Giulia Stabile, ballerina, vincitrice di “Amici 20” e conduttrice di “Tu si que
vales” si è raccontata a Londra, dove attualmente vive, per 48 ore a “Le Iene“.
Dal successo alle offese sui social: attacchi al fisico e al talento. “Qui (a
Londra, ndr) c’è un’altra mentalità. – ha affermato Stabile – Nell’ultimo
periodo in Italia, per esempio, sono stata giudicata tanto esteticamente, sul
mio corpo… Non riuscivo più a capire se non mi piacevo io perché non mi piacevo
io o perché non piacevo agli altri”.
Il ricordo poi va alla vittoria ad Amici: “Mi davano dell’oca per la mia risata.
Dicevano che non me la meritavo, che avrebbe dovuto vincere Sangiovanni. Nei
momenti di buio faccio fatica a vedere ciò che c’è di buono in me e intorno a
me. Non riuscivo più a capire se non mi piacevo io o se ero io a non piacere
agli altri. La terapia? Mi ha permesso di guardarmi con occhi diversi”.
E ancora: “Non mi piaccio sempre allo specchio. Le labbra non sono in
proporzione con i miei denti, il mio naso lo vedo molto grosso. Ho questi denti
molto particolari. Cambierei un po’ tutto, ma allo stesso tempo non vorrei mai
cambiare. Anche se tutti mi dicessero che sono bella, purtroppo ascolterei
sempre quella che mi dice che non lo sono. Ho una mente un po’ autodistruttiva”.
Il percorso non è stato facile per la ballerina e conduttrice: “Una ragazza ha
imitato la mia risata e mi ha detto: ‘Prima di ridere sistemati i denti’. Da
quel momento ho smesso di aprire la bocca, anche per parlare. Ho detto ai miei
genitori che volevo mettere l’apparecchio. Mi hanno fatto credere di non andare
bene, di avere qualche chilo di troppo per fare la ballerina. Sono in salute e
mi alleno ogni giorno, anche senza la tartaruga. Se dieci persone mi dicono che
sono bella e una che non lo sono, io ascolterò sempre quella”.
E poi l’incontro con Maria De Filippi: “Mi chiedono spesso come sarebbe stata la
mia vita senza Maria e mi dicono: ‘Ringraziala, raccomandata’. In realtà non
l’ho mai fatto per vergogna: ‘grazie perché hai visto qualcosa in me che anche
io dovevo vedere. Mi hai ricordato che sono brava’”. Interpellata al telefono la
conduttrice di “Amici” ha detto: “Giulia è proprio buona, a volte anche un po’
‘tonta’ da quanto è buona. E poi soffre sempre per amore”.
L'articolo “Non mi piaccio sempre. Le labbra non sono in proporzione coi miei
denti, il mio naso lo vedo molto grosso. Ho una mente un po’ autodistruttiva”:
così Giulia Stabile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È stata una diffamazione aggravata l’aver insinuato, nel corso di uno speciale
televisivo de Le Iene, un possibile coinvolgimento di Stefania Cappa
nell’omicidio della cugina Chiara Poggi. Lo scrive nero su bianco la giudice
della III sezione penale di Milano, Sara Faldini, nelle motivazioni della
sentenza con cui, a fine aprile 2025, ha condannato l’autore del servizio
Riccardo Festinese e il conduttore Alessandro De Giuseppe. La notizia del
verdetto emerge solo oggi dopo che il programma di Italia è ritornato con
insistenza sul caso e riproponendo quella che è stata sempre solo una boutade
giornalistica, priva di qualsiasi appiglio in qualsiasi delle inchieste aperte
sul delitto di Garlasco.
