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Referendum: il No prevale tra studenti, laureati e professionisti. Più Si tra casalinghi ed elettori con istruzione bassa
Sono gli studenti, i laureati e i professionisti ad avere spinto bocciatura del referendum sulla riforma della giustizia. Una mobilitazione a difesa della Costituzione che è stata trasversale, coinvolgendo in particolare gli italiani con una condizione economica elevata ma anche i ceti meno abbienti. Il Sì prevale solo tra chi ha un titolo di studio basso e tra i casalinghi/e. È questo il quadro di come hanno votato gli italiani per la riforma della giustizia Nordio secondo le stime di Ipsos Doxa per il Corriere. BOOM DI AFFLUENZA TRA I GIOVANI Il punto di partenza è quello della grande partecipazione: oltre un terzo di chi non ha votato alle elezioni di due anni fa questa volte si è recato alle urne. L’affluenza che sfiora il 59% è trainata in particolare dai più giovani: la generazione Z, dai 18 ai 28 anni, ha il 67% di partecipazione al voto e , di questi, vota no il 58,5%. Il massimo livello di astensione si trova negli italiani tra i 29 e i 44 anni (non ha votato il 47,5%). Affluenza poco sopra la media nazionale, invece, per le classi d’età 45-60 anni e tra gli over 60. QUASI IL 68% DEI LAUREATI HA VOTATO NO Le stime dell’istituto guidato da Nando Pagnoncelli (basate su circa 6mila interviste, con un margine di errore di +/-4%) disegnano anche la distribuzione del voto per caratteristiche sociodemografiche. Il No prevale in quasi tutti i gruppi, ma è nettamente avanti tra chi ha un livello di istruzione più elevata: tra i laureati i contrari sono il 67,9%, mentre il 53,6% tra i diplomati. Il Sì prevale invece (51,4%) solo tra chi ha la licenza media o elementare. LA CONDIZIONE ECONOMICA Per quanto riguarda la condizione economica, la percentuale più alta di No si registra tra chi ha un reddito elevato (59,9%) seguiti da chi ha una condizione bassa (57,1%). Sono i ceti medi a presentare delle percentuali inferiori ma sempre con i contrari in maggioranza: condizione economica medio-alta 53,8%, media 51,4% e medio-bassa 53,2%. PIÙ NO DA STUDENTI E PROFESSIONISTI, SÌ DAI CASALINGHI/E Per quanto riguarda le categorie professionali il No sbanca tra gli studenti (63,6%) seguiti da imprenditori, professionisti e dirigenti (57,2%) e anche i pensionati (57%). La prevalenza di favorevoli alla riforma, secondo le stime, si registra solo tra i casalinghi/e, dove i Sì raggiungono quota 57,4%, mentre sono quasi divise equamente le preferenze tra gli operai. RAPPORTO CON LA RELIGIONE Infine Ipsos Doxa stima anche l’andamento del voto nel rapporto con la religione. In questo caso il No domina tra i non credenti (68,4%) e tra chi professa altre religioni (52,1%). Tra i cattolici, invece, si registra un maggior numero di Sì, in particolare tra i cattolici praticanti saltuari dove tocca cifra 54,6%. L'articolo Referendum: il No prevale tra studenti, laureati e professionisti. Più Si tra casalinghi ed elettori con istruzione bassa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studentato di lusso (con stanze da mille euro al mese) agli ex mercati generali di Roma, il no dei residenti: “Il Comune revochi la convenzione”
Uno studentato di lusso con circa 2mila stanze che arriveranno a costare mille euro al mese, un parcheggio interrato con oltre 2mila posti auto e poi ancora una biblioteca, una mediateca, sale per eventi, coworking, aree sportive e un centro di benessere urbano. È questo il nuovo progetto previsto per l’area degli ex mercati generali, nove ettari di proprietà del Comune, rimasti abbandonati, tra i quartieri Ostiense e Garbatella, dove fino al 2002, i padiglioni dei primi del ‘900, ospitavano i banchi del pesce e dell’ortofrutta, prima che questi venissero spostati a Guidonia. Il Comune di Roma ha infatti