Dopo il caso Salerno, esplode il caso Portici (Napoli). Sono le città campane
dove il Campo Largo dell’elezione di Roberto Fico sta abortendo in partenza. A
Salerno c’è Vincenzo De Luca che corre da solo e contro tutto e tutti, contro Pd
e M5s e l’universo mondo. A Portici da poche ore è ufficiale la candidatura a
sindaco di Fernando Farroni, il renziano leader di una coalizione che spazia da
Casa Riformista ad Avs a Mastella ai Cinque Stelle, fino ai socialisti e a
diverse civiche. Dove però manca il Pd dell’ex senatore Vincenzo Cuomo, il
sindaco di quattro mandati a Portici, che nel 2022 fu eletto con percentuali da
regime comunista e ora aspira a scegliersi il successore.
Anche qui il problema è serio. Perché Farroni, a leggere le dichiarazioni del
parlamentare locale M5s Alessandro Caramiello, è stato scelto a valle di un
percorso al quale ha dato il suo assenso anche Fico. Ma il presidente della
Campania ha tra i suoi assessori Cuomo, al quale ha assegnato deleghe pesanti,
governo del territorio e patrimonio. Per entrare in giunta con Fico, Cuomo si è
dimesso da sindaco subito dopo le elezioni regionali, affrontando il rischio di
un ricorso su una presunta incompatibilità non sanata in tempo, presentato
dall’ex consigliere regionale leghista Carmela Rescigno. Ed è per questo che
Portici torna al voto con un anno di anticipo.
Farroni fu vice sindaco di Cuomo quasi dieci anni fa, ma la sua candidatura
odierna nasce da una richiesta di discontinuità, e nel solco dei pessimi
rapporti tra l’ex primo cittadino e i pentastellati di Portici, nati quando Pd e
M5s erano su barricate opposte e proseguiti anche quando i due partiti hanno
iniziato ad allearsi per andare insieme al governo nazionale e regionale.
Lo stesso ingresso di Cuomo nella giunta Fico ha trovato ostacoli sotterranei
nel M5s di Portici. Rimostranze che non hanno trovato sponda sul tavolo della
decisione finale. Cuomo era stato designato dal deputato Marco Sarracino, che in
Campania è sinonimo di Elly Schlein. Fico, espressione di un accordo di ferro
tra Schlein e Conte con la benedizione del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi,
ha preso atto: non si rischia la tenuta del governo di una regione di 6 milioni
di abitanti per spegnere un conflitto in una città di 52mila anime.
Ed allora, registrata la storica debolezza del centrodestra, che nel 2022 non fu
capace nemmeno di eleggere il candidato sindaco, sarà battaglia tra Farroni e il
candidato del ‘campo Cuomo’. Composto dal Pd e dalle forze civico-politiche che
nel 2022 lo elessero con l’81,74% al primo turno, roba da guinness dei primati.
Va ancora individuato. Nel frattempo si sanno già quasi con certezza i nomi di
due candidati al consiglio comunale nelle liste dem. Si tratta di Pietro e
Annamaria Cuomo. Sono fratello e sorella. Sono i figli di Vincenzo Cuomo.
L'articolo Il Campo Largo nasce monco del Pd anche a Portici (Napoli).
Coalizione in rotta con l’ex sindaco dem ora in giunta con Fico proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Tag - PD
“Ieri non mi ero accorto di quanto detto da La Russa, me lo hanno fatto notare
dei colleghi e poi anche mio figlio 18enne“. Il senatore Pd Antonio Nicita
spiega così, a Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, com’è venuto a conoscenza di
quel fuorionda del presidente del Senato. Il fatto è avvenuto giovedì scorso, al
termine dell’intervento a Palazzo Madama di Ettore Licheri del M5s, ma il video
è stato diffuso ieri. “Come si chiama quel coglione che continua a urlare?”,
sono le parole pronunciate da Ignazio La Russa riferendosi all’esponente dem.
Una frase che ho provocato le critiche di diversi esponenti politici contro la
seconda carica dello Stato. “Quello che penso io è che” quelle parole, commenta
Licheri, “non siano stata un’offesa personale, in quel caso si chiede scusa e si
va avanti. Io penso che come ha apostrofato me poteva farlo con chiunque e il
fatto che sia avvenuto a microfoni spenti è ancora più grave. Le scuse vanno
chieste in Aula a tutti, è un problema di esempio di comportamento
istituzionale”, ha detto Nicita.
