“C’è la possibilità che io conquisti Marte? No, non ho i razzi spaziali“. Con
queste parole Carlo Calenda, leader di Azione, ha escluso una sua candidatura a
sindaco di Roma, commentando le indiscrezioni circolate nelle ultime ore. “Per
essere molto chiari – ha aggiunto – io non mi candiderò a fare il sindaco di
Roma, perché Azione si candiderà a essere il polo europeista e liberale,
alternativo a questa destra e a questa sinistra che non mettono mai davanti
l’interesse del Paese”. Secondo Calenda, la priorità politica è un’altra: “Oggi
l’interesse nazionale è partecipare alla costruzione di un’Europa federale nel
minor tempo possibile. Questo farà Azione, questo farò io ed è quello che
abbiamo promesso ai nostri elettori”.
L'articolo Calenda candidato sindaco di Roma per il centrodestra? Lui risponde
così: “C’è la possibilità che conquisti Marte?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dagli apprezzamenti estetici rivolti alla Presidente del Consiglio al
disinteresse totale per i prossimi Giochi Olimpici invernali, fino a una battuta
destinata a far discutere gli appassionati di sport su ghiaccio. È un Carlo
Calenda senza filtri quello intervenuto oggi ai microfoni di Un Giorno da
Pecora, la trasmissione di Rai Radio1 condotta da Giorgio Lauro e Geppi
Cucciari. Il leader di Azione ha spaziato tra politica e costume, regalando
titoli su più fronti.
Incalzato dal conduttore Giorgio Lauro, che gli chiedeva di indicare una donna
che ultimamente ritiene particolarmente avvenente, il senatore non ha esitato a
fare il nome della premier: “In questo momento secondo me è molto in forma
Giorgia Meloni, la trovo una bella donna“, ha dichiarato Calenda. Immediata la
puntualizzazione per evitare letture politiche di un giudizio puramente
estetico: “Non sto dicendo che mi piaccia o altro, sia chiaro, è il Presidente
del Consiglio, le ho fatto solo un complimento”
Spazio poi ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina. Calenda ha chiarito
che non parteciperà alla cerimonia inaugurale: “Non andrò alla cerimonia di
apertura, figuratevi, non mi interessano, zero proprio, e non ne guarderò
nemmeno un minuto”. Nessuna ostilità verso l’evento in sé, anzi: “Sono molto
contento che ci siano perché fanno bene al Paese”. Il momento più surreale
dell’intervista è arrivato con lo scambio di battute sulle discipline olimpiche.
Quando il conduttore ha citato tra gli sport di suo interesse “lo sci, l’hockey
ma anche il curling“, Calenda ha replicato con ironia pungente: “Ecco tu hai
proprio la faccia da curling…”.
Di fronte alla reazione di Lauro (“Ne parla come se il curling fosse uno
sport…”), Calenda ha rincarato la dose, definendo la disciplina in termini
tutt’altro che lusinghieri: “Da sfigati? Un po’ da sfigati lo è...”. Lo scambio
si è concluso con un’ultima battuta sulla Federazione Italiana Sport del
Ghiaccio (che gestisce, tra gli altri, proprio il curling): “Ma io spero che non
ci sia…”, ha scherzato il senatore, chiudendo il siparietto sportivo.
L'articolo “Una donna che oggi trovo bella? Giorgia Meloni, in questo momento è
molto in forma. Il curling? Roba da sfigati”: parla Calenda proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A Milano, il leader di Azione Carlo Calenda è accolto dagli applausi del popolo
di Forza Italia che si è riunito al teatro Manzoni per celebrare il 32esimo
anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Una stima ricambiata
dal leader di Azione che, insieme a tutti i presenti, alza il cartello marchiato
Forza Italia con su scritto: “Due carriere per una giustizia forte, al
referendum vota sì”. Ad accoglierlo è il deputato forzista Stefano Benigni: “È
la seconda volta in pochi mesi che Calenda viene a un nostro convegno, forse ci
ha preso gusto”. Calenda siede in prima fila, a poche sedie di distanza da
Fedele Confalonieri, Paolo Berlusconi, Marta Fascina oltre al segretario di
Forza Italia Antonio Tajani. E applaude quando sul maxi schermo viene trasmesso
un video ricordo di Silvio Berlusconi soprattutto quando parla della “missione
prioritaria di difendere i cittadini italiani dall’oppressione giudiziaria”.
