Un sistema che crea “grave allarme sociale e suscita sfiducia verso l’operato
delle istituzioni“, così scrive il giudice per le indagini preliminari di
Palermo, Filippo Serio. L’inchiesta, non a caso, è già un terremoto politico in
Sicilia, dove piovono le richieste di dimissioni, perfino nei confronti del
presidente della Regione, Renato Schifani: “Questa inchiesta è un macigno sul
governo Schifani”, tuona Antonio De Luca, portavoce del M5s in Sicilia. Al
centro dell’indagine c’è, infatti, il manager della Sanità, Salvatore Iacolino,
uomo a lui molto vicino, almeno fino a qualche tempo fa, quando poi Schifani ha
ceduto alle pressioni di Fdi, che non voleva Iacolino alla guida del
dipartimento regionale della Sanità. A quel punto, il manager e politico si è
avvicinato alla Lega.
IACOLINO E LE INTERMEDIAZIONI NELLA SANITÀ
Le sue intermediazioni nel mondo della Sanità erano a favore di Carmelo Vetro,
uomo d’onore di Favara, scarcerato nel 2019 dopo una detenzione di 9 anni per
mafia. Ma non c’è solo Cosa nostra: “Oltre alla pesante dote mafiosa di cui è
portatore alla luce dei trascorsi criminali già accertati (nonché quelli del
padre, già mafioso di vertice della provincia agrigentina), ha messo a frutto
consolidati, variegati e allarmanti rapporti derivanti dalla risalente e attuale
appartenenza alla massoneria, vero e proprio collante tra le più diverse
componenti della società”, così scrivono i magistrati palermitani.
MAFIA, MASSONERIA E APPALTI
Mafia e massoneria, appalti pubblici e sanità, da Favara passando da Palermo,
per arrivare all’Asp di Messina e al Policlinico. L’inchiesta della procura di
Palermo porta le lancette dell’orologio indietro nel tempo e restituisce una
Sanità pubblica pesantemente investita da interessi privati e pressioni
illecite. Una mafia che pare ancora “bianca” come ai tempi del Cuffarismo. Al
centro dell’inchiesta c’è il boss Vetro. Ad assecondare i suoi desiderata,
secondo quanto ricostruito dalla procura di Palermo, guidata da Maurizio de
Lucia, c’è Iacolino, ed è attraverso di lui che si creano una serie di contatti,
anche diretti con altri personaggi di spicco.
CHI È IACOLINO
Ma chi è Iacolino? In nuce uomo di Angelino Alfano, col quale inizia la sua
attività politica ad Agrigento, Iacolino, manager ed ex europarlamentare di Fi,
ha saputo navigare attraverso le ere politiche siciliane. Sebbene molto
contestato e addirittura licenziato dall’Asp di Siracusa, prima dei suoi ultimi
ruoli alla Regione, dove da ultimo era dirigente generale alla Pianificazione
strategica dell’assessorato alla Salute. Accusato anche di non avere fatto nulla
nel caso del ritardo per gli esami istologici dell’Asp di Trapani, dopo avere
ricevuto l’alert del dg di Trapani, Ferdinando Croce. Alla Sanità Iacolino
aspirava al ruolo di dirigente generale, ma le rivolte interne al centrodestra
hanno sbarrato la strada alle sue ambizioni alla guida del dipartimento più
scottante della Regione siciliana. Così il manager si è dovuto accontentare di
andare a guidare l’azienda ospedaliera del Policlinico di Messina. Dove però,
adesso, non andrà. Era stata la rettrice dell’università di Messina, Giovanna
Spatari, a indicarlo alla Regione come primo di una terna di nomi. Adesso è
costretta a intervenire: “Viste le notizie diffuse in queste ore dagli organi di
stampa in merito all’indagine in cui è coinvolto il dottore Salvatore Iacolino,
ritengo necessario che la questione della sua nomina a direttore generale del
Policlinico venga affrontata con decisione, nell’interesse dell’Azienda, della
sua piena funzionalità e della collettività”. Schifani, però, è intervenuto
ancora prima, convocando la Giunta per congelare l’insediamento di Iacolino a
Messina.
