Mentre in Italia si consuma la guerra degli spioni a colpi di dossieraggi (veri
o presunti), spyware usati illegalmente contro i giornalisti e forse anche
contro i magistrati, incombe il “bazooka” della Presidente Colosimo in
Antimafia: la relazione sulla vicenda Striano.
La relazione può essere analizzata almeno su due piani distinti: la valutazione
dei fatti oggetto dell’inchiesta penale prospettata dagli estensori della bozza
e la valutazione dell’inchiesta penale in se stessa, proposta dai medesimi
estensori, inchiesta che oggi si trova ancora in una fase embrionale, avendo
prodotto “soltanto” l’avviso di conclusione indagini (siamo ancora lontani dal
rinvio a giudizio insomma).
Sui “fatti” oggetto dell’inchiesta il giudizio della presidente Colosimo è
ovviamente feroce (ma la destra non era “garantista”?): la provvidenziale
denuncia fatta dall’amico-ministro Guido Crosetto il 2 novembre (data di per sé
evocativa) avrebbe scoperchiato un “verminaio” composto di ladri di informazioni
riservate (Striano), complici a far da “palo” perché nessuno disturbasse il
furto sistematico e prolungato nel tempo (vedi alla voce: Laudati, magistrato in
DNAA di riferimento per Striano; Russo, magistrato in DNAA responsabile sovra
ordinato a Laudati; Cafiero De Raho, capo della PNAA negli anni più caldi; i
vertici della Guardia di Finanza, Sirico e Zafarana… etc.) e “ricettatori”
instancabili ovvero i terribili giornalisti di Domani (Vergine, Tizian,
Trocchia) che, con la copertura della direzione del giornale, non si sarebbero
limitati a profittare del bottino, ma avrebbero commissionato furti mirati.
Il tutto sarebbe stato orchestrato ad uso di una gigantesca trama di potere
innominato: che sia l’eminenza rossa per antonomasia, Carlo De Benedetti, noto
avversario del sistema politico-affaristico riconducibile al compianto Silvio
Berlusconi? A tanto non arriva la relazione, che però si spinge a stigmatizzare
come “predatorio” il cosiddetto “giornalismo d’inchiesta” delle penne di Domani,
reo di voler cambiare la storia del Paese a colpi di notizie vere (!) e di
interesse generale (!), mentre tanto meglio farebbe se si limitasse a raccontare
la politica collezionando i comunicati stampa dei suoi intrepidi protagonisti.
Ma la relazione dà il meglio di sé nel colpire ad alzo zero il modo con il quale
l’inchiesta penale è stata fino a qui condotta, forse nella speranza di
impressionare al punto da spostare il corso futuro del dibattimento (se mai si
aprirà). D’altra parte l’indipendenza della magistratura rispetto al potere
politico non pare essere in cima ai valori di questa destra.
Ce n’è per tutti o quasi: la Procura di Roma che ricevendo la denuncia di
Crosetto avrebbe operato per neutralizzarne la portata avvertendo i principali
protagonisti del “preciso perimetro” dell’indagine e mettendo successivamente lo
Striano stesso nelle condizioni di far sparire le prove. La Procura di Perugia
che ricevendo da Roma (temporaneamente) il fascicolo avrebbe evitato di
“mordere” adeguatamente i colleghi sospettati di aver fatto da “palo” e cioè
Laudati, Russo (al quale la relazione dedica decine di pagine per evitare che se
ne possa pensare bene anche soltanto per sbaglio) e Cafiero De Raho. Soltanto un
magistrato scampa agli strali della Colosimo: l’attuale procuratore nazionale
anti mafia ed anti terrorismo Giovanni Melillo, al quale si riconosce di aver
chiuso la stalla, appena accortosi della debolezza del recinto.
Il rammarico della presidente Colosimo per questo presunto disastro
investigativo quanto meno colposo sembra alludere proprio al mancato colpo
mortale alla “trama di potere” innominata, con lo Striano che da
“detonatore-designato” sarebbe stato ridotto dalla reazione difensiva del
sistema a “capro-espiatorio” spelacchiato.
