Ed eccoli lì, sprezzanti d’ogni pericolo. Matteo Salvini e Maurizio Gasparri
sorridenti accanto al “pericoloso” Sulaiman Hijazi, l’attivista palestinese
finito nell’inchiesta della Procura di Genova sui fondi di Hannoun e da mesi
usato da giornali e politici di destra come clava per accreditare l’affiliazione
degli avversari a una presunta “rete islamista” a sostegno di Hamas. Una
campagna denigratoria senza sosta: ancora oggi Il Giornale regala nuove perle,
con l’ennesimo affondo contro “Giuseppe Conte l’islamista”. Che puntualmente
Gasparri ha rilanciato sui suoi social, come si vede dall’immagine successiva.
La regola del gioco è semplice, ripetuta fino allo sfinimento: se compari in una
foto con Hijazi, sei “amico di Hamas”. Se partecipi a un evento dove lui è
presente, entri nella “rete italiana dei filo Hamas”. Se scatta un selfie,
diventi una delle “quinte colonne”. Se non prendi le distanze, “non puoi non
sapere”.
Con questa logica, prima di Conte, sono finiti nel tritacarne Stefania Ascari e
Alessandro Di Battista, Angelo Bonelli, ma anche esponenti del Pd: tutti
colpevoli di essersi fatti una foto o di aver partecipato a eventi pubblici con
lui. È bastato un selfie alla Camera per trasformare Francesca Albanese in una
complice politica. Titoli senza appello: “zona grigia”, “rete islamista”. Il
perno narrativo è sempre lo stesso.
Hijazi viene descritto come vicino a Hannoun e, nelle ricostruzioni
giornalistiche, si cita un’intercettazione in cui ammetterebbe che parte dei
fondi raccolti finiscono ad Hamas. Da lì in poi il salto logico è automatico:
contiguità visiva uguale contiguità politica. Nessuna distinzione tra incontro
occasionale e rapporto strutturato. Nessuna differenza tra evento pubblico e
relazione personale. La fotografia diventa prova e sentenza. Alla faccia della
destra “garantista”, la stessa presenza in foto, video o convegni trasforma
tutti in fiancheggiatori del terrorismo.
La campagna ha prodotto anche effetti istituzionali. Il deputato di Fratelli
d’Italia Federico Mollicone ha presentato un’interrogazione per fare luce sulle
“frequentazioni” del leader M5S e dei suoi parlamentari, rei di essere stati
visti più volte al fianco di Hijazi. Tutti, secondo Mollicone, avrebbero “il
dovere di dare spiegazioni immediate a tutti gli italiani”.
Ora però quell’interrogazione andrebbe aggiornata. Perché, applicando lo stesso
metro, la lista dei presunti fiancheggiatori si allunga. Il Fatto ha scoperto
altri due nomi, stavolta davvero insospettabili: Maurizio Gasparri e Matteo
Salvini. Proprio due tra i più assidui animatori della campagna denigratoria. I
due sono immortalati accanto a Hijazi in diverse foto e selfie del 2021, 2022 e
2023. Estate, inverno. Sempre sorridenti. Del tutto incuranti del rischio di
posare con quel “pericoloso terrorista coccolato dalla sinistra” che, a leggere
certi titoli, sembrerebbe andare in giro con una cintura esplosiva sotto la
t-shirt.
A rendere il cortocircuito ancora più evidente è la ricostruzione fornita
dall’avvocato di Hijazi, Luca Bauccio, a cui abbiamo chiesto conto di quelle
immagini. Nessun incontro riservato, nessun rapporto personale, nessun
appuntamento: “Solo incroci casuali in luoghi pubblici”, identici per dinamica e
contesto a quelli usati come prova d’accusa contro gli avversari politici.
Con Salvini l’incontro avviene per caso a Roma nel 2021, in pieno periodo Covid,
davanti al ristorante Giolitti. Hijazi si presenta con nome e cognome e pone una
domanda politica: il riconoscimento dello Stato di Palestina. Salvini risponde:
“Sono per due popoli, due Stati”. Fine dell’interazione. Con Gasparri l’incontro
avviene davanti al Senato, sempre in modo occasionale. Alla stessa domanda, la
risposta è: “Ci stiamo impegnando”. Nessun seguito, nessun contatto, nessun
rapporto.