COINVOLGIMENTO DELL’ANTIMAFIA E DIRIGENTI PUBBLICI
Ed è proprio a Messina che le ingerenze si erano manifestate con più vigore
all’interno dell’Asp, e con il coinvolgimento addirittura della vicepresidente
dell’Antimafia regionale, la messinese Bernadette Grasso, che tramite il
contatto di Iacolino ha poi avuto rapporti diretti con Vetro. Perfino
l’Antimafia viene così colpita al cuore dell’inchiesta. I magistrati Bruno
Brucoli, Gianluca De Leo e Maria Pia Ticino, guidati dall’aggiunto Vito Di
Giorgio, hanno, infatti, scritto che la vicepresidente dell’Antimafia “ha poi
interloquito direttamente con il Vetro per l’indicazione delle persone da
assumere”. I magistrati della procura guidata da Maurizio De Lucia hanno
svelato, ancora, come Iacolino avesse agevolato “incontri e contatti con
pubblici amministratori, anche con funzioni apicali, tra cui il direttore
amministrativo dell’Asp di Messina Niutta Giancarlo, il direttore generale
dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì e il dirigente generale del dipartimento
della Protezione civile Salvatore Cocina”.
Altra figura chiave dell’inchiesta è Giancarlo Teresi, che nel suo ruolo da
dirigente del Servizio Infrastrutture Marittime agiva come il principale
facilitatore tecnico di Vetro. Teresi operava una vera e propria “segnalazione
vincolante” di Vetro alle ditte aggiudicatarie, costringendole ad avvalersi
dell’An.Sa. Ambiente per i servizi di trasporto e smaltimento. Iacolino metteva
invece a disposizione la sua influenza e la sua rete di relazioni politiche per
favorire gli interessi economici di Vetro nel settore sanitario, agevolando
accreditamenti per società amiche. E sono tante le immagini registrate proprio
all’interno dell’assessorato, che mostrano baci tra Vetro e Teresi e scambi di
buste. Secondo quanto ricostruito dalle indagini della Procura di Palermo, lo
scambio sarebbe arrivato fino a 40 mila euro.
TERESI, FAVORI E SCAMBI DI DENARO
Un impianto accusatorio, quello della procura di Palermo, che si fonda su un
solido reticolo di intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Le
carte dell’inchiesta, culminate nell’ordinanza cautelare e nel decreto di
perquisizione a carico del manager della sanità e del boss Carmelo Vetro,
documentano scambi di favori e consegne occulte, che hanno portato all’arresto
di Vetro e Teresi. Mentre oggi è stata perquisita la casa di Iacolino,
all’interno della quale sono stati trovati 90 mila euro in contanti.
Un’inchiesta che potrebbe rivelarsi uno tsunami sul governo Schifani: “Mentre i
siciliani aspettano mesi per una visita o un ricovero nelle strutture siciliane
– ha sottolineato Di Paola – una nuova pesante inchiesta giudiziaria svelerebbe
l’ennesimo caso di corruzione nei piani alti della sanità regionale. L’inchiesta
che coinvolge Iacolino, già eurodeputato di Forza Italia e oggi ai vertici della
sanità siciliana è un fatto gravissimo. Il presidente della Regione non
riferisce in aula su uno scandalo che ne scoppia subito uno nuovo. Il presidente
Schifani prenda atto del fallimento e si dimetta”.
L'articolo Mafia, massoneria e sanità: l’inchiesta sul manager vicino a Schifani
“terremota” la politica siciliana. Il Gip: “Suscita sfiducia verso le
istituzioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Renato Schifani
“Noi dormiamo con l’ansia, che da un momento all’altro non siamo più vivi. E
questo perché nessuno ci tutela. Dov’è lo Stato? Si è accertato quando ha
inviato i miliardi da Roma che venissero utilizzati per il territorio?”. Giusy
Lupo è una cittadina di Niscemi che nella mattinata ha protestato contro il
governatore Renato Schifani e l’assessora alla Salute Daniela Faraoni al termine
del tavolo operativo con la protezione civile in municipio.
I niscemesi contestano l’indifferenza della regione, consapevole già dal 1997
della situazione morfologica su cui poggiano moltissime abitazioni, e per il
mancato utilizzo dei fondi stanziati per la messa in sicurezza del torrente
Benefizio, in cui confluiscono anche le acque nere. “I soldi sono arrivati, in
trent’anni quante cose si potevano fare per aiutare la popolazione. Anche
piantare un albero l’anno. Questa è una comunità già disagiata, di 25mila
abitanti, senza lavoro e senza niente. Hanno realizzato qui la base americana
Muos, se non moriamo per le radiazioni, moriamo per la frana”.