L'articolo Calenda ospite al convegno di Forza Italia in memoria di Berlusconi:
“Al referendum voteremo sì” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non posso stare con chi riceve neonazisti e cocainomani in un ministero della
Repubblica Italiana”. Dal palco del convegno in memoria della discesa in campo
di Silvio Berlusconi, il leader di Azione Carlo Calenda attacca Matteo Salvini
dopo il ricevimento negli uffici del ministero del leader dell’estrema destra
britannica Tommy Robinson. “Non possiamo far finta di niente con chi inneggia
alla Decima Mas e di chi contemporaneamente supporta allo stesso tempo Putin e
Trump quando mette i dazi all’Europa, perché se c’è una cosa chiara di questi
sovranisti è che sono sempre sovranisti contro la loro patria”, ha aggiunto.
Contro Salvini si è espresso, allo stesso evento, anche il leader di Forza
Italia Antonio Tajani.
L'articolo Calenda attacca Salvini: “Non posso stare con chi riceve neonazisti e
cocainomani al ministero” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sostiene Carlo Calenda che da Piazzapulita gli sia stato chiesto una sorta di
“impegno” ad attaccare il governo, come clausola per essere invitato in
trasmissione a parlare della manovra. Il conduttore del talk di La7, Corrado
Formigli, replica parlando di una “falsità sesquipedale” e lo accusa di “mentire
spudoratamente per farsi pubblicità“, sfidandolo a rinunciare all’immunità
parlamentare per rispondere di diffamazione davanti a un giudice. La polemica
politico-mediatica dell’ultimo dell’anno nasce da un’intervista del leader di
Azione allo youtuber Ivan Grieco, rilanciata da quest’ultimo sui social come un
“retroscena clamoroso“. Nella ricostruzione di Calenda, gli autori di
Piazzapulita, parlando con il suo portavoce in vista di una partecipazione alla
puntata di giovedì scorso, gli avrebbero chiesto una “garanzia” che avrebbe
“attaccato la Meloni” sulla legge di bilancio. E a causa del rifiuto di
impegnarsi in questo senso, afferma il senatore, la sua ospitata sarebbe stata
spostata dal blocco sulla manovra a quello sulla politica internazionale. “Ma io
dico, ma voi vi siete bevuti il cervello? A me non è mai successo in un’altra
trasmissione televisiva che mi dicessero prima “ci deve garantire che attaccherà
la Meloni”. Non è mica normale. Ma che è, una cosa democratica?”, lo sfogo
accalorato dell’ex ministro. Una denuncia ha trovato sponda nella senatrice di
Fratelli d’Italia Susanna Campione, membro della Commissione Cultura, secondo
cui si tratta di “dichiarazioni gravissime”: “Mi domando se l’editore Urbano
Cairo sia a conoscenza del “metodo Formigli” adottato contro il centrodestra e
contro un governo espressione della volontà degli elettori”, ha tuonato in una
nota.
Accuse a cui Formigli ha replicato mercoledì mattina con un lungo post sui
social. “Nel disperato tentativo di attirare l’attenzione, il senatore Calenda
continua a tirarmi in ballo. Ho deciso di non dargli corda per non alimentare i
suoi giochini. Però di fronte a una falsità sesquipedale occorre per forza che
intervenga, una tantum”, esordisce il giornalista. La versione di Calenda,
afferma, “è falsa e diffamatoria“: “Gli autori di un programma, quando sentono
un ospite prima della puntata, chiedono a lui o, come nel caso di Calenda, al
suo portavoce, che posizione abbia sui temi da dibattere al fine di comporre un
parterre equilibrato e dialettico”, spiega. “Nel caso di specie, essendo stato
invitato Italo Bocchino, sostenitore della manovra, gli autori si sono sincerati
su quale fosse l’opinione in merito di Calenda per evitare posizioni troppo
sovrapponibili. Si tratta del normale lavoro di qualunque autore televisivo,
mestiere le cui regole Calenda evidentemente ignora o finge di ignorare. Non è
però consentito al senatore mentire spudoratamente per farsi pubblicità: la sua
presenza al talk sulla manovra, dopo vari scambi di messaggi tra i miei autori e
il suo portavoce, è stata confermata alle 10.33 di giovedì mattina”, chiarisce
Formigli.
