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Dai maranza ai magistrati, il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Retequattro | L’analisi
Il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Mediaset. E’ da Cologno Monzese che Retequattro, l’hub giornalistico della famiglia Berlusconi, impasta, sforna e sfama il grande universo della maggioranza utilizzando, per le esigenze di governo, la cronaca, specialmente quella nera, nel verso solito di ciò che piace alla gente che alla destra piace. Il nemico di oggi sono i teppisti vestiti di nero, gli sfasciavetrine, i super violenti dei Black bloc, che ora vengono rubricati, facendo due salti in padella, terroristi tout court, e comunque tristi fiancheggiatori della sinistra, figli illegittimi della colpevole politica incestuosa del Pd con i gruppi eversivi. “Eversione rossa”, e il prezzo è giusto. Ma la pietanza della casa, il piatto forte nel menù, restano i reati predatori, con l’immigrato irregolare – preso singolarmente o in gruppo – protagonista assoluto dello scandalo quotidiano. Spiega Massimiliano Smeriglio, assessore alla Cultura di Roma, il politico che studia con più attenzione gli elementi dell’egemonia culturale della destra: “Non sono più gli intellettuali ma i conduttori di talk a dettare la linea e imporre un discorso pubblico a volte violento con un piglio da squadrismo mediatico, indicando nemici, a volte immaginari, su cui scagliare le paure e il rancore degli italiani”. Gli irregolari che vagabondano, i maranza delle periferie, gli sbandati, in genere ex detenuti dalla pelle nera, e soprattutto gli islamici sono il fondale davanti al quale Paolo Del Debbio (Dritto e rovescio) illustra con successo attraverso un linguaggio decisamente appesantito da parolacce, delle quali invece fa meritoriamente a meno Mario Giordano che Fuori dal coro destina due orette alla settimana allo sviluppo dell’amore assoluto degli italiani: la casa. Storie di chi occupa illegalmente, delle vittime, sempre italiani brava gente, e dei carnefici, spesso stranieri e spessissimo piuttosto stronzi. E’ sempre la magistratura, di diritto o di rovescio, a trovarsi arrostita, disposta sulla brace delle domande disperate e sempre senza risposta: perché si delinque? Perché non si va in carcere? Perché la polizia è in difficoltà? Discorsi che porterebbero dritto a Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che – riformando il codice – ha imposto ai magistrati di avvertire gli inquisiti dell’arresto imminente, e alla fucina ipergarantista che spesso occupa gli studi della terza trasmissione retequattrista: la Quarta Repubblica di Nicola Porro. Il piglio liberale di chi tira il filo per lungo. Si parte spesso da Pericle ma poi si finisce dalle parti di Capezzone. L'articolo Dai maranza ai magistrati, il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Retequattro | L’analisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Punta una pistola giocattolo verso la telecamera: “Se ci chiamate forze dell’ordine ci deve essere un motivo, lo Stato deve poter essere lo Stato”. L’intervento dell’ispettore sindacalista Paolo Macchi a Fuori dal Coro
Un ispettore di polizia esibisce una pistola giocattolo in diretta tv e la punta verso la telecamera, l’inquadratura si abbassa per rendere l’effetto ancora più reale. Lo spettatore è nel mirino. “Guardatela bene, è solo un giocattolo da poche decine di euro ma sono certo che se ve la puntassi alzereste le mani e mi consegnereste il portafogli”, esordisce Paolo Macchi, ispettore di Polizia e dirigente nazionale del Siulp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia). Tutto trasmesso in diretta tv su Rete 4 nel talk show “Fuori dal Coro“, condotto da Mario Giordano: “Pensate se a puntarla invece fosse uno spacciatore in un bosco di notte, credo che si potrebbe parlare assolutamente di uso legittimo delle armi, soprattutto se fatto da chi viene armato dallo Stato”, continua Macchi per poi abbassare la pistola. > “Se ci chiamate forze dell’ordine ci dev’essere un motivo. Non ce la farete a > farci arrendere, anche se è sempre più dura!” > > Paolo Macchi, ispettore di Polizia e dirigente nazionale SIULP.