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Il Campo Largo nasce monco del Pd anche a Portici (Napoli). Coalizione in rotta con l’ex sindaco dem ora in giunta con Fico
Dopo il caso Salerno, esplode il caso Portici (Napoli). Sono le città campane dove il Campo Largo dell’elezione di Roberto Fico sta abortendo in partenza. A Salerno c’è Vincenzo De Luca che corre da solo e contro tutto e tutti, contro Pd e M5s e l’universo mondo. A Portici da poche ore è ufficiale la candidatura a sindaco di Fernando Farroni, il renziano leader di una coalizione che spazia da Casa Riformista ad Avs a Mastella ai Cinque Stelle, fino ai socialisti e a diverse civiche. Dove però manca il Pd dell’ex senatore Vincenzo Cuomo, il sindaco di quattro mandati a Portici, che nel 2022 fu eletto con percentuali da regime comunista e ora aspira a scegliersi il successore. Anche qui il problema è serio. Perché Farroni, a leggere le dichiarazioni del parlamentare locale M5s Alessandro Caramiello, è stato scelto a valle di un percorso al quale ha dato il suo assenso anche Fico. Ma il presidente della Campania ha tra i suoi assessori Cuomo, al quale ha assegnato deleghe pesanti, governo del territorio e patrimonio. Per entrare in giunta con Fico, Cuomo si è dimesso da sindaco subito dopo le elezioni regionali, affrontando il rischio di un ricorso su una presunta incompatibilità non sanata in tempo, presentato dall’ex consigliere regionale leghista Carmela Rescigno. Ed è per questo che Portici torna al voto con un anno di anticipo. Farroni fu vice sindaco di Cuomo quasi dieci anni fa, ma la sua candidatura odierna nasce da una richiesta di discontinuità, e nel solco dei pessimi rapporti tra l’ex primo cittadino e i pentastellati di Portici, nati quando Pd e M5s erano su barricate opposte e proseguiti anche quando i due partiti hanno iniziato ad allearsi per andare insieme al governo nazionale e regionale. Lo stesso ingresso di Cuomo nella giunta Fico ha trovato ostacoli sotterranei nel M5s di Portici. Rimostranze che non hanno trovato sponda sul tavolo della decisione finale. Cuomo era stato designato dal deputato Marco Sarracino, che in Campania è sinonimo di Elly Schlein. Fico, espressione di un accordo di ferro tra Schlein e Conte con la benedizione del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, ha preso atto: non si rischia la tenuta del governo di una regione di 6 milioni di abitanti per spegnere un conflitto in una città di 52mila anime. Ed allora, registrata la storica debolezza del centrodestra, che nel 2022 non fu capace nemmeno di eleggere il candidato sindaco, sarà battaglia tra Farroni e il candidato del ‘campo Cuomo’. Composto dal Pd e dalle forze civico-politiche che nel 2022 lo elessero con l’81,74% al primo turno, roba da guinness dei primati. Va ancora individuato. Nel frattempo si sanno già quasi con certezza i nomi di due candidati al consiglio comunale nelle liste dem. Si tratta di Pietro e Annamaria Cuomo. Sono fratello e sorella. Sono i figli di Vincenzo Cuomo. L'articolo Il Campo Largo nasce monco del Pd anche a Portici (Napoli). Coalizione in rotta con l’ex sindaco dem ora in giunta con Fico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nicita: “L’insulto di La Russa? Le scuse vanno chieste in Aula e a tutti, è un problema di esempio istituzionale”
“Ieri non mi ero accorto di quanto detto da La Russa, me lo hanno fatto notare dei colleghi e poi anche mio figlio 18enne“. Il senatore Pd Antonio Nicita spiega così, a Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, com’è venuto a conoscenza di quel fuorionda del presidente del Senato. Il fatto è avvenuto giovedì scorso, al termine dell’intervento a Palazzo Madama di Ettore Licheri del M5s, ma il video è stato diffuso ieri. “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”, sono le parole pronunciate da Ignazio La Russa riferendosi all’esponente dem. Una frase che ho provocato le critiche di diversi esponenti politici contro la seconda carica dello Stato. “Quello che penso io è che” quelle parole, commenta Licheri, “non siano stata un’offesa personale, in quel caso si chiede scusa e si va avanti. Io penso che come ha apostrofato me poteva farlo con chiunque e il fatto che sia avvenuto a microfoni spenti è ancora più grave. Le scuse vanno chieste in Aula a tutti, è un problema di esempio di