È il 23 di gennaio, all’Ateneo di Bergamo ci sono gli economisti Federica Origo
e Michele Boldrin e l’europarlamentare – ex sindaco della città – Giorgio Gori
per un dibattito su giovani e lavoro. A un certo punto un gruppo di studenti
entra nella sala e srotolando uno striscione con la scritta “Fuori i sionisti
dall’Università” interrompe l’incontro e contesta Gori. L’esponente del Pd,
nelle settimane precedenti, aveva difeso il collega dem Emanuele Fiano, a cui
era stato impedito di parlare a Venezia.
Questa la storia finita sui giornali un mese fa, anche e soprattutto per una
frase pronunciata da uno degli studenti – secondo il collettivo
UnibgForPalestine, “estrapolata dal contesto” – che suonava così: “Stiamo con
chiunque spara a un sionista”. La novità, ora, è che gli studenti che hanno
partecipato all’azione sono stati convocati, attraverso una mail personale, dal
rettore Sergio Cavalieri. La ragione? L’avvio di un procedimento disciplinare.
Un ammonimento, nella migliore delle ipotesi, che può sfociare in una
sospensione o, nel caso più grave, nell’espulsione dall’ateneo.
Secondo il punto di vista dell’Università, gli studenti avrebbero violato il
Codice etico e il regolamento dell’Ateneo, avendo adottato un comportamento
contrario ai canoni di integrità e onestà ai quali uno studente deve attenersi.
Le comunicazioni elencano una serie di fatti contestati, convocano gli studenti
al Rettorato il prossimo 4 di marzo e sottolineano come ciascun studente possa
portare memorie difensive e farsi assistere da un avvocato.
“Esprimere il proprio dissenso nei confronti di chi appoggia un’ideologia
razzista e suprematista e denunciare il ruolo della nostra istituzione nel
genocidio in Palestina e nell’industria bellica è diventato un crimine” scrive
il collettivo UnibgForPalestine. “Infatti alcuni di noi hanno come unico ‘capo
d’accusa’ quello di aver fatto irruzione nell’aula e di aver interrotto un
evento a cui erano regolarmente iscritti e a cui avevano tutto il diritto di
partecipare per esprimere la propria opinione. Il dissenso non è un reato“.
Secondo gli studenti coinvolti “il nostro ateneo non è un luogo libero e
disinteressato dalle dinamiche genocidarie del sionismo, del nostro governo e di
tutti i Paesi occidentali” tanto più che “la stessa determinazione nel punirci
non è mai stata applicata nell’impegnarsi seriamente a rescindere gli accordi in
vigore con Israele e a interrompere ogni complicità con aziende belliche come
Leonardo“.
Dal rettore ora ci sarà il confronto, con l’istruttoria. Poi lo stesso rettore
proporrà al Senato accademico la natura del provvedimento disciplinare, che
andrà votato.
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Doveva essere un incontro per pochi aficionados, “una sessantina di persone”,
dice lui. Invece il convegno “Russofobia. Russofilia. Verità” di Angelo d’Orsi,
storico gramsciano, accademico di lungo corso ed ex candidato sindaco per
Rifondazione comunista, si trasforma in un incontro da oltre 300 presenze, con
gli organizzatori costretti a piazzare gli amplificatori nel cortile del circolo
Arci “La Poderosa” per permettere a tutti di ascoltare.
Un trasloco forzato: l’evento, previsto al Polo del Novecento, simbolo della
memoria resistenziale torinese, era stato cancellato dopo le pressioni di
+Europa, dei radicali, delle associazioni ucraine del territorio e, soprattutto,
di alcuni big nazionali del centrosinistra.
In piazza Carignano, poche ore prima, la contromanifestazione: una ottantina di
presenti, tra radicali, +Europa, esponenti pro-Ucraina e qualche bandiera di
Azione. Lo slogan: “Torino non russa”. Al centro del mirino, l’iniziativa di
d’Orsi, bollata da più parti come “evento putiniano”.
D’Orsi sale sul palco della Poderosa con l’aria di chi non ha intenzione di
derubricare la vicenda a banale malinteso organizzativo. E attacca subito:
“Abbiamo già fatto i ringraziamenti fondamentali al duo (Pina Picierno e Carlo
Calenda, ndr) che ormai è nei nostri cuori: hanno fatto una importante
contromanifestazione alle 18 in piazza Carignano. Ho mandato un emissario, erano
in 60, protetti dalla polizia.”
