A pochi giorni dal voto Giorgia Meloni ha scelto ancora Rete 4. Lunedì 16 marzo,
pochi minuti prima delle 22, la Premier si è accomodata nel comodo salotto di
“Quarta Repubblica”, il talk show condotto da Nicola Porro. Al centro
dell’intervista, con poche domande e molti “assist“, i temi caldi di attualità e
il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.
L’intervento di Meloni, che si è rivolta al padrone di casa chiamandolo sempre
per nome, è durato circa mezz’ora ma non ha di certo spostato pubblico. Non ha
suscitato particolare interesse. La puntata ha ottenuto ascolti a dir poco
tiepidi: è stata vista da soli 644 mila spettatori con il 5,2% di share.
Segnando, a sorpresa, addirittura un calo rispetto a sette giorni prima quando
“Quarta Repubblica” aveva conquistato 757.000 spettatori con il 5,7% di share.
Il contesto amichevole non ha favorito l’arrivo di nuovi telespettatori e Porro
è stato battuto dal competitor “Lo Stato delle Cose“. Il talk show condotto da
Massimo Giletti, che ha proposto al pubblico di Rai3 tra le altre cose un faccia
a faccia con Antonio Di Pietro, ha conquistato 1.035.000 spettatori con il 7,2%
di share. In una serata dominata dalla fiction di Rai1 “Guerrieri – La Regola
dell’Equilibrio” con Alessandro Gassmann (3.506.000 spettatori con il 22,4% di
share) e “Scherzi a parte” condotto da Max Giusti (2.647.000 e il 21,1%).
L'articolo Meloni ospite da Porro a pochi giorni dal Referendum, la premier non
sposta gli ascolti: l’intervista fa il 5,2% di share con 644 mila spettatori
proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Alberto Stasi? Non l’ho mai conosciuto, non ci ho mai parlato. Io ad oggi
quella condanna non la vedo come ingiusta. Prima che ricominciasse tutto la mia
era una vita più riflessiva, anche solitaria. Questa situazione mi fa rabbia”.
Ad affermarlo è Andrea Sempio, l’uomo accusato dalla Procura di Pavia
dell’omicidio di Chiara Poggi, che si è raccontato in una lunga intervista a
“Dritto e Rovescio”, la trasmissione condotta da Paolo Del Debbio su Rete 4. Nel
corso del programma, andato in onda giovedì 12 marzo, il 38enne di Garlasco apre
agli aspetti più personali del suo carattere, come la passione per la scrittura
e per la lettura, che ha smesso di coltivare dopo la riapertura delle indagini.
L’uomo, che ad oggi è l’unico indagato per il delitto Poggi, ha anche parlato di
come questa vicenda abbia impattato sulla sua vita e su quella dei familiari:
“Ci sono orari in cui (i miei genitori, ndr) non possono uscire perché sanno che
finiscono nella diretta. Non è facile da vivere e va avanti da un anno”.
“OGGI NON SCRIVO PIÙ PERCHÉ NON MI FIDO”
Ad aprire l’intervista è una domanda di Del Debbio sulla passione di Sempio per
la scrittura, oggi al centro delle indagini con gli inquirenti che avrebbero
sequestrato numerosi appunti personali del 38enne: “Scrivevo molto, era una cosa
che ho sempre fatto fin da piccolo – afferma sottolineando l’uso del verbo al
passato -. È sia un modo per mettere in ordine dei pensieri, sia alle volte un
modo per sfogarsi. E ogni tanto tu vai lì e rileggi un diario di tre o quattro
anni fa e ti torna in mente quella cosa che magari ti era completamente passata
di mente. E quella è una cosa che ho fatto per tanti anni. Quindi quando sono
venuti da me hanno trovato tonnellate di carta”. Un hobby, però, che come lui
stesso ammette, oggi non coltiva più: “Non mi fido di quello che potrebbe
succedere, chissà che oggi scrivo qualcosa, lascio un appunto in giro e da lì ci
si attacca per qualcos’altro. Lo faccio per precauzione. Non dico dagli
inquirenti, ma può essere rigirata. Erano roba mia, sono stati presi durante
l’indagine, poi escono delle indiscrezioni e viene costruito tutto. Non lascio
più nulla”. L’intera vicenda ha finito per influenzare anche la sua passione per
la lettura: “Prima leggevo tantissimo, ora non lo faccio più perché quando mi
metto a leggere qualcosa che non riguarda il caso, mi dico che è come se stessi
perdendo tempo”, aggiunge il 38enne.
