Tag - Abbigliamento

I vestiti che scegliamo ogni mattina sono un linguaggio: così il guardaroba diventa parte dell’identità
Quando apriamo l’armadio ogni mattina, pensiamo di dover scegliere semplicemente cosa indossare quel giorno. Un gesto quotidiano, quasi banale. In realtà stiamo facendo qualcosa di più complesso. I vestiti non sono solo oggetti funzionali o estetici: sono un linguaggio. Raccontano chi siamo, cosa ci rappresenta e, spesso, in cosa crediamo. Nella psicologia dei consumi esiste un concetto chiamato extended self: dice, in sostanza, che gli oggetti che possediamo diventano un’estensione della nostra identità. Quando un capo rappresenta un valore (che sia sostenibilità, artigianato, minimalismo, giustizia sociale), indossarlo significa esprimere anche una posizione morale. Non a caso, ci sono marchi che incarnano valori precisi: Patagonia è associata all’attivismo ambientale, Stella McCartney al rifiuto di pelle e pellicce, Veja alla trasparenza delle filiere. Indossare i capi di quei brand può farci sentire coerenti con ciò che pensiamo del mondo. C’è poi un altro concetto interessante, studiato in psicologia: l’enclothed cognition. L’idea è che i vestiti non influenzano solo come gli altri ci percepiscono, ma anche come pensiamo e ci comportiamo. In un esperimento famoso, chi indossava un camice percepito come “da medico” era più attento e preciso nei compiti rispetto a chi indossava lo stesso camice senza quel significato simbolico. Per riprendere un vecchio adagio, “l’abito fa il monaco”: non tanto per l’oggetto in sé, quanto per il significato che gli attribuiamo. In questo senso, la scelta di cosa indossare diventa intenzionale. Il guardaroba diventa una sorta di linguaggio che ci permette di sentirci – di volta in volta – professionali, creativi, responsabili verso l’ambiente. Tutto questo ha implicazioni interessanti anche in termini di sostenibilità, perché crea un legame più forte con i vestiti. Quando un capo rappresenta qualcosa per noi, lo trattiamo diversamente: tendiamo a prendercene cura e, prima di sostituirlo, ci pensiamo due volte. Senza nemmeno rendercene pienamente conto, così, facciamo la nostra parte per scardinare la logica usa-e-getta che oggi, purtroppo, domina gran parte dell’industria della moda. Secondo un celebre studio pubblicato nel 2019 dalla Ellen MacArthur Foundation, nei quindici anni precedenti la quantità media di utilizzi per ogni capo d’abbigliamento era crollata quasi del 40%. Questo fenomeno è osservato a livello accademico. Negli studi sull’emotionally durable design, agli oggetti viene associata una piccola “biografia”: una storia che raccontava da dove venivano i materiali, chi li aveva prodotti, quanto lavoro c’era stato dietro. Quando le persone conoscevano questa storia, percepivano in modo più forte il valore del prodotto. Nel caso dei capi d’abbigliamento, può essere una semplice scheda che spiega ad esempio che il capo è stato tessuto con cotone biologico coltivato senza pesticidi e cucito in una cooperativa dove gli artigiani ricevono un salario equo. Oppure che ripercorre il percorso del vestito dal campo alla filatura, fino alla cucitura. Sapere che dietro un vestito ci sono persone reali, un percorso produttivo e alcune scelte precise crea una forma di empatia. Se guardiamo il guardaroba da questa prospettiva, diventa qualcosa di più di un semplice insieme di vestiti. Ci sono capi che rappresentano scelte legate alla sostenibilità, altri che conservano ricordi personali, altri ancora che raccontano ruoli sociali o momenti della nostra vita. Alcuni parlano di chi siamo oggi, altri di chi vorremmo diventare. Curiosamente, qualcosa di simile accade anche online. Gli algoritmi dei social osservano i nostri comportamenti e finiscono per costruire una sorta di mappa dei nostri gusti: ci propongono contenuti che riflettono quello che seguiamo, quello con cui interagiamo, quello che sembra piacerci di più. In questo caso, però, è molto più prosaico: tenerci più a lungo sulle piattaforme e stimolare acquisti di impulso. Il guardaroba, però, funziona in modo diverso. Non è un algoritmo a decidere cosa ci rappresenta, ma noi. Ogni capo che