comportamento istituzionale”, ha detto Nicita. Poche ore dopo, infatti, il portavoce di La Russa da fatto sapere che il presidente del Senato ha cercato in giornata il senatore Nicita senza trovarlo, ha quindi parlato con il capogruppo dem Francesco Boccia, chiarendo che l’esponente Fdi ha presentato le sue scuse e si è detto dispiaciuto. Il portavoce ha proseguito sottolineando come la frase pronunciata dal presidente era un borbottio rivolto a se stesso intercettato da un microfono. “Mi ha cercato ma io ero in Aula e non ho potuto rispondere“, ha spiegato oggi Licheri. Il senatore Pd racconta anche che tra i primi a girargli il video è stato il figlio: “Scherzando mi ha detto: ‘vedi papà, se ne sono accorti tutti’. Stamattina però ha visto la mia replica e mi ha detto ‘sei stato molto bravo’, cosa che mi ha fatto commuovere”, ha sottolineato Nicita aggiungendo che “nessuno del centrodestra” gli ha scritto per scusarsi. L'articolo Nicita: “L’insulto di La Russa? Le scuse vanno chieste in Aula e a tutti, è un problema di esempio istituzionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei “riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo
Primo via libera dell’aula del Senato al ddl sul contrasto all’antisemitismo, approvato con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Il provvedimento, sostenuto in modo compatto dal centrodestra, da Italia viva e da Azione, ha spaccato il Partito democratico: la linea del gruppo era per l’astensione, ma sei senatori dell’area “riformista” hanno votato a favore, tra cui Graziano Delrio, che sul tema aveva presentato una sua proposta di legge non condivisa dai vertici del partito. Oltre all’ex ministro, hanno votato sì Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. La senatrice Tatjana Rojc, invece, non ha partecipato al voto pur essendo in Aula. Il punto più controverso è la definizione di antisemitismo adottata dal disegno di legge, che corrisponde a quella dell’Ihra, l’Organizzazione internazionale per il ricordo dell’Olocausto. La definizione comprende una serie di “indicatori” delle azioni antisemite, contestate dalle associazioni pro-Pal e dalla maggior parte del centrosinistra, che li ritengono generici e ambigui. Nell’esame in commissione il testo base – firmato dal leghista Massimiliano Romeo – sono stati accolti emendamenti di maggioranza e opposizione che hanno cancellato due aspetti molto criticati, ossia il divieto di manifestazioni e le norme penali. “Alcuni senatori del Pd voteranno il provvedimento non per dissenso con il gruppo, ma perché questo provvedimento rompe un silenzio della cultura democratica, una timidezza del Paese che non ha discusso abbastanza di una emergenza e di un problema”, ha detto Delrio in dichiarazione di voto. “Riteniamo sia meglio fare un piccolo passo in avanti e per questo, per quella assunzione di responsabilità chiesta da personalità come Segre e Ottolenghi, crediamo sia giusto dare fiducia a un testo che dà speranza alle persone giovani, ai ragazzi, che possono dire che il Parlamento è al loro fianco per combattere questa piaga”, L'articolo Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei “riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Settimana corta a parità di salario, la Camera affossa la proposta delle opposizioni per mancanza di coperture
La Camera dei deputati affonda definitivamente la proposta delle opposizioni sulla settimana lavorativa da 32 ore, anziché 40: la cosiddetta settimana corta a parità di salario. Con parere favorevole del governo è stato approvato l’emendamento soppressivo della proposta di legge di Avs, M5s e Pd: primo firmatario Nicola Fratoianni insieme ai tre leader Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Elly Schlein. La proposta prevede l’introduzione di una sperimentazione triennale affidata alla contrattazione. I favorevoli all’emendamento per cassare la proposta (che recepiva il parere contrario della commissione Bilancio sul testo) sono stati 132, 90 i no e 9 gli astenuti. Già il 12 febbraio la proposta era stata rimandata in Commissione. Secondo il Censis, il 71% dei lavoratori è favorevole alla riduzione del tempo di lavoro a 4 giorni settimanali, perché ci sarebbero le condizioni tecnologiche ed economiche. Il dato è emerso dal nono rapporto con Eudaimon sul welfare aziendale, pubblicato