Il professore racconta di essere stato bersaglio di pressioni, accuse, appelli
alla cancellazione dell’evento. Pressioni che sarebbero arrivate direttamente
“dall’onorevole Gori, già sindaco di Bergamo, da Carlo Calenda e dalla signora
Picierno”, con un ruolo determinante di +Europa e dei radicali torinesi: “Li
pensavo estinti, ho scoperto che sono ancora vivi”.
In mezzo, anche qualche affondo locale: “In consiglio comunale c’è stata
un’iniziativa del dottor Silvio Viale, sul quale ieri il pm ha chiesto una
condanna per violenza sessuale aggravata. E lui fa il moralista.”
Il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, si sarebbe difeso dicendo a d’Orsi: “Non
ho fatto un cazzo”. Ma, osserva il professore, “il solo fatto che un sindaco
telefoni per verificare è una cosa mai vista”.
Non manca la polemica sul doppio standard: “Il Polo del Novecento sta
organizzando una grande giornata a sostegno dell’Ucraina, con interventi anche
di associazioni ucraine, messa in calendario come evento culturale. Se lo faccio
io, è propaganda. Decide la signora Picierno qual è il discrimine tra propaganda
e cultura.”
Il bersaglio resta sempre lo stesso: la “censura preventiva” esercitata nei suoi
confronti, “prima ancora che parlassi”.
Prima di arrivare al piatto forte della serata, d’Orsi snocciola una serie di
episodi che definisce “bizzarri”: “Pochi minuti fa hanno hackerato il mio
profilo Facebook, Instagram, Telegram, Apple, X, tutto. Ah, e PayPal mi ha preso
dei soldi… ma per la buona causa si fa anche questo. Ci sono stati anche
tentativi di effrazione qui alla Poderosa questa notte.”
Ma il momento più applaudito arriva quando d’Orsi racconta il retroscena che ha
fatto sghignazzare la platea: la telefonata di Carlo Calenda al giovane cronista
del Tempo, Edoardo Sirignano, “reo”, secondo il leader di Azione, di aver
pubblicato una lunga intervista allo storico.
D’Orsi lo racconta così: “Un solo giornale nazionale mi ha intervistato: un
giornale di destra, Il Tempo. Poco fa mi ha telefonato il giornalista,
preoccupato. Mi fa: ‘Professore, l’intervista ha provocato un casino in
redazione. Sa qual è stata la prima telefonata che ho ricevuto?’ Io gli ho
detto: ‘Calenda’. E lui: ‘Sì’.”
Calenda avrebbe chiamato alle 7.30 del mattino, protestando per lo spazio
concesso al professore: “Ha detto: ‘Ma come? Voi date spazio a questo
putiniano?’ Ha fatto una scena isterica al telefono, minacciando.”
Secondo d’Orsi, il cronista temeva addirittura conseguenze professionali. “Gli
ho detto: ‘Non si preoccupi, l’assumo io’.”
D’Orsi amplia l’affondo politico: “La gran parte della mobilitazione contro
l’evento viene dal Pd o da aree vicine al Pd. Oggi nel Pd ci sono i peggiori
bellicisti, i peggiori guerrafondai, i peggiori russofobi.”
Non manca una stoccata alla vicepresidente del Parlamento Europeo, Picierno, che
avrebbe ironizzato sui suoi spostamenti: “Ha scritto: ‘Il professor d’Orsi va e
viene dalla Russia, e poi gira l’Italia liberamente’. Come se fosse una
concessione che mi fanno. Mettetemi subito al gabbio, allora.”
In mezzo alle polemiche, il professore annuncia anche il messaggio di
solidarietà di Alessandro Barbero: “È lui che ha cercato me. Mi ha detto che era
scandalizzato e che si mette a disposizione nei limiti del possibile.”
D’Orsi chiude rivendicando l’effetto boomerang delle contestazioni: “Davo per
scontato 60 spettatori. Ora siamo qui in centinaia. Hanno moltiplicato tutto.
Stiamo già costruendo qualcosa dal basso. Le reti sociali (per questo mi hanno
anche hackerato tutto) sono diventate uno strumento importante.”
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sulla sfuriata del leader di Azione al cronista del Tempo proviene da Il Fatto
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