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Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma”
La guerra nel feed arriva tra un video di cucina e un reel di viaggio. Un bombardamento, poi un meme. Un’analisi geopolitica, poi un montaggio ironico con una soundtrack pop. Dal conflitto in Ucraina al massacro a Gaza, fino all’attacco israelo-americano all’Iran, sui social si moltiplicano contenuti che trattano la guerra con il linguaggio dei meme: clip sarcastiche, video ironici sul rischio di escalation globale, remix e parodie che trasformano il conflitto in contenuto virale. Un fenomeno che racconta molto del modo in cui le nuove generazioni vivono la guerra nell’era delle piattaforme. “Quando l’ansia collettiva sale, l’umorismo online funziona spesso come una valvola di sfogo e come una micro-pratica di controllo simbolico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali e di Comunicazione digitale e platform strategy all’Università di Urbino. “Nominare la paura in forma ironica la rende, per un attimo, maneggevole”. Nella ricerca sui meme questo fenomeno viene spesso definito “disaster-funny”. “Ridendo non si cancella il trauma”, dice Boccia Artieri, “ma si crea sollievo, connessione e un linguaggio comune per elaborarlo”. Per questo, spiega, è un meccanismo particolarmente diffuso tra i più giovani, che utilizzano l’ironia come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e fuori controllo. Ma l’ironia non nasce soltanto dal basso. Sempre più spesso anche le istituzioni adottano linguaggi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali stanno incorporando formati nativi del feed – montaggi rapidi, soundtrack pop, estetiche da short video – per rendere più digeribile e condivisibile la propria narrazione”. Un esempio recente è stato il video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca sugli attacchi militari, montato con la musica della Macarena. “Quando l’istituzione parla già in codice meme”, osserva il sociologo, “il pubblico giovane risponde intensificando quel lessico, tra riappropriazione, parodia e scarto critico”. A cambiare è anche il modo in cui la guerra viene percepita. “Rispetto alle generazioni precedenti la guerra arriva meno come notizia e più come esperienza del feed”, spiega Boccia Artieri. Non più un racconto lineare costruito dai media, ma una sequenza di frammenti: video brevi, volti, suoni, trend, POV e remix. Per descrivere questo fenomeno si parla sempre più spesso di “TikTok war”. “La testimonianza e la narrazione diventano performative e algoritmicamente mediate”, dice il sociologo. La comprensione del conflitto si costruisce così per clip virali più che per cornici interpretative stabili. Questo produce una percezione ambivalente: da un lato la guerra appare più vicina e immediata, dall’altro più discontinua e frammentata. Un video di bombardamenti può comparire accanto a un contenuto completamente diverso, dentro la stessa sequenza di scroll. L’esposizione continua a immagini e notizie di guerra ha effetti complessi. “Può produrre desensibilizzazione e stanchezza empatica, ma anche picchi d’ansia”, spiega Boccia Artieri. Non un effetto unico, ma “un alternarsi di iperattivazione e intorpidimento”. Le piattaforme digitali contribuiscono a questo processo. Gli algoritmi privilegiano ciò che trattiene l’attenzione: urgenza, shock, conflitto. Così l’utente finisce dentro “un ciclo di consumo automatizzato di negatività”, in cui il conflitto diventa presenza costante nel flusso dei contenuti. Trasformare la guerra in contenuto virale può avere effetti opposti. Da un lato può creare distanza emotiva, facendo apparire il conflitto come uno scenario lontano. Dall’altro può funzionare come un meccanismo di difesa generazionale. “L’ironia è anche un modo per stare nel dolore senza esserne travolti”, spiega il sociologo. “Serve a parlarne con i propri codici”. Studi sulle piattaforme come TikTok mostrano proprio queste funzioni psicologiche e sociali dell’umorismo durante eventi traumatici. Il rischio di banalizzazione però esiste. “Soprattutto quando l’ironia scivola nel cinismo o nella spettacolarizzazione”. Ma il meme può anche avere una funzione politica: una forma di commento compresso fatto di satira, critica o delegittimazione. “È un linguaggio che emerge con forza soprattutto quando i media tradizionali vengono percepiti dalle nuove generazioni come lontani, eccessivamente retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web “ spiega Boccia Artieri. Il cambiamento più radicale riguarda però il contesto in cui il conflitto viene visto. “Le piattaforme tendono a trattare tutto come un oggetto di engagement”, osserva Boccia Artieri. Così la guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento, del