il 24 febbraio. Il capogruppo del M5S in commissione Lavoro Dario Carotenuto attacca il governo: “Siamo davanti a un copione che abbiamo già visto. Sul salario minimo, sui congedi paritari. Ora tocca alla ‘settimana corta’, affossata, ancora una volta, con un emendamento soppressivo senza alcuna discussione di merito. Questo è un calcio al futuro del Paese, significa rinnegare i dati e voltare le spalle a esperienze che arrivano da tutto il mondo nonché da aziende italiane che già la stanno testando. Paesi come Islanda, Spagna e Giappone hanno avuto il coraggio di sperimentare modelli diversi, scoprendo che lavorando meno si può produrre di più. Il 70% degli italiani è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario”. Fratelli d’Italia con Walter Rizzetto ha ribadito a Montecitorio l’assenza di coperture, soprattutto per le ricadute della norma sui dipendenti pubblici: “In seno alla pdl non c’è una espressa esclusione della pubblica amministrazione. Quindi la settimana corta si applicherebbe anche a tutta la Pa, con ricadute certamente pesanti perché avrebbe un fabbisogno aggiuntivo di personale è questo potrebbe essere un primo grosso problema”. L'articolo Settimana corta a parità di salario, la Camera affossa la proposta delle opposizioni per mancanza di coperture proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Pina Picierno, la leader del Pd di rovescio, e la ripicca come upgrade nella carriera politica
Esiste un Pd di diritto, e la segretaria riconosciuta è Elly Schlein. Ed esiste un Pd di rovescio e qui c’è un’altra donna al comando, la casertana Pina Picierno. Nella fenomenologia del dissenso capriccioso, un po’ pedante, tignosetto, Pina sta divenendo maestra assoluta. Eurodeputata del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo, nel tempo ha acquisito una certa duttilità nell’utilizzo dell’antitesi come principio e destino del proprio agire. Capito che esistono parole che fanno casino, per esempio “sei un putiniano“, meglio se a corredo di un contesto in cui sia presente la parola “sinistra“, Picierno si infila in ogni dibattito in cui il Pd è sotto attacco (meglio se Elly in persona) per offrire agli astanti anche le proprie carocchiate sul capo del partito che comunque l’ha candidata e fatta eleggere. Quando nessuno ha in mente di prendere una questione e riversarla sul corpo tragico dei democratici, l’unico partito davverò gnè gnè (gnè di destra gnè di sinistra) allora si fa viva lei e avanza, producendo nella piazza d’armi dei social baruffe di qualche ora, scintille polemiche consapevole che sui giornali qualcosa alla fine giungerà. Esiste quindi un utile netto del fatturato politico: parlare male – sempre e comunque – del proprio partito. Dà visibilità, incute un certo interesse e comunque in fin dei conti è prova che sei in vita, che esisti. Picierno sviluppa con dovizia loquaci discussioni per i giornali che amano il Pd di rovescio, cioè un partito di sinistra che odia la sinistra dicendosi “riformista” meglio ancora: “moderato“. Miscellanea di posizioni autoimmuni, di dichiarazioni che hanno come bersaglio quasi sempre Elly Schlein e quasi mai Giorgia Meloni. Mezzo metro dietro Picierno, con risultati appena più scadenti, troviamo due cadetti del contrasto pregiudiziale: Giorgio Gori e Anna Paola Concia. Ambedue dal sapore fruttato dell’antipatico per forza, del cacadubbi perenne, del contrariato a prescindere. Detto ciò, per amore della verità dobbiamo ricordare che l’attitudine alla breve ma sapida carognata, alla polemica quotidiana, alla performance stronzetta è in effetti una condizione molto larga nel panorama politico e molto utilizzata da chi ha voglia di avanzare nella carriera dello scoraggiatore. L'articolo Pina Picierno, la leader del Pd di rovescio, e la ripicca come upgrade nella carriera politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Schlein da Sant’Egidio a parlare di pace: così la segretaria tesse la rete col mondo cattolico essenziale per le primarie del centrosinistra
