Tag - Gianni Infantino

Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire
C’è un’istantanea che la storiografia calcistica occidentale ha lasciato pigramente sbiadire in un cassetto. Non è Francia 98, con i suoi fiori bianchi e la tensione elettrica del debutto mondiale. Era il 16 gennaio 2000, il giorno in cui il Team Melli – la nazionale iraniana – entro nel Rose Bowl di Pasadena non da nemico giurato, ma da ospite d’onore. La scelta di giocare a Los Angeles non fu casuale: la “Città degli Angeli” era la casa di oltre 500mila iraniani, una comunità così radicata da aver ribattezzato la metropoli californiana “Tehrangeles“. Il progetto fu partorito due anni prima in un salotto di Parigi. Solo tre settimane prima, a Lione, l’Iran aveva battuto gli USA 2-1 in quello che resta uno dei match politicamente più carico della storia del calcio. Bill Clinton aveva parlato di un passo verso la fine dell'”estraniamento” tra le nazioni, iniziato con la Rivoluzione del 1979. L’incontro tra il Segretario Generale della US Soccer, Hank Steinbrecher, e l’iraniano Mehrdad Masoudi, all’epoca responsabile comunicazione della federazione canadese, nacque con l’idea, o meglio la speranza, di avvicinare in qualche modo l‘Iran e gli Stati Uniti attraverso lo sport, come la cosiddetta diplomazia del ping-pong aveva avvicinato gli Usa e la Cina negli anni ’70. Ma nel 1999 tutto sembrò naufragare. Lo scoglio era burocratico, ma anche profondamente politico: l’obbligo di schedatura. Gli Stati Uniti pretendevano che ogni calciatore iraniano venisse fotografato e sottoposto al rilievo delle impronte digitali all’arrivo all’aeroporto di Chicago. “Dissi chiaramente che era un divieto assoluto“, ha ricordato Masoudi in un’intervista alla BBC. “Se lo avessero comunicato all’Iran, avrebbero cancellato tutto all’istante. Quel contratto era stato firmato a patto che non accadesse“. Per settimane, i funzionari del Dipartimento di Stato rimasero irremovibili. Poi, a pochi giorni dalla partenza, un’improvvisa e misteriosa deroga sbloccò la situazione. Secondo Steinbrecher, l’ordine arrivò dai vertici dell’amministrazione Clinton: “Non so quale fosse la catena di comando, ma credo che la decisione sia stata presa direttamente molto in alto”. Un altro possibile problema era che la sponsorizzazione di alcolici durante la partita avesse offeso la sensibilità religiosa di qualcuno. Lo sponsor principale dell’incontro sarebbe stato Anheuser–Busch, l’azienda produttrice della birra Budweiser. In una riunione tenutasi alla vigilia della partita, la Federazione calcistica statunitense si offrì di cambiare sponsor, ma gli iraniani respinsero l’offerta, mostrandosi molto comprensivi: “In qualità di dirigente calcistico – ha detto Safei Farahani, l’allora presidente federale iraniano – so quanto sia difficile trovare sponsor. La cancellazione di un evento si traduce in una perdita di reputazione agli occhi degli sponsor'”, ha raccontato Masoudi, presente a quello storico incontro. Tuttavia, superato lo scoglio americano, gli organizzatori dovettero scontrarsi con la complessa macchina del potere iraniano, dove la volontà del presidente riformista Khatami non era l’unica voce in capitolo. Proprio mentre la squadra preparava i bagagli, a Teheran scoppiò l’ennesima crisi politica interna, mettendo in dubbio la spedizione fino all’ultimo istante. Solo un fragile equilibrio tra le fazioni permise al Team Melli di decollare verso quella che sarebbe stata una tournée storica, in cui sarebbero state giocate amichevoli con Ecuador, Messico e, infine, gli Stati Uniti. Quella con gli Usa, naturalmente, non fu soltanto una partita. Fu il punto più alto di una diplomazia del pallone che oggi, nell’era dei tweet incendiari e dei visti negati, appare come un repertorio archeologico di un’umanità perduta. Se guardiamo a quella domenica di gennaio, il contrasto con l’attualità è brutale. Allora, il calcio era ancora il grimaldello privilegiato per forzare le serrature della diplomazia. C’era ancora l’ambizione che lo sport potesse essere una zona franca dove i conflitti potevano essere sospesi, se non risolti. Oggi, invece, il panorama è dominato dalla realpolitik del silenzio. Sotto la gestione di Gianni Infantino, la FIFA ha smesso di essere un ponte per diventare una piattaforma di sportwashing o, peggio, un ufficio di relazioni pubbliche per i leader più divisivi del pianeta. L’era di Infantino, amico fidato di Donald Trump a cui ha consegnato persino