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Dacia vince la Dakar davanti a Ford, Al-Attiyah guida il nuovo corso
Le storie della Dakar sono infinite. E anche quest’anno ci sono stati protagonisti che ne hanno scritte di nuove. A cominciare da Luciano Benavides, classe ’95, che dopo una serie di avvicendamenti in testa alla corsa, è riuscito a imporsi nella prova riservata alle moto con la Ktm per soli 2 secondi. Le statistiche dicono che non si è mai vinto il rally raid più duro al mondo, ospitato per la settimana in Arabia Saudita, con un distacco tanto esiguo. Lo statunitense Ricky Brabec (Honda) avrebbe fatto volentieri a meno di entrare in questo modo negli annali della competizione come il primo dei battuti. La famiglia Benavides diventa così ancor più rappresentata nell’albo d’oro, nel quale già figurava il più “anziano” (classe ’89) fratello Kevin vincitore nel 2021 con la Honda e nel 2023 con la Ktm. Per loro, la Dakar è una “questione di famiglia”, anche perché Kevin non ha mica chiuso con il rally raid: quest’anno ha preso parte alla prova a quattro ruote con un Taurus nella Challenger (ha vinto tre tappe, incluse le ultime due). Da segnalare il 21/o posto assoluto del primo degli italiani, Tommaso Montanari (Husqvarna), ma anche il risultato parziale più prestigioso, il nono posto di tappa di Palo Lucci (Honda). Un’altra storia è quella di un predestinato dal sangue blu, cioè Nasser Al-Attiyah, che ha vinto la propria sesta Dakar con le auto, la prima con la Dacia, che diventa così il quarto costruttore con il quale l’olimpionico di Londra (bronzo del tiro a volo) è riuscito a trionfare. In precedenza ci era riuscito con la Volkswagen, poi con la Mini e quindi con la Toyota. Al-Attiyah aveva salutato l’Arabia Saudita, il suo deserto e le sue dune (ma anche il suo fuso orario), come la miglior collocazione per il rally raid, che ancora una volta ha lasciato l’amaro in bocca al “cannibale” del rally, l’instancabile Sébastien Loeb, anch’egli al volante di un Dacia Sandrider. Il francese si è dovuto accontentare del quarto posto assoluto, preceduto da due piloti della Ford Racing, cioè Nani Roma, secondo a quasi 10 minuti, e Mattias Ekström, terzo a poco meno di un quarto d’ora, con i loro Raptor. Delusa la Toyota, che pure schierava, seppur con la Overdrive e non con la scuderia ufficiale Gazoo Racing, il vincitore della passata edizione, il saudita Yazeed Al-Rajhi costretto quest’anno ad un prematuro ritiro. Il primo della generale è stato l’australiano Toby Price, che ha guidato il suo Hilux in ottava posizione: il suo obiettivo, dopo aver già vinto nella prova a due ruote, è quello di spuntarla anche con un veicolo a quattro. L’Italia che è andata meglio (e anche la più numerosa) è stata impegnata nella Classic la declinazione riservata ai veicoli d’epoca e articolata su prove di regolarità e navigazione. Negli anni scorsi gli equipaggi Bedeschi/Bottallo e Traglio/Briani avevano portato il movimento nazionale sul podio, che è stato confermato anche nel 2026, ma dall’ex consigliere regionale altoatesino Josef Unterholzner e dal suo navigatore Franco Gaioni, terzi assoluti e secondi nella propria categoria (nella quale si erano imposti nel 2025, all’esordio) con un Mitsubishi Pajero dell’R Team. Nella Top 10 finale anche Marco Ernesto Leva e Alexia Giugni (R Team), quarti, e Francesco Pece e Simona Morosi (Tecnosport) ottavi. Nella tappa conclusiva c’è stata gloria per Filippo Colnaghi e per la telegiornalista Irene Saderini (che lo scorso anno aveva affrontato la Dakar con un camion), secondi ma con lo stesso punteggio dei primi. E poi c’è la storia della Lituania, dove si possono festeggiare addirittura tre affermazioni: quella di Karolys Raisys, che assieme al navigatore francese Chistophe Marques ha vinto la Classic, quella di Vaidotas Zala, che assieme a il portoghese Paulo Fiuza e all’olandese Max van Grol, ha trionfato nella gara riservata ai truck, e quella di Rokas Baciuska, “scortato”dallo spagnolo Oriol Vidal, che ha primeggiato nella sfida tra soli Defender, tenendosi comunque alle spalle “monsieur Dakar”, ossia Stephane Peterhansel, tra moto e auto già 14 volte sul gradino più alto della corsa. L'articolo Dacia vince la Dakar davanti a Ford, Al-Attiyah guida il nuovo corso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Tragedia sfiorata alla Dakar 2026, l’influencer vuole filmare da vicino l’auto: il pilota la evita per un soffio – Video