Cos’è successo allora? “Successivamente”, spiega il conduttore, “è però avvenuto
un imprevisto: Monica Maggioni, invitata per un confronto col professor Jeffrey
Sachs, è stata costretta a cancellare la sua presenza per ragioni strettamente
personali. A quel punto, essendo rimasto Sachs senza interlocutore, abbiamo
chiesto se fosse disponibile a spostarsi dal blocco sulla manovra a quello con
Sachs per dibattere con lui di Ucraina e situazione internazionale. Il senatore
ha accettato di buon grado, nonostante abbia gridato successivamente urbi et
orbi che invitare Sachs in tv sia indegno. Non abbastanza, a quanto pare, da
rifiutare di confrontarsi con lui”, sottolinea. “Ultima nota: il senatore
Calenda sa benissimo di essere stato spostato con Sachs per via del forfait di
Maggioni, eppure sostiene pubblicamente che la ragione siano le sue posizioni
non abbastanza anti-meloniane sulla manovra. Mentire per un politico ed ex
ministro è una cosa seria, altrove ci si dimette. E con questo credo che sul
senatore Calenda sia tutto. La prossima volta, se accetterà di rinunciare
all’immunità, ci vediamo in tribunale”, chiosa.
L'articolo Calenda accusa Formigli: “Per invitarmi in tv mi ha chiesto di
attaccare Meloni”. Lui: “Diffama, rinunci all’immunità” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Si rincomincia da capo: buste aperte sul tavolo dei commissari, offerte e piani
da vagliare. Un film già visto a Taranto, dove il treno per l’ex Ilva però è
passato da un pezzo: è da anni che l’impianto è fermo o marcia all’indietro, tra
un balletto e l’altro della politica sensibile alla Confindustria. E l’entità
delle nuove offerte, se mai ce ne fosse bisogno, lo conferma. Ma non si può
certo dire che quello che è successo, il disastro ArcelorMittal, non fosse
prevedibile. Anzi i segni c’erano tutti ed erano ben evidenti, mettendo insieme
i puntini. Anche prima che il gruppo franco-indiano prendesse possesso
dell’impianto, con l’industria europea dell’acciaio che aveva tutto da
guadagnare da un ridimensionamento sostanziale dell’Ilva.
L’ALLARME IGNORATO DI UBS NEL 2014
I primi a mettere in chiaro le cose erano stati gli svizzeri di Ubs più di 11
anni fa: la chiusura totale o parziale dell’impianto di Taranto avrebbe fatto un
favore a tutti i concorrenti europei dell’Ilva. In un’analisi finanziaria datata
18 giugno 2014 la banca elvetica parlava di quella che viene letteralmente
definita una cattiva notizia per i lavoratori dell’Ilva e una buona notizia per
i produttori europei di acciaio: “Se la soluzione proposta per l’Ilva si dovesse
realizzare come tratteggiato dalla stampa, verrebbero eliminati tra i 4 e i 6
milioni di tonnellate di produzione di acciaio, che significa il 20-30% della
produzione in eccesso in Europa. Cosa che sarebbe positiva per gli altri
produttori”, si leggeva nello studio che ricordava come all’epoca l’impianto di
Taranto con la sua capacità produttiva di 11,2 milioni di tonnellate l’anno
fosse uno dei più grandi d’Europa.
“LA CHIUSURA SPAZZERÀ VIA LA PRODUZIONE IN ECCESSO”
Un dimezzamento della produzione, come suggeriva all’epoca il presidente della
Commissione Industria al Senato, Massimo Mucchetti, avrebbe appunto tolto di
mezzo 4-6 milioni di tonnellate d’acciaio dal monte di 20 milioni di tonnellate
che, secondo gli analisti della banca svizzera, costituiva la sovraccapacità
produttiva europea. “Secondo i nostri calcoli, una chiusura totale spazzerebbe
via il 58% della produzione in eccesso”, si leggeva nel report. L’eliminazione
di questa forza produttiva, calcolavano gli analisti, avrebbe rappresentato per
i produttori sopravvissuti un incremento della profittabilità compreso tra 3 e
18 euro a tonnellata di acciaio rispetto al livello di partenza di 55 euro a
tonnellata. “Saremmo ampiamente a favore di una soluzione che comportasse una
parziale chiusura dell’Ilva, poiché eliminerebbe una fetta importante della
sovraccapacità produttiva d’Europa. Sfortunatamente crediamo improbabile che ciò
si verifichi molto presto, per via dei diversi interessi delle parti in causa”.
