“Si dimetta“, “la Commissioni antimafia indaghi”, “la premier Meloni spieghi
subiti”. La notizia del Fatto Quotidiano riguardante il sottosegretario alla
Giustizia Delmastro ha provocato immediatamente la reazione di tutta
l’opposizione. Dal centrosinistra, infatti, arrivano le richieste di
chiarimenti. Pd e Alleanza Verdi e sinistra chiamano in causa direttamente
Giorgia Meloni: la vicenda, “se confermata, sarebbe gravissima e pone domande
inquietanti a cui la presidente del Consiglio e il ministro Nordio devono dare
immediata risposta”, dice la responsabile Giustizia dem Debora Serracchiani. Il
deputato di Avs Marco Grimaldi parla di “una vicenda inquietante che legherebbe
ambienti di Fratelli d’Italia a famiglie appartenenti alla mafia romana. Se i
fatti fossero confermati, sarebbero di una gravità inaudita. Nel mentre, la
presidente del Consiglio non ha nulla da dire?”, attacca. Il Movimento 5 stelle,
invece, annuncia di voler portare il caso in Commissione parlamentare Antimafia:
“Delmastro è un esponente del governo e non in un ministero qualsiasi ma alla
Giustizia, e ha già una condanna in primo grado per rivelazione del segreto
d’ufficio proprio di quel ministero, l’Italia pretende sue immediate spiegazioni
su questi presunti rapporti inaccettabili e incompatibili con qualsiasi ruolo
istituzionale. Ma noi non ci fermiamo qui: a breve avanzeremo una richiesta in
Antimafia affinché la commissione d’inchiesta chieda tutti gli atti e faccia
ogni approfondimento necessario”, affermano i parlamentari pentastellati delle
Commissioni Antimafia e Giustizia.
Posizione simile quella degli esponenti Pd nell’organismo parlamentare:
“Chiediamo alla presidente della Commissione Antimafia Colosimo di acquisire gli
atti sulla vicenda che riguarda esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, in
primis il sottosegretario alla Giustizia Delmastro Delle Vedove. Notizie di
stampa – si legge nella nota – hanno rivelato che questi esponenti politici di
primo piano in Piemonte gravitanti nell’area territoriale biellese, hanno dato
vita a una società che ha intrattenuto rapporti con esponenti della famiglia
Caroccia. Uno di questi – Mauro – condannato in via definitiva dalla Cassazione
per reati molto gravi con aggravante mafiosa, sarebbe stato a stretto contatto
con esponenti del clan mafioso Senese, tra i più pericolosi nell’area della
Capitale”. A dichiararlo sono stati Walter Verini, Giuseppe Provenzano, Enza
Rando, Debora Serracchiani, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco
Mirabelli, Valeria Valente membri del Gruppo PD in Commissione Antimafia.
“La società di cui faceva parte Delmastro – hanno proseguito gli esponenti dem –
avrebbe eletto il suo domicilio romano proprio presso un locale dei Caroccia. Si
tratta, come è evidente, di fatti molto gravi e inquietanti. Chiediamo, quindi,
che la Commissione Antimafia, anche nell’ambito del suo lavoro di indagine sulle
mafie nell’area romano-laziale, accenda un faro su questa vicenda e acquisisca
gli atti. Chiediamo anche l’audizione dello stesso Delmastro, la cui permanenza
a via Arenula in un ruolo così delicato, già da tempo gravemente inopportuna,
appare ora ancora più inaccettabile“.
Successivamente, il chiarimento fornito dal sottosegretario alla Giustizia non è
piaciuto più di tanto agli esponenti dem. “Un’altra toppa peggiore del buco: il
sottosegretario ci spiega che per ragioni etiche e morali si è tolto dalla
società dopo aver scoperto che era in società ‘con la figlia di‘. Ma davvero
pensa di poter prendere in giro tutti? ‘Il padre di’ quando lui ha fatto la
società con ‘la figlia di’ pare fosse già noto alle cronache giudiziarie. E un
sottosegretario alla Giustizia non sa con chi entra in società? E neppure gli
altri dirigenti di Fdi se ne sono preoccupati? Dopo il ministro della Difesa che
va in zona di guerra senza sapere che sarebbe scoppiata una guerra, abbiamo un
sottosegretario alla Giustizia, con delega all’amministrazione penitenziaria,
che partecipa a società senza sapere con chi? Ma per chi ci hanno preso? Questo
governo ancora una volta si svela inadeguato. E la presidente del Consiglio cosa
ne pensa? Si ritiene soddisfatta della surreale spiegazione? Noi no”. Così in
una nota Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale
del Partito democratico.
L'articolo Caso Delmastro, le opposizioni: “Commissione Antimafia indaghi sul
sottosegretario e i rapporti Caroccia-Senese’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Se Napoli ha il commissario Ricciardi e Aosta il vicequestore Rocco Schiavone,
anche la Calabria avrà il “suo” poliziotto: il sostituto commissario Antonio
Cicala che, in realtà, è un ispettore in servizio alla squadra mobile di
Zancarota. Che poi è Catanzaro perché, nel suo primo libro “L’incastro dei
cocci” (edito Albatros il Filo) è chiaro che Francesco Rattà ha anagrammato le
località in cui ha ambientato il romanzo. Un giallo dagli ampi tratti
autobiografici che ricordano la carriera dell’ex capo delle squadre mobili di
Reggio Calabria, Catanzaro e Roma dove è stato anche vicario del questore e dove
oggi Rattà è il direttore dell’Ufficio Analisi Interforze nella Struttura per la
Prevenzione antimafia del ministero dell’Interno.
Schivo di carattere e maniacale nel suo lavoro, il nome di Rattà è legato a
importanti inchieste contro i clan e alla cattura di pericolosi latitanti: dai
Pesce di Rosarno ai Pelle di San Luca. Uno su tutti: il blitz del 2016 quando la
squadra mobile di Reggio Calabria da lui diretta scovò Giuseppe Crea e Giuseppe
Ferraro in un bunker a Maropati, nella Piana di Gioia Tauro, dove il figlio del
boss Teodoro “Toro” Crea e il killer di Oppido Mamertina si erano nascosti in
una zona impervia tra Melicucco e Rizziconi.
I nomi, i personaggi e i fatti raccontati da Rattà sono frutto della sua
immaginazione. L’ispirazione, però, è un’altra cosa. Ecco che dalle operazioni
(reali) della Dda alle pagine del romanzo, è un attimo. L’aria che si respira è
la stessa, quella di una Calabria cruda e spietata. Ma anche di una Regione dove
la normalità è possibile e dipende dagli occhi con cui la si guarda. Ne
“L’incastro dei cocci” sono quelli del sostituto commissario Antonio Cicala, un
personaggio “normale” che si ritrova a indagare il fenomeno mafioso nella sua
terra di origine.
Come l’autore, è nato anche lui a Montepaone che nel libro, anagrammato, diventa
quindi “Panomeonte”. La sua è una storia di giustizia, suspense e colpi di scena
che cattura fino all’ultima pagina.
Rattà ha costruito un giallo realistico e avvincente che inizia con la morte di
Giulia De Santis, una studentessa calabrese di giurisprudenza poco più che
ventenne. Una tragedia che stava per essere archiviata come un suicidio se non
fosse per la scomparsa, poco dopo, di Mariangela Colussi, sua coetanea ma nipote
di un senatore componente della Commissione antimafia.