L'articolo La rabbia di Niscemi: “Dov’è lo Stato? I miliardi inviati da Roma
sono stati utilizzati per il territorio?” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un incentivo per lavorare in “modo agile” dalla Sicilia. È il South working, o
Sicily working, come preferisce chiamarlo il presidente della Regione siciliana,
Renato Schifani. Una norma presentata dal governo siciliano che è appena stata
approvata dall’Assemblea regionale e che prevede un incentivo di 54 milioni,
spalmati in tre anni, per le aziende che permetteranno ai propri dipendenti di
lavorare nell’Isola in modalità di “lavoro agile”, cioè consentendo di lavorare
a distanza, in Sicilia, per almeno 5 anni.
Un sostegno destinato a chi assume o a chi trasforma il contratto di lavoro da
tempo determinato a indeterminato per i residenti in Sicilia. Sono 18 milioni di
euro impegnati per il 2026, il 2027 e il 2028 che permetteranno assunzioni e
stabilizzazioni nella Regione. Una norma votata oggi, anche grazie alle
opposizioni e che riceve subito il plauso del Pd, che ha presentato emendamenti
per arrivare al risultato di oggi: “Rappresenta un passo nella direzione giusta,
frutto anche del lavoro e delle proposte portate avanti dal Partito democratico
in aula”, commenta Michele Catanzaro, capogruppo del Pd all’Assemblea regionale
siciliana. Che continua: “Questa misura parla ai tanti giovani siciliani che
oggi lavorano fuori dalla regione, in altre parti d’Italia o all’estero, spesso
lontani dalla propria terra non per scelta ma per necessità – prosegue Catanzaro
– il South working può offrire loro la possibilità concreta di tornare a vivere
e lavorare in Sicilia, senza rinunciare alla propria occupazione e alle proprie
competenze. È una norma che va nella direzione che il Partito democratico indica
da tempo: contrastare la precarietà, fermare l’emorragia di talenti e
trasformare il lavoro da remoto in una vera politica di sviluppo territoriale.
Ma – aggiunge – non possiamo accontentarci degli annunci: perché la misura
funzioni davvero servono atti chiari, tempi certi e una gestione trasparente
delle risorse. Sarà fondamentale vigilare affinché i decreti attuativi vengano
emanati nei tempi previsti e che i criteri di accesso siano semplici e realmente
inclusivi, evitando ritardi e burocrazia che rischiano di svuotare la norma”.
Meno soddisfatti i rappresentanti del Movimento 5 Stelle: “Si è persa
l’occasione di allargare la platea dei beneficiari a tutti i lavoratori, anche
quelli già assunti a tempo indeterminato”, ha rimarcato Lidia Adorno, che ha
aggiunto: “Ci fidiamo di quanto promesso dall’assessore all’Economia, Alessandro
Dagnino, che si è preso l’impegno di allargare la platea di beneficiari alla
prossima variazione di bilancio”.
L'articolo La Regione Sicilia promuove il South working: stanziati 54 milioni
per il lavoro a distanza proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo la rimozione degli assessori democristiani in seguito all’indagine che ha
portato ai domiciliari Totò Cuffaro, in Sicilia sembra tornata la quiete nei
rapporti tra i centristi e il presidente della Regione, Renato Schifani. Segnali
arrivati con il benestare ad alcune nomine in posti di sottogoverno. Tra
Consorzi universitari, parchi e Istituti autonomi case popolari, la giunta già a
fine novembre aveva trovato il modo di indicare figure gradite alla Dc.
Un’ulteriore conferma potrebbe essere rappresentata dalla scelta che il
governatore ha fatto in prima persona nei giorni scorsi: la nomina del nuovo
capo di gabinetto vicario. Schifani, che ha incassato l’appoggio dei deputati
democristiani sia in occasione della mozione di sfiducia presentata
dall’opposizione che sulla finanziaria in corso di discussione all’Ars, ha
deciso di avvalersi di Pietro Miosi.
Laureato in Scienze agrarie, Miosi è un dirigente di lungo corso della Regione,
che nella propria carriera ha svolto più ruoli di fiducia a fianco dei politici.
