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Cristiano Ronaldo protesta contro il fondo Pif: non vuole più scendere in campo. “Disinteresse verso l’Al-Nassr”
Cristiano Ronaldo non giocherà la prossima partita con l’Al Nassr, in programma lunedì 2 febbraio contro l’Al–Riyadh per protestare contro il fondo Pif. Il campione portoghese – che a maggio 2025 sembrava in procinto di lasciare il club saudita – è deciso a saltare la 20esima giornata della Saudi League per un motivo singolare: è insoddisfatto della gestione del club da parte del fondo Pif (Fondo Pubblico di Investimento dell’Arabia Saudita). A riportarlo è il quotidiano sportivo A Bola. Nessun problema fisico, nessun infortunio particolare, ma Ronaldo sarebbe risentito dal trattamento riservato ai rivali dell’Al Hilal di Simone Inzaghi, gestita dallo stesso fondo. In Arabia Saudita infatti diversi club sono gestiti dal Fondo Pubblico di Investimento dell’Arabia Saudita. Il cinque volte Pallone d’oro è insoddisfatto dei mancati investimenti e del disinteresse del fondo nei confronti dell’Al Nassr. Nel calciomercato invernale infatti l’allenatore Jorge Jesus non ha ricevuto i rinforzi richiesti. A conferma di ciò, l’unico calciatore ingaggiato in questa sessione invernale è stato Haydeer Abdulkareem, centrocampista iracheno di 21 anni che ha pochissima esperienza, viste le sole 40 presenze nel massimo campionato in Iraq. Unico acquisto che sicuramente non ha lasciato soddisfatto Jorge Jesus e pare neanche Cristiano Ronaldo. Una scelta singolare – non si vede tutti i giorni un calciatore che rinuncia a scendere in campo per “protestare” contro la società – ma che certifica l’importanza e l’influenza del campione portoghese nel contesto Al Nassr, dove gioca da quattro stagioni (da gennaio 2023). L'articolo Cristiano Ronaldo protesta contro il fondo Pif: non vuole più scendere in campo. “Disinteresse verso l’Al-Nassr” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La Turchia chiede di entrare nell’alleanza militare tra Pakistan e Arabia Saudita: è la nascita di una Nato islamica?
Avevo scritto sul mio blog, lo scorso settembre, che l’accordo di difesa firmato tra Arabia Saudita e Pakistan non era una notizia qualsiasi. Allora molti lo liquidarono come l’ennesimo patto regionale destinato a restare sulla carta. Oggi, con la Turchia pronta a entrare nell’intesa, mi sento di dire che non era un’esagerazione parlare di qualcosa di “storico”. Anzi: forse siamo davanti alla nascita di una sorta di Nato islamica. Un’espressione forte, lo so, ma sempre più difficile da ignorare. Partiamo dai fatti. Islamabad e Riad hanno firmato un patto di mutua assistenza militare: se uno dei due viene attaccato, l’altro interviene. Un meccanismo semplice, diretto, che ricorda da vicino l’Articolo 5 della Nato. Ora Ankara è impegnata in negoziati avanzati per aderire formalmente a questo schema. Se l’accordo andrà in porto, non parleremo più solo di cooperazione bilaterale o di esercitazioni congiunte, ma di un vero pilastro di sicurezza tra Medio Oriente e Asia meridionale. La cosa che colpisce di più, a mio avviso, è il profilo dei protagonisti. La Turchia non è un Paese qualunque, è membro della Nato, ha il secondo esercito più grande dell’Alleanza dopo quello statunitense e negli ultimi anni ha dimostrato di saper usare lo strumento militare con decisione, dalla Siria al Caucaso. Vederla guardare altrove, o quantomeno affiancare alla Nato un nuovo ombrello di sicurezza, dovrebbe far riflettere più di una cancelleria occidentale. Perché Ankara lo fa? Io credo che la risposta stia in una parola che si sente sempre più spesso, anche se pochi la pronunciano apertamente: sfiducia. Sfiducia nell’impegno americano, nella prevedibilità di Washington, nella capacità della Nato di restare davvero coesa in un mondo che cambia. Non è un caso se questo avvicinamento avviene mentre gli Stati Uniti appaiono concentrati su altro e l’Europa fatica a parlare con una sola voce. Arabia Saudita e Pakistan, dal canto loro, non si