Poche ore dopo, infatti, il portavoce di La Russa da fatto sapere che il
presidente del Senato ha cercato in giornata il senatore Nicita senza trovarlo,
ha quindi parlato con il capogruppo dem Francesco Boccia, chiarendo che
l’esponente Fdi ha presentato le sue scuse e si è detto dispiaciuto. Il
portavoce ha proseguito sottolineando come la frase pronunciata dal presidente
era un borbottio rivolto a se stesso intercettato da un microfono. “Mi ha
cercato ma io ero in Aula e non ho potuto rispondere“, ha spiegato oggi Licheri.
Il senatore Pd racconta anche che tra i primi a girargli il video è stato il
figlio: “Scherzando mi ha detto: ‘vedi papà, se ne sono accorti tutti’.
Stamattina però ha visto la mia replica e mi ha detto ‘sei stato molto bravo’,
cosa che mi ha fatto commuovere”, ha sottolineato Nicita aggiungendo che
“nessuno del centrodestra” gli ha scritto per scusarsi.
L'articolo Nicita: “L’insulto di La Russa? Le scuse vanno chieste in Aula e a
tutti, è un problema di esempio istituzionale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Primo via libera dell’aula del Senato al ddl sul contrasto all’antisemitismo,
approvato con 105 sì, 24 no e 21 astensioni. Il provvedimento, sostenuto in modo
compatto dal centrodestra, da Italia viva e da Azione, ha spaccato il Partito
democratico: la linea del gruppo era per l’astensione, ma sei senatori dell’area
“riformista” hanno votato a favore, tra cui Graziano Delrio, che sul tema aveva
presentato una sua proposta di legge non condivisa dai vertici del partito.
Oltre all’ex ministro, hanno votato sì Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini,
Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. La senatrice Tatjana Rojc, invece,
non ha partecipato al voto pur essendo in Aula.
Il punto più controverso è la definizione di antisemitismo adottata dal disegno
di legge, che corrisponde a quella dell’Ihra, l’Organizzazione internazionale
per il ricordo dell’Olocausto. La definizione comprende una serie di
“indicatori” delle azioni antisemite, contestate dalle associazioni pro-Pal e
dalla maggior parte del centrosinistra, che li ritengono generici e ambigui.
Nell’esame in commissione il testo base – firmato dal leghista Massimiliano
Romeo – sono stati accolti emendamenti di maggioranza e opposizione che hanno
cancellato due aspetti molto criticati, ossia il divieto di manifestazioni e le
norme penali.
“Alcuni senatori del Pd voteranno il provvedimento non per dissenso con il
gruppo, ma perché questo provvedimento rompe un silenzio della cultura
democratica, una timidezza del Paese che non ha discusso abbastanza di una
emergenza e di un problema”, ha detto Delrio in dichiarazione di voto.
“Riteniamo sia meglio fare un piccolo passo in avanti e per questo, per quella
assunzione di responsabilità chiesta da personalità come Segre e Ottolenghi,
crediamo sia giusto dare fiducia a un testo che dà speranza alle persone
giovani, ai ragazzi, che possono dire che il Parlamento è al loro fianco per
combattere questa piaga”,
L'articolo Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei
“riformisti” votano Sì contro la linea del gruppo proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La Camera dei deputati affonda definitivamente la proposta delle opposizioni
sulla settimana lavorativa da 32 ore, anziché 40: la cosiddetta settimana corta
a parità di salario. Con parere favorevole del governo è stato approvato
l’emendamento soppressivo della proposta di legge di Avs, M5s e Pd: primo
firmatario Nicola Fratoianni insieme ai tre leader Giuseppe Conte, Angelo
Bonelli e Elly Schlein. La proposta prevede l’introduzione di una
sperimentazione triennale affidata alla contrattazione. I favorevoli
all’emendamento per cassare la proposta (che recepiva il parere contrario della
commissione Bilancio sul testo) sono stati 132, 90 i no e 9 gli astenuti. Già il
12 febbraio la proposta era stata rimandata in Commissione. Secondo il Censis,
il 71% dei lavoratori è favorevole alla riduzione del tempo di lavoro a 4 giorni
settimanali, perché ci sarebbero le condizioni tecnologiche ed economiche. Il
dato è emerso dal nono rapporto con Eudaimon sul welfare aziendale, pubblicato
il 24 febbraio.