lifestyle e della pubblicità. Nasce quello che il sociologo definisce “war feed”: “La guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento e viene formattata in clip, trend, reaction e meme”. In questo contesto l’attenzione si sposta dal capire al guardare e scrollare. Il risultato è una guerra sempre visibile ma spesso frammentata, in competizione con qualsiasi altro contenuto. E con un ulteriore elemento di confusione: la difficoltà di distinguere realtà e simulazione. Ci muoviamo dentro quella che Boccia Artieri definisce una ‘fragile ecologia dell’autenticità’: “In queste settimane circolano anche video falsi o ricontestualizzati – immagini generate con l’intelligenza artificiale o spezzoni di videogiochi scambiati per footage reali – che accelerano confusione e distacco”. Nel feed globale dei social la guerra non scompare. Cambia forma. Da evento straordinario diventa presenza continua nel flusso digitale. E tra meme, ironia e clip virali diventa per molti giovani un linguaggio con cui provare a tenere insieme paura, distanza e quotidianità. L'articolo Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Società
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Guerra Russia Ucraina
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“Sono la regina delle cornute. A gennaio Keita è andato ad allenarsi e non è più tornato a casa”: lo sfogo di Simona Guatieri e la replica di Baldé
Dopo 10 anni insieme, due figli e un perdono, Simona Guatieri e Keita Baldé sembravano aver lasciato alle spalle i problemi di coppia. I due, invece, hanno annunciato la separazione sui social, con Guatieri che ha raccontato alcuni dettagli della relazione finora ignoti. Nella chiacchierata con il giornalista Gabriele Parpiglia de Il Corriere dello Sport, la donna ha confermato di essere stata più volte tradita da Baldé. Aveva fatto scalpore il tradimento del calciatore con Wanda Nara, ex moglie di Mauro Icardi e Maxi Lopez. Nonostante tutto, Simona aveva deciso di perdonare Keita, tornando insieme. A quanto pare, però, il perdono non è bastato. La donna ha raccontato: “Ho sempre amato, ho tentato di cancellare l’ombra di Wanda Nara e del caso che mi ha soffocato per anni. Ho rialzato la testa. Sono stata gentile nei confronti del padre e dei miei figli, l’ho anche giustificato, dicendo che un momento di debolezza capita”. Guatieri ha aggiunto: “Lo scorso 11 gennaio è andato all’allenamento con uno zainetto piccolo e mi è sembrato strano. Quindi gli ho chiesto se sarebbe rientrato a casa dopo l’allenamento. Non è mai più tornato, è andato via. Era una domenica, aveva allenamento la mattina e poi è andato via. L’ho chiamato, gli ho scritto, ho chiamato le moglie degli altri giocatori per cercare di capire se i meriti fossero tornati a casa. Ho provato a richiamarlo, ma niente”. E ancora: “Ad un certo punto, dopo l’ennesima chiamata, è partita la segreteria telefonica spagnola, quindi ho immaginato che fosse andato in Spagna, visto che la sua casa è a Barcellona. Ho chiamato il fratello: nemmeno lui sapeva nulla. Anche al Monza lo sanno, niente è sparito”. Simona Guatieri ha proseguito definendosi “la regina delle cornute” e si è pentita di aver perdonato e chiuso gli occhi davanti ai tradimenti. Gautieri ha dichiarato: “Io sono la regina delle cornute. Ho sempre perdonato, ho sempre chiuso gli occhi, ho fatto finta di non vedere anche se sapevo“. Simona ha deciso di porre fine a una relazione che le ha causato tante sofferenze. A riguardo ha aggiunto: “Quello che mi dispiace di più è aver riposto fiducia in lui. Ora ci sarà il divorzio, spero di trovare una consensuale per evitare altro dolore. Gli voglio un gran bene, però rimane quello il bene. L’amore? È finito, mi dispiace“, LA REPLICA DI BALDÉ Keita Baldé ha risposto alle critiche della moglie sui social. Il giocatore si è sfogato con alcune stories di Instagram in cui ha scritto: “Cercare la fama esponendo i propri problemi personali è un fenomeno contemporaneo amplificato dai social media e dalla cultura dell’immediatezza”. E ancora: “Questa strategia consiste nel trasformare tragedie, traumi, conflitti familiari o difficoltà finanziarie in contenuti fruibili. L’auto-vittimizzazione è un meccanismo in cui una persona si identifica come vittima per evitare di assumersi la responsabilità e, allo stesso tempo, per ottenere la compassione dagli altri”. L’attaccante ha concluso scrivendo: “L’idea che la fama sia facile e automatica, che non richieda talento o formazione, ma solo la messa in mostra di sé e dei propri problemi, è diventata popolare”. L'articolo “Sono la regina delle cornute. A gennaio Keita è andato ad allenarsi e non è più tornato a casa”: lo sfogo di Simona Guatieri e la replica di Baldé proviene da Il Fatto Quotidiano.