un controverso Premio per la Pace, ha segnato il passaggio dalla diplomazia al puro pragmatismo commerciale. Oggi la FIFA, spesso accusata di glissare sulle questioni spinose, sembra aver abdicato al suo ruolo di mediatore culturale per diventare un’agenzia di eventi al servizio dei potenti. Al Rose Bowl, quel giorno, c’erano 50mila persone. Non erano spettatori qualunque: era la diaspora iraniana che per la prima volta riabbracciava la propria bandiera sul suolo americano. In campo c’erano le leggende: Ali Daei, Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia. La partita finì 1-1. Al gol di Mahdavikia rispose il rigore di Chris Armas, ma il risultato rimane la cosa meno importante. A rimanere impresso fu l’abbraccio tra i giocatori a fine gara, le maglie scambiate senza timore di ritorsioni politiche e il clima di festa che avvolse Pasadena. Oggi quella partita ci sembra l’ultimo spasmo di un’utopia. È il testamento di un calcio capace di assolvere la sua funzione più nobile, quello di unire i popoli. Ventisei anni dopo, mentre ci prepariamo a un Mondiale 2026 che somiglia più a un centro commerciale che ad un torneo, quella partita continua a guardarci con malinconia, mentre ci ricorda la potenza eversiva di questo sport, con la capacità quasi magica di sospendere la storia e affratellare i popoli. L'articolo Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Usa
Calcio
Fifa
Gianni Infantino
Mondiali, Trump ‘minaccia’ l’Iran e Infantino continua a vivere in un universo parallelo: “Il potere del calcio per promuovere la pace”
“La Fifa non può risolvere i conflitti geopolitici, ma ci impegniamo a utilizzare il potere del calcio e della Coppa del Mondo Fifa per costruire ponti e promuovere la pace, poiché i nostri pensieri vanno a coloro che soffrono a causa delle guerre in corso”. Queste le parole del presidente della Fifa Gianni Infantino in una nota al termine del consiglio della federazione internazionale che si è svolto oggi. La guerra in continua, il Medio Oriente è in fiamme, Trump ‘minaccia‘ l’Iran a proposito della loro presenza ai Mondiali di giugno che si giocheranno tra Usa, Canada e Messico, ma Gianni Infantino continua a fingere che sia tutto ok dal suo universo parallelo. “La Fifa auspica che tutte le squadre partecipanti alla Coppa del Mondo competano in uno spirito di fair play e rispetto reciproco. Abbiamo un calendario. Presto avremo la conferma delle 48 squadre partecipanti e vogliamo che la Coppa del Mondo si svolga come previsto”, ha aggiunto Infantino, che ha ha lanciato un appello alla pace e ha ribadito il ruolo chiave del calcio nel riunire le persone in tempi di continuo tumulto geopolitico. Ma solo qualche giorno fa l’amico Donald Trump dichiarava: “La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza“, aveva scritto il presidente Usa, “consigliando” di fatto all’Iran di non presentarsi ai Mondiali. “Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha successivamente affermato il presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj in una dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata iraniana in Messico. “Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le partite dell’Iran ai Mondiali in Messico”. L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson, in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web dell’ambasciata. Insomma, tutto tranne che il clima di cooperazione e promozione della pace di cui parla Infantino. L'articolo Mondiali, Trump ‘minaccia’ l’Iran e Infantino continua a vivere in un universo parallelo: “Il potere del calcio per promuovere la pace” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Calcio
Gianni Infantino
Mondiali di Calcio 2026
L’Iran apre al Mondiale, ma a una sola condizione: giocare in Messico. Ora la Fifa è chiamata a prendere posizione
