In Germania ci sono troppe patate tanto che gestirle è diventato un serio
problema. L’anno scorso i produttori tedeschi hanno raccolto circa 13,4 milioni
di tonnellate di patate, un dato pari a circa il 17 per cento in più rispetto
alla media degli anni precedenti. Il risultato è stato un surplus difficile da
vendere e costoso da conservare: una situazione che ha portate molte aziende a
distruggere una parte consistente del raccolto per evitare una svalutazione del
tubero e un calo dei prezzi sul mercato.
Da quest’anomalia è nato il progetto 4.000 Tonnen, letteralmente “4.000
tonnellate”, per regalare patate a Berlino e dintorni. L’iniziativa, secondo
quanto spiegato dal sito ufficiale, è promossa dal quotidiano Berliner
Morgenpost e sostenuta dal motore di ricerca ecologico Ecosia, che finanzia il
trasporto delle patate prodotte dall’azienda agricola Osterland Agrar GmbH
vicino Lipsia. Le patate vengono caricate, spostate, consegnate in città e poi
distribuite gratuitamente attraverso una rete di 174 punti di ritiro a cui
possono rivolgersi in particolare organizzazioni, enti e scuole ma anche singoli
cittadini. Le prime spedizioni sono state di 22 tonnellate e successivamente di
oltre 130, programmate nei giorni successivi per gestire meglio la catena.
Così il gesto del dono collettivo è diventato una risposta pratica allo spreco
alimentare. Tuttavia, gli organizzatori hanno dichiarato che probabilmente il
progetto non sarà in grado di coprire la distribuzione di tutta la partita per
ragioni di costo. Un’operazione che però è stata osteggiata dalle associazioni
di categoria perché, a loro avviso, minerebbe alla stabilità del settore.
In fondo al sito del progetto, vengono ribaditi i valori dell’iniziativa: “4.000
tonnellate di patate hanno lo stesso valore nutrizionale di 1.800 tonnellate di
pollo“, un tipo di allevamento che pesa sull’ambiente per l’alimentazione a base
di soia: “In Brasile – concludono – verrebbero disboscati 350 ettari di foresta
pluviale in meno” se non mangiassimo più pollo.
L'articolo Troppe le patate raccolte quest’anno in Germania: così 4mila
tonnellate verranno regalate (invece di essere distrutte) proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Sostenibilità
Il cambiamento climatico è “la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, gli
investimenti Esg (cioè basati su criteri ambientali, sociali e di governance)
“un modo per attaccare le imprese americane”. Sono parole del presidente degli
Stati Uniti Donald Trump. Parole che inevitabilmente hanno conseguenze
pesantissime, non solo entro i confini statunitensi: per fare un solo esempio,
il ritiro di Washington da 66 organizzazioni internazionali (di cui 31 collegate
all’Onu) è un duro colpo sferzato all’intero sistema del multilateralismo.
Sul nostro versante dell’oceano i toni restano ben più moderati e istituzionali,
ma non si può negare che le elezioni europee del 2024 abbiano spostato
l’orientamento delle istituzioni. Così, dopo un quinquennio trascorso a
edificare un piano ambizioso come il Green Deal europeo, nell’ultimo anno tutti
gli sforzi sono stati focalizzati sull’esigenza di snellire le normative per
tutelare la competitività delle imprese. Dei vari pacchetti Omnibus presentati
dalla Commissione e discussi da Consiglio e Parlamento, quello che ha fatto più
rumore è il primo, che ha drasticamente ridimensionato la due diligence (cioè la
vigilanza che i grandi gruppi saranno tenuti a esercitare sul rispetto dei
diritti umani e dell’ambiente nella propria filiera) e la rendicontazione di
sostenibilità. Per entrambe le direttive, si restringe (e di molto) il perimetro
delle imprese coinvolte e si alleggeriscono gli obblighi e le informazioni
richieste.
Tutto ciò significa che la sostenibilità è un trend e, come tutti i trend, è
rimasto in vigore per qualche anno e ora vive una discesa? È un dubbio lecito a
cui più volte mi sono trovata a rispondere, dialogando con imprenditori e
associazioni di categoria. Ma la risposta non è semplice come può sembrare.
