che si presuppongono l’un l’altro”. La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo come soluzione a precisi problemi interni europei. L’economista Otto Deutsch, incaricato di redigere un programma finanziario per il partito paneuropeo, non si fece problemi a definire “lo sfruttamento comune delle colonie paneuropee” come una “condizione complementare indispensabile” alla creazione di un’economia forte e competitiva – idea che lo stesso Kalergi riprese all’articolo 13 di una prima bozza del patto paneuropeo, per cui “tutti i cittadini europei devono godere degli stessi diritti economici nelle colonie tropicali africane”. > La partecipazione dell’elemento africano è data per scontata, ma il continente > non è mai inteso come un soggetto politico e umano a sé, quanto sempre e solo > come soluzione a precisi problemi interni europei. Questa linea venne ripresa dai sostenitori del movimento delle più varie provenienze politiche: nel solo 1931, l’ex primo ministro repubblicano Joseph-Marie Caillaux definì il congiunto sfruttamento europeo delle risorse africane come una possibile soluzione alla terrificante crisi economica che stava travolgendo il continente, mentre il politico sincretista Georges Valois – passato dall’anarchismo al fascismo sociale, alla resistenza contro l’occupazione tedesca – immaginò un piano decennale d’investimenti in industrie e infrastrutture per fare dell’Africa “il cantiere dell’Europa”. Come se non bastasse, l’integrazione dei due blocchi territoriali era vista anche come una possibile soluzione alla crisi di sovrappopolamento dell’Europa: già nel 1929, il diplomatico Alfred Zintgraf propose l’invio su suolo africano di 650.000 coloni europei (un piano poi riadattato dallo stesso autore come soluzione alla “questione ebraica”), ma fu ancora più ambizioso il rabbino Max Grünewald che arrivò a delineare un piano per farne partire ben un milione all’anno nel corso di poco più di un decennio. Alla faccia del genocidio bianco. L’Africa, in tutti questi discorsi, non è che un oggetto che gli europei potevano liberamente utilizzare come meglio credevano per i propri scopi. Non sorprende quindi che tali prospettive godettero dell’appoggio del più celebre governatore coloniale di sempre, il maresciallo francese Louis-Hubert Lyautey, già commissario generale in Marocco tra il 1912 e il 1925, che invocò la nascita di una “Santa Alleanza dei popoli colonizzatori […] per il più grande beneficio morale e materiale di tutti”. Di tutti, naturalmente, quindi anche degli africani, che in questo modo sarebbero stati ancora più beneficiati dalla missione civilizzatrice di cui gli europei si sentivano intestati e che usavano per legittimare l’espansionismo dei propri imperi. Si tratta com’è chiaro di una prospettiva apertamente razzista, resa ancora più esplicita dal fatto che i promotori del progetto, paneuropeo o eurafricanista che dir si voglia, avessero più volte messo in chiaro come fosse da escludersi ogni forma di mescolanza di sangue tra europei e africani, oppure che andasse il più possibile limitata l’immigrazione africana in Europa. Se si trattava di un matrimonio, insomma, non era certo tra uguali, ma di uno sposalizio forzato in cui una parte doveva adeguarsi in modo coatto ai bisogni e ai desideri dell’altra. L’esempio più chiaro della mentalità colonialista che è disposta anche a stravolgere la forma stessa della terra per i propri interessi è forse quello dell’assurdo progetto dell’architetto tedesco Herman Sörgel, arrivato a fantasticare la costruzione di una serie di dighe che bloccassero lo stretto di Gibilterra e le foci dei maggiori fiumi del bacino del Mediterraneo affinché, nel giro di un secolo, il livello del mare si abbassasse di centinaia di metri e ottenere così la contiguità fisica tra Europa e Africa e il rafforzamento della loro connessione. Il piano, noto come “Atlantropa”, piacque in particolare ai nazisti e, non a caso, compare anche nel romanzo fantapolitico di Philip K. Dick La svastica sul sole (1962) e nella serie derivata The Man in the High Castle, una distopia ambientata in un mondo in cui l’Asse ha vinto la Seconda guerra mondiale. > Sullo sfondo di queste visioni, la consapevolezza dell’indebolimento degli > Stati europei in un contesto in cui emergevano potenze di proporzioni > continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati > Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche. Sullo sfondo di queste visioni, ivi comprese quelle più bizzarre, la consapevolezza del sempre più marcato indebolimento degli Stati europei in un contesto globale in cui emergevano con forza crescente potenze di proporzioni continentali pronte a strappare l’egemonia del Vecchio continente – gli Stati Uniti, l’Unione Sovietica e le nazioni asiatiche, percepite in Europa come un “pericolo giallo” irresistibile. In tale frangente, gli imperi coloniali rappresentavano per gli europei una sorta di assicurazione sulla vita, una garanzia di sicurezza economica e militare che sarebbe stata messa ancora in più in valore laddove vi fosse stata una fusione dei possedimenti imperiali – basti pensare che il progetto di Kalergi prevedeva la fondazione di un super-Stato che includesse l’intera Europa continentale (erano quindi escluse l’URSS e le isole britanniche) e le rispettive colonie che occupavano più della metà dell’Africa e vari territori nel resto del mondo, dall’Angola all’Indonesia, dalla Groenlandia alla Guyana, dall’Indocina al Congo, dalla Siria alla Somalia, dall’Austria alla Polinesia. Insomma, era forte l’idea presuntamente darwinista dei rapporti tra Stati che vedeva il conflitto come qualcosa di perenne e inevitabile e dal quale si poteva uscire vincitori soltanto ponendosi come predatori dominanti; e, in quest’ottica, l’espansione territoriale era condizione sufficiente per sentirsi protetti. A questa paranoia geopolitica cedettero quindi un po’ tutti, tanto i Paesi