firmato, a novembre del 2025, una nuova convenzione insieme ad una cordata di aziende, guidata dalla Lamaro Appalti del costruttore Claudio Toti (titolari della precedente concessione del 2006) e la multinazionale immobiliare statunitense Hines, che finanzierà l’operazione con 381 milioni di euro. Un progetto che non piace ai residenti, che alla fine dello scorso anno si sono uniti in un comitato, il Comitato civico per la tutela dell’area degli ex mercati generali, per dire no alla speculazione edilizia. “Il progetto prevede il restauro degli edifici storici (i padiglioni dell’ex mercato) più sette nuove costruzioni – spiega Lorenzo Di Stefano, architetto e membro del Comitato – il 60% sarà occupato dallo studentato di lusso. Ci saranno 35mila metri quadri di edificato in più e gli spazi pubblici e gratuiti saranno solo il 6% di tutta l’area”. A preoccupare i residenti è anche l’assenza di aree verdi che, spiega Anna Pacilli, biologa in pensione che vive a 200 metri dall’area, saranno relegate a qualche aiuola. “Con la costruzione dei parcheggi sotterranei – dice – la soletta di terreno che resterà non sarà sufficiente per piantare alberi. Il quartiere manca di verde, questo intervento porterà 2mila condizionatori in più e l’aumento del traffico lo renderà ancora più caldo”. Accanto ai cittadini che abitano la zona, a criticare questo progetto si sono unite anche diverse associazioni, come Nonna Roma con il suo presidente, Alberto Campailla, che qualche settimana fa, ha inviato al Comune una lettera per spiegare come l’intervento aumenterà la crisi abitativa nel quadrante. “Questo studentato rischia di diventare l’ennesimo albergo per turisti e nomadi digitali – dice Campailla – se si pensa anche all’autorizzazione di altri 14 grandi alberghi di lusso nella nostra città. Siamo invasi da fondi immobiliari che costruiscono studentati privati, questo porterà di sicuro ad un aumento dei prezzi nell’intera zona”. La protesta continua e il prossimo appuntamento sarà un corteo previsto per sabato 28 febbraio, alle 14:30 con partenza da Largo delle Sette Chiese. L'articolo Studentato di lusso (con stanze da mille euro al mese) agli ex mercati generali di Roma, il no dei residenti: “Il Comune revochi la convenzione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Rientrati in Italia i 200 studenti bloccati a Dubai: “È stata dura, ci siamo ritrovati di colpo in territorio di guerra”
Tanta commozione, tra lacrime e abbracci, all’aeroporto di Milano Malpensa per il rientro dei 200 studenti italiani che erano rimasti bloccati a Dubai dopo l’attacco di Usa e Israele contro l’Iran e la risposta di Teheran contro i Paesi del Golfo. All’apertura delle porte, un lungo applauso ha accompagnato i primi ragazzi in uscita dall’area arrivi. Ad accoglierli c’erano genitori, amici e insegnanti visibilmente emozionati. “Adesso che sono qua e ho baciato mia mamma sto bene. Prima no, però adesso bene” ha detto Valerio. È stata dura soprattutto “il fatto di non sapere niente, non sapere quando tornavamo. Ringraziamo tutti quelli che hanno reso possibile il nostro ritorno: lo Stato, gli Emirati, la WSC Italia. Siamo a casa”, ha aggiunto. Il volo partito da Abu Dahbi è atterrato a Malpensa alle 19.25. “È un’esperienza che rimarrà indelebile perché, da ragazzo, mi sono trovato in un attimo, come mai avrei immaginato, in territorio di guerra“, racconta è Lucio, 17enne studente del liceo Sant’Anna di Torino, dopo essere sbarcato all’aeroporto di Malpensa. Anche lui faceva, come gli altri, si trovava a Dubai per un’attività extrascolastica organizzata da WSC Italia – World Student Connection Global Leaders, nell’ambito del progetto di simulazione delle assemblee Onu. “È stata un’esperienza molto forte“, aggiunge: “Ci siamo sempre fatti coraggio io e gli altri ragazzi, ma man mano che passava il tempo la