Il capogruppo del M5S in commissione Lavoro Dario Carotenuto attacca il governo:
“Siamo davanti a un copione che abbiamo già visto. Sul salario minimo, sui
congedi paritari. Ora tocca alla ‘settimana corta’, affossata, ancora una volta,
con un emendamento soppressivo senza alcuna discussione di merito. Questo è un
calcio al futuro del Paese, significa rinnegare i dati e voltare le spalle a
esperienze che arrivano da tutto il mondo nonché da aziende italiane che già la
stanno testando. Paesi come Islanda, Spagna e Giappone hanno avuto il coraggio
di sperimentare modelli diversi, scoprendo che lavorando meno si può produrre di
più. Il 70% degli italiani è favorevole alla riduzione dell’orario di lavoro a
parità di salario”.
Fratelli d’Italia con Walter Rizzetto ha ribadito a Montecitorio l’assenza di
coperture, soprattutto per le ricadute della norma sui dipendenti pubblici: “In
seno alla pdl non c’è una espressa esclusione della pubblica amministrazione.
Quindi la settimana corta si applicherebbe anche a tutta la Pa, con ricadute
certamente pesanti perché avrebbe un fabbisogno aggiuntivo di personale è questo
potrebbe essere un primo grosso problema”.
L'articolo Settimana corta a parità di salario, la Camera affossa la proposta
delle opposizioni per mancanza di coperture proviene da Il Fatto Quotidiano.
Esiste un Pd di diritto, e la segretaria riconosciuta è Elly Schlein. Ed esiste
un Pd di rovescio e qui c’è un’altra donna al comando, la casertana Pina
Picierno.
Nella fenomenologia del dissenso capriccioso, un po’ pedante, tignosetto, Pina
sta divenendo maestra assoluta. Eurodeputata del Pd, vicepresidente del
Parlamento europeo, nel tempo ha acquisito una certa duttilità nell’utilizzo
dell’antitesi come principio e destino del proprio agire. Capito che esistono
parole che fanno casino, per esempio “sei un putiniano“, meglio se a corredo di
un contesto in cui sia presente la parola “sinistra“, Picierno si infila in ogni
dibattito in cui il Pd è sotto attacco (meglio se Elly in persona) per offrire
agli astanti anche le proprie carocchiate sul capo del partito che comunque l’ha
candidata e fatta eleggere.
Quando nessuno ha in mente di prendere una questione e riversarla sul corpo
tragico dei democratici, l’unico partito davverò gnè gnè (gnè di destra gnè di
sinistra) allora si fa viva lei e avanza, producendo nella piazza d’armi dei
social baruffe di qualche ora, scintille polemiche consapevole che sui giornali
qualcosa alla fine giungerà.
Esiste quindi un utile netto del fatturato politico: parlare male – sempre e
comunque – del proprio partito. Dà visibilità, incute un certo interesse e
comunque in fin dei conti è prova che sei in vita, che esisti.
Picierno sviluppa con dovizia loquaci discussioni per i giornali che amano il Pd
di rovescio, cioè un partito di sinistra che odia la sinistra dicendosi
“riformista” meglio ancora: “moderato“. Miscellanea di posizioni autoimmuni, di
dichiarazioni che hanno come bersaglio quasi sempre Elly Schlein e quasi mai
Giorgia Meloni. Mezzo metro dietro Picierno, con risultati appena più scadenti,
troviamo due cadetti del contrasto pregiudiziale: Giorgio Gori e Anna Paola
Concia. Ambedue dal sapore fruttato dell’antipatico per forza, del cacadubbi
perenne, del contrariato a prescindere.
Detto ciò, per amore della verità dobbiamo ricordare che l’attitudine alla breve
ma sapida carognata, alla polemica quotidiana, alla performance stronzetta è in
effetti una condizione molto larga nel panorama politico e molto utilizzata da
chi ha voglia di avanzare nella carriera dello scoraggiatore.
L'articolo Pina Picierno, la leader del Pd di rovescio, e la ripicca come
upgrade nella carriera politica proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Evidentemente l’accelerazione sulla legge elettorale è il frutto della
preoccupazione per l’esito referendario”. Arriva alla Comunità di Sant’Egidio
Elly Schlein nel pomeriggio di giovedì, più o meno mentre il centrodestra
deposita il testo della legge elettorale. A via di San Gallicano, nel cuore di
Trastevere, a Roma, si parla di Pacifismi (Mimesis Edizioni) a partire dal libro
di Roberto Della Seta, in un dibattito con il fondatore della Comunità, Andrea
Riccardi, moderato dal giornalista e conduttore, Marco Damilano. Ma la giornata
è di quelle destinate ad entrare nella storia di questa legislatura, con il
centrodestra che alfine trova un accordo – almeno iniziale – sul cambiamento
delle regole del gioco in vista delle elezioni e il campo progressista che non
brilla per unità, costretto a organizzarsi.