Il servizio incriminato, andato in onda nel maggio 2022 con il titolo “Speciale
Le Iene, delitto di Garlasco, la verità di Alberto Stasi”, secondo la giudice ha
“evidentemente” portato lo spettatore a ritenere che Stefania Cappa potesse
avere avuto un ruolo nell’omicidio della studentessa, avvenuto il 13 agosto
2007. Un’insinuazione realizzata, in particolare, attraverso il richiamo alle
dichiarazioni dell’operaio Marco Muschitta, già ritenute “assolutamente
inattendibili” dal giudice per l’udienza preliminare di Vigevano nella prima
sentenza del 2009 che aveva assolto Alberto Stasi.
Per questi fatti, i due imputati sono stati condannati a una multa di 500 euro
ciascuno e al risarcimento della parte civile, Stefania Cappa, assistita dagli
avvocati Gabriele Casartelli e Matteo Bandello, con una provvisionale di 10mila
euro. Le motivazioni della sentenza, depositate a fine ottobre, sono state rese
note solo ora. Secondo la giudice, il programma ha fornito una “rappresentazione
parziale” dei fatti, omettendo di chiarire che le dichiarazioni di Muschitta
erano state giudicate inutilizzabili e prive di rilevanza probatoria. Le
sentenze, sia di assoluzione sia di condanna nei confronti di Stasi, “nemmeno
analizzano” quelle dichiarazioni, proprio a dimostrazione della loro
irrilevanza. Stefania Cappa, viene ribadito, “non è mai stata indagata” per
l’omicidio.
Il procedimento per diffamazione, chiarisce il provvedimento, è del tutto
distinto dalla complessità della vicenda giudiziaria del caso Garlasco: restano
fuori dal processo le presunte criticità del procedimento a carico di Stasi,
condannato in via definitiva, così come la recente riapertura delle indagini che
vede Andrea Sempio nuovamente indagato dalla Procura di Pavia. La giudice ha
inoltre sottolineato come il servizio fosse costruito in modo tale da provocare
una reazione emotiva nella donna, pur riconoscendo che Stefania Cappa mantenne
un atteggiamento “deciso ma pacato”.
Nonostante la condanna, Le Iene sono tornate a occuparsi del caso Garlasco
nell’ultima puntata, presentando due presunte testimonianze inedite su presenze
nei pressi della villetta dei Poggi la mattina del delitto. Due testimonianze
che – se veritiere e confermate secondo il programma – potrebbero dare sostanza
alla testimonianza dell’operaio Marco Muschitta, che aveva detto di aver visto
uscire, quella mattina, da via Pascoli, dove si trova la casa dei Poggi, una
ragazza bionda in bici. Deposizione che, appunto, è stata dichiarata
inattendibile dagli inquirenti e dai giudici. In apertura di trasmissione, gli
autori hanno precisato di essere stati condannati in primo grado per
diffamazione nei confronti della famiglia Cappa e di aver presentato ricorso in
appello, ribadendo la volontà di proseguire l’inchiesta giornalistica.
L'articolo Delitto di Garlasco, “Le Iene” condannate per diffamazione aggravata:
“Insinuato il coinvolgimento di Stefania Cappa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Ho visto questa ragazza che veniva in bicicletta da Via Pascoli. Ma qua, te lo
dico io, la verità a Garlasco non uscirà mai”: è quanto racconta uno dei due
presunti testimoni ascoltati da Le Iene. Nell’ultimo servizio di Alessandro De
Giuseppe e Riccardo Festinese, andato in onda domenica 11 gennaio, la
trasmissione di Italia 1 presenta due testimonianze inedite di cittadini di
Garlasco che sostengono di aver assistito personalmente a fatti, accaduti il
giorno dell’omicidio di Chiara Poggi, che secondo Le Iene potrebbero essere
considerati rilevanti.
Stando a quanto spiega il programma, si tratterebbe di due persone mai ascoltate
prima, che non si conoscono tra loro e che non hanno mai parlato pubblicamente.