La presenza o meno dell’Iran ai Mondiali del 2026 previsti tra Stati Uniti, Canada e Messico assume sempre di più i contorni di un caso. La vicenda – che va avanti ormai da quasi un mese, dalla guerra scatenata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele contro l’Iran – si arricchisce infatti di un nuovo capitolo: dopo aver praticamente annunciato la rinuncia alla Coppa del Mondo nei giorni scorsi, adesso stando a quanto dichiarato dal presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj, l’Iran sta “negoziando” con la Fifa per spostare le partite del primo turno dei Mondiali dagli Stati Uniti al Messico. Una richiesta però non semplice da soddisfare e che porta ancora più complicazioni. Tutto dopo che Trump aveva “minacciato” la nazionale iraniana, mentre Infantino e la Fifa continuano a prendere tempo e fingere che vada tutto bene. “Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha affermato il presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj in una dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata iraniana in Messico. “Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le partite dell’Iran ai Mondiali in Messico”. L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson, in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web dell’ambasciata. La situazione legata alla partecipazione dell’Iran si complica quindi sempre di più. Inizialmente, nei giorni successivi allo scoppio della guerra, la FIFA – come riportato dal sito della BBC – aveva dichiarato di “monitorare gli sviluppi”. Da lì non ha mai preso posizione e anzi, al contrario, il presidente Gianni Infantino ha continuato a fingere che tutto andasse bene, parlando di “grande festa” e di “Iran benvenuto al Mondiale, me l’ha assicurato il presidente Trump”. A quelle dichiarazioni avevano fatto seguito le parole di Ahmad Donjamali – ministro dello Sport iraniano – che aveva praticamente annunciato la rinuncia della nazionale alla competizione: “Questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo“. Ma proprio quando Infantino parlava di “festa”, “Iran benvenuto” e “calcio che unisce”, è arrivato un messaggio di Donald Trump che sapeva quasi di minaccia: “La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza“, aveva scritto il presidente Usa. Dopo le dichiarazioni del tycoon, ora c’è una proposta a sorpresa: l’Iran sarebbe disposto a giocare, ma chiede di disputare le partite in Messico invece che negli Stati Uniti. Una soluzione che, se accolta, comporterebbe conseguenze pesanti sull’organizzazione del torneo, tra spostamenti di interi gironi, modifiche al calendario e riassegnazione delle sedi. E se l’Iran superasse il girone? Anche in quel caso sarebbero necessari spostamenti. A questo punto la palla passa alla FIFA, adesso chiamata obbligatoriamente a decidere tra esigenze politiche, logistiche e sportive, in uno scenario sempre più delicato e complesso. E al Mondiale mancano meno di tre mesi. L'articolo L’Iran apre al Mondiale, ma a una sola condizione: giocare in Messico. Ora la Fifa è chiamata a prendere posizione proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Usa
Calcio
Fifa
Gianni Infantino
L’Iran annuncia che non parteciperà ai Mondiali di calcio. Il ministro dello Sport: “Non ci sono le condizioni”
L’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio del 2026 negli Stati Uniti, Canada e Messico. Questo è l’annuncio del ministro dello Sport iraniano. Ahmad Donjamali – ministro dello Sport dell’Iran appunto – ha infatti escluso la presenza della nazionale al torneo in un’intervista televisiva, nonostante l’invito arrivato dal presidente statunitense Donald Trump. A riportarlo è la Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Poiché questo governo corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo“, ha dichiarato Donjamali. Solo poche ore fa il presidente della Fifa, Gianni Infantino, aveva dichiarato che Trump aveva assicurato la possibilità per la nazionale iraniana di partecipare al torneo nonostante il conflitto in Medio Oriente. “Durante i colloqui il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è naturalmente la benvenuta a prendere parte al torneo negli Stati Uniti“, ha detto Infantino, sottolineando che “un evento come la Coppa del Mondo serve più che mai a unire le persone“. Il ministro iraniano ha però sostenuto che la situazione politica e militare rende impossibile la partecipazione. “A causa delle azioni ostili contro l’Iran ci sono state imposte due guerre negli ultimi otto o nove mesi e diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi”, ha affermato. Posizioni simili erano state espresse anche dal presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj, che aveva evocato la possibilità di non inviare la nazionale negli Stati Uniti qualora il torneo assumesse una dimensione politica. Non è chiaro se le dichiarazioni del ministro rappresentino una decisione definitiva, ma così sembra. L’Iran si era qualificato tra le prime squadre per il Mondiale 2026, ottenendo il pass nel marzo dello scorso anno. Il torneo inizierà l’11 giugno, con tutte le partite del girone della