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“Chiara Poggi lottò con il suo assassino”, l’indiscrezione sulla consulenza Cattaneo. L’avvocato dei Poggi: “Colluttazione esclusa già da due perizie nei processi”
Chiara Poggi avrebbe lottato con il suo assassino e avrebbe cercato di difendersi e proteggersi. A distanza di alcuni giorni dal deposito della consulenza dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo – nominata dalla procura di Pavia – arriva una indiscrezione del Tg1 sul delitto di Garlasco, che propone una lettura diversa delle fasi dell’aggressione. Il condizionale è d’obbligo perché in passato era stata data per insanguinata l’ormai famosa impronta 33. Traccia – il cui colore rossastro è dovuto all’uso di un reagente chimico – di cui si ha soltanto una fotografia e che viene attribuita comunque dagli inquirenti pavesi ad Andrea Sempio. LA “LOTTA” CON L’ASSASSINO La 26enne – per il cui omicidio è stato condannato in via definitiva a 16 anni l’allora fidanzato Alberto Stasi – non sarebbe stata colpita in modo improvviso e letale con un unico gesto, ma avrebbe tentato di difendersi. Sul corpo sarebbero presenti lividi, ecchimosi e abrasioni su braccia e gambe, segni che indicherebbero una colluttazione con l’assassino. Il delitto, sempre secondo le indiscrezioni, si sarebbe consumato in più momenti, tra il piano terra e le scale della villetta di via Pascoli, con l’aggressore che si sarebbe fermato a osservare il corpo prima di infliggere un ulteriore colpo, forse con un martello. Questa ricostruzione potrebbe quindi essere collegata da chi indaga alle tracce di Dna, rinvenute sotto le unghie della vittima, che hanno una “compatibilità” con la linea parentale maschile dell’indagato. Una compatibilità genetica, ma non un’identificazione. Quel Dna “misto, incompleto e non attribuibile” come già definito dalla genetista Denise Albani, perita della giudice per le indagini preliminari di Pavia Daniela Garlaschelli, non può portare a nessuna identificazione individuale, né a una attribuzione di responsabilità, né essere tassello della ricostruzione alternativa del delitto. LA RICOSTRUZIONE DOPO CINQUE PROCESSI La ricostruzione raggiunta dopo i cinque processi all’ex fidanzato – i due in cui è stato assolto, i due in cui è stato condannato e la Cassazione – vede invece la 26enne togliere l’allarme di casa, aprire in pigiama la porta, essere colpita al volto e al cranio e poi essere lanciata dalle scale. L’assassino – hanno ricostruito le sentenze che hanno portato alla condanna Stasi – non fece i gradini della tavernetta. La vittima aveva tagli sulla fronte e il cranio sfondato da almeno dieci colpi, presumibilmente di un martello. Come è noto l’arma del delitto non è stata mai trovata, né è stato dato alcun riscontro al ritrovamento, ormai 10 mesi fa, in un canale di Tronello (Pavia) di alcuni oggetti tra cui un martello. L’AVVOCATO DEI POGGI: “COLLUTTAZIONE GIÀ ESCLUSA DA PERIZIE PRECEDENTI” “Trovo sconcertante che il Tg1, e non è la prima volta, esca con sedicenti novità sulla vicenda Garlasco e lo faccia a ridosso del referendum. Forse si pensa che gli italiani vogliano cambiare la magistratura pensando abbia sbagliato in passato sul caso Garlasco, quando invece sta sbagliando adesso e lo sta facendo la magistratura requirente. In realtà già due perizie (anche in primo grado, dove Varetto escluse la colluttazione, pur specificando meglio a verbale) e poi nel 2014 il perito Roberto Testi, hanno compiutamente superato le questioni che oggi si vogliono far mettere in discussione dalla consulenza tecnica della procura di Pavia a firma Cattaneo. L’assenza di colluttazione tra Chiara e l’assassino – spiega l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi – è oggettivamente riscontrabile dall’assenza di rilevanti escoriazioni ecc. e sorprende che il Tg1 possa oggi affermare il contrario in base a informazioni che se anche fossero vere non dovrebbero essere disponibili e comunque contrastano con quanto documentato in atti”. Per il legale, che segue il caso dall’agosto del 2007, inoltre “l’idea che l’aggressione sia avvenuta in seguito a una colluttazione non solo è stata esclusa dalle perizie precedenti assunte nel contraddittorio, ma non c’è alcun dato scientifico che confermi detta presunta novità”. Tizzoni ritorna anche sulle tracce genetiche sulle unghie della vittima: “Riguardo al Dna, come espressamente scritto in perizia, è stato attribuito a Sempio solo quale aplotipo parziale misto non consolidato, quindi con nessun valore in un’aula. Inoltre si deve ricordare – prosegue l’avvocato – che ci sono almeno altri due Dna maschili (ma ipoteticamente anche 3,4,5 ecc) su altre due unghie. E quindi cosa sarebbe successo!? Un linciaggio da parte di più soggetti? È pacifico che l’assassino fu uno solo e indossava scarpe Frau e infatti le tracce di scarpa taglia 42 sono le uniche rinvenute in casa Poggi. Scarpe per misura e modello compatibili a quelle di Stasi come scritto nella sentenza definitiva di condanna. Quindi Stasi è l’unico assassino e non vi è evidenza di complici così come di qualsiasi orario, tempistica, arma proposte dalla consulenza Cattaneo per chi conosce gli atti non porteranno all’ammissione di una eventuale richiesta di revisione di Stasi. Il resto è solo propaganda”. L'articolo “Chiara Poggi lottò con il suo assassino”, l’indiscrezione sulla consulenza Cattaneo. L’avvocato dei Poggi: “Colluttazione esclusa già da due perizie nei processi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Delitto Garlasco
Giustizia
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Garlasco – A processo per diffamazione l’avvocato Massimo Lovati, ex difensore di Sempio