“Evidentemente l’accelerazione sulla legge elettorale è il frutto della preoccupazione per l’esito referendario”. Arriva alla Comunità di Sant’Egidio Elly Schlein nel pomeriggio di giovedì, più o meno mentre il centrodestra deposita il testo della legge elettorale. A via di San Gallicano, nel cuore di Trastevere, a Roma, si parla di Pacifismi (Mimesis Edizioni) a partire dal libro di Roberto Della Seta, in un dibattito con il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, moderato dal giornalista e conduttore, Marco Damilano. Ma la giornata è di quelle destinate ad entrare nella storia di questa legislatura, con il centrodestra che alfine trova un accordo – almeno iniziale – sul cambiamento delle regole del gioco in vista delle elezioni e il campo progressista che non brilla per unità, costretto a organizzarsi. A partire da un punto: il nome del candidato premier, anche se non è sulla scheda, deve essere indicato nel programma. Una scelta che potrebbe avvicinare le primarie del centrosinistra, con tutte le incognite del caso per la segretaria del Pd, visto che ci sono molti mondi – anche dentro e intorno ai dem – più propensi a scegliere Giuseppe Conte. Come la Comunità di Sant’Egidio, almeno sulla carta. E allora, il dibattito di ieri, assume ancora più significati. Schlein, naturalmente, arrivando, non parla di nulla di tutto ciò tranne che il sistema ipotizzato dal centrodestra pare “molto distorsivo della rappresentanza e con premi alti e senza limiti; quindi da questo punto di vista rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di eleggere da solo il Presidente della Repubblica”. L’incontro a Sant’Egidio si svolge in una settimana in cui la segretaria del Pd sembra prendere contatto con tutti quei mondi che nelle primarie saranno determinanti. Lunedì è andata alla presentazione di Rinascita, a “casa” di Goffredo Bettini, dove lui, con Massimo D’Alema nella veste di guest star, ha lanciato ufficialmente i gazebo. Non è un mistero per nessuno che uno dei maggiori teorici del campo largo tra Conte e Schlein preferisca Conte. Poi, mercoledì, la segretaria ha partecipato a un dibattito in Senato su Tina Anselmi, nel nome della Dc. Giovedì è andata a Sant’Egidio, che lavora per la Margherita 2.0, sperando di conquistare alla causa Ernesto Ruffini, ma pure Graziano Delrio, che dovrebbe uscire dal Pd. Anche questo un progetto che poi guarda più a Conte (o a Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli). Da dentro la Comunità, raccontano che Schlein si sia praticamente auto-invitata alla Festa per il 58esimo anniversario lo scorso 11 febbraio. E poi venerdì è attesa a Firenze, a un’iniziativa promossa da Dario Nardella, uno dei big del Correntone di maggioranza: un altro pezzo di mondo che ufficialmente la sostiene, in realtà punta a commissariarla, se non a rovesciarla. Però – perché c’è anche un però – se Schlein resta segretaria, cosa che appare abbastanza scontata in questa fase, sarà lei a fare le liste elettorali, almeno quelle del Pd. E dunque, tutti questi mondi – anche Sant’Egidio se la Margherita 2.0 non funziona – avranno bisogno di lei. D’altra parte proprio con il Pd è stato eletto al Parlamento europeo Marco Tarquinio, l’ex direttore di Avvenire, vicino a Sant’Egidio, che si è quasi sempre distinto (magari scegliendo l’astensione) nei voti per il sostegno militare all’Ucraina. E Paolo Ciani, segretario di Demos (vicino a Sant’Egidio) è stato eletto a Montecitorio nelle liste Pd. Anche lui su posizioni diverse da quelle dei dem sull’invio di aiuti militari a Kiev. ‹ › 1 / 5 PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA ‹ › 2 / 5 PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA ‹ › 3 / 5 PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA ‹ › 4 / 5 PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA ‹ › 5 / 5 PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA Tutto questo si agita dietro le quinte. E non è un caso che molta parte del dibattito sia sulla pace. Con Riccardi che fa un discorso molto alto, in cui ricorda che la pace come ideale, come obiettivo “è ormai tramontato all’orizzonte”. Mentre però ribadisce che “la guerra è un elemento contrario alla storia e alla natura umana”. Sullo sfondo, riecheggiano le parole di Papa Francesco, che parlò di “terza guerra mondiale a pezzi”, come le prime di Leone XVI appena eletto, su una pace “disarmata e disarmante”. Schlein, intervenendo, sceglie di parlare a quel mondo, pur senza negare le differenze. “Questo libro ci fa discutere di pace in anni in cui la parola era stata tolta dal dibattito, anche nel nostro campo politico”. Ancora. “I dubbi che Roberto (Della