nazionale iraniana previste negli Stati Uniti. All’inizio di questa settimana, il direttore operativo della Coppa del Mondo della Fifa, Heimo Schirgi, aveva dichiarato che il torneo era “troppo importante” per essere rinviato a causa dei disordini globali causati dalla guerra tra Stati Uniti e Israele e l’Iran. Ha affermato che la Fifa continua a monitorare attentamente la guerra in Iran. “Fondamentalmente affrontiamo la situazione giorno per giorno e prima o poi troveremo una soluzione“, ha affermato Schirgi. “E la Coppa del Mondo ovviamente si svolgerà, giusto? La Coppa del Mondo è troppo grande e speriamo che tutti coloro che si sono qualificati possano partecipare”. L'articolo L’Iran annuncia che non parteciperà ai Mondiali di calcio. Il ministro dello Sport: “Non ci sono le condizioni” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Usa
Calcio
Gianni Infantino
Infantino oltre ogni limite: “Grazie al presidente Trump, dimostra che il calcio unisce il mondo”
“Io e Trump abbiamo parlato dell’Iran e lui mi ha ribadito che la nazionale iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al Mondiale. Ringrazio sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo”. Ancora una volta dal suo universo parallelo, Gianni Infantino ha pubblicato un post su Instagram dopo un incontro alla Casa Bianca con il presidente americano che – mentre continua a bombardare l’Iran – ha rassicurato Infantino sul fatto che la selezione iraniana sia benvenuta ai Mondiali che inizieranno a giugno proprio tra Stati Uniti, Canada e Messico. Intanto il Medio Oriente è in fiamme dal 28 febbraio, ogni giorno si contano morti e feriti nella guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran, con conseguente reazione di Teheran che ha risposto coinvolgendo gli altri Paesi del Golfo. Già ieri Infantino nel corso di un’intervista ad As aveva dichiarato che “sarà una festa fantastica“, ignorando tutto ciò che sta accadendo. Nel frattempo l’Iraq ha chiesto il rinvio per questioni logistiche dello spareggio intercontinentale che lo vedrà contro la vincitrice di Bolivia–Suriname, diversi paesi presenti al torneo sono coinvolti nel conflitto (Iran, Qatar, Giordania, Arabia Saudita, senza dimenticare gli Stati Uniti nel ruolo di aggressori) e l’Iran ha chiesto al Cio di escludere Stati Uniti e Israele dalle competizioni. Una provocazione più che altro, visto che la richiesta non avrà un seguito. Il doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio – come la Fifa – ha spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in causa. Anche perché i più grandi eventi sportivi al mondo si svolgeranno entrambi negli Usa: i Mondiali del 2026 (con Messico e Canada appunto) e le Olimpiadi estive di Los Angeles nel 2030. “Questa sera ho incontrato il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, per discutere dello stato di avanzamento dei preparativi per l’imminente Coppa del Mondo Fifa e della crescente eccitazione in vista del calcio d’inizio, previsto tra soli 93 giorni“, ha esordito Infantino nel post dopo l’incontro di ieri sera negli Stati Uniti. “Abbiamo parlato anche della situazione attuale in Iran e del fatto che la nazionale iraniana si è qualificata per partecipare alla Coppa del Mondo Fifa 2026. Durante le discussioni, il presidente Trump ha ribadito che la nazionale iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al torneo negli Stati Uniti”, ha spiegato il presidente del massimo organismo calcistico a livello internazionale. Poi la conclusione del post social: “Abbiamo tutti bisogno di un evento come la Coppa del Mondo Fifa per unire le persone ora più che mai, e ringrazio sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo“. L'articolo Infantino oltre ogni limite: “Grazie al presidente Trump, dimostra che il calcio unisce il mondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Usa
Calcio
Fifa
L’Iran chiede l’esclusione degli Stati Uniti al Cio. Il precedente della Russia e il doppiopesismo della Fifa e del Comitato Olimpico