Poco più di 300 pagine dove le due morti si intrecciano con l’omicidio, avvenuto
a Milano a colpi di lupara, dell’assistente parlamentare Alessio Morelli e con
l’overdose di Jhoanna Espinosa, una giovane prostituta colombiana coinvolta nel
riciclaggio di capitali legati al narcotraffico gestito da un latitante della
‘ndrangheta, di origini reggine. Lo stesso che si nasconde dietro il complesso
mosaico sul quale indaga Cicala.
La scelta del protagonista del libro non è casuale perché “l’investigatore è un
appartenente al ruolo degli ispettori. – spiega Rattà – Ho voluto rendere
omaggio ai tanti poliziotti, ai sottufficiali, che costituiscono la spina
dorsale di tutta l’investigazione italiana della Polizia di Stato. Quindi ho
voluto rendere omaggio alla Polizia giudiziaria e, per questa ragione, il
protagonista non è un commissario come solitamente avviene, ma è un ispettore, o
meglio, un sostituto commissario che appartiene al ruolo degli ispettori. È un
personaggio tra virgolette regolare, cioè nel senso che lui è analitico, studia
il caso, si legge le carte dalla, dalla prima all’ultima. Cicala è dotato di
grande intuito investigativo, però è pratico e rimane sempre ancorato
all’analisi dei dati. Non si spinge mai in avanti, non ha delle intuizioni
miracolistiche, nel senso che non trasgredisce mai quelle che sono le regole e
quindi è soltanto grazie all’olio di gomito che riesce a risolvere i casi. Ma è
anche un personaggio umano, molto deciso e non ha nessun problema a scontrarsi
con i suoi superiori per far valere qualche aspetto che loro non condividono. Lo
fa anche a costo di essere redarguito e considerato eretico, come è scritto nel
libro dove si mette contro un questore”.
Suicidi che diventano omicidi. Scomparse camuffate da sequestri di persona. Cosa
ha ispirato Francesco Rattà è un facile esercizio di intuizione: “Sono casi
realistici. È tutto inventato, però il dato di partenza è la realtà che
chiaramente, nel caso mio, supera la fantasia. Io non ho bisogno di lavorare di
fantasia, basta attingere alla cruda realtà calabrese per scrivere queste
storie. L’unica cosa un po’ ‘spinta’, perché l’ho voluta portare alle estreme
conseguenze, è l’uccisione del segretario di un senatore dell’antimafia.
Ovviamente all’insaputa del senatore, questo faceva affari con la ‘Ndrangheta. E
poi c’è il grosso latitante che aveva ammazzato non so quante persone, ed era
l’autore pure degli omicidi delle due ragazze, messe a tacere perché erano
venute a conoscenza del narcotraffico”.
Mettere in fila tutto, quindi, è stato il compito dell’ispettore Cicala che,
sugli scaffali delle librerie, dal 27 febbraio fa compagnia al commissario
Ricciardi e al vicequestore Rocco Schiavone.
“Quelli di De Giovanni e Manzini sono personaggi che io ammiro e stimo. –
conclude l’autore – Loro parlano con i morti, hanno le allucinazioni, hanno le
visioni. Nel mio libro tutto questo non succede. Il mio è un personaggio
regolare o meglio ‘non è irregolare’. È un personaggio metodico che, come tutti
gli investigatori poliziotti, hanno come faro e come stella polare la legge, che
non trasgrediscono mai”.
Francesco Rattà ha lavorato in Calabria per 27 anni. Un periodo lunghissimo
fatto di inchieste contro la ‘ndrangheta. Una di queste ha ispirato “L’incastro
dei cocci”. Tante altre storie, oltre al loro percorso giudiziario, sono
sicuramente rimaste nella memoria dell’ex capo delle squadre mobili di Catanzaro
e Reggio Calabria che da oggi è anche uno scrittore di romanzi gialli. Storie
che, forse, finiranno in un secondo libro.
L'articolo Antonio Cicala, l’ispettore “non irregolare” alle prese con
“L’incastro dei cocci”. Il giallo sulla ‘Ndrangheta di Francesco Rattà proviene
da Il Fatto Quotidiano.
La maggioranza vota la relazione Colosimo sulla vicenda “dossieraggi/Striano”,
ma le opposizioni fanno muro e firmano insieme una contro-relazione che
smaschera la guerra di potere, tutta interna alla destra.
Nella contro-relazione firmata insieme dai rappresentanti di Pd, 5Stelle, AVS e
Misto viene prima di tutto denunciato l’utilizzo strumentale della Commissione
parlamentare di inchiesta, ridotta ormai a “maglio” buono per colpire chiunque
venga considerato un avversario, a cominciare dalla magistratura procedente di
Roma e di Perugia, indistintamente dipinta come inetta se non addirittura
complice del perverso meccanismo. Un “maglio” adoperato anche per anticipare in
maniera minacciosa un generale giudizio di colpevolezza sui protagonisti della
vicenda, che ha in Pasquale Striano, ufficiale della Guardia di Finanza a suo
tempo in forze tanto alla Procura Nazionale Antimafia quanto al Nucleo Speciale
di Polizia Valutaria della GdF, l’ineludibile perno, con un livore particolare
dedicato (e come stupirsene!) a Federico Cafiero De Raho, oggi deputato
pentastellato ed allora Procuratore nazionale antimafia. Un “maglio” buono poi
per aggredire il giornalismo di inchiesta, descritto alla stregua di un agente
sovversivo della democrazia, feroce ed immorale. Un “maglio” infine buono per
offrire alla pubblica gogna il presunto complotto “rosso” anti destra ordito da
toghe “maneggione”, alti ufficiali della GdF, editori senza scrupoli e
giornalisti devoti. Un presunto complotto indimostrato ed indimostrabile.
Ce ne sarebbe abbastanza già così per ritenere assai urticante la
contro-relazione delle opposizioni riunite, invece c’è dell’altro. Ed è più
grave ancora.
C’è per l’appunto lo smascheramento del conflitto che sta dilaniando i vertici
della destra meloniana, un conflitto sordo, carsico, che talvolta esplode come
un geyser per qualche istante, mostrandosi in tutta la sua virulenza, per poi
scomparire nuovamente.
Un conflitto che riguarda il ministro Guido Crosetto, il sotto segretario alla
presidenza del Consiglio con delega ai servizi di informazione per la sicurezza
della Repubblica Alfredo Mantovano ed a scendere vari elementi di spicco della
squadra meloniana, tra cui ovviamente la presidente Chiara Colosimo ed il
ministro Carlo Nordio.
Un conflitto che ha anche a che fare con accuse incrociate di indebito
spionaggio, che ha già avuto diversi episodi e fatto vittime illustri.