La stessa dinamica vale per Giuseppe Conte. “Nessun appuntamento, nessun
incontro privato”, ha spiegato Hijazi al suo legale. Conte viene incrociato per
caso davanti al Palazzo della Regione Lombardia, a Milano, mentre sta uscendo da
un evento pubblico. Una stretta di mano, una foto. Come accade quotidianamente a
chiunque faccia politica. Anche se ti chiami Salvini o Gasparri.
L'articolo Selfie con “l’amico di Hamas”: anche Gasparri e Salvini immortalati
con il Pro-Pal indagato per terrorismo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Per quale motivo sono stati rubati a Gian Gaetano Bellavia più di un milione di
file dal suo archivio? E i file, una volta rubati, sono stati poi rivenduti? E a
chi? C’è stato un mandante che ha commissionato il furto prima che avvenisse?
Esiste un secondo procedimento penale contro ignoti per ricettazione? Le
indagini ancora in corso – i cui atti digitalizzati sono stati trafugati –
verranno interrotte e archiviate?
Quanto accaduto fino a fine settembre 2024 e denunciato dallo stesso Bellavia e
dalla sua socia Fulvia Ferradini è molto grave: atti e documenti di inchieste
molto delicate trafugati dai server dello studio. Le domande in apertura sono
quelle più logiche, eppure in alcuni organi di stampa e in diversi interventi di
parlamentari sono comparse domande di ben altra natura. Domande che, nonostante
il punto interrogativo finale, si trasformano facilmente in insinuazioni spesso
diffamatorie nei confronti dello stesso Bellavia. Ed ecco che non posso non
formulare la settima domanda: come mai? Come mai Gian Gaetano Bellavia passa in
un battibaleno da parte lesa ad essere “il sospettato”?
Bellavia, 71 anni, dottore commercialista, revisore dei conti e consulente
tecnico dell’Autorità Giudiziaria, in una recente intervista al Giornale, uno
degli organi di stampa più aggressivi nei suoi confronti, dichiara di aver
lavorato per 15 distretti giudiziari diversi. “Ho fornito consulenze alle
Procure e ai Tribunali di tutt’Italia, da Varese a Palermo, da Genova a Ancona.
E guardi che non ero io che mi proponevo. Erano i magistrati che mi cercavano. E
sa cosa potevo rispondere io ai magistrati? Potevo solo dire di sì. Fornire la
consulenza era ed è un obbligo per il professionista che viene convocato. Un
obbligo per me commercialista, un obbligo per il medico, per il genetista, per
il fisico. Sei precettato.”
La gravità dei fatti è immediatamente intuibile. Quei file contengono
informazioni e documenti riservati che possono facilmente diventare merce di
ricatto.
La notizia che il Pubblico Ministero ha disposto il rinvio a giudizio con
citazione diretta nei confronti della ex collaboratrice dello studio del
commercialista, indicata nella denuncia di furto depositata dallo stesso
Bellavia, compare sei mesi dopo, pubblicata sul Corriere della Sera il 2 gennaio
scorso a firma Luigi Ferrarella, che ci torna l’8 e il 10 gennaio. Un’ultima
nota del Corriere è del 14 gennaio scorso.
Dopo il 2 si scatenano, contro Bellavia, Il Giornale e Libero. Che, tra le altre
argomentazioni, danno molto spazio alle domande di Maurizio Gasparri, capogruppo
di Forza Italia al Senato, che si sono trasformate in interrogazione al Ministro
dell’Interno: “di che documenti disponeva Bellavia? Essendo consulente della
procura probabilmente anche di materiale riservato. Questo materiale è stato
indebitamente utilizzato per inchieste televisive? Siamo di fronte a un nuovo
caso di dossieraggio? Qual è il confine tra Report, trasmissione del servizio
pubblico, le inquietanti attività di Gian Gaetano Bellavia, il furto che lui
denuncia di questi documenti molto delicati da parte di una sua collaboratrice
con la quale ha interrotto i rapporti? E quali sono i legami con la Procura di
Milano o altre procure?”. Penso che la risposta all’ottava domanda sia la più
facile: Bellavia passa dalla parte del colpevole perché l’obiettivo è quello di
attaccare Report che lo utilizza come consulente.
Capite la rocambolesca situazione che si è creata da quando Ferrarella ha
pubblicato la notizia? Notizia che, successivamente viene alimentata anche da un
“giallo”. Così lo definisce Ferrarella: chi e come abbia potuto riversare negli
atti della Procura, “senza tracciamento”, il documento cartaceo “poi
digitalizzato e indicizzato dalla cancelleria”, composto da 36 pagine e in cui
sono elencati nomi di persone a cui sarebbero stati trafugati i dati.