Ed è proprio la sua forte passione per la lettura che lo avrebbe portato a
Vigevano, secondo la sua ricostruzione, il giorno in cui è stata uccisa Chiara
Poggi. Stando al suo racconto di dove si trovava la mattina di quel 13 agosto
2007, infatti, Sempio ha sempre sostenuto di essersi recato in un’altra città
proprio per acquistare un libro, di cui però oggi non ricorda il titolo:
“Semplicemente non me lo ricordo. A me sembra che ormai ci si stia attaccando a
ogni virgola. Cioè, se io dico: ‘Quella mattina lì vado a Vigevano, trovo la
libreria chiusa, faccio un giro della piazza, torno a casa’. In un’altra
intervista dico: ‘Quella mattina vado a Vigevano, trovo la libreria chiusa,
torno a casa’. Per gli altri è tipo ‘Ah, non ha più detto che ha fatto il giro
della piazza. Cosa vuol nascondere? Perché cambia versione? Se l’è
dimenticata?’. Sono inezie. O adesso mi tiri fuori: ‘Io ho un filmato di te che
vai nel vicolo dei Poggi, esci fuori coperto di sangue’. Allora va bene, lì c’è
un problema, ma sennò, non me lo ricordo, semplicemente. Se c’era qualcosa di
serio non stavamo a parlare del titolo del libro”, spiega Sempio.
“LE CHIAMATE A CASA POGGI? STAVO CERCANDO IL FRATELLO DI CHIARA”
E secondo il 38enne non è questo l’unico elemento del caso a cui sarebbe stata
attribuita un’importanza maggiore di quella che lui stesso gli attribuisce. Un
esempio in tal senso, sostiene, è quello relativo alle telefonate che lui ha
effettuato a casa Poggi nei giorni antecedenti il delitto: “Il discorso delle
chiamate non è risolvibile, io le ho spiegate più volte, ho anche mostrato che
ci sono persone che in quel periodo lì hanno fatto le stesse chiamate. Però a
quel punto lì o mi credi o non mi credi, in quest’ultimo caso spiegami a cosa
servono tre telefonate da 2, 8 e 21 secondi. Erano chiamate che io avevo fatto
cercando il fratello di Chiara, dato che da lì a una settimana dovevamo andare
in vacanza insieme”, sottolinea Sempio. Che poi aggiunge: “La prima chiamata è
stata fatta per errore perché in rubrica il numero del cellulare e quello del
telefono di casa erano vicini, tant’è che la chiamata da 8 secondi è stata fatta
pochi minuti dopo. Il giorno dopo non riuscendo a contattarlo chiamo di nuovo,
chiedo quando sarebbe tornato e da lì in poi non chiamo più. Tutte le persone
interpellate dicono che non sapevano esattamente le date di partenza e ritorno
dalla vacanza”.
E lo stesso discorso si applicherebbe anche alla ormai nota “impronta 33”,
rilevata sul muro sopra le scale che conducono alla tavernetta di casa Poggi,
dove poi è stato rinvenuto il corpo esanime di Chiara. Una traccia che, secondo
gli investigatori, potrebbe appartenere a Sempio: “È un’impronta trovata in un
posto dove c’è impronta mia e di altre persone che frequentavano la casa in un
punto che era di passaggio. La Procura dice che non è insanguinata”, spiega
ancora il 38enne.
