C’è un’istantanea che la storiografia calcistica occidentale ha lasciato
pigramente sbiadire in un cassetto. Non è Francia 98, con i suoi fiori bianchi e
la tensione elettrica del debutto mondiale. Era il 16 gennaio 2000, il giorno in
cui il Team Melli – la nazionale iraniana – entro nel Rose Bowl di Pasadena non
da nemico giurato, ma da ospite d’onore. La scelta di giocare a Los Angeles non
fu casuale: la “Città degli Angeli” era la casa di oltre 500mila iraniani, una
comunità così radicata da aver ribattezzato la metropoli californiana
“Tehrangeles“.
Il progetto fu partorito due anni prima in un salotto di Parigi. Solo tre
settimane prima, a Lione, l’Iran aveva battuto gli USA 2-1 in quello che resta
uno dei match politicamente più carico della storia del calcio. Bill Clinton
aveva parlato di un passo verso la fine dell'”estraniamento” tra le nazioni,
iniziato con la Rivoluzione del 1979. L’incontro tra il Segretario Generale
della US Soccer, Hank Steinbrecher, e l’iraniano Mehrdad Masoudi, all’epoca
responsabile comunicazione della federazione canadese, nacque con l’idea, o
meglio la speranza, di avvicinare in qualche modo l‘Iran e gli Stati Uniti
attraverso lo sport, come la cosiddetta diplomazia del ping-pong aveva
avvicinato gli Usa e la Cina negli anni ’70. Ma nel 1999 tutto sembrò
naufragare. Lo scoglio era burocratico, ma anche profondamente politico:
l’obbligo di schedatura. Gli Stati Uniti pretendevano che ogni calciatore
iraniano venisse fotografato e sottoposto al rilievo delle impronte digitali
all’arrivo all’aeroporto di Chicago.
“Dissi chiaramente che era un divieto assoluto“, ha ricordato Masoudi in
un’intervista alla BBC. “Se lo avessero comunicato all’Iran, avrebbero
cancellato tutto all’istante. Quel contratto era stato firmato a patto che non
accadesse“. Per settimane, i funzionari del Dipartimento di Stato rimasero
irremovibili. Poi, a pochi giorni dalla partenza, un’improvvisa e misteriosa
deroga sbloccò la situazione. Secondo Steinbrecher, l’ordine arrivò dai vertici
dell’amministrazione Clinton: “Non so quale fosse la catena di comando, ma credo
che la decisione sia stata presa direttamente molto in alto”.
Un altro possibile problema era che la sponsorizzazione di alcolici durante la
partita avesse offeso la sensibilità religiosa di qualcuno. Lo sponsor
principale dell’incontro sarebbe stato Anheuser–Busch, l’azienda produttrice
della birra Budweiser. In una riunione tenutasi alla vigilia della partita, la
Federazione calcistica statunitense si offrì di cambiare sponsor, ma gli
iraniani respinsero l’offerta, mostrandosi molto comprensivi: “In qualità di
dirigente calcistico – ha detto Safei Farahani, l’allora presidente federale
iraniano – so quanto sia difficile trovare sponsor. La cancellazione di un
evento si traduce in una perdita di reputazione agli occhi degli sponsor'”, ha
raccontato Masoudi, presente a quello storico incontro.
Tuttavia, superato lo scoglio americano, gli organizzatori dovettero scontrarsi
con la complessa macchina del potere iraniano, dove la volontà del presidente
riformista Khatami non era l’unica voce in capitolo. Proprio mentre la squadra
preparava i bagagli, a Teheran scoppiò l’ennesima crisi politica interna,
mettendo in dubbio la spedizione fino all’ultimo istante. Solo un fragile
equilibrio tra le fazioni permise al Team Melli di decollare verso quella che
sarebbe stata una tournée storica, in cui sarebbero state giocate amichevoli con
Ecuador, Messico e, infine, gli Stati Uniti.
Quella con gli Usa, naturalmente, non fu soltanto una partita. Fu il punto più
alto di una diplomazia del pallone che oggi, nell’era dei tweet incendiari e dei
visti negati, appare come un repertorio archeologico di un’umanità perduta. Se
guardiamo a quella domenica di gennaio, il contrasto con l’attualità è brutale.