E così torno alla domanda di partenza: chi è la “gola profonda” che ha
incastrato Pasquale Striano? La bozza di relazione stessa infatti non tace
quello che definisce un “salto logico” nei primi atti investigativi: il
ventaglio di persone sospettabili di essere “ladre” di informazioni comprendeva
almeno venti agenti, ma in pochi giorni il nome su cui si concentra l’indagine è
quello di Pasquale Striano, che a sua volta conduce a Vergine, Trocchia, Tizian.
Fortuna? Oppure qualcuno aveva deciso di rimescolare un’ultima volta le carte
nel mazzo del potere italiano: un investigatore invidioso della brillante
carriera di Striano o un collega rosicante per il successo delle nuove leve del
giornalismo d’inchiesta?
Ci vorrà molta pazienza per venirne a capo, non potendo contare nemmeno sul
fascino di Jessica Rabbit.
L'articolo Il ‘bazooka’ di Colosimo si abbatte sul caso Striano: ce n’è per
tutti o quasi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Dossieraggio
Per quale motivo sono stati rubati a Gian Gaetano Bellavia più di un milione di
file dal suo archivio? E i file, una volta rubati, sono stati poi rivenduti? E a
chi? C’è stato un mandante che ha commissionato il furto prima che avvenisse?
Esiste un secondo procedimento penale contro ignoti per ricettazione? Le
indagini ancora in corso – i cui atti digitalizzati sono stati trafugati –
verranno interrotte e archiviate?
Quanto accaduto fino a fine settembre 2024 e denunciato dallo stesso Bellavia e
dalla sua socia Fulvia Ferradini è molto grave: atti e documenti di inchieste
molto delicate trafugati dai server dello studio. Le domande in apertura sono
quelle più logiche, eppure in alcuni organi di stampa e in diversi interventi di
parlamentari sono comparse domande di ben altra natura. Domande che, nonostante
il punto interrogativo finale, si trasformano facilmente in insinuazioni spesso
diffamatorie nei confronti dello stesso Bellavia. Ed ecco che non posso non
formulare la settima domanda: come mai? Come mai Gian Gaetano Bellavia passa in
un battibaleno da parte lesa ad essere “il sospettato”?
Bellavia, 71 anni, dottore commercialista, revisore dei conti e consulente
tecnico dell’Autorità Giudiziaria, in una recente intervista al Giornale, uno
degli organi di stampa più aggressivi nei suoi confronti, dichiara di aver
lavorato per 15 distretti giudiziari diversi. “Ho fornito consulenze alle
Procure e ai Tribunali di tutt’Italia, da Varese a Palermo, da Genova a Ancona.
E guardi che non ero io che mi proponevo. Erano i magistrati che mi cercavano. E
sa cosa potevo rispondere io ai magistrati? Potevo solo dire di sì. Fornire la
consulenza era ed è un obbligo per il professionista che viene convocato. Un
obbligo per me commercialista, un obbligo per il medico, per il genetista, per
il fisico. Sei precettato.”
La gravità dei fatti è immediatamente intuibile. Quei file contengono
informazioni e documenti riservati che possono facilmente diventare merce di
ricatto.
La notizia che il Pubblico Ministero ha disposto il rinvio a giudizio con
citazione diretta nei confronti della ex collaboratrice dello studio del
commercialista, indicata nella denuncia di furto depositata dallo stesso
Bellavia, compare sei mesi dopo, pubblicata sul Corriere della Sera il 2 gennaio
scorso a firma Luigi Ferrarella, che ci torna l’8 e il 10 gennaio. Un’ultima
nota del Corriere è del 14 gennaio scorso.
Dopo il 2 si scatenano, contro Bellavia, Il Giornale e Libero. Che, tra le altre
argomentazioni, danno molto spazio alle domande di Maurizio Gasparri, capogruppo
di Forza Italia al Senato, che si sono trasformate in interrogazione al Ministro
dell’Interno: “di che documenti disponeva Bellavia? Essendo consulente della
procura probabilmente anche di materiale riservato. Questo materiale è stato
indebitamente utilizzato per inchieste televisive? Siamo di fronte a un nuovo
caso di dossieraggio? Qual è il confine tra Report, trasmissione del servizio
pubblico, le inquietanti attività di Gian Gaetano Bellavia, il furto che lui
denuncia di questi documenti molto delicati da parte di una sua collaboratrice
con la quale ha interrotto i rapporti? E quali sono i legami con la Procura di
Milano o altre procure?”. Penso che la risposta all’ottava domanda sia la più
facile: Bellavia passa dalla parte del colpevole perché l’obiettivo è quello di
attaccare Report che lo utilizza come consulente.