liberali, presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo, quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura ma in un’ottica esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca e difesa dei propri “spazi vitali”. Studiosi come il filosofo Domenico Losurdo o lo storico Mark Mazower hanno già mostrato come l’espansionismo nazista in Europa corrispondesse a una logica imperialista propria del periodo, mentre è poco noto come anche l’idea di unificazione eurafricana abbia avuto una forte influenza sugli altri regimi dell’epoca: l’Estado Novo portoghese, per esempio, puntò molto sull’idea del Portogallo come nazione pluricontinentale che comprendesse anche le colonie africane e asiatiche della repubblica iberica, promuovendo, con tanto di mappe esplicative, lo slogan propagandistico “il Portogallo non è uno Stato piccolo”. Nell’Italia fascista, invece, fu soprattutto il gerarca Italo Balbo – già quadrumviro della marcia su Roma, poi popolarissimo uomo politico e saltimbanco, finalmente costretto a un lungo “esilio dorato” in vesti di governatore della Libia – a essere fortemente influenzato dai progetti eurafricani, naturalmente sempre in un’ottica italocentrica e interessata alle proiezioni militari di lungo termine. Come ho avuto modo di constatare nel corso di una ricerca svolta negli archivi privati di Balbo, conservati presso l’Istituto di storia contemporanea di Ferrara, il gerarca era infatti un avido lettore di Paolo D’Agostino Orsini Di Camerota, ai tempi ben noto come principale esponente eurafricanista italiano, autore di testi dai titoli eloquenti come Africa Bianca o, appunto, Eurafrica nei quali si ripercorrono tutti i grandi temi sopra esposti, dagli investimenti economici ai trasferimenti di popolazioni, al fine di conseguire la piena autonomia geostrategica europea. Nondimeno, è lo stesso operato di Balbo al governatorato della Libia che rivela una forte influenza di queste prospettive e che va ben oltre il solo interesse circa il ruolo della colonia nordafricana in un’eventuale futura guerra per la conquista dell’Etiopia o dell’Egitto. Basti pensare al più celebre e ambizioso progetto del governatore: il tentativo di avviare una colonizzazione demografica di massa della colonia da parte di contadini e disoccupati italiani. Sarebbe infatti inappropriato limitarsi a interpretare l’esperimento come “la logica conclusione della politica di colonizzazione di Balbo” al fine di costituire un “regime totalitario benefico”, come ha fatto il biografo del gerarca Claudio Segré, e ricollegare il tutto al desiderio fascista di porre fine all’emigrazione degli italiani. Tutto questo, naturalmente, ha avuto un ruolo cruciale, ma nel caso libico la colonizzazione demografica va legata a un altro progetto ben più sorprendente: l’annessione della Libia all’Italia e, contestualmente, la concessione della cittadinanza italiana alla popolazione araba. La proposta, finalmente fortemente ridimensionata dal regime, può infatti essere letta in connessione con i piani di colonizzazione demografica mostrando come vi fosse anche nell’Italia fascista una qualche intenzione di costruire una nuova realtà politica transcontinentale. > A questa paranoia geopolitica cedettero un po’ tutti, tanto i Paesi liberali > presi dai sogni di unificazione europea sotto il segno del colonialismo, > quanto le dittature fasciste, che fecero propria tale lettura in un’ottica > esclusivamente nazionalista, tradottasi nella ricerca dei propri “spazi > vitali”. Sotto certi punti di vista, il gerarca ferrarese arrivò persino a promuovere alcuni elementi di multiculturalismo, per quanto restasse forte e ben presente l’atteggiamento razzista del regime: gli storici Valeria Deplano e Alessandro Pes hanno giustamente scritto che questa linea a parole tollerante e filoislamica del fascismo  “portò a pochi risultati concreti […], anche perché la realtà della repressione italiana raccontava del dominio da parte dell’Italia meglio di quanto non facessero le parole della propaganda”, mentre lo stesso Balbo definì i libici come bisognosi di un “complesso di provvidenze dirette alla loro elevazione morale ed alla loro evoluzione civile”. Fino a questo punto, tutti gli esempi citati di prospettive eurafricane sono quindi chiaramente improntati secondo una logica verticale e in una forte sproporzione a tutto vantaggio delle potenze europee. Tuttavia sarebbe erroneo pensare che questa sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di Europa e Africa; è infatti il modo in cui è stata pensata dagli europei. Per capire di cosa stiamo parlando, occorre guardare a un nuovo contesto storico-politico: la ricostruzione istituzionale della Francia all’indomani della Seconda guerra mondiale. In quel contesto, infatti, furono sorprendentemente non i promotori del colonialismo, ma i suoi avversari più decisi a lanciare un originale progetto eurafricano portando alla fondazione dell’Union française. Diciamolo subito per chiarezza: il risultato finale non fu un grande successo, anzi, può essere a buona ragione definito come una semplice riorganizzazione dell’impero con alcuni cambi lessicali – per esempio, non si parlava più di colonie ma di Paesi associati e territori d’oltremare (dizione ancora usata fino ai primi anni Duemila per alcune isole sparse tra i Caraibi e il Pacifico con una popolazione complessiva di circa 340.000 abitanti). Come se non bastasse, erano stati previsti degli organi istituzionali comunitari che però risultarono troppi deboli e inefficaci, al punto che avevano bisogno di essere perennemente riformati – lo storico Pierre Grosser ha parlato dell’entità come di una “creazione continua” – mentre alcuni non vennero mai nemmeno messi effettivamente in funzione. Al contempo, tuttavia, non c’è dubbio che l’Union sia stata un’entità pienamente eurafricana, dal momento che la stessa costituzione francese stabiliva che la Repubblica francese fosse composta al contempo dalla Francia metropolitana e dai suoi territori d’oltremare, un principio che