muovono per ideologia, ma per calcolo. Riad porta soldi e influenza, Islamabad porta qualcosa di ben più pesante: l’arma nucleare, i missili, un esercito numeroso e abituato a vivere in uno stato di tensione permanente. La Turchia aggiunge esperienza operativa e un’industria della difesa che cresce a vista d’occhio. Messa così, l’alleanza non è solo simbolica: è concreta, credibile, potenzialmente deterrente. E qui, vi ricordo, c’è un elemento che spiega bene perché il Pakistan sia diventato così centrale agli occhi di Arabia Saudita e Turchia: la sua credibilità militare nel confronto con l’India. Islamabad ha costruito negli anni una deterrenza solida, fatta di forze armate esperte, missili e capacità nucleare, dimostrando nelle crisi con Nuova Delhi di saper reagire con rapidità e controllo. Questa postura ha rafforzato la percezione del Pakistan come attore affidabile e capace di reggere il confronto con una potenza regionale molto più grande. È una credibilità che pesa, e che rende Islamabad un partner di sicurezza appetibile per chi vuole costruire un’alleanza militare realmente efficace. C’è poi un elemento che considero tutt’altro che secondario: il valore simbolico. Per anni Turchia e Arabia Saudita si sono guardate con sospetto, rivali nella leadership del mondo sunnita. Oggi sembrano aver deciso che la competizione lascia spazio alla cooperazione. Il primo incontro navale bilaterale, tenuto di recente ad Ankara, è un segnale chiaro. Quando i simboli cambiano, spesso la politica segue. Qualcuno obietterà che i tre Paesi hanno interessi divergenti, che le differenze restano, che l’Iran è una variabile ingestibile. È vero. Ma è altrettanto vero che Ankara e Riad, pur diffidando di Teheran, sembrano preferire il dialogo allo scontro aperto. E condividono dossier cruciali: la Siria, la questione palestinese, la stabilità regionale. Non è poco, in un’area del mondo dove spesso basta una scintilla per accendere un incendio. Sul versante asiatico, poi, il legame tra Turchia e Pakistan è già solido: navi, caccia, droni, cooperazione industriale. L’idea di coinvolgere entrambi nel programma Kaan, il caccia di nuova generazione turco, va letta come un investimento politico prima ancora che militare. Il contesto, infine, è tutt’altro che rassicurante. Le tensioni tra India e Pakistan, l’instabilità afghana, le fratture mediorientali: tutto spinge verso nuove architetture di sicurezza. Quando le vecchie non bastano più, le nuove nascono quasi naturalmente. E allora torno alla domanda iniziale, quella che molti preferiscono evitare: stiamo davvero assistendo alla nascita di una Nato islamica? Forse sì, forse no. Ma una cosa mi sembra certa: ignorare questo processo sarebbe un errore. Perché non è solo un’alleanza in più. È il segnale che il mondo sta cambiando assetto. E la vera domanda, a questo punto, è chi ha davvero compreso la portata di questo cambiamento. 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Tragedia sfiorata alla Dakar 2026, l’influencer vuole filmare da vicino l’auto: il pilota la evita per un soffio – Video
Durante la tappa in Arabia Saudita della Dakar è stata sfiorata una tragedia. Nella gara marathon, un’influencer ha rischiato di essere investita da una delle auto che partecipava alla competizione. Per filmare da vicino la macchina, la donna si è ritrovata sulla traiettoria della Ford Raptor T1+ di Romain Dumas, uno dei migliori piloti, arrivato alla sua nona partecipazione. L’uomo ha sventato l’incidente grazie a una incredibile prontezza di riflessi. Il pilota era a bordo dell’auto con il navigatore Alex Winocq quando la signora è spuntata a pochi metri da loro. Le immagini sono state diffuse sui social dall’account Instagram @puqingqiang L’episodio ha scatenato polemiche e indignazione sui social network. Secondo quanto emerso da fonti locali, la donna sarebbe stata invitata da un marchio di lusso nell’ambito del programma Dakar Experience. L’esperienza esclusiva permette ad alcuni ospiti selezionati – spesso influencer che pubblicizzano la competizione – di seguire da vicino la gara. I partecipanti sono accompagnati da team di sicurezza, che però non sempre riescono a impedire comportamenti rischiosi come quello della donna. L'articolo Tragedia sfiorata alla Dakar 2026, l’influencer vuole filmare da vicino l’auto: il pilota la evita per un soffio – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Vacanza sul Mar Rosso, ma non nel “solito” Egitto: ecco perché l’Arabia Saudita è il posto dove volare questo inverno