Allora, il calcio era ancora il grimaldello privilegiato per forzare le
serrature della diplomazia. C’era ancora l’ambizione che lo sport potesse essere
una zona franca dove i conflitti potevano essere sospesi, se non risolti.
Oggi, invece, il panorama è dominato dalla realpolitik del silenzio. Sotto la
gestione di Gianni Infantino, la FIFA ha smesso di essere un ponte per diventare
una piattaforma di sportwashing o, peggio, un ufficio di relazioni pubbliche per
i leader più divisivi del pianeta. L’era di Infantino, amico fidato di Donald
Trump a cui ha consegnato persino un controverso Premio per la Pace, ha segnato
il passaggio dalla diplomazia al puro pragmatismo commerciale. Oggi la FIFA,
spesso accusata di glissare sulle questioni spinose, sembra aver abdicato al suo
ruolo di mediatore culturale per diventare un’agenzia di eventi al servizio dei
potenti.
Al Rose Bowl, quel giorno, c’erano 50mila persone. Non erano spettatori
qualunque: era la diaspora iraniana che per la prima volta riabbracciava la
propria bandiera sul suolo americano. In campo c’erano le leggende: Ali Daei,
Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia. La partita finì 1-1. Al gol di Mahdavikia
rispose il rigore di Chris Armas, ma il risultato rimane la cosa meno
importante. A rimanere impresso fu l’abbraccio tra i giocatori a fine gara, le
maglie scambiate senza timore di ritorsioni politiche e il clima di festa che
avvolse Pasadena.
Oggi quella partita ci sembra l’ultimo spasmo di un’utopia. È il testamento di
un calcio capace di assolvere la sua funzione più nobile, quello di unire i
popoli. Ventisei anni dopo, mentre ci prepariamo a un Mondiale 2026 che somiglia
più a un centro commerciale che ad un torneo, quella partita continua a
guardarci con malinconia, mentre ci ricorda la potenza eversiva di questo sport,
con la capacità quasi magica di sospendere la storia e affratellare i popoli.
L'articolo Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro
che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Gianni Infantino
“La Fifa non può risolvere i conflitti geopolitici, ma ci impegniamo a
utilizzare il potere del calcio e della Coppa del Mondo Fifa per costruire ponti
e promuovere la pace, poiché i nostri pensieri vanno a coloro che soffrono a
causa delle guerre in corso”. Queste le parole del presidente della Fifa Gianni
Infantino in una nota al termine del consiglio della federazione internazionale
che si è svolto oggi. La guerra in continua, il Medio Oriente è in fiamme, Trump
‘minaccia‘ l’Iran a proposito della loro presenza ai Mondiali di giugno che si
giocheranno tra Usa, Canada e Messico, ma Gianni Infantino continua a fingere
che sia tutto ok dal suo universo parallelo.
“La Fifa auspica che tutte le squadre partecipanti alla Coppa del Mondo
competano in uno spirito di fair play e rispetto reciproco. Abbiamo un
calendario. Presto avremo la conferma delle 48 squadre partecipanti e vogliamo
che la Coppa del Mondo si svolga come previsto”, ha aggiunto Infantino, che ha
ha lanciato un appello alla pace e ha ribadito il ruolo chiave del calcio nel
riunire le persone in tempi di continuo tumulto geopolitico. Ma solo qualche
giorno fa l’amico Donald Trump dichiarava: “La nazionale di calcio iraniana è
benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia appropriato che siano lì, per la loro
vita e sicurezza“, aveva scritto il presidente Usa, “consigliando” di fatto
all’Iran di non presentarsi ai Mondiali.
“Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza
della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha
successivamente affermato il presidente della federazione calcistica iraniana
Mehdi Taj in una dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata
iraniana in Messico. “Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le
partite dell’Iran ai Mondiali in Messico”.
L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a
Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson,
in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano
in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense
in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione
iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web
dell’ambasciata. Insomma, tutto tranne che il clima di cooperazione e promozione
della pace di cui parla Infantino.
L'articolo Mondiali, Trump ‘minaccia’ l’Iran e Infantino continua a vivere in un
universo parallelo: “Il potere del calcio per promuovere la pace” proviene da Il
Fatto Quotidiano.