La guerra in Medioriente non risparmia lo sport. C’è l’incognita sulla partecipazione della nazionale iraniana ai prossimi Mondiali, e adesso pure dell’Iraq agli imminenti spareggi di qualificazione, viste le difficoltà negli spostamenti (dovrebbe giocare fra poche settimane in Messico contro la vincente di Bolivia-Suriname). Ma, soprattutto, ci sono i bombardamenti che fanno vittime e danni anche tra gli sportivi. Tanto che il Comitato Olimpico di Teheran ha scritto ufficialmente al Cio per denunciare la violazione della tregua olimpica e chiedere l’esclusione dalle competizioni di Stati Uniti e Israele. La comunicazione, firmata dal segretario generale Mehdi Alinajad, è indirizzata a James MacLeod, responsabile delle relazioni con i comitati nazionali e della solidarietà olimpica. Nel documento vengono elencati gli attacchi che hanno colpito direttamente lo sport e le conseguenze sul movimento. Come il bombardamento di un palazzetto nel sud del Paese, in cui sarebbero morte 20 ragazze che si stavano allenando a pallavolo. I danni alla sede del Comitato e di numerosi impianti, come l’accademia olimpica e uno stadio. La morte di diversi funzionari, tra cui il capo della commissione etica. Per tutto ciò, l’Iran chiede alle autorità sportive internazionali di indagare e adottare misure in risposta a quella che descrive come “un’aggressione diretta” contro la comunità sportiva del Paese. Le accuse, ovviamente, sarebbero tutte da verificare ma tanto la lettera non avrà alcun seguito. Per certi versi suona quasi come una provocazione, nemmeno del tutto infondata, però, se consideriamo che ormai persino gli alleati più fidati – come ad esempio l’Italia – riconoscono apertamente che l’attacco è avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale, per usare le parole del ministro Crosetto. Carta olimpica alla mano, Stati Uniti e Israele meriterebbero una sanzione, come accaduto ad esempio nel recente passato per la Russia, seppur per situazioni diverse e non paragonabili. Il doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio ha spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in causa. Dopo l’attacco in piena tregua olimpica (sono ancora in corso le Paralimpiadi di Milano-Cortina, a cui l’unica atleta iraniano non ha potuto partecipare), il Comitato si è limitato a pubblicare un timido comunicato, poche righe in cui si ribadisce genericamente il principio dello sport come “faro di speranza e di pace”, senza alcun riferimento a chi l’avrebbe violato. Totale silenzio sui massacri di Israele a Gaza, anzi, sono stati presi provvedimenti contro chi (in questo caso l’Indonesia) aveva escluso gli atleti israeliani (ma non è stato fatto lo stesso con i Paesi Baltici che hanno negato l’ingresso ai russi, come raccontato da un’inchiesta del Fatto). Così come gli Stati Uniti al momento non hanno fornito alcuna garanzia sul libero accesso di tifosi e persino calciatori iraniani (Trump in maniera sprezzante ha detto che “non gli interessa”), uno dei requisiti fondamentali per l’organizzazione di qualsiasi competizione internazionale. Nessuna sorpresa. Cio e Fifa hanno posizioni così blande sulla guerra in Medioriente perché sono legati mani e piedi agli Usa. Il n.1 del pallone Gianni Infantino – è noto – dopo l’Arabia Saudita ha sposato anche gli Stati Uniti, al punto da aprire una sede a New York nella Trump Tower, per non parlare dell’imbarazzante teatrino del “premio per la pace” assegnato al presidente. Iniziative in chiara violazione della carta olimpica che avrebbero richiesto un intervento proprio del Cio, ovviamente mai avvenuto. Al Comitato Olimpico mantengono un minimo di ritegno in più, ma la sostanza non cambia. Le prossime due grandi manifestazioni, i Mondiali di calcio 2026 e le Olimpiadi estive 2028, si terranno proprio in America. Sono eventi che valgono miliardi di dollari, da cui dipende la sopravvivenza degli stessi organismi, che dunque non possono permettersi di metterli a rischio compromettendo le relazioni diplomatiche col Paese ospitante. Altro che tregua olimpica: la neutralità dello sport è solo un’illusione. X: @lVendemiale L'articolo L’Iran chiede l’esclusione degli Stati Uniti al Cio. Il precedente della Russia e il doppiopesismo della Fifa e del Comitato Olimpico proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Donald Trump
Usa
Calcio
Fifa
L’universo parallelo di Infantino: la guerra aleggia sui Mondiali, ma per lui “sarà una festa fantastica”