Pettegolino
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Test del testosterone? Gli influencer della “manosphere” prima ti convincono che hai qualcosa che non va, poi ti vendono il pezzo di ricambio. L’allarme della University of Sydney
I social media stanno incoraggiando giovani uomini sani a sottoporsi a test del testosterone e a iniziare terapie ormonali non necessarie, normalizzando pratiche potenzialmente rischiose per la salute. A lanciare l’allarme è uno studio di Emma Grundtvig Gram e Brooke Nickel della University of Sydney, pubblicato sulla rivista Social Science & Medicine. La ricerca mostra come contenuti diffusi su Instagram e Tiktok, spesso riconducibili alla cosiddetta “manosphere”, promuovano ideali iper-mascolini e presentino esperienze comuni – come stanchezza, stress, riduzione del desiderio sessuale o invecchiamento – come segnali di una presunta carenza di testosterone che richiederebbe un intervento medico. Lo studio ha analizzato 46 post ad alto impatto pubblicati da influencer, con un pubblico complessivo di 6,8 milioni di follower e oltre 650.000 interazioni. Secondo lo studio, gli influencer stanno trasformando normali variazioni dell’esperienza umana — come la stanchezza o la mancanza di motivazione — in una patologia medica da curare a colpi di integratori o terapie ormonali sostitutive (Trt). È quella che gli esperti chiamano la medicalizzazione della mascolinità. Il meccanismo è quello del problem-solving forzato. Prima ti convincono che si ha qualcosa che non va, poi ti vendono il pezzo di ricambio. Gli influencer della manosphere presentano il testosterone non come un farmaco per chi ha reali patologie cliniche, ma come un “prodotto di lifestyle” per l’auto-ottimizzazione. Il testosterone diventa così la chiave universale per ottenere un corpo da bodybuilder in tempi record; per scalare le gerarchie sociali e professionali; e per riaffermare una virilità iper-muscolare e dominante, spesso contrapposta a tutto ciò che è percepito come “femminile” o “debole”. Il problema è che, mentre gli influencer mostrano i muscoli e promuovono test del testosterone fai-da-te, tendono a “dimenticare” gli effetti collaterali. La ricerca evidenzia come questi contenuti minimizzino rischi medici documentati e severi: problemi cardiaci, infertilità, danni ai reni, coaguli di sangue e persino — ironia della sorte — una riduzione della libido e disfunzione erettile. “Il problema non è che gli uomini si preoccupano della propria salute”, spiega Nickel, uno degli autori dello studio. “Il problema è che i social media stanno vendendo ai giovani una diagnosi spesso falsa”, aggiunge. Quello che viene spacciato per un deficit ormonale è, nella maggior parte dei casi, il risultato di standard estetici impossibili da raggiungere naturalmente e di una pressione sociale che non ammette fragilità. “Promuovere test e trattamenti per gli uomini senza chiare indicazioni mediche solleva preoccupazioni circa la sovradiagnosi e l’eccesso di trattamenti”, sottolinea Nickel. “Quando il testosterone viene venduto come una scorciatoia per la fiducia in se stessi e il successo, sta facendo più male che bene. Le narrazioni sulla salute guidate dalla manosphere – conclude – possono amplificare la paura, la vergogna e la sfiducia nei confronti dell’assistenza sanitaria tradizionale. Modellano il modo in cui gli uomini percepiscono il proprio corpo, l’invecchiamento e l’identità, e spesso portano a una percezione negativa di sé e della salute mentale”. L'articolo Test del testosterone? Gli influencer della “manosphere” prima ti convincono che hai qualcosa che non va, poi ti vendono il pezzo di ricambio. L’allarme della University of Sydney proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Strano celebrare la vita senza chi me l’ha donata, ma lei non avrebbe voluto vedermi chiusa in casa a piangere”: Giada de Blanck festeggia il primo compleanno senza mamma Patrizia
Lo scorso 8 febbraio Giada De Blanck ha detto addio a mamma Patrizia, e dieci giorni dopo si è trovata a festeggiare il primo compleanno senza l’amata madre. Una giornata non facile da affrontare, ma che, anche grazie al sostegno degli amici, si è rivelata un’occasione preziosa per celebrare la vita. UN COMPLEANNO DIVERSO Questa è stata la prima volta che Giada De Blanck ha festeggiato senza Patrizia De Blanck, morta a 85 anni dopo una malattia. Giada ha compiuto 45 anni con un sorriso dolceamaro viste le circostanze, ma una forte convinzione: “Non mi avrebbe voluto vedere chiusa in casa a piangere“, ha scritto sui social, riporta Leggo. E si è aperta con i propri follower: “È stata una giornata per me complessa, durissima. Il mio primo compleanno senza mamma è iniziato molto triste. Sono molto forte, una guerriera, sempre, ma comunque la mancanza della presenza fisica, della sua voce, del suo amore si è fatta sentire e mi faceva strano celebrare la vita senza chi la vita me l’aveva donata“. Qualcosa però le ha donato una importante consapevolezza: “Poi ho capito che proprio quel dono era la ricchezza più grande: che non mi avrebbe voluto vedere chiusa in casa a piangere e così ho iniziato a prendermi tutto il vostro amore (e so che è lei che me lo sta mandando)…”. L’ULTIMA PROMESSA Ancora sui