Milano (Malpensa) è il primo aeroporto in Europa ad avere un collegamento diretto con le destinazioni del Mar Rosso e AMAALA, offrendo ai viaggiatori un accesso diretto a due delle nuove destinazioni più interessanti al mondo, abbinate all’esperienza premium distintiva di beOnd e al design di livello mondiale di RSI (Red Sea International Airport), gestito da daa International, caratterizzato da innovazione, ospitalità e un profondo rispetto per l’ambiente naturale. Questa rotta unisce tre destinazioni eccezionali: Milano, capitale mondiale del design e della cultura, e il Mar Rosso e AMAALA in Arabia Saudita, due delle coste più incontaminate e geograficamente diverse al mondo. Il nuovo servizio non-stop di beOnd opererà due volte a settimana, che proseguono verso le Maldive (già dal 12 novembre 2025) con la flotta di aeromobili della famiglia A320 di beOnd con una configurazione dei sedili completamente reclinabili. La rotta è la prima di diverse nuove destinazioni che beOnd opererà dal Mar Rosso. La destinazione sul Mar Rosso conta ora nove hotel di lusso aperti e accoglienti, oltre al Thuwal Private Retreat al largo della costa di Jeddah. L’11 novembre la società di sviluppo immobiliare RSG ha lanciato AMAALA Triple Bay, che vedrà inizialmente l’apertura di cinque resort di lusso di livello mondiale, oltre a uno yacht club, un istituto di ricerca sulla vita marina, un porto turistico all’avanguardia e il vivace Marina Village nelle prossime settimane. L’esperienza di bordo di beOnd è pensata per il viaggiatore leisure di lusso di oggi, con sedili completamente reclinabili, pasti preparati da chef e kit di cortesia personalizzato in collaborazione con Avant. Situato a novanta chilometri a sud di Al Wajh, l’RSI è un aeroporto con una capacità di due milioni di passeggeri. Ispirato alle forme del deserto, delle oasi verdi e del mare, l’aeroporto è stato progettato da Foster + Partners e Jacobs. PERCHÉ L’ARABIA SAUDITA È IL POSTO DOVE VOLARE QUESTO INVERNO Un Paese meraviglioso, in buona parte inesplorato, una terra ancora lontana dal turismo di massa, ricco di storia antica, di cultura, tradizione e modernità, dove rigenerarsi e riempirsi di sensazioni nuove e appaganti. Un posto pieno di possibilità e di itinerari adatti a ogni tipo di viaggiatore: dagli eventi sportivi e di intrattenimento, alle esperienze culturali e storiche. L’Arabia Saudita è una destinazione perfetta per un inverno alternativo. Moltissimi gli angoli dell’Arabia Saudita che lasciano a bocca aperta chi li visita: lascia esterefatti Hegra, primo sito saudita dell’UNESCO World Heritage Site: una magnifica città antica che conserva oltre cento tombe funerarie scolpite nella roccia del deserto, con iscrizioni millenarie. E che dire di AlUla, un museo vivente, un tesoro di 200.000 anni di storia umana in gran parte inesplorato, dove si erge maestoso l’Elephant Rock (Jabal AlFil), iconica roccia accanto alle rovine archeologiche. Porta d’accesso al Mar Rosso, la splendida Jedda, dall’atmosfera vivace dei mercati e delle passeggiate panoramiche lungo scorci colorati e pittoreschi. La natura e i paesaggi sono un’altra delle bellezze che rendono l’Arabia Saudita una destinazione imperdibile: come nella regione di Aseer, sede della vetta più alta del Paese, i 3.000 metri di Al Soudah, circondati da un’ambiente verde e lussureggiante, in un santuario di fauna rara e ricca vegetazione custodito dalla Riserva Jurf Raydah, autentica meraviglia naturale, con estese foreste di ginepro, cactus e ulivi selvatici, e