Anzi: “C’è il rischio che non vi sia alcuna chiusura, date le difficili
circostanze sociali nella regione Puglia”, ma la proiezione viene fatta
ipotizzando che avvenga. Come, a undici anni di distanza, sta di fatto
accadendo.
COSA DICEVA UBS SU MARCEGAGLIA
A guadagnarci di più, sempre secondo le previsioni di Ubs, sarebbe stato chi non
avesse partecipato al “salvataggio”. Per ArcelorMittal un coinvolgimento avrebbe
portato “vantaggio solo nel lungo termine, ma non nel medio-breve termine. Una
mossa del genere metterebbe a dura prova il bilancio del gruppo nel caso di una
partecipazione di maggioranza o di un’acquisizione completa”. Quanto al futuro
partner di ArcelorMittal in Ilva, il gruppo italiano Marcegaglia, Ubs scriveva:
“Non vediamo perché dovrebbe occuparsi della gestione degli impianti di
laminazione di Taranto. Il gruppo non ha né le competenze necessarie, né rientra
nella sua strategia essere coinvolto nel processo di produzione dell’acciaio
stesso. Tuttavia, Marcegaglia ha bisogno di un fornitore affidabile di
semilavorati. Quindi, mentre Marcegaglia sarebbe soddisfatta di un
ridimensionamento dello stabilimento di Taranto, a nostro avviso una chiusura
totale potrebbe non essere auspicabile, soprattutto considerando che Marcegaglia
ha investimenti significativi nella sua divisione energetica a Taranto”.
L’ASSEGNAZIONE E COSA ACCADDE DOPO
Ciò detto, in Ubs non prevedevano “una soluzione rapida per lo stabilimento Ilva
in Italia, poiché gli interessi economici, sociali e politici non sono
facilmente conciliabili e potrebbero persino compromettere il raggiungimento di
un risultato positivo. Inoltre, siamo convinti che un esito positivo sarebbe
possibile solo se venisse ridotta la capacità produttiva. Solo allora vedremmo
la possibilità che l’Ue contribuisca a stabilizzare il mercato attuando misure
di protezione volte a favorire la ristrutturazione del mercato europeo
dell’acciaio”. Di tempo in effetti ne è passato parecchio: l’asta del 2016 si è
chiusa con l’assegnazione alla cordata ArcelorMittal-Marcegaglia-Intesa
Sanpaolo. Le ultime due si sono sfilate poco dopo. E in ogni caso, l’avventura
in solitaria del colosso franco-indiano finì presto in discussione, tra mosse
politiche usate come una clava (l’addio allo scudo penale targato M5s) e il
cambio al vertice con l’arrivo della manager della cordata avversaria, Lucia
Morselli. Quindi la “pax” con la firma un nuovo contratto (capestro) che ha
visto scendere in campo lo Stato tramite Invitalia. Altri tre anni e poi di
nuovo lo stop, il commissariamento e ora le nuove gare a prezzi simbolici,
mentre la triade scelta dal governo per guidare Acciaierie d’Italia fino a nuova
assegnazione prepara una causa da 5 miliardi di euro ad ArcelorMittal.
IL TRACOLLO DELLA PRODUZIONE E LA LISTA CLIENTI
Ma intanto la produttività dell’ex campione d’Europa è scesa vertiginosamente.
Se infatti anche dopo il sequestro del 2012 Ilva è riuscita a produrre fino a 6
dignitosi milioni di tonnellate di acciaio l’anno, in seguito all’insediamento
di ArcelorMittal la produzione è crollata: dal 2019 non è più andata oltre i 4
milioni di tonnellate e ora viaggia sugli 1,5 milioni. Non si può definire una
ditta a conduzione familiare, ma un’acciaieria medio-piccola sì. Una situazione
che ha avvantaggiato la concorrenza e cioè, oltre ad Arcelor, anche l’austriaca
Voestalpine e gli svedesi di Ssab. Ai quali la diminuzione di capacità
produttiva in Europa ha consentito di mantenere buoni margini, nonostante
l’ingresso in forze di prodotti da Cina e India e nonostante i concorrenti
abbiano delle condizioni logistiche molto meno favorevoli di quelle dell’Ilva
che beneficiava di porto e cava, oltre agli impianti del nord ovest come sbocco
sul mercato più attivo del Paese. Quindi se pure Arcelor nella partita Ilva ha
perso dei bei soldi in termini di rapporti contabili tra controllante e
controllata, non può certo dire di non averci guadagnato strutturalmente, in
termini di peso sul mercato. Senza contare l’acquisizione della lista clienti di
Ilva.