A volerlo accanto sono stati, in più di un caso, politici di area centrista: da
Totò Cordaro, l’ex assessore al Territorio del governo Musumeci che lo scelse
come capo della propria segreteria tecnica, ad Andrea Messina, assessore alla
Funzione pubblica con l’attuale governo e poi messo fuori dalla giunta – insieme
ad altri due colleghi – dopo la richiesta di arresto per Cuffaro. “Alla luce del
quadro delle indagini che sta emergendo, riguardanti l’ex presidente della
Regione, ritengo doveroso riaffermare la necessità che il governo regionale
operi nel segno della massima trasparenza, del rigore e della correttezza
istituzionale, principi che rappresentano il fondamento stesso della buona
amministrazione”, sono state le parole con cui Schifani ha annunciato
l’estromissione della Dc dal governo regionale.
Nel giro di poche settimane, gli animi si sono però ammorbiditi e viene da
chiedersi se la nomina di Miosi non sia un altro piccolo segnale in questa
direzione. Nel passato del dirigente, peraltro, c’è anche la politica, con
un’esperienza da assessore comunale, in quota Udc, a Bagheria, centro alle porte
di Palermo. “Per Palazzo d’Orleans, la scelta di estromettere gli assessori
della Democrazia Cristiana dalla giunta è stata una decisione politica, mentre
Miosi è un dirigente tecnico della Regione con esperienza pluridecennale anche
negli uffici di gabinetto”, è la replica che arriva dall’entourage di Schifani,
che parla di “una caccia alle streghe”.
A garantire di non avere più a che fare con la scena politica è anche il neocapo
di gabinetto vicario. “Ho chiuso con la politica nel 2012. Fui assessore ma
all’epoca l’Udc era diverso da questa Democrazia Cristiana. Se proprio vogliamo
dirla tutta, fui messo fuori proprio da uno dei sostenitori dell’attuale Dc”,
dichiara Miosi al fattoquotidiano.it. Sull’attestato di stima ricevuto da
Schifani, dopo l’esperienza a fianco dell’assessore democristiano Messina, Miosi
aggiunge: “Sono dirigente regionale da più di trent’anni. Ho deciso di accettare
di entrare nel gabinetto del presidente perché ho ritenuto fosse il modo
migliore per servire l’amministrazione”.
Nelle carte dell’inchiesta su Cuffaro in un caso si fa riferimento a un tale
“Miosi”. A pronunciare il cognome è proprio l’ex presidente della Regione nel
corso di una telefonata, fatta nella primavera del 2024, con il deputato
regionale Dc Carmelo Pace. Cuffaro e Pace discutono delle imminenti Europee e di
nomi da segnalare per la lista Stati Uniti d’Europa. Tra i papabili c’era
Giovanni Tomasino, il direttore del Consorzio di bonifica che per i magistrati
era sensibile alle richieste di Cuffaro. Se si fosse candidato, si sarebbe
dovuto mettere in aspettativa. Anche per questo Cuffaro e Pace avrebbero
preferito non accettasse. A un tratto, mentre fanno nomi di altri possibili
candidati vicini alla Dc, l’ex governatore sbotta: “Miosi non mi risponde. Che
posso fare?”. Cuffaro si riferiva all’attuale capo di gabinetto vicario di
Schifani? “Non mi ricordo, è passato tanto tempo”, dice oggi Miosi.
L'articolo Sicilia, Schifani fa pace coi cuffariani? L’ex capo segreteria
dell’assessore Dc nominato nel gabinetto del presidente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La richiesta di giudizio immediato come mossa politica più che giudiziaria. Un
attimo dopo aver ricevuto la richiesta di rinvio a giudizio della Procura di
Palermo – che lo accusa di corruzione, peculato, falso e truffa – l’ex
presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gaetano Galvagno ha presentato
istanza per saltare l’udienza preliminare e andare direttamente a dibattimento.
Una strategia per archiviare il processo più in fretta possibile, liberandosene
in tempo per correre per la guida della Regione. Sull’isola, infatti, c’è già
odore di elezioni. Non subito: l’arresto di Totò Cuffaro non produrrà effetti
immediati sul governo regionale. Proprio martedì, mentre a Galvagno veniva
notificata la richiesta dei pm, il “Parlamento” di Palermo confermava la fiducia
a Renato Schifani: il governatore quindi resta in sella, almeno fino al prossimo
scossone. Ma vista la mole di grane giudiziarie di questa legislatura, i partiti
iniziano a pensare al futuro.