A partire da un punto: il nome del candidato premier, anche se non è sulla
scheda, deve essere indicato nel programma. Una scelta che potrebbe avvicinare
le primarie del centrosinistra, con tutte le incognite del caso per la
segretaria del Pd, visto che ci sono molti mondi – anche dentro e intorno ai dem
– più propensi a scegliere Giuseppe Conte. Come la Comunità di Sant’Egidio,
almeno sulla carta. E allora, il dibattito di ieri, assume ancora più
significati. Schlein, naturalmente, arrivando, non parla di nulla di tutto ciò
tranne che il sistema ipotizzato dal centrodestra pare “molto distorsivo della
rappresentanza e con premi alti e senza limiti; quindi da questo punto di vista
rischiano di consegnare a chi può vincere le elezioni anche la possibilità di
eleggere da solo il Presidente della Repubblica”.
L’incontro a Sant’Egidio si svolge in una settimana in cui la segretaria del Pd
sembra prendere contatto con tutti quei mondi che nelle primarie saranno
determinanti. Lunedì è andata alla presentazione di Rinascita, a “casa” di
Goffredo Bettini, dove lui, con Massimo D’Alema nella veste di guest star, ha
lanciato ufficialmente i gazebo. Non è un mistero per nessuno che uno dei
maggiori teorici del campo largo tra Conte e Schlein preferisca Conte. Poi,
mercoledì, la segretaria ha partecipato a un dibattito in Senato su Tina
Anselmi, nel nome della Dc. Giovedì è andata a Sant’Egidio, che lavora per la
Margherita 2.0, sperando di conquistare alla causa Ernesto Ruffini, ma pure
Graziano Delrio, che dovrebbe uscire dal Pd. Anche questo un progetto che poi
guarda più a Conte (o a Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli). Da dentro la
Comunità, raccontano che Schlein si sia praticamente auto-invitata alla Festa
per il 58esimo anniversario lo scorso 11 febbraio. E poi venerdì è attesa a
Firenze, a un’iniziativa promossa da Dario Nardella, uno dei big del Correntone
di maggioranza: un altro pezzo di mondo che ufficialmente la sostiene, in realtà
punta a commissariarla, se non a rovesciarla. Però – perché c’è anche un però –
se Schlein resta segretaria, cosa che appare abbastanza scontata in questa fase,
sarà lei a fare le liste elettorali, almeno quelle del Pd. E dunque, tutti
questi mondi – anche Sant’Egidio se la Margherita 2.0 non funziona – avranno
bisogno di lei. D’altra parte proprio con il Pd è stato eletto al Parlamento
europeo Marco Tarquinio, l’ex direttore di Avvenire, vicino a Sant’Egidio, che
si è quasi sempre distinto (magari scegliendo l’astensione) nei voti per il
sostegno militare all’Ucraina. E Paolo Ciani, segretario di Demos (vicino a
Sant’Egidio) è stato eletto a Montecitorio nelle liste Pd. Anche lui su
posizioni diverse da quelle dei dem sull’invio di aiuti militari a Kiev.
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PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA
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PRESENTAZIONE DEL LIBRO PACIFISMI CON SCHLEIN, RICCARDI, DELLA SETA
Tutto questo si agita dietro le quinte. E non è un caso che molta parte del
dibattito sia sulla pace. Con Riccardi che fa un discorso molto alto, in cui
ricorda che la pace come ideale, come obiettivo “è ormai tramontato
all’orizzonte”. Mentre però ribadisce che “la guerra è un elemento contrario
alla storia e alla natura umana”. Sullo sfondo, riecheggiano le parole di Papa
Francesco, che parlò di “terza guerra mondiale a pezzi”, come le prime di Leone
XVI appena eletto, su una pace “disarmata e disarmante”. Schlein, intervenendo,
sceglie di parlare a quel mondo, pur senza negare le differenze. “Questo libro
ci fa discutere di pace in anni in cui la parola era stata tolta dal dibattito,
anche nel nostro campo politico”. Ancora. “I dubbi che Roberto (Della Seta, ndr)
racconta” sull’Ucraina e “sul genocidio a Gaza” sono “anche i nostri dilemmi”.