IL CONTESTO POLITICO-IMPRENDITORIALE
Non va poi dimenticato il contesto. A partire dalla nomina del commissario Ilva
da far succedere a Enrico Bondi, che toccò a un ministero dello Sviluppo
Economico di estrazione confindustriale, visto che faceva capo all’imprenditrice
Federica Guidi e al suo vice e successore, Carlo Calenda, che in viale
dell’Astronomia è stato assistente del presidente Luca di Montezemolo e poi
direttore dell’area strategica e affari internazionali. E così il futuro della
più importante acciaieria d’Europa venne messo nelle mani di Piero Gnudi, fidato
custode dei segreti fiscali della Bologna che conta, incluso il padre della
ministra, Guidalberto Guidi, e la di lui impresa, la Ducati Energia. Con il
partner industriale italiano del futuro vincitore che si chiamava Marcegaglia.
Come l’ex presidente di Confindustria, Emma, che era anche presidente della più
importante partecipata statale, l’Eni. La quale era tra i creditori dell’Ilva.
In quanto tale Eni sedeva nel comitato di sorveglianza e votò a favore
dell’offerta della cordata ArcerlorMittal, Marcegaglia, Intesa Sanpaolo,
nonostante l’evidente conflitto d’interesse, come scrisse all’epoca
Ilfattoquotidiano.it.
IL RI-VOTO E IL MANCATO RILANCIO
La questione, oltre un anno dopo, finì davanti all’Avvocatura di Stato perché
era tra i quesiti posti da Luigi Di Maio sulla legittimità dell’iter di gara.
Nelle risposte, l’Avvocatura spiegherà che il possibile conflitto d’interessi
era stato spazzato via perché, proprio il giorno della pubblicazione del nostro
articolo, il ministero dello Sviluppo Economico aveva adottato un nuovo decreto
ministeriale di aggiudicazione ad ArcelorMittal, confermativo, a valle di una
nuova riunione del Comitato di sorveglianza alla quale il rappresentante di Eni
non si era presentato. Sbavature di forma e forzature che non furono invece
possibili per tenere in considerazione il rilancio – metteva sul piatto meno
occupati – della cordata avversaria originariamente formata da Jindal, Leonardo
Del Vecchio e dal braccio finanziario dello Stato, la Cassa Depositi e Prestiti.
Non proprio tre scappati di casa, quindi, che proponevano in sostanza una
riformulazione del vecchio piano del primo commissario dell’Ilva, Enrico Bondi,
con la decarbonizzazione grazie all’utilizzo di tecnologie a gas ed elettriche.
In pratica le stesse che oggi vengono ritirate fuori dai cassetti, ma in un
contesto di domanda che è completamente cambiato.
L’ORACOLO GOZZI: “ACCIAIO GREEN COSA DA LABORATORIO”
All’epoca però c’era un altro confindustriale d’eccellenza, il presidente di
Federacciai Antonio Gozzi, che le sminuiva: “La decarbonizzazione della
siderurgia è un progetto assolutamente sperimentale, la più importante società
al mondo che sta cercando di fare qualcosa, la Voestalpine, lo sta facendo a
livello assolutamente sperimentale e ha dichiarato sul Financial Times, che il
lavoro durerà decenni”, commentava a febbraio del 2017 quando erano in corso le
valutazioni delle offerte. “Stiamo parlando di cose da laboratori di ricerca non
applicato all’impresa ancora, è un progetto sperimentale, solo di ricerca al
momento”. Eppure la commissione di saggi nominata ad hoc aveva valutato
positivamente la parte industriale del piano proposto da Jindal, Del Vecchio e
Cdp, contrariamente a quanto aveva fatto con quello di Arcelor e soci, che era
stato giudicato incoerente su investimenti e volumi di produzione, come rivelato
dal Fatto all’indomani dell’aggiudicazione. In pratica sulla bilancia il peso
maggiore era stato dato alla parte economica dell’offerta e quando il
concorrente industrialmente più promettente ha provato a rilanciare, Calenda
chiuse la porta affrettandosi a chiedere un parere all’avvocatura di Stato. Il
resto è storia.