Entrambe, sostiene De Giuseppe, avrebbero fornito versioni coincidenti,
collocando ciò che dicono di aver visto in un arco temporale simile e nello
stesso contesto. Seppur non ricordando con certezza chi fosse la ragazza, i due
testimoni sostengono che potrebbero aver visto una delle due gemelle Cappa a
bordo di una bicicletta la mattina in cui è stata uccisa Chiara. Al momento
nessun membro della famiglia Poggi, comprese le sorelle Cappa e la loro madre,
risulta essere mai stato indagato dalla Procura di Pavia, che accusa invece
Andrea Sempio per l’omicidio della 26enne.
“HO VISTO LA MAMMA DELLE GEMELLE IN AUTO IL GIORNO DEL DELITTO. L’ORARIO? TRA LE
9.15 E LE 10”
La prima testimonianza raccolta da Le Iene è quella di una donna che ha vissuto
per molti anni a Garlasco e che afferma di conoscere personalmente Maria Rosa
Poggi, madre delle gemelle Cappa e zia di Chiara: “Io ero amica della mamma
(delle gemelle, ndr). Frequentavamo il bar Gobbi, io conoscevo tutta Garlasco”.
La mattina del delitto, il 13 agosto 2007, la donna racconta che, mentre si
recava a Pavia per prendere un suo amico, passò per una via non molto distante
dalla villetta della famiglia Poggi. Durante il tragitto, sostiene, avrebbe
visto Maria Rosa Poggi a bordo della sua auto: “Lei arrivava da sinistra, di
fronte c’era il benzinaio”, spiega la donna. “Dalla direzione di via Pascoli”,
sottolinea invece De Giuseppe nel servizio.
La signora, inoltre, afferma di essere certa che si trattasse proprio della zia
di Chiara Poggi: “Io ero ferma allo stop, le ho dovuto dare la precedenza, lei è
passata. Lei guida molto attaccata così alla macchina, è una che guida così. Era
lei, sono sicura, perché ho detto ‘Ca**o, mi aveva visto anche’, cioè… Sono
sicurissima perché ci frequentavamo al bar. La trovavo al supermercato perché
andavo al Famila a far la spesa, la trovavo lì”. Secondo il racconto della
donna, il presunto incontro con Maria Rosa Poggi sarebbe avvenuto di mattina:
“Metti che saranno state dalle 9.15 alle 10”. E anche la figlia della donna
sembra confermare quanto detto dalla madre: “E sta cosa sono 18 anni che me lo
racconta”, dice la giovane. Nonostante siano trascorsi diversi anni dal delitto,
la donna afferma anche di non aver mai raccontato la sua versione dei fatti alle
autorità: “Se sono mai andata ai Carabinieri? Ma no, perché io l’ho sempre detto
a lei”.
Durante l’intervista a Le Iene, inoltre, la presunta testimone aggiunge un
particolare del quale, però, dice di non essere molto sicura: “Ho un dubbio, su
questo non ci metto le mani sul fuoco, che davanti c’era la figlia in
bicicletta. Però su questo… E mi viene la pelle d’oca, su questo, su questo no.
E ho detto: ‘Che cogl**na, la mamma in macchina e lei in bicicletta’, non sono
sicura”, racconta la donna, che ribadisce con fermezza di essere certa che a
guidare quell’automobile fosse Maria Rosa Poggi.
“HO VISTO UNA RAGAZZA IN BICICLETTA CON UN ATTREZZO IN MANO. MI È SEMBRATO UNA
CAPPA”
Nel corso del servizio, De Giuseppe mostra un’altra presunta testimonianza
inedita. In questo caso, a parlare sarebbe un uomo che l’inviato avrebbe
incontrato più volte nel corso degli ultimi mesi. Il presunto testimone, che
secondo Le Iene sarebbe stato inizialmente restio a parlare, avrebbe poi
raccontato di aver visto personalmente una donna su una bicicletta nera il
giorno del delitto di Chiara Poggi. “Quella mattina là sono passato di lì. E ho
visto una ragazza che veniva via con un attrezzo in mano. Ero in macchina perché
dovevo andare a Pavia e sono passato di lì. Ma non so dire chi era. Era bionda?