Inequivocabili furono le parole di Crosetto quando avvertì, nel settembre del
2024, di essere stato spiato dai Servizi (quali, non si è mai capito), il che
avrebbe messo in pericolo niente meno che la sicurezza nazionale. Nella
relazione Colosimo, uno degli attacchi più duri è riservato alla pm romana che
per prima mosse le indagini dopo la denuncia del ministro Crosetto del 2
novembre 2022: la dott.ssa Antonia Giammaria. La relazione Colosimo, senza giri
di parole, la accusa di avere operato in modo tale da avvertire i presunti
responsabili del “dossieraggio” cioè il dott. Antonio Laudati, magistrato di
punta della Procura nazionale e lo stesso Pasquale Striano, che a Laudati faceva
riferimento. Accuse circostanziate e gravissime di avere lasciato ai due tutto
il tempo necessario per far sparire le prove delle condotte illecite, disvelando
l’indagine segreta, ritardando poi perquisizioni e sequestri.
La relazione Colosimo insomma manifesta un clamoroso rammarico per l’occasione
sprecata dopo una così tempestiva e coraggiosa denuncia fatta dal ministro
Crosetto. Laudati e Striano insomma avrebbero goduto di un insperato appoggio da
parte della dott.ssa Giammaria ed indirettamente del Procuratore aggiunto di
Roma, il dott. Antonio Racanelli, che avrebbe dovuto supervisionare il lavoro
della Giammaria.
Cosa non torna, secondo la relazione delle opposizioni, in questo attacco ad
alzo zero e perché esso è indizio della guerra di potere dentro “casa-Meloni”?
Antonio Laudati non può certo essere sospettato di simpatie sinistre: basterebbe
ricordare che quando, da Procuratore di Bari, venne censurato dall’ANM nel 2012
per alcune sue condotte relative ad una inchiesta che aveva riguardato Silvio
Berlusconi, ad intervenire prontamente e sonoramente a sua difesa con una
interrogazione parlamentare che stigmatizzava l’Associazione nazionale
Magistrati, fu l’allora deputato del PdL Alfredo Mantovano (che fino alla caduta
del Berlusconi IV nel 2011 era stato Sotto segretario al Ministero
dell’Interno).
L’aggiunto romano, Antonio Racanelli, nel frattempo diventato Procuratore di
Padova, è stato segretario di Magistratura Indipendente ed è tra i pochi
magistrati schierati per il “Sì” al referendum sulla riforma Nordio.
Ma ciò che soprattutto colpisce è la parabola della dott.ssa Giammaria, che
lungi dall’aver pagato pegno, nel giugno del 2025 (quando cioè i convincimenti
della relazione Colosimo erano oramai maturi) è stata promossa dal ministro
Nordio in persona, che l’ha voluta con sé al Ministero a guidare uno degli
uffici più importanti ovvero il DAG: il Dipartimento Affari di Giustizia.
Insomma: altro che maggioranza granitica, appena si aprono le finestre, tra un
palazzo e l’altro, volano gli stracci.
L'articolo Caso dossieraggi, la contro relazione delle opposizioni smaschera una
guerra tutta interna alla destra proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per il Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, il collaboratore Gaspare
Spatuzza è universalmente ritenuto attendibile e prezioso: la presidente
Colosimo non perda l’occasione di convocarlo. Sulle stragi di mafia è persona
più che informata.
Il Procuratore di Caltanissetta è stato nuovamente ascoltato dalla Commissione
parlamentare antimafia: per due ore, senza alcuna interruzione, ha potuto
spiegare perché la “pista nera” come causale della strage di Capaci valga “zero
tagliato”, come già aveva sentenziato nella sua precedente audizione, scatenando
non poche polemiche.
Nello specifico il Procuratore si è preso la briga di criticare la ricostruzione
della “pista nera” fatta da Report nel servizio curato da Paolo Mondani, del
quale avevo già avuto modo di occuparmi per questo blog. Colpisce ma non
stupisce che un Procuratore della Repubblica risponda ad una trasmissione
televisiva attraverso la Commissione parlamentare antimafia, attaccando tutti
coloro che quella puntata avevano confezionato, non trattenendosi dal gettare
qui e là giudizi sprezzanti su Paolo Mondani, su Maria Romeo, su Walter
Giustini, su Gianfranco Donadio, su Vittorio Teresi e naturalmente su Alberto Lo
Cicero, oggi deceduto.
Per quanto dalla ricostruzione di De Luca sia uscito un quadro grottesco che
vorrebbe rappresentare una pietra tombale sul valore degli elementi raccolti, in
tempi e modi diversi, attorno ai ruoli eventuali di Stefano Delle Chiaie,
Mariano Tullio Troia, Guido Lo Porto ed altri, nella organizzazione della strage
di Capaci restano punti oscuri, che meriterebbero altri approfondimenti, come
per esempio il “destino” che ebbe la nota di servizio del capitano Cavallo dei
carabinieri.
Ma la notizia vera di questa audizione fiume per me è un’altra.
Ad un certo punto il Procuratore De Luca, nel mettere in fila gli elementi a
conferma della assoluta inattendibilità di Alberto Lo Cicero e di Maria Romeo,
ha fatto riferimento a Gaspare Spatuzza, tessendone le lodi… che merita (come
collaboratore si intende)! Gaspare Spatuzza, legato ai fratelli Graviano,
protagonista di tutta la stagione stragista, è senz’altro un uomo chiave per
comprendere le vicende che hanno segnato la storia italiana tra il 1989 ed il
1994. Il Procuratore De Luca in antimafia dice di lui che è universalmente
considerato attendibile, anzi di più, uno dei pochissimi ad essersi pentito per
davvero per il dolore atroce che ha causato con i suoi crimini. Tutto vero.
Da qualche anno Gaspare Spatuzza è un uomo libero che ha chiuso i conti con la
giustizia scontando 26 anni di carcere tra detenzione e domiciliari. Gaspare
Spatuzza decise di iniziare la collaborazione nel 2010 autoaccusandosi della
strage di Via D’Amelio e terremotando quasi tutto ciò che era stato stabilito
dalla giustizia fino a quel momento. Soprattutto Spatuzza sbugiardò
definitivamente il “pupo” Scarantino, addosso al quale, in qualche ameno
appartamento di San Bartolomeo al Mare, provincia di Imperia, era stato cucito
il “più grande depistaggio della storia repubblicana”.
Ma Spatuzza disse molto altro. Spatuzza illuminò le relazioni tra i Graviano e
uomini di primo piano della politica italiana a cominciare da Marcello
Dell’Utri. Apriti cielo!
Mentre le Distrettuali antimafia di mezza Italia chiedevano di adoperare le
dichiarazioni di Spatuzza e quindi di introdurlo immediatamente nello speciale
programma di protezione riservato ai collaboratori di Giustizia, il governo
dell’epoca preferì mandare un segnale devastante, negandoglielo. Il governo era
l’ultimo Berlusconi e a presiedere la Commissione centrale del Ministero
dell’Interno deputata alla gestione di collaboratori e testimoni di giustizia
c’era Alfredo Mantovano, oggi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Spatuzza dovette fare ricorso al Tribunale amministrativo del Lazio per
impugnare la delibera negativa della Commissione e soltanto nel 2011, con
sentenza essa venne annullata e finalmente Spatuzza entrò nello speciale
programma. Potere di una magistratura indipendente dal potere politico!