L’avvocato Massimo Lovati – ex difensore di Andrea Sempio nell’inchiesta di Pavia sul delitto di Garlasco, sarà processato per diffamazione con citazione diretta a giudizio nell’ambito di un procedimento avviato dalla Procura di Milano. Il legale, protagonista di interventi bizzarri e dichiarazioni talvolta sopra le righe, dovrà comparire davanti alla terza sezione penale del Tribunale di Milano il prossimo 26 maggio, data fissata per l’inizio del processo. La decisione è stata assunta dalla Procura milanese, con il pubblico ministero Fabio De Pasquale, che contesta a Lovati di aver pronunciato “dichiarazioni gravemente diffamatorie” nei confronti dello studio legale Giarda, che aveva difeso Alberto Stasi nei procedimenti giudiziari legati all’omicidio di Chiara Poggi e che hanno portato alla condanna dell’allora fidanzato condannato in via definitiva a 16 anni. Secondo l’imputazione, l’avvocato avrebbe offeso l’onore e la reputazione dei legali Fabio ed Enrico Giarda, figli del professor Angelo Giarda, nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 13 marzo 2025, quando Lovati ricopriva ancora il ruolo di difensore di Andrea Sempio. In quell’occasione, davanti ai cronisti, Lovati avrebbe attribuito alla difesa dello studio Giarda un ruolo determinante nell’apertura della prima inchiesta a carico di Sempio nel 2017. Lovati aveva detto che l’indagine del 2017 “è frutto di una macchinazione della difesa Giarda” o ancora che “è stata frutto di una macchinazione organizzata dagli investigatori dello studio degli avvocati difensori di Stasi che clandestinamente hanno prelevato il Dna”. Non solo. Sempre secondo la Procura, Lovati avrebbe parlato pubblicamente anche di una presunta “manipolazione organizzata dagli investigatori dello studio” in relazione al prelievo del Dna, affermazioni che per l’accusa travalicano il diritto di critica e configurano un’ipotesi di diffamazione. Per gli inquirenti, le espressioni utilizzate dall’avvocato sono da considerarsi gravemente lesive della reputazione professionale dei legali coinvolti, motivo per cui è stata disposta la citazione diretta a giudizio senza passare dall’udienza preliminare. Nel procedimento, Fabio ed Enrico Giarda figurano come persone offese e sono assistiti dall’avvocata Pia D’Andrea. Massimo Lovati è invece difeso dall’avvocato Fabrizio Gallo. L'articolo Garlasco – A processo per diffamazione l’avvocato Massimo Lovati, ex difensore di Sempio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alberto Stasi
“La bici nera e i vestiti nel canale sono un depistaggio ai danni di Alberto Stasi. Non è stato lui a uccidere Chiara Poggi, ma un sicario”: lo rivela Massimo Lovati
A uccidere Chiara Poggi è stato un sicario. Lo ribadisce Massimo Lovati, che si dice convinto delle proprie parole. Lo ribadisce in collegamento a “Mattino Cinque” nella puntata in onda mercoledì 4 febbraio. L’ex avvocato di Andrea Sempio torna dunque su una teoria che porta avanti da tempo: l’assassino di Chiara non sarebbe da ricercare né in Stasi né nel proprio ex assistito, bensì in una terza persona, e tutti gli elementi più suggestivi del caso farebbero parte di un disegno ben preciso di depistaggio. “Al di là delle falle dell’indagine, tutti questi elementi sono evidenti segno di depistaggio diretti all’inizio delle indagini contro Stasi”. Gli elementi cui l’avvocato fa riferimento sono una bicicletta nera da donna trovata dietro casa Poggi un mese e mezzo dopo il delitto del 13 agosto 2007, e alcuni vestiti e un paio di scarpe con macchie rosse rinvenuti nel canale Brielli. Tasselli che avrebbero indirizzato la narrazione del caso. “Sappiamo benissimo che nel magazzino del papà di Alberto Stasi han trovato una bicicletta nera” prosegue Lovati, “ovviamente l’assassino non poteva averla e ha mistificato la presenza di un’altra bicicletta”. E ribadisce: “Non cambio idea di quel che è successo. L’assassino è un sicario assoldato da un’organizzazione criminale che come un professionista oltre ad aver effettuato l’azione omicidiaria ha creato tutti questi depistaggi”. IL “GIALLO” DELLA BICI DI VIA TOLEDO La campagna è proprio dietro le villette di via Pascoli e lì scorre il canale Brielli. Parallela al canale c’è via Toledo, che dista solo poche centinaia di metri da quella che era la casa della nonna di Sempio, dove quest’ultimo sostiene di essersi recato nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, dopo essere tornato da Vigevano. L’ipotesi degli investigatori è che l’assassino sia scappato dalla porta sul retro di casa Poggi. Un mese e mezzo dopo il delitto, alle spalle della villetta, tra le sterpaglie di via Toledo, i vigili urbani avrebbero trovato una bici nera da donna di cui però, come ricorda l’inviato del programma di Canale 5, non vi è traccia agli atti e non sarebbe la stessa menzionata da Franca Bermani, la testimone che vide una bici nera da donna fuori dalla casa dei Poggi il giorno della tragedia. “Non me l’hanno fatta vedere per un confronto” disse ai carabinieri a proposito di quella trovata in via Toledo. IL RITROVAMENTO DEI VESTITI NEL CANALE C’è poi un secondo elemento critico. Undici giorni dopo la morte di Chiara, nel canale Brielli, precisamente tra Sairano e Villanova, venne trovato un sacchetto con vestiti e un paio di scarpe con macchie rosse. Appartenevano all’assassino in fuga? I Ris di Parma dopo aver analizzato i reperti esclusero la presenza di tracce ematiche. Secondo Massimo Lovati sia la bicicletta che il sacchetto di vestiti seguono la stessa logica: creare piste suggestive ma flebili. Il tutto per depistare le indagini verso Stasi. “È innocente, ha dichiarato di aver scoperto il cadavere di Chiara Poggi sotto minaccia di morte” ripete ancora una volta l’avvocato, che anche mesi dopo essere stato “scaricato” da Andrea Sempio, continua a far sentire forte e chiara la propria voce su un caso di cronaca nera in grado di catalizzare l’attenzione generale a quasi 20 anni di distanza. L'articolo “La bici nera e i vestiti nel canale sono un depistaggio ai danni di Alberto Stasi. Non è stato lui a uccidere Chiara Poggi, ma un sicario”: lo rivela Massimo Lovati proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco, la difesa di Andrea Sempio chiede alla gip l’incidente probatorio sui pc di Alberto Stasi e Chiari Poggi