resta nel tempo nel nostro armadio racconta qualcosa delle scelte che abbiamo fatto e dei valori con cui vogliamo identificarci. In questa prospettiva strumenti come il Digital Product Passport – il passaporto digitale dei prodotti in arrivo a breve in Europa e in altri Paesi del mondo – potrebbero assumere un valore ulteriore. Se ogni capo fosse accompagnato da informazioni chiare sulla sua storia, sui materiali e sul percorso produttivo, quella “biografia” diventerebbe parte dell’oggetto stesso. Non solo per sapere da dove viene, ma anche per capire se quella storia ci rappresenta davvero. Il futuro del guardaroba potrebbe non essere avere più vestiti, ma avere vestiti con più significato. Perché ciascuno di essi racconta qualcosa della persona che siamo stati o di quella che stiamo cercando di diventare, dei valori in cui crediamo. In questa prospettiva, variabili come protezione delle persone, benessere dei lavoratori, rispetto dei diritti umani, protezione della biodiversità ecc. possono diventare, se raccontati nel giusto modo, valori identificativi. L'articolo I vestiti che scegliamo ogni mattina sono un linguaggio: così il guardaroba diventa parte dell’identità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Moda e Stile
Abbigliamento
Furti alla Coin: chiesto l’arresto della cassiera complice di poliziotti e carabinieri. Il “privilegio” catturato in telecamera
Si allarga l’inchiesta sui furti nel punto vendita Coin all’interno della stazione di Roma Termini che coinvolge appartenenti alle forze dell’ordine in servizio nello scalo ferroviario. Delle 44 persone iscritte al registro degli indagati, 21 sono carabinieri e poliziotti e sono accusati di furto aggravato. Al centro del presunto sistema c’è una cassiera, di 40 anni, per la quale la Procura di Roma ha chiesto l’arresto insieme ad altri tre cassieri. La donna, assistita dall’avvocato Carlo Testa Piccolomini, sarà interrogata venerdì 27 febbraio prima della decisione del giudice. A fornire ulteriori dettagli è stata l’edizione romana del Corriere della Sera. Secondo l’accusa, gli uomini in divisa avrebbero scelto per mesi quali capi d’abbigliamento, profumi e borse da portare a casa, consapevoli di poter godere di un trattamento privilegiato: non pagare affatto oppure lasciare solo pochi euro. A consentire il “saccheggio” sarebbe stata proprio la 40enne, ritenuta dagli inquirenti il “vero cuore dell’ingranaggio”. Per tutto il 2024, la cassiera avrebbe atteso che il militare o l’agente di turno le esponesse i “desiderata”, per poi preparare un pacchetto con la merce richiesta e consegnarlo fuori dal negozio – oggi chiuso – al richiedente. Le immagini di videosorveglianza raccolte e messe a disposizione del pm Stefano Opilio nel 2025 sono tra gli elementi ritenuti più rilevanti dall’accusa: mostrerebbero gli appartenenti all’Arma mentre prendono i pacchetti “senza corrispondere denaro”, come si legge in uno dei capi d’imputazione. In tutto sono 45 gli episodi contestati alle forze dell’ordine. Uno risale al 17 ottobre 2024: la donna prende un maglione a collo alto, un cappotto e una pashmina, li mostra a un carabiniere, rimuove le tacche antitaccheggio e glieli porge. Il militare si allontana senza pagare. Il 26 dicembre 2024 un altro carabiniere porta via sette capi d’abbigliamento e una borsa Guess. In cambio, il militare avrebbe lasciato alla cassiera appena 50 euro per l’intero pacchetto. Secondo l’accusa, altri 45 furti sarebbero stati commessi da ulteriori 19 persone – tra commessi di altri negozi o clienti in buoni rapporti con la cassiera – che avrebbero goduto degli stessi favori, pagando la merce pochi euro. Il “sistema” delineato dagli inquirenti attribuisce una duplice responsabilità alle forze dell’ordine: non solo avrebbero sottratto merce al punto vendita, ma avrebbero anche consentito che altri lo facessero, nonostante la loro presenza all’interno della stazione. Non risulta, infatti, che carabinieri o poliziotti abbiano mai segnalato anomalie o effettuato accertamenti su quanto accadeva nel negozio quando era presente la cassiera. Nel telefono della donna sono state trovate diverse chat WhatsApp tra lei e alcuni militari