Capite la rocambolesca situazione che si è creata da quando Ferrarella ha
pubblicato la notizia? Notizia che, successivamente viene alimentata anche da un
“giallo”. Così lo definisce Ferrarella: chi e come abbia potuto riversare negli
atti della Procura, “senza tracciamento”, il documento cartaceo “poi
digitalizzato e indicizzato dalla cancelleria”, composto da 36 pagine e in cui
sono elencati nomi di persone a cui sarebbero stati trafugati i dati.
Ed ecco la stoccata finale: “Quello di Bellavia, almeno per ora, non è stato
ufficialmente classificato come dossieraggio. Ma di certo, gran parte di quei
dati ‘ultrasensibili’ raccolti tra i molti anni da consulente dei magistrati e
la sua attività da commercialista dovevano essere distrutti, a norma di legge, e
non rimanere negli archivi digitali di Bellavia”.
In realtà, qualsiasi professionista che svolge un’attività come Consulente
Tecnico del Tribunale (Ctu) riconsegna gli atti e a lui rimane tutto quello che
ha utilizzato per redigere la propria opera intellettuale con gli allegati
necessari a spiegarle. E comunque, qualunque sia la pratica, è obbligato a
tenere i documenti per almeno dieci anni, dopodiché può distruggerli
(attenzione: può, non deve).
Corriamo il serio rischio, una volta terminata la cortina fumogena, che la
vicenda giudiziaria finisca senza che ci siano risposte alle prime sette
domande.
L'articolo Caso Bellavia: perché il consulente derubato viene ora trattato da
sospettato? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per Enrico Pazzali è semplicemente questione di semantica, per la Procura e per
il co-indagato Samuele Calamucci invece alcune frasi intercettate o tratte dalle
analisi delle chat indicano una chiara consapevolezza dell’ex presidente della
Fondazione Fiera Milano dell’utilizzo dei dati riservati del Viminale da parte
della squadretta di Equalize. Del resto sono tanti e diversi i buchi o le
spiegazioni ritenute inverosimili dai pm che l’ex manager pubblico mette a
verbale durante dieci ore di confronto serrato con Calamucci. Entrambi sono
indagati per associazione a delinquere finalizzata all’accesso abusivo a sistemi
informatici. Dai “report impropri” alle “fonti chiuse” e “informazioni
manipolate”, dalle decine di dossier “alla cortese attenzione del dottor
Pazzali” fino al tracciamento dei cellulari, l’esfiltrazione delle chat e la
volontà di Pazzali non solo di ricevere i report cartacei ma anche di “ripulire
i telefoni”. Li vedremo.
Sopra tutto però resta un dato inedito: Pazzali non è certo il solo destinatario
finale di quei report ritenuti illeciti. Perché se Calamucci e l’ex poliziotto
Carmine Gallo in fondo giocavano a centrocampo recuperando dati e istruendo
report, Pazzali spesso faceva da cerniera tra il team di via Pattari e il
destinatario di quei dossier. Uno scenario ancora tutto da esplorare, ma dal
quale, al netto di un risiko impressionante di studi legali tra i più noti al
mondo, salta fuori ad esempio il nome di Attilio Fontana, il quale,
evidentemente ben consapevole dell’attività di dossieraggio dell’amico come
metterà a verbale l’ex ad di Trenord Giuseppe Biesuz, chiede un accertamento su
un soggetto che ha incontrato. Come il governatore, ad oggi non indagato, bussa
alla porta di Pazzali anche Fiorenzo Tagliabue, esponente di rilievo di
Comunione e liberazione, nonché lobbista di punta con la sua società di
comunicazione. Chi chiede di dossierare? Il manager Fabrizio Candoni, tra i
fondatori di Confindustria Russia il quale nel 2019 in una intervista al
Corriere spiegò che al famoso incontro all’hotel Metropol di Mosca per gestire
la presunta maxi tangente da girare alla Lega doveva andare anche Matteo
Salvini, lui sconsigliò il leader del Carroccio di presentarsi al tavolo con il
fedelissimo Gianluca Savoini e l’avvocato Gianluca Meranda. Tre anni dopo, nel
2022, Tagliabue scrive a Pazzali: “Enrico avrei bisogno di info su questo
signore, a chi mi rivolgo dei tuoi?”. Quindi gira il link dell’intervista di
Candoni. Poche ore dopo, Carmine Gallo già invia il report a Pazzali che lo
inoltra all’amico Tagliabue scrivendo: “Riservato non divulgabile”. Anche perché
su Candoni furono fatti accessi al database del Viminale. E in fondo si torna
sempre lì: all’accesso abusivo al database riservato del ministero dell’Interno.