è in una certa misura valido ancora al giorno d’oggi nella complessa definizione istituzionale francese, sebbene rispetto a uno spazio decisamente più ridotto che non nel dopoguerra. Questo, di per sé, non è però sufficiente a capire l’importanza dell’esperimento politico, per cui procediamo con ordine: alle due assemblee costituenti elette tra il 1945 e il 1946 e incaricate di ricostruire la Francia dopo la catastrofica umiliazione della capitolazione ai tedeschi e in risposta ai crescenti moti anticoloniali in Levante e in Indocina, non furono presenti soltanto deputati europei ma anche un piccolo e combattivo gruppo di rappresentanti delle popolazioni colonizzate. La decisione fu il prodotto di una lunga serie di riflessioni cominciate già nel corso del conflitto circa la necessità di riformare il rapporto tra Parigi e l’impero e, va detto, ebbe comunque proporzioni limitate: già il voto venne riservato a poche migliaia tra i milioni di africani sotto il controllo francese e, inoltre, venne previsto un sistema a doppio collegio che garantisse la rappresentanza in parlamento dei coloni. Insomma, sul tavolo c’erano tutti gli elementi perché l’Union française venisse da principio immaginata come un’entità pienamente colonialista, ma le cose andarono, almeno inizialmente, in modo ben diverso. > Sarebbe erroneo pensare che la forte sproporzione a tutto vantaggio delle > potenze europee sia stata l’unica logica immaginata dietro all’unione di > Europa e Africa. Tra gli eletti “autoctoni” figuravano infatti numerosi personaggi politici destinati a distinguersi nei dibattiti parlamentari per i propri progetti a dir poco avanguardisti circa la forma che avrebbe dovuto prendere l’ormai ex-impero coloniale francese. I più influenti, almeno nella prima assemblea costituente, furono in particolare l’ivoriano Félix Houphouët-Boigny (dopo l’indipendenza presidente del suo Paese tra il 1960 e il 1993), il senegalese Amadou Lamine-Guèye (sindaco di Dakar per ben 16 anni). Oltre a questi, vale la pena ricordare la presenza del comunista martinicano Aimé Césaire, già promotore del movimento della négritude e destinato a una lunga carriera politica tra la sua isola e il parlamento francese, per quanto la sua esperienza non si possa ovviamente appiattire completamente su quella dei deputati africani. I tre, in pochi mesi, riuscirono a ottenere l’approvazione di leggi estremamente importanti e che scardinarono di fatto le basi del sistema coloniale: Houphouët-Boigny propose e ottenne l’abolizione dei lavori forzati nelle colonie, ma per il nostro discorso furono ancora più importanti l’estensione della cittadinanza francese a tutti gli abitanti dell’impero (un provvedimento che già ai tempi fu paragonato per impatto all’editto di Caracalla da Daniel Boisdon, il primo presidente dell’inutile Assemblea dell’Unione) rivendicata da Lamine-Guèye e il piano di Césaire di far annettere direttamente alla Francia alcune delle più antiche colonie francesi – la sua Martinica, ma anche Guyana, Guadalupa e La Réunion. Come se non bastasse, i deputati coloniali ottennero la garanzia costituzionale che fosse sempre assicurata una rappresentanza parlamentare delle popolazioni africane, con l’obiettivo a medio termine di far approvare una nuova legge elettorale più equa. Qualora non fosse chiaro, tali rivendicazioni avevano in sé un’immensa forza rivoluzionaria perché, in spregio a ogni nazionalismo, portavano alla rivendicazione di una forma di Stato nuovo e concretamente postnazionale, che fosse al contempo europeo, africano e caraibico senza gerarchie tra i vari elementi che lo componevano. In questa prospettiva, l’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione etnica o razziale. Il rifiuto in sede referendaria della prima bozza costituzionale (slegato dalla questione coloniale) rese necessaria l’elezione di una nuova costituente, stavolta a maggioranza conservatrice e non più social-comunista. I deputati coloniali tentarono di reagire al nuovo scenario politico ma fallirono: venne proposto un progetto di Union française deliberatamente troppo radicale nella speranza di negoziare al ribasso, ma il solo risultato fu una messa in allarme dei conservatori – l’influente deputato Edouard Herriot arrivò a paventare il rischio che la Francia divenisse “la colonia delle sue vecchie colonie” – che intervennero nella riscrittura del progetto ottenendo i risultati mediocri di cui si parlava in precedenza. È fondamentale ribadire come, con la sola eccezione dei due deputati malgasci, nessuno dei parlamentari delle colonie abbia portato avanti alle costituenti rivendicazioni di carattere nazionalistico ma nemmeno semplicemente indipendentiste. Come ha sottolineato lo storico Frederick Cooper, forse il massimo esperto sulla storia del tardo colonialismo francese, il loro obiettivo era infatti il riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni coloniali, allo scopo di superare pienamente le conseguenze più odiose del colonialismo e definire una comunità politica paritaria. È senz’altro probabile che in alcuni casi si sia trattato di un esercizio di semplice Realpolitik, ma resta rilevante che politici come Ferhat Abbas, tra i più influenti leader politici algerini e in seguito primo presidente del Paese, fosse arrivato a dichiarare che l’indipendenza non fosse una soluzione auspicabile “né per ragioni pratiche né sentimentali” o addirittura che “il colonialismo, come ogni impresa umana, è stato positivo e negativo”. > L’Union française aveva la forza di diventare il semplice contenitore politico > di popoli lontani e diversi, indubbiamente marcati da un passato coloniale ma > che si poteva finalmente superare in modo armonico, senza alcuna definizione > etnica o razziale. Allo stesso modo, il deputato guineano Yacine Diallo affermò esplicitamente che l’obiettivo suo e degli altri eletti d’oltremare fosse ottenere gli stessi risultati di Césaire, ovvero la trasformazione dei territori africani in “province francesi” a pieno titolo. Sul piano politico, si tratta di un totale ribaltamento della retorica anticoloniale contemporanea, su cui torneremo a breve, mostrando ancora una volta come l’obiettivo di chi il colonialismo lo subisse davvero non fosse la sola concessione di una generica liberazione politica ma il riconoscimento di pieni diritti anche in seno a una comunità politica plurinazionale e multietnica. Questo elemento, oltretutto, appare con forza ancora maggiore nelle parole di un altro costituente, il poeta e partigiano senegalese Léopold Senghor (anche lui, come Houphouët-Boigny, poi divenuto presidente del proprio Paese); nei suoi discorsi, infatti, emerse con più forza che altrove la rivendicazione di costruire uno Stato eurafricano ugualitario, legittimando la scelta non solo su basi politiche e giuridiche ma anche culturali. Senghor parlava esplicitamente dell’Union française come di un matrimonio tra parti uguali e ribadiva puntualmente come ogni grande civiltà era stata tale proprio in virtù della sua capacità di mostrarsi inclusiva e plurale. Addirittura, in un totale sovvertimento della retorica coloniale sulla missione civilizzatrice dell’uomo bianco, Senghor arrivò a sostenere che questa fusione avrebbe potuto elevare la stessa civiltà europea, trasformandola da essere la cultura della bomba atomica e delle camere a gas a quella del jazz. Le posizioni dei deputati africani alle assemblee costituenti francesi restano, ancora oggi, illuminanti e ricchissime di prospettive politiche ben più radicali di quanto non possa sembrare, non foss’altro perché animate da un principio di universalismo concreto che, nel tempo, si è andato a perdere nel discorso politico decoloniale. Il fallimento totale dell’Union française non ha certo aiutato in questo senso, tant’è che come si è detto gli stessi deputati africani che ne promossero la forma più progressiva e inclusiva sarebbero poi diventati tra i più influenti leader indipendentisti dei propri Paesi. È in questo momento che l’idea eurafricana, nella sua forma più alta e democratica, collassò definitivamente, ma senza restare improduttiva: per ancora alcuni decenni, infatti, continuarono a farsi sentire gli effetti della radicale messa in discussione di concetti reazionari e spiccatamente europei come quello di Stato-nazione o di confine, come dimostrano gli esperimenti panafricani (e panarabi) che a più riprese furono al centro delle agende politiche di alcuni carismatici capi di governo del continente. Si trattava ad ogni modo di una scelta di ripiego, dovuta all’impossibilità di stabilire un rapporto paritario con i vecchi colonizzatori e rendendo così auspicabile un’unione dal basso che pure si muove sugli stessi binari ideali universalistici e cosmopoliti che non solo accettano, ma rivendicano la nozione stessa di pluralismo; troppo spesso, in Occidente, non ne abbiamo idea ma l’Africa è il continente più multiculturale del mondo, potendo vantare centinaia di modelli sociali e religiosi diversi, 2000 lingue, 3000 etnie e innumerevoli diaspore interne che contribuiscono a mescolare tra loro tutti questi elementi. > Obiettivo dei rappresentanti delle colonie non era l’indipendenza, ma il > riconoscimento di pieni diritti sociali, economici e politici alle popolazioni > coloniali, allo scopo di definire una comunità politica paritaria. Di per sé, si tratta di una delle più rilevanti e coerenti rivoluzioni della storia politica del Novecento, sebbene abbia gravemente patito sul piano pratico l’assenza di una prospettiva di classe più esplicita e definita che ne rendesse funzionale anche la manifestazione amministrativa concreta, progressivamente costretta a piegarsi alle pressioni neocoloniali. Alla sconfitta pratica di queste esperienze è poi seguito il collasso delle ideologie alla conclusione della guerra fredda, lasciando campo libero al ritorno del nazionalismo che, già alla fine degli anni Settanta, il filosofo Isaiah Berlin interpretò infatti come “una risposta su scala mondiale a un profondo e naturale bisogno degli schiavi testé liberati”. Ancora oggi patiamo le conseguenze di questo stravolgimento nella cultura politica anticolonialista, dal momento che è proprio su questa scia che si è trasformato tutto il discorso politico successivo. L’affermarsi del nazionalismo – e così della sua versione soft e (apparentemente) progressista, l’identitarismo – ha infatti finito per relegare l’intera contestazione al colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. L’universalismo di Senghor, insomma, si è tradotto in un particolarismo sterile che finalmente riconduce ogni discorso a rivendicazioni prive di capacità reali di trasformare la realtà. Riflettendo su casi concreti, si notano in particolare due tendenze discorsive: l’esaltazione delle origini e la politicizzazione radicale della sfera culturale. Per il primo fenomeno basta guardare al caso più plateale di colonialismo nel mondo attuale: il conflitto israelo-palestinese. Una buona parte del discorso decoloniale tende infatti a limitarsi a interpretare la presenza ebraica nella regione come una stortura da correggere semplicemente attraverso l’espulsione degli elementi alieni. Poco importa se, come notava la giornalista Anna Momigliano, “c’è una differenza, fondamentale, tra Israele e l’Algérie française: a differenza dei pieds-noirs, gli israeliani non hanno una ‘Francia’ a cui tornare”. Non si tratta di contestare la natura brutale e genocidaria del regime israeliano, ma di guardare in faccia la realtà e capirne il funzionamento, come invece hanno fatto a più riprese movimenti politici storici e anche attuali rivendicando una prospettiva di convivenza su basi egualitarie. Un discorso simile si può fare per la trasformazione della cultura in armi per l’affermazione di un sé decolonizzato ma alla prova dei fatti puramente simbolico – una tendenza molto evidente nelle discussioni sull’appropriazione culturale come sui due fronti della guerra