e agenti. Il contenuto dei messaggi è al momento ignoto, ma secondo gli inquirenti rivelerebbe rapporti amichevoli. Come già raccontato dal ilfattoquotidiano.it, i numeri fotografano l’entità delle perdite. Nel 2024 nel bilancio del punto vendita compare un “buco” di 300mila euro, in gran parte dovuto alla sparizione di capi mai pagati. L’ammanco relativo ai profumi è pari a 45mila euro. In un normale punto vendita è fisiologico che sparisca tra il 2 e il 3% della merce. Alla Coin interna alla stazione Termini la percentuale aveva raggiunto il 10,8%. Un dato che ha spinto l’azienda a ingaggiare una società privata per installare telecamere dentro e fuori dal negozio, così da fare luce sulle sparizioni. L'articolo Furti alla Coin: chiesto l’arresto della cassiera complice di poliziotti e carabinieri. Il “privilegio” catturato in telecamera proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roma
Cronaca
Furto
Carabinieri
Abbigliamento
Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica
La globalizzazione, per anni raccontata come una storia di efficienza, abbattimento dei costi e vantaggi competitivi, ha prodotto in Occidente un esito meno celebrabile: la progressiva contrazione del manifatturiero e l’erosione della classe media industriale. Negli Stati Uniti la delocalizzazione non ha solo spostato le fabbriche, ma ha smantellato un ecosistema fatto di competenze, salari dignitosi e mobilità sociale, lasciando dietro di sé territori impoveriti e un senso diffuso di declino. Non sorprende che, da Ross Perot in poi, quasi ogni candidato presidenziale abbia promesso di riportare la produzione “a casa”. Donald Trump ha fatto di questa promessa un pilastro ideologico del progetto Make America Great Again, presentando il ritorno della manifattura come una questione identitaria prima ancora che economica. Eppure, nel settore dell’abbigliamento — uno dei più simbolici — la realtà smentisce la retorica. Dal 1979 l’industria tessile americana ha perso oltre l’80% dei posti di lavoro. Il riflesso politico è stato quello di cercare un capro espiatorio, dagli immigrati ai partner commerciali, ma il problema è più profondo: la trasformazione dell’abbigliamento in una commodity globale. Negli anni Sessanta una famiglia americana spendeva circa il 10% del reddito in vestiti e scarpe, quasi tutti prodotti sul territorio nazionale. Oggi quella quota è scesa al 4%, mentre il 97% dei capi è fabbricato all’estero. Gli americani non si vestono meno, anzi: consumano di più, spinti da un’offerta infinita di abiti a basso costo. La fast fashion ha democratizzato l’accesso ai vestiti, ma ha anche svuotato il valore del lavoro che li produce. In un mercato dove si compete quasi esclusivamente sul prezzo, i margini si assottigliano e i salari diventano la prima voce da comprimere. In questo contesto, l’idea di riportare negli Stati Uniti la produzione di t-shirt da 10 dollari o jeans da 30 non è solo economicamente fragile, ma socialmente fuorviante. Sono lavori che difficilmente garantiscono mobilità economica e che, con l’avanzare della robotica e dell’intelligenza artificiale, rischiano di essere automatizzati prima ancora di essere recuperati. Il vero nodo non è la geografia della produzione, ma la sua collocazione lungo la catena del valore. Qui il confronto con l’Europa e il Giappone diventa istruttivo. Italia e Francia hanno accettato la fine della manifattura di massa, ma non quella del manifatturiero in sé. Hanno scelto di spostarsi verso produzioni ad alto valore aggiunto, dove il prezzo riflette competenze, tempo e reputazione. In Italia i distretti della moda — dalla sartoria alla maglieria, dalla calzatura alla pelletteria — non producono solo beni, ma capitale simbolico. In Francia il lusso è trattato come un asset strategico nazionale, sostenuto da politiche pubbliche, formazione d’élite e una diplomazia culturale che rafforza il significato del “Made in France”. In entrambi i casi, lo Stato non sostituisce il mercato, ma ne orienta l’evoluzione. Gli Stati Uniti possiedono una tradizione culturale altrettanto potente. Hanno creato alcuni dei linguaggi estetici più influenti del Novecento: il denim