Ed ecco la stoccata finale: “Quello di Bellavia, almeno per ora, non è stato
ufficialmente classificato come dossieraggio. Ma di certo, gran parte di quei
dati ‘ultrasensibili’ raccolti tra i molti anni da consulente dei magistrati e
la sua attività da commercialista dovevano essere distrutti, a norma di legge, e
non rimanere negli archivi digitali di Bellavia”.
In realtà, qualsiasi professionista che svolge un’attività come Consulente
Tecnico del Tribunale (Ctu) riconsegna gli atti e a lui rimane tutto quello che
ha utilizzato per redigere la propria opera intellettuale con gli allegati
necessari a spiegarle. E comunque, qualunque sia la pratica, è obbligato a
tenere i documenti per almeno dieci anni, dopodiché può distruggerli
(attenzione: può, non deve).
Corriamo il serio rischio, una volta terminata la cortina fumogena, che la
vicenda giudiziaria finisca senza che ci siano risposte alle prime sette
domande.
L'articolo Caso Bellavia: perché il consulente derubato viene ora trattato da
sospettato? proviene da Il Fatto Quotidiano.
Bagarre a L’aria che tira (La7) tra Angelo d’Orsi, storico e già professore
ordinario dell’Università di Torino, e il senatore di Forza Italia, Maurizio
Gasparri.
D’Orsi, commentando le parole del presidente francese Emmanuel Macron, il quale
ha annunciato che entro il 2030 ci sarà un finanziamento ulteriore di 36
miliardi di euro destinato ad “accelerare” il riarmo della Francia, stronca le
posizioni belliciste dei leader europei: “Nessuno dirà mai che ci si riarma per
fare la guerra, tutti dicono che ci si riarma per la difesa. E per sostenere
questa tesi bisogna inventare la figura del nemico, Hannibal ad portas, cioè c’è
sempre Annibale alle porte pronto ad aggredirci”.
Dissente Gasparri, che scomoda le posizioni politiche di d’Orsi: “Chi dice che
stiamo inventando un nemico prescinde dalla realtà. Se uno poi vuole rimettere
l’Unione Sovietica, io dico che sono contrario, perché sono di Forza Italia. E
noi vogliamo la libertà dei popoli e l’autodeterminazione. C’è chi è
filosovietico, come il professore che inneggia a tutte le robe più strane del
mondo“.
D’Orsi insorge: “Filosovietico? Non esiste più l’Urss, Gasparri, si aggiorni.
Madonna, per favore, la smetta. Io mi richiamo semplicemente agli eventi
storici. Da dove nasce l’invasione russa? Cosa è successo nel 2014?”.
“Ma lei viene invitato in tv per fare la macchietta perché dice cose strane –
replica Gasparri – Io non faccio Stanlio e Ollio con lei, però le dico che lei
prima inneggiava a Berlinguer, il quale prendeva i soldi da Mosca per il
partito. E Berlinguer non era onesto“.
“Ma la smetta – si infuria d’Orsi – E la questione morale? Non si permetta di
nominare Berlinguer. Si lavi la bocca col sapone prima di parlare di
Berlinguer“.
“Si legga il libro “L’oro di Mosca” del tesoriere Gianni Cervetti – rilancia
Gasparri – Studi la storia, professo'”.
“Si vergogni – commenta d’Orsi – Lei è veramente pietoso”.
L'articolo Lite Gasparri-d’Orsi. “Berlinguer non era onesto, prendeva i soldi da
Mosca”. “Si lavi la bocca col sapone prima di nominarlo”. Su La7 proviene da Il
Fatto Quotidiano.
“Perché la politica mi attacca per l’irruzione nella redazione de La Stampa a
Torino? In questo momento io faccio paura perché rappresento il cambiamento e un
risveglio delle coscienze. Il senatore Maurizio Gasparri si indigna per le mie
parole ma io voglio dirgli: si indignasse lui per il supporto che questo governo
sta dando al governo Netanyahu, che da due anni commette un genocidio a Gaza.