La difesa di Andrea Sempio, il 37enne nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ha avanzato una richiesta formale alla giudice per le indagini preliminari di Pavia, Daniela Garlaschelli, per un incidente probatorio che preveda l’analisi dei computer di Alberto Stasi e della stessa vittima. La domanda è parte di un nuovo sviluppo nell’inchiesta riaperta un anno fa. Nei giorni scorsi gli avvocati dei Poggi, parte civile, hanno depositato i risultati di una consulenza di parte in cui si sostiene che la 26enne “trovò le foto porno nel pc di Alberto Stasi la sera prima dell’omicidio”. Gli stessi legali di parte civile avevano fatto presente che avrebbero chiesto alla Procura di proporre istanza al gip (non potendolo fare loro direttamente nel procedimento) di incidente probatorio per effettuare, con un perito terzo, le stesse analisi da ‘cristallizzare’ come prova. L’ISTANZA DI INCIDENTE PROBATORIO Gli avvocati di Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, stanno notificando in queste ore alle parti coinvolte, tra cui la Procura pavese, i legali della famiglia Poggi e quelli di Alberto Stasi, l’intenzione di presentare l’istanza alla giudice. Se la richiesta verrà accolta, si procederà con un incidente probatorio che consentirà di esaminare i dispositivi informatici che potrebbero contenere elementi utili al chiarimento delle dinamiche del delitto, avvenuto il 13 agosto 2007 a Garlasco. L’istanza, che dovrà essere valutata dalla giudice, potrebbe riaprire la pista dei film file privati come movente per il delitto per cui è stato condannato in via Definitiva l’allora fidanzato. Stasi era stato processo e assolto dall’accusa di detenere materiale pedopornografico. LE CONSULENZE INFORMATICHE La difesa di Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi, aveva risposto alla consulenza dichiarando che la cartella di file analizzati è “irrilevante” e che sono fiduciosi nelle indagini. Secondo la difesa della famiglia Poggi, questo dato potrebbe spiegare, almeno in parte, il movente dell’omicidio: un possibile conflitto legato alla visione di contenuti intimi riguardanti Chiara e Stasi, che potrebbe aver innescato una reazione violenta. Sempio, secondo i consulenti dei Poggi, non ha mai visto i filmati che ritraggono insieme, in atteggiamenti intimi, Chiara Poggi e l’allora fidanzato Alberto Stasi. Video che la ventiseienne aveva sul computer che veniva utilizzato dall’intera famiglia. Gli esperti informatici Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti in una relazione (consegnata la scorsa settimana alla gip di Pavia Daniela Garlaschelli) hanno messo nero su bianco gli ultimi approfondimenti sul delitto del 13 agosto 2007 a Garlasco. I nuovi software hanno permesso di escludere che il nuovo indagato Sempio, amico del fratello della vittima, possa aver avuto accesso a quei filmati privati che, per qualcuno, potrebbero costituire il movente di un omicidio che vede Stasi – a dire della Cassazione – come il colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”. L'articolo Garlasco, la difesa di Andrea Sempio chiede alla gip l’incidente probatorio sui pc di Alberto Stasi e Chiari Poggi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Giustizia
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Garlasco, la difesa di Stasi sui file pornografici nel pc: “La cartella Militare è irrilevante. Fiduciosi nelle indagini in corso”
In attesa della chiusura indagini del nuova controversa inchiesta sul delitto di Garlasco, che vede indagato Andrea Sempio, la difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, replica alla nota del team legale della parte civile sulla cartella con file pornografici, “visionati” “con certezza” dalla vittima il giorno prima di essere uccisa nella villetta di via Pascoli. “Senza neanche attendere di valutare le indagini svolte in questo ultimo anno vengono ventilati, nelle sedi mediatiche, asseriti nuovi elementi determinanti a carico del condannato-eterno processato”, Alberto Stasi, “che in nessun caso potrebbero essere utilizzabili processualmente” contro di lui “e che, viceversa, manifestano una significativa presa di posizione” dichiara Giada Bocellari, l’avvocata che da sempre difende Stasi commentando la richiesta di nuova consulenza informatica sul pc di Alberto chiesta dai legali della famiglia Poggi. Da parte dei quali, scrive Bocellari, “assistiamo un continuo tentativo (…) di ricerca, mediante pubblici annunci, di asserite nuove prove contro un condannato che in nessun caso potrà essere processato nuovamente”. Il difensore – a cui si deve l’impulso della nuova inchiesta a carico di Sempio che era stato già archiviato, osserva inoltre che qualora fossero “davvero” determinanti “ai fini della verità” tali elementi di prova “dovrebbero essere offerti, senza indugio” ai pm pavesi, affinché possano essere valutati “nell’indagine in corso a carico di Sempio: questa difesa è fermamente convinta che i nuovi elementi, come le azioni giudiziarie, proprio in considerazione della delicatezza” della fase del procedimento, “vadano depositati nelle sedi competenti, come peraltro, nel silenzio, ha già fatto, sta facendo e farà la difesa Stasi (sia per quanto riguarda i nuovi elementi, sia per quanto riguarda le azioni giudiziarie). Si resta comunque fiduciosi nelle indagini in corso – chiude la nota – con la certezza che le stesse continueranno con la medesima serietà dimostrata sinora e con l’unico scopo di ricerca di una verità effettiva ed oggettiva nell’interesse della giustizia e di Chiara, anche in relazione ai tanti aspetti peculiari di questa tragica vicenda”. Il 16 gennaio 2026, i componenti del team legale della parte civile – gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna – con una nota hanno infatti sottolineato la necessità di un approfondimento informatico, che si sarebbe concentrato su alcuni file rinvenuti sul computer di Stasi. Secondo i consulenti informatici incaricati dalla famiglia Poggi, la sera prima dell’omicidio, Chiara Poggi avrebbe aperto una cartella chiamata “Militare” contenente file pornografici, un dettaglio che non era mai stato completamente chiarito. Stasi è stato assolto dalla Cassazione nel 2014, per detenzione di frammenti di materiale pedopornografico. Ma vale la pena ricordare che in una relazione del 2024 agli atti del Tribunale di Sorveglianza si parla di una “ossessiva catalogazione e la abituale visione di materiale pornografico anche raccapricciante e violento” e di una persona che cerca il piacere in modo “non convenzionale”. In particolare, i legali della famiglia Poggi hanno evidenziato che circa “settemila file pornografici” erano catalogati in quella cartella, e che Chiara avrebbe interagito con essa poco prima di essere uccisa. “Abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi”, ha spiegato Tizzoni, ribadendo che la cartella “Militare'”, così come altre prove emerse, è fondamentale per comprendere meglio il movente dell’omicidio. Gli avvocati ritengono che la consultazione di questi file possa fornire una chiara spiegazione del conflitto che, secondo loro, si