preoccupazione aumentava perché sentivamo nel cielo il rombo degli aerei ed esplosioni“. “In diversi momenti della giornata e anche di notte arrivavano allarmi, sia con sms sui telefonini sia con le sirene dell’albergo. In quelle circostanze eravamo costretti a scendere nei seminterrati, trasformati in bunker. Ci avevano sistemati al piano terra dell’hotel per poter scendere più velocemente”, racconta ancora. Lucio ringrazia infine “il coordinatore scolastico per essersi subito attivato per il nostro rientro, i giornalisti per aver raccontato la nostra situazione e il governo che in pochi giorni ci ha riportato dalle nostre famiglie e dai compagni di classe. Domani saremo felici di riabbracciarli e raccontare la nostra avventura”. Per loro la lunga attesa è finita. Intanto la Task Force Golfo istituita dalla Farnesina continua a lavorare per gli altri italiani che vogliono lasciare l’area del conflitto. Dopo i primi rientri avvenuti lunedì anche nella giornata di martedì altri quattro voli, oltre quello degli studenti, sono partiti dagli aeroporti di Mascate in Oman e Abu Dhabi negli Emirati con a bordo connazionali che volevano tornare in patria. In totale – ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani – sono circa 2.500 gli italiani che fra lunedì e martedì hanno fatto rientro in Italia dal Golfo, dove ci sono circa 70mila connazionali, di cui 30mila solo negli Emirati Arabi Uniti. “Di fatto – ha aggiunto il titolare della Farnesina – c’è una città intera”. Tanti, in questi giorni, hanno lamentato molte difficoltà a ricevere supporto da parte delle autorità italiane. La situazione resta “complessa” in quanto gli scali del Golfo sono hub molto importanti anche per chi si trova nell’area dell’Oceano Indiano e dell’Asia. In particolare la Farnesina si è mossa per cercare di “alleggerire” la situazione alla Maldive dove ci sono molti italiani bloccati. “La priorità – ha comunque precisato Tajani – va alle persone che si trovano in zona di guerra“. A tal proposito il ministro ha fatto sapere che sono giunte “una quarantina di richieste” di persone con cittadinanza italiana che vogliono lasciare l’Iran. “Vediamo di farli partire nella massima sicurezza, perché lì c’è ancora più rischio, come a Tel Aviv, per farli uscire. Stiamo lavorando per organizzare spostamenti nella massima sicurezza possibile, per cercare di evitare rischi di qualunque tipo”, ha detto Tajani. L'articolo Rientrati in Italia i 200 studenti bloccati a Dubai: “È stata dura, ci siamo ritrovati di colpo in territorio di guerra” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Studenti pro-Pal contestano Giorgio Gori in Università, il rettore li convoca: “Avviamo procedimenti disciplinari”
È il 23 di gennaio, all’Ateneo di Bergamo ci sono gli economisti Federica Origo e Michele Boldrin e l’europarlamentare – ex sindaco della città – Giorgio Gori per un dibattito su giovani e lavoro. A un certo punto un gruppo di studenti entra nella sala e srotolando uno striscione con la scritta “Fuori i sionisti dall’Università” interrompe l’incontro e contesta Gori. L’esponente del Pd, nelle settimane precedenti, aveva difeso il collega dem Emanuele Fiano, a cui era stato impedito di parlare a Venezia. Questa la storia finita sui giornali un mese fa, anche e soprattutto per una frase pronunciata da uno degli studenti – secondo il collettivo UnibgForPalestine, “estrapolata dal contesto” – che suonava così: “Stiamo con chiunque spara a un sionista”. La novità, ora, è che gli studenti che hanno partecipato all’azione sono stati convocati, attraverso una mail personale, dal rettore Sergio Cavalieri. La ragione? L’avvio di un procedimento disciplinare. Un ammonimento, nella migliore delle ipotesi, che può sfociare in una sospensione o, nel caso più grave, nell’espulsione dall’ateneo. Secondo il punto di vista dell’Università, gli