Per questo, anche se ancora nulla si muove, molto ribolle sotto traccia.
Inevitabilmente, infatti, le indagini hanno via via indebolito la giunta dell’ex
presidente del Senato, rosa dall’interno da una fronda antagonista in Forza
Italia (capeggiata dal vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, con Marco
Falcone e Tommaso Calderone) e dagli alleati che mirano alla prossima
presidenza. I meloniani lamentano di guidare poche Regioni rispetto al loro
consenso, mentre con l’arresto di Cuffaro gli equilibri interni al centrodestra
potrebbero cambiare: il primo effetto è che la Lega ha congelato il patto con la
Dc Sicilia, il partito dell’ex governatore ora a rischio estinzione. E proprio
sui sette deputati della Dc insistono gli appetiti degli altri partiti, in
particolare del Carroccio, che così passerebbe da un accordo saltato a
un’annessione. “Ancora è presto per parlare di passaggi”, giura qualcuno, mentre
altri sottolineano che nessun deputato è stato arrestato e Cuffaro non fa parte
del governo.
Ad allontanare il ritorno al voto c’è anche un rimpasto di giunta previsto per
il prossimo gennaio: in molti si aspettano che a saltare siano i “tecnici”
vicini a Schifani, ovvero l’assessora alla Salute, Daniela Faraoni, e quello
all’Economia Alessandro Dagnino. Se arrivasse una nuova scossa giudiziaria,
però, il governo potrebbe cedere. Come futuro governatore qualcuno ipotizza un
ritorno dell’attuale ministro alla Protezione civile Nello Musumeci. Ma un
meloniano taglia corto: “Non è più di suo interesse, escludo uno scenario
simile”. Di certo il toto nomi è già partito e uno Schifani bis è considerato
improbabile: nonostante il presidente sia spalleggiato dalla Lega e da una parte
del suo partito, è osteggiato dalla fronda interna a Forza Italia, mentre FdI
potrebbe voler passare all’incasso, dopo aver criticato Schifani per lo spazio
dato a Cuffaro e al leghista Luca Sammartino, vicepresidente e assessore
all’Agricoltura.
“Il toto nomi è un mero esercizio di stile al momento, soprattutto perché il
prossimo candidato verrà deciso a Roma, in base agli equilibri nazionali e da
Roma, in questo momento, non c’è nessun imput”, sostiene un deputato del
centrodestra. Pare chiaro, però, che si voterà in primavera: almeno questa è la
moral suasion che sta arrivando da Sergio Mattarella per evitare che le
elezioni, politiche e regionali, cadano troppo a ridosso delle leggi di
Bilancio. Che sia la primavera del 2026 o quella del 2027 (cioè quasi a scadenza
naturale della legislatura, prevista a ottobre) è tutto da vedere. Di sicuro al
momento il centrodestra non ha fretta: “Non credo che in FdI nessuno voglia far
cadere la giunta Schifani”, conferma un big meloniano da Roma. Almeno fino alla
prossima inchiesta.
L'articolo Sicilia, la mossa di Galvagno: chiede il giudizio immediato per poter
correre da governatore alle prossime regionali proviene da Il Fatto Quotidiano.
L’assessora regionale siciliana al turismo e allo sport, Elvira Amata (Fratelli
d’Italia) dovrà presentarsi il 13 gennaio davanti al gup di Palermo, Walter
Turturici, a seguito della richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla
procura guidata da Maurizio de Lucia. La comunicazione è stata trasmessa anche
alla Regione Sicilia, riconosciuta parte offesa, e bisognerà capire se il
governatore Renato Schifani deciderà di costituirsi nel processo contro la sua
stessa assessora. Traballa ancora una volta la giunta regionale, già minata da
inchieste e scandali, e non è escluso un possibile ed ennesimo rimpasto. Il
presidente dovrà riflettere sulla posizione di Amata, visto che nei giorni
scorsi ha già revocato le deleghe agli assessori cuffariani Nuccia Albano e
Andrea Messina, non indagati ma travolti dall’indagine sulla DC e sul suo leader
Totò Cuffaro, mentre resta saldamente nel suo scranno l’assessore
all’agricoltura, il siculo-leghista Luca Sammartino, imputato a Catania per
corruzione.