Gasparri, una volta tanto nella vita, dica una cosa che abbia senso”. Così
Francesca Albanese, ospite ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi
sul Nove il sabato sera con la partecipazione di Andrea Scanzi e Marco
Travaglio. dopo aver partecipato e preso la parola alla manifestazione nazionale
di Roma in solidarietà al popolo palestinese e contro la finanziaria “di guerra”
indetta dai sindacati di base, la Relatrice Speciale dell’Onu è intervenuta
sulle polemiche seguite alle sue dichiarazioni sul blitz nella redazione del
quotidiano torinese: “L’Italia si è svegliata dinanzi a quello che poco fa, in
piazza, dinanzi a 100mila persone, chiamavo ‘l’effetto Palestina’, che ci ha
fatto capire che l’economia della guerra, che sta massacrando i palestinesi, è
la stessa che sta erodendo i diritti fondamentali di questo Paese. Ed è questo
che non mi si perdona, secondo me, perché sono stata chiarissima: chiaramente
condanno la violenza nei confronti della redazione de La Stampa“.
“La mia colpa è di aver condannato la stampa italiana (non la testata, ndr) e
occidentale in generale per il pessimo lavoro, indegno, che ha fatto in larga
misura sulla questione palestinese. – ha proseguito Albanese – Dico anche a
tutti e tutte quelle che ci stanno seguendo: la violenza non è mai una risposta
o un’azione legittima, neanche in una situazione violenta com’è l’Italia in
questo momento. Neanche in un sistema violento bisogna utilizzare la violenza,
perché – cosa succede – a parte il danno materiale e morale che si fa a dei
giornalisti, e che è indegno, si distrugge anche la causa o le ragioni di tutti
quelli che in questi giorni stanno scendendo in piazza. Prova ne è il fatto che
l’unica notizia di cui si parla e l’unica notizia per cui si parla di me è
l’attacco intenso e violento contro La Stampa”.
Infine, un messaggio diretto al senatore Maurizio Gasparri che nel pomeriggio
aveva evocato “indignazione” contro la Relatrice: “Io leggo questa nota in cui
si dice: ‘Gasparri: siamo indignati per ciò che dice e fa l’Albanese’. Vorrei
che Gasparri si indignasse per il supporto che questo governo sta dando al
governo Netanyahu, che da due anni commette un genocidio. Gasparri, una volta
tanto nella vita, dica una cosa che abbia senso“, ha concluso Albanese.
L'articolo Raid a La Stampa, Albanese risponde a Gasparri su Nove: “Si
indignasse per il supporto del suo governo al genocidio di Gaza, non per me”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno sfogo. Più con il suo capogruppo che con il governo: “Mi hanno tagliato
tutti gli emendamenti, ma sono di buon senso, non è giusto”. La protesta è di
mercoledì pomeriggio al Senato e il protagonista è Claudio Lotito,
vicepresidente della Commissione Bilancio, istrionico senatore di Forza Italia,
presidente della Lazio. Lotito ce l’aveva con il capogruppo del suo partito al
Senato Maurizio Gasparri che, a suo dire, avrebbe “tagliato” tutti i suoi
emendamenti dalla lista dei segnalati, cioè quelli considerati prioritari.
Una faida dentro Forza Italia che va avanti da qualche giorno con Lotito che già
lunedì scorso si era sfogato con il relatore della manovra di Forza Italia Dario
Damiani, davanti a diversi colleghi della commissione Bilancio. Mercoledì, poi,
lo stesso Lotito ha protestato con il ministro dei Rapporti col Parlamento Luca
Ciriani per la decisione di tagliare gli emendamenti: “Sono tutti di buon senso
e hanno tutte le coperture”, ha detto il senatore azzurro rivolgendosi al
ministro di Fratelli d’Italia alla fine di una riunione di maggioranza a Palazzo
Madama convocata proprio per decidere quali saranno gli emendamenti che potranno
passare al Senato.
Insistenza che ha imbarazzato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca
Ciriani che non poteva prendere posizione: “È una questione che riguarda il tuo
partito, io non ci posso fare niente”, sarebbe stata la reazione del ministro
meloniano. Come ha raccontato Il Fatto nei giorni scorsi, Lotito ha presentato
diversi emendamenti sul calcio come il ritorno della pubblicità sulle scommesse.
Gli emendamenti segnalati alla manovra sono 400 in proporzione ai gruppi: a
Forza Italia ne spettano 39 ma originariamente Lotito avrebbe voluto allargare
le maglie fino a 100, quanti quelli di Fratelli d’Italia.