studenti avrebbero violato il Codice etico e il regolamento dell’Ateneo, avendo adottato un comportamento contrario ai canoni di integrità e onestà ai quali uno studente deve attenersi. Le comunicazioni elencano una serie di fatti contestati, convocano gli studenti al Rettorato il prossimo 4 di marzo e sottolineano come ciascun studente possa portare memorie difensive e farsi assistere da un avvocato. “Esprimere il proprio dissenso nei confronti di chi appoggia un’ideologia razzista e suprematista e denunciare il ruolo della nostra istituzione nel genocidio in Palestina e nell’industria bellica è diventato un crimine” scrive il collettivo UnibgForPalestine. “Infatti alcuni di noi hanno come unico ‘capo d’accusa’ quello di aver fatto irruzione nell’aula e di aver interrotto un evento a cui erano regolarmente iscritti e a cui avevano tutto il diritto di partecipare per esprimere la propria opinione. Il dissenso non è un reato“. Secondo gli studenti coinvolti “il nostro ateneo non è un luogo libero e disinteressato dalle dinamiche genocidarie del sionismo, del nostro governo e di tutti i Paesi occidentali” tanto più che “la stessa determinazione nel punirci non è mai stata applicata nell’impegnarsi seriamente a rescindere gli accordi in vigore con Israele e a interrompere ogni complicità con aziende belliche come Leonardo“. Dal rettore ora ci sarà il confronto, con l’istruttoria. Poi lo stesso rettore proporrà al Senato accademico la natura del provvedimento disciplinare, che andrà votato. Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it Instagram L'articolo Studenti pro-Pal contestano Giorgio Gori in Università, il rettore li convoca: “Avviamo procedimenti disciplinari” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sondaggio rivolto agli studenti per segnalare i docenti di sinistra. Io lo sono, schedatemi”: la video-denuncia di un prof
“Il gruppo di Azione Studentesca legato a Gioventù Nazionale – costola di Fratelli d’Italia – ha diffuso volantini davanti a diverse scuole con un QR Code che indirizza a un sondaggio da compilare”. Comincia così il video diffuso sui social da Giorgio Peloso Zantaforni, docente di lettere in un liceo, che ha denunciato quanto accaduto in alcuni istituti italiani. “In questo QR Code – continua il professore – viene espressamente chiesto agli studenti di segnalare i professori di sinistra della propria scuola. È successo a Cuneo, ad Alba, a Palermo e adesso anche a Pordenone. Attraverso questo form, i docenti colpevoli di essere appunto di sinistra vengono trattati come moderni hostess pubblici, con l’obiettivo di stilare un report nazionale – come riporta il volantino – che nel solco della metafora storica potremmo definire come una moderna lista di proscrizione. Non un’indagine imparziale sulla politicizzazione degli insegnanti, considerando che viene esplicitamente chiesto se essi sono di sinistra. Probabilmente fa più paura l’antifascismo insegnato piuttosto che il fascismo mai davvero disimparato. E allora vorrei rendere più facile il lavoro ai signori di Azione Studentesca. Mi chiamo Giorgio Peloso Zantaforni, sono un insegnante di liceo e sono di sinistra. Schedatemi pure. L’unico mezzo che abbiamo per opporci a questa preoccupante deriva autoritaria è la resistenza. E uno dei modi per farla è mettere il proprio pensiero, la propria faccia, il proprio corpo, a servizio del dissenso come pratica civile. E della memoria storica come argine contro ogni tentazione di disciplinamento ideologico”, conclude. L'articolo “Sondaggio rivolto agli studenti per segnalare i docenti di sinistra. Io lo sono, schedatemi”: la video-denuncia di un prof proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Scuola, centinaia di studenti al freddo (come ogni anno) ma la politica li ignora. E il governo non vuole saperne: “Colpa degli enti locali”