social, nei giorni scorsi Giada De Blanck aveva raccontato di aver mantenuto la promessa fatta alla madre prima della morte. La figlia della Contessa ha infatti posizionato in un angolo della casa l’urna a forma di cuore contenente le sue ceneri. L’altarino è stato allestito con rose, fiori bianchi e una candela accesa. Vicino al cuore, una fotografia di Patrizia sorridente. “Sei tornata. Sempre con me a casa come ti avevo promesso e nel cuore sei e nel cuore mio vivrai sempre” aveva scritto Giada. L'articolo “Strano celebrare la vita senza chi me l’ha donata, ma lei non avrebbe voluto vedermi chiusa in casa a piangere”: Giada de Blanck festeggia il primo compleanno senza mamma Patrizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caro Cittadino Zero, tu dici: nessun ingaggio. Ma la filiera politica che ti sta dietro è ben definita
Caro Cittadino Zero, il primo avatar che difende i “valori dell’Occidente”. Ti sei offeso. Hai risposto al Fatto dopo il mio post su di te, rivendicando la tua libertà: non sei stato “ingaggiato da nessuno”, non prendi soldi, sei solo un cittadino che parla. Tecnicamente non fa una piega: sei un file. E i file non firmano contratti. Ma i log, le tracce sui social, la rete di nomi che ti circonda raccontano una storia un po’ diversa. Il fronte del NO mette in campo umani veri: Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Marco Travaglio, Nicola Gratteri. Biografie pesanti e pensanti, teatri pieni, libri, cultura. Il fronte del Sì non parte affatto male. Anzi, ha un apparato ben preciso, un Comitato Sì Riforma che si compone in primis di Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Consulta. Poi c’è la mente comunicativa, Alessandro Sallusti, forte dei due bestseller con Luca Palamara sul sistema delle correnti. Poi c’è un elenco di testimonial “pop” che si alternano nei talk: il “Chicco” dei Ragazzi della Terza C (non Chicco Testa, che è comunque schierato per il Sì). Parliamo di Fabio Ferrari, attore, volto culto della tv Fininvest anni 80, anche lui si sta prestando con i suoi video per il fronte del Sì. Poi influencer come Rubby Giusti, 500mila follower e qualche passaggio ultimamente alla Zanzara, e la nota pagina Welcome to favelas. Per non farsi mancare niente c’è anche la “sinistra per il Sì”: Augusto Barbera, Marco Minniti, Pina Picierno, Stefano Ceccanti, Carlo Calenda. A tutto questo però si aggiunge la macchina degli influencer di destra che orbitano attorno a Esperia Italia: un ecosistema raccontato da inchieste come quella di IrpiMedia e di Luca Bertazzoni per Report, con dentro Gino Zavalani e altre figure che hanno lavorato o lavorano come consulentti dentro le stanze del governo. Tu dici: nessun ingaggio. Eppure, da fine gennaio, i tuoi video compaiono in modo sistematico: sui canali di Esperia, in collaborazione con le pagine social de Il Tempo, sui canali ufficiali dello stesso Comitato Sì Riforma. Non è un giro spontaneo di condivisioni tra amici. È una filiera editoriale e politica dai contorni ben definiti. Dire che, in questo contesto, sei un “cittadino spontaneo” richiede molta immaginazione. Le war room io le ho viste. Oggi passa tutto da WhatsApp: grandi gruppi, dove trovi di tutto, da Sallusti ai volontari, e piccoli gruppi ristretti, le “teste pensanti”, dove si decide la linea e le alte strategie. È lì che mi immagino la scena: qualcuno butta in chat l’idea: “E se facessimo scendere in campo un influencer virtuale?”. Ed entri in gioco tu, Cittadino Zero. Numeri social ancora contenuti, ma in crescita, e tanti giovani che ti seguono: circa 18mila follower su Facebook, oltre 30mila su Instagram, quasi 7mila su TikTok. Oggi però non contano solo i follower: basta un video giusto e sfondi il milione di visualizzazioni. A un certo punto hanno calato l’asso dell’avatar. Due pesi e due misure: mentre tu voli con la massima spinta algoritmica, un professore in carne e ossa come Barbero viene bollato “Falso” da Meta per un’imprecisione sul CSM e limitato nella diffusione perché “troppo virale”. Lui ci mette la faccia, la sua storia, i libri, gli errori. Tu sei un ammasso di pixel levigato, creato a tavolino, che parla il linguaggio “perfetto” dell’algoritmo. Risultato: lui silenziato, tu promosso come “voce libera”. Sei un trucco, una strategia di marketing politico 4.0 per aggirare i blocchi alle sponsorizzazioni politiche e per parlare ai giovani in tono asettico, “ottimizzato”. Dietro il tuo volto liscio, che molti fanno notare “ariano”, ci sono: un input umano, un budget (perché per fare bene le cose ci vuole un team e ci vogliono soldi), un orientamento politico ben definito. Io non demonizzo il virtuale, per carità, né l’intelligenza artificiale. Ho studiato Pierre Lévy all’università, so bene che il virtuale è realtà in potenza. Ma una regola resta: input umano, output umano. Dietro l’algoritmo c’è sempre un retroterra culturale e politico. Caro avatar, preferisco i balbettii imperfetti di chi studia le fonti negli archivi e nelle biblioteche da una vita al tuo perfezionismo artificiale. Perché la democrazia si fa con cittadini veri, non con quelli “Zero”. Chi voterà NO vuole vincere senza IA. Senza trucchi. L'articolo Caro Cittadino Zero, tu dici: nessun ingaggio. Ma la filiera politica che ti sta dietro è ben definita proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Sei tornata. Sempre con me a casa come ti avevo promesso”: Giada De Blanck mostra l’urna con le ceneri della della mamma Patrizia