come simbolo di ribellione, il workwear come estetica dell’autenticità, l’Ivy Style come espressione di un’élite informale, l’abbigliamento militare come archetipo funzionale. Questi codici continuano a essere sfruttati globalmente, spesso da marchi stranieri, mentre l’industria americana fatica a trasformare la propria storia in valore economico duraturo. Una delle ragioni è la contraddizione interna dell’agenda America First. Il lusso, per definizione, vive di mercati globali e di scambi internazionali. I dazi, pensati per proteggere la produzione domestica, finiscono per aumentare i costi delle materie prime, spezzare filiere già fragili e rendere meno competitive le aziende americane all’estero. Allo stesso tempo, una retorica nazionalista aggressiva erode il capitale simbolico necessario a vendere beni che si basano sull’immaginario tanto quanto sulla qualità. Il valore del “Made in Usa” non è mai stato puramente industriale. Nel secondo dopoguerra rappresentava apertura, ottimismo, fiducia nel futuro. Oggi, in un clima di protezionismo e conflitto commerciale, quel significato si sta indebolendo. Ed è qui che emerge il paradosso: si invoca il ritorno della manifattura senza accettare i costi reali di una produzione di qualità e senza costruire le condizioni culturali ed economiche che la rendano possibile. Ricostruire un settore dell’abbigliamento negli Stati Uniti non significa inseguire il passato, ma investire nel futuro. Significa puntare su formazione professionale avanzata, filiere flessibili, accesso a materiali globali e politiche industriali che sostengano l’innovazione e l’artigianalità. Senza questa visione, il reshoring resta uno slogan elettorale e non una strategia credibile. L'articolo Trump presenta il ritorno della manifattura come questione identitaria. Ma la realtà smentisce la retorica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Usa
Abbigliamento
Economia Occulta
Globalizzazione
C’è alternativa alla lana animale. Ecco i filati vegetali che sostituiscono la maglia
di Sascha Camilli* Ora più che mai, la Terra ha bisogno che facciamo scelte migliori. Che si tratti di capi per stare al caldo nelle fredde giornate invernali, di abiti sofisticati per attrarre l’attenzione o di attrezzature tecniche per allenarsi, è tempo di rivedere la questione della lana animale. Numerose indagini sotto copertura hanno rivelato che gli abusi sulle pecore nell’industria della lana sono una pratica abituale e diffusa nel settore. Ma l’abuso degli animali non è l’unico problema legato alla lana di pecora. Nonostante gli sforzi pubblicitari dell’industria per promuovere la sua sostenibilità, le prove dimostrano che, come per tutti i prodotti di origine animale, essa ha un impatto ambientale allarmante. Per esempio, le pecore emettono grandi quantità di metano (un potente gas serra che riscalda l’atmosfera). Comunque, ci sono anche buone notizie. Oggi non è più necessario scegliere tra fibre animali e sintetiche derivate dal petrolio. Le lane ricavate dalle piante, e non dagli animali o dalla plastica, stanno guadagnando terreno nel mondo della moda. Ecco alcune delle migliori scelte per stare al caldo e fare acquisti ecologici e cruelty-free. Cotone biologico Il cotone biologico è spesso coltivato con acqua piovana, quindi non richiede un uso intensivo di acqua. Inoltre, viene coltivato senza pesticidi o fertilizzanti chimici. Una ricerca del Center for Biological Diversity e Collective Fashion Justice ha dimostrato che per coltivare il cotone è necessaria una superficie 367 volte inferiore rispetto a quella necessaria per la produzione di lana di pecora. Il cotone spesso e confortevole può essere perfetto per riscaldarsi in inverno, utilizzato in maglioni, berretti, guanti e cappotti. Canapa La canapa cresce senza bisogno di fertilizzanti chimici o pesticidi e ha un consumo di acqua significativamente inferiori rispetto alla lana. Inoltre, immagazzina più CO2 di quanta ne emetta. La Commissione Europea indica che un ettaro di canapa può assorbire fino a 15 tonnellate di CO2, paragonabile a quella immagazzinata da una foresta giovane. Nota per la sua versatilità, la canapa può essere utilizzata