Perché fare sostenibilità in un’impresa non significa lanciare un singolo
prodotto in materiale riciclato e pubblicizzarlo con uno spot che mostra foreste
a perdita d’occhio. È qualcosa di molto più profondo, perché impone di usare in
modo più efficiente le risorse naturali, conoscere a fondo i propri partner,
fare tutto il possibile per garantire il rispetto dei diritti umani, prendersi
la responsabilità di raccontare queste e altre priorità in modo trasparente.
Sto volutamente semplificando, ma il punto è questo: la sostenibilità non è un
tema politico, è un tema industriale. Nel settore della moda, che è quello di
cui mi occupo personalmente, lo hanno capito i grandi brand e le migliaia di
imprese italiane della filiera che, anche in questa fase estremamente complicata
in termini di mercato, stanno investendo in questa direzione. E lo fanno perché
ne va della loro stessa tenuta.
Mi spiego meglio con qualche esempio. Installare un impianto fotovoltaico sul
tetto di uno stabilimento per autoprodurre energia pulita significa abbattere i
costi e mettersi al riparo dalle oscillazioni dei prezzi. Tracciare la propria
filiera, andando oltre i fornitori diretti (il cosiddetto Tier 1), permette di
intercettare in anticipo potenziali colli di bottiglia o problemi di conformità,
evitando di dover intervenire in emergenza quando il danno è già fatto. Vendere
capi d’abbigliamento di qualità e cercare di allungarne la vita, attraverso
servizi come la riparazione, aiuta a ridurre il rischio di fabbricarne troppi e
ritrovarsi con stock invenduti. Imporre un codice di condotta ai fornitori, e
verificare che sia rispettato, significa disporre già di tutta la documentazione
che un domani la procura potrebbe richiedere nel corso di un’indagine.
L’Unione europea potrà imporre una rendicontazione più o meno severa, i sondaggi
potranno far emergere un’attenzione più o meno marcata ai temi ambientali, ma
ciò non toglie che tutti i fattori che ho appena menzionato portino vantaggi
concreti in termini di business. Torno alla mia domanda iniziale: la
sostenibilità è un trend passeggero? Magari sì, se la intendiamo come buzzword
che porta consensi. Ma non è e non sarà mai un trend passeggero se la
consideriamo per ciò che è davvero, cioè un tema strategico e industriale. Ed è
su questo che dobbiamo lavorare.
Anzi, questo clima politico così diverso potrebbe addirittura rivelarsi
positivo, se spinge le aziende a focalizzarsi non sul marketing ma sulla
sostanza e l’innovazione. In questa chiave, non sorprende che oggi in Italia i
progetti più diffusi riguardino l’innovazione dei processi industriali a minore
impatto, i sistemi di valutazione dei rischi, la tracciabilità di prodotto e il
passaporto digitale di prodotto (DPP) come infrastruttura tecnologica.
Interventi che rispondono anche all’esigenza, emersa con forza negli ultimi
anni, di rafforzare il monitoraggio delle filiere, a partire dal primo anello.
Molte imprese della produzione di materiali – tessuti, filati, accessori –
investono da tempo in percorsi di eccellenza nella sostenibilità industriale.
Percorsi che sono stati penalizzati dal rumore mediatico e normativo ma che nel
2026 potrebbero trovare una fase di consolidamento, riportando il termine
“sostenibilità” a un significato più corretto e concreto. Nelle prossime uscite
di questa rubrica parlerò anche di queste storie di interpretazione industriale
della sostenibilità.
L'articolo La sostenibilità non è un trend passeggero ma un tema strategico:
così porta vantaggi concreti nel business proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 27 gennaio Shein dovrà comparire davanti al Parlamento Europeo. Per la prima
volta dopo mesi di sollecitazioni, il colosso cinese dell’e-commerce parteciperà
a un dibattito ufficiale davanti alla Commissione per il Mercato Interno e la
Protezione dei Consumatori (IMCO) del Parlamento europeo, dedicato alla lotta
contro la diffusione di prodotti illegali e non sicuri venduti online.
L’audizione, confermata dall’Eurocamera in una nota ufficiale, vedrà la
partecipazione anche di rappresentanti della Commissione europea e rientra in
una serie di confronti avviati negli ultimi mesi sulla conformità delle grandi
piattaforme di e-commerce alle norme europee in materia di sicurezza dei
prodotti e tutela dei consumatori.