Sì, ma non era a piedi. Era in bicicletta, una bicicletta nera”, sostiene
durante il primo incontro con gli inviati della trasmissione. Ascoltato una
seconda volta alcuni mesi dopo, l’uomo aggiunge altri dettagli: “Se buttano giù
il muro delle gemelle scende la verità! L’ho vista anche io quel giorno lì? Sì,
stava uscendo”. Come la donna che afferma di aver visto Maria Rosa Poggi, anche
il secondo testimone rivela di non essersi mai rivolto ai Carabinieri e di non
voler essere coinvolto nella vicenda: “Non voglio entrarci”, sostiene davanti
alle telecamere di Italia 1.
Una volontà che l’uomo ha ribadito anche durante la terza intervista concessa a
De Giuseppe: “Io non voglio essere chiamato in causa. L’orario non me lo
ricordo, so che stavo andando a Pavia e sono passato di lì e ho visto una
ragazza. Ma non posso dirti la ragazza chi era”. Nonostante siano trascorsi
molti anni dall’accaduto, il testimone ricorda di aver visto “questa ragazza che
veniva in bicicletta da Via Pascoli, m’è sembrato una Cappa, m’è sembrato”,
sostiene ancora. Con il passare degli anni, ammette, alcuni dettagli si sono
fatti meno nitidi, come ad esempio l’orario in cui avrebbe visto ciò che
racconta: “So che era la mattina, ma non so se erano le 9, le 10 o che”. L’uomo,
infine, afferma di non essere l’unico a sostenere di sapere qualcosa, ma di non
volersi esporre perché teme di “essere coinvolto in una situazione che poi può
esplodere”: “Che ci siano qualcuno che sa come me, ce ne sono. Ma qua, te lo
dico io, la verità a Garlasco non uscirà mai. Perché nessuno si permette di
andare contro (censurato, ndr)”, conclude.
L'articolo “Ho visto una ragazza in bicicletta con un attrezzo in mano che
veniva da Via Pascoli”: Le Iene tornano sul caso Garlasco con due nuovi presunti
testimoni: “Era lei, ne sono sicura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Quando lavorava come commesso in un negozio di abbigliamento del centro di Roma
non immaginava che di lì a poco sarebbe diventato uno dei volti più
riconoscibili de Le Iene. “Ho sempre avuto la passione per la moda”, racconta
oggi Nicolò De Devitiis a Vanity Fair, ricordando quel periodo fatto di turni,
sconti improvvisati e sogni tenuti a bada. È proprio dietro quel bancone che
avviene l’incontro che cambia tutto: Paolo Calabresi entra per fare acquisti,
lui lo riconosce, gli fa quasi il 50 per cento di sconto e azzarda una richiesta
diretta. “Gli ho detto: ho un’idea per Le Iene, come si fa?”. La risposta? “Alle
Iene non esistono raccomandazioni”. Però Calabresi gli lascia una mail, quella
di Davide Parenti. “Scrivigli e giocatela”.
De Devitiis, 35 anni, romano di Porta Pia, oggi è una “Iena” ma non solo. Da tre
anni conduce all’interno del programma di Italia 1 il format 48h con, che lo
vede trascorrere due giorni e due notti accanto a personaggi dello spettacolo,
dello sport e della musica, da Geolier ad Achille Lauro, da Emma a Bianca Balti,
da Bruno Barbieri ad Achille Polonara. Un racconto ravvicinato, spesso intimo,
che ha contribuito a offrire al pubblico punti di vista nuovi su artisti già
affermati e su altri ancora agli inizi.