Nel corso dell’intervista, inoltre, Sempio apre anche agli aspetti più personali
del suo carattere: “Come mi descriverei? La persona che ero io, prima che
ricominciasse tutto, aveva una vita abbastanza ritirata, forse anche a causa
dell’età, avevo selezionato amici più stretti, era una vita più riflessiva,
anche solitaria. Non sono uno che ha bisogno di uscire a fare l’aperitivo tutte
le sere. Alcuni dei miei più grandi amici li vedo magari una volta ogni due-tre
mesi, però è come se li avessi incontrati due giorni prima”. Tra questi,
aggiunge il 38enne, un posto di rilievo lo occupa sicuramente l’avvocato Angela
Taccia, che non solo lo assiste dalla sua prima iscrizione nel registro degli
indagati, ma è anche “la mia migliore amica”, la definisce Sempio: “Tra le donne
più importanti c’è l’avvocato Taccia. Siamo amici dal 2005, è la mia migliore
amica, come avvocato è il perno della mia difesa. Tutta la mia difesa prescinde
dall’avvocato Taccia, è lei che ha costruito la squadra”. Dopo un anno dalla
riapertura delle indagini a suo carico, Sempio spiega anche come sia cambiata la
sua vita e quella dei suoi cari: “Noi viviamo in fondo a una via chiusa, ci sono
orari in cui (i miei genitori, ndr) non possono uscire perché sanno che
finiscono nella diretta. Non è facile da vivere e va avanti da un anno. Mi fa
rabbia questa situazione”. E non si tratterebbe soltanto di questo aspetto, ma
anche della difficoltà di raccontare la propria versione a chi, a suo avviso,
non sarebbe disposto ad ascoltarlo: “Una cosa che mio padre dice è che la nostra
verità non conta nulla, parlare e spiegare non serve perché non vogliono
ascoltare”.
“ALBERTO STASI? PER ME È IL CARNEFICE”
Non manca, infine, un commento su Alberto Stasi, l’allora fidanzato di Chiara
Poggi che è stato condannato in via definitiva per il delitto di Garlasco.
Secondo Sempio, Stasi sarebbe “carnefice” in quanto riconosciuto colpevole con
sentenza passata in giudicato: “Vedendo quello che io ho visto nella parte che
ho potuto seguire, non ho trovato nulla che smonti le vecchie condanne. Quindi
io ad oggi quella condanna non la vedo come ingiusta, non vedo nulla che la vada
a smontare per ora. Quindi sì, per me è il carnefice”, afferma, sottolineando
però di non aver letto le carte dei processi.
Il 38enne, inoltre, aggiunge anche di non averlo mai incontrato prima che
iniziasse la vicenda: “Che tipo è? Non ne ho idea, io non l’ho mai conosciuto,
non ci ho mai parlato. Non mi è mai capitato di incontrarlo a casa Poggi. Mi è
successo solo una volta, l’ho già raccontato altre volte, dopo il delitto.
Eravamo in un locale di Garlasco a cena io e i miei amici e c’era lui a un altro
tavolo. Noi eravamo con Marco e allora abbiamo cercato con il proprietario di
cambiare tavolo in modo che non si incrociassero. Quella è stata l’unica volta
che l’ho incrociato dal vivo. Però non ci ho mai parlato, mai scambiato una
parola, niente”, conclude Andrea Sempio.
L'articolo “Alberto Stasi? Per me è il carnefice, quella condanna non la vedo
come ingiusta. Questa situazione mi fa rabbia”: così Andrea Sempio proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il pane quotidiano della destra ha un fornaio di riferimento: Mediaset.
E’ da Cologno Monzese che Retequattro, l’hub giornalistico della famiglia
Berlusconi, impasta, sforna e sfama il grande universo della maggioranza
utilizzando, per le esigenze di governo, la cronaca, specialmente quella nera,
nel verso solito di ciò che piace alla gente che alla destra piace. Il nemico di
oggi sono i teppisti vestiti di nero, gli sfasciavetrine, i super violenti dei
Black bloc, che ora vengono rubricati, facendo due salti in padella, terroristi
tout court, e comunque tristi fiancheggiatori della sinistra, figli illegittimi
della colpevole politica incestuosa del Pd con i gruppi eversivi.
“Eversione rossa”, e il prezzo è giusto.
Ma la pietanza della casa, il piatto forte nel menù, restano i reati predatori,
con l’immigrato irregolare – preso singolarmente o in gruppo – protagonista
assoluto dello scandalo quotidiano. Spiega Massimiliano Smeriglio, assessore
alla Cultura di Roma, il politico che studia con più attenzione gli elementi
dell’egemonia culturale della destra: “Non sono più gli intellettuali ma i
conduttori di talk a dettare la linea e imporre un discorso pubblico a volte
violento con un piglio da squadrismo mediatico, indicando nemici, a volte
immaginari, su cui scagliare le paure e il rancore degli italiani”.