sarebbe sviluppato tra Alberto e Chiara. Queste informazioni sono considerate cruciali per la parte civile, che sta cercando di evitare che le prove raccolte nel processo precedente vengano ignorate nel tentativo di rivedere la condanna di Stasi. “Abbiamo sempre denunciato il tentativo di riabilitare l’assassino, senza prendere in considerazione le prove già raccolte nel processo, incluse quelle relative al famoso incidente probatorio riguardante l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto”. La parte civile ha anche chiesto che l’incidente probatorio venga promosso con un perito terzo, per cristallizzare le prove informatiche riguardanti il computer di Stasi, in particolare l’apertura della cartella contenente file pornografici e la consultazione di una “nuova cartella”. Questi sviluppi sono stati accertati grazie all’utilizzo di software avanzati da parte dei consulenti Paolo Reale, Nanni Bassetti e Fabio Falleti, che hanno analizzato la copia forense del pc di Stasi. I risultati di questa analisi hanno rafforzato la convinzione della parte civile sulla rilevanza del contenuto di quella cartella per comprendere meglio il movente del delitto. L'articolo Garlasco, la difesa di Stasi sui file pornografici nel pc: “La cartella Militare è irrilevante. Fiduciosi nelle indagini in corso” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini
L’aggressione a Chiara Poggi potrebbe essere iniziata in cucina e non sull’ingresso della villetta di via Pascoli a Garlasco. È questa la conclusione preliminare di una nuova consulenza tecnica commissionata dalla famiglia della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e destinata a incidere su uno dei casi giudiziari più controversi degli ultimi vent’anni e sull’inchiesta condotta dalla procura di Pavia nel tentativo di riscrivere il delitto. Un’ipotesi quello dell’assalto alla giovane su cui il team legale, che da sempre assiste la famiglia della 26enne, aveva già formulato nel 2009. Quando era ancora lontana la sentenza definitiva ad Alberto Stasi, l’allora fidanzato della vittima. L’elaborato, che sarà consegnato la prossima settimana agli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali di madre, padre e fratello della vittima, è stato realizzato da Dario Redaelli, ex poliziotto ed esperto di analisi della scena del crimine. La consulenza ribadisce una tesi sostenuta dalla parte civile fin dal primo processo ad Alberto Stasi, celebrato nel 2009: il litigio culminato nell’omicidio non sarebbe avvenuto sull’uscio dell’abitazione, come ricostruito all’epoca dal Ris dei carabinieri, ma all’interno della cucina. Lì dove è stato recuperato un sacchetto della spazzatura con rifiuti di una colazione che non erano stati analizzati prima. I test genetici, condotti dalla perita Denise Albani nominata dalla giudice per le indagini preliminari, hanno confermato che su quei resti c’è il Dna di Chiara e di Alberto Stasi, in particolare sulla cannuccia del brick dell’Estathé. LA RIMASTERIZZAZIONE Il lavoro di Redaelli si fonda su una nuova analisi Bpa (Bloodstain Pattern Analysis) delle macchie e degli schizzi di sangue presenti sulla scena del crimine, rianalizzata nella nuova indagine ancora dai carabinieri. L’elemento di novità risiede nella cosiddetta “rimasterizzazione” delle immagini: fotografie scattate nel 2007 sono state rielaborate con software di ultima generazione, in grado di migliorare la definizione e la leggibilità dei dettagli. Questi dati sono stati poi incrociati con alcuni elementi emersi nel corso dell’incidente probatorio genetico e dattiloscopico disposto dalla gip di Pavia Daniela Garlaschelli e svoltosi tra maggio e dicembre scorsi. Incidente probatorio che ha concluso, per quanto riguarda il materiale sulle unghie, per una compatibilità con la linea maschile della famiglia Sempio. Un “aplotipo parziale misto, degradato e di bassa intensità” il cui risultato “non è consolidato” e che per la difesa del 37enne indagato “vale zero”. COLAZIONE CON L’ASSASSINO Gli inquirenti pavesi ritenevano già da mesi i rifiuti, non analizzati precedentemente, i resti della colazione fatta da Chiara con l’assassino: la colazione della mattina del delitto e non alla sera precedente o ai giorni prima, quando Chiara Poggi e Stasi avevano consumato due pizze d’asporto. Nei verbali del 2007, Stasi aveva dichiarato di aver bevuto una birra portata da casa, poi ritrovata ancora parzialmente piena nel frigorifero. Un altro filone di approfondimento riguarda i gioielli indossati da Chiara Poggi il giorno dell’omicidio. Si tratta di quattro braccialetti, due orecchini con perla, una collana con ciondolo, una cavigliera e un orologio, restituiti alla famiglia solo nel 2019, dodici anni dopo il delitto, su disposizione della Corte d’assise d’appello di Milano. Anche su questi oggetti la famiglia Poggi ha commissionato specifiche analisi, nel tentativo di chiarire ulteriormente la dinamica dell’aggressione. Gli esiti della nuova consulenza, per ora preliminari, non sono stati ancora depositati. I legali Tizzoni e Compagna valuteranno in una fase successiva se produrli formalmente alla conclusione delle indagini preliminari su Andrea Sempio, i cui termini scadono il 24 gennaio, salvo eventuale richiesta di proroga da parte della Procura di Pavia. In alternativa, il materiale potrebbe confluire in una eventuale istanza di revisione del processo che la difesa di Alberto Stasi – condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l’omicidio – potrebbe presentare nei prossimi mesi alla Corte d’appello di Brescia. L'articolo Garlasco – “L’aggressione di Chiara Poggi in cucina”, l’ipotesi della parte civile grazie alla rimasterizzazione delle immagini proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore”