L'articolo La lunga notte dell’Ilva morente e la previsione ignorata di Ubs nel
2014: “Se chiude, l’acciaio Ue sarà salvo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Non c’è un veto del Pd e io personalmente non ho nessun veto su Azione“. Lo ha
spiegato il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in merito a un possibile rimpasto
di giunta col partito guidato da Carlo Calenda, dopo le dimissioni di Giancarlo
Tancredi alla Rigenerazione urbana a causa delle inchieste. “È chiaro che non
essendoci solo una posizione, qualcuno vuole spostare verso sinistra, qualcuno
vuole spostare verso il centro, è difficile mettere d’accordo tutti – ha
aggiunto parlando delle ambizioni dei partiti -. Però non c’è nessun veto, ogni
tanto Calenda ha questa vis polemica, ma devo dire che io in realtà lo apprezzo
molto e ammiro anche molto il suo coraggio, la sua volontà, la sua dedizione
alla causa”. “I rapporti tra me e lui continuano a essere molto buoni e io
vorrei continuassero a essere molto buoni tra la nostra coalizione e Azione – ha
concluso a margine dell’inaugurazione dei mercatini di Natale attorno al Duomo
-. Ricordo che Azione in questi anni ha sempre fatto la sua parte”.
L'articolo Sala replica a Calenda: “Nessun veto su Azione”. Poi i complimenti:
“Lo ammiro molto” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alla Sapienza, facoltà di Scienze Politiche, il dibattito organizzato
dall’Associazione studentesca Universitari Federalisti Europei s’intitolava
“Quale futuro per l’Europa?”. La risposta di Carlo Calenda? Più che un’analisi
geopolitica, un fuoco di fila: un’ora abbondante di invettive, sferzate, affondi
personali e qualche “stica…” strategico, come nelle giornate buone dei
commentatori più sanguigni dei talk show.
L’atmosfera, va detto, era già elettrica fin da prima dell’evento, con un gruppo
di studenti che contestava il leader di Azione brandendo slogan del calibro di
“Noi la guerra non la vogliamo”, “Fuori i sionisti dall’università”, “Fuori i
liberali dalle università”. Un prologo che non ha smorzato minimamente la verve
del politico, anzi: è sembrato imprimergli una spinta ulteriore nel dispiegare
il suo repertorio.
Il primo bersaglio, in ordine di apparizione, è il neo-presidente della Regione
Campania: “Ho sempre pensato che questo bi-populismo sta di fatto portando
l’area liberale, repubblicana, socialista, riformista ad essere succube dei
populisti. E infatti hanno eletto Fico. Non lo so… più di così, che devono fa’“.
Da qui in poi la catilinaria contro i suoi storici spauracchi: Giuseppe Conte e
i 5 Stelle coi loro “no all’Ucraina”, gli slogan “uno vale uno”, il Superbonus
(“hanno preso 200 miliardi e li hanno buttati dalla finestra, che erano soldi
che avrebbero potuto svoltare la vita dei giovani, dei meno giovani e di
tutti”). Aggiunge anche la sua decisione di non sostenere Fico in Campania: “Ho
scelto di dire: sai che c’è, io Fico, non lo appoggio, perdo quattro consiglieri
regionali, stica, si volta pagina e si ricomincia.”
Non manca il racconto del flop del Terzo Polo, rievocato con sarcasmo e rancore
per l’ex alleato Matteo Renzi: “Ci ho creduto tanto da metterci il mio nome sul
simbolo, pensa che pirla. Aveva come presupposto fondamentale il fatto di tenere
una linearità. Siccome il giorno dopo mi sono trovato quello che votava per La
Russa Presidente del Senato, tre giorni dopo rivendicava di essere figlio
segreto di Berlusconi, questo ha determinato una rottura”.
Da quel momento, Calenda punta il dito su quelli che considera gli artefici
della fine del progetto: “Dove sono quei partiti? Dove sono? Dove stanno Più
Europa e Italia viva? Nel campo largo.” E, riferendosi alla trasformazione
strategica di Renzi, insiste: “Non c’è più il progetto Renzi al centro, c’ha
tappezzato l’autobus, c’è il progetto Renzi-Schlein, perché hanno giocato una
partita di calcetto.”
Calenda allarga il tiro includendo anche gli ex alleati e la sinistra
ecologista: “Il campo largo, con questo sbilanciamento, Schlein, Conte,
Fratoianni, Bonelli, è una iattura per l’Italia, per il posizionamento
dell’Italia, per la crescita dell’Italia.”