Il Medio Oriente è in fiamme, dal 28 febbraio si contano ogni giorno morti e feriti con la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran, con conseguente reazione del governo di Teheran che nella sua risposta ha coinvolto gli altri paesi del Golfo, ma il presidente della Fifa Gianni Infantino dal suo universo parallelo fa sapere che il mondiale di calcio a 48 squadre, al via l’11 giugno, sarà “una festa fantastica”. Il grande capo del football planetario, che ha celebrato il 26 febbraio il decennale della sua ascesa al potere, ha liberato il suo ottimismo in un’intervista concessa al quotidiano sportivo spagnolo AS. Mancano 93 giorni al mondiale e la situazione è sotto gli occhi di tutti. L’Iraq ha chiesto il rinvio per questioni logistiche dello spareggio intercontinentale che lo opporrà alla vincitrice di Bolivia-Suriname, diversi paesi presenti al torneo sono coinvolti nel conflitto (Iran, Qatar, Giordania, Arabia Saudita, senza dimenticare gli Stati Uniti nel ruolo di aggressori), c’è il rischio fondato che il terrorismo internazionale rialzi la testa, ma per Infantino, va tutto bene: “La Coppa del Mondo sarà fantastica, fenomenale. C’è un’eccitazione senza precedenti. In quattro settimane, abbiamo ricevuto oltre 500 milioni di richieste di biglietti. È incredibile. Abbiamo quasi sette milioni di biglietti, ma 500 milioni è una cifra mai vista prima nella storia della FIFA o di qualsiasi altra istituzione. Settantasette delle 104 partite hanno ricevuto oltre un milione di richieste, le restanti si aggirano intorno a quella cifra. Stiamo tenendo da parte una scorta per la parte finale del torneo e per gli ultimi giorni. Tutti gli stadi saranno pieni. Sarà una festa totale. Sarà un enorme successo. Sarà la prima Coppa del Mondo con 48 squadre, 104 partite, 16 città, 3 nazioni. Stiamo affrontando qualcosa di enorme. È più di un torneo, più di una competizione sportiva: è un evento sociale che il mondo si fermerà ad ammirare”. L’intervista è stata realizzata in Galles dal direttore di AS, José Felix Dias, firma storica al seguito del Real Madrid di Florentino Perez. Non sono chiare le tempistiche ed è probabile che sia stata effettuata qualche giorno prima della pubblicazione, ma sulla guerra in corso, non appare un minimo accenno. Anche nell’ipotesi che sia stata fatta prima del 28 febbraio, c’erano tempi e modi per aggiornarla e affrontare il tema, ma evidentemente si è preferito ignorare una questione che crea profondo imbarazzo al numero uno del calcio mondiale. Infantino è un grande sostenitore del presidente statunitense Donald Trump. Il giorno del sorteggio dei gironi del mondiale, il 5 dicembre 2025, Infantino consegnò a Trump un premio per la pace. Parlare di questa guerra è sicuramente scomodo per Infantino, scottato anche dalle critiche ricevute dopo essersi inchinato di fronte a Trump. Nell’intervista rilasciata a AS, il presidente della Fifa ha parlato dell’Italia e della sua passione per l’Inter: “Ho molti idoli, a cominciare dal Mondiale di Spagna del 1982, vinto dagli azzurri, con Paolo Rossi e quella squadra di campioni. Avevo dodici anni all’epoca e quel momento mi è rimasto impresso nel cuore. Sono anche tifoso dell’Inter. Uno dei miei primi idoli, forse poco conosciuto in Spagna, è stato Evaristo Beccalossi, un numero dieci che non giocò né quel Mondiale, né in Nazionale, perché l’allenatore aveva altri progetti. Ricordo Alessandro Altobelli, che segnò nella finale contro la Germania, un gol spettacolare, il terzo, che chiuse la partita”. Infantino ha parlato anche di razzismo, con un chiaro riferimento all’episodio Vinicius–Prestianni, avvenuto nella partita Benfica–Real Madrid nei playoff di Champions: “Siamo nel 2026 ed è inaccettabile discriminare qualcuno in base alla sua provenienza o al colore della sua pelle. Mi dicono che il razzismo sia un problema soprattutto sociale, ma noi dobbiamo affrontarlo all’interno del nostro mondo. Il razzismo non ha posto nel calcio e non ci sono scuse per tollerarlo. Tolleranza zero. Coprirsi la bocca non è accettabile perché si sta dicendo qualcosa di sbagliato. Se un giocatore si copre la bocca e dice qualcosa di sbagliato, con implicazioni razziste, deve essere espulso”. L'articolo L’universo parallelo di Infantino: la guerra aleggia sui Mondiali, ma per lui “sarà una festa fantastica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Iran
Calcio
Gianni Infantino
Mondiali di Calcio 2026
Il Medio Oriente in fiamme, la probabile assenza dell’Iran e il tema sicurezza: la situazione a 100 giorni dal Mondiale di Trump