È la terza volta che Shein viene invitata dalla Commissione IMCO, perché finora
l’azienda aveva sempre evitato il confronto diretto. A sottolinearlo è la
presidente della commissione, l’eurodeputata tedesca Anna Cavazzini, che
commenta senza mezzi termini la conferma della presenza del gruppo: “Shein ha
finalmente risposto ai legislatori dell’UE e comparirà davanti alla commissione
IMCO dopo diversi scambi di email. Rispettare il diritto dell’Ue non è
facoltativo se si desidera fare affari nel mercato unico”. Cavazzini aggiunge
che il confronto servirà a verificare sia “gli sforzi della Commissione per far
rispettare la normativa” sia “il comportamento dei principali marketplace
online”, alla luce dei “recenti scandali che hanno coinvolto Shein”. Secondo la
presidente IMCO, il modello di business di alcune piattaforme “inonda il mercato
unico di prodotti pericolosi e illegali, violando sistematicamente il diritto
dell’UE”.
Il dibattito arriva a pochi mesi dall’adozione, il 26 novembre 2025, di una
risoluzione del Parlamento europeo che affronta in modo esplicito il problema
dei prodotti illegali e non sicuri venduti ai consumatori dell’Unione tramite
piattaforme di commercio elettronico, in particolare marketplace extra-UE come
Shein, Temu, AliExpress e Wish. La risoluzione è stata approvata in seguito allo
scandalo scoppiato in Francia per la vendita online di bambole sessuali e armi
con sembianze infantili, un caso che ha evidenziato – secondo il Parlamento –
“carenze sistemiche nella supervisione delle piattaforme” e l’insufficienza
degli attuali meccanismi di prevenzione e controllo.
Il Parlamento europeo non ha poteri sanzionatori diretti nei confronti delle
aziende, ma punta a esercitare una pressione politica e istituzionale per
rafforzare l’applicazione delle regole comuni. L’obiettivo dichiarato è fare in
modo che chi opera nel mercato unico europeo rispetti le stesse norme,
indipendentemente dal Paese di origine. Negli ultimi mesi, intanto, Shein è già
finita nel mirino delle autorità nazionali. In Italia e in Francia le rispettive
autorità garanti della concorrenza hanno inflitto sanzioni alla piattaforma,
contestando pratiche commerciali scorrette e accuse di greenwashing legate alla
comunicazione ambientale dei prodotti.
L'articolo “Ci inonda di di prodotti pericolosi e illegali, rispettare le leggi
dell’Ue non è facoltativo se vuole fare affari qui”: Shein chiamata a comparire
davanti al Parlamento Europeo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pochi giorni fa è uscito un sondaggio di Alessandra Ghisleri su La Stampa a
proposito delle cose più temute dagli italiani. Non era difficilissimo prevedere
le risposte. In cima alla lista delle cose più temute c’è l’inflazione (38,9%).
Tremenda, durissima, ormai a due cifre qualcosa che ai tempi della scala mobile
avrebbe fatto tremare i polsi a imprenditori e politici e di cui invece oggi
nessuno più si cura. Il cibo costa un quarto in più? Peggio per voi, mangiate
meno. Seconda preoccupazione, anche questa facile da intuire, sono le liste
d’attesa per esami sanitari (37,7%). C’è sempre maggiore consapevolezza dei
problemi della sanità, e del fatto che quei problemi si traducano in un
peggioramento del nostro stato di salute, con conseguente malattia o morte.
Qualcosa contro cui gli italiani cominciano, seppur flebilmente a far sentire la
propria voce.
A seguire poi ci sono le tasse troppo alte, il lavoro, la sicurezza,
l’immigrazione, la guerra, la mancanza di futuro.
E il cambiamento climatico? Le alluvioni devastanti, la siccità, le estati
torride? La preoccupazione nel corso di quest’anno è addirittura scesa, dal
18,8% di gennaio al 14,4% a dicembre. Nell’articolo che riportava il sondaggio,
Ghisleri sostiene che il motivo sia dovuto alla percezione del fallimento delle
politiche europee sul green, dall’auto elettrica alle caldaie, con conseguenti
costi sul portafoglio delle famiglie. Ma la motivazione, a mio avviso, non è
questa. Anche se gli italiani non hanno ancora capito i benefici economici del
contrasto alla crisi climatica e delle politiche verdi, sono disinteressati al
cambiamento climatico non perché i giornali di destra gridano ai costi del
green, costi che gli italiani non vedono né riescono a quantificare (per forza,
non ci sono!). Il motivo è più semplice: vivono in una emergenza e in una
continua corsa della sopravvivenza che fa scivolare la sostenibilità agli ultimi
posti.