In questo quadro non risparmia nemmeno le platee che lo applaudono: “Io ho
brutalmente cazziato i giovani di Forza Italia sul fatto che si dicono eredi di
de Gasperi, ma si fanno sottomettere dai post-fascisti. E per la confusione
mentale, mi hanno pure fatto una standing ovation quando gliel’ho detto.”
Episodio che paragona a un altro: “Esattamente come alla Festa dell’Unità,
quando vado e gli dico che il partito erede delle tradizioni socialiste,
liberal-democratiche, si fa sottomettere da quattro scappati di casa come Conte
e compagni, persino Togliatti si rivolterebbe nella tomba. E anche lì fanno una
standing ovation. E smettessero di fare standing ovation e dessero due voti, che
è meglio.”
Non manca nelle invettive calendiane il direttore del Fatto Quotidiano: “Le
parole d’ordine che si usavano per dire che non ci voleva la comunità europea di
difesa, o che non ci voleva l’adesione alla Nato o dell’Italia, erano parole
d’ordine che sembrano il playbook di Travaglio oggi. Quando ti dice: ‘Ma no, vi
pare possibile che Putin possa attaccare l’Europa?’… Ragazzi, ma Putin sta
attaccando l’Europa con attacchi ibridi da quando abbiamo fatto il referendum
costituzionale. Oh, ma io ho fatto una call con Putin, Renzi, che disse a Putin:
‘Ma tutti i tuoi giornali, i tuoi account, stanno facendo una battaglia per i 5
Stelle contro il referendum’. E lui gli rispose nel modo più divertente
possibile, dicendo: ‘Lo sai com’è fatta la stampa, è libera a fare quello che
gli pare'”.
Segue il botta e risposta con uno studente, che gli rinfaccia di aver definito
gli studenti pro-Palestina “filo nazisti”.
La replica è immediata: “Non l’ho detto.”
Lo studente ribadisce la data e Calenda risponde: “Però tu non devi seguire quel
Di Battista là.”
Quando il ragazzo sostiene che “il campo largo, alla fine, è l’unica alternativa
rispetto al governo Meloni”, Calenda risponde secco: “A me non me ne frega
niente.”
E torna a sacrosanteggiare contro il bipopulismo (rappresentanti da Lega e M5s,
secondo il senatore di Azione): “Il problema dell’Italia non è che non ci sia la
Meloni, è che non ci sia il bipopulismo. E l’unico modo per farlo è avere una
forza abbastanza forte al centro per cui lo disarticola. E verranno i tempi, e
Meloni già lo sta facendo, in cui Meloni tradirà l’Ucraina. C’è anche questa
linea del Pd totalmente sottomessa a un’ideologia assurda, ma su tantissime
cose, che non sono solamente la questione del pacifismo sbandierato, che è
l’essere deboli alla mercè degli aggressori“.
Poi aggiunge: “Il rischio democratico è molto più grande della Meloni, perché
Meloni, Urso e Lollobrigida non lo fanno neanche nel condominio loro il
fascismo. Non sono in grado di fare niente. Noi dobbiamo tenere gli occhi sulla
palla. Cioè, tra cinque anni è finita l’Europa. Hai capito? Gli attacchi ibridi
russi aumenteranno. E io che faccio? Metto il paese in mano a Cuore di panna Di
Battista, Fratoianni e Bonelli, che parla dei ciottoli del fiume portandosi
quelli sbagliati?.”
Arriva poi la parte più pittoresca dedicata a Alessandro Di Battista, che
Calenda ribattezza con costanza: “Cuore di panna Di Battista.” Lo definisce
appartenente a quella categoria di persone che “nella vita facevano gli
animatori alla Valtour”, e insiste: “Cuore di panna di Battista è uno di questi.
Per una sventura della storia che si chiama Beppe Grillo e compagni, questi che
in un paese normale farebbero con successo gli animatori, magari non al Valtour,
ma da Zio Checchino al Lido di Ostia, purtroppo vanno in televisione e dicono
delle enormi cazzate.”
Non poteva mancare tra i vituperati di Calenda il segretario della Cgil:
“Landini? Ma Landini è il nemico dei giovani.”
L'articolo Calenda scatenato alla Sapienza, una valanga di invettive: da Fico a
Conte, da Renzi a Travaglio fino a Di Battista, Landini e il campo largo
proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Piazzapulita, su La7, Jeffrey Sachs è tornato a parlare dello scontro con
Carlo Calenda, che il 23 ottobre aveva incendiato lo studio della trasmissione.