Seta, ndr) racconta” sull’Ucraina e “sul genocidio a Gaza” sono “anche i nostri dilemmi”. Come “quello che sta accadendo in questo momento in Iran”. Da notare anche che usa la parola genocidio, cosa che in genere non fa con disinvoltura. E poi riprende le parole di Riccardi, sul fatto che “non c’è nessun legame tra mercato, pace e democrazia”. Poi, ammette: “Possiamo avere diverse idee su come sia opportuno sostenere il popolo ucraino, ma siamo tutti d’accordo su cosa è mancato: lo sforzo politico e diplomatico dell’Ue per costruire una alternativa alla guerra che mettesse tutti in condizioni di negoziare una pace giusta. E non dettata da interessi altri”. Forse un punto di partenza per un dialogo diverso. Si vedrà. Ma intanto l’autore del libro, con la sua sola presenza ricorda un altro tema spinoso per il mondo dem: Della Seta è uno dei primi che ha denunciato i rischi di adottare la definizione Ihra in una legge sull’antisemitismo, puntando il dito soprattutto contro il testo proposto da Delrio (in quanto esponente Pd) perché potrebbe portare a definire antisemita chi contesta radicalmente i comportamenti dello Stato di Israele. Il Pd si è dissociato, ha presentato un testo diverso, ma la settimana prossima dovrà decidere se votare la legge in Senato, frutto dell’accordo nel centrodestra (nel frattempo “depurata” dalle sanzioni penali e dal divieto di manifestazioni pro Pal) o se astenersi. Spaccature interne in vista. A proposito di sintesi complesse. L'articolo Schlein da Sant’Egidio a parlare di pace: così la segretaria tesse la rete col mondo cattolico essenziale per le primarie del centrosinistra proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione
Il gup di Trapani ha rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni dell’Unione europea dieci persone, tra cui l’ex senatore ed ex deputato regionale siciliano del Pd Nino Papania. Il processo si aprirà davanti al tribunale di Trapani il prossimo 24 marzo. Nello stesso procedimento è stata chiesta la messa alla prova per Daniela Liotta, mentre Ignazio Chianetta, collaboratore dell’ente di formazione Cesifop, ha patteggiato una pena di otto mesi. Al centro dell’indagine – condotta dai pm della sezione siciliana della Procura europea Geri Ferrara e Amelia Luise – ci sono i centri di formazione Cesifop (Centro siciliano per la formazione professionale) e Ires (Istituto di studi e ricerche economiche e sociali). Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero utilizzato indebitamente oltre 8,7 milioni di euro del Fondo sociale europeo (Fse), risorse del Programma operativo 2014/2020 destinate a corsi di formazione professionale e progetti in ambito sociale, “molti dei quali mai tenuti”. Il denaro, stando all’impianto accusatorio, sarebbe stato in parte dirottato per spese personali e per sostenere attività politiche riconducibili a Papania. Circa 800mila euro sarebbero stati “incassati e impiegati per spese voluttuarie personali o connesse a iniziative di sostegno del suo movimento politico e a campagne elettorali”. L’inchiesta ha inoltre bloccato l’erogazione di ulteriori 2,5 milioni di euro. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Papania – che aveva fondato qualche anno fa un proprio partito chiamato “Valore, Impegno e Azione” – avrebbe potuto contare sulla complicità di un dirigente del Mpa, poi passato al Via, di un esponente del movimento Via di Marsala e di un ex consigliere comunale di Cinisi (Palermo), “interessati a ricercare e acquisire crescenti consensi intorno al partito allargandone la composizione e l’area di influenza sul territorio trapanese e regionale”. Gli indagati si sarebbero serviti, oltre che di Cesifop e Ires, anche dell’associazione Tai per ottenere indebitamente i finanziamenti europei. Senatore per tre legislature con la Margherita prima e il Partito Democratico poi, ma anche deputato e assessore regionale, Papania era stato cancellato dalle liste del Pd per le politiche del 2013 dai probiviri del partito. Era poi passato con il Movimento per l’Autonomia (Mpa). Per l’ex parlamentare si tratta dell’ennesimo capitolo giudiziario. Nel settembre 2024 era stato arrestato con l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Nel marzo 2019 il Tribunale di Trapani lo aveva condannato a un anno per voto di scambio: è stato poi assolto in appello. L'articolo Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum, come far votare i fuorisede siciliani: Pd e M5S daranno il ruolo di rappresentante di lista