“Le sentenze su Alberto Stasi rimangono granitiche, non sono state scalfite dall’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non si limita a metterle in discussione ma mira a demolirle, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che, in qualche modo, attribuiscono alla Procura di Pavia determinati risultati, determinate indagini”. A pochi giorni dall’attesa chiusura delle indagini sul delitto di Garlasco che vede iscritto nel registro degli indagati Andrea Sempio, l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, legale di parte civile della famiglia Poggi, risponde alle domande del FattoQuotidiano.it sulle fasi finali dell’inchiesta penale più mediaticamente seguita degli ultimi anni. In questa intervista, l’avvocato ripercorre i momenti cruciali dell’inchiesta, analizza l’impatto dell’incidente probatorio e riflette sulla gestione del caso da parte delle istituzioni, sottolineando la solitudine della famiglia Poggi di fronte a un sistema giudiziario che, secondo lui, ha spesso ceduto alla pressione pubblica. Un giudizio durissimo quello del legale sugli ultimi mesi: “Si è preferito, quindi, la via breve del ‘golpe giudiziario per via mediatica‘, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide”. Avvocato, in vista della fase finale dell’indagine bis su Andrea Sempio, cosa vi aspettate in relazione all’incidente probatorio? Ci riserviamo di fare ulteriori considerazioni, ma ci sembra di capire che, purtroppo, la Procura di Pavia stia ancora cercando di mettere in discussione la sentenza di condanna di Stasi, nonostante sia passata in giudicato. Il lavoro della Procura, che sta andando avanti da oltre tre anni e mezzo, ha dato l’impressione di cercare un percorso alternativo rispetto alla responsabilità di Stasi, incentrato sulla figura di Andrea Sempio. Quest’ultimo, ricordiamolo, fu indagato e archiviato nel 2017, nel 2020 citato in altra indagine a carico di ignoti pure archiviata. Dico questo per dire che sostanzialmente il signor Sempio è sotto l’occhio della Procura Pavese dal dicembre del 2016 ad oggi. Tutto sommato un record per quanto riguarda l’indagine su un singolo soggetto per un delitto per il quale lo Stato ha già accertato il colpevole. Ricordiamo poi che la Corte d’Appello di Brescia ha sostanzialmente sempre respinto le istanze di revisione di Stasi e nel secondo caso, nel 2020-21, anche la Cassazione. La parte civile come procederà? A fronte di tutto ciò, noi non possiamo fare altro che fare riferimento agli elementi concreti che emergono dall’incidente probatorio. Non abbiamo alcuna visibilità diretta su come la Procura di Pavia stia gestendo il caso, ma, da quanto emerge dalle dichiarazioni pubbliche e dalle veline, è evidente che ci sia una sorta di incomprensione della posizione della famiglia Poggi, che ha sempre sostenuto la colpevolezza di Alberto Stasi sulla base di elementi concreti. Non sono mai stati messi in discussione i tre pilastri a carico di Stasi, cioè l’impronta sul dispenser portasapone, la bicicletta e le tracce di DNA di Chiara Poggi sui pedali scambiati e il falso racconto di Stasi quale scopritore del corpo della fidanzata. Gli elementi a carico di Stasi rimangono immutati, solidi e assolutamente non messi in discussione. Il tema dei pedali e del falso racconto dello scopritore sono stati cruciali. Il tema dei pedali, sì. Si capisce che la difesa Stasi e i media non hanno, ancora una volta, saputo aggirare questo pilastro che porta Stasi alla sua condanna, ma soprattutto ogni volta sorrido perché nessuno menziona mai un dato statistico, cioè lo 0,000002% di probabilità che avrebbe avuto Stasi di attraversare la scena del crimine ed in particolare la zona vicino alla scala che conduce in cantina senza lasciare le tracce della scarpa Lacoste. Ha fatto riferimento a “veline”: cosa intende? Si è assistito in maniera assolutamente inusitata da marzo a oggi a una sistematica fuga di notizie che vanno dall’aver annunciato al TG1 la famosa impronta 33 (data per insanguinata, ma che non lo è, ndr) fino all’altro giorno: ancora il TG1 che diceva che gli investigatori avrebbero fatto delle verifiche sul computer di Chiara Poggi avvedendosi dell’inserimento di una password. Come abbiamo più volte denunciato si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione. Per questo motivo abbiamo ritenuto di fare chiarezza anche sulle false notizie diffuse in questi mesi sollecitando un ulteriore approfondimento informatico, dal quale è emerso che la sera prima di essere uccisa, Chiara aveva fatto accesso proprio alla cartella del PC di Stasi in cui erano stati catalogati – per genere – i numerosi file pornografici già esaminati all’epoca. Qualora la Procura di Pavia lo riterrà opportuno, questo dato potrà essere verificato anche in contraddittorio mediante apposito incidente probatorio, come già successo per l’Estathè rinvenuto sulla scena del delitto e risultato a sua volta riferibile ad Alberto Stasi. Da parte nostra continueremo ad approfondire celermente ogni ulteriore elemento utile ad una ricostruzione ancor più dettagliata dei fatti, nell’interesse della verità e della giustizia. In merito alla consulenza sulla scena del crimine, come si sposa la vostra teoria secondo cui l’aggressione sarebbe iniziata in cucina, e cosa ne pensate dei risultati genetici riguardanti Alberto Stasi? Già nel 2009, quando ci siamo occupati del caso, avevamo ipotizzato che l’aggressione fosse iniziata in cucina e poi si fosse spostata nel breve corridoio che conduce alla scala dove Chiara è stata scaraventata. La scena del crimine, secondo noi, ha avuto uno sviluppo in questo modo e il DNA di Stasi sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore che colloca Stasi nella casa quella mattina. Per quanto riguarda i risultati genetici, i dati sono chiari. Non si tratta di un’ipotesi, ma di una certezza processuale. Il DNA di Stasi è stato trovato sulla cannuccia dell’Estathè, confermando che era presente la mattina del 13 agosto 2007 nel luogo del crimine e non si tratta di una fantasia. L’elemento più significativo dell’incidente probatorio è proprio questo. Allegheremo intercettazioni, fotografie, riscontri documentali. Siamo quindi di fronte a un ulteriore elemento che conferma la veridicità della sentenza di condanna, nonostante quanto detto nei media e nelle varie trasmissioni. Come si sente la famiglia Poggi in questo momento, alla fine dell’incidente probatorio e in vista di una possibile richiesta di rinvio a giudizio? La famiglia Poggi si trova in una situazione complessa. Dopo tanti anni di battaglie legali, la fine dell’incidente probatorio non porta a una vera e propria ‘chiusura’, ma segna un momento decisivo. La famiglia è ovviamente sollevata dal fatto che i principali indizi contro Stasi restino solidi e inconfutabili, ma anche amareggiata per come sono andate le cose. Nonostante l’incidente probatorio abbia confermato molte delle evidenze già emerse, la famiglia non può fare a meno