In Italia ad ogni inverno sempre più studenti sono costretti a fare i conti con riscaldamenti in panne, cattivo isolamento degli edifici, spifferi, infiltrazioni d’acqua, ma la politica non ne parla. Il tema “freddo” in aula non è nelle agende di chi sta al governo, in Parlamento o nei consigli regionali. Semmai resta un problema dei sindaci che insieme alle province sono i proprietari degli edifici: i primi delle strutture dell’infanzia, della primaria e della secondaria di primo grado; gli altri delle superiori. Sugli impianti termici, i vertici del ministero a ilfattoquotidiano.it rilasciano il laconico commento: “È un tema che dipende dagli enti locali”, non da viale Trastevere. LA POLITICA LATITA: IL FREDDO A SCUOLA MAI IN AGENDA Le dichiarazioni pubbliche sull’argomento che abbiamo registrato sulla questione sono ben poche: nel gennaio 2017 era stata la ministra del Pd Valeria Fedeli (deceduta in questi giorni) a definire “inaccettabile che alcuni studenti dovessero stare in aula al freddo a causa degli impianti di riscaldamento non funzionanti”, al punto da chiedere verifiche sugli impianti. Anche Marco Bussetti (Lega), arrivato a viale Trastevere, aveva affrontato il tema della responsabilità degli enti locali nel garantire il riscaldamento adeguato negli edifici scolastici. Due anni fa, invece, era stata la senatrice Concetta Damante (5Stelle) a presentare un’interrogazione parlamentare riguardo del freddo in aula. Tra i sindaci spunta una dichiarazione dell’ex primo cittadino di Firenze Dario Nardella, che aveva criticato il “servizio di riscaldamento inefficiente consegnato da appaltatori, promettendo penali e interventi dopo le proteste di studenti e genitori”. Tra le Regioni, pare che gli unici a parlare della questione siano stati i membri del Consiglio regionale della Sicilia con l’interrogazione 148 nella XVIII legislatura. LE OPPOSIZIONI CONTRO IL GOVERNO Tra il 2025 e il 2026, comprese quest’ultime ore, sono ancora numerose le scuole che al termine delle vacanze natalizie hanno dovuto mandare a casa i ragazzi o chieder loro di portare cappotti e sciarpe. Eppure non si vedono atti parlamentari o interventi governativi specifici sul problema. Le opposizioni puntano timidamente il dito contro la maggioranza. “Ai tempi del governo di Matteo Renzi c’era un’unità di missione dedicata all’edilizia scolastica – ricorda la deputata Pd Irene Manzi (responsabile del settore scuola) a ilfattoquotidiano.it – che aveva competenze in merito e che rispondeva direttamente alle esigenze delle scuole. Era un punto di riferimento importante, ora manca un’unità operativa specifica. Inoltre, andrebbe affrontato nuovamente il tema delle Province che sono responsabili delle secondarie di secondo grado pur con poche risorse”. Secondo l’onorevole dem non ci sono possibilità che i Comuni gestiscano anche le superiori, ma sarebbe utile rivedere la divisione delle competenze tra Stato e enti locali. La preoccupazione è data anche dal Pnrr: “I fondi del Piano nazionale stanno per finire, ora cosa resterà?”. Elisabetta Piccolotti, deputata di Sinistra Italiana nel gruppo “Alleanza Verdi e Sinistra” attacca il governo Meloni: “Il Pnrr ha previsto la realizzazione di nuove scuole o la ristrutturazione ma non ci sono investimenti sulla manutenzione ordinaria. Anziché creare il bonus per le scuole paritarie avrebbero potuto usare quei soldi per andare incontro ai Comuni che devono far fronte agli impianti di riscaldamento in panne”. Ancora più dura Anna Laura Orrico (5Stelle): “E’ un problema serio che abbiamo più volte denunciato ma questo Governo sul comparto scuola ha tagliato circa 700 milioni nel triennio”. VALDITARA: “I FONDI SONO AUMENTATI” Interpellato da ilfattoquotidiano.it, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ribadisce quanto espresso due settimane fa in un video