Gli irregolari che vagabondano, i maranza delle periferie, gli sbandati, in
genere ex detenuti dalla pelle nera, e soprattutto gli islamici sono il fondale
davanti al quale Paolo Del Debbio (Dritto e rovescio) illustra con successo
attraverso un linguaggio decisamente appesantito da parolacce, delle quali
invece fa meritoriamente a meno Mario Giordano che Fuori dal coro destina due
orette alla settimana allo sviluppo dell’amore assoluto degli italiani: la casa.
Storie di chi occupa illegalmente, delle vittime, sempre italiani brava gente, e
dei carnefici, spesso stranieri e spessissimo piuttosto stronzi.
E’ sempre la magistratura, di diritto o di rovescio, a trovarsi arrostita,
disposta sulla brace delle domande disperate e sempre senza risposta: perché si
delinque? Perché non si va in carcere? Perché la polizia è in difficoltà?
Discorsi che porterebbero dritto a Carlo Nordio, il ministro della Giustizia che
– riformando il codice – ha imposto ai magistrati di avvertire gli inquisiti
dell’arresto imminente, e alla fucina ipergarantista che spesso occupa gli studi
della terza trasmissione retequattrista: la Quarta Repubblica di Nicola Porro.
Il piglio liberale di chi tira il filo per lungo. Si parte spesso da Pericle ma
poi si finisce dalle parti di Capezzone.
L'articolo Dai maranza ai magistrati, il pane quotidiano della destra ha un
fornaio di riferimento: Retequattro | L’analisi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un ispettore di polizia esibisce una pistola giocattolo in diretta tv e la punta
verso la telecamera, l’inquadratura si abbassa per rendere l’effetto ancora più
reale. Lo spettatore è nel mirino. “Guardatela bene, è solo un giocattolo da
poche decine di euro ma sono certo che se ve la puntassi alzereste le mani e mi
consegnereste il portafogli”, esordisce Paolo Macchi, ispettore di Polizia e
dirigente nazionale del Siulp (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia).
Tutto trasmesso in diretta tv su Rete 4 nel talk show “Fuori dal Coro“, condotto
da Mario Giordano: “Pensate se a puntarla invece fosse uno spacciatore in un
bosco di notte, credo che si potrebbe parlare assolutamente di uso legittimo
delle armi, soprattutto se fatto da chi viene armato dallo Stato”, continua
Macchi per poi abbassare la pistola.
> “Se ci chiamate forze dell’ordine ci dev’essere un motivo. Non ce la farete a
> farci arrendere, anche se è sempre più dura!”
>
> Paolo Macchi, ispettore di Polizia e dirigente nazionale SIULP.#Fuoridalcoro
> pic.twitter.com/c0Nr3TKkfU
>
> — Fuori dal coro (@fuoridalcorotv) February 1, 2026
“Se così non fosse allora disarmateci, è un Paese strano dove gran parte di
persone e di politici detestano ancora vedere l’uso della forza e delle armi,
arrivando finanche a contestare anche un inseguimento con il fine di farci
desistere e di farci arrendere. Mettiamo tutti d’accordo solo quando siamo in
ginocchio, a terra, finiti e magari con qualcuno che ci prende a martellate. Se
ci chiamate forze dell’ordine – continua l’ispettore il suo intervento – ci deve
essere un motivo. Il motivo è che lo Stato attraverso l’uso della nostra forza
deve poter esercitare le sue prerogative, deve poter essere lo Stato. Non ce la
farete a farci arrendere anche se è sempre più dura”.
Sui social il filmato finisce nel mirino con commenti indignati mentre il
sindacato lo rilancia sul suo sito definendo l’intervento “straordinario”.
Giordano, dopo le parole di Macchi, insiste: “È sempre più dura perché un
poliziotto viene indagato per omicidio volontario perché ha sparato a un
delinquente che gli puntava una pistola contro. Io a quel poliziotto darei una
medaglia (ne mostra una in video, ndr), il poliziotto che ferma un delinquente e
spacciatore con precedenti merita una medaglia perché sta facendo il suo lavoro.
Non è neanche legittima difesa, è il suo lavoro quello di fermare un
delinquente. Non si indaga un poliziotto per sequestro di persona o omicidio
perché spara a uno che gli sta puntando una pistola contro in quella situazione.