#Fuoridalcoro > pic.twitter.com/c0Nr3TKkfU > > — Fuori dal coro (@fuoridalcorotv) February 1, 2026 “Se così non fosse allora disarmateci, è un Paese strano dove gran parte di persone e di politici detestano ancora vedere l’uso della forza e delle armi, arrivando finanche a contestare anche un inseguimento con il fine di farci desistere e di farci arrendere. Mettiamo tutti d’accordo solo quando siamo in ginocchio, a terra, finiti e magari con qualcuno che ci prende a martellate. Se ci chiamate forze dell’ordine – continua l’ispettore il suo intervento – ci deve essere un motivo. Il motivo è che lo Stato attraverso l’uso della nostra forza deve poter esercitare le sue prerogative, deve poter essere lo Stato. Non ce la farete a farci arrendere anche se è sempre più dura”. Sui social il filmato finisce nel mirino con commenti indignati mentre il sindacato lo rilancia sul suo sito definendo l’intervento “straordinario”. Giordano, dopo le parole di Macchi, insiste: “È sempre più dura perché un poliziotto viene indagato per omicidio volontario perché ha sparato a un delinquente che gli puntava una pistola contro. Io a quel poliziotto darei una medaglia (ne mostra una in video, ndr), il poliziotto che ferma un delinquente e spacciatore con precedenti merita una medaglia perché sta facendo il suo lavoro. Non è neanche legittima difesa, è il suo lavoro quello di fermare un delinquente. Non si indaga un poliziotto per sequestro di persona o omicidio perché spara a uno che gli sta puntando una pistola contro in quella situazione. È normale. Noi siamo dalla parte dei poliziotti, non solo quando sono inginocchiati per terra, ma anche quando sono nel bosco di Rogoredo”. L'articolo Punta una pistola giocattolo verso la telecamera: “Se ci chiamate forze dell’ordine ci deve essere un motivo, lo Stato deve poter essere lo Stato”. L’intervento dell’ispettore sindacalista Paolo Macchi a Fuori dal Coro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ci aspettiamo che qualcuno del Comune di Crans-Montana venga indagato: il dubbio è che ci sia qualcosa che non ha voluto funzionare”: così il padre di uno dei feriti
“Quei ragazzi sono scesi nell’inferno e c’è stato un angelo che li ha scelti a caso e li ha tirati fuori. È grave che dopo 12 giorni non c’è neanche un indagato nel comune di Crans-Montana”. A parlare è Umberto Marcucci, padre di Manfredi, uno dei giovani rimasti feriti nella strage del bar “Le Constellation”, dove la notte di Capodanno è esploso un incendio che ha tolto la vita ad almeno 40 persone, molte delle quali giovanissime. Intervistato a Quarta Repubblica, l’uomo ha raccontato ciò che suo figlio e tutti gli altri feriti stanno vivendo in questo momento. Al programma condotto da Nicola Porro, in onda lunedì 12 gennaio su Rete 4, Marcucci ha spiegato anche ciò che lui, insieme alle altre famiglie, si aspetta sul fronte giudiziario, in cui, al momento, risultano indagati i coniugi Moretti, gestori de “Le Constellation”, con l’accusa di omicidio colposo, incendio doloso colposo e lesioni personali colpose: “Conosciamo i visi delle due persone che sono state le principali artefici di questo dramma, ma non abbiamo le facce dei responsabili del comune preposti ai controlli. Questo è grave”, afferma. “Non vorrei parlare solo di mio figlio, ma di tutti i ragazzi che sono all’ospedale, perché dobbiamo immaginare dei ragazzi che sono scesi letteralmente nell’inferno e poi per uno strano caso c’è un angelo che li ha scelti a caso e li ha tirati fuori”, sottolinea Marcucci. Al momento, aggiunge ancora il padre di uno dei feriti, i ragazzi sopravvissuti alla strage che ora sono ricoverati “barcollano, ma non mollano. Tengono duro, un giorno stanno meglio, un giorno stanno peggio, ma tutti stanno lottando, insieme ai propri genitori, per uscire da questa brutta storia”, ribadisce. A distanza di quasi due settimane dalla tragedia, l’uomo ricorda ciò che è accaduto al suo arrivo sul posto, quando ha iniziato a cercare disperatamente suo figlio Manfredi: “Io ho avuto la fortuna che mio figlio, nonostante le mani ustionate, ha risposto due volte al telefono. Quindi sono riuscito a individuarlo e io ho attraversato questo inferno che c’era fuori dove c’erano decine e decine di persone stese a terra con i medici che non riuscivano a seguirli tutti quanti. C’era freddo, c’erano -10 gradi. Io sono arrivato alle 2.30, un’ora dopo il fatto, e mio figlio è stato un’ora al gelo ustionato”. Marcucci, nel suo caso, però, si ritiene molto fortunato: “Perché ci sono stati altri genitori che il figlio l’hanno trovato tirato fuori dal locale