russo-ucraina, di cui un esempio è la battaglia combattuta dall’Ucraina per rivendicare la propria paternità nazionale su prodotti gastronomici come il boršč. La tendenza, tra l’altro, venne criticata già negli anni Ottanta dall’economista Samir Amin che rispose polemicamente alla tesi orientalistica di Edward Said facendo notare come la lotta culturale possa essere uno strumento e non il centro della contestazione al colonialismo, essendo questo un fatto prima di tutto concreto e materiale. > L’affermarsi del nazionalismo – e della sua versione (apparentemente) > progressista, l’identitarismo – ha finito per relegare l’intera lotta al > colonialismo all’ambito tipicamente occidentale e liberale della dimensione > individuale, togliendole ogni carica rivoluzionaria. Quello che manca, in definitiva, è un indirizzo ideologico reale che guidi i movimenti di liberazione, ormai incapaci di immaginare una forma alternativa della realtà, con il risultato di liberarsi dai vecchi padroni solo per finire nelle grinfie dei nuovi. Si tratta, con ogni evidenza, di prospettive prive di ogni riflessione materialista che finiscono in definitiva per farci cadere nel “tribalismo geopolitico”, tutto interno a una visione del mondo liberale e ossessionata dall’autorappresentazione. Quello che resta non è che un discorso politico che, nella dialettica delle idee, non si allontana tutto sommato più di tanto dal razzismo delle destre estreme europee, ugualmente ossessionate dal concetto di autoctonia. Alcune derive particolarmente grottesche, come il campismo più cinico e volgare di chi, di volta in volta, ha sostenuto la Russia, l’Iran e persino l’ISIS come avversari dell’imperialismo occidentale o la legittimazione delle violenze sessuali nelle banlieue sempre nel nome della decolonializzazione, sono lì a dimostrarlo. Non a caso, lo stesso Frantz Fanon, più citato che letto, mise in guardia su come il colonizzato potesse diventare emulo del colonizzatore se la sua lotta si fosse tradotta in una mera reazione negativa priva di slancio umanitario e cosmopolita. Oggi, però, sembra che un elemento estraneo sia destinato a restare tale e che la convivenza non sia possibile se non con il proprio simile sulla base delle sue presunte origini. Presunte, chiaramente, perché ogni nazione contemporanea è a sua volta stata il prodotto di scambi, incontri e mescolanze, violenti o pacifici, che hanno forgiato il volto del mondo come lo conosciamo oggi, rendendo inutili categorie come quella di “autoctono” o “nativo” – un dibattito che, oltretutto, si estende persino alla nostra percezione della natura. Va ovviamente da sé che il dibattito vari di contesto in contesto e che determinate comunità abbiano il ragionevole diritto di esprimersi con più rabbia che voglia di compromesso. Nell’Italia contemporanea, per esempio, l’idea di una società multiculturale sembra essere eufemisticamente poco popolare e il meticciato non esiste come visione politica se non in termini complottisti e negativi – ricordiamo in questo senso gli ancora popolari deliri di Oriana Fallaci sull’Eurabia. D’altra parte, in Paesi con una maggiore presenza migratoria e proiezione internazionale postcoloniale come la Francia, le cose stanno diversamente: con buona pace di Dario Fabbri, il partito di sinistra La France Insoumise ha infatti rivendicato con sempre più forza l’affermazione di una “Nuova Francia” esplicitamente creola e che rifiuti il proprio carattere nazionale. Non si tratta di una visione utopica del futuro ma di una realtà che già esiste da tempo, come dimostrano la stessa storia francese o in una prospettiva globale anche i mondiali di calcio conclusisi questa estate, fortemente determinati dall’influenza delle diaspore. Non si tratta nemmeno di insegnare ai popoli oppressi come condurre le proprie lotte di liberazione, ma di ricordare che loro stessi hanno offerto i progetti più alti e raffinati per una società che superasse storture istituzionali vecchie come la Guerra dei trent’anni e puntualmente utilizzate per la perpetuata affermazione di sistemi oppressivi. Si tratta di un sentiero scivoloso e sul quale è molto difficile muoversi senza inciampare nel puro nazionalismo o in un atteggiamento da “salvatore bianco” (come è accaduto in un dibattito sulle isole Falkland/Malvinas tra due editor dell’edizione statunitense e latinoamericana della rivista Jacobin), ma non per questo impossibile. > Quello che manca oggi è un indirizzo ideologico reale e materialista che > conduca i movimenti di liberazione fuori dal “tribalismo geopolitico”. Lo ha ribadito, nel suo testo significativamente intitolato Against Decolonisation, anche il filosofo Olúfẹ́mi Táíwò, contestando l’idea di una prospettiva decoloniale come ricerca di una purezza culturale in definitiva vuota e razzista. Lo si è fatto in numerose esperienze politiche rivoluzionarie latinoamericane, da Simón Bolívar a Evo Morales, e persino in alcuni regimi simil-fascisti della regione come in quello brasiliano di Getúlio Vargas. E lo si è tentato nel progetto dell’Eurafrica, un sogno colonialista radicalmente trasformato di significato proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne la vittima e che, nel suo naufragio, ha lasciato dietro un vuoto dalle conseguenze distruttive. In un certo senso, sta qui la vera vittoria dell’esperienza colonialista europea: aver esteso anche a chi la contestava il proprio modo di vedere il mondo. L'articolo Eurafrica proviene da Il Tascabile.
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A69: l’autostrada della discordia