È normale. Noi siamo dalla parte dei poliziotti, non solo quando sono
inginocchiati per terra, ma anche quando sono nel bosco di Rogoredo”.
L'articolo Punta una pistola giocattolo verso la telecamera: “Se ci chiamate
forze dell’ordine ci deve essere un motivo, lo Stato deve poter essere lo
Stato”. L’intervento dell’ispettore sindacalista Paolo Macchi a Fuori dal Coro
proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Quei ragazzi sono scesi nell’inferno e c’è stato un angelo che li ha scelti a
caso e li ha tirati fuori. È grave che dopo 12 giorni non c’è neanche un
indagato nel comune di Crans-Montana”. A parlare è Umberto Marcucci, padre di
Manfredi, uno dei giovani rimasti feriti nella strage del bar “Le
Constellation”, dove la notte di Capodanno è esploso un incendio che ha tolto la
vita ad almeno 40 persone, molte delle quali giovanissime. Intervistato a Quarta
Repubblica, l’uomo ha raccontato ciò che suo figlio e tutti gli altri feriti
stanno vivendo in questo momento.
Al programma condotto da Nicola Porro, in onda lunedì 12 gennaio su Rete 4,
Marcucci ha spiegato anche ciò che lui, insieme alle altre famiglie, si aspetta
sul fronte giudiziario, in cui, al momento, risultano indagati i coniugi
Moretti, gestori de “Le Constellation”, con l’accusa di omicidio colposo,
incendio doloso colposo e lesioni personali colpose: “Conosciamo i visi delle
due persone che sono state le principali artefici di questo dramma, ma non
abbiamo le facce dei responsabili del comune preposti ai controlli. Questo è
grave”, afferma.
“Non vorrei parlare solo di mio figlio, ma di tutti i ragazzi che sono
all’ospedale, perché dobbiamo immaginare dei ragazzi che sono scesi
letteralmente nell’inferno e poi per uno strano caso c’è un angelo che li ha
scelti a caso e li ha tirati fuori”, sottolinea Marcucci. Al momento, aggiunge
ancora il padre di uno dei feriti, i ragazzi sopravvissuti alla strage che ora
sono ricoverati “barcollano, ma non mollano. Tengono duro, un giorno stanno
meglio, un giorno stanno peggio, ma tutti stanno lottando, insieme ai propri
genitori, per uscire da questa brutta storia”, ribadisce.
A distanza di quasi due settimane dalla tragedia, l’uomo ricorda ciò che è
accaduto al suo arrivo sul posto, quando ha iniziato a cercare disperatamente
suo figlio Manfredi: “Io ho avuto la fortuna che mio figlio, nonostante le mani
ustionate, ha risposto due volte al telefono. Quindi sono riuscito a
individuarlo e io ho attraversato questo inferno che c’era fuori dove c’erano
decine e decine di persone stese a terra con i medici che non riuscivano a
seguirli tutti quanti. C’era freddo, c’erano -10 gradi. Io sono arrivato alle
2.30, un’ora dopo il fatto, e mio figlio è stato un’ora al gelo ustionato”.
Marcucci, nel suo caso, però, si ritiene molto fortunato: “Perché ci sono stati
altri genitori che il figlio l’hanno trovato tirato fuori dal locale due ore
dopo il fatto. Potete immaginare i genitori che erano lì che sensazioni hanno
vissuto in quei momenti”. Una volta lì sul posto, la preoccupazione per le
condizioni dei propri figli si è affiancata anche al desiderio di dare una mano
a chi ne aveva bisogno: “Abbiamo fatto del nostro meglio per aiutare chi stava
lì, io per ultimo ho fatto il meno possibile perché sono arrivato un’ora dopo”.
Quello scenario tragico, spiega Marcucci, “non era immaginabile”: “Hanno
allestito un ospedale da campo in meno di due ore, c’erano elicotteri che si
alzavano in volo di continuo, mi hanno raccontato, da questo punto di vista
hanno fatto il massimo, era davvero al di sopra delle possibilità di chiunque”.