Il punto è questo: se una famiglia fa fatica ad arrivare a mezzo mese, altro che
fine, se dopo venti giorni ha già speso mille euro di spesa alimentare per dar
da mangiare a chi la compone, e dopo avrà ancora da pagare mille altre cose, tra
cui le bollette del gas ancora elevatissime grazie al peso delle lobby e delle
tasse, ebbene, questa famiglia non avrà tempo di preoccuparsi del cambiamento
climatico e delle estati torride.
Quindi, semplicemente, più peggiorano le condizioni degli italiani – e tra micro
stipendi, pensioni ridicole, inflazione fuori controllo e tagli al welfare a
causa del debito e del nuovo indebitamento per armi, le condizioni vanno
peggiorando sempre di più – meno gli italiani penseranno al clima. Non se lo
possono permettere. Come sempre meno possono permettersi di comprare biologico e
prodotti sostenibili, che rimangono appannaggio di una cerchia ristretta (il
settore cresce grazie ai più ricchi, le famiglie del ceto medio basso invece
hanno smesso di comprare l’olio d’oliva).
Questo vuol dire che il green è cosa per ricchi? Forse possiamo metterla così,
ma da questo non bisognerebbe dedurre che allora le politiche verdi non vanno
fatte, al contrario bisognerebbe che gli interventi fossero massicci in modo da
rendere possibili per tutti acquisti e stili di vita sostenibili (vedi le auto
elettriche di piccolo taglio e molto economiche, che le nostre case
automobilistiche hanno scelto ciecamente di non fare, per poi lamentarsi
dell’invasione cinese).
E la famiglia nel bosco che viveva con cento euro a settimana? Questo è
possibile solo uscendo radicalmente dal sistema. Ma purtroppo, se nel sistema ci
sei dentro, se abiti in un appartamento in città, devi lavorare e i tuoi figli
vanno a scuola, automaticamente finisci in un modello di vita che ti impone il
consumo e richiede moltissimi soldi per andare avanti (affitto, macchina, etc).
E poi c’è un secondo aspetto. Gli italiani hanno capito che l’unica strada per
difendersi dagli effetti del cambiamento climatico sono… sempre i soldi. Lo
Stato non ti difende, come è evidente di fronte a persone che per gli alluvioni
perdono tutto e nessuno li aiuta, mentre se hai risorse economiche puoi non solo
assicurarti casa, ma anche mettere in atto tutta una serie di pratiche che ti
proteggano dagli effetti della crisi climatica. Comprare condizionatori e
pagarne le bollette, andare in piscina, fare vacanze e via dicendo (è la
cosiddetta “crescita difensiva”, come ha spiegato bene Stefano Bartolini nel
libro Ecologia della felicità).
Quindi, di nuovo, si torna alla questione economica. Si potrebbe dire che è
molto triste che tutto dipenda dai soldi. Ma d’altronde per volare “alto”, in
tutti sensi, bisogna avere prima la pancia piena, la casa riscaldata, e molte
altre cose senza le quali la vita non è vita, ma un incubo fatto di continuo
inseguimento della sopravvivenza. E anche se è vero che i soldi non danno la
felicità – perché la felicità la danno le amicizie, la condivisione e il non
essere soli – è difficile godersi la gioia della condivisione se prima non sei
tranquillo sul fatto che i tuoi figli abbiano i vestiti, le scarpe, il cibo
giusto e anche di più, come lo sport e un po’ di vacanze.
Ma allora cosa fare per far tornare la sostenibilità e le politiche verdi al
centro degli interessi degli italiani? Semplice. Alzare la loro qualità di vita.
Renderli meno poveri. Dargli più libertà e meno lavoro sottopagato. Pensioni
degne. Una sanità accessibile e che curi senza dover mettere mano al
portafoglio. In altre parole, beni comuni e welfare. Allora avranno il tempo, le
forze e il desiderio di occuparsi di altro, di diritti, di verde, di clima. E
magari anche a sperare un po’ di più nel futuro.
L'articolo Più si è poveri e meno fa paura il clima che cambia: una cosa molto
triste proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Sascha Camilli*
Ora più che mai, la Terra ha bisogno che facciamo scelte migliori. Che si tratti
di capi per stare al caldo nelle fredde giornate invernali, di abiti sofisticati
per attrarre l’attenzione o di attrezzature tecniche per allenarsi, è tempo di
rivedere la questione della lana animale.