pubblicato sui social: “Non è vero che nel 2026 le risorse” per la scuola “diminuiranno rispetto al 2025. Il bilancio dello Stato assegna cifre certe solo per l’anno successivo. Per il 2027-’28 le finanziarie non mettono mai cifre definitive proprio perché gli oneri non sono ancora certi. La Legge di Bilancio approvata nel 2024 aveva previsto per il 2026 57 miliardi e 56 milioni di euro. Il nostro stanziamento per il prossimo anno è di 57 miliardi e 921 milioni. Oggi noi per il 2026 stanziamo soldi in più del 2025”. L'articolo Scuola, centinaia di studenti al freddo (come ogni anno) ma la politica li ignora. E il governo non vuole saperne: “Colpa degli enti locali” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lettera aperta ai ragazzi di terza media: nella scelta delle superiori, tenete aperto l’orizzonte. E dubitate delle scorciatoie
di Serena Cavalletti* Questo post vuole essere una lettera aperta rivolta ai ragazzi, alle ragazze e alle famiglie che si trovano, come mio figlio e noi genitori, di fronte alla scelta non semplice della scuola superiore. “Sono piccoli” diciamo quasi tutti ed è vero: se il percorso è stato lineare hanno altri due anni di scolarità obbligatoria, ma devono dividersi, diramarsi in strade nuove, cercando un criterio che orienti e supporti questa scelta. Già da novembre ci siamo immersi in un vortice di open day, studente per un giorno, laboratori di greco, grafica e robotica, proposte allettanti sulla settimana corta, sulle curvature o addirittura di percorsi quadriennali: una rosa di offerte talmente vasta e interessante da frastornare. Per la prima volta da madre ho parlato con le altre famiglie presenti e ho avuto l’opportunità di cambiate prospettiva, dall’interno all’esterno dell’ambiente didattico, dalla tecnica professionale di docente e di analista delle politiche ministeriali, alla sua percezione e ricaduta. Bene, io ho riflettuto e tra i criteri che si possono usare per affrontare questa scelta ne salverei uno solo: scegliete l’ambito in cui sentite di poter fiorire, sviluppare al meglio le vostre capacità, dare a voi stessi e al mondo la parte migliore. Solo questo conta. Lasciate perdere la prospettiva, il futuro è da scrivere e in evoluzione così rapida che oggi non possiamo dire quali saranno le professioni che farete tra cinque anni e quelle che verranno pian piano a sparire. Tenete l’orizzonte aperto, pretendete dalla scuola l’esercizio del pensiero, la fatica sul piano della riflessione, la capacità di produrre un’intelligenza collettiva. Rifiutate la competizione, l’individualismo rende deboli, la cooperazione rende comunità, fatene pratica, vi permetterà un giorno di contare. Dubitate dei percorsi brevi. La scuola quadriennale non è pensata per voi, compiace Confindustria e il bisogno di manodopera iperspecializzata, pronta nell’immediato, che le aziende non vogliono prendersi l’incomodo di formare. Lo fanno anche nei Paesi in via di sviluppo con quella che chiamano Internazionalizzazione del sistema (un milione di euro nel 2025) così le aziende che delocalizzano troveranno il personale già formato anche nella lingua italiana e noi qui davanti ai cancelli. Ma attenzione, guardatelo per quello che è, il mondo del lavoro: un ambiente fluido in cui niente resta com’è, vi sarà più prezioso aver imparato a imparare, aver sviluppato la capacità di ragionare e discernere, che aver appreso una tecnica sola e preparatevi a difendere la preziosità della vostra vita, di ciò che siete, a ricostruire una relazione dialogica e paritaria con il datore. Se sarete preparati a questo avrete la capacità di riappropriarvi di diritti che stanno erodendo facendovi credere che lavorerete solo piegati da ricatti contrattuali o impiegando la vostra laurea a precarizzare gli altri. Rifiutatevi; e impegnatevi già da ora, in quanto studenti e studentesse, a