Prima, però, c’è stata una lunga normalità, che De Devitiis rivendica senza
costruirci sopra un personaggio. Famiglia romana, genitori bancari oggi in
pensione, una sorella più piccola di dieci anni, una laurea magistrale in
Economia. “Non avevo nessun gancio nel mondo dello spettacolo”, spiega a Vanity
Fair. “Ho fatto di tutto: barista, pizzaiolo, cornettaro, animatore turistico.
Ho pulito i cessi”. E poi, appunto, il commesso. “Non avrei mai pensato di
entrare in questo mondo, dove da fuori sembra che servano sempre conoscenze”.
La mail a Davide Parenti parte il 14 maggio 2014. Nicolò ha 23 anni. È
lunghissima, quattro pagine. La risposta arriva con una sola parola:
“Incontriamoci”. Sale su un treno e va a Milano, città in cui non era mai stato.
“Davide mi accoglie con i piedi sulla scrivania e mi chiede: che sai fare? Io
rispondo: niente”. Non è una posa. Non aveva mai fatto intrattenimento
televisivo, se si esclude un po’ di teatro nei villaggi turistici in Sardegna.
Parenti gli consegna una telecamera e lo rimanda a Roma: “Fammi vedere”. Da lì
comincia una gavetta solitaria. Mesi interi passati a girare per strada senza
dirlo a nessuno. Il primo servizio riguarda i pericoli dei parcheggi selvaggi
per i ciclisti, un tema che gli sta a cuore anche per la sua passione per la
bicicletta e per il blog Divanoletto, con cui si era fatto conoscere anni prima.
“Da maggio a settembre ho girato ore e ore di materiale. Taglia e cuci infiniti.
Facevo anche candid camera: tre ore sulla stessa persona, finché uno non mi
mena, un altro mi spacca la bici, un altro mi tira i limoni”. Oggi, ammette, lo
farebbe in molto meno tempo. Ma allora era formazione pura. “Davide mi ha detto
una cosa che ripeto sempre: questo è un lavoro che non puoi studiare sui libri.
Devi respirare l’aria della redazione e stare in mezzo alle persone”.
Dopo oltre dodici anni alle Iene, De Devitiis non si sente arrivato:“Ancora oggi
mi sento l’ultima ruota del carro”, dice senza enfasi. “Ogni servizio te lo devi
guadagnare. Vai in onda e il giorno dopo è finita, devi ricominciare”. La
televisione, per lui, non è qualcosa che resta: “Un film magari rimane negli
annali. Un servizio no”. Il lavoro è totalizzante: segue idea, scrittura,
riprese – spesso anche con lo smartphone – montaggio e testi. “Dal lunedì alla
domenica lavoro e basta, anche alle due di notte. La gente pensa che prendi il
microfono e vai. In realtà c’è molta scrittura e moltissime decisioni”. I
social, pur con numeri importanti, non sono il suo centro. “Non penso ai social.
Il mio unico punto di riferimento dal 2013 è Davide Parenti. È la persona a cui
devo tutto”.
L'articolo “Mentre lavoravo come commesso è entrato in negozio Paolo Calabresi,
ho azzardato una proposta e lui mi ha dato una mail. E’ così che sono entrato a
Le Iene”: parla Nicolò De Devitiis proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Nell’ecosistema della costiera sorrentina l’imprenditore edile Salvatore
Langellotto era il predatore che con le sue intimidazioni marcava il territorio,
e l’ambientalista Claudio d’Esposito e il giornalista Vincenzo Iurillo le
scimmiette sull’albero che hanno avuto il coraggio, da sentinelle della
legalità, di avvisare la comunità che stava arrivando il predatore“. La metafora
scelta dal pm di Torre Annunziata Antonio Barba per motivare la richiesta di
condanna a 5 anni dell’imputato, Langellotto, paragona Sorrento e il territorio
costiero a una giungla. Dove vige la legge del più forte. Dove bisogna scappare
se non si vuole essere sbranati.