Numerose indagini sotto copertura hanno rivelato che gli abusi sulle pecore
nell’industria della lana sono una pratica abituale e diffusa nel settore. Ma
l’abuso degli animali non è l’unico problema legato alla lana di pecora.
Nonostante gli sforzi pubblicitari dell’industria per promuovere la sua
sostenibilità, le prove dimostrano che, come per tutti i prodotti di origine
animale, essa ha un impatto ambientale allarmante. Per esempio, le pecore
emettono grandi quantità di metano (un potente gas serra che riscalda
l’atmosfera).
Comunque, ci sono anche buone notizie. Oggi non è più necessario scegliere tra
fibre animali e sintetiche derivate dal petrolio. Le lane ricavate dalle piante,
e non dagli animali o dalla plastica, stanno guadagnando terreno nel mondo della
moda. Ecco alcune delle migliori scelte per stare al caldo e fare acquisti
ecologici e cruelty-free.
Cotone biologico
Il cotone biologico è spesso coltivato con acqua piovana, quindi non richiede un
uso intensivo di acqua. Inoltre, viene coltivato senza pesticidi o fertilizzanti
chimici. Una ricerca del Center for Biological Diversity e Collective Fashion
Justice ha dimostrato che per coltivare il cotone è necessaria una superficie
367 volte inferiore rispetto a quella necessaria per la produzione di lana di
pecora. Il cotone spesso e confortevole può essere perfetto per riscaldarsi in
inverno, utilizzato in maglioni, berretti, guanti e cappotti.
Canapa
La canapa cresce senza bisogno di fertilizzanti chimici o pesticidi e ha un
consumo di acqua significativamente inferiori rispetto alla lana. Inoltre,
immagazzina più CO2 di quanta ne emetta. La Commissione Europea indica che un
ettaro di canapa può assorbire fino a 15 tonnellate di CO2, paragonabile a
quella immagazzinata da una foresta giovane.
Nota per la sua versatilità, la canapa può essere utilizzata in una vasta gamma
di prodotti, dagli abiti alla maglieria [in foto].
Tencel Lyocell
Questo materiale deriva dalla cellulosa della polpa di eucalipto. Viene prodotto
con un processo a ciclo chiuso, il che significa che l’acqua e le sostanze
chimiche utilizzate nel processo vengono riutilizzate per ridurre al minimo gli
sprechi. Marchi di tutto il mondo scelgono il Tencel Lyocell per una vasta gamma
di prodotti.
Fibra di banana
L’azienda innovativa Bananatex ha vinto un premio PETA Fashion Award per il suo
lavoro con le piante di banana Abacá, che non richiedono acqua o sostanze
chimiche aggiuntive e contribuiscono ai progetti di riforestazione nelle
Filippine. Il resistente tessuto di Bananatex è stato utilizzato per borse e
scarpe, ma anche giacche e altri capi di abbigliamento vegano.
Birra
Tandem Repeat, azienda vincitore di un premio PETA Fashion Award quest’anno, ha
creato un morbido filato ricavato dagli scarti dei birrifici. Questo materiale è
biodegradabile, non lascia tracce nell’ambiente e utilizza molta meno energia e
acqua rispetto alla lana e ai sintetici, senza alcuna forma di crudeltà verso
gli animali.
Cashmere di soia
Il cashmere ricavato dalle capre è uno dei tessuti più dannosi per l’ambiente:
le capre al pascolo mangiano l’intera pianta con la radice, lasciando aree prive
di vegetazione in parti del mondo già in gran parte desertificate, come la
Mongolia. Un’alternativa è il cashmere ricavato dalla soia, un tessuto morbido e
biodegradabile, oltre ad essere ipoallergenico e traspirante.
Ortica
Risorsa vegetale di uso comune fino al secondo dopoguerra, quando è stata
soppiantata dal cotone, il tessuto di ortica unisce la sensazione lussuosa della
seta alla morbidezza del cashmere. È anche biodegradabile, offrendo un vantaggio
ambientale rispetto sia alla lana che ai sintetici.
Alghe marine
Per creare la fibra, le alghe marine vengono raccolte delicatamente ogni quattro
anni, lasciando intatta la parte inferiore della pianta per consentirne la
rigenerazione. Le alghe marine vengono poi combinate con cellule vegetali
all’interno di un sistema organico a ciclo chiuso che impedisce il rilascio di
solventi nell’ambiente.