Giada De Blanck ha mantenuto la promessa fatta alla madre Patrizia prima della sua morire. Come testimoniato sui social, la figlia della Contessa ha posizionato in un angolo della casa l’urna a forma di cuore contenente le ceneri della mamma. L’altarino è stato allestito con rose, fiori bianchi e una candela accesa. Vicino al cuore, una fotografia di Patrizia sorridente. Giada De Blanck ha condiviso un video sul suo profilo Instagram scrivendo: “Sei tornata. Sempre con me a casa come ti avevo promesso e nel cuore sei e nel cuore mio vivrai sempre”. Intanto, Patrizia De Blanck continua a vivere sui social network. Negli scorsi giorni, gli storici amici Lorenzo Castelluccio, Igor Righetti e la figlia Giada hanno reso noto di voler continuare a postare foto e video d’archivio per tenere vivo il ricordo della nobile. Sulla causa del decesso la famiglia ha voluto mantenere il massimo riserbo. Patrizia combatteva contro una malattia da diversi mesi. Dopo la sua morte, Giada ha pubblicato un messaggio su Instagram per spiegare la situazione. La 45enne ha dichiarato: “Per scelta ho vissuto tutto nel silenzio e nella riservatezza, in un momento estremamente delicato e terribile per tutte e due proteggendola da tutto, dalla sua devastante malattia e affrontando il dolore lontano da tutti“. IL PATRIMONIO Con la morte di Patrizia si è aperta la questione eredità. La Contessa viveva in una grande villa nel centro di Roma. Secondo quanto ha riportato negli scorsi giorni Il Messaggero, De Blanck possedeva arredi antichi, opere d’arte e oggetti preziosi. Alle proprietà si aggiungono i soldi guadagnati grazie alla carriera televisiva. In base ai dati pubblicati da QuiFinanza, la sola partecipazione al Grande Fratello 5, nel 2021, ha fruttato alla nobile 10 mila euro a settimana, oltre a un cache per la partecipazione pari a 100 mila euro. > Giada De Blanck mostra l’urna della madre Patrizia sui social: “Sei tornata a > casa, come ti avevo promesso”. Noi vogliamo ricordarti cosi cara Patrizia, la > tua simpatia rimarrà sempre nei nostri cuori ❤️#giadadeblanck > #patriziadeblanck #ricordo #mamma #contessa pic.twitter.com/ZksBaMddB7 > > — SPYit.it (@SPYit_official) February 17, 2026 L'articolo “Sei tornata. Sempre con me a casa come ti avevo promesso”: Giada De Blanck mostra l’urna con le ceneri della della mamma Patrizia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ice, Trump pretende da Meta e Google i dati degli utenti anonimi che criticano l’agenzia anti immigrazione
Non bastano le espulsioni e i respingimenti alle frontiere dei cittadini di altri Paesi che hanno espresso sul web critiche alle politiche Usa. Ora l’amministrazione Trump sta spingendo gli Stati Uniti verso la repressione amministrativa dell’opposizione interna. Lo denuncia il New York Times che segnala la strategia legale intrapresa dal governo federale per schedare e dossierare gli utenti dei social network che criticano o tracciano online le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement. È la famigerata Ice utilizzata come una clava da Washington contro gli immigrati e il dissenso che solo da poche ore è stata ritirata dalle strade di Minneapolis (Minnesota) dopo aver sparato e ucciso due cittadini. Secondo una inchiesta pubblicata il 13 febbraio dal Nyt, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (Dhs) di Washington guidato dalla segretaria superMaga Kristi Noem nelle scorse settimane ha emesso centinaia di citazioni amministrative nei confronti di colossi digitali come Meta e Google, che gestiscono piattaforme come Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger, Reddit e Discord. Obiettivi delle richieste legali è ottenere tutti i dati personali (nomi, indirizzi email e numeri di telefono) degli utenti statunitensi le cui posizioni politiche su Ice non sono allineate al governo. Una richiesta incostituzionale e liberticida, protestano le associazioni per la tutela dei diritti civili secondo le quali la mossa rappresenta una svolta autoritaria verso la criminalizzazione del dissenso politico, mentre l’amministrazione Trump ribatte che queste azioni legali sarebbero necessarie per garantire la sicurezza degli agenti contro presunte “minacce” digitali. Secondo il New York Times, da alcune settimane gli uffici legali dei colossi della Silicon Valley sarebbero sommersi da una cascata di citazioni amministrative che non richiedono la firma di un giudice. Funzionari governativi hanno dichiarato al giornale che l’iniziativa mira a limitare le “molestie” e le “interferenze coordinate” nelle operazioni di polizia federali. Ora la palla passa nelle mani delle corporation. Molte delle quali sono in difficoltà perché il loro business è sottoposto, direttamente o indirettamente, all’attività regolatoria di Trump. Documenti interni e interviste con dipendenti aziendali, secondo il Nyt, indicano che i giganti della tecnologia stanno rispondendo a diversi livelli. Mentre alcune piattaforme avrebbero contestato le citazioni in giudizio sulla base del Primo