In vista del referendum costituzionale, il governo di Giorgia Meloni ha ignorato le migliaia di italiani fuorisede, che per studio, lavoro, salute e altri motivi non potranno tornare nelle loro regioni o comuni di residenza per recarsi alle urne. Ma PD e M5S hanno trovato la soluzione: grazie alla nomina di rappresentante di lista, consentiranno a chi si trova fuori di poter esprimere la propria preferenza il prossimo 22 e 23 marzo. “Considerato che il governo nazionale e regionale non ha dato la possibilità di votare ai fuorisede, il M5S nazionale si è attivato per far si che ogni cittadino possa registrarsi nella regione in cui si trova, in modo da essere scelto come rappresentate di lista e poter votare”, spiega il coordinatore regionale M5S Sicilia, Nuccio Di Paola. Come funziona? “Il sistema è semplicissimo, basta accedere al form online, che è già disponibile nelle pagine social del M5S, si compila il modulo in base alla regione in cui ci si trova, in seguito gli utenti saranno contattati e riceveranno le indicazioni e la delega per essere rappresentanti di lista, pensiamo a tutto noi. Auspichiamo che le registrazioni possano essere superiori a 40 mila in tutta Italia”. Stesso meccanismo è stato messo in piedi dai dem. “Il Pd è già operativo per consentire il voto ai fuorisede con i rappresentanti di lista. In Sicilia, i giovani democratici e i nostri circoli stanno raccogliendo le richieste, siamo già a circa 3 mila adesioni. Ci sono tanti siciliani e siciliane che per motivi di studio e lavoro si trovano fuori regione, ma dobbiamo considerare anche chi, all’interno dell’isola, non può rientrare nei propri comuni di residenza”, afferma Sergio Lima, membro della direzione nazionale PD e componente della segreteria regionale dem siciliana. La raccolta dei dem si muove su due binari paralleli, quello “extra regionale”, ovvero chi si trova fuori dalla Sicilia, e quindi può essere scelto come rappresentante di lista nel comune dove ha il domicilio, per esempio uno studente residente a Palermo ma che studia a Torino. A questo si aggiunge il “fuorisede regionale”, cioè chi ha il domicilio in un altro Comune sempre all’interno dell’isola, per esempio uno specializzando residente a Siracusa, ma che per lavoro si trova a Trapani. “A breve sarà pubblicato un form online per registrare le richieste. Stiamo provando a mettere una pezza ad una straordinaria ingiustizia perché nel 2026 non prevedere un sistema di voto per i fuorisede è assurdo ed ingiustificabile. Si tratta di milioni di concittadini privati, di fatto, di un diritto fondamentale. Ancora più grave e pesante la situazione per i siciliani che devono anche sostenere la beffa di costi esorbitanti per rientrare nei propri comuni di residenza”, conclude Lima. Importante ricordare, per chi volesse fare il rappresentante di lista, che quando si recherà alle urne, seppur residente in un’altra regione o comune, dovrà avere la tessera elettorale, oltre ad un documento d’identità valido, altrimenti non potrà esprimere la sua preferenza al referendum. MOZIONE PD SICILIA Inoltre, il PD Sicilia ha redatto una mozione, “Iniziativa di sensibilizzazione per l’esercizio del diritto di voto a distanza per i cittadini temporaneamente fuorisede”, in cui chiede al governatore Renato Schifani di invitare il governo nazionale ad “adottare un provvedimento urgente volto a prevedere la possibilità di voto a distanza per i fuorisede”, e un “provvedimento legislativo che regoli in maniera definitiva e stabile il tema del voto dei fuori sede in ogni consultazione elettorale, valutando di introdurre il voto elettronico e per corrispondenza”. “L’Italia è unico paese UE senza specifica legge per voto a distanza”, si legge nell’iniziativa promossa dalla deputata regionale dem Valentina Chinnici e firmata da tutto il gruppo parlamentare Pd dell’assemblea regionale siciliana. In una paese dove “milioni di persone, soprattutto giovani, continuano a spostarsi costantemente all’interno dei confini nazionali per motivi di studio e di lavoro. A queste cittadine e cittadini è ingiusto e immorale imporre costi di viaggio onerosi e la necessità di riorganizzare la propria vita per poter esercitare il diritto di voto”. Inoltre, “nel 2024 si sono iscritti per votare dal comune di domicilio circa 24 mila studenti fuorisede, nel 2025 la richiesta è stata presentata da più di 67 mila cittadini, tra cui 38.105 studenti, 28.430 lavoratori e 770 soggetti che si trovavano fuori dal proprio comune per motivi di cura”. L'articolo Referendum, come far votare i fuorisede siciliani: Pd e M5S daranno il ruolo di rappresentante di lista proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’europarlamentare Elisabetta Gualmini lascia il Pd: pronta a passare con Azione di Carlo Calenda