Bambù
Questa fibra erbacea a crescita rapida è rigenerativa, rinnovabile e richiede un
uso minimo di pesticidi e fertilizzanti. Le foreste di bambù gestite in modo
sostenibile aiutano a filtrare l’anidride carbonica e a reimmettere ossigeno
nell’atmosfera. Il bambù proveniente da foreste non soggette a deforestazione è
prominente nell’abbigliamento sportivo e sta comparendo sempre più spesso nella
maglieria etica.
Kapok
La lana di kapok proviene dall’albero di kapok o ceiba, il quale cresce nel
sud-est asiatico. La fibra di kapok offre una sensazione morbida e setosa unita
a una consistenza soffice. Un chilo di kapok genera 5,51 chilogrammi di CO2,
rispetto agli 89,1 chilogrammi di CO2 equivalente per ogni chilogrammo di lana
di pecora.
Asclepiade
L’asclepiade, o Calotropis, è originaria del Nord America e dell’India. Le sue
fibre di semi piumate possono essere utilizzate per creare lana vegetale
sostenibile. Mentre le pecore richiedono grandi quantità d’acqua, diverse specie
di asclepiade prosperano nelle regioni aride e non richiedono irrigazione.
Alcune lane vegetali sono antiche quanto il tempo, mentre altre rimangono un
concetto nuovo nel settore della moda, ma con la crisi climatica che richiede
un’azione urgente, è essenziale che tutti noi utilizziamo il nostro potere di
consumatori per incoraggiare un numero maggiore di marchi a passare a queste
fibre vegetali ecologiche e prodotte in modo consapevole. Dai maglioni di cotone
ai vestiti in Tencel Lyocell fino agli abiti in canapa, le lane vegetali stanno
guadagnando terreno e con ogni ragione, gettando le basi per un futuro della
moda più gentile e più verde.
*Sascha Camilli è responsabile dei progetti di pubbliche relazioni presso People
for the Ethical Treatment of Animals (PETA). È anche autrice di Vegan Style:
Your Plant-Based Guide to Fashion, Beauty, Home and Travel.
L'articolo C’è alternativa alla lana animale. Ecco i filati vegetali che
sostituiscono la maglia proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Giorgia Ceccarelli, Business and Human Rights Policy Advisor di Oxfam Italia
Non sono passati nemmeno due anni da quando la direttiva europea sulla due
diligence per la sostenibilità delle imprese (Corporate Sustainability Due
Diligence Directive – CSDDD) veniva celebrata come una delle conquiste politiche
più significative a livello comunitario della storia recente. Oggi però c’è ben
poco da festeggiare, dato l’enorme passo indietro con il voto di giovedì del
Parlamento europeo, che ha approvato una proposta di deregolamentazione –
contenuta nel pacchetto di semplificazione legislativa sulla finanza sostenibile
(il cosiddetto Omnibus I) – che modifica e indebolisce i principali pilastri
dell’impianto normativo europeo sulla sostenibilità, inclusa appunto la CSDDD.
Una scelta che segna un preoccupante cambio di rotta politico e culturale, visto
che è stata di fatto smantellata l’unica norma capace, almeno sulla carta, di
imporre finalmente alle grandi imprese il rispetto dei diritti umani e degli
standard ambientali lungo l’intera filiera che porta i prodotti fino a noi. Una
regolamentazione che rappresentava una conquista storica, frutto di anni di
pressioni da parte della società civile e dei lavoratori, che avrebbe finalmente
ridotto le zone grigie su cui prosperano sfruttamento, devastazione ambientale e
impunità.
L’alleanza senza precedenti tra estrema destra e Ppe
Il voto del Parlamento è avvenuto in un clima avvelenato da mesi di pressioni,
tattiche di ostruzionismo e narrazioni tossiche sulla “competitività” da
tutelare a tutti i costi. Il risultato? Per la prima volta, la norma è passata
grazie a un’inedita alleanza tra il Partito Popolare Europeo (Ppe) e i gruppi di
estrema destra euroscettici. Un drammatico precedente per una forza politica che
si definisce “pro-europea”, come il Ppe, che ora sceglie di mettere a rischio i
capisaldi che hanno reso l’Ue più di un semplice mercato: la tutela delle
persone, dei lavoratori, dell’ambiente.
Il messaggio politico è chiaro: la difesa dei diritti umani è tornata ad essere
negoziabile. Le lobby delle grandi imprese possono festeggiare: hanno ottenuto
l’impossibile. E lo hanno ottenuto proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe
dovuto fare l’esatto contrario.