due ore dopo il fatto. Potete immaginare i genitori che erano lì che sensazioni hanno vissuto in quei momenti”. Una volta lì sul posto, la preoccupazione per le condizioni dei propri figli si è affiancata anche al desiderio di dare una mano a chi ne aveva bisogno: “Abbiamo fatto del nostro meglio per aiutare chi stava lì, io per ultimo ho fatto il meno possibile perché sono arrivato un’ora dopo”. Quello scenario tragico, spiega Marcucci, “non era immaginabile”: “Hanno allestito un ospedale da campo in meno di due ore, c’erano elicotteri che si alzavano in volo di continuo, mi hanno raccontato, da questo punto di vista hanno fatto il massimo, era davvero al di sopra delle possibilità di chiunque”. Ora le famiglie dei feriti attendono l’esito di un’inchiesta nella quale si cercherà di stabilire se vi siano responsabilità e ricostruire quanto accaduto: “Noi familiari dei feriti, uniti, abbiamo questo pensiero: conosciamo i visi delle due persone che sono state le principali artefici di questo dramma, ma non abbiamo le facce dei responsabili del comune preposti ai controlli. Questo è grave, perché dopo 12 giorni non c’è neanche un indagato nel comune di Crans-Montana”. Lo stesso Marcucci, che nella cittadina del canton Vallese possiede una casa di proprietà, racconta quelli che sono i classici controlli che vengono svolti in un’abitazione in Svizzera: “A casa mia c’è la caldaia condominiale che viene controllata ogni anno, la giustizia funziona bene, i controlli funzionano bene”. In questo caso, però, aggiunge ancora l’uomo, “c’è stata veramente qualche falla e ti viene il dubbio evidentemente che ci sia qualche cosa che non è che non ha funzionato, ma che non ha voluto funzionare”. Nel corso dell’intervista, Porro menziona anche il ruolo dell’assicurazione: “Ha detto che, posto il fatto che se non ci sono stati controlli e c’erano delle cose irregolari non pagano, i massimali anche se tutto dovesse funzionare sono ridicoli”, afferma il conduttore. Un aspetto sul quale Marcucci sembra però essere abbastanza fiducioso: “Ci sono degli interessi importantissimi su Crans-Montana, che avrà una gara di coppa del mondo di sci a fine gennaio, i mondiali di sci nel 2027, il comprensorio sciistico è stato acquistato da un fondo americano. Io auspico che la Svizzera abbia tutto quanto l’interesse a concludere questa vicenda in modo cristallino e limpido, magari istituendo un fondo per le vittime”, sottolinea l’uomo. Poi aggiunge: “Già siamo stati contattati da un ufficio che si occupa di prestare dei primi aiuti economici/psicologici da parte della Svizzera, però ci aspettiamo molto di più”. C’è un altro aspetto, però, ritenuto di fondamentale interesse da parte di Marcucci: “Ci aspettiamo che qualcuno del comune di Crans-Montana venga assolutamente indagato”, conclude. L'articolo “Ci aspettiamo che qualcuno del Comune di Crans-Montana venga indagato: il dubbio è che ci sia qualcosa che non ha voluto funzionare”: così il padre di uno dei feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Fascistello, vada a lucidare le molotov”, “La insulto col suo cognome, Cerno! Cerno! Cerno!”: scoppia la rissa su Rete 4 tra Tommaso Cerno e Angelo d’Orsi
Lo sgombero di Askatasuna non ha incendiato solo le strade di Torino, ma anche il dibattito pubblico. Dopo 29 anni di occupazione, giovedì 18 dicembre lo stabile di corso Regina Margherita è stato sgomberato e posto sotto sequestro: cinque attivisti vivevano in un edificio dichiarato inagibile. Un intervento definito dalle istituzioni come ripristino della legalità, e dagli attivisti e dai loro sostenitori come operazione repressiva. La tensione è esplosa due giorni dopo, sabato, quando il corteo di protesta contro lo sgombero si è trasformato in una vera e propria guerriglia urbana: bottiglie, pietre, bombe carta artigianali e fuochi d’artificio lanciati contro le forze dell’ordine, cassonetti incendiati, idranti, lacrimogeni e cariche. Ma lo scontro è andato in scena anche negli studi televisivi di Rete 4 a Quarta Repubblica, con un confronto acceso tra Tommaso Cerno, direttore del Giornale, e Angelo d’Orsi, storico e filosofo, membro del comitato di garanzia di Askatasuna. Nel corso della trasmissione, d’Orsi ha difeso il centro sociale, ridimensionando trent’anni di violenze e sottolineando invece le attività culturali svolte nel quartiere. Il momento di rottura arriva quando