di sentirsi delusa dal modo in cui la giustizia è stata gestita, soprattutto in relazione alle fughe di notizie e al continuo accavallarsi di voci non verificate. Quello che però ha sempre sorpreso in questa vicenda è che la Procura di Pavia abbia in più occasioni voluto rappresentare come non comprensibile la posizione procedurale della famiglia Poggi, dimenticando che le sentenze su Stasi sono passate in giudicato, che sono state emesse in nome del popolo italiano, e che non sono state minimamente scalfite dall’incidente probatorio e neanche dalle rivelazioni giornalistiche. Infine, una riflessione generale: come valuta la gestione della giustizia in questo caso, anche alla luce della pressione mediatica che ha accompagnato l’intero processo? La giustizia in questo caso ne esce malissimo. È stato preferito dare in pasto al pubblico l’idea di un’indagine, che per sua natura dovrebbe essere segreta, filtrata tramite veline, suggerimenti e illazioni. La Procura di Pavia, ha scelto di non contrastare la strada della visibilità mediatica, limitandosi a pochi comunicati stampa, contribuendo così a distorcere la percezione della verità. In tutto questo si inserisce anche l’assiduo intervento mediatico del Giudice Vitelli che assolse Stasi in primo grado. Il dottor Vitelli ha diritto di difendere la sua sentenza di assoluzione. I Poggi hanno il diritto, ma anche il dovere quali cittadini di difendere le sentenze di condanna perché sono definitive e emesse dopo un giusto processo come anche riconosciuto dalla CEDU. Triste constatare che lo Stato abbia lasciato da soli i Poggi in questa difesa che è anche la difesa del principio della “vincolatività del giudicato”. Purtroppo, all’opinione pubblica è stato lasciato credere che sia preferibile o sarebbe preferibile, anzi sarebbe addirittura doveroso per la famiglia Poggi, credere a un’indagine che per definizione dovrebbe essere segreta e secretata o a quella che è l’opinione che viene espressa da vari commentatori sui media. Cosa intende? La verità giudiziaria è quella che emerge dalle sentenze e dai dati processuali, non quella creata dai media. Eppure, ci siamo trovati a fronteggiare continue speculazioni, come quelle del comico Lino Banfi, che parlava di una possibile colpevolezza femminile, o quelle dell’avvocata Bernardini De Pace, che ha indicato Sempio come il colpevole. E non parliamo delle trasmissioni televisive, come quella delle Iene, che hanno alimentato teorie senza alcuna base concreta. Questo è un vulnus, perché ci si è allontanati dalla giustizia, preferendo fare affidamento sulle opinioni espresse dai media piuttosto che sulle prove processuali. Sarebbe stato molto più utile rispettare le procedure legali e lasciare che la Corte di Appello di Brescia e la Cassazione affrontassero correttamente le richieste di revisione, senza intervenire attraverso il filtro dei media. La giustizia non può essere determinata dai commenti di persone che non hanno avuto accesso alle aule di tribunale e non hanno letto le 40.000 pagine del fascicolo, ma solo dalle evidenze che emergono dal processo e dal lavoro dei periti e dei giudici. Fatti, prove, sentenze non opinioni Questo, secondo me, è un vulnus, nel senso che ci sarebbe dovuti aspettare in primis dalle istituzioni la pretesa della protezione di una sentenza emessa in nome del popolo italiano che può e deve, se nel caso, essere messa in discussione, ma nelle opportune sedi, che sono quelle della Corte di Appello di Brescia, quale organo preposto per affrontare le richieste di revisione delle sentenze emesse nel distretto della Corte di Appello di Milano. Tutto questo non è avvenuto, si è preferito, quindi, la via breve del “golpe giudiziario per via mediatica”, golpe nel senso che si preferisce sovvertire le istituzioni, ma non passando per le strada che l’istituzione stessa ha tracciato con delle procedure ben chiare e rigide. Per quanto ci riguarda le sentenze su Stasi rimangono granitiche, non sono state minimamente scalfite da quelle che sono le attività dell’incidente probatorio, non sono scalfite dal processo mediatico che non le ha sapute mettere in discussione, non sono scalfite, anche se attendo il deposito delle indagini, dalle illazioni che in qualche modo attribuiscono alla Procura della pubblica di Pavia determinati risultati e determinate indagini. L'articolo “Veline, speculazioni e il record di indagini su Sempio. Ma le sentenze su Stasi non sono state scalfite, il Dna sulla cannuccia di Estathè è una prova ulteriore” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Delitto Garlasco
Giustizia
Alberto Stasi
Chiara Poggi
“Chiara trovò le foto porno nel pc di Alberto Stasi la sera prima dell’omicidio, ora c’è la certezza”: le nuove analisi dei consulenti della famiglia Poggi
La sera del 12 agosto 2007, il giorno precedente l’omicidio a Garlasco, Chiara Poggi “aprì quella cartella chiamata ‘militare‘ coi file pornografici catalogati” dal fidanzato Alberto Stasi e vide in anteprima alcune di quelle numerose immagini. Lo spiega l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, uno dei legali della famiglia della 26enne uccisa a Garlasco, rendendo noti i risultati del nuovo “approfondimento informatico“, effettuato dai consulenti della famiglia Poggi (Paolo Reale e gli informatici Nanni Bassetti e Fabio Falleti). I 10 MINUTI DELLA SERA PRECEDENTE IL DELITTO Grazie alle nuove analisi informatiche – spiegano i legali e i consulenti della famiglia Poggi – si è acquisita “la certezza” che Chiara abbia potuto vedere quella sera, prima di essere uccisa, “l’anteprima” di quelle immagini, mentre nel corso dei processi a carico di Stasi era sempre stato “un tema controverso“. A questo si è arrivati grazie all’utilizzo di “nuovi software, che hanno consentito, attraverso le analisi sulla copia forense” del pc di Alberto Stasi, “di acquisire un dato di assoluta certezza”, ossia che, quando lui si allontanò “quella sera” del 12 agosto 2007 “per 10 minuti“, Chiara “aprì quella cartella” con “7mila foto catalogate per generi e anche immagini amatoriali realizzate da Stasi”. Quella sera del 12 agosto, come era emerso dai processi, l’ex bocconiano si era allontanato per dieci minuti da casa di Chiara, verso le 22, per andare a casa sua a controllare che il cane stesse bene e non fosse spaventato dai tuoni. In quei minuti Chiara avrebbe visto l’anteprima di