Ecco, presidente Colosimo, il Procuratore De Luca, forse senza volerlo, ha dato
a lei e alla Commissione tutta uno spunto prezioso e imperdibile: perché non
farsi raccontare da Spatuzza come andarono le cose in quel volgere di anni? O
quanto meno, se lo si volesse far stare tranquillo, perché non acquisire agli
atti le sue dichiarazioni, poste alla base di tante e granitiche sentenze di
condanna? Sono certo che per questa pista non varrebbero quelle liquidatorie
parole adoperate da De Luca: “zero tagliato”. E nemmeno “aria fritta”.
L'articolo Per il procuratore De Luca, Spatuzza è ritenuto attendibile e
prezioso: la presidente Colosimo non perda l’occasione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Mentre in Italia si consuma la guerra degli spioni a colpi di dossieraggi (veri
o presunti), spyware usati illegalmente contro i giornalisti e forse anche
contro i magistrati, incombe il “bazooka” della Presidente Colosimo in
Antimafia: la relazione sulla vicenda Striano.
La relazione può essere analizzata almeno su due piani distinti: la valutazione
dei fatti oggetto dell’inchiesta penale prospettata dagli estensori della bozza
e la valutazione dell’inchiesta penale in se stessa, proposta dai medesimi
estensori, inchiesta che oggi si trova ancora in una fase embrionale, avendo
prodotto “soltanto” l’avviso di conclusione indagini (siamo ancora lontani dal
rinvio a giudizio insomma).
Sui “fatti” oggetto dell’inchiesta il giudizio della presidente Colosimo è
ovviamente feroce (ma la destra non era “garantista”?): la provvidenziale
denuncia fatta dall’amico-ministro Guido Crosetto il 2 novembre (data di per sé
evocativa) avrebbe scoperchiato un “verminaio” composto di ladri di informazioni
riservate (Striano), complici a far da “palo” perché nessuno disturbasse il
furto sistematico e prolungato nel tempo (vedi alla voce: Laudati, magistrato in
DNAA di riferimento per Striano; Russo, magistrato in DNAA responsabile sovra
ordinato a Laudati; Cafiero De Raho, capo della PNAA negli anni più caldi; i
vertici della Guardia di Finanza, Sirico e Zafarana… etc.) e “ricettatori”
instancabili ovvero i terribili giornalisti di Domani (Vergine, Tizian,
Trocchia) che, con la copertura della direzione del giornale, non si sarebbero
limitati a profittare del bottino, ma avrebbero commissionato furti mirati.
Il tutto sarebbe stato orchestrato ad uso di una gigantesca trama di potere
innominato: che sia l’eminenza rossa per antonomasia, Carlo De Benedetti, noto
avversario del sistema politico-affaristico riconducibile al compianto Silvio
Berlusconi? A tanto non arriva la relazione, che però si spinge a stigmatizzare
come “predatorio” il cosiddetto “giornalismo d’inchiesta” delle penne di Domani,
reo di voler cambiare la storia del Paese a colpi di notizie vere (!) e di
interesse generale (!), mentre tanto meglio farebbe se si limitasse a raccontare
la politica collezionando i comunicati stampa dei suoi intrepidi protagonisti.
Ma la relazione dà il meglio di sé nel colpire ad alzo zero il modo con il quale
l’inchiesta penale è stata fino a qui condotta, forse nella speranza di
impressionare al punto da spostare il corso futuro del dibattimento (se mai si
aprirà). D’altra parte l’indipendenza della magistratura rispetto al potere
politico non pare essere in cima ai valori di questa destra.
Ce n’è per tutti o quasi: la Procura di Roma che ricevendo la denuncia di
Crosetto avrebbe operato per neutralizzarne la portata avvertendo i principali
protagonisti del “preciso perimetro” dell’indagine e mettendo successivamente lo
Striano stesso nelle condizioni di far sparire le prove. La Procura di Perugia
che ricevendo da Roma (temporaneamente) il fascicolo avrebbe evitato di
“mordere” adeguatamente i colleghi sospettati di aver fatto da “palo” e cioè
Laudati, Russo (al quale la relazione dedica decine di pagine per evitare che se
ne possa pensare bene anche soltanto per sbaglio) e Cafiero De Raho. Soltanto un
magistrato scampa agli strali della Colosimo: l’attuale procuratore nazionale
anti mafia ed anti terrorismo Giovanni Melillo, al quale si riconosce di aver
chiuso la stalla, appena accortosi della debolezza del recinto.
Il rammarico della presidente Colosimo per questo presunto disastro
investigativo quanto meno colposo sembra alludere proprio al mancato colpo
mortale alla “trama di potere” innominata, con lo Striano che da
“detonatore-designato” sarebbe stato ridotto dalla reazione difensiva del
sistema a “capro-espiatorio” spelacchiato.
E così torno alla domanda di partenza: chi è la “gola profonda” che ha
incastrato Pasquale Striano? La bozza di relazione stessa infatti non tace
quello che definisce un “salto logico” nei primi atti investigativi: il
ventaglio di persone sospettabili di essere “ladre” di informazioni comprendeva
almeno venti agenti, ma in pochi giorni il nome su cui si concentra l’indagine è
quello di Pasquale Striano, che a sua volta conduce a Vergine, Trocchia, Tizian.
Fortuna? Oppure qualcuno aveva deciso di rimescolare un’ultima volta le carte
nel mazzo del potere italiano: un investigatore invidioso della brillante
carriera di Striano o un collega rosicante per il successo delle nuove leve del
giornalismo d’inchiesta?
Ci vorrà molta pazienza per venirne a capo, non potendo contare nemmeno sul
fascino di Jessica Rabbit.
L'articolo Il ‘bazooka’ di Colosimo si abbatte sul caso Striano: ce n’è per
tutti o quasi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre la Ue discute animatamente della confisca definitiva dei patrimoni russi
e del loro ri-utilizzo per la difesa ucraina, un altro dibattito iniziato sotto
i migliori auspici rischia di produrre tra distrazioni, incomprensioni e malizie
interessate un grave arretramento della normativa italiana delle confische di
prevenzione aventi ad oggetto ricchezze accumulate illecitamente. Colpire le
misure di prevenzione patrimoniali, neutralizzarle, è un pallino di settori
rilevanti e trasversali dell’opinione pubblica italiana, che non hanno mai
digerito il “processo al patrimonio”, considerandolo al più il modo sgarbato
(incostituzionale!) con il quale si punisca un soggetto a carico del quale non
si riescano a trovare prove adeguate sul piano penale, come ho ripetutamente
messo in evidenza su questo blog.
Costoro dopo aver trovato sponde politiche importanti oggi possono sperare in un
alleato inatteso: la direttiva Ue su sequestri, confische e utilizzo dei beni
della criminalità. Perché ogni direttiva, va interpretata e tradotta negli
ordinamenti nazionali e nella interpretazione, come sappiamo, si nasconde spesso
il diavolo.
La versione ufficiale, quella accreditata anche dalla relazione che la
Commissione parlamentare antimafia sta per discutere e approvare, è ottimistica,
naturalmente: plaude alla possibilità che i Paesi membri finalmente recepiscano
la normativa di ispirazione italiana sulle misure di prevenzione patrimoniali,
auspicando altresì che l’adozione della direttiva nell’ordinamento italiano sia
l’occasione per migliorarlo (Ahi! Ahi! Primo campanello d’allarme), ma tra le
righe si capisce che paradossalmente il rischio è esattamente l’opposto e cioè
che siano le norme italiane ad omogenizzarsi ad una traduzione europea che
mancando di centrare il punto, lungi dall’avvicinare l’Europa alla geniale
invenzione di Cesare Terranova e Pio La Torre, rischi di allontanare l’Italia
dal suo miglior passato anti mafia.