tenta di interrompere Cerno. La risposta del direttore del Giornale è immediata e durissima: “Fascistello, che fa star zitto e parla solo lei, sa tutto lei. Lei e questa convenzione del Comune. Vada a lucidare le molotov”. Cerno rivendica l’operazione delle forze dell’ordine partendo da un principio che definisce essenziale: “Finalmente lo Stato ha ripristinato la legalità in un Paese dove lo spazio si occupa attraverso l’affitto, attraverso l’acquisto, attraverso una convenzione pubblica. Dove tu in cambio di qualcosa dai qualcos’altro”. E allarga il ragionamento al contesto nazionale: “Ci sono migliaia di associazioni in Italia che non hanno una sede e la cercano da molto tempo, affidandosi alla capacità di singole persone. Contro, invece, gruppi fanatici che mettono insieme extraparlamentari di sinistra, anarchici, fanatici”. Il direttore del Giornale insiste sull’uso strumentale delle libertà democratiche: “Ci sono predicatori, ce n’è uno al giorno, che utilizzano le maglie della democrazia trasformando il luogo delle libertà nel luogo dove si può fare qualunque cosa. Quindi ripristino della legalità. Il mio ringraziamento va alle forze dell’ordine che fanno una fatica enorme perché in queste piazze c’è il tentativo di provocare, si va lì per scatenare la violenza”. L’affondo finale è un attacco diretto alla narrazione che, secondo Cerno, circonda Askatasuna: “È troppo professore per non sapere che sono trent’anni che in Val di Susa ci sono i campi militari per organizzare questa roba, che questa è gente armata, collegata ad altri centri sociali di gente armata che fa la guerriglia di mestiere. Prima di andare in piazza a Torino hanno dichiarato cosa avrebbero fatto”. E conclude: “A me fa orrore che lei abbia descritto come un parco giochi di bambini e intellettuali che cercano di fare le lezioni peripatetiche di Aristotele quello che ho visto io. Quello che ho visto io è guerriglia di delinquenti e quello che vedo in studio è un professore che li difende”. La risposta di Angelo d’Orsi arriva subito: “Io la chiamo Cerno. La insulto col suo cognome, Cerno! Cerno! Cerno!”. L'articolo “Fascistello, vada a lucidare le molotov”, “La insulto col suo cognome, Cerno! Cerno! Cerno!”: scoppia la rissa su Rete 4 tra Tommaso Cerno e Angelo d’Orsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Garlasco, Andrea Sempio rompe il silenzio in tv: “Ho paura di trovarmi in galera da innocente come Stasi”. E il padre aggiunge: “Adesso diventiamo cattivi, noi stiamo in piedi per la rabbia”
“Come sarà il mio Natale? Lo passerò con la mia famiglia nel miglior modo possibile ma non si riesce tanto a distogliere la testa dal fatto che hai sempre questa tegola dietro”. Andrea Sempio è ospite di “10 minuti” nella puntata in onda lunedì 22 dicembre su Rete 4 e si racconta ad Alessandro Sallusti, che ricorda come la sua vita sia stata stravolta dopo che l’11 marzo di quest’anno è tornato a essere nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. In attesa di conoscere il proprio destino, Sempio lavora come impiegato di telefonia in un centro commerciale e nello studio del programma Mediaset risponde a domande che vanno dalla spiritualità al legame con la famiglia e con Marco Poggi, il fratello della giovane uccisa il 13 agosto del 2007. LA FAMIGLIA SEMPIO E L’OMBRA DI “SUMMIT SEGRETI” In prima battuta Sempio viene chiamato a commentare alcune parole che il padre Giuseppe ha rilasciato a una giornalista di “Quarto grado” che gli ha domandato se abbia ancora voglia di difendersi dopo che per parte dell’opinione pubblica la sua famiglia ha delle colpe in questa vicenda. “Adesso più di prima, adesso si diventa cattivi. Noi stiamo in piedi per la rabbia, è una vigliaccheria che si ripresenta di nuovo” è stato lo sfogo dell’uomo. Il figlio Andrea commenta così: “Tutti i giorni escono notizie, arriva qualcuno che scrive su Internet, o lettere di insulti e minacce e abbiamo il plotone di giornalisti sempre davanti a casa e i miei genitori non possono fare nulla. Qualunque reazione tu abbia li aizzi ancora di più”. Proprio sulla famiglia insiste Sallusti per cercare di capire il contesto in cui è cresciuto Sempio: “La mia è una famiglia sempre molto unita” fa sapere Andrea “anche mio padre con le sue sorelle, è sempre stato normale avere un viavai di parenti dentro e fuori casa. Poche settimane fa eravamo dalle mie zie, i giornali