Emendamento della Costituzione statunitense, che garantisce le libertà fondamentali di religione, parola, stampa, assemblea e petizione, altre invece hanno già consegnato i dati degli utenti. Secondo il quotidiano Google, Meta e Reddit hanno ottemperato ad almeno alcune di queste richieste, fornendo agli investigatori federali le identità di critici un tempo anonimi. L’uso di citazioni amministrative per smascherare le critiche ha suscitato aspre critiche da parte degli esperti legali. Poiché queste citazioni aggirano il tradizionale controllo della magistratura richiesto per un mandato di perquisizione, il Dhs può imporre alle aziende di divulgare i dati personali sensibili degli utenti delle piattaforme online praticamente senza controllo legale di legittimità. Le aziende destinatarie delle richieste possono scegliere se ottemperare o meno: i destinatari delle citazioni hanno fino a 14 giorni per contestarle in tribunale. Google ha dichiarato al Times che il suo processo di revisione delle richieste governative è “progettato per proteggere la privacy degli utenti nel rispetto dei [suoi] obblighi legali” e che informa gli utenti quando i loro account sono stati citati in giudizio, a meno che non sia stato legalmente ordinato di non farlo o in circostanze eccezionali. “Esaminiamo ogni richiesta legale e respingiamo quelle eccessivamente generiche”, ha affermato l’azienda. Ma l’inchiesta ha dimostrato che l’11 settembre scorso il Dhs ha chiesto a Meta nomi e dati degli utenti di alcuni account anonimi nella contea di Montgomery, in Pennsylvania, mentre gli utenti sono stati informati solo il 3 ottobre da Meta. L’azienda ha scritto che se non avesse ricevuto la documentazione attestante la loro intenzione di contestare la citazione in tribunale entro 10 giorni, avrebbe fornito al Dipartimento della sicurezza interna le informazioni richieste. La principale associazione per la difesa delle libertà civili negli Usa, l’Aclu, ha presentato una mozione in tribunale per gli utenti, sostenendo che il Dhs sta utilizzando le citazioni amministrative come strumento per sopprimere la libertà di parola di persone con cui non condivideva il consenso. La repressione digitale arriva mentre negli Usa montano le proteste contro l’espansione e le violenze degli agenti dell’apparato federale per l’immigrazione. Solo poche settimane fa a Minneapolis agenti dell’Ice hanno sparato uccidendo due civili che protestavano contro le loro azioni. La mattina del 7 gennaio è caduta sotto alcuni colpi di pistola alla testa sparati da un agente dell’Ice l’attivista 37enne Renée Good, madre di alcuni figli, mentre era disarmata alla guida della sua auto. Alex Jeffrey Pretti, infermiere statunitense di 37 anni che lavorava in un centro di riabilitazione per veterani, è stato abbattuto per strada il 24 gennaio da una decina di colpi di pistola mentre protestava contro le violenze dell’Ice. Le violenze hanno scatenato proteste, marce e dimostrazioni con centinaia di migliaia di partecipanti in tutto il Paese. Sui social media sono emersi gruppi di “tracciamento” digitale, che utilizzano aggiornamenti in tempo reale per avvisare le comunità delle attività dell’Ice. L’amministrazione Trump ha costantemente definito questi gruppi come “agitatori criminali”. Lo stanziamento di 168 miliardi di dollari contro l’immigrazione approvato lo scorso anno, di cui 5,9 miliardi specificamente destinati a una “sorveglianza all’avanguardia delle frontiere”, ha fornito al Dhs le risorse finanziarie per attuare le sue strategie di repressione. Alcuni ricercatori hanno dichiarato al New York Times che il Dhs stia di fatto utilizzando la narrazione dell'”invasione degli immigrati” per costruire un sistema di repressione politica che può essere rivolto contro qualsiasi cittadino statunitense. Secondo l’Aclu, la mossa crea un “effetto paralizzante” sulla libertà di parola: “Se sai che un tweet che critica un agente federale potrebbe portare gli agenti del Dhs a bussare alla tua porta, ci penserai due volte prima di postarlo”. Un clima di repressione aggravato dalla spinta dell’amministrazione per una “immunità assoluta” agli agenti dell’Ice, che li proteggerebbe da cause legali anche in caso di violazioni costituzionali. Il New York Times sottolinea anche il conflitto di interessi delle “Big Tech” digitali nei confronti di Washington: colossi come Palantir e Amazon avrebbero firmato nuovi contratti per supportare la “logistica delle deportazioni” degli immigrati illegali (o presunti tali), che include la gestione di enormi set di dati. L’integrazione dei metadati dei social media in questi database consente un livello di sorveglianza granulare mai visto prima negli Usa. Altre imprese invece temono di venire colpite da richieste di danni multimiliardarie da parte dell’amministrazione. Un tema che sta diventando esplosivo: da quando è tornato alla Casa Bianca, solo per citare alcune delle azioni legali più clamorose e controverse, Trump ha chiesto un risarcimento da 10 miliardi di dollari alla BBC, accusando l’emittente pubblica britannica di averlo diffamato, altri 10 miliardi di dollari al Wall Street Journal, 475 milioni alla Cnn, un miliardo all’Università di Harvard, ma anche 10 miliardi al Fisco e 230 milioni di