quelle immagini nel pc di Alberto. Un fatto che, fino a oggi, è sempre “rimasto un dubbio” e che, secondo i legali della famiglia Poggi, viene adesso provato. LA RICHIESTA DI INCIDENTE PROBATORIO Per questa ragione la nuova consulenza verrà depositata ai pm di Pavia, che hanno riaperto le indagini su Andrea Sempio. I legali dei Poggi chiederanno poi alla Procura che proponga istanza al gip di incidente probatorio per effettuare, con un perito terzo, quelle stesse analisi sul materiale informatico e “cristallizzarle” come prova. Dalle nuove analisi, ha chiarito Tizzoni, viene “smentita” anche l’ipotesi ventilata di cancellazioni di alcuni dati dal telefono dei Poggi e poi che la cartella di un video di Chiara e Alberto sarebbe stata aperta “dopo una determinata data”. Smentita, dunque, secondo il legale, pure “la teoria” che qualcuno potesse aver visto quel video intimo dei due giovani. IL PERCORSO DEL FILE “I nuovi software consentono di leggere completamente, come in una sorta di ‘tom tom’ il percorso di un file aperto di recente e in questo caso siamo riusciti a leggere quella parte rimasta illeggibile per anni” spiega il consulente Bassetti. “Il risultato è stato confermato con l’utilizzo di più software open source e accertano che quella sera è stata aperta la cartella ‘militare’ che conteneva a sua volta ‘nuova cartella’ e quindi – è questa la novità – il file senzanome.bmp. L’averlo trovato ci dice con certezza che Chiara ha visto i fotogrammi dell’anteprima delle immagini pornografiche”, aggiunge l’esperto che ha ricreato ‘virtualmente’ il computer di Stasi. “Il nuovo software è stata come la ‘stele di Rosette’ e ci ha permesso di leggere un dato rimasto finora illeggibile. Trovare questo file senza nome è stato anche un colpo di fortuna perché il computer di Stasi è stato ‘bombardato‘ da un accesso che non ha seguito le corrette procedure” conclude Bassetti. LA SENTENZA E IL MOVENTE Ma perché, per i legali della famiglia Poggi, si tratta di una novità molto rilevante? Nella sentenza del processo d’appello bis – che ha condannato Stasi a 16 anni di carcere – giudici della Corte d’Assise d’appello di Milano hanno lasciato un mistero sul movente dell’omicidio. Lo studente agì “senza fatica e senza alcuna pietà”, massacrò la sua fidanzata con vari colpi, ma “per un motivo rimasto sconosciuto“, poi tornò a casa “facendo le sole cose che potesse fare, quelle di tutti i giorni: ha acceso il computer, visionato immagini e filmati porno, ha scritto la tesi, come se nulla fosse accaduto”, si legge nel testo della sentenza. Ma la “passione” di Alberto “per la pornografia” – scrivevano i giudici – avrebbe potuto “provocare discussioni, anche con una fidanzata di larghe vedute”. Diventando così “una presenza pericolosa e scomoda, come tale da eliminare per sempre dalla sua vita di ragazzo perbene”. I POGGI: “SI CERCA DI RIABILITARE L’ASSASSINO” “Si cerca impropriamente di riabilitare l’assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, senza alcuna considerazione delle prove che sono già state raccolte nel processo a seguito della prima sentenza della Cassazione”, hanno affermato in una nota gli avvocati Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, legali della famiglia Poggi. “Secondo quanto evidenziato da più parti l’apertura di una nuova indagine a carico di Andrea Sempio sarebbe da ritenere funzionale ad una richiesta di revisione della condanna irrevocabile pronunciata a carico di Alberto Stasi” concludono i legali. LA CASSAZIONE CONFERMA IL NO AL SEQUESTRO DEI DISPOSITIVI DELL’EX PM VENDITTI Intanto, su un altro fronte sempre collegato a Garlasco, la Cassazione ha respinto il ricorso della Procura di Brescia contro l’ordinanza del Tribunale del Riesame che, il 17 novembre, ha annullato, anche il secondo decreto di sequestro dei pm, eseguito il 24 ottobre, dei dispositivi, tra cui telefoni, pc e tablet, dell’ex procuratore di Pavia Mario Venditti indagato nel filone che lo vede accusato di corruzione in atti giudiziari. Di fatto, dunque, con il “rigetto totale” del ricorso dei pm la Suprema Corte ha confermato il no al sequestro del Riesame: non erano state indicate parole chiave per le analisi e l’arco temporale era troppo ampio. Il Riesame aveva annullato il decreto di sequestro probatorio della Procura bresciana del 24 ottobre, dopo l’annullamento del precedente sempre nell’inchiesta per corruzione in atti giudiziari che vede indagato anche Giuseppe Sempio, padre di Andrea. Decisione che aveva riguardato anche il sequestro sui dispositivi degli ex carabinieri pavesi Giuseppe Spoto e Silvio Sapone. I giudici avevano ordinato per tutti e tre la “restituzione” di “tutti i beni sequestrati”, assieme “ai dati eventualmente già estrapolati”. Il legale Aiello, in particolare, aveva fatto notare che, oltre all’assenza di gravi indizi di colpevolezza, la Procura anche nel secondo decreto sul caso Garlasco non aveva indicato parole chiave per effettuare le analisi sui dispositivi, volendo portare avanti una ricerca a tappeto ed estesa a livello temporale per 11 anni, dal 2014, quando il magistrato divenne procuratore aggiunto a Pavia, fino al 2025. Tesi accolta dai giudici del Riesame. Oggi è stato depositato il dispositivo della Cassazione, sesta sezione penale, che boccia il ricorso della Procura del 3 dicembre. 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Delitto di Garlasco, “Le Iene” condannate per diffamazione aggravata: “Insinuato il coinvolgimento di Stefania Cappa”