L'articolo La faida in Forza Italia sulla manovra. Lotito sconsolato chiede
aiuto al ministro Fdi: “Mi hanno tagliato gli emendamenti” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Maurizio Gasparri canta vittoria. “Questa tornata elettorale ha portato al voto
sette regioni. I partiti di centrodestra erano al governo in tre, ora, in
particolare Forza Italia, in quattro di queste Regioni”. Gasparri sottolinea il
risultato della Valle D’Aosta dove Forza Italia, a differenza di Fratelli
d’Italia e Lega, è nella Giunta regionale. L’intervista viene interrotta dalla
pioggia e, dopo un collegamento televisivo, il senatore azzurro commenta la
vittoria, larga, del centrosinistra, guidato da Roberto Fico, in Campania. “Non
sono amareggiato ma preoccupato per i campani. Io lo ritengo inadeguato. Lei –
chiede Gasparri – si farebbe curare i denti da me che sono giornalista
professionista? Fico ha esperienza amministrativa quanto io ho esperienza
odontoiatrica”.
Ma questo non aggrava la sconfitta del centrodestra? “Si sono confermati i
risultati in tutte le Regioni e i risultati vanno accettati. A volte si vince
per uno schieramento, per delle situazioni. Ci sono delle persone che vincono
inconsapevolmente e che sono incolpevoli della loro vittoria”.
L'articolo Il “fair play” di Gasparri, attacchi a Fico ed elettori campani:
“Sono preoccupato per loro, ha esperienza amministrativa quanto io
odontoiatrica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Uno scontro durissimo è andato in scena ieri sera al “Tg2 Post“, la spazio
informativo del telegiornale della seconda rete del servizio pubblico.
Protagonisti Maria Elena Boschi e Maurizio Gasparri, una discussione esplosa sul
finire della trasmissione quando la capogruppo di Italia Viva ha criticato
l’operato del ministro Tajani suscitando la reazione del collega di partito:
“L’autorevolezza di Tajani è superiore ai ministri ignoti agli Esteri nominati
da Renzi”. Boschi ha ricordato il ruolo di Paolo Gentiloni ma la situazione si è
infiammata ulteriormente con i due capigruppo impegnati a battibeccare senza
sosta: “Cerchi di non essere sempre offensivo, lei Gasparri è rimasto a dieci
anni fa, dovrebbe imparare l’educazione. Lei è offensivo con le donne, è un
maleducato“.
“Lei fa la vittima, avete nominato ignoti. Renzi va in Arabia Saudita a svendere
gli interessi del Paese”, ha replicato il senatore forzista. Con il silenzio
dell’altro ospite, il giornalista Francesco Bechis, e lo stupore della
conduttrice Monica Giandotti che ha inutilmente tentato di placare gli animi:
“Mi costringete ad abbassare l’audio, non sono riuscita a fare l’ultima domanda.
Devo chiudere. Boschi e Gasparri vi prego, non si capisce niente. Non credo ci
sia possibilità di uscirne, mi devo alzare e devo chiudere“. Solo sui saluti
finali i due politici hanno smesso di litigare.
> Tolti cameraman e altre maestranze, sono 4 in studio e in 2 hanno fatto
> caciara per 45. pic.twitter.com/EU0W0eZjd6
>
> — LALLERO (@see_lallero) November 18, 2025
Sul fronte privato Boschi aveva ufficializzato nelle scorse settimane la fine
dell’amore con l’attore Giulio Berruti, una relazione durata cinque anni. La
notizia era stata anticipata dal sito Dagospia che aveva poi svelato la
frequentazione tra l’ex ministra delle Riforme e l’avvocato Roberto Vaccarella,
fratello di Elena, compagna di Giovanni Malagò, e già ex del volto di SkyTg24
Lavinia Spingardi. “I giornali dicono che ho già un nuovo fidanzato? No
comment”, aveva commentato Boschi a “Un giorno da pecora” su Radio1.
Il loro legame è ormai ufficiale. Il settimanale “Chi” in edicola pubblica le
prime immagini della coppia insieme in bicicletta nella campagna maremmana, nei
dintorni di Capalbio. Boschi e Vaccarella hanno trascorso insieme un weekend
nella villa di lui, sempre a Capalbio, non lontana dal mare dell’Ultima
Spiaggia.
L'articolo “Lei è rimasto a dieci anni fa, dovrebbe imparare l’educazione. Lei è
offensivo con le donne”, “Lei fa la vittima”: scontro tra Maria Elena Boschi e
Maurizio Gasparri al Tg2Post proviene da Il Fatto Quotidiano.