Manca solo l’ufficializzazione che dovrebbe avvenire lunedì prossimo nel corso di una conferenza stampa a Bruxelles. L’eurodeputata Elisabetta Gualmini lascia il Partito democratico. La notizia arriva da diverse fonti parlamentari. L’eurodeputata bolognese, dell’area riformista dem, sarebbe pronta ad aderire ad Azione, il partito di Carlo Calenda, e a passare dal gruppo dei Socialisti e democratici a quello di Renew Europe. Gualmini diventerebbe così la prima europarlamentare italiana della compagine liberale: alle scorse Europee infatti né la lista Stati Uniti d’Europa (composta dai renziani e +Europa), né Azione riuscirono a superare la soglia di sbarramento del 4% per entrare all’Europarlamento. Se l’addio dovesse essere confermato, la delegazione italiana perderebbe il primato nel gruppo socialista, passando da 21 a 20 eurodeputati, al pari della delegazione degli spagnoli. Gualmini, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna (dal 2014 al 2019 con il governatore Stefano Bonaccini), è tra i politici coinvolti nell’inchiesta sulla corruzione in Ue denominata Qatargate. Per lei e per l’altra collega dem Alessandra Moretti la procura del Belgio aveva chiesto la revoca dell’immunità: ma a dicembre scorso il Parlamento Ue ha deciso di respingere la revoca per Gualmini, confermata invece per Moretti. Nei giorni scorsi, in un’intervista sul Corriere della sera, Carlo Calenda si è detto pronto ad allargare il suo “centro liberale” in vista delle prossime elezioni Politiche: “Certo che vogliamo” farlo con “tutti coloro che come noi vogliono un’Europa federale ora: liberaldemocratici, riformisti del Pd, a partire da Gualmini, Gori, Malpezzi e Picierno, PiùEuropa di Hallisey e Magi, i popolari come Ruffini”, ha sottolineato il leader di Azione. Gualmini, il 6 febbraio scorso, era stata tra gli astenuti nel voto sulla relazione della segretaria Elly Schlein in Direzione Pd. Pochi giorni prima aveva contestato un video del Partito democratico sulla campagna referendaria: “Il video del Pd che dice che chi vota Si al referendum è un fascista raggiunge forse il punto più basso di qualsiasi polemica politica. Quindi chi sosteneva la mozione Martina nel 2019 e il programma del Pd nel 2022 erano tutti fascisti”, ha scritto sui social. L'articolo L’europarlamentare Elisabetta Gualmini lascia il Pd: pronta a passare con Azione di Carlo Calenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Reggia di Caserta, l’uomo di Fratelli d’Italia entra nel cda. Accuse a Giuli dall’opposizione (e malcontento da Forza Italia)
È bufera con interrogazioni depositate e annunciate sul decreto di nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione della Reggia di Caserta che, oltre a essere uno dei più importanti poli museali e storici d’Italia è anche patrimonio dell’umanità Unesco. Il nuovo Cda è infatti composto dal direttore pro tempore della Reggia, Tiziana Maffei e da quattro membri. Tra loro, spicca il nome di Paolo Santonastasio, avvocato civilista con uno studio legale a Caserta, già consigliere comunale e provinciale e coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia a Caserta da marzo 2025. Per Partito democratico e Movimento 5 Stelle si tratta dell’ennesima nomina che segue “la logica della spartizione e del favore politico”. Ma la nomina lascia interdetti anche esponenti di Forza Italia. E se partono le accuse dal Pd (“Giù le mani dalla Reggia di Caserta) e dal M5S (“Un atto vergognoso”), il diretto interessato replica piccato e sarcastico. E rilancia, accusando la gestione del Pd della Regione Campania “nota per il clientelismo a base di fritture di pesce” e tirando in ballo un celeberrimo discorso dell’ex governatore Vincenzo De Luca sul clientelismo rivolto agli