L a prima volta che ho notato il nome Pierre Fabre non è stato su un cartellone pubblicitario o su un titolo di giornale, ma sul bordo di un lavandino. Era nella casa dei miei zii di Lione, sul tubetto di un dentifricio. Stava lì, con una grossa impronta nel mezzo, e la scritta Laboratoire Pierre Fabre sbiadita dall’uso. Perciò, quando anni dopo mi sono ritrovata a leggere del coinvolgimento della Pierre Fabre nella costruzione di un’autostrada molto contestata nella regione di Castres, non ho potuto non provare un distratto senso di familiarità. Nelle case francesi, Pierre Fabre potrebbe essere ovunque e da nessuna parte, considerato appena eppure ben conosciuto. L’imprenditore da cui prende il nome la casa farmaceutica è infatti un volto noto per la Francia, Pierre Jacques Louis Fabre ha aperto il suo primo laboratorio nel 1961 e ha un curriculum abbastanza tipico della grande imprenditoria di quegli anni: un impero in crescita, la proprietà temporanea di un club di Rugby e un’attività di beneficenza. Magnate, mecenate e filantropo. Nel 1999 l’imprenditore ha infatti prestato il proprio nome a un’altra entità, la Fondation Pierre Fabre il cui scopo è la diffusione di medicine di qualità nei Paesi del Sud del mondo. Non sembra perciò così assurdo immaginare in che modo il desiderio di Fabre di lasciare il proprio nome inciso nella storia possa essere stato solleticato dall’idea di estenderlo a un’opera infrastrutturale, qualcosa di monumentale e tangibile come quella di un’autostrada. L’occasione si è presentata negli anni Novanta, quando la posizione dell’azienda era già più che salda nell’imprenditoria francese, con il completamento della A680. Fabre ha quindi proposto la costruzione di un altro tratto autostradale di circa 53 km che connettesse Tolosa e Castres, collegando direttamente la A680 alla A68, la A69. Un nuovo raccordo autostradale, quindi, che prevede la conversione di parte di una strada nazionale (la N126) in una a pedaggio e che avrebbe come beneficio stimato la capacità di ottimizzare di un quarto d’ora il percorso. Quindi, velocizzare l’arrivo agli stabilimenti Fabre della zona. Per trasformare l’idea in realtà, l’iter progettuale di Fabre si è concentrato sin dall’inizio su un’intensa campagna lobbistica, sfruttando le proprie conoscenze nell’alta politica francese. Così, quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica della Francia, diventando oggetto di un dibattito che, più di tutto, sembra aver confermato il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in particolare, più che un reale interesse nella A69. Tant’è che nel 2010, sotto la presidenza Sarkozy, è arrivata la concessione ufficiale a firma dell’allora ministro per l’Ecologia Jean-Louis Borloo, su intercessione dello stesso primo ministro François Fillon. Addirittura, dopo la morte di Fabre, nel 2013, il presidente François Hollande ha espresso rammarico per la mancata ultimazione dei lavori. A suo dire, la A69 avrebbe già dovuto essere inaugurata. Completata prima che il suo ideatore morisse. I lavori, infatti, hanno incontrato sin dall’inizio ostacoli difficilmente sormontabili e che, ancora oggi, non hanno permesso che la A69 superasse lo stadio di cantiere. Autorizzazione e delibere, infatti, sono state valutate e concesse senza tener conto di un elemento cruciale, ovvero la volontà degli abitanti della zona. Dalla loro prospettiva, ad esempio, anche il guadagno temporale ha un risvolto insostenibile proprio perché, oltre a prevedere un pedaggio pari a 17 euro, sembrerebbe riguardare non tanto le singole persone cittadine, né tantomeno quelle che lavorano negli stabilimenti, quanto piuttosto i trasporti industriali da e per gli stabilimenti. > Quei 53 km di raccordo sono entrati nell’agenda politica di Francia, > confermando il supporto all’imprenditoria in generale, e a Fabre in > particolare, più che un reale interesse nella A69. Lo scontento locale non si limita alla singola spesa, ma all’impatto complessivo della costruzione: eppure, non ha trovato riverbero nelle autorità politiche che, anzi, nel 2018, già nel mandato presidenziale di Emmanuel Macron, hanno dichiarato l’autostrada un progetto di pubblica utilità per poi aprire la gara d’appalto. Il bando è stato aggiudicato a NGE group, che ha creato la società Atosca per portare a compimento questo specifico progetto, il cui costo complessivo è stato stimato in circa 450 milioni di euro, di cui 23 in fondi pubblici. Il piano di lavoro, però, per quanto apparecchiato, è ancora in stallo. Diverse associazioni, tra cui Les amis de la Terre, France nature environnement, Extinction rébellion France, sono intervenute e altre si sono formate, come il Collectif a69-Non à l’autoroute!, per denunciare l’impatto ambientale del progetto e difendere il territorio. Uno degli effetti immediati della costruzione, infatti, prevede la deforestazione di circa 400 ettari di foresta che, oltre a essere una perdita immediata in termini di salute ambientale, costituiscono ‒ come tutto l’ambiente intorno al cantiere ‒ l’habitat di circa 157 specie di animali non umani, di cui 23 protette, che saranno, inevitabilmente, a rischio. L’abbattimento preventivato di circa 200-260 alberi e la distruzione di circa 22 zone umide comportano serie modificazioni idrogeologiche, tali per cui la compensazione promessa risulta poco credibile ed efficace, in quanto non in grado, in effetti, di restituire la complessità di un ecosistema che risulterebbe fisicamente rimosso. Nel 2023 lo sciopero della fame ‒ e poi della sete ‒, durato complessivamente 39 giorni indetto da Thomas Brail del National Tree Surveillance Group e da altre persone attiviste che avevano occupato gli alberi per evitarne l’abbattimento, culminato con l’ospedalizzazione di Brail, ha portato a una sospensione effettiva dell’ordine di abbattimento. Ma non solo: la presenza massiccia di gruppi ambientalisti, come Soulèvements de la Terre, ha permesso un lavoro che, partendo dalle proteste è potuto intervenire a più livelli, compresi quelli istituzionali, con la presentazione di ricorsi e richieste formali di sospensione dei lavori. L’eco generata dal gesto di Brail e delle altre persone scioperanti aveva interessato i media nazionali, portando alla ribalta le proteste e i motivi per cui si sono rese necessarie. Al punto che, sempre nel 2023, le motivazioni delle autorità a favore della costruzione della A69 sono state addirittura soppesate da 1500 scienziati, tra cui alcuni membri dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che con un articolo apparso su L’obs si sono schierati a favore dei gruppi in protesta definendo l’A69 “uno di quei progetti che devono essere abbandonati”.   (fot. Saverio Nichetti) Infatti, i guadagni promessi sono piuttosto aleatori. In primo luogo; la A69 non rappresenta un valido modello per ridurre il traffico e quindi le emissioni, proprio perché incentiva il trasporto privato a discapito di quello pubblico. Secondariamente, sempre secondo le analisi presentate nell’articolo, la strada viene definita come “un progetto socialmente ingiusto”, in quanto andrebbe a costituire la seconda autostrada più costosa di Francia. Infine, gli scienziati hanno fatto presente che il disboscamento con successiva compensazione non può essere considerato un modello valido. La piantumazione di alberi giovani in un altro ambiente non è materialmente in grado di compensare per l’equilibrio ambientale generato da una foresta di alberi adulti, ma soprattutto, per la capacità degli ambienti selvatici di preservare la biodiversità di un territorio. Ma non solo: l’autorità ambientale e il CNPN (Conseil National de Protection de la Nature) hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica. Nonostante le obiezioni scientifiche e l’opposizione crescente, la repressione non è arretrata, anzi. > L’autostrada sarebbe la seconda più costosa in Francia, definita per questo > “un progetto socialmente ingiusto”. Ma non solo: l’autorità ambientale e il > CNPN hanno dichiarato il progetto ampiamente incompatibile con gli obiettivi > della Francia in materia di emissioni e neutralità climatica. Lo scorso anno, ad esempio, gli scontri sono stati prolungati e mal incassati dalla polizia antisommossa francese, il CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité), che si è trovato con qualche camionetta in fiamme, nonostante l’impiego ingente della forza bruta. Quest’anno, per evitare lo scontro ravvicinato e diretto con le persone manifestanti, oltre allo schieramento massiccio di agenti, con annessi controlli e perquisizioni costanti in tutta la zona limitrofa al campeggio, le forze dell’ordine francesi hanno utilizzato metodi di repressione della folla a lungo raggio con un’assiduità che ha trasformato la marcia, la turbo teuf, in una resistenza a un assedio. La manifestazione è stata dapprima circondata su tre lati, per poi essere colpita da una pioggia di dissuasori urticanti, irritanti e da shock, e infine attaccata alle spalle, passando proprio dal bosco che costituiva l’unico spazio non occupato dalle forze dell’ordine. L’impiego di lacrimogeni e granate stordenti si è protratto per diverse ore, rendendo l’aria più che irrespirabile persino nei giorni successivi e lasciando uno strascico che avrà, inevitabilmente, effetti sulla fauna che abita i boschi limitrofi agli scontri. Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. Eppure, nemmeno il parere degli esperti sembra poter essere decisivo. Il via libera ai lavori era rimasto in essere fino alle proteste del 2024, dopo le quali era stato preso in esame. In particolare, il 27 febbraio di quest’anno, il Tribunale amministrativo di Tolosa ne ha annullato l’autorizzazione esprimendosi in merito al ricorso presentato dalle associazioni ambientaliste e ritenendo che i benefici del progetto fossero insufficienti rispetto ai danni ambientali prospettati. Il governo francese si è quindi trovato a rilanciare un appello sostenendo con forza la presenza di un interesse nazionale di forza maggiore ‒ lo stesso contestato dai 1500 scienziati su L’obs ‒ e sostenendo che l’annullamento definitivo dei lavori avrebbe potuto compromettere future implementazioni della rete infrastrutturale francese. Quindi, il 28 maggio, lo stesso tribunale amministrativo ha concesso una “sursis à exécution”, cioè una sospensione dell’esecuzione della sentenza. Il Tribunale ha convenuto sul fatto che l’interesse di forza maggiore sia sufficiente a ripristinare le concessioni ambientali annullate, permettendo, di fatto, la ripresa dei lavori. Le pressioni governative hanno quindi avuto la meglio, al momento, sulle valutazioni territoriali. L’opposizione, però rimane forte. La zona contesa, infatti, è una ZAD (Zone Á Défendre), e cioè una zona in cui agiscono persone contrarie alla devastazione ambientale provocata dai grandi progetti infrastrutturali e dai loro cantieri. Il nome deriva dall’acronimo usato in campo edile per designare un cantiere: Zone d’aménagement différée, letteralmente zona di sfruttamento differita. Il termine è stato quindi ripreso e rivendicato da gruppi di persone attiviste ‒ dette zadiste ‒ il cui obiettivo è reclamare territori e spazi sottraendoli alla speculazione economica e risparmiando loro il danno ambientale, sociale e politico. Le ZAD non hanno come unico scopo la preservazione dell’ambiente, ma anche la rivendicazione dell’umanità come parte integrante di questa natura. La tradizione delle Zone difese in Francia è molto lunga, sintomo di una lotta ecologista profondamente radicata nel territorio, ma anche nel futuro. La ZAD più celebre è quella che, nel 2018, ha impedito la costruzione dell’aeroporto di Notre-Dame-des-Landes nei pressi di Nantes, riuscendo a preservare circa 1650 ettari di foresta. Lo slogan che nel 2018 ha accompagnato manifestazioni e azioni rimane tuttora presente nelle varie zone di mobilitazione, dai megabassines all’A69, arrivando fino alla resistenza No TAV in Valsusa: “Siamo la natura che si difende”. La ZAD di Nantes, è stata molto più che un luogo di resistenza alla devastazione. Sin dall’inizio si è caratterizzata per la sua volontà trasformativa. La ZAD, infatti è più di tutto un luogo di comunità. A Nantes, l’occupazione ha permesso di creare coesistenze alternative, inframmezzate e aggredite dagli sgomberi della gendarmerie. In particolare, nel 2012 è stata colpita