Ora le famiglie dei feriti attendono l’esito di un’inchiesta nella quale si
cercherà di stabilire se vi siano responsabilità e ricostruire quanto accaduto:
“Noi familiari dei feriti, uniti, abbiamo questo pensiero: conosciamo i visi
delle due persone che sono state le principali artefici di questo dramma, ma non
abbiamo le facce dei responsabili del comune preposti ai controlli. Questo è
grave, perché dopo 12 giorni non c’è neanche un indagato nel comune di
Crans-Montana”. Lo stesso Marcucci, che nella cittadina del canton Vallese
possiede una casa di proprietà, racconta quelli che sono i classici controlli
che vengono svolti in un’abitazione in Svizzera: “A casa mia c’è la caldaia
condominiale che viene controllata ogni anno, la giustizia funziona bene, i
controlli funzionano bene”. In questo caso, però, aggiunge ancora l’uomo, “c’è
stata veramente qualche falla e ti viene il dubbio evidentemente che ci sia
qualche cosa che non è che non ha funzionato, ma che non ha voluto funzionare”.
Nel corso dell’intervista, Porro menziona anche il ruolo dell’assicurazione: “Ha
detto che, posto il fatto che se non ci sono stati controlli e c’erano delle
cose irregolari non pagano, i massimali anche se tutto dovesse funzionare sono
ridicoli”, afferma il conduttore. Un aspetto sul quale Marcucci sembra però
essere abbastanza fiducioso: “Ci sono degli interessi importantissimi su
Crans-Montana, che avrà una gara di coppa del mondo di sci a fine gennaio, i
mondiali di sci nel 2027, il comprensorio sciistico è stato acquistato da un
fondo americano. Io auspico che la Svizzera abbia tutto quanto l’interesse a
concludere questa vicenda in modo cristallino e limpido, magari istituendo un
fondo per le vittime”, sottolinea l’uomo.
Poi aggiunge: “Già siamo stati contattati da un ufficio che si occupa di
prestare dei primi aiuti economici/psicologici da parte della Svizzera, però ci
aspettiamo molto di più”. C’è un altro aspetto, però, ritenuto di fondamentale
interesse da parte di Marcucci: “Ci aspettiamo che qualcuno del comune di
Crans-Montana venga assolutamente indagato”, conclude.
L'articolo “Ci aspettiamo che qualcuno del Comune di Crans-Montana venga
indagato: il dubbio è che ci sia qualcosa che non ha voluto funzionare”: così il
padre di uno dei feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.
Lo sgombero di Askatasuna non ha incendiato solo le strade di Torino, ma anche
il dibattito pubblico. Dopo 29 anni di occupazione, giovedì 18 dicembre lo
stabile di corso Regina Margherita è stato sgomberato e posto sotto sequestro:
cinque attivisti vivevano in un edificio dichiarato inagibile. Un intervento
definito dalle istituzioni come ripristino della legalità, e dagli attivisti e
dai loro sostenitori come operazione repressiva. La tensione è esplosa due
giorni dopo, sabato, quando il corteo di protesta contro lo sgombero si è
trasformato in una vera e propria guerriglia urbana: bottiglie, pietre, bombe
carta artigianali e fuochi d’artificio lanciati contro le forze dell’ordine,
cassonetti incendiati, idranti, lacrimogeni e cariche. Ma lo scontro è andato in
scena anche negli studi televisivi di Rete 4 a Quarta Repubblica, con un
confronto acceso tra Tommaso Cerno, direttore del Giornale, e Angelo d’Orsi,
storico e filosofo, membro del comitato di garanzia di Askatasuna.
Nel corso della trasmissione, d’Orsi ha difeso il centro sociale,
ridimensionando trent’anni di violenze e sottolineando invece le attività
culturali svolte nel quartiere. Il momento di rottura arriva quando tenta di
interrompere Cerno. La risposta del direttore del Giornale è immediata e
durissima: “Fascistello, che fa star zitto e parla solo lei, sa tutto lei. Lei e
questa convenzione del Comune. Vada a lucidare le molotov”.
Cerno rivendica l’operazione delle forze dell’ordine partendo da un principio
che definisce essenziale: “Finalmente lo Stato ha ripristinato la legalità in un
Paese dove lo spazio si occupa attraverso l’affitto, attraverso l’acquisto,
attraverso una convenzione pubblica. Dove tu in cambio di qualcosa dai
qualcos’altro”. E allarga il ragionamento al contesto nazionale: “Ci sono
migliaia di associazioni in Italia che non hanno una sede e la cercano da molto
tempo, affidandosi alla capacità di singole persone. Contro, invece, gruppi
fanatici che mettono insieme extraparlamentari di sinistra, anarchici,
fanatici”.