Come “quello che sta accadendo in questo momento in Iran”. Da notare anche che
usa la parola genocidio, cosa che in genere non fa con disinvoltura. E poi
riprende le parole di Riccardi, sul fatto che “non c’è nessun legame tra
mercato, pace e democrazia”. Poi, ammette: “Possiamo avere diverse idee su come
sia opportuno sostenere il popolo ucraino, ma siamo tutti d’accordo su cosa è
mancato: lo sforzo politico e diplomatico dell’Ue per costruire una alternativa
alla guerra che mettesse tutti in condizioni di negoziare una pace giusta. E non
dettata da interessi altri”. Forse un punto di partenza per un dialogo diverso.
Si vedrà.
Ma intanto l’autore del libro, con la sua sola presenza ricorda un altro tema
spinoso per il mondo dem: Della Seta è uno dei primi che ha denunciato i rischi
di adottare la definizione Ihra in una legge sull’antisemitismo, puntando il
dito soprattutto contro il testo proposto da Delrio (in quanto esponente Pd)
perché potrebbe portare a definire antisemita chi contesta radicalmente i
comportamenti dello Stato di Israele. Il Pd si è dissociato, ha presentato un
testo diverso, ma la settimana prossima dovrà decidere se votare la legge in
Senato, frutto dell’accordo nel centrodestra (nel frattempo “depurata” dalle
sanzioni penali e dal divieto di manifestazioni pro Pal) o se astenersi.
Spaccature interne in vista. A proposito di sintesi complesse.
L'articolo Schlein da Sant’Egidio a parlare di pace: così la segretaria tesse la
rete col mondo cattolico essenziale per le primarie del centrosinistra proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Il gup di Trapani ha rinviato a giudizio con l’accusa di truffa ai danni
dell’Unione europea dieci persone, tra cui l’ex senatore ed ex deputato
regionale siciliano del Pd Nino Papania. Il processo si aprirà davanti al
tribunale di Trapani il prossimo 24 marzo. Nello stesso procedimento è stata
chiesta la messa alla prova per Daniela Liotta, mentre Ignazio Chianetta,
collaboratore dell’ente di formazione Cesifop, ha patteggiato una pena di otto
mesi.
Al centro dell’indagine – condotta dai pm della sezione siciliana della Procura
europea Geri Ferrara e Amelia Luise – ci sono i centri di formazione Cesifop
(Centro siciliano per la formazione professionale) e Ires (Istituto di studi e
ricerche economiche e sociali). Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero
utilizzato indebitamente oltre 8,7 milioni di euro del Fondo sociale europeo
(Fse), risorse del Programma operativo 2014/2020 destinate a corsi di formazione
professionale e progetti in ambito sociale, “molti dei quali mai tenuti”.
Il denaro, stando all’impianto accusatorio, sarebbe stato in parte dirottato per
spese personali e per sostenere attività politiche riconducibili a Papania.
Circa 800mila euro sarebbero stati “incassati e impiegati per spese voluttuarie
personali o connesse a iniziative di sostegno del suo movimento politico e a
campagne elettorali”. L’inchiesta ha inoltre bloccato l’erogazione di ulteriori
2,5 milioni di euro.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, Papania – che aveva fondato
qualche anno fa un proprio partito chiamato “Valore, Impegno e Azione” – avrebbe
potuto contare sulla complicità di un dirigente del Mpa, poi passato al Via, di
un esponente del movimento Via di Marsala e di un ex consigliere comunale di
Cinisi (Palermo), “interessati a ricercare e acquisire crescenti consensi
intorno al partito allargandone la composizione e l’area di influenza sul
territorio trapanese e regionale”. Gli indagati si sarebbero serviti, oltre che
di Cesifop e Ires, anche dell’associazione Tai per ottenere indebitamente i
finanziamenti europei.
Senatore per tre legislature con la Margherita prima e il Partito Democratico
poi, ma anche deputato e assessore regionale, Papania era stato cancellato dalle
liste del Pd per le politiche del 2013 dai probiviri del partito. Era poi
passato con il Movimento per l’Autonomia (Mpa). Per l’ex parlamentare si tratta
dell’ennesimo capitolo giudiziario. Nel settembre 2024 era stato arrestato con
l’accusa di voto di scambio politico-mafioso. Nel marzo 2019 il Tribunale di
Trapani lo aveva condannato a un anno per voto di scambio: è stato poi assolto
in appello.