mantenere un intenso contatto con la realtà, pretendete dalla scuola che vi supporti in questo, ne fate parte, siate soggetto della storia e non elementi assoggettati, esercitate il diritto di protesta, apprendete ogni forma non violenta e soprattutto la disobbedienza, che è una grande virtù ed è ciò che fa tremare il sistema: possono tentare di rendervi schiavi dei consumi, ma non possono obbligarvi a consumare, possono indurvi a dividere le persone per il colore della pelle, per il genere o l’orientamento sessuale, ma voi non siete obbligati a farlo, a scuola sarete tutti insieme e di questo potrete fare un valore perché siete titolari di un diritto fondamentale che quello alla felicità e si è felici quando si è uniti, attivi, partecipi. Si è felici quando si è trovato l’ambito che attiva il flusso, questa è la teoria di Mihàly, che da psicologo si è chiesto che cosa renda felici le persone e ha scoperto che non è la ricchezza, nemmeno il tempo vuoto né la mancanza di fatica: è uno stato di totale immersione in un’attività che ci gratifica, che ci fa perdere la cognizione del tempo e ci fa sentire davvero vivi. Ecco, cari ragazzi e ragazze, caro figlio mio, scegliete di fiorire, cercate quel seme dentro di voi, non smettete mai di coltivarlo, il resto conta poco, anzi per niente. *Docente componente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione L'articolo Lettera aperta ai ragazzi di terza media: nella scelta delle superiori, tenete aperto l’orizzonte. E dubitate delle scorciatoie proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare”
In Italia ci sono circa 5 milioni di fuorisede, ma questa volta il voto a distanza sembra essere sparito dai radar. A farlo notare è The Good Lobby, organizzazione no profit che promuove la democrazia dal basso. “Abbiamo letto gli esiti del Consiglio dei ministri di ieri e ci sorprende che, rispetto al decreto-legge sulle disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2026, non risulti più prevista l’estensione del diritto di voto ai cittadini fuorisede, peraltro già permesso in occasione delle ultime elezioni europee e referendum“, dichiara il direttore Federico Anghelè. Proprio allo scorso referendum su cittadinanza e lavoro, infatti, erano stato garantito il diritto a studenti e lavoratori che vivono lontano dalla loro residenza di recarsi ai seggi nel comune di domicilio: erano stati oltre 67mila i fuorisede ammessi al voto. “Immaginiamo si sia trattato di una svista e per questo chiediamo al Presidente del consiglio e al Ministro dell’interno di intervenire per porre rimedio, anche in vista della prossima riunione di consiglio in cui dovrebbero essere stabilite le date della consultazione”, prosegue il direttore di The Good Lobby. “Ricordiamo ancora una volta – aggiunge – che l’Italia è l’unico Paese europeo, con Malta e Cipro, a non disporre di questo importante strumento elettorale democratico per le migliaia di cittadini, non soltanto studenti ma anche professionisti, sportivi, persone in cura presso altre regioni, che vivono lontani dalla propria città di residenza”. Anghelè ricorda poi che “è ormai prossima nella prima commissione Affari costituzionali del Senato la discussione della proposta di legge di iniziativa popolare sul voto fuorisede“. La proposta è stata presentata a Palazzo Madama a inizio dicembre dopo avere raccolto oltre 50mila firme ed è stata sostenuta anche dal deputato Giulio Centemero (Lega) e da altri parlamentati di maggioranza. L'articolo Nel decreto sulle elezioni non c’è il voto fuorisede. L’appello di The Good Lobby al governo: “Intervenite per rimediare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’esercito vuole studiare filosofia a Bologna. Ma l’ateneo dice no al corso per i giovani ufficiali, ecco perché