Seguendo il dibattito che trova spunto nello studio dell’impatto sulla normativa
nazionale della direttiva (UE) 2024/1260 del Parlamento europeo e del Consiglio
del 24 aprile 2024 riguardante il recupero e la confisca dei beni, cui gli Stati
membri dovranno conformarsi entro il 23 novembre 2026, svoltosi nel II Comitato
della Commissione parlamentare anti mafia presieduto dal leghista, on. Erik
Umberto Pretto, si coglie quello che a me pare uno “strabismo” pericoloso, che
potrebbe essere rivelatore di un disegno più vasto e profondo. Nelle misure di
prevenzione patrimoniali infatti ci sono due attori: il soggetto indiziato di
frequentazioni pericolose ed il patrimonio che si presume di origine illecita.
Quale tra i due è il protagonista? Il patrimonio, non il soggetto indiziato.
E’ pacifico, per ora, che le misure di prevenzione patrimoniali non abbiano
natura punitiva e nemmeno sanzionatoria del soggetto pericoloso socialmente, ma
piuttosto “ripristinatoria” di una normalità economica inquinata dalla presenza
di ricchezza illecite che hanno di per se stesse l’indubbio disvalore di
sbilanciare ingiustamente la libera concorrenza nel mercato e di fornire
potenzialmente un giacimento di prestigio e di risorse materiali spendibili
dalle organizzazioni criminali.
Detto altrimenti e per l’orrore dei puristi della materia, il rapporto tra
soggetto e patrimonio è simile a quello che può esserci tra il fumo d’arrosto
che esce da un camino e l’arrosto medesimo che sfrigola qualche metro più sotto,
infilzato nello spiedo. A chi interesserebbe più il fumo dell’arrosto?
La misura patrimoniale di prevenzione scatta nel momento in cui il soggetto,
ritenuto socialmente pericoloso e per tanto individuato e sottoposto ad
accertamenti finanziari, non possa dimostrare la lecita provenienza nella sua
disponibilità del patrimonio che si assume formato illecitamente, cioè quando
viene dimostrata la “sproporzione” tra il reddito del soggetto o la sua attività
economica nota ed il valore del patrimonio di cui è in possesso. Il fine della
misura di prevenzione patrimoniale, ribadisco, non è quello di punire o
sanzionare il soggetto pericoloso ma quello di neutralizzare la distorsione
economica provocata dalla libera circolazione di un potente veleno (la ricchezza
illecitamente accumulata). Saranno i giudici di un eventuale processo penale che
dovranno stabilire se il soggetto indiziato di essere pericoloso socialmente sia
anche responsabile di condotte penalmente rilevanti, a causa delle quali andrà
condannato.
Perché allora tutta questa attenzione al “fumo”?
Perché dibattere per ore e ore (anche in sede europea!) su quali siano gli
indizi che rendono il soggetto pericoloso socialmente? Perché insistere sul
rapporto temporale necessario tra la fase nella quale il soggetto sia stato
effettivamente pericoloso ed il momento nel quale è venuto in possesso della
ricchezza illecita? Forse perché, pur senza ammetterlo e anzi dicendo l’esatto
contrario, chi interviene nel dibattito ha in mente di portare definitivamente
le misure di prevenzione patrimoniali nell’alveo del processo penale.
Annientando con il che quarant’anni di antimafia italiana.
Francamente proporrei di superare completamente questo dibattito e fissare un
punto: la pericolosità sociale del soggetto sta nella sua incapacità di
dimostrare la provenienza lecita del patrimonio di cui dispone. Punto, tutto il
resto viene dal demonio.
L'articolo La direttiva Ue sulle confische e la tentazione di neutralizzare
quarant’anni di antimafia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Da oggi abbiamo un nuovo “giallo” da risolvere: c’è stata un’accelerazione della
audizione in Commissione parlamentare Antimafia del Procuratore Salvatore De
Luca, sentito ieri per tre ore sulla strage di Via D’Amelio?
Gli investigatori invero non brancolano nel buio, esiste un indizio ed è rosso
fuoco: il cappotto di Arianna Meloni, grande sacerdotessa del festival Atreju in
scena a Roma da qualche giorno. Ma abbiate pazienza: poteva mai salire su quel
palco l’on. Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, meloniana
di ferro, titolare di uno dei fronti più caldi della grande offensiva nera
contro la Costituzione repubblicana (ovvero la definitiva rimozione dalla scena
dei crimini stragisti di neo-fascisti, piduisti, politici-transitati nella
seconda repubblica, apparati e finanzieri), circondata dall’eco delle parole di
Gian Carlo Caselli che il 18 novembre aveva completato (finalmente!) la sua
relazione cominciata il 31 luglio, smontando puntualmente il presunto movente
“mafia/appalti” per la strage del 19 Luglio 1992?
L’approdo della presidenta sul palco della grande parata è atteso infatti per
venerdì 12 dicembre alle ore 15:30, un giorno per altro già complicato dallo
sciopero generale proclamato dalla CGIL e sostenuto da centinaia di
organizzazioni che compongono La via maestra, per denunciare l’assenza totale di
politiche sociali nella Legge di Bilancio che però non manca di strizzare
l’occhio agli evasori fiscali con l’atteso innalzamento del tetto al contante (a
proposito di politiche “anti mafia”). Un approdo che sarebbe apparso mesto e
scivoloso se la presidenta vi fosse arrivata per l’appunto con la eco delle
parole di Gian Carlo Caselli, che in maniera puntigliosamente argomentata aveva
invitato a non confondere un contesto sicuramente complicato ed ostile (il “nido
di vipere”) con la spiegazione della accelerazione drastica sulla strage di via
D’Amelio, che invece molto più coerentemente andrebbe cercata nelle indagini che
Borsellino stava svolgendo sulla strage di Capaci, nei movimenti che l’avevano
preceduta e seguita (tra cui: le visite di De Donno a casa Ciancimino), nelle
confidenze terribili che stava raccogliendo (tra cui: Lo Cicero e Mutolo), tutti
elementi che il magistrato andava collezionando nella sua agenda rossa, in
attesa di essere convocato come testimone dalla Procura di Caltanissetta, che
però non lo chiamerà mai.
In verità Colosimo aveva provato ad arginare Gian Carlo Caselli domandandogli al
90esimo minuto come potesse continuare ad argomentare in quella direzione
nonostante le sentenze del Borsellino ter, quater e quinquies contemplino
proprio “mafia/appalti” come causale della strage. Tiro “parato” da Caselli.
All’indomani dell’audizione allora era stato l’avv. Trizzino in persona a
stigmatizzare l’accaduto con un piccato post su FB: “Costui (Caselli!) per
sminuire il valore delle sentenze Borsellino ter, quater, quinquies che hanno
avvalorato la pista mafia/appalti come possibile movente della accelerazione
della strage di Via D’Amelio ha così commentato ‘Tot capita tot sententiae’,
come a dire ogni testa è tribunale nel detto popolare” (etc).