in una vasta gamma di prodotti, dagli abiti alla maglieria [in foto]. Tencel Lyocell Questo materiale deriva dalla cellulosa della polpa di eucalipto. Viene prodotto con un processo a ciclo chiuso, il che significa che l’acqua e le sostanze chimiche utilizzate nel processo vengono riutilizzate per ridurre al minimo gli sprechi. Marchi di tutto il mondo scelgono il Tencel Lyocell per una vasta gamma di prodotti. Fibra di banana L’azienda innovativa Bananatex ha vinto un premio PETA Fashion Award per il suo lavoro con le piante di banana Abacá, che non richiedono acqua o sostanze chimiche aggiuntive e contribuiscono ai progetti di riforestazione nelle Filippine. Il resistente tessuto di Bananatex è stato utilizzato per borse e scarpe, ma anche giacche e altri capi di abbigliamento vegano. Birra Tandem Repeat, azienda vincitore di un premio PETA Fashion Award quest’anno, ha creato un morbido filato ricavato dagli scarti dei birrifici. Questo materiale è biodegradabile, non lascia tracce nell’ambiente e utilizza molta meno energia e acqua rispetto alla lana e ai sintetici, senza alcuna forma di crudeltà verso gli animali. Cashmere di soia Il cashmere ricavato dalle capre è uno dei tessuti più dannosi per l’ambiente: le capre al pascolo mangiano l’intera pianta con la radice, lasciando aree prive di vegetazione in parti del mondo già in gran parte desertificate, come la Mongolia. Un’alternativa è il cashmere ricavato dalla soia, un tessuto morbido e biodegradabile, oltre ad essere ipoallergenico e traspirante. Ortica Risorsa vegetale di uso comune fino al secondo dopoguerra, quando è stata soppiantata dal cotone, il tessuto di ortica unisce la sensazione lussuosa della seta alla morbidezza del cashmere. È anche biodegradabile, offrendo un vantaggio ambientale rispetto sia alla lana che ai sintetici. Alghe marine Per creare la fibra, le alghe marine vengono raccolte delicatamente ogni quattro anni, lasciando intatta la parte inferiore della pianta per consentirne la rigenerazione. Le alghe marine vengono poi combinate con cellule vegetali all’interno di un sistema organico a ciclo chiuso che impedisce il rilascio di solventi nell’ambiente. Bambù Questa fibra erbacea a crescita rapida è rigenerativa, rinnovabile e richiede un uso minimo di pesticidi e fertilizzanti. Le foreste di bambù gestite in modo sostenibile aiutano a filtrare l’anidride carbonica e a reimmettere ossigeno nell’atmosfera. Il bambù proveniente da foreste non soggette a deforestazione è prominente nell’abbigliamento sportivo e sta comparendo sempre più spesso nella maglieria etica. Kapok La lana di kapok proviene dall’albero di kapok o ceiba, il quale cresce nel sud-est asiatico. La fibra di kapok offre una sensazione morbida e setosa unita a una consistenza soffice. Un chilo di kapok genera 5,51 chilogrammi di CO2, rispetto agli 89,1 chilogrammi di CO2 equivalente per ogni chilogrammo di lana di pecora. Asclepiade L’asclepiade, o Calotropis, è originaria del Nord America e dell’India. Le sue fibre di semi piumate possono essere utilizzate per creare lana vegetale sostenibile. Mentre le pecore richiedono grandi quantità d’acqua, diverse specie di asclepiade prosperano nelle regioni aride e non richiedono irrigazione. Alcune lane vegetali sono antiche quanto il tempo, mentre altre rimangono un concetto nuovo nel settore della moda, ma con la crisi climatica che richiede un’azione urgente, è essenziale che tutti noi utilizziamo il nostro potere di consumatori per incoraggiare un numero maggiore di marchi a passare a queste fibre vegetali ecologiche e prodotte in modo consapevole. Dai maglioni di cotone ai vestiti in Tencel Lyocell fino agli abiti in canapa, le lane vegetali stanno guadagnando terreno e con ogni ragione, gettando le basi per un futuro della moda più gentile e più verde. *Sascha Camilli è responsabile dei progetti di pubbliche relazioni presso People for the Ethical Treatment of Animals (PETA). È anche autrice di Vegan Style: Your Plant-Based Guide to Fashion, Beauty, Home and Travel. L'articolo C’è alternativa alla lana animale. Ecco i filati vegetali che sostituiscono la maglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Moda e Stile