Medio Oriente in fiamme, con l’Iran bombardato da aerei israeliani e americani quando mancano cento giorni al mondiale (11 giugno-19 luglio), mentre ne sono trascorsi ottantotto da quando, durante il sorteggio dei gironi del 5 dicembre 2025, il presidente della Fifa Gianni Infantino premiò Donald Trump con la medaglia della pace. Rivedere le foto di quei momenti è esercizio utile: ci ricorda ancora una volta come il calcio sia caduto in basso. Uno sprofondo totale, con Infantino adorante cultore del sistema MAGA da quando si è messo alle costole di Trump, accompagnandolo in viaggi ufficiali, giocando con lui a golf, raccogliendo le sue confidenze, fino a premiare per la pace un uomo che sta portando la guerra in diversi luoghi critici del pianeta e ha fallito, finora, la missione di fermare il conflitto Russia–Ucraina. L’amico Trump ha servito un bel piatto a Infantino: la partecipazione dell’Iran al mondiale non è pensabile neppure nella più fantasiosa delle utopie. C’è il problema della sostituzione della nazionale asiatica, ma non è l’unico. Altre rappresentative dell’area del pianeta sconvolta in questo momento dalla guerra – Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed eventualmente l’Iraq se dovesse sostituire l’Iran – sono in difficoltà, tra campionati sospesi e grandi star in fuga, vedi Cristiano Ronaldo che ha salutato Ryad ed è tornato in Europa. Il gigantismo del calcio, con il primo mondiale a 48 squadre, sta presentando il suo personalissimo conto. Il circuito si è allargato, in nome del business, ma il mondo nell’ultimo decennio è peggiorato. Una situazione come quella che sta infiammando il Medio Oriente non è più lo scenario di una guerra regionale: il conflitto rischia di risucchiare altri paesi e ha già toccato l’Europa, con i droni lanciati contro la base militare britannica a Cipro. Comunque vada, anche in caso di cessate il fuoco, si teme una nuova fase di terrorismo internazionale e proprio la Coppa del Mondo 2026 rischia di essere il primo bersaglio, anche per una questione di tempistiche. Il documento firmato da Trump nel 2025, in cui è proibito l’ingresso negli Usa ai cittadini–tifosi di diversi paesi, compresi quelli iraniani, rischia di essere aggiornato. Al mondiale è annunciata la caccia all’immigrato da parte dell’ICE, ma con questa guerra, è scontato che per fronteggiare le minacce del terrore sarà il torneo più militarizzato di sempre. Il fatto di giocare in tre stati nazionali – Canada e Messico sono gli altri paesi organizzatori – significa che sarà coinvolto l’intero continente nordamericano, con tutte le problematiche del caso. Il tema sicurezza coinvolgerà in modo pesante Canada e Messico. Per fare fronte comune ed elaborare piani condivisi, serve sintonia totale tra le amministrazioni dei tre paesi, ma Trump è riuscito nell’impresa di deteriore anche i rapporti con i vicini di casa. Ha dichiarato più volte di considerare il Canada il potenziale cinquantunesimo stato degli Stati Uniti, mentre con il Messico c’è la questione bollente dell’immigrazione. Il mondiale più militarizzato e politico di sempre sarà preceduto da proposte di boicottaggio. Qualche voce si sta levando persino in Italia, presunta stampella di Trump in Europa. Premesso che la nazionale di Gennaro Gattuso deve ancora conquistare la qualificazione – il 26 la semifinale playoff contro l’Irlanda del Nord, il 31 l’eventuale finale con una tra Galles e Bosnia -, il trumpismo sta provocando reazioni in diverse parti del mondo. Se anche una storica relazione come quella tra Usa e Regno Unito “non aveva mai toccato un fondo così basso “– parole di Trump al quotidiano Telegraph, in risposta alle critiche del premier britannico Keir Starmer per l’aggressione all’Iran –, significa che siamo di fronte a una situazione di totale imprevedibilità, destinata a coinvolgere e travolgere l’evento sportivo più seguito del pianeta. Una tempesta perfetta si sta abbattendo su Infantino: la politica dell’omaggio ai potenti – l’altro ieri Putin (Russia 2018), ieri le monarchie arabe (Qatar 2022), oggi Trump – stavolta potrebbe non bastare e, anzi, rivelarsi un boomerang. Il mondiale si farà, non ci sono dubbi, ma non sarà la festa che Infantino e Trump auspicavano. Il costo spaventoso dei biglietti e gli abusi dell’ICE avevano già aperto le prime crepe, ma decisamente peggiori saranno le conseguenze prodotte da questa guerra. L'articolo Il Medio Oriente in fiamme, la probabile assenza dell’Iran e il tema sicurezza: la situazione a 100 giorni dal Mondiale di Trump proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Usa
Calcio
Gianni Infantino
Mondiali di Calcio 2026
“La Fifa è una dittatura, lui è come Re Sole ed è complice di Trump”: Blatter contro Infantino