L'articolo Truffa all’Ue, rinviato a giudizio l’ex senatore Pd Nino Papania: al
centro 8,7 milioni di euro per corsi di formazione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
In vista del referendum costituzionale, il governo di Giorgia Meloni ha ignorato
le migliaia di italiani fuorisede, che per studio, lavoro, salute e altri motivi
non potranno tornare nelle loro regioni o comuni di residenza per recarsi alle
urne. Ma PD e M5S hanno trovato la soluzione: grazie alla nomina di
rappresentante di lista, consentiranno a chi si trova fuori di poter esprimere
la propria preferenza il prossimo 22 e 23 marzo.
“Considerato che il governo nazionale e regionale non ha dato la possibilità di
votare ai fuorisede, il M5S nazionale si è attivato per far si che ogni
cittadino possa registrarsi nella regione in cui si trova, in modo da essere
scelto come rappresentate di lista e poter votare”, spiega il coordinatore
regionale M5S Sicilia, Nuccio Di Paola. Come funziona? “Il sistema è
semplicissimo, basta accedere al form online, che è già disponibile nelle pagine
social del M5S, si compila il modulo in base alla regione in cui ci si trova, in
seguito gli utenti saranno contattati e riceveranno le indicazioni e la delega
per essere rappresentanti di lista, pensiamo a tutto noi. Auspichiamo che le
registrazioni possano essere superiori a 40 mila in tutta Italia”.
Stesso meccanismo è stato messo in piedi dai dem. “Il Pd è già operativo per
consentire il voto ai fuorisede con i rappresentanti di lista. In Sicilia, i
giovani democratici e i nostri circoli stanno raccogliendo le richieste, siamo
già a circa 3 mila adesioni. Ci sono tanti siciliani e siciliane che per motivi
di studio e lavoro si trovano fuori regione, ma dobbiamo considerare anche chi,
all’interno dell’isola, non può rientrare nei propri comuni di residenza”,
afferma Sergio Lima, membro della direzione nazionale PD e componente della
segreteria regionale dem siciliana. La raccolta dei dem si muove su due binari
paralleli, quello “extra regionale”, ovvero chi si trova fuori dalla Sicilia, e
quindi può essere scelto come rappresentante di lista nel comune dove ha il
domicilio, per esempio uno studente residente a Palermo ma che studia a Torino.
A questo si aggiunge il “fuorisede regionale”, cioè chi ha il domicilio in un
altro Comune sempre all’interno dell’isola, per esempio uno specializzando
residente a Siracusa, ma che per lavoro si trova a Trapani.
“A breve sarà pubblicato un form online per registrare le richieste. Stiamo
provando a mettere una pezza ad una straordinaria ingiustizia perché nel 2026
non prevedere un sistema di voto per i fuorisede è assurdo ed ingiustificabile.
Si tratta di milioni di concittadini privati, di fatto, di un diritto
fondamentale. Ancora più grave e pesante la situazione per i siciliani che
devono anche sostenere la beffa di costi esorbitanti per rientrare nei propri
comuni di residenza”, conclude Lima.
Importante ricordare, per chi volesse fare il rappresentante di lista, che
quando si recherà alle urne, seppur residente in un’altra regione o comune,
dovrà avere la tessera elettorale, oltre ad un documento d’identità valido,
altrimenti non potrà esprimere la sua preferenza al referendum.
MOZIONE PD SICILIA
Inoltre, il PD Sicilia ha redatto una mozione, “Iniziativa di sensibilizzazione
per l’esercizio del diritto di voto a distanza per i cittadini temporaneamente
fuorisede”, in cui chiede al governatore Renato Schifani di invitare il governo
nazionale ad “adottare un provvedimento urgente volto a prevedere la possibilità
di voto a distanza per i fuorisede”, e un “provvedimento legislativo che regoli
in maniera definitiva e stabile il tema del voto dei fuori sede in ogni
consultazione elettorale, valutando di introdurre il voto elettronico e per
corrispondenza”.
“L’Italia è unico paese UE senza specifica legge per voto a distanza”, si legge
nell’iniziativa promossa dalla deputata regionale dem Valentina Chinnici e
firmata da tutto il gruppo parlamentare Pd dell’assemblea regionale siciliana.
In una paese dove “milioni di persone, soprattutto giovani, continuano a
spostarsi costantemente all’interno dei confini nazionali per motivi di studio e
di lavoro. A queste cittadine e cittadini è ingiusto e immorale imporre costi di
viaggio onerosi e la necessità di riorganizzare la propria vita per poter
esercitare il diritto di voto”. Inoltre, “nel 2024 si sono iscritti per votare
dal comune di domicilio circa 24 mila studenti fuorisede, nel 2025 la richiesta
è stata presentata da più di 67 mila cittadini, tra cui 38.105 studenti, 28.430
lavoratori e 770 soggetti che si trovavano fuori dal proprio comune per motivi
di cura”.