E così che Colosimo deve aver pensato di correre ai ripari, convocando il
Procuratore De Luca, che non aveva mancato in passato di dimostrare l’alto senso
di leale collaborazione istituzionale dal quale è animato nei confronti della
presidente dell’Antimafia (inviando a Palazzo San Macuto le trascrizioni delle
conversazioni intercettate tra Natoli e Scarpinato).
Ed il Procuratore di Caltanissetta, città competente per le indagini sulle
stragi di Capaci e di via d’Amelio, non ha mancato l’appuntamento col destino
rassegnando alla Commissione due contributi precisi: liquidare la pista nera,
“zero spaccato”, almeno quella che fa riferimento a Lo Cicero, e confermare la
centralità di “mafia/appalti” come movente della strage, proprio in riferimento
alle sentenze del Borsellino ter, quater, quinquies, centralità resa tanto più
chiara dalla maliziosa sovraesposizione alla quale Borsellino era stato
condannato dai suoi stessi colleghi-vipere; silurare proprio il documento
fondamentale portato da Caselli per dimostrare come l’intera ricostruzione della
vicenda “mafia/appalti” fosse viziata da falsità e strumentalizzazioni e cioè la
relazione consegnata sul punto alla Commissione parlamentare anti mafia nel
febbraio del 1999, sottoscritta da tutto l’ufficio di procura e dal Procuratore
stesso (Caselli) e mai contestata. Secondo De Luca quella relazione sarebbe
lacunosa e fuorviante, insomma: Caselli l’avrebbe usata per coprire
responsabilità non sue, ma di alcuni suoi colleghi che arrivavano dalla
famigerata gestione Giammanco.
Il Procuratore De Luca non ha spiegato di più, ma è probabile che si riservi di
farlo nella già annunciata prosecuzione dell’audizione. Comunque ce n’è quanto
basta per la presidenta Colosimo: assicurati scroscianti applausi al festival di
Atreju. The show must go on!
L'articolo Il procuratore De Luca fa esultare Colosimo: ora può andare ad Atreju
libera dalla ‘pista nera’ proviene da Il Fatto Quotidiano.
La pista nera che ipotizza un ruolo di Stefano Delle Chiaie nelle stragi del
1992? “Giudiziariamente vale zero tagliato“. Salvatore De Luca fa una pausa, poi
lo ripete ancora: “Zero tagliato“. È in quel preciso momento che a Chiara
Colosimo sembra scappare un sorriso. Insieme alla presidente della commissione
Antimafia, esultano anche vari esponenti di destra, come Maurizio Gasparri che
definisce l’audizione del procuratore di Caltanissetta come uno “scrigno di
verità” E pazienza se De Luca abbia anche puntualizzato come “siano ancora
aperti filoni di indagine su tutte le principali ipotesi riguardanti le cause o
i concorrenti esterni delle stragi del 1992”, compreso “un’ulteriore pista nera,
chiamiamola così, che potrebbe dare dei risultati, ma la stiamo ancora
approfondendo”. Va comunque detto che l’audizione del capo della procura
nissena, competente per le indagini sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio,
rappresenta un punto a favore della maggioranza. De Luca, infatti, ha detto più
volte di ritenere “la gestione del filone Mafia e appalti presso la procura di
Palermo retta da Pietro Giammanco” come “una delle concause della strage di via
D’Amelio”. E ancora: “Allo stato noi non siamo in grado di escludere alcuna
concausa. Quella sulla quale abbiamo trovato maggiori elementi e maggiori
riscontri è Mafia e appalti”. Dichiarazioni che fanno esultare la destra, ma
provocano anche polemica nei ranghi dell’opposizione. Ma andiamo con ordine.
“MAFIA E APPALTI CONCAUSA DELLE STRAGI”
Il capo dell’ufficio inquirente nisseno è comparso a Palazzo San Macuto insieme
a due sostituti Davide Spina e Claudia Pasciuti. Alle spalle degli auditi,
custodita in una teca, c’è la valigetta di Paolo Borsellino, ancora
bruciacchiata dall’esplosione del 19 luglio 1992. “È un onore per noi, riferire
qui”, ha detto De Luca, alla fine di un intervento lungo quasi tre ore.
Un’audizione cominciata con una premessa: tutte le indagini di Caltanissetta
sono state portate avanti in “piena sintonia con la Procura nazionale
antimafia“. Che tipo di sintonia? “Prima di iniziare le indagini sul cosiddetto
filone di Mafia e appalti, ho ritenuto d’informare il procuratore nazionale
dottor Melillo, che è stato perfettamente d’accordo con noi”. Secondo la destra,
l’interesse di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per il dossier investigativo
del Ros dei carabinieri è il movente segreto delle stragi. Una ricostruzione che
sembra essere condivisa da De Luca. “Noi abbiamo in corso filoni di indagine
aperti su tutte le principali ipotesi riguardanti le cause o i concorrenti
esterni delle stragi del 1992 – ha premesso – Oggi parlerò principalmente del
cosiddetto filone Mafia e appalti, perché abbiamo ottenuto i migliori risultati
proprio in questo filone di indagine. Gli altri filoni sono ancora in corso in
una fase in cui è necessario attendere l’esito di ulteriori accertamenti prima
di potere delineare una ipotesi sufficientemente suffragata della pubblica
accusa”, ha detto, puntualizzando che “l’arco cronologico di rilievo secondo
l’ipotesi accusatoria che abbiamo formulato è quello in cui è stato procuratore
Pietro Giammanco“.
“NEL 1992 NON SI FATTO QUELLO CHE SI DOVEVA FARE”
Secondo l’ipotesi accusatoria, la procura di Palermo insabbiò l’indagine su Cosa
Nostra, l’imprenditoria e la politica. Una tesi che recentemente è stata
smentita dall’ex procuratore Gian Carlo Caselli, proprio in commissione
Antimafia. “Relativamente alle concause delle stragi del 1992, a parer nostro le
precondizioni sono l’isolamento prima di Giovanni Falcone e poi di Paolo
Borsellino nell’ambito della Procura di Palermo; la sovraesposizione prima di
Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino, presso la Procura di Palermo e non
solo. Poi riteniamo che vi siano molteplici e concreti indizi per affermare che
la gestione del filone Mafia e appalti presso la procura retta da Giammanco sia
una delle concause della strage di via D’Amelio, e vi sono elementi per ritenere
che sia anche una delle concause della strage di Capaci”, ha detto De Luca.