Attività illegale di cui Pazzali nega di aver mai saputo.
DOSSIER IMPROPRI
Partiamo allora dai “report impropri”. Durante il confronto del 28 ottobre
inizia Calamucci citando una intercettazione in cui l’hacker, facendo
riferimento ai dati riservati, spiega che bisogna fare “pulizia nell’ufficio”. E
Pazzali dice rivolgendosi a Gallo: “Pulire? Anche l’aggiornamento dei telefoni,
secondo me bisogna fare (…). Un sacco di suoi messaggi, di suoi report che sono
impropri e anche quelli che ti chiedo, secondo me, me li devi dare cartacei”.
Calamucci poi davanti ai pm Francesco De Tommasi e Antonello Ardituro spiega:
“Qua stavi dicendo a Carmine che tutti i report impropri che tu hai chiesto e
che Carmine a volte ti mandava via WhatsApp, a volte ti consegnava, a volte te
li leggeva, forse qualche volta anche via mail, non li volevi più nel telefono e
li volevi stampati. Per quale motivo, ti dico io, per quale motivo?”. Poi
aggiunge: “I tuoi report non sono mai stati segnati da nessuna parte (…) i tuoi
devono sparire da tutti gli archivi, per quale motivo? Perché tu li reputi
impropri, impropri perché sai benissimo che ci sono informazioni di Sdi. Enrico,
tu gli Sdi ce li chiedevi, sapevi che cazzo combinavamo in Equalize”. A questo
punto interviene il pm della Direzione nazionale antimafia Ardituro: “Se i
report fossero su fonti aperte eccetera, non ci sarebbe bisogno di avere questa
preoccupazione”. Pazzali però dà un’altra lettura giocando, come detto, sul
termine improprio: “Perché erano lì da troppo tempo. Io avevo dei report di
Gallo dal 2019. In quella intercettazione stavamo parlando della conservazione
dei dati, i dati rilevati dai report che si facevano per analisi difensiva,
potevano essere tenuti fino a due anni, quindi il problema che io ponevo era
‘ragazzi, allora dobbiamo cancellarli’”. Interviene Ardituro: “Però impropri,
diciamo da un punto di vista lessicale non è da troppo tempo…”. Pazzali:
“Impropri può avere tante come si dice aggettivazioni. Se vogliamo essere
maliziosi, può essere quello che dite voi, che improprio vuol dire che non è un
report corretto, ma può essere il fatto che non rispetta delle regole, e le
regole anche temporali”. Insomma la lettura che danno i pm per Pazzali è
“maliziosa”, mentre per Ardituro “il report improprio, l’affermazione per cui
lui diciamo dice che stavano da parte e il senso complessivo sembra andare nella
direzione di una consapevolezza”.