Anche l’ex presidente della Fifa Joseph Blatter ha criticato Gianni Infantino, attuale massimo responsabile dell’organo di governo del calcio mondiale in alcune dichiarazioni diffuse oggi dal settimanale tedesco Sport Bild. “Che cos’è la Fifa oggi? È composta solo dal suo presidente, Infantino. La Fifa è una dittatura! Il Consiglio della Fifa, con quasi 40 membri, non ha voce in capitolo”, ha commentato Blatter, che è stato presidente dell’organismo tra il 1998 e il 2015. “Governa come il Re Sole (in riferimento a Luigi XIV di Francia). Ho sentito dalla Fifa che non vuole essere salutato quando si presenta in sede”, ha raccontato lo svizzero, oggi 89enne. Infantino, ha commentato Blatter, “si sta isolando totalmente, ma il calcio sopravvivrà a lui”. Nell’intervista con Sport Bild, l’ex presidente del massimo organismo mondiale calcistico si è scagliato contro Infantino per aver agito come “complice” del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima dei Mondiali del 2026 che appunto si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico. “Certo che Trump metterà su uno spettacolo, lo sta già facendo! Per questo, ha bisogno del suo nuovo amico, il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Anche se il termine complice è più appropriato di amico”, ha sostenuto Blatter. “Il Premio della Pace per Trump è una questione incomprensibile. Infantino sta cercando di ingraziarsi Trump perché ne ha bisogno“, ha aggiunto riguardo al riconoscimento consegnato a dicembre dell’anno scorso dalla Fifa al presidente degli Stati Uniti. Dopo Paulo Fonseca, quindi, 24 ore dopo è Blatter ad attaccare il presidente Fifa con dichiarazioni forti sul suo modo di gestire l’organismo di cui è presidente. L’amicizia tra Trump e Infantino è ormai cosa nota da diversi mesi: i due hanno interessi in comune e soprattutto negli ultimi tempi più volte sono stati immortalati insieme in pubblico. L'articolo “La Fifa è una dittatura, lui è come Re Sole ed è complice di Trump”: Blatter contro Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Calcio
Fifa
Gianni Infantino
Joseph Blatter
“Pensano solo ai soldi. Premio pace per la Fifa? Una vergogna”: Fonseca attacca Trump e Infantino
Paulo Fonseca contro Donald Trump e Gianni Infantino. L’ex allenatore di Roma e Milan – nel corso di un’intervista a L’Équipe concessa ieri, 24 febbraio, in occasione dei quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina – ha parlato del conflitto, attaccando il presidente Usa e il presidente della Fifa. “Ho la speranza che le cose cambino – ha detto il tecnico lusitano -. Ma dopo che Trump è tornato al potere e che ha promesso una pace rapida, la situazione è nettamente peggiorata. Tutti i giorni cadono centinaia di droni e decine di missili. Gli Stati Uniti hanno reso più fragile la posizione dell’Ucraina e dell’Unione Europea, e questo ha complicato ulteriormente la vita degli ucraini. Io mi sento sempre più indignato“. La moglie di Paulo Fonseca – attuale allenatore del Lione – è infatti di Donetsk. “La verità è che noi che amiamo il calcio vorremmo che il Mondiale si giocasse altrove – ha proseguito Fonseca -, e non negli Stati Uniti. La posizione del presidente Usa è stata di dimenticare, di ignorare i più svantaggiati e i più fragili e di stare a fianco ai suoi interessi economici. Non ha pensato alle persone, ma ai soldi”. Fonseca ha poi rincarato la dose: “Io non so se il calcio sia il miglior modo di protestare contro tutto ciò, ma ci sono delle cose che sono inaccettabili per me”. Successivamente Fonseca ha anche attaccato Gianni Infantino, presidente della Fifa: “Pensa che la Russia debba tornare nelle competizioni europee. Noi andiamo a giocare contro la Russia a Mosca mentre gli ucraini non possono giocare sul loro territorio? Il Paese che è invaso non può disputare le gare a casa sua e la Russia sì? Per me è inaccettabile“, ha spiegato Fonseca. L’ex allenatore di Roma e Milan ha poi concluso: “Il calcio non può risolvere tutti i problemi, ma può aiutare a portare più giustizia nel mondo. Ora Infantino fa la stessa cosa di Trump: guarda gli interessi economici e scorda la gente”. E infine anche una battuta sul premio della pace Fifa assegnato da Infantino allo stesso Donald Trump in occasione dei sorteggi per i Mondiali 2026: “Sapete cosa ho provato quando ha dato il premio per la pace al presidente Usa? Vergogna. È così triste, il calcio non se lo merita”. L'articolo “Pensano solo ai soldi. Premio pace per la Fifa? Una vergogna”: Fonseca attacca Trump e Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Donald Trump
Usa
Calcio
Fifa
Gianni Infantino