dall’operazione Cesar, la più grande mobilitazione poliziesca dal 1968, a cui la comunità ha risposto con una presenza di 40.000 volontari impegnati per ricostruire le abitazioni e i luoghi condivisi. La tradizione della ZAD guarda molto più avanti rispetto alla singola emergenza, per quanto drammatica, cercando di renderla uno spazio per costruire un’alternativa. > Un aumento della tensione e del tentativo di reprimere le proteste, resosi > necessario per l’efficacia delle proteste stesse e per la validità delle > rivendicazioni supportate dalle autorità scientifiche. E infatti, quale che sia la mobilitazione, negli spazi condivisi ‒ temporanei o meno ‒ si respira un’aria totalmente diversa. Prima di tutto, la volontà di essere spazi di convivenza sicuri per chi li attraversa. Il che avviene sì con appositi servizi dedicati e una continua opera di informazione ‒ non è insolito trovare cartelli che spiegano cosa sia il consenso, e, soprattutto cosa significa estorcerlo ‒ ma più di tutto con una cultura interna estremamente ricettiva che unisce l’ascolto di chi attraversa la ZAD alla necessità che sia consapevole che comportamenti coerenti con il modello oppressivo esterno non sono benaccetti. Un esempio banale ma non troppo: durante le grandi mobilitazioni estive, chi organizza si premura di fornire un servizio pasto che garantisca alle persone la possibilità di mangiare ed essere in forze prima delle lunghe manifestazioni. I pasti serviti sono semplici, poveri, a offerta libera. Negli ultimi due anni, poi, le cucine hanno sempre proposto cibo vegano e senza glutine rendendo più facile per le persone che prendevano parte alle manifestazioni accedervi e avere la certezza che non sarebbero rimaste per ore sotto il sole a stomaco vuoto. Elementi di cura collettiva, questi, che si sommano creando una dimensione antitetica rispetto a quella esterna, informata dall’attuale stadio del capitalismo in cui tutto è merce e consumo, dissenso compreso. (fot. Martina Micciché). Quindi, oltre a essere una zona occupata per evitare che grandi opere infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la costruzione di una comunità. La ZAD A69 si inserisce in questa cornice. Infatti, la rivendicazione sul territorio non riguarda solo qualcosa di misurabile, come la metratura di foresta che verrebbe irrimediabilmente distrutta, ma anche qualcosa di più inafferrabile: l’idea per un modo diverso di vivere e convivere. Nelle ZAD si propone qualcosa di diverso, di nuovo e antico insieme, che parte dalla collettività. Essere parte della natura, significa anche questo: inserirsi in un ambiente come parte dello stesso e non come proprietari occupanti. Una prospettiva ben diversa da quella che, normalmente, disciplina i rapporti tra umanità e ambiente solitamente incentrati sull’utile e l’uso. Disporre di ciò su cui si può imporre un diritto di proprietà, ad esempio acquistando un terreno, in maniera arbitraria e individualistica genera inevitabilmente un incremento del danno ambientale proprio perché, in prima istanza, l’ambiente diventa un oggetto inerte, un bene. Una volta depauperato della sua identità, svuotato della sua complessità e rimosse tutte le soggettività, umane e non, che vi entrano in relazione per vivere ‒ e, magari, vivervi bene ‒, questo territorio viene plasmato dalla tendenza alloplastica delle relazioni economiche che intervengono strutturalmente su tutto ciò in cui vengono intessute per metterlo a reddito. E quindi, una ZAD ne costituisce il contrappunto. Un rigetto del dogma produttivo e dell’interesse speculativo dei singoli a favore di un approccio alla terra più ampio, comunitario e non solo. Perché non si tratta solo di preservare un territorio e di costruirci benessere per chi vi è immediatamente prossimo, ma anche di creare delle reali alternative che diano garanzie a chi è lontano e a chi verrà dopo. Una ZAD potrebbe sorgere ovunque, contro il progetto di un traforo, di un’autostrada o di un allevamento intensivo. Ciò che la caratterizza e la rende possibile è la presenza di una comunità attiva, interna ed esterna al territorio: cooperativa ed attenta alle reali esigenze di chi abita e attraversa quei luoghi. Ecco perché non è raro che anche chi non partecipa direttamente alle mobilitazioni si renda in qualche modo utile. Lo scorso anno, a La Rochelle, gli abitanti della città che avevano case al pianterreno hanno aperto i cancelli alle oltre 20.000 persone manifestanti, per garantire loro la possibilità di riempire le borracce, sciacquare le ferite o ripulirsi dalle sostanze urticanti. La ZAD si propaga anche così, di casa in casa. Diventando memoria organica del fatto che la terra è vita, comunità e memoria. E forse, è proprio questo che spaventa di più. > La zona contesa, oltre ad essere occupata per evitare che grandi opere > infrastrutturali devastino l’ambiente, è anche il punto di partenza per la > costruzione di una comunità. Il passaggio dagli scaffali alla casa è ciò che traghetta la produzione nella normalità, i grandi nomi nelle dispense e nei cassetti, appesi negli armadi o dimenticati in giro. Etichette. Familiari in modo sinistro, amichevoli in modo impensato. I nomi del consumo sono ovunque, ciò che vi si nasconde dietro, per qualche motivo invece no. Rimane impigliato alle pieghe della routine, esterno. Appeso ai luoghi della devastazione, incernierato nella terra divelta, inciso sui tronchi degli alberi morti, passa sopra i cadaveri degli animali intossicati dai miasmi, disidratati dalla siccità, scardinati dalle tane dalle benne delle ruspe. Inciso nella memoria di chi ricorda che lì, proprio lì, stava un bosco. La traccia indelebile lasciata da certi nomi, la devastazione, su quel lavandino, non arriva. Là dove Pierre Fabre sembra semplicemente una firma, non certo la presa di un’industria e di un industriale su un territorio. L'articolo A69: l’autostrada della discordia proviene da Il Tascabile.
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