titolavano: ‘Summit segreto a casa delle zie di Sempio’, no quel summit c’è stato anche i giorni prima e dopo, è proprio così la mia famiglia”. IL RAPPORTO CON MARCO POGGI L’uomo, oggi 37enne, parla anche di Marco Poggi, il fratello di Chiara: “È ancora un mio amico. Adesso non ci stiamo vedendo per via della situazione. Sarebbe un disastro, per dire, uscire a cena io e lui. Con i genitori non ho rapporti perché non mi è ancora capitato di incontrarli, se li vedessi per strada mi farebbe anche piacere” puntualizza. Al giornalista che gli chiede conto di una frase – “Ho fatto cose inimmaginabili” – trovata tra alcuni suoi scritti, Sempio replica: “Nei diari ho riversato le emozioni più negative. Quello è stato scritto al termine di una giornata in cui erano successe diverse cose, era stata una giornata di caos”. IL TIMORE DI ANDREA SEMPIO Non manca anche un riferimento ad Alberto Stasi. “Ha mai pensato al fatto che un innocente potrebbe essere in galera da anni?” domanda Sallusti. “Che io pensi ad Alberto Stasi no” afferma Sempio, per poi aggiungere: “Il fatto che mettono dubbi sul fatto che possa essere innocente mi fa riflettere: e se rischiassi di trovarmi nella stessa condizione? Se capitasse a me?”. E ancora: “Se ho paura? Paura è una parola forte, non sono tranquillo, ma non mi alzo con la paura. Più che dire la verità non posso, mano a mano penso si chiarirà tutto, ci vorrà tempo”. In chiusura di intervista il giornalista rivolge la domanda secca al proprio ospite: “Lei ha ucciso Chiara Poggi?”. “No” replica Stasi, che dice di non credere in Dio “ma ho una certa spiritualità, credo ci sia qualcosa ma non mi fido troppo delle religioni ufficiali”. L'articolo Garlasco, Andrea Sempio rompe il silenzio in tv: “Ho paura di trovarmi in galera da innocente come Stasi”. E il padre aggiunge: “Adesso diventiamo cattivi, noi stiamo in piedi per la rabbia” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Un uomo incappucciato e armato di mazza chiodata si è accanito sull’auto con cui erano arrivati cronisti e operatori”: aggredita la troupe di “Dritto e Rovescio”
Paura per la troupe di “Dritto e Rovescio”, oggetto di un’aggressione verificatasi martedì 11 novembre mentre si trovava a Torino. Lo rende noto TorinoToday.it. Stando a quanto riporta la fonte, i fatti sono avvenuti in corso Novara 78. Qui “un uomo incappucciato armato di mazza chiodata si è accanito sull’auto con cui erano arrivati cronisti e operatori video, sfasciandone il parabrezza” prima di darsi alla fuga facendo perdere le proprie tracce. Non ci sarebbero feriti tra i componenti della troupe. Il gruppo di lavoro della trasmissione che Paolo Del Debbio conduce su Rete 4 pare si fosse recato in città per realizzare un servizio su Don Alì, youtuber e tiktoker che, come scrive ancora TorinoToday, “spesso si rende protagonista di imprese ai limiti della legalità” e che sui social si definisce “capo dei maranza”. Al momento, però, non è possibile stabilire se l’aggressione subìta dalla troupe abbia a che fare con l’oggetto del servizio oppure no. Poco dopo il “colpo”, sul posto sono intervenuti i carabinieri del nucleo radiomobile cittadino. “I militari dell’Arma raccoglieranno poi la denuncia formale per quanto accaduto” si legge sulla testata locale, mentre Il Messaggero aggiunge come gli investigatori stiano acquisendo i filmati di videosorveglianza della zona per risalire all’autore dell’assalto. Ad oggi non risulterebbero fermi né rivendicazioni. In attesa di attribuire le responsabilità del caso, il primo cittadino di Torino, Stefano Lo Russo, non è rimasto in silenzio e ha così commentato l’episodio: “L’aggressione che si è verificata ieri in corso Novara ai danni di una troupe di giornalisti del programma televisivo ‘Dritto e rovescio‘ è inaccettabile. Ci auguriamo che i colpevoli vengano al più presto individuati e perseguiti dalle forze dell’ordine ed esprimiamo la solidarietà della città di Torino ai giornalisti aggrediti. Il diritto alla libera informazione è uno dei pilastri della nostra democrazia ed episodi simili nella nostra città non possono essere tollerati”. L'articolo “Un uomo incappucciato e armato di mazza chiodata si è accanito sull’auto con cui erano arrivati cronisti e operatori”: aggredita la troupe di “Dritto e Rovescio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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