FONTI CHIUSE
Dopo i “report impropri”, Enrico Pazzali parla in chat con il generale della
Guardia di Finanza Cosimo Di Gesù e a proposito del dossier Eni, consegnato a Di
Gesù che lo visionerà, fa riferimento a “fonti chiuse”. Ora per inciso, quel
report, che si rivelerà avere anche informazioni Sdi, Pazzali lo consegna a Di
Gesù con una chiavetta. Il finanziere lo legge e lo ritiene scarno di novità e
anzi appiattito sull’audit di Eni. Il 24 settembre 2021 Di Gesù scrive a
Pazzali: “Finito quel lavoretto?”. L’ex manager pubblico: “Lo consegno a inizio
ottobre, ma qualcosa sta emergendo, mi devi assumere!”. Il 5 novembre, poi, dopo
aver ricevuto la chiavetta, Di Gesù scrive: “Ho appena iniziato a leggere”. Più
tardi: “Secondo me è una semplice rilettura di notizie note e reperibili. La
parte più ponderosa è tratta da un audit di Eni”. E qui Pazzali risponde: “Beh
non abbiamo fonti chiuse se non per interposta persona, vedi poi le analisi sui
conti please”. Di Gesù: “Nella chiavetta non c’è traccia dei conti”. Questo il
quadro. Torniamo allora al verbale di confronto. Pazzali dice la sua: “Per me le
fonti chiuse comunque accessibili erano quelle che noi andavamo a pagamento,
come Camera di Commercio, Cerved (…). Tra l’altro parlavo con un Generale della
Guardia di Finanza non è che gli vado a dire ‘guarda che vado a fare lo Sdi’”.
Calamucci: “Sono fonti aperte quelle. Sono liberamente accessibili alla Camera
di Commercio”. Essendo poi la frase “interposta persona” abbastanza scivolosa,
Pazzali la ritraduce in “intermediari”. L’hacker ribatte: “Le fonti chiuse
innanzitutto sapevamo benissimo che erano l’accesso allo Sdi”. Poi, torna su un
punto, e cioè quando Pazzali dice a Di Gesù di guardare i conti correnti:
“Quando tu hai visto i fermi della Guardia di Finanza che c’erano tutti i nomi,
Carmine t’ha fatto la lezione che erano tutti nomi di ‘ndranghetisti, quelle
informazioni lì non è che le abbiamo prese coi conti correnti senza fare
l’accesso abusivo, lo sapevi. Gli hai fatto capire che se andava nella parte dei
conti, dove c’era il riferimento alle informazioni che tu chiami ‘enquiry’ e che
sono riconducibili allo Sdi, avrebbe capito che il report aveva un altro valore.
Se noi copiavamo l’internal audit e ridavamo l’internal audit ad Eni non
c’avrebbe mai pagato quel popò di parcella”. Di più: la Procura ha trovato
decine di report nei vari telefoni sequestrati. Conferma Ardituro: “Noi abbiamo
trovato tantissimi di questi report che sono indirizzati cioè, c’è una scritta:
‘Alla cortese attenzione di Enrico Pazzali’. Ce ne sono tanti, tanti, tanti,
tanti”.
NOTIZIE MANIPOLATE
E così dopo “i report impropri”, “le fonti chiuse”, ecco le “informazioni
manipolate” che si legano all’idea di Pazzali di creare una società editoriale o
un centro di ricerca per poter stoccare e conservare i report. Un’idea che l’ex
presidente di Fondazione Fiera riconduce alla solita e legale “conservazione dei
dati” per un certo numero di anni, mentre per Calamucci “era un sistema che
stavamo mettendo in piedi per tenere in custodia tutti i dati che recuperavamo
attraverso le interrogazioni illecite dello Sdi”. Per Pazzali è tutto lecito,
per Calamucci no. E poi c’è Carmine Gallo che intercettato avverte Pazzali sul
fare una società editoriale, perché “guarda che è inutile che tu pensi a questa
possibilità perché poi si fa presto a fare due più due e si vede che queste
informazioni in realtà non provengono da fonti anonime di un giornalista, non
sono il frutto di un’attività di ricerca, di studio, eccetera, ma provengono
dalla società di cui sei il proprietario”. Per Gallo, poi, “l’importante è che
non riconducano il fatto che manipolate le informazioni (…). Capito? Così non ci
possono (…) perché può essere che manipoliamo un po’ di quelle informazioni, hai
capito? Quindi diventa un problema”. Pazzali sembra d’accordo: “No, è un tema, è
un tema, però dobbiamo pensare, oppure costituiamo un centro di ricerca, il
tempo ce l’abbiamo”. Sempre dal verbale del 28 ottobre il pm De Tommasi chiede:
“Quindi lei dice era solo una questione legata alla necessità di conservare
questi dati in maniera legale? Allora, se questo è vero, perché Gallo a un certo
punto la mette sull’avviso e si preoccupa di quelle che possono essere le
conseguenze di un’operazione di questo tipo? Cioè, se un’operazione di questo
tipo, come dice lei, doveva andare in una direzione di liceità, per quale motivo
Gallo si preoccupa?”. E ancora: “Con queste informazioni manipolate, cosa voleva
dire Gallo?”. Pazzali risponde piccato: “Ma lo chieda a Gallo!”. L’ex
poliziotto, come è noto, è morto il 9 marzo scorso per un infarto fulminante.