L'articolo Referendum, come far votare i fuorisede siciliani: Pd e M5S daranno
il ruolo di rappresentante di lista proviene da Il Fatto Quotidiano.
Manca solo l’ufficializzazione che dovrebbe avvenire lunedì prossimo nel corso
di una conferenza stampa a Bruxelles. L’eurodeputata Elisabetta Gualmini lascia
il Partito democratico. La notizia arriva da diverse fonti parlamentari.
L’eurodeputata bolognese, dell’area riformista dem, sarebbe pronta ad aderire ad
Azione, il partito di Carlo Calenda, e a passare dal gruppo dei Socialisti e
democratici a quello di Renew Europe.
Gualmini diventerebbe così la prima europarlamentare italiana della compagine
liberale: alle scorse Europee infatti né la lista Stati Uniti d’Europa (composta
dai renziani e +Europa), né Azione riuscirono a superare la soglia di
sbarramento del 4% per entrare all’Europarlamento. Se l’addio dovesse essere
confermato, la delegazione italiana perderebbe il primato nel gruppo socialista,
passando da 21 a 20 eurodeputati, al pari della delegazione degli spagnoli.
Gualmini, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna (dal 2014 al 2019 con
il governatore Stefano Bonaccini), è tra i politici coinvolti nell’inchiesta
sulla corruzione in Ue denominata Qatargate. Per lei e per l’altra collega dem
Alessandra Moretti la procura del Belgio aveva chiesto la revoca dell’immunità:
ma a dicembre scorso il Parlamento Ue ha deciso di respingere la revoca per
Gualmini, confermata invece per Moretti.
Nei giorni scorsi, in un’intervista sul Corriere della sera, Carlo Calenda si è
detto pronto ad allargare il suo “centro liberale” in vista delle prossime
elezioni Politiche: “Certo che vogliamo” farlo con “tutti coloro che come noi
vogliono un’Europa federale ora: liberaldemocratici, riformisti del Pd, a
partire da Gualmini, Gori, Malpezzi e Picierno, PiùEuropa di Hallisey e Magi, i
popolari come Ruffini”, ha sottolineato il leader di Azione. Gualmini, il 6
febbraio scorso, era stata tra gli astenuti nel voto sulla relazione della
segretaria Elly Schlein in Direzione Pd. Pochi giorni prima aveva contestato un
video del Partito democratico sulla campagna referendaria: “Il video del Pd che
dice che chi vota Si al referendum è un fascista raggiunge forse il punto più
basso di qualsiasi polemica politica. Quindi chi sosteneva la mozione Martina
nel 2019 e il programma del Pd nel 2022 erano tutti fascisti”, ha scritto sui
social.
L'articolo L’europarlamentare Elisabetta Gualmini lascia il Pd: pronta a passare
con Azione di Carlo Calenda proviene da Il Fatto Quotidiano.
È bufera con interrogazioni depositate e annunciate sul decreto di nomina del
nuovo Consiglio di Amministrazione della Reggia di Caserta che, oltre a essere
uno dei più importanti poli museali e storici d’Italia è anche patrimonio
dell’umanità Unesco. Il nuovo Cda è infatti composto dal direttore pro tempore
della Reggia, Tiziana Maffei e da quattro membri. Tra loro, spicca il nome di
Paolo Santonastasio, avvocato civilista con uno studio legale a Caserta, già
consigliere comunale e provinciale e coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia
a Caserta da marzo 2025. Per Partito democratico e Movimento 5 Stelle si tratta
dell’ennesima nomina che segue “la logica della spartizione e del favore
politico”. Ma la nomina lascia interdetti anche esponenti di Forza Italia. E se
partono le accuse dal Pd (“Giù le mani dalla Reggia di Caserta) e dal M5S (“Un
atto vergognoso”), il diretto interessato replica piccato e sarcastico. E
rilancia, accusando la gestione del Pd della Regione Campania “nota per il
clientelismo a base di fritture di pesce” e tirando in ballo un celeberrimo
discorso dell’ex governatore Vincenzo De Luca sul clientelismo rivolto agli
amministratori locali e finito con una inchiesta archiviata. Scambio di accuse a
parte, il problema resta. Perché i protocolli di gestione Unesco sono molto
rigidi e impongono un’assoluta neutralità gestionale. “Le decisioni assunte dal
ministro Giuli – sostiene il Pd – potrebbero esporre il nostro Paese a rilievi e
persino a una procedura di infrazione in sede Unesco”.