Aggiungendo: “Credo che alcuni manifestino scetticismo riguardo Mafia e appalti
come concausa. Sinceramente non capisco perché”. Chiaro riferimento a Roberto
Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore dei 5 stelle,
seduto tra i commissari presenti all’audizione. De Luca ha spiegato che le
indagini su Mafia e appalti partono solo dopo le stragi. “Nel 1992 non si fatto
quello che si doveva fare. Dopo la strage di Borsellino cambia l’Italia, perché
ci sono state due stragi e perché c’è la forza propulsiva di Mani pulite che
scompaginerà un intero sistema politico, cambia lo stesso gruppo imprenditoriale
Ferruzzi, cambia il procuratore. Ciò che era fattibile o, secondo la nostra
ipotesi, voleva la dirigenza della Procura fino al luglio 1992 cambia
decisamente già quando è stato sfiduciato Pietro Giammanco e a ancora di più
quando è arrivato il procuratore Caselli, che dà un nuovo impulso a certe
indagini, non ha alcun interesse politico personale a bloccare le indagini o a
rallentare o insabbiare le indagini su Mafia e appalti”. Poi, però, De Luca
critica la difesa operata da Caselli sull’intera gestione del dossier. “La
relazione della Procura di Palermo depositata nel 1999 è estremamente lacunosa e
manca di tutti quegli elementi che rendono problematica l’indagine da parte
della procura di Palermo. Il fatto che le cose si siano fatte dopo è un indice
del fatto che prima non si erano fatte”. Il riferimento è per il dossier
preparato proprio dalla procura di Caselli per spiegare come le indagini su
Mafia e appalti fossero sempre state regolari.
“PISTA NERA SU DELLE CHIAIE VALE ZERO TAGLIATO”
A proposito delle indagini sull’eversione di destra, De Luca ha detto di
considerare “singolare che si insista su un certo filone legato alla pista nera.
Mi riferisco alla pista di Stefano Delle Chiaie a seguito delle dichiarazioni
rese da Maria Romeo e anche dal luogotenente Walter Giustini. Se qualcuno vuole
approfondire, approfondiremo ma sinceramente mi sembra un’autentica perdita di
tempo e già ne abbiamo perso abbastanza su questa pista. Dalle dichiarazioni di
Romeo e Giustini e dalle presunte dichiarazioni del collaboratore Alberto
Cicero, che non ci sono mai state, viene fuori una pista che giudiziariamente
vale zero tagliato. Ripeto: zero tagliato. Non mi dilungo perché mi sembra di
farvi perdere tempo. C’è un’archiviazione tranciante del gip – ha aggiunto De
Luca – Un gip che fra parentesi non è certamente appiattito sulle nostre
posizioni”. Romeo e Giustini sono sotto processo con l’accusa di aver depistato
le indagini su via d’Amelio. “Questo filone – ha detto De Luca – ci era stato
prospettato dall’attuale senatore Scarpinato, proprio gli ultimi giorni prima di
andare in pensione. Appena abbiamo ricevuto gli atti, è successo tutto l’inverso
di Mafia e appalti. Siamo partiti con l’idea: qua c’è una pista eccezionale. Ma
guardando le carte ci siamo resi conto che si trattava di zero tagliato”.
“PIGNATONE E LE CASE COMPRATE DAI MAFIOSI”
Gran parte dell’audizione è stata dedicata al ruolo di Giammanco (deceduto nel
2018), di Giuseppe Pignatone e di Gioacchino Natoli. I due ex magistrati (il
primo è deceduto nel 2018) sono ancora sotto indagine da parte della procura di
Caltanissetta per favoreggiamento. La questione riguarda l’archiviazione di
un’indagine parallela a Mafia e appalti, nata su input della procura di Massa
Carrara nel 1991 e archiviata a Palermo l’anno dopo: riguardava il ruolo dei
fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, imprenditori mafiosi vicini a Totò Riina,
divenuti soci del gruppo Ferruzzi di Raul Gardini. Secondo i pm guidati da De
Luca, Pignatone e Natoli archiviarono con l’unico obiettivo di coprire i
Buscemi. “Non abbiamo prova che ci furono elementi corruttivi sul conto di
Pignatone e Giammanco. Ma alcuni collaboratori li hanno chiamati in causa.
Pignatone lo ha definito chiacchiericcio. E’ possibile che abbia ragione, ma
bisogna verificare se i dottori Pignatone e Giammanco, all’epoca sostituto e
procuratore capo, abbiano avuto comportamenti inopportuni. Ovvero comportamenti
che possano avere indotto i mafiosi a pensare che la procura di Palermo avesse
un vertice malleabile”, ha detto il capo dell’ufficio inquirente siciliano. Da
una parte, ha ricordato De Luca, “Giammanco ostentava l’amicizia con Mario
D’Acquisto (ex presidente della Regione ndr). E quando l’europarlamentare della
Dc Salvo Lima fu ucciso, nel marzo del ’92, Giammanco sarebbe voluto andare al
funerale e fu bloccato dai sostituti”. Il procuratore ha riferito che l’ex
procuratore “aveva un nipote a Bagheria, un imprenditore che è stato poi
condannato perché vicino a Bernardo Provenzano e già nel 1985 era indicato dai
carabinieri come un rampante collettore dei rapporti tra imprenditoria, politica
e mafia”. Riguardo Pignatone, invece, il procuratore nisseno ha detto che “negli
anni Ottanta la sua famiglia fa un grossissimo acquisto in un immobile in via
Turr venduto dalla Immobiliare Raffaello, cioè i Bonura, Francesco Buscemi e
Vincenzo Piazza. Si tratta di circa 26 immobili che comprendono non solo
appartamenti, ma anche garage a altro. Vi sono concreti indizi che Salvatore
Buscemi, Vincenzo Piazza, Francesco Bonura siano anche iscritti alla massoneria.
Sono tutti e tre saldamente intrecciati nel mondo imprenditoriale, tutti e tre
condannati per mafia e legati da legami di parentela. Bonura abita anche vicino
ai Piazza. Sono tutti e tre soci della Immobiliare Raffaello. Si tratta di una
immobiliare in cui se si riuniscono i soci diventa una riunione di Cosa nostra.
Ha un capomandamento, un capofamiglia e un associato. Una riunione di questa
società può comportare l’arresto in flagranza. Non è facile da trovare una
società del genere”. De Luca ha anche ricordato l’esistenza di una
intercettazione ambientale in cui “Bonura parlando con un’altra persona afferma
che la signora Pignatone (madre dell’ex procuratore di Roma) lo prendeva
sottobraccio, notando una certa confidenza. Che può derivare da una
frequentazione che non sia occasionale”. De Luca ha anche aggiunto che “nella
sua memoria difensiva Natoli afferma di aver pagato 20 milioni in nero per
l’acquisto della casa. Qui non si deve fare del mero moralismo, dobbiamo vedere
in che situazione di inopportunità si va ficcare una persona. Il dottore
Pignatone afferma, ed è l’ipotesi a lui più favorevole, di avere pagato 20
milioni o qualcosa di più in nero, al capo mandamento Salvatore Buscemi del
mandamento Uditore, Boccadifalco, Passo di Rigano. Non è reato, perché siamo
sotto soglia. Però è un illecito amministrativo”.
“NATOLI HA MENTITO DAVANTI AL CSM”
Natoli, invece, secondo il procuratore di Caltanissetta “ha mentito davanti al
Csm” a proposito dei rapporti tra Falcone e Giammanco. Il riferimento è alle
audizioni dei magistrati della procura di Palermo nei giorni immediatamente
successivi alla strage di via d’Amelio. “In particolare – ha ripercorso De Luca
– il dottor Natoli dinanzi al Csm, a domanda del Presidente ha dichiarato: ‘Sui
rapporti Giammanco-Falcone non posso dire nulla perché io arrivo alla procura di
Palermo quattro mesi dopo che Falcone è andato via, quindi non ho alcuna
conoscenza diretta del problema’. ‘E indiretta?’, gli chiede il presidente.