animali selvatici. A Taif si estendono le terrazze coltivate situate sulle pendici orientali delle montagne Sarawat (1.700 m.), spazi verdi dove si coltivano agrumi, uva, melograni e fichi. L’Arabia Saudita è anche luogo di sabbie bianche e acque cristalline: sono quelle del Mar Rosso, patrimonio inestimabile di biodiversità. Qui, per chi cerca il relax, ci sono lussuosi alberghi su isole private, e paradisiaci arcipelaghi che custodiscono ville sull’acqua e sulla spiaggia, progettate per armonizzarsi con l’ambiente naturale incontaminato. Infine, le città più moderne, come Jeddah e Riyadh, che sorprendono con i loro grattacieli e la grande modernità ed eleganza, che permea tutto di novità senza che si dimentichino mai le tradizioni del luogo. Tra gli operatori che propongono pacchetti viaggio interessanti, Turisanda con Eleganza e avventura in Arabia, tour di gruppo tra storia e natura con avventura 4X4 nel wadi Disah, cena presso Our Habitas AIUla nel deserto, Gattinoni con Un viaggio di scoperta e meraviglia (date di partenza fino al 31/5/2026) con sconti per pacchetti volo + tour o soggiorno. L'articolo Vacanza sul Mar Rosso, ma non nel “solito” Egitto: ecco perché l’Arabia Saudita è il posto dove volare questo inverno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“A 70 anni faccio la mia ultima Dakar. Dormo in tenda, senza assistenza: montiamo tutto da soli, lavoro vero”: l’annuncio di Fabrizia Pons
C’è un triplice motivo per dire basta. La stanchezza che deriva dall’età. Il richiamo dei nipoti. E poi la scelta del luogo, l’Arabia Saudita. Compiuti 70 anni, ora Fabrizia Pons, figura iconica del rally a livello italiano e globale, ha deciso che quella al via il prossimo 3 gennaio sarà la sua ultima Dakar: “Questa sarà l’ultima. Continuo solo perché corro con un pilota simpaticissimo, Luciano Carcheri. Insieme ci facciamo grandi risate e, alla fine, è questo che rende tutto bello”, racconta in un’intervista a La Stampa. Pons in realtà definisce la Dakar “non nelle sue corde”. L’ha corsa 5 volte in Africa, poi anche la versione in Medio Oriente: “Questa sarà l’ottava. Basta però, davvero“. Ma è stata soprattutto la prima donna a vincere il Rally di Sanremo nel 1981 insieme a Michéle Mouton e tre volte campionessa italiana femminile di rally internazionali. Ha disputato oltre 220 gare, 88 nel mondiale, cinque vinte. Al ruolo di pilota preferisce quello di navigatrice. Ed è pronta, anche alla sua età, ad affrontare la vera Dakar: “È stancante. Oggi tanti hanno motorhome e assistenze super organizzate. Noi no”, racconta riferendosi appunto a lei e Carcheri, che guiderà una vecchi Isuzu. “Siamo tra i pochissimi senza assistenza. Dormiamo in tenda, montiamo tutto da soli, prendiamo la sacca dal camion e cerchiamo un posto nel bivacco. Lavoro vero. E con un’auto vecchia il lavoro raddoppia”, sottolinea Pons. Sarà l’ultima volta: “Parto stanca, ho avuto una stagione intensissima, sono rientrata da poco dal mondiale e quando torno a casa ho due nipoti che vogliono la nonna. Però si parte”. Oltre al peso dell’età e all’amore per i piccoli nipoti, c’è però come detto anche un’altra motivazione che spinge Pons a dire basta con la Dakar: “Quest’anno per me tornare per la quarta volta in Arabia Saudita è stato troppo. Io sono una che, se sente di non essere voluta, non va. Le condizioni delle donne lì le conosciamo. Il mondo è grande, ci sono tanti paesi interessanti”. Anche se, riconosce dopo decenni di conquiste, oggi il mondo dei motori è meno maschile: “Ci sono equipaggi femminili, navigatrici, donne pilota”. Pons è tra coloro che hanno aperto la strada. L'articolo “A 70 anni faccio la mia ultima Dakar. Dormo in tenda, senza assistenza: montiamo tutto da soli, lavoro vero”: l’annuncio di Fabrizia Pons proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Lo spettacolo della neve nel deserto, il video del nord dell’Arabia Saudita che si tinge di bianco: “Non accadeva da 30 anni”