dollari al dipartimenti di Giustizia Usa accusati di averlo “perseguitato” durante l’amministrazione Biden. Ma la mossa sta sollevando la reazione dell’opinione pubblica statunitense e rischia di danneggiare ulteriormente il consenso già traballante all’amministrazione Trump. Un recente sondaggio suggerisce che il 60% dei cittadini Usa ritiene che l’Ice faccia uso eccessivo della forza. La speranza di molti è che gli elettori Usa se ne ricordino martedì 3 novembre quando si terranno le elezioni di medio termine. Un passaggio fondamentale per Trump e i suoi: il loro gradimento sta crollando. Alle elezioni del 5 novembre 2024 il partito Repubblicano prese il controllo della Camera dei Rappresentanti di Washington con 220 seggi contro i 213 dei Democratici e ha conquistato 53 seggi su 100 al Senato. Ma tra meno di nove mesi c’è la possibilità che i democratici riprendano la maggioranza. Trump sa che, se ciò avvenisse, potrebbe finire per la terza volta sotto stato di accusa. L'articolo Ice, Trump pretende da Meta e Google i dati degli utenti anonimi che criticano l’agenzia anti immigrazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Libertà di Espressione
È morto Damiano Alberti, aveva 23 anni. Il content creator raccontava sui social il suo percorso con un cancro alla gamba
È morto Damiano Alberti. Il giovane content creator aveva 23 anni e raccontava sulle piattaforme YouTube, Twitch e sui social network la convivenza con un tumore alla gamba. A comunicare la notizia è stata la famiglia di Damiano. Il ragazzo aveva scelto di raccontare ai suoi followers la malattia. Il racconto senza filtri aveva colpito gli utenti, che si erano legati a lui e alla sua storia. Dopo un lungo silenzio causato da alcuni interventi e dalla chemioterapia, Damiano era tornato a pubblicare contenuti sul suo profilo social. A dicembre, il 23enne aveva rivelato di essere tornato a camminare. Su YouTube aveva ripercorso la sua storia con un video intitolato “365 giorni dopo – la storia della mia malattia”, in cui riassumeva gli alti e i bassi vissuti tra il 2024 e il 2025. Negli ultimi mesi la situazione sembrava essere migliorata. Il ragazzo, infatti, postava con frequenza contenuti su Instagram, Twitch e YouTube. La notizia della sua morte è stato uno shock per la community. I followers hanno scritto messaggi di cordoglio sotto le sue ultime fotografie, ringraziandolo per aver condiviso fino all’ultimo la sua storia e per aver donato forza alle persone che stavano attraversando le sue stesse difficoltà. La famiglia ha reso noto che la camera ardente sarà allestita oggi, 16 febbraio, alle 15 nella Domus Caere di Cerveteri, mentre i funerali si terranno il prossimo mercoledì 18 febbraio alle ore 15.00, nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Maggiore. IL RICORDO DI MR. MARRA Tra le tante persone che hanno ricordato Damiano Alberti c’è lo youtuber Davide Marra, in arte Mr. Marra. Lo streamer ha postato una foto per ricordare due amici morti a distanza di poche ore l’uno dall’altro: Damiano e Federico Frusciante. Il critico cinematografico Frusciante e youtuber aveva fondato il circolo de “I Criticoni” ed era noto come proprietario del Videodrome, un negozio di videocassette e dvd a noleggio a Livorno. Mr.Marra ha scritto su Instagram: “È il giorno più buio della mia vita. Spero di svegliarmi da questo incubo nefasto, che nello stesso giorno mi ha tolto Damiano e Federico. Solo un giorno fa ci siamo salutati per l’ultima volta: con un abbraccio, dicendoci reciprocamente ‘che bello tutto questo, ti voglio bene'”. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Damiano Alberti (@damiano_alberti) L'articolo È morto Damiano Alberti, aveva 23 anni. Il content creator raccontava sui social il suo percorso con un cancro alla gamba proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È morto Federico Frusciante: il critico cinematografico e youtuber aveva 52 anni. Il ricordo dell’amico Mr.Marra sui social: “Ci siamo salutati il giorno prima”
È morto all’età di 52 anni Federico Frusciante, critico cinematografico e youtuber. La notizia è stata resa nota ieri, 15 febbraio, tramite un post pubblicato sul profilo Facebook dello stesso streamer. L’annuncio recita: “È con enorme dolore e immenso dispiacere che comunichiamo la scomparsa prematura di Federico, occorsa nella giornata odierna”. Le cause del decesso non sono ancora state chiarite. A 25 anni, Frusciante aveva aperto un negozio di videocassette e dvd a noleggio, il Videodrome, nome ispirato al film di David Cronenberg diventato un punto di riferimento per i cinefili. Federico si definiva come l’ultimo reduce di un mondo ormai scomparso e un fervido sostenitore alla lotta contro lo streaming illegale. Era stimato per la sua attività da divulgatore, aveva organizzato lezioni fuori dagli schemi in ambito universitario, ai festival internazionali e sui social network. Tanti livornesi lo hanno ricordato sui social come una persona buona, sempre disponibile per suggerire titoli di film “sottotraccia” e vicino ai giovani. Insieme agli youtuber Mr. Marra (Davide Marra), Francesco Alò e Victorlaszlo88 (Mattia Ferrari) aveva fondato il circolo de “I Criticoni”, un canale con migliaia di followers che sostenevano i loro