Appena il conduttore Corrado Formigli ha rimandato in onda la clip della lite
con il leader di Azione, l’economista statunitense è apparso infastidito, quasi
indignato, sottolineando che quel segmento televisivo non aveva alcun valore
informativo.
“Non posso credere che abbia fatto rivedere quella clip ridicola, oltre che
volgare e ingiusta – ha commentato Sachs – ma vorrei rispondere con un articolo
serio e non con questa barzelletta che avete fatto rivedere. Il Fatto Quotidiano
del 12 novembre del 2025. Ecco, lì potete trovare tutte le informazioni di cui
avete bisogno”.
Sachs, citando il suo articolo, ha ricostruito brevemente ciò che il 23 ottobre
non aveva potuto dire perché interrotto continuamente da Calenda. Ha ricordato
la sua presenza in Ucraina nei giorni sensibili della crisi del 2014: “Il 7 di
aprile del 2014 sono stato portato in giro per piazza Maidan, mi è stato
spiegato quanto venivano pagati i partecipanti alle proteste e sì, gli Stati
Uniti erano molto coinvolti nel pianificare un governo post Janukovicć“.
L’economista ha rivendicato la solidità delle sue fonti, opponendole alle accuse
di complottismo ricevute in diretta.
Da qui la ricostruzione della telefonata filtrata nel 2014, intercettata dai
servizi russi e diffusa online, tra Victoria Nuland (all’epoca sottosegretaria
di Stato americana per gli Affari Europei ed Eurasiatici del governo Obama) e
Geoffrey Pyatt (allora ambasciatore Usa in Ucraina).
“Le persone possono ascoltare i nastri, la registrazione intercettata dai russi
è stata messa online“, ha ricordato. E ha citato i passaggi chiave:
l’ambasciatore Pyatt, che afferma “possiamo davvero fare avere un esito molto
positivo se agiamo molto rapidamente”, e Nuland che fa riferimento a Jake
Sullivan (in quel periodo Consigliere per la Sicurezza Nazionale del
vicepresidente Joe Biden): “Bene Jeff, quando ho scritto questa nota, Jack
Sullivan si è rivolto a me dicendo ‘Hai bisogno di Biden’. Ho detto ‘Beh,
probabilmente domani’ per poter ottenere i dettagli e per poter andare avanti”.
La conclusione di Sachs è stata definitiva: “Quindi, direi che questo è più che
esplicito, è chiarissimo”.
Su X, Calenda ha attaccato direttamente Formigli, accusandolo di aver dato
spazio a Sachs senza garantire un contraddittorio: “La deontologia professionale
di Formigli. Chiama Sachs gli fa commentare il confronto che abbiamo avuto
‘ridicolo, volgare, barzelletta’ senza la presenza dell’altra parte. Tralascio
le citazioni da ‘il fatto quotidiano’ come ‘fonte seria’. Poi un lungo monologo
sui deliri del ‘colpo di stato’ americano a Maidan. Ancora silenzio da parte
Formigli. Disgustoso“.
A quel post si è aggiunto il commento del ministro della Difesa Guido Crosetto,
da tempo in attrito con il giornalista per precedenti scontri in trasmissione:
“La domanda è: perché evitare il contraddittorio? Per quali ragioni far parlare
solo una parte? Cui prodest?”.
L'articolo Sachs: “Lo scontro con Calenda? Ridicolo, volgare e ingiusto”. E il
leader di Azione attacca Formigli: “Disgustoso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nuova contestazione per Carlo Calenda a distanza di pochi giorni da quella de La
Sapienza a Roma. Questa mattina, il segretario di Azione è stato criticato dagli
studenti del collettivo Cambiare Rotta all’Università Statale di Milano. Il
leader del partito di centro stava partecipando ad un evento dal titolo
“Capitalismo liberale o libertà senza capitalismo?” organizzato nell’ateneo
dall’associazione studentesca Unilab Unimi. Nell’avvicinarsi all’aula è stato
intercettato da un gruppo di una decina di studenti di Cambiare Rotta i quali,
esibendo uno striscione, hanno tentato di impedire che raggiungesse l’aula e
intonato cori come: “Fuori Calenda dall’università” e “I signori della guerra
siete voi”.
L'articolo Calenda di nuovo contestato dagli studenti: questa volta succede in
Statale a Milano – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.