Meno Clausewitz e più Spinoza. O anche più Clausewitz e più Spinoza. La richiesta del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Carmine Masiello (nella foto con Giorgia Meloni) di avviare un corso di laurea in filosofia per i giovani ufficiali (una quindicina) è destinata a far discutere. Non perché ci sia niente di male nel tentare di allargare la propria visione e nutrire il pensiero critico, e la filosofia in questo è maestra, ma perché offre il fianco al quotidiano dibattito: è una richiesta genuina o è un altro modo di militarizzare l’università? Nel suo intervento agli Stati Generali della Ripartenza tenutisi in questi giorni a Bologna, Masiello ha raccontato di aver chiesto senza successo all’Alma Mater l’avvio di un CdL in filosofia apposito per i suoi pochi ufficiali. Il Capo dell’Esercito, pur non volendo “giudicare scelte che competono ad altre istituzioni”, legge il rifiuto dell’Ateneo come una specie di discriminazione. “Rappresento che un’istituzione come l’esercito non è stata ammessa all’Università”, dice il generale. “Non è una polemica ma una cosa che mi ha sorpreso e deluso. Questo è sintomatico dei tempi che viviamo e di quanta strada ancora c’è da percorrere, perché la nostra opinione pubblica, in generale, e i giovani, in particolare, capiscano qual è la funzione delle forze armate nel mondo che stiamo vivendo”. Rimbalzo di responsabilità per Giovanni Molari, rettore dell’Università di Bologna, che ha chiarito all’Ansa che è stata una “scelta autonoma di un Dipartimento, che ha preferito soprassedere e astenersi dal deliberare sul tema. Ricordo che le scelte didattiche, in questo caso l’attivazione di un curriculum dedicato, sono materia su cui l’iniziativa compete ai Dipartimenti” – ha aggiunto l’accademico – “Questo non esclude affatto ulteriori interlocuzioni e sviluppi. Siamo costantemente aperti al dialogo con tutte le realtà che riconoscono l’eccellenza formativa e scientifica del nostro ateneo”. Tra i primi a intervenire sulla questione gli studenti del collettivo universitario bolognese Cua, il Collettivo Universitario Autonomo, che insiste sulla militarizzazione delle università fortemente denunciata in questi mesi: “È l’ennesima riprova del fatto che i nostri atenei si stanno piegando sempre più alle logiche della guerra e del riarmo. Con un genocidio ancora in corso, non ci è possibile ignorare il fatto che le retoriche belliciste e gli accordi per la produzione di armi si sviluppano anche all’interno delle nostre università”. L'articolo L’esercito vuole studiare filosofia a Bologna. Ma l’ateneo dice no al corso per i giovani ufficiali, ecco perché proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pordenone, bus con 20 studenti finisce in un fosso dopo lo scontro con un’auto: donna in gravi condizioni
Un bus con a bordo 20 studenti, di rientro da alcuni istituti scolastici di Portogruaro (Venezia), è finito nel fossato laterale dopo un violento impatto con una vettura, a Sesto al Reghena (Pordenone). Il mezzo, come si vede nel video, è rimasto in bilico appena oltre la carreggiata. L’autista ha riportato leggere ferite per le quali è stato trasferito in ambulanza al pronto soccorso. La donna alla guida dell’auto è stata stabilizzata dal personale dell’automedica e poi elitrasportata in ospedale: le sue condizioni appaiono gravi. Uno degli studenti che viaggiava a bordo del bus è stato trasportato in elicottero in ospedale, dopo essere stato valutato dal personale sanitario dell’automedica. Il ragazzo lamentava una compressione toracica: è sempre rimasto cosciente. Gli altri studenti sono stati comunque sottoposti a una consultazione medica prima di essere riaffidati ai parenti. L'articolo Pordenone, bus con 20 studenti finisce in un fosso dopo lo scontro con un’auto: donna in gravi condizioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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