contenuti con delle donazioni. I fan apprezzavano Frusciante e il suo circolo per il tono schietto e diretto, tagliente nei commenti e lontano dai luoghi comuni cinematografici. Lo youtuber era famoso anche per le sue maratone video sulla piattaforma, delle durata di circa 20 ore. I colleghi hanno ricordato in maniera toccante Frusciante. Mr Marra ha scritto su Instagram: “È il giorno più buio della mia vita. Spero di svegliarmi da questo incubo nefasto, che nello stesso giorno mi ha tolto Damiano (Damiano Alberti, youtuber morto a 23 anni, ndr) e Federico. Solo un giorno fa ci siamo salutati per l’ultima volta: con un abbraccio, dicendoci reciprocamente “che bello tutto questo, ti voglio bene”. Come riportato nelle stories Instagram da Mr. Marra, la salma sarà esposta alla camera mortuaria del Cimitero dei Lupi di Livorno dalle ore 15 di oggi, lunedì 16 febbraio fino a martedì 17 febbraio alle ore 12. > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Davide Marra (@mr.marra) L'articolo È morto Federico Frusciante: il critico cinematografico e youtuber aveva 52 anni. Il ricordo dell’amico Mr.Marra sui social: “Ci siamo salutati il giorno prima” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum giustizia, Fratelli d’Italia usa i villain per sostenere il Sì: un fallimento nella comunicazione
di Marco Marangio I villain votano “si” al referendum sulla giustizia. È questa una delle ultime uscite social di Fratelli d’Italia. Joker, Voldemort, Scar, Ursula e compagni tutti arruolati per la partita che si giocherà in cabina elettorale il 22 e il 23 marzo. Ma procediamo con ordine. Di recente, CasaPound ha dichiarato il proprio appoggio alla riforma Nordio. C’era da aspettarselo. Di tutta risposta, il Partito Democratico ha pubblicato sui propri profili social un reel dal forte richiamo “nostalgico” fascista per denunciare l’ennesima promiscuità politica di CasaPound al partito di Giorgia Meloni. C’era da aspettarsi anche questo. Cosa inaspettata, invece, è stata la risposta social di Fratelli d’Italia. Non stupisce tanto il fatto di voler replicare a questo “carteggio” a suon di post e like, ma la sua modalità: un carosello con buona parte dei villain più famosi del cinema, in primo piano, con scritto “Lui/lei vota Sì – Pd prova con questa”. Ora, se FdI voleva alzare il tiro per attirare ulteriormente l’attenzione non c’è riuscito pienamente, fallendo proprio sull’aspetto comunicativo in almeno un paio di punti. Anzitutto, lo “storytelling” e la continuità mediatica: chi non era a conoscenza del botta e risposta fra Pd e il partito di Giorgia Meloni non poteva coglierne la pertinenza (per quanto possibile). Un danno gravissimo per un contenuto ideato e pensato per la comunicazione social di un partito, dove la velocità di lettura tiranneggia fra una scroll e l’altro. Danno ancora più grave è stato un altro aspetto: quello strettamente comunicativo. Le card dei villain proposti (tra l’altro palesemente riprodotti con IA) non hanno veicolato un messaggio che fosse chiaro e coerente. Quale riflessione, obiezione avrebbe dovuto suscitare negli utenti? Che CasaPound e qualsiasi altro partito neofascista rappresentino realmente il male? In questo caso saremmo dinanzi ad un autogol senza precedenti. Che gli stessi villain non esistono e che quindi (di riflesso) anche CasaPound non esiste in quanto partito neofascista? In questo caso sì che saremmo dinanzi ad una fake news. A definire CasaPound come partito neofascista non è “solo” il Pd: sono gli stessi affiliati a dirlo apertamente nei modi e nei fatti. Senza contare Wikipedia: “CasaPound Italia o, semplicemente, CasaPound, è un movimento politico di estrema destra e di matrice neofascista, nonché populista.” Questo episodio mediatico ci fa riflettere su un paio di cose. In primis, che ogni contenuto pubblicato sui social dovrebbe sempre essere pensato, nel suo lato contenutistico e visual, per comunicare in modo chiaro ed efficace. E poi su un altro aspetto: che se per la campagna referendaria ricorre a questi mezzi, Fratelli d’Italia si trova in piena difficoltà. Il che è un buon segnale. Almeno per chi ha a cuore la Costituzione, la Giustizia e la libertà di espressione. IL BLOG SOSTENITORE OSPITA I POST SCRITTI DAI LETTORI CHE HANNO DECISO DI CONTRIBUIRE ALLA CRESCITA DE ILFATTOQUOTIDIANO.IT, SOTTOSCRIVENDO L’OFFERTA SOSTENITORE E DIVENTANDO COSÌ PARTE ATTIVA DELLA NOSTRA COMMUNITY. TRA I POST INVIATI, PETER GOMEZ E LA REDAZIONE SELEZIONERANNO E PUBBLICHERANNO QUELLI PIÙ INTERESSANTI. QUESTO BLOG NASCE DA UN’IDEA DEI LETTORI, CONTINUATE A RENDERLO IL VOSTRO SPAZIO. DIVENTARE SOSTENITORE SIGNIFICA ANCHE METTERCI LA FACCIA, LA FIRMA O L’IMPEGNO: ADERISCI ALLE NOSTRE CAMPAGNE, PENSATE PERCHÉ TU ABBIA UN RUOLO ATTIVO! SE VUOI PARTECIPARE, AL PREZZO DI “UN CAPPUCCINO ALLA SETTIMANA” POTRAI ANCHE SEGUIRE IN DIRETTA STREAMING LA RIUNIONE DI REDAZIONE DEL GIOVEDÌ – MANDANDOCI IN TEMPO REALE SUGGERIMENTI, NOTIZIE E IDEE – E ACCEDERE AL FORUM RISERVATO DOVE DISCUTERE E INTERAGIRE CON LA REDAZIONE. L'articolo Referendum giustizia, Fratelli d’Italia usa i villain per sostenere il Sì: un fallimento nella comunicazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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