‘Indiretta neppure perché, ripeto Falcone si era trasferito a Roma, ci si
sentiva telefonicamente e ci si vedeva di tanto in tanto a Palermo, ma
ovviamente l’intensità del rapporto è più tale quando ci vedevamo tutti i
giorni. E dice: ‘non posso dare nessun contributo né diretto né indiretto‘. Bene
nel corso dell’audizione giovani colleghi – segnatamente Antonella Consiglio, de
relato Domenico Gozzo, marito della Consiglio che ha avuto raccontato da lei
quanto ora riferirò e il collega Antonino Napoli – hanno dichiarato che nel
corso di una riunione del Movimento per la giustizia – di cui il dottor Natoli
era uno dei leader indiscussi – il dottor Giovanni Falcone, a richiesta dei
colleghi preoccupati dal fatto che stesse lasciando Palermo per andare al
ministero, ha dichiarato con molta chiarezza: non ci sono più le condizioni per
lavorare a Palermo, non posso più lavorare a Palermo’. Antonino Napoli ha avuto
anche con lui una conversazione privata sul punto in cui Falcone ha confermato
questa sua linea che se ne andava perché non riusciva più a lavorare”. De Luca
ha detto anche che “nel corso del suo interrogatorio il dottor Natoli ha
confermato di essere presente a tale riunione. Quindi, vi sono degli indizi ben
concreti per ritenere che il dottor Natoli dinanzi al Csm abbia mentito”.
“BORSELLINO NON SI FIDAVA DEL SUO CAPO”
A proposito dell’indagine sul dossier del Ros dei carabinieri, De Luca ha
definito come “sopravvalutata” la rilevanza della riunione del 14 luglio 1992
alla procura di Palermo. Il riferimento è al vertice dei magistrati, convocato
il giorno successivo la richiesta di archiviazione di alcuni indagati di Mafia e
appalti. Secondo il procuratore di Caltanissetta, “sembra corroborato da
numerosi indizi che in quella sede non si parlò di richiesta di archiviazione
del dossier su mafia e appalti”. Eppure il procuratore generale di Cagliari
Luigi Patronaggio , tra i presenti a quel vertice, ha raccontato proprio alla
commissione Antimafia di aver saputo della richiesta di archiviazione di Mafia e
appalti proprio durante la riunione del 14 luglio. Secondo De Luca “nella
riunione del 14 luglio non ci fu uno scontro tra Paolo Borsellino e la
dirigenza. La strategia e la personalità di Borsellino escludevano che si
arrivasse a uno scontro in quella sede. Borsellino aveva una mentalità di
rispetto e delle gerarchie negli ambiti ufficiali: per cui in sede privata,
nella riservatezza di una stanza poteva anche scontrarsi con il procuratore
Giammanco, ma davanti ai sostituti non lo avrebbe mai fatto. E questo ce lo dice
Antonio Ingroia. Attenzione, Borsellino non aveva paura di Giammanco, Borsellino
era un leone”. Per De Luca, “Paolo Borsellino nutriva una estrema diffidenza nei
confronti Di Giammanco, Natoli e Lo Forte”. Il fatto che il magistrato non si
fidasse dei suoi colleghi e del suo capo, secondo il procuratore di
Caltanissetta è confermato anche da un altro passaggio: “Dopo aver ascoltato il
pentito Gaspare Mutolo, che gli rivelò le collusioni con la mafia di Bruno
Contrada e del pm Domenico Signorino, Paolo Borsellino non ne parla con Lo Forte
e Natoli e neanche a Giammanco, ma riferisce quanto aveva appreso dal
collaboratore di giustizia a due colleghi non titolari dell’inchiesta, cioè
Vittorio Teresi e Ignazio De Francisci“.
LA DESTRA ESULTA, I 5 STELLE: “REQUISITORIA SENZA CONTRADDITORIO”
L’audizione del procuratore di Caltanissetta ha ovviamente provocato reazioni
politiche. I parlamentari di Fdi sottolineano come De Luca abbia “affermato in
maniera chiara e inequivocabile che la cosiddetta pista nera, ovvero l’ipotesi
giudiziaria di un coinvolgimento di Delle Chiaie nella strage di via d’Amelio,
vale zero tagliato. È un’affermazione che merita rispetto e attenzione, perché
proviene dall’autorità giudiziaria titolare delle indagini. Continuare a
insistere su un filone che, secondo la Procura, non presenta concreti elementi
probatori rischia di alimentare confusione e di allontanare la ricerca della
verità”. Al partito di Giorgia Meloni, replicano i parlamentari del Pd, che
ricordano come il procuratore abbia “affermato di non sentirsi di escluderè
altre piste, sulle quali sono ancora in corso indagini. Tra queste, ha
espressamente citato anche una pista nera. Alla luce di questo, appare
inquietante il comunicato del gruppo di Fratelli d’Italia, che esprime una sorta
di soddisfazione per una – arbitraria – interpretazione del ruolo delle piste
nere anche nelle stragi del 92-93, quasi con – inspiegabile – senso di
sollievo”. I 5 stelle, invece, definiscono quella di De Luca come “una
requisitoria senza contraddittorio con gli indagati e i loro avvocati, svolta in
una sede politico-parlamentare anziché nella fisiologica sede giudiziaria. De
Luca, a lungo invocato dalla maggioranza, non si è limitato a una sommaria
esposizione degli elementi su cui sta portando avanti la sua indagine seguendo
la pista mafia-appalti, ma ha esposto a lungo e senza secretazione
dell’audizione una analisi di svariati elementi processuali di dettaglio, alcuni
dei quali non sono nemmeno a conoscenza degli avvocati degli indagati, come le
dichiarazioni testimoniali del dottore Lo Forte”. Il riferimento è alle indagini
su Natoli e Pignatone. “Nella lunga audizione – continuano ancora i 5 stelle –
sono state implicitamente mosse anche accuse di aver detto il falso a magistrati
come Patronaggio, attuale procuratore generale di Cagliari, e Lo Forte. Il
primo, in commissione Antimafia, dove è stato chiamato dalla maggioranza, ha
detto che nella famosa riunione del 14 luglio 1992 si parlò della temporanea
archiviazione di un filone di mafia-appalti, quello che tra gli altri riguardava
Antonino Buscemi. Il secondo lo ha affermato sotto giuramento in pubblico
dibattimento. Oggi si è anche detto che quella archiviazione parziale di
mafia-appalti fu frutto di un mancato approfondimento della procura di Palermo
che avrebbe dovuto e potuto sollecitare il Ros affinché integrasse il suo primo
dossier che ometteva elementi importanti. Peccato che la richiesta di
approfondimento sia stata avanzata dalla Procura di Palermo con un’ampia delega
di indagine del 18 luglio 1991 e che la risposta del Ros sia arrivata solo il 5
settembre 1992, cioè dopo la Strage di via D’Amelio e dopo l’inevitabile
parziale richiesta di archiviazione formulata il 13 luglio ’92”.
L'articolo Il procuratore di Caltanissetta in Antimafia: “Inchiesta su Delle
Chiaie e le stragi? Vale zero. Indaghiamo su un’altra pista nera” proviene da Il
Fatto Quotidiano.