È stata una diffamazione aggravata l’aver insinuato, nel corso di uno speciale televisivo de Le Iene, un possibile coinvolgimento di Stefania Cappa nell’omicidio della cugina Chiara Poggi. Lo scrive nero su bianco la giudice della III sezione penale di Milano, Sara Faldini, nelle motivazioni della sentenza con cui, a fine aprile 2025, ha condannato l’autore del servizio Riccardo Festinese e il conduttore Alessandro De Giuseppe. La notizia del verdetto emerge solo oggi dopo che il programma di Italia è ritornato con insistenza sul caso e riproponendo quella che è stata sempre solo una boutade giornalistica, priva di qualsiasi appiglio in qualsiasi delle inchieste aperte sul delitto di Garlasco. Il servizio incriminato, andato in onda nel maggio 2022 con il titolo “Speciale Le Iene, delitto di Garlasco, la verità di Alberto Stasi”, secondo la giudice ha “evidentemente” portato lo spettatore a ritenere che Stefania Cappa potesse avere avuto un ruolo nell’omicidio della studentessa, avvenuto il 13 agosto 2007. Un’insinuazione realizzata, in particolare, attraverso il richiamo alle dichiarazioni dell’operaio Marco Muschitta, già ritenute “assolutamente inattendibili” dal giudice per l’udienza preliminare di Vigevano nella prima sentenza del 2009 che aveva assolto Alberto Stasi. Per questi fatti, i due imputati sono stati condannati a una multa di 500 euro ciascuno e al risarcimento della parte civile, Stefania Cappa, assistita dagli avvocati Gabriele Casartelli e Matteo Bandello, con una provvisionale di 10mila euro. Le motivazioni della sentenza, depositate a fine ottobre, sono state rese note solo ora. Secondo la giudice, il programma ha fornito una “rappresentazione parziale” dei fatti, omettendo di chiarire che le dichiarazioni di Muschitta erano state giudicate inutilizzabili e prive di rilevanza probatoria. Le sentenze, sia di assoluzione sia di condanna nei confronti di Stasi, “nemmeno analizzano” quelle dichiarazioni, proprio a dimostrazione della loro irrilevanza. Stefania Cappa, viene ribadito, “non è mai stata indagata” per l’omicidio. Il procedimento per diffamazione, chiarisce il provvedimento, è del tutto distinto dalla complessità della vicenda giudiziaria del caso Garlasco: restano fuori dal processo le presunte criticità del procedimento a carico di Stasi, condannato in via definitiva, così come la recente riapertura delle indagini che vede Andrea Sempio nuovamente indagato dalla Procura di Pavia. La giudice ha inoltre sottolineato come il servizio fosse costruito in modo tale da provocare una reazione emotiva nella donna, pur riconoscendo che Stefania Cappa mantenne un atteggiamento “deciso ma pacato”. Nonostante la condanna, Le Iene sono tornate a occuparsi del caso Garlasco nell’ultima puntata, presentando due presunte testimonianze inedite su presenze nei pressi della villetta dei Poggi la mattina del delitto. Due testimonianze che – se veritiere e confermate secondo il programma – potrebbero dare sostanza alla testimonianza dell’operaio Marco Muschitta, che aveva detto di aver visto uscire, quella mattina, da via Pascoli, dove si trova la casa dei Poggi, una ragazza bionda in bici. Deposizione che, appunto, è stata dichiarata inattendibile dagli inquirenti e dai giudici. In apertura di trasmissione, gli autori hanno precisato di essere stati condannati in primo grado per diffamazione nei confronti della famiglia Cappa e di aver presentato ricorso in appello, ribadendo la volontà di proseguire l’inchiesta giornalistica. L'articolo Delitto di Garlasco, “Le Iene” condannate per diffamazione aggravata: “Insinuato il coinvolgimento di Stefania Cappa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Delitto di Garlasco, la criminologa Anna Vagli replica alla denuncia di Stasi: “Una querela non è una sentenza, contro di me una gogna mediatica e social.
“Una querela non è una sentenza”. Anna Vagli sceglie parole nette per replicare ad Alberto Stasi e alla riemersione della denuncia per diffamazione che la vedrà imputata davanti al tribunale di Lucca. La criminologa forense e giornalista, 36 anni, affida al Corriere della Sera una presa di posizione articolata e puntuale, dopo che la notizia del procedimento – risalente al 2022 – è tornata nelle ultime ore al centro dell’attenzione mediatica. “Il diritto di querelare spetta a chiunque: chi si sente diffamato può presentare una denuncia. Ma una querela non è una sentenza: affronterò questo percorso con serenità, trasparenza e rispetto delle istituzioni, come ho sempre fatto”, afferma Vagli. “Quello che invece non accetto è che un atto ancora tutto da valutare venga trasformato in uno strumento di delegittimazione personale o professionale”. Il procedimento nasce da un articolo firmato da Vagli nel maggio 2022 per una testata online, dal titolo Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio. In quel contributo la criminologa sosteneva che il possibile movente dell’omicidio fosse legato alla scoperta, da parte di Chiara Poggi, di materiale pedopornografico nel computer del fidanzato. A seguito di quell’articolo, Alberto Stasi – attraverso la sua legale Giada Bocellari – ha presentato una querela per diffamazione. Come ricostruisce la stessa Vagli al Corriere, la vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa. “Negli ultimi giorni è stata rilanciata come ultim’ora una notizia relativa a una denuncia per diffamazione risalente a oltre tre anni e mezzo fa”, spiega. “Già a suo tempo il mio legale, l’avvocato Federica Tartara, aveva sollevato un’eccezione di incompetenza territoriale al tribunale di Milano, alla quale la difesa di Stasi si era opposta”. Il punto di svolta arriva il 29 novembre 2023, quando il giudice accoglie l’eccezione della difesa di Vagli. “Il tribunale ha disposto la trasmissione degli atti al tribunale di Lucca, foro competente in base alla mia residenza”, chiarisce la criminologa. Una precisazione che per lei è centrale: “Questo significa una cosa molto semplice: si tratta di un processo ancora tutto da iniziare, la cui prima udienza è fissata per il prossimo mese di marzo”. È sul piano mediatico che Vagli dice di non essere disposta a fare sconti: “Nelle ultime settimane, e ancor più nelle ultime ore, ho assistito a una vera e propria gogna mediatica e social: attacchi personali, insulti, giudizi sommari, per la colpa di esprimere un parere tecnico non in linea con quello corale”. Attacchi che, sottolinea, “non hanno nulla a che vedere con il diritto di cronaca” e che invece “hanno molto a che fare con la spettacolarizzazione, la ricerca di hype e un certo tipo di narrazione che alimenta l’odio più che la ricerca della verità”. Vagli aggiunge che “tutte queste iniziative sono già al vaglio dei miei avvocati”. Quanto al procedimento giudiziario, la criminologa ribadisce la sua fiducia nella difesa: “I fatti, come sempre, parleranno da soli”, afferma. “Da parte mia ho la massima fiducia nei miei legali Federica Tartara del foro di Genova e Filippo Tacchi del foro di Lucca”. L'articolo Delitto di Garlasco, la criminologa Anna Vagli replica alla denuncia di Stasi: “Una querela non è una sentenza, contro di me una gogna mediatica e social. proviene da Il Fatto Quotidiano.
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