amministratori locali e finito con una inchiesta archiviata. Scambio di accuse a parte, il problema resta. Perché i protocolli di gestione Unesco sono molto rigidi e impongono un’assoluta neutralità gestionale. “Le decisioni assunte dal ministro Giuli – sostiene il Pd – potrebbero esporre il nostro Paese a rilievi e persino a una procedura di infrazione in sede Unesco”. LE ACCUSE DI PARTITO DEMOCRATICO E MOVIMENTO 5 STELLE (MA ANCHE DI FI) La durata del mandato dei nuovi membri del cda è di cinque anni. Paolo Santonastaso, così come Nicolina Virgilio, è stato designato dal ministro Alessandro Giuli, Marianna Pignata è stata designata d’intesa con il ministro dell’Economia e Raffaele Caterina è stata scelta dal Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici. “Si tratta di una scelta scandalosa – commenta il deputato del Pd, Stefano Graziano – che conferma un uso sempre più irresponsabile del ruolo istituzionale da parte del ministro, piegato alla logica della spartizione e del favore politico”. E, insieme a Piero De Luca, deputato dem e segretario regionale del Partito Democratico, deposita un’interrogazione parlamentare “per conoscere nel dettaglio i curricula dei neo nominati che risultano espressione diretta di forze politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia”. “Non è possibile – commenta De Luca – che il ministro Giuli utilizzi i musei statali come strumenti di occupazione politica, piazzando amici ed esponenti di partito e politicizzando istituzioni che dovrebbero essere autonome e libere. La misura è colma, la lista è troppo lunga”. Tra le polemiche più accese degli ultimi mesi, quella che riguarda il teatro La Fenice e la nomina della direttrice, Beatrice Venezi. “È una modalità di gestione imbarazzante e inaccettabile – ancora De Luca – e non siamo di fronte a un caso isolato, è una pratica che si sta diffondendo su scala nazionale. Una deriva mai vista prima”. Accuse arrivano anche dal Movimento 5 Stelle: “Il ministro lo capisca bene, la Reggia di Caserta non è la ‘bancarella del torrone’ di Fratelli d’Italia” dichiara Agostino Santillo, parlamentare del M5S e vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera. Sulla questione nomine interviene, come riporta Il Mattino, anche la commissaria politica di Forza Italia, Amelia Forte: “Forza Italia non parteciperà mai più a tavoli interpartitici con Santonastaso. Il segretario cittadino di Fratelli d’Italia ha scelto altro rispetto alla politica. O sta nel Cda o fa politica: le due cose non sono compatibili”. Per Forte la sua nomina espone il centrodestra ad attacchi degli avversari politici a un anno dalle comunali. LA REPLICA DI SANTONASTATO E IL RISCHIO DI INFRAZIONE UE Il diretto interessato, però, non ci sta e replica. “Il Pd confonde il proprio modus operandi, che abbiamo avuto modo di apprezzare nel Comune di Caserta a guida Pd sciolto per camorra – commenta Santonastasio – oltre che nella Regione Campania nota per il clientelismo a base di fritture di pesce con la serietà e la trasparenza del governo guidato da Giorgia Meloni”. E aggiunge: “Fa specie poi che a parlare del mio incarico a titolo completamente gratuito sia l’onorevole Graziano, al quale De Luca, allora presidente della Regione Campania, pensò bene di elargire una onerosa consulenza alla Regione dopo la sua mancata elezione”. Scambio di accuse a parte, Graziano e De Luca, come i deputati di Alleanza Verde e Sinistra, Francesco Emilio Borrelli e Franco Mari, sottolineato anche un altro problema. “I protocolli Unesco e le normative italiane sono chiarissimi: nei Cda devono sedere persone di chiara fama e comprovata competenza nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale” ricordano Borrelli e Mari. La nomina di soggetti legati a specifiche forze politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, dunque, rischierebbe “di compromettere non solo l’autonomia gestionale, ma anche la reputazione internazionale del nostro Paese”. E annunciano anche loro una interrogazione alla Presidenza del Consiglio “chiedendo conto dei rischi di infrazione europea”. L'articolo Reggia di Caserta, l’uomo di Fratelli d’Italia entra nel cda. Accuse a Giuli dall’opposizione (e malcontento da Forza Italia) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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