Secondo i media locali non accadeva da 30 anni. Il nord dell’Arabia Saudita, specialmente la ragione di Tabuk, si è tinto di bianco: la neve è arrivata a coprire, tre le altre cose, il deserto e i rilievi rocciosi di Jabal Al Lawz. Lo stesso scenario si è verificato in questi giorni anche in Qatar. Il fenomeno è legato al passaggio di sistemi di bassa pressione sul Medio Oriente, accompagnato da un calo generalizzato delle temperature. L'articolo Lo spettacolo della neve nel deserto, il video del nord dell’Arabia Saudita che si tinge di bianco: “Non accadeva da 30 anni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Yemen, il dramma dimenticato: la Croce Rossa richiama l’attenzione sulle conseguenze di 10 anni di guerra civile
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha lanciato un duro monito alla comunità internazionale sulla guerra civile che sconvolge lo Yemen da oltre dieci anni. Milioni di cittadini della nazione mediorientale, ha ricordato l’ICRC, hanno perso la casa e continuano ad essere sottoposti a violenze e privazioni economiche mentre l’attenzione della comunità internazionale si concentra su altre aree del mondo. Oltre 19 milioni di yemeniti hanno bisogno di assistenza umanitaria, l’83 per cento della popolazione del Paese vive in condizioni di povertà ed i servizi pubblici sono al collasso. La grave crisi dello Yemen non riceve, però, l’attenzione che meriterebbe da parte della comunità internazionale e le grandi potenze hanno mostrato disinteresse oppure sono intervenute nel conflitto trasformandolo in una guerra per procura contro i rivali regionali. Le origini della guerra civile sono legate alla Primavera Araba ed alle dimostrazioni popolari che nel 2011 costrinsero alle dimissioni l’allora presidente Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1978 ed a capo di un regime autoritario. Saleh era riuscito, nel corso dei decenni, a forgiare alleanze con Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti, a tenere a bada gli islamisti radicali e ad evitare che un Paese diviso da appartenenze tribali si disgregasse. Il suo regime non aveva, però, migliorato le condizioni di vita degli yemeniti, i più poveri del Medio Oriente. Il malcontento popolare aveva spinto milioni di persone a chiedere le dimissioni di Saleh, ottenute al prezzo di un grande spargimento di sangue. A succedergli era stato il vice-presidente Abd Rabbu Mansour Hadi, che non era riuscito a frenare un ulteriore peggioramento dell’economia. Nel 2014 gli Houthi, un movimento sciita yemenita legato all’Iran e ostile nei confronti del governo sunnita, avevano conquistato la capitale Sana’a e le regioni nord-occidentali costringendo Hadi alla fuga. Nel 2015 l’Arabia Saudita era intervenuta contro gli Houthi con bombardamenti aerei ed un blocco navale dando al conflitto un respinto internazionale. Riyadh e gli altri Stati sunniti del Golfo si sono schierati con il governo, riconosciuto a livello internazionale, di Hadi e basato nell’Est dello Yemen, l’Iran ha appoggiato gli Houthi nel tentativo di espandere la propria influenza nella regione. Il collasso del governo ha consentito ai terroristi legati ad Al-Quaeda di allargare il controllo su diverse aree del Paese. Washington, preoccupata da questo sviluppo, ha condotto una campagna anti-terrorismo pluriennale contro Al-Qaeda fatta di bombardamenti aerei e limitate operazioni di terra con l’esercito yemenita. Queste operazioni hanno indebolito i terroristi ma non li hanno sradicati. Le operazioni americane hanno avuto una mera funzione di difesa degli interessi di sicurezza nazionale ma non di risoluzione del conflitto. A complicare il ginepraio yemenita c’è stata anche la nascita del Consiglio di Transizione Meridionale (STC), una formazione separatista appoggiata dagli Emirati Arabi Uniti che controlla il Sud e punta all’indipendenza della regione pur avendo un rapporto ambivalente con le forze di Hadi. La guerra civile, dopo una prima fase più dinamica, si è arenata trasformandosi in un conflitto senza via d’uscita. Nessuna fazione ha la forza necessaria per sconfiggere militarmente gli avversari e le potenze regionali non hanno interesse a porre fine ad uno scontro che drena energie e finanziamenti ai rivali. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Iran muovono come pedine le fazioni alleate sperando di indebolire gli avversari regionali mentre le iniziative di pace sono osteggiate dalle divisioni tribali, religiose e politiche tra gli attori in campo. Il resto del mondo, invece, si accorge dell’esistenza dello Yemen solamente quando emergono minacce per la sicurezza nazionale, come ricordano i recenti bombardamenti israeliani contro gli Houthi oppure per l’economia globale. La nazione mediorientale, infatti, è affacciata sul Mar Rosso e riveste un ruolo chiave per la sicurezza del transito di navi mercantili dirette o provenienti dal Canale di Suez. La situazione di stallo della guerra civile ha accentuato il dramma umanitario vissuto dai civili. Le campagne di bombardamenti aerei condotte dall’Arabia Saudita hanno ucciso oltre 24mila yemeniti. Tutte le fazioni in campo hanno commesso gravi abusi dei diritti umani, ricorrendo alla fame come strumento di pressione mentre centinaia di migliaia di persone, le Nazioni Unite le avevano stimate a 400mila nel 2020, hanno perso a causa del conflitto. Scuole ed ospedali operano in condizioni di estrema precarietà e senza l’assistenza di un governo funzionante. La diffusione di malattie infettive come il colera ed il drammatico dato sulla salute dei bambini, con poco meno della metà di chi ha meno di 5 anni afflitto da rachitismo o malnutrizione acuta, completa il quadro di una delle più gravi crisi umanitarie al mondo, probabilmente destinata a proseguire tra l’indifferenza internazionale. L'articolo Yemen, il dramma dimenticato: la Croce Rossa richiama l’attenzione sulle conseguenze di 10 anni di guerra civile proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il senso di Trump per gli affari con gli F-35: vendere i caccia all’Arabia saudita ma non scontentare Israele
I jet da combattimento F-35 venduti ai sauditi. Ma non subito. L’annuncio fatto dal presidente Trump in occasione della visita del principe ereditario bin Salman avrà i suoi effetti commerciali; ma dal punto di vista tecnico e militare, ci vorranno le modifiche necessarie ai caccia prima di consegnarli a Ryad. In altre parole, l’Arabia Saudita rispetto al potenziale della macchina da guerra dovrebbe rimanere inferiore agli Stati Uniti e, soprattutto a Israele secondo quello che si chiama “vantaggio militare qualitativo”. La precisazione è arrivata dai funzionari americani in base ai timori dello Stato ebraico; Tel Aviv vuole sì normalizzare i rapporti con i vicini arabi attraverso gli accordi di Abramo, ma non vuole ritrovarsi in inferiorità tecnologica e militare, visto che quella numerica apparirebbe scontata dinanzi a una coalizione ostile. Dal punto di vista legale, una legge assicura agli Stati Uniti di mantenere i jet più sofisticati rispetto a quelli venduti ai vari acquirenti, ma Israele ha permessi speciali per aggiornare gli armamenti e i radar dei caccia, senza dover chiedere permesso a Washington. Nonostante ciò, quando il presidente Trump ha annunciato la vendita degli F-35 a Ryad, da Israele si sono levati mugugni legati al timore di perdere la superiorità aerea nella regione. Ma gli americani hanno dato rassicurazioni: come riporta Reuters, Douglas Birkey, direttore esecutivo del Mitchell Institute for Aerospace Studies ha escluso che gli aerei in vendita ai sauditi potranno avere il missile tattico Aim-60 JATM, arma aria-aria dedicata ai jet di quinta generazione con una gittata di 190 chilometri. Ci sono poi i sistemi-radar, per cui gli F-35 dedicati a Ryad monterebbero dei software meno aggiornati. Infine, c’è lo scoglio del Congresso, che deve approvare questa transazione con il Paese arabo. Appare improbabile che le due Camere possano raggiungere una maggioranza di due terzi per superare il decreto presidenziale, ma tutto può accadere. Dunque, Ryad avrà i suoi F-35, ma ci vorrà