Durante la tappa in Arabia Saudita della Dakar è stata sfiorata una tragedia. Nella gara marathon, un’influencer ha rischiato di essere investita da una delle auto che partecipava alla competizione. Per filmare da vicino la macchina, la donna si è ritrovata sulla traiettoria della Ford Raptor T1+ di Romain Dumas, uno dei migliori piloti, arrivato alla sua nona partecipazione. L’uomo ha sventato l’incidente grazie a una incredibile prontezza di riflessi. Il pilota era a bordo dell’auto con il navigatore Alex Winocq quando la signora è spuntata a pochi metri da loro. Le immagini sono state diffuse sui social dall’account Instagram @puqingqiang L’episodio ha scatenato polemiche e indignazione sui social network. Secondo quanto emerso da fonti locali, la donna sarebbe stata invitata da un marchio di lusso nell’ambito del programma Dakar Experience. L’esperienza esclusiva permette ad alcuni ospiti selezionati – spesso influencer che pubblicizzano la competizione – di seguire da vicino la gara. I partecipanti sono accompagnati da team di sicurezza, che però non sempre riescono a impedire comportamenti rischiosi come quello della donna. L'articolo Tragedia sfiorata alla Dakar 2026, l’influencer vuole filmare da vicino l’auto: il pilota la evita per un soffio – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A 70 anni faccio la mia ultima Dakar. Dormo in tenda, senza assistenza: montiamo tutto da soli, lavoro vero”: l’annuncio di Fabrizia Pons
C’è un triplice motivo per dire basta. La stanchezza che deriva dall’età. Il richiamo dei nipoti. E poi la scelta del luogo, l’Arabia Saudita. Compiuti 70 anni, ora Fabrizia Pons, figura iconica del rally a livello italiano e globale, ha deciso che quella al via il prossimo 3 gennaio sarà la sua ultima Dakar: “Questa sarà l’ultima. Continuo solo perché corro con un pilota simpaticissimo, Luciano Carcheri. Insieme ci facciamo grandi risate e, alla fine, è questo che rende tutto bello”, racconta in un’intervista a La Stampa. Pons in realtà definisce la Dakar “non nelle sue corde”. L’ha corsa 5 volte in Africa, poi anche la versione in Medio Oriente: “Questa sarà l’ottava. Basta però, davvero“. Ma è stata soprattutto la prima donna a vincere il Rally di Sanremo nel 1981 insieme a Michéle Mouton e tre volte campionessa italiana femminile di rally internazionali. Ha disputato oltre 220 gare, 88 nel mondiale, cinque vinte. Al ruolo di pilota preferisce quello di navigatrice. Ed è pronta, anche alla sua età, ad affrontare la vera Dakar: “È stancante. Oggi tanti hanno motorhome e assistenze super organizzate. Noi no”, racconta riferendosi appunto a lei e Carcheri, che guiderà una vecchi Isuzu. “Siamo tra i pochissimi senza assistenza. Dormiamo in tenda, montiamo tutto da soli, prendiamo la sacca dal camion e cerchiamo un posto nel bivacco. Lavoro vero. E con un’auto vecchia il lavoro raddoppia”, sottolinea Pons. Sarà l’ultima volta: “Parto stanca, ho avuto una stagione intensissima, sono rientrata da poco dal mondiale e quando torno a casa ho due nipoti che vogliono la nonna. Però si parte”. Oltre al peso dell’età e all’amore per i piccoli nipoti, c’è però come detto anche un’altra motivazione che spinge Pons a dire basta con la Dakar: “Quest’anno per me tornare per la quarta volta in Arabia Saudita è stato troppo. Io sono una che, se sente di non essere voluta, non va. Le condizioni delle donne lì le conosciamo. Il mondo è grande, ci sono tanti paesi interessanti”. Anche se, riconosce dopo decenni di conquiste, oggi il mondo dei motori è meno maschile: “Ci sono equipaggi femminili, navigatrici, donne pilota”. Pons è tra coloro che hanno aperto la strada. L'articolo “A 70 anni faccio la mia ultima Dakar. Dormo in tenda, senza assistenza: montiamo tutto da soli, lavoro vero”: l’annuncio di Fabrizia Pons proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Dacia rilancia, quattro Sandrider al via della Dakar 2026 per sfidare i big