Non è finita. Le traballanti spiegazioni di Pazzali vengono puntualizzate dal pm
Ardituro: “Pazzali, mi scusi, state parlando voi, quando Gallo, quando uno dice
‘manipoliamo’, lei diciamo continua nella conversazione come se fosse una cosa
normale parlare di queste cose”.
IL TRACCIAMENTO DEI CELLULARI
Il pm della Dna sembra poi perdere la pazienza quando viene toccato l’argomento,
emerso dagli atti, sulla richiesta di Pazzali di tracciare alcuni cellulari. Il
dato è confermato dallo stesso Pazzali che però pur di ammettere il reato, dice
di non sapere che quello fosse un reato. Al ché Ardituro interviene: “Mi dica
una cosa, ma si può fare questa cosa?”. Pazzali: “Lui (Calamucci, ndr) l’ha
fatta, io non lo so. Prendo atto che (…) cioè, lui è un esperto”. Ardituro: “No,
Pazzali, lei non mi sta a sentire. È lecita? È lecito individuare la posizione
del cellulare di una terza persona? Secondo lei si può fare, è lecito cercare la
posizione del telefono?”. Pazzali come sempre si trincera dietro al “credevo che
quello che faceva Calamucci fosse lecito”. E qui il magistrato un po’ si
arrabbia: “Gliel’ho detto durante l’interrogatorio e glielo sto ripetendo,
faccio veramente fatica a ritenere che lei possa immaginare che io più tardi
possa chiedere a una qualsiasi persona di localizzare il suo cellulare, per
sapere se sta a casa, se sta in albergo, se sta in vacanza, se sta in Italia.
Cioè, lei davvero pensava che questa cosa fosse lecita? Nessuno si può
permettere, senza un provvedimento dell’Autorità, di andare a cercare la mia
posizione sul cellulare (…). Veramente mi meraviglia davvero che lei mi affermi
che ritiene lecito provare ad individuare la posizione del cellulare di una
persona estranea. Guardi, è talmente banale la cosa, che se io lo faccio con mia
moglie, con la mia compagna, una delle cose più comuni che ti vengono in mente
nella vita, non lo faccio, perché è un reato”. E che Pazzali fosse consapevole
della capacità del team di Equalize di esfiltrare le chat dai cellulari, secondo
la Procura, è dimostrato dal caso di Gabriele Pegoraro, l’hacker che su mandato
di Equalize intercetta decine di chat a soggetti, tra cui giornalisti, avversi a
Pazzali, quando era ad di Fiera Milano e poi quando sarà nominato presidente di
Fondazione. Pegoraro risulterà coinvolto in un fascicolo della Procura di Torino
per lo stesso tipo di reato. In quel frangente però si scoprirà che le chat
hackerate erano state inventate. Il punto viene posto dal pm De Tommasi: “Quando
Calamucci le spiega del procedimento penale pendente a Torino a carico di Di
Iulio e di Pegoraro, che erano stati anche perquisiti, le dice ‘sì, ma mi sa che
lì queste chat WhatsApp sono false’. E lei risponde, c’è l’intercettazione: ‘I
miei non erano inventati, vero?’, cioè gli chiede ‘i miei’, cioè quelli che lei
aveva chiesto a Gallo, il quale a sua volta s’era rivolto a Pegoraro Gabriele
con la consapevolezza da parte sua”. Pazzali afferma però di “non aver mai
incontrato Pegoraro”.