Il direttore del Giornale insiste sull’uso strumentale delle libertà
democratiche: “Ci sono predicatori, ce n’è uno al giorno, che utilizzano le
maglie della democrazia trasformando il luogo delle libertà nel luogo dove si
può fare qualunque cosa. Quindi ripristino della legalità. Il mio ringraziamento
va alle forze dell’ordine che fanno una fatica enorme perché in queste piazze
c’è il tentativo di provocare, si va lì per scatenare la violenza”.
L’affondo finale è un attacco diretto alla narrazione che, secondo Cerno,
circonda Askatasuna: “È troppo professore per non sapere che sono trent’anni che
in Val di Susa ci sono i campi militari per organizzare questa roba, che questa
è gente armata, collegata ad altri centri sociali di gente armata che fa la
guerriglia di mestiere. Prima di andare in piazza a Torino hanno dichiarato cosa
avrebbero fatto”. E conclude: “A me fa orrore che lei abbia descritto come un
parco giochi di bambini e intellettuali che cercano di fare le lezioni
peripatetiche di Aristotele quello che ho visto io. Quello che ho visto io è
guerriglia di delinquenti e quello che vedo in studio è un professore che li
difende”. La risposta di Angelo d’Orsi arriva subito: “Io la chiamo Cerno. La
insulto col suo cognome, Cerno! Cerno! Cerno!”.
L'articolo “Fascistello, vada a lucidare le molotov”, “La insulto col suo
cognome, Cerno! Cerno! Cerno!”: scoppia la rissa su Rete 4 tra Tommaso Cerno e
Angelo d’Orsi proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Come sarà il mio Natale? Lo passerò con la mia famiglia nel miglior modo
possibile ma non si riesce tanto a distogliere la testa dal fatto che hai sempre
questa tegola dietro”. Andrea Sempio è ospite di “10 minuti” nella puntata in
onda lunedì 22 dicembre su Rete 4 e si racconta ad Alessandro Sallusti, che
ricorda come la sua vita sia stata stravolta dopo che l’11 marzo di quest’anno è
tornato a essere nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi. In attesa
di conoscere il proprio destino, Sempio lavora come impiegato di telefonia in un
centro commerciale e nello studio del programma Mediaset risponde a domande che
vanno dalla spiritualità al legame con la famiglia e con Marco Poggi, il
fratello della giovane uccisa il 13 agosto del 2007.
LA FAMIGLIA SEMPIO E L’OMBRA DI “SUMMIT SEGRETI”
In prima battuta Sempio viene chiamato a commentare alcune parole che il padre
Giuseppe ha rilasciato a una giornalista di “Quarto grado” che gli ha domandato
se abbia ancora voglia di difendersi dopo che per parte dell’opinione pubblica
la sua famiglia ha delle colpe in questa vicenda. “Adesso più di prima, adesso
si diventa cattivi. Noi stiamo in piedi per la rabbia, è una vigliaccheria che
si ripresenta di nuovo” è stato lo sfogo dell’uomo. Il figlio Andrea commenta
così: “Tutti i giorni escono notizie, arriva qualcuno che scrive su Internet, o
lettere di insulti e minacce e abbiamo il plotone di giornalisti sempre davanti
a casa e i miei genitori non possono fare nulla. Qualunque reazione tu abbia li
aizzi ancora di più”. Proprio sulla famiglia insiste Sallusti per cercare di
capire il contesto in cui è cresciuto Sempio: “La mia è una famiglia sempre
molto unita” fa sapere Andrea “anche mio padre con le sue sorelle, è sempre
stato normale avere un viavai di parenti dentro e fuori casa. Poche settimane fa
eravamo dalle mie zie, i giornali titolavano: ‘Summit segreto a casa delle zie
di Sempio’, no quel summit c’è stato anche i giorni prima e dopo, è proprio così
la mia famiglia”.
IL RAPPORTO CON MARCO POGGI
L’uomo, oggi 37enne, parla anche di Marco Poggi, il fratello di Chiara: “È
ancora un mio amico. Adesso non ci stiamo vedendo per via della situazione.