Che cosa contiene l’Omnibus I: i tre colpi al cuore della direttiva sulla
sostenibilità d’impresa
Le modifiche introdotte stravolgono l’impianto originario della direttiva. I
punti più critici sono tre.
1. L’eliminazione dei piani di transizione climatica. L’Omnibus I cancella
infatti ogni obbligo per le imprese di dotarsi di un piano di riduzione delle
emissioni. Può sembrare un dettaglio tecnico; non lo è. È il segnale, pessimo e
pericoloso, che l’Europa non intende più chiedere al proprio tessuto produttivo
di contribuire realmente alla lotta climatica, proprio mentre il continente
registra temperature che sfondano stabilmente il limite di +1,5°C, rispetto
all’era pre-industriale.
2. L’abolizione della responsabilità civile armonizzata in Europa. Senza un
regime comune di responsabilità civile per i danni causati dalle aziende, in
molti Paesi europei, compreso il nostro, le migliaia di vittime di violazioni
lungo le filiere — braccianti sfruttati, comunità inquinate, lavoratori
invisibili — continueranno ad avere tutele a macchia di leopardo, spesso
inesistenti. Un paradosso in un mercato unico che pretende uniformità per le
merci, ma non per i diritti.
3. La riduzione dell’ambito di applicazione della CSDDD. Il campo di
applicazione della direttiva, che già coinvolgeva appena lo 0,05% delle aziende
europee, viene ristretto ulteriormente, esentando la stragrande maggioranza
delle grandi imprese dagli obblighi di due diligence. Un regalo alle aziende che
operano nei settori a maggior impatto sociale e ambientale.
Un’Europa meno credibile
Quello votato dal Parlamento europeo non è stato quindi un semplice ritocco
tecnico a una direttiva scomoda. È stato un test di maturità politica e l’Unione
Europea, ancora una volta, ha scelto di non crescere. L’attacco ai meccanismi di
responsabilità delle imprese ha ignorato persino i ripetuti richiami provenienti
da istituzioni autorevoli come la Banca Centrale Europea e da oltre 30 ex leader
europei, che hanno messo in guardia contro una deregolamentazione pericolosa e
miope, come quella prevista dall’Omnibus I.
L’Europa, che ama definirsi leader globale nella lotta al cambiamento climatico
e nella tutela dei diritti umani, ha messo così in vendita i suoi stessi
principi. Nel momento in cui le evidenze scientifiche — come ricorda anche
l’ultimo rapporto di Oxfam sulle emissioni dei super-ricchi — mostrano che la
crisi climatica è trainata proprio dai finanziamenti alla industrie del carbone,
petrolio e gas, l’Europa non può permettersi di arretrare. Bruxelles, che in
questi giorni alla Cop30 in Brasile dovrebbe guidare la transizione climatica e
sociale, rischia di perdere così ogni credibilità.
La società civile come ultimo argine
Se questa direttiva avrà un futuro, non lo avrà certo grazie alle istituzioni,
ma nonostante le istituzioni. Oxfam insieme alle organizzazioni della Campagna
Impresa 2030 continueranno a chiedere ciò che qualsiasi democrazia sana
considererebbe il minimo sindacale:
– regole comuni che garantiscano l’accesso alla giustizia;
– piani climatici che non siano un atto volontaristico;
– un campo di applicazione che non lasci zone franche per lo sfruttamento.
In altre parole: dignità, giustizia e responsabilità. Parole semplici, che oggi
in Europa sembrano diventate rivoluzionarie.
Una direttiva da ricostruire prima che sia troppo tardi
Ogni legislazione racconta un’epoca. La prima versione della direttiva sulla due
diligence raccontava un’Europa che provava, con mille difetti, a restare
all’altezza dei propri valori. Il voto di giovedì racconta invece un continente
ripiegato, impaurito, disposto a sacrificare il futuro per compiacere il
presente.
Non è una pagina gloriosa. Ma è comunque una pagina che può ancora essere
riscritta. A condizione che non smettiamo di ricordare all’Europa ciò che sembra
aver dimenticato: i diritti umani non sono un ostacolo alla competitività, bensì
ciò che dà senso alla nostra idea di democrazia.
L'articolo Per l’Europa diritti umani e clima tornano negoziabili: un enorme
dietrofront proviene da Il Fatto Quotidiano.