LE ACCUSE DI PARTITO DEMOCRATICO E MOVIMENTO 5 STELLE (MA ANCHE DI FI)
La durata del mandato dei nuovi membri del cda è di cinque anni. Paolo
Santonastaso, così come Nicolina Virgilio, è stato designato dal ministro
Alessandro Giuli, Marianna Pignata è stata designata d’intesa con il ministro
dell’Economia e Raffaele Caterina è stata scelta dal Consiglio superiore per i
beni culturali e paesaggistici. “Si tratta di una scelta scandalosa – commenta
il deputato del Pd, Stefano Graziano – che conferma un uso sempre più
irresponsabile del ruolo istituzionale da parte del ministro, piegato alla
logica della spartizione e del favore politico”. E, insieme a Piero De Luca,
deputato dem e segretario regionale del Partito Democratico, deposita
un’interrogazione parlamentare “per conoscere nel dettaglio i curricula dei neo
nominati che risultano espressione diretta di forze politiche, come nel caso del
coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia”. “Non è possibile – commenta De
Luca – che il ministro Giuli utilizzi i musei statali come strumenti di
occupazione politica, piazzando amici ed esponenti di partito e politicizzando
istituzioni che dovrebbero essere autonome e libere. La misura è colma, la lista
è troppo lunga”. Tra le polemiche più accese degli ultimi mesi, quella che
riguarda il teatro La Fenice e la nomina della direttrice, Beatrice Venezi. “È
una modalità di gestione imbarazzante e inaccettabile – ancora De Luca – e non
siamo di fronte a un caso isolato, è una pratica che si sta diffondendo su scala
nazionale. Una deriva mai vista prima”. Accuse arrivano anche dal Movimento 5
Stelle: “Il ministro lo capisca bene, la Reggia di Caserta non è la ‘bancarella
del torrone’ di Fratelli d’Italia” dichiara Agostino Santillo, parlamentare del
M5S e vicepresidente della Commissione Ambiente alla Camera. Sulla questione
nomine interviene, come riporta Il Mattino, anche la commissaria politica di
Forza Italia, Amelia Forte: “Forza Italia non parteciperà mai più a tavoli
interpartitici con Santonastaso. Il segretario cittadino di Fratelli d’Italia ha
scelto altro rispetto alla politica. O sta nel Cda o fa politica: le due cose
non sono compatibili”. Per Forte la sua nomina espone il centrodestra ad
attacchi degli avversari politici a un anno dalle comunali.
LA REPLICA DI SANTONASTATO E IL RISCHIO DI INFRAZIONE UE
Il diretto interessato, però, non ci sta e replica. “Il Pd confonde il proprio
modus operandi, che abbiamo avuto modo di apprezzare nel Comune di Caserta a
guida Pd sciolto per camorra – commenta Santonastasio – oltre che nella Regione
Campania nota per il clientelismo a base di fritture di pesce con la serietà e
la trasparenza del governo guidato da Giorgia Meloni”. E aggiunge: “Fa specie
poi che a parlare del mio incarico a titolo completamente gratuito sia
l’onorevole Graziano, al quale De Luca, allora presidente della Regione
Campania, pensò bene di elargire una onerosa consulenza alla Regione dopo la sua
mancata elezione”. Scambio di accuse a parte, Graziano e De Luca, come i
deputati di Alleanza Verde e Sinistra, Francesco Emilio Borrelli e Franco Mari,
sottolineato anche un altro problema. “I protocolli Unesco e le normative
italiane sono chiarissimi: nei Cda devono sedere persone di chiara fama e
comprovata competenza nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale”
ricordano Borrelli e Mari. La nomina di soggetti legati a specifiche forze
politiche, come nel caso del coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia,
dunque, rischierebbe “di compromettere non solo l’autonomia gestionale, ma anche
la reputazione internazionale del nostro Paese”. E annunciano anche loro una
interrogazione alla Presidenza del Consiglio “chiedendo conto dei rischi di
infrazione europea”.
L'articolo Reggia di Caserta, l’uomo di Fratelli d’Italia entra nel cda. Accuse
a Giuli dall’opposizione (e malcontento da Forza Italia) proviene da Il Fatto
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