tempo: al principe bin Salman sono stati promessi due squadroni – dai 12 ai 24 jet – ma Israele ne ha già due operativi ed è pronta ad ottenerne un terzo. Inoltre, l’aviazione israeliana utilizza gli F-35 da otto anni, ed ha un vantaggio in termine di esperienza. Tuttavia, Tel Aviv è preoccupata e non lo nasconde. La portavoce del governo israeliano, Shosh Bedrosian ha ribadito: “Stati Uniti ed Israele hanno un’intesa di lunga data, secondo cui Israele mantiene il vantaggio qualitativo in termini di difesa”. C’è poi un altro aspetto da non trascurare, ed è l’ombra della Cina. Durante il primo mandato, Trump aveva intenzione di vendere gli F-35 agli Emirati, e quest’ultimi divennero il primo Stato arabo a normalizzare in 26 anni i rapporti con Israele. Ma la vendita con il presidente Joe Biden si arenò a causa dei rapporti sempre più stretti dal punto di vista militare tra Emirati e Cina, perchè Washington temeva che i segreti del suo caccia potessero essere esplorati dal Dragone. Dal canto suo, Abu Dhabi rifiutò le restrizioni operative che voleva imporre la Casa Bianca. Anni dopo, Trump ci riprova, stavolta con l’Arabia Saudita: gli affari sono affari. A Gerusalemme, non sono pochi i malumori verso il premier Netanyahu. La Cnn ha citato l’ex generale Gadi Eisenkot, molto stimato nel suo Paese sia dal punto di vista politico – ha fatto parte dell’opposizione al governo di King Bibi – che sul piano militare. Eisenkot ha criticato l’accordo prendendosela con il primo ministro: “Netanyahu ha perso la capacità di difendere gli interessi nazionali di Israele”. L'articolo Il senso di Trump per gli affari con gli F-35: vendere i caccia all’Arabia saudita ma non scontentare Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Cristiano Ronaldo a cena con Musk, Infantino e Bin Salman alla Casa Bianca. Trump lo ringrazia: “Ora mio figlio mi rispetterà un po’ di più”
Anche Cristiano Ronaldo era presente alla cena esclusiva alla Casa Bianca, che ha riunito alcuni dei nomi più influenti a livello mondiale in diversi campi, dallo sport alla tecnologia. Una cena organizzata da Donald Trump per accogliere il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, tornato negli Stati Uniti per la prima volta dall’omicidio del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, per il quale era stato accusato proprio Bin Salman. Un evento esclusivo, a cui appunto era presente anche Cristiano Ronaldo, seduto non distante dal punto in cui Donald Trump ha tenuto il suo discorso in cui ha ringraziato anche il campione portoghese e si è detto “onorato” per la sua presenza: “Mio figlio Baron è un tuo grande fan. Credo che ora rispetterà un po’ di più suo padre, solo per il fatto che gliel’ho presentato”, ha scherzato Trump rivolgendosi al calciatore dell’Al Nassr. La presenza di Cristiano Ronaldo non era infatti casuale. Il portoghese – da quando nel 2022 si è trasferito a giocare in Arabia Saudita – è ambasciatore della Saudi Pro League all’estero e si è trasformato nel simbolo della spinta alla modernizzazione del paese. In più, nel 2026 il Mondiale si svolgerà proprio tra Stati Uniti, Canada e Messico e sarà l’ultima volta di Cristiano Ronaldo nella massima competizione per nazionali a livello internazionale. Ecco perché CR7 ha partecipato alla cena esclusiva e faceva parte – insieme alla compagna Georgina Rodriguez – dei cento invitati presenti all’evento organizzato da Donald Trump. Tra gli altri erano presenti anche Elon Musk, David Ellison (nuovo presidente della Paramount), Gianni Infantino (presidente della Fifa) e Tim Cook, amministratore delegato di Apple. L’incontro ha creato grande attenzione internazionale grazie alla presenza simultanea di leader del settore tecnologico, dello sport e dell’intrattenimento. Dal canto suo, è ormai noto l’utilizzo dello sport e del calcio nello specifico da parte di Donald Trump per i suoi scopi politici. La sua amicizia con il presidente Gianni Infantino è cosa nota e negli scorsi mesi i due non hanno fatto nulla per non finire insieme