In questo processo l’imprenditore, già condannato per illecita concorrenza
aggravata dal metodo camorristico e concorso esterno nel clan Esposito,
attualmente in carcere a scontare sette anni di condanne definitive per reati
fallimentari, è accusato di aver mandato all’ospedale con 40 giorni di prognosi
d’Esposito come vendetta per le denunce su carta intestata Wwf che nel 2012 ne
bloccarono un progetto di 252 box interrati in un ex agrumeto di Sorrento. E di
avere poi intimidito e stalkerizzato il cronista del Fatto quotidiano, che aveva
raccontato in più articoli le “gesta” dell’imprenditore, il pestaggio di
d’Esposito (compiuto il 26 marzo 2023), e la benedizione religiosa a fine 2023
dei camion delle sue aziende sul sagrato della Chiesa di Sant’Agnello, a
duecento metri di distanza dal luogo dove avvenne l’aggressione. Fino a
inseguire Iurillo in una farmacia di Sant’Agnello, dove il cronista trovò riparo
da conseguenze peggiori.
“Reati uniti dal vincolo della continuazione”, sostiene il pm. Di qui la
richiesta di condanna espressa senza dividere il calcolo della pena tra i due
capi di imputazione, al termine di una requisitoria particolarmente accesa nei
toni e nel volume. “Che cosa è diventata la costiera sorrentina? Una terra di
saccheggio?” si è chiesto quasi urlando il pm descrivendo Langellotto (difeso
dall’avvocato Antonio Di Martino) come un “predatore” che voleva “zittire chi
gli va contro per ottenere il risultato del lucro”.
Secondo Barba “Langellotto era ossessionato da Iurillo”, e la prova risiederebbe
nelle continue allusioni dell’imputato ai vecchi affari del padre del
giornalista, morto nel 2010, che negli anni ’70-’80 fu a lungo socio di Ludovico
Imperiale, un chiacchierato costruttore di Castellammare di Stabia vicino ai
clan D’Alessandro e Cesarano, nonché padre di un ragazzo turbolento che fu
costretto a scappare in Olanda per evitare guai, e che da lì iniziò una carriera
criminale che lo portò a diventare uno dei più potenti narcotrafficanti del
mondo, Raffaele Imperiale.
Allusioni che il pm ha ricordato ed evidenziato in un’aula deserta, riferendosi
in particolare a due frasi di Langellotto. Una l’ha detta in videochiamata con
Giulio Golia durante l’intervista parzialmente andata in onda sul programma Le
Iene, nel servizio dedicato alla benedizione religiosa dei camion: “Io non sono
mai stato socio di un narcotrafficante, Iurillo pensasse ai suoi scheletri
nell’armadio”. Cose che non c’entravano nulla con le domande di Golia sul
pestaggio di d’Esposito. La seconda l’ha pronunciata durante una dichiarazione
spontanea nel corso del processo, al termine dell’escussione del cronista del
Fatto quotidiano: “Dite al buon Iurillo che i miei soldi sono buoni”. Per il pm,
queste parole, queste allusioni, un tentativo di screditare l’immagine del
cronista, erano più pericolose delle minacce e delle aggressioni esplicite.
Erano parte di un metodo intimidatorio fatto di “espressioni che ciclicamente
tornano (da parte di Langellotto, ndr) per prevaricare le vittime e le
sentinelle di legalità che vogliono impedire che la costiera sorrentina sia
terra di saccheggio”.
Nel corso dell’udienza è intervenuto anche l’avvocato di Iurillo, Salvatore
Pinto, associandosi alle richieste dell’accusa. La sentenza del giudice Adele
Marano potrebbe arrivare a fine gennaio.
L'articolo Stalking al cronista del Fatto, il pm chiede 5 anni di pena:
“L’imprenditore Langellotto era un predatore, costiera sorrentina terra di
saccheggio” proviene da Il Fatto Quotidiano.