L’ULTIMO ADDENDUM E L’ENNESIMO BUCO
A porre, infine, la domanda che sintetizza tutte le contraddizioni di Enrico
Pazzali, è l’avvocato Paolo Simonetti che con Antonella Augimeri ha difeso
Carmine Gallo e continua a difendere Samuele Calamucci senza che nessuno, né la
Procura né altre difese, abbiano sollevato alcun conflitto della cui esistenza
invece farebbe intendere lo stesso Pazzali in una lunga intervista rilasciata a
Il Giornale domenica 9 novembre. Il punto qua è l’incontro che l’allora
presidente di Fondazione Fiera dovrà avere con Massimo Ferrari, general manager
di Webuild Italia Spa, società che aveva presentato un progetto per la
ristrutturazione dello stadio Giuseppe Meazza. Il 2 luglio 2024 Pazzali chiede a
Gallo un report su Ferrari. Il dossier viene estratto dalla piattaforma Beyond e
inviato. Poche ore dopo, Pazzali riceve da Gallo un file chiamato “addendum
Ferrari” che riporta un precedente poi archiviato a carico di Ferrari. Si tratta
di un acceso abusivo al database del Viminale. Tanto che le ricerche successive
mostrano un accesso alla banca dati interforze proprio con il nominativo Ferrari
e proprio il 2 luglio 2024. Accesso effettuato dall’indagato Giuliano Schiano,
maresciallo della Finanza in forza allora alla Dia di Lecce. Quindi la domanda
dell’avvocato Simonetti: “Gallo non aveva rapporti diretti con questo Ferrari né
con la Webuild, perché Gallo doveva correre il rischio di fare uno Sdi?”. E
questo potrebbe valere anche per gli accessi alla posizione del presidente del
Milan Paolo Scaroni e altri soggetti. Il pm Ardituro così tira le somme: “La
domanda dell’avvocato è la domanda che abbiamo fatto noi più volte, no? E’
sempre la stessa che torna per tutte le richieste che lei ha fatto per questioni
personali, non di clientela, la clientela abbiamo già detto è roba di soldi,
loro avevano interesse, più fatturato c’era, più faceva Mercury e quindi tutto a
posto. Però per le cose sue personali resta sempre questo iato”. Cioè una
frattura o anche un buco appunto.
L'articolo Inchiesta Equalize sugli spioni | Dai dossier “impropri” ai cellulari
tracciati: tutti i buchi nella versione di Pazzali, secondo i pm proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Non solo quella valanga di dati riservati acquisiti in modo illecito dal
database del Viminale. L’ex presidente della Fondazione Fiera di Milano, Enrico
Pazzali, oltre alla squadretta di Equalize, aveva altre fonti eccellenti dalle
quali acquisire informazioni sensibili come i precedenti penali e anche le
dinamiche interne a grandi società. Lo afferma in modo molto chiaro l’hacker
Samuele Calamucci, difeso dagli avvocati Antonella Augimeri a Paolo Simonetti,
nel suo interrogatorio dell’11 settembre scorso. Il verbale in parte omissato è
stato depositato dal pm Francesco De Tommasi assieme a parte delle copie forensi
sui dispositivi elettronici. Il dato, sul quale sono in corso verifiche, è di
grande rilevanza perché aprirebbe scenari fino ad ora inesplorati.
E così a pagina 43 Calamucci svela: “In alcune occasioni era lo stesso Pazzali a
informarci informazioni riservate”. A parte la ripetizione nella frase, il senso
appare chiaro, tanto che il pm esclama: “Ah, a passarvi informazioni riservate”.
Calamucci così inizia nel suo racconto inedito: “Ad esempio un incarico ricevuto
da Luca Cavicchi (…). Era un’azienda del Regno Unito che dava un incarico. Una
due-diligence. Che consisteva nel reperire informazioni reputazionali su due
dirigenti di Bip Consulting (non indagata e anzi nel ruolo di vittima, ndr),
famosa società di consulenza che ha un grande appalto con la Regione Lombardia.