sotto i riflettori: dall’incontro con la Juve durante il Mondiale per Club fino alla cerimonia di premiazione del Chelsea dopo la vittoria della competizione, passando per la presenza di Infantino a Sharm el-Sheikh durante l’incontro tra i più importanti leader mondiali per suggellare l’accordo di tregua a Gaza e il premio per la pace della Fifa che sembra fatto su misura per il tycoon. Infantino ha infatti un ruolo sempre più influente nell’asse che lega Trump e i Paesi arabi del Golfo. Un legame quasi smaccato, se si pensa che Infantino ha fatto traslocare il quartier generale della Fifa dalla Svizzera alla Trump Tower. Senza dimenticare appunto il primo Mondiale per Club giocato quest’estate proprio negli Usa – con tanto di trofeo originale regalato a Trump ed esposto alla Casa Bianca – e il Mondiale 2026 che si terrà come detto sempre negli Stati Uniti, oltre a Canada e Messico. L'articolo Cristiano Ronaldo a cena con Musk, Infantino e Bin Salman alla Casa Bianca. Trump lo ringrazia: “Ora mio figlio mi rispetterà un po’ di più” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump “scagiona” bin Salman dall’omicidio del giornalista Khashoggi: “Non ne sa nulla. A molte persone quel signore non piaceva”
“A molte persone non piaceva quel signore di cui stai parlando, che ti piaccia o no, sono cose che succedono”. Quel signore, come lo chiama il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, era Jamal Khashoggi, giornalista dissidente rispetto alla casa reale saudita, che attaccava il governo anche dalle pagine del Washington Post. Il 2 ottobre 2018, Khashoggi fu attirato all’interno del consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul, in Turchia. Ad attenderlo c’erano uomini dei servizi di sicurezza di Ryad. Il giornalista sparì nel nulla, probabilmente fatto a pezzi. La Cia, dopo una sua inchiesta, giunse alla conclusione che Mohamed bin Salman era stato il mandante di quel delitto. Ma nello Studio Ovale della Casa Bianca, questa storia viene riletta. Trump afferma sicuro che l’amico bin Salman “ha fatto un lavoro incredibile in materia di diritti umani” e redarguisce una giornalista della Abc che pone domande, a parere del presidente, imbarazzanti per l’ospite. Poi, riferendosi a Khashoggi: “Era estremamente controverso. Molti non lo amavano; che ti piacesse o meno, succedono delle cose. Ma Mbs non ne sapeva nulla e possiamo chiuderla qui. Non devi mettere in imbarazzo il nostro ospite”. A sua volta, il principe ereditario afferma che il suo Paese “ha compiuto tutti i passi giusti” per indagare sull’uccisione del giornalista e che quel delitto è stato “un grosso errore”. Di chi, bin Salman però non lo sottolinea, tornando a battere su una ricostruzione già proposta. Quella che portò alla morte del giornalista fu una “operazione non autorizzata”. Durante l’incontro, bin Salman ha toccato altri temi: ha assicurato a Donald Trump che aumenterà gli investimenti negli Stati Uniti a 1.000 miliardi di dollari e per quel che riguarda la crisi in Medio Oriente, il principe ereditario dice così: “Crediamo che avere buone relazioni tra i Paesi del Medio Oriente sia positivo. Vogliamo essere parte degli Accordi di Abramo. Ma vogliamo anche essere sicuri che ci sia un percorso chiaro verso una soluzione a due Stati”, riferendosi a un possibile Stato Palestinese. Trump gongola: “Non voglio dire di aver incassato un impegno, ma abbiamo avuto una buona discussione, a breve ne parleremo ancora. Ma penso che Mbs abbia sensazioni positive verso gli Accordi di Abramo”. Infine, ancora un battibecco con la Abc; il presidente americano nega che ci sia un conflitto di interessi riguardante gli investimenti della Trump Organization in Arabia Saudita: “Io non ho nulla a che vedere con le mie aziende, basta fake news”. L'articolo Trump “scagiona” bin Salman dall’omicidio del giornalista Khashoggi: “Non ne sa nulla. A molte persone quel signore non piaceva” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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