Sarebbe un disastro, per dire, uscire a cena io e lui. Con i genitori non ho
rapporti perché non mi è ancora capitato di incontrarli, se li vedessi per
strada mi farebbe anche piacere” puntualizza. Al giornalista che gli chiede
conto di una frase – “Ho fatto cose inimmaginabili” – trovata tra alcuni suoi
scritti, Sempio replica: “Nei diari ho riversato le emozioni più negative.
Quello è stato scritto al termine di una giornata in cui erano successe diverse
cose, era stata una giornata di caos”.
IL TIMORE DI ANDREA SEMPIO
Non manca anche un riferimento ad Alberto Stasi. “Ha mai pensato al fatto che un
innocente potrebbe essere in galera da anni?” domanda Sallusti. “Che io pensi ad
Alberto Stasi no” afferma Sempio, per poi aggiungere: “Il fatto che mettono
dubbi sul fatto che possa essere innocente mi fa riflettere: e se rischiassi di
trovarmi nella stessa condizione? Se capitasse a me?”. E ancora: “Se ho paura?
Paura è una parola forte, non sono tranquillo, ma non mi alzo con la paura. Più
che dire la verità non posso, mano a mano penso si chiarirà tutto, ci vorrà
tempo”. In chiusura di intervista il giornalista rivolge la domanda secca al
proprio ospite: “Lei ha ucciso Chiara Poggi?”. “No” replica Stasi, che dice di
non credere in Dio “ma ho una certa spiritualità, credo ci sia qualcosa ma non
mi fido troppo delle religioni ufficiali”.
L'articolo Garlasco, Andrea Sempio rompe il silenzio in tv: “Ho paura di
trovarmi in galera da innocente come Stasi”. E il padre aggiunge: “Adesso
diventiamo cattivi, noi stiamo in piedi per la rabbia” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Paura per la troupe di “Dritto e Rovescio”, oggetto di un’aggressione
verificatasi martedì 11 novembre mentre si trovava a Torino. Lo rende noto
TorinoToday.it. Stando a quanto riporta la fonte, i fatti sono avvenuti in corso
Novara 78. Qui “un uomo incappucciato armato di mazza chiodata si è accanito
sull’auto con cui erano arrivati cronisti e operatori video, sfasciandone il
parabrezza” prima di darsi alla fuga facendo perdere le proprie tracce. Non ci
sarebbero feriti tra i componenti della troupe.
Il gruppo di lavoro della trasmissione che Paolo Del Debbio conduce su Rete 4
pare si fosse recato in città per realizzare un servizio su Don Alì, youtuber e
tiktoker che, come scrive ancora TorinoToday, “spesso si rende protagonista di
imprese ai limiti della legalità” e che sui social si definisce “capo dei
maranza”. Al momento, però, non è possibile stabilire se l’aggressione subìta
dalla troupe abbia a che fare con l’oggetto del servizio oppure no. Poco dopo il
“colpo”, sul posto sono intervenuti i carabinieri del nucleo radiomobile
cittadino. “I militari dell’Arma raccoglieranno poi la denuncia formale per
quanto accaduto” si legge sulla testata locale, mentre Il Messaggero aggiunge
come gli investigatori stiano acquisendo i filmati di videosorveglianza della
zona per risalire all’autore dell’assalto. Ad oggi non risulterebbero fermi né
rivendicazioni.
In attesa di attribuire le responsabilità del caso, il primo cittadino di
Torino, Stefano Lo Russo, non è rimasto in silenzio e ha così commentato
l’episodio: “L’aggressione che si è verificata ieri in corso Novara ai danni di
una troupe di giornalisti del programma televisivo ‘Dritto e rovescio‘ è
inaccettabile. Ci auguriamo che i colpevoli vengano al più presto individuati e
perseguiti dalle forze dell’ordine ed esprimiamo la solidarietà della città di
Torino ai giornalisti aggrediti. Il diritto alla libera informazione è uno dei
pilastri della nostra democrazia ed episodi simili nella nostra città non
possono essere tollerati”.
L'articolo “Un uomo incappucciato e armato di mazza chiodata si è accanito
sull’auto con cui erano arrivati cronisti e operatori”: aggredita la troupe di
“Dritto e Rovescio” proviene da Il Fatto Quotidiano.