E’ per spingersi sempre oltre nella ricerca dell’essenziale che Dacia ha scelto la Dakar e il Mondiale FIA di Rally-Raid come proprio laboratorio a cielo aperto. Il progetto Sandrider, sviluppato a partire dalla concept Manifesto e costruito insieme alle competenze sportive del Renault Group e ai tecnici di Prodrive, entra ora in una fase ancora più ambiziosa: dal 2026 il team schiererà quattro vetture nella categoria Ultimate T1+. La novità è l’arrivo di Lucas Moraes e del copilota Dennis Zenz, che dal 2026 affiancheranno gli equipaggi formati da Nasser Al-Attiyah / Fabian Lurquin, Sébastien Loeb / Édouard Boulanger e Cristina Gutiérrez / Pablo Moreno. Una mossa che porta i Dacia Sandriders sullo stesso piano numerico dei principali costruttori impegnati nel rally-raid e che risponde a una logica precisa, spiegata dalla team principal Tiphanie Isnard: “in un campionato regolato dal Balance of Performance, dove le vittorie si decidono sui secondi e non più sui minuti, avere quattro auto in gara è diventato un requisito per poter puntare davvero al titolo”. Il profilo sportivo dei nuovi arrivati è in linea con le ambizioni del team. Il trentacinquenne brasiliano Lucas Moraes è salito subito sul podio alla sua prima Dakar nel 2023, ha chiuso la stagione successiva al terzo posto nel Mondiale Rally-Raid e nel 2025 ha centrato la sua prima vittoria iridata al Rally-Raid Portugal, raccogliendo altri podi ad Abu Dhabi e in Sudafrica. Il coetaneo tedesco Dennis Zenz, dal canto suo, ha guidato Seth Quintero al secondo posto di categoria alla Dakar 2023, ripetendosi con ulteriori piazzamenti sul podio all’Abu Dhabi Desert Challenge 2024 e 2025. Per Dacia, però, non si tratta solo di allargare la formazione. La Sandrider che affronterà la Dakar 2026 porta con sé un pacchetto di evoluzioni mirato a ridurre il peso, migliorare l’efficienza del raffreddamento e aumentare affidabilità e comfort dell’equipaggio. I pannelli di carrozzeria sono stati alleggeriti, la sezione posteriore ridisegnata, l’aspirazione dell’aria è stata rivista con una presa snorkel corta dedicata alla Dakar e una nuova posizione della scatola filtro. Il sistema di raffreddamento beneficia di una griglia del radiatore posteriore ridisegnata, di ventole più performanti e di un’unità DC-DC raffreddata a liquido per non dipendere solo dal flusso d’aria esterno. Sul fronte dinamico, il telaio guadagna bracci superiori rinforzati, un nuovo albero di trasmissione anteriore e un torquemeter aggiornato con limitatore di coppia per evitare sovraccarichi, mentre nuove bielle omologate FIA puntano a una maggiore robustezza del motore. L’elettronica motore è stata ricalibrata per ottimizzare l’erogazione entro i limiti imposti dal regolamento e ridurre il rischio di sovrapotenza. Migliorano anche visibilità e sicurezza, con fari LED potenziati, la rimozione di alcuni elementi che ostacolavano la visuale tra cofano e lama e l’introduzione di una bandierina di sicurezza dedicata alle tappe sulle dune. A bordo debutta inoltre un sistema di telecamere per l’analisi delle prestazioni e, per le condizioni più estreme, un impianto opzionale di raffreddamento del casco. Il calendario W2RC 2026 conferma la dimensione globale dell’impegno: dopo la Dakar in Arabia Saudita (3-17 gennaio), il Rally-Raid Portugal (17-22 marzo), il Desafío Ruta 40 in Argentina (24-29 maggio), il Rally del Marocco (28 settembre-3 ottobre) e l’Abu Dhabi Desert Challenge (22-27 novembre) scandiranno un’annata in cui i Dacia Sandriders puntano a lottare non solo per la Dakar, ma anche per i titoli Pilota, Navigatore e Costruttori. L'articolo Dacia rilancia, quattro Sandrider al via della Dakar 2026 per sfidare i big proviene da Il Fatto Quotidiano.
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