Amata, secondo l’inchiesta della Guardia di finanza e coordinata dai pm Felice
De Benedittis e Andrea Fusco, è accusata di corruzione in concorso con
l’imprenditrice Marcella Cannariato, moglie del patron Tommaso Dragotto
fondatore della società di noleggio Sicily by Car. L’imprenditrice avrebbe
promesso di assumere il nipote dell’assessora, Tommaso Paolucci (non indagato)
nella A&C Broker Srl, società in cui Cannariato risulta legale rappresentante, e
avrebbe inoltre pagato le spese per l’alloggio del nipote nella struttura “Leone
Suite B&B” di Palermo, nel periodo compreso tra settembre 2023 e marzo 2024, per
un costo complessivo di 4.590,90 euro. In cambio, secondo l’accusa, dall’ufficio
dell’assessorato al turismo sarebbe stato promesso il finanziamento pubblico di
30 mila euro per l’evento “XXIII edizione Donna, Economia e Potere”, promosso
dalla Fondazione Marisa Bellisario, di cui Cannariato risultava rappresentante
regionale, poi dimessasi a seguito dell’inchiesta. In parallelo, si attende
anche la richiesta di rinvio a giudizio per il presidente dell’assemblea
regionale, il meloniano Gaetano Galvagno, delfino del presidente del senato
Ignazio La Russa, indagato nello stesso filone d’inchiesta per corruzione,
peculato, falso e truffa.
“Schifani abbia un sussulto di dignità, rimuova l’assessore Amata immediatamente
e si dimetta dopo i danni enormi che ha fatto in questi ultimi tre anni. Non usi
due pesi e due misure: così come ha fatto con gli assessori dalla Dc,
incredibilmente non indagati, faccia lo stesso con la Amata. Schifani ha scelto
una squadra di governo che fa acqua da tutte le parti e adesso non ha altra
scelta che rimuovere pure lei. Mi chiedo come un presidente della Regione si
ostini a continuare a governare in queste condizioni; con una richiesta di
rinvio a giudizio per corruzione per Amata che con il suo assessorato ha la
discrezionalità di stanziare dei fondi, è follia pura”, ha commentato il
deputato regionale Ismaele La Vardera (Controcorrente).
“Schifani ora estrometta FdI dal governo come ha fatto con la Dc. Non può essere
moralizzatore a corrente alternata e usare due pesi e due misure. Applichi con
Fratelli d’Italia lo stesso metro usato per gli assessori della Democrazia
Cristiana, oppure deve chiedere prima il permesso a Roma? Schifani deve dare un
segnale forte alla collettività: estrometta gli assessori di FdI e un minuto
dopo si dimetta, non ci sono più le condizioni per andare avanti. Abbia un
sussulto di dignità e ne prenda atto, sono più gli indagati e gli imputati nella
sua maggioranza che le riforme del suo inefficace e inefficiente governo”, ha
detto il capogruppo del M5S all’Ars, Antonio De Luca.
Sulla stessa linea anche il segretario regionale del Pd, Anthony Barbagallo: “E
ora, con l’assessore al Turismo indagata e per cui la procura di Palermo ha
chiesto il rinvio a giudizio, anche Fratelli d’Italia fuori dalla giunta
Schifani! Deve valere anche per loro quello che Schifani ha detto a proposito
degli assessori cuffariani rimossi (anche se non indagati): la loro presenza
confliggeva con i principi fondamentali di trasparenza del suo governo. Non si
rende conto – ma per quanto ancora? – in quale spirale Schifani stia trascinando
la Sicilia, a causa della sua incapacità di accorgersi della slavina di
scandali, episodi poco trasparenti e ombre che gravano sulla sua giunta. La
soluzione è una: abbia un sussulto di dignità e si dimetta liberando l’Isola da
questa cappa di clientele di cui lui è il principale responsabile politico”,
conclude Barbagallo.
L'articolo Sicilia, chiesto il rinvio a giudizio per l’assessora Amata (FdI).
L’opposizione: “Schifani la rimuova subito e si dimetta” proviene da Il Fatto
Quotidiano.