Pazzali ci consegnò i dati riservati su alcuni dirigenti di questa società, le
prove di questo si trovano in una riunione svolta tra me, Pazzali e Carmine
Gallo”.
Quali dati riservati fossero, Calamucci lo spiega subito dopo: “Praticamente
(Pazzali, ndr) ci ha detto gli accordi che avrebbe fatto un certo signore di Bip
e ci ha fatto sapere che sarebbe uscito quando ancora non avevano fatto le
riunioni”. E ancora: “Che sarebbe uscito dalla compagine sociale, che già solo
quella era un’informazione che se finiva, diciamo, in mani sbagliate, tant’è
vero che l’abbiamo calmierata nel report, perché cambiava gli equilibri proprio
economici di tante aziende e poi ci ha dato dei precedenti, eh, di reputazione
che non so dove abbia preso, perché noi non riuscivamo a farli”. Precedenti
anche “su un altro di questi dirigenti di Bip”. Il pm chiede meglio: “Che
precedenti?”. Calamucci, come sempre, spiega: “Eh, precedenti che si trovano
allo Sdi (il database riservato del ministero dell’Interno, ndr), tipo questo ha
una condanna per questa cosa ma è stato beccato per spaccio”. Quindi, chiosa il
pm, “precedenti di polizia, ma in che forma ve li ha dati?”. Calamucci:
“Verbalmente. La mia richiesta è verbale a Pazzali, io gli faccio questa
richiesta, lui mi fa: ‘Tanto in settimana vedo uno dei miei contatti e poi ti
faccio sapere’. Io ho preso gli appunti, se c’è, dico, la videoregistrazione si
vede che lui mi detta queste cose, poi io le trascrivo all’interno della
protonmail. Antonio Rossi, Cavicchi montano il report e lo traduciamo in
inglese”. Alla fine, spiegherà Calamucci, la squadra di Equalize ingloba le
informazioni riservate procurate da Pazzali e non fa accesso allo Sdi “perché
erano persone in vista (…). Io ho detto: ‘L’unico che può sapere questa
informazione è Enrico perché sta in politica’, ma in realtà ci ha dato anche
delle informazioni in più. Trovate il report in inglese”.
Insomma, stando alle parole dell’hacker, che fin dall’inizio della sua
collaborazione è stato ritenuto credibile dai pm, emerge come Pazzali, oggi
indagato con Calamucci per associazione a delinquere finalizzata all’accesso
abusivo a sistemi informatici, avesse una rete parallela di informazioni
riservate in qualche modo legata ai suoi stretti rapporti con la politica e non
solo. Che sia amico di alti funzionari dei nostri servizi segreti lo ha ammesso
anche lui. Calamucci, però in questo verbale aggiunge una nuova pepita e cioè lo
scambio di informazioni con un vertice milanese dei servizi interni (Aisi).
“Quando Pazzali – dice Calamucci – parla con me e Carmine di un certo C., questo
lavora nei Servizi segreti, una persona con cui ci scambiavano opinioni e
informazioni (…). Eravamo (con l’agente segreto, ndr) a una cena di Fondazione
Fiera, era nel nostro tavolo, il tavolo Blitz dove partecipavamo io, C. e l’ex
Ceo di Vodafone”. Sul tema dei contatti riservati di Pazzali, Calamucci conclude
riferendo di un ex comandante del Ros di Milano, già in contatto con
Pierfrancesco Barletta, ex del Cda di Leonardo spa, che “condivideva le
informazioni”. Mentre rispetto alla fuga di notizie legata a un giornalista che
rivelò a Pazzali i contenuti delle indagini su Equalize un anno prima degli
arresti, lo stesso ex manager pubblico svela a Calmucci, lo mette l’hacker a
verbale, che la fonte del cronista fosse un ex capo del Dis, e cioè l’organo di
coordinamento di Aisi e Aise, i due servizi segreti italiani.
L'articolo Equalize, nei verbali di Calamucci la rete parallela di Enrico
Pazzali. “L’ex presidente di Fondazione Fiera passava informazioni riservate”
proviene da Il Fatto Quotidiano.