Sostenibilità
Abbigliamento
Rifiuti tessili: a Milano un progetto pilota contro le infiltrazioni mafiose
Una filiera certificata, tracciata, trasparente, monitorata, in linea con la futura normativa di derivazione europea, sulla responsabilità estesa del produttore (EPR). Questo è quello che si deve richiedere a chi gestisce la raccolta, il riciclo, il riuso e lo smaltimento degli abiti a fine vita. Spesso una filiera nell’occhio del ciclone, che trascina nel baratro anche chi non controlla. Degli interessi criminali mafiosi per questo settore economico, se ne è parlato giornalisticamente diverse volte. Ad ottobre 2023 con un inchiesta di Milano Today. Precedentemente con due servizi de Le Iene nell’ottobre 2019 e nell’ottobre 2021. Nel 2022 viene pubblicata la Relazione al Parlamento della Commissione antimafia. Ora Report con un servizio andato in onda il 9 novembre scorso. Lucina Paternesi, grazie al localizzatore GPS, ha scoperto che dei 26 indumenti prescelti, solo 2 hanno trovato collocazione in una filiera del riuso. Gli altri sono finiti in Sudafrica, nel Mali, in India e in Tunisia. Molti transitano per la Campania almeno 10, tra Napoli e Caserta per essere trasferiti nella Nuova Terra dei Fuochi: Tunisi. Là, una tonnellata di rifiuto tessile costa 130 euro. Mentre da Torino dicono che sotto i 30 centesimi al chilo si va in perdita. E i prezzi ad oggi sono calati: 20 e 30 centesimi al chilo, 200 o trecento a tonnellata. Ora, a Milano, sta decollando un accordo per un progetto pilota di raccolta e riciclo dei rifiuti tessili urbani a Milano, coordinato da Comune, AMSA (la partecipata che raccoglie la spazzatura) e Retex.green (consorzio costituito dall’associazione confindustriale Sistema Moda Italia e dalla Fondazione del Tessile Italiano. L’accordo anticipa il futuro decreto EPR per la filiera tessile, norma che si colloca nel quadro degli obiettivi europei che mirano, entro il 2025, a ottenere che almeno il 55% dei rifiuti urbani sia avviato a riutilizzo o riciclaggio. Il Comitato antimafia del Comune di Milano ha fatto alcune proposte concrete da inserire nell’accordo per garantire il più possibile che l’intero ciclo economico sia meno permeabile agli interessi criminali e mafiosi. L’accordo, per esempio, deve prevedere l’iscrizione alla White List di tutte le aziende appartenenti alla filiera e operanti nella categoria dedicata alle società di servizi ambientali per la raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti, e certificate dalle prefetture libere da tentativi di infiltrazione mafiosa. E, considerate le difficoltà di certificare prontamente chi fa richiesta, abbiamo previsto che le aziende scelte debbano essere già state accettate nella White List almeno da un anno, eliminando tutte quelle create ad hoc e in attesa di prima certificazione. Dovranno essere impiegati esclusivamente gli impianti dichiarati in fase di offerta comunicando alla stazione appaltante l’eventuale scadenza, sospensione o revoca delle autorizzazioni. Bisognerà prevedere nel contratto, l’impegno dell’appaltatore all’adozione di strumenti concreti ed efficaci di certificazione della filiera (ISO 14001, Regolamento CE 1221/2009 EMAS o equivalenti, autorizzazione alla cessazione della qualifica di rifiuto “End of Waste”). E, soprattutto, prevedere l’introduzione di tecnologie di tracciamento all’avanguardia per verificare la destinazione effettiva dei rifiuti. Bimestralmente verrà presentato un report sullo stato di avanzamento delle attività, indicando i quantitativi di rifiuti raccolti e avviati al recupero. Annualmente il Consorzio fornirà un report più approfondito che consoliderà i dati bimestrali, indicando il valore economico dell’intera catena di gestione e le percentuali delle diverse destinazioni, specificando per ciascuna destinazione se l’attività di recupero e trattamento è avvenuta in Italia o all’estero. Buone prassi stringenti che tutelano le aziende sane e i cittadini la cui applicazione ed efficacia verificheremo. L'articolo Rifiuti tessili: a Milano un progetto pilota contro le infiltrazioni mafiose proviene da Il Fatto Quotidiano.
Blog
Milano
Mafie
Abbigliamento