La presenza o meno dell’Iran ai Mondiali del 2026 previsti tra Stati Uniti,
Canada e Messico assume sempre di più i contorni di un caso. La vicenda – che va
avanti ormai da quasi un mese, dalla guerra scatenata il 28 febbraio da Stati
Uniti e Israele contro l’Iran – si arricchisce infatti di un nuovo capitolo:
dopo aver praticamente annunciato la rinuncia alla Coppa del Mondo nei giorni
scorsi, adesso stando a quanto dichiarato dal presidente della federazione
calcistica iraniana Mehdi Taj, l’Iran sta “negoziando” con la Fifa per spostare
le partite del primo turno dei Mondiali dagli Stati Uniti al Messico. Una
richiesta però non semplice da soddisfare e che porta ancora più complicazioni.
Tutto dopo che Trump aveva “minacciato” la nazionale iraniana, mentre Infantino
e la Fifa continuano a prendere tempo e fingere che vada tutto bene.
“Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza
della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha affermato
il presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj in una
dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata iraniana in Messico.
“Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le partite dell’Iran ai
Mondiali in Messico”.
L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a
Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson,
in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano
in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense
in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione
iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web
dell’ambasciata.
La situazione legata alla partecipazione dell’Iran si complica quindi sempre di
più. Inizialmente, nei giorni successivi allo scoppio della guerra, la FIFA –
come riportato dal sito della BBC – aveva dichiarato di “monitorare gli
sviluppi”. Da lì non ha mai preso posizione e anzi, al contrario, il presidente
Gianni Infantino ha continuato a fingere che tutto andasse bene, parlando di
“grande festa” e di “Iran benvenuto al Mondiale, me l’ha assicurato il
presidente Trump”. A quelle dichiarazioni avevano fatto seguito le parole di
Ahmad Donjamali – ministro dello Sport iraniano – che aveva praticamente
annunciato la rinuncia della nazionale alla competizione: “Questo governo
corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le
condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo“.
Ma proprio quando Infantino parlava di “festa”, “Iran benvenuto” e “calcio che
unisce”, è arrivato un messaggio di Donald Trump che sapeva quasi di minaccia:
“La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia
appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza“, aveva scritto il
presidente Usa. Dopo le dichiarazioni del tycoon, ora c’è una proposta a
sorpresa: l’Iran sarebbe disposto a giocare, ma chiede di disputare le partite
in Messico invece che negli Stati Uniti. Una soluzione che, se accolta,
comporterebbe conseguenze pesanti sull’organizzazione del torneo, tra
spostamenti di interi gironi, modifiche al calendario e riassegnazione delle
sedi. E se l’Iran superasse il girone? Anche in quel caso sarebbero necessari
spostamenti. A questo punto la palla passa alla FIFA, adesso chiamata
obbligatoriamente a decidere tra esigenze politiche, logistiche e sportive, in
uno scenario sempre più delicato e complesso. E al Mondiale mancano meno di tre
mesi.
L'articolo L’Iran apre al Mondiale, ma a una sola condizione: giocare in
Messico. Ora la Fifa è chiamata a prendere posizione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’Iran non parteciperà ai Mondiali di calcio del 2026 negli Stati Uniti, Canada
e Messico. Questo è l’annuncio del ministro dello Sport iraniano. Ahmad
Donjamali – ministro dello Sport dell’Iran appunto – ha infatti escluso la
presenza della nazionale al torneo in un’intervista televisiva, nonostante
l’invito arrivato dal presidente statunitense Donald Trump. A riportarlo è la
Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Poiché questo governo corrotto ha assassinato
il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le condizioni per partecipare
alla Coppa del Mondo“, ha dichiarato Donjamali.
Solo poche ore fa il presidente della Fifa, Gianni Infantino, aveva dichiarato
che Trump aveva assicurato la possibilità per la nazionale iraniana di
partecipare al torneo nonostante il conflitto in Medio Oriente. “Durante i
colloqui il presidente Trump ha ribadito che la squadra iraniana è naturalmente
la benvenuta a prendere parte al torneo negli Stati Uniti“, ha detto Infantino,
sottolineando che “un evento come la Coppa del Mondo serve più che mai a unire
le persone“. Il ministro iraniano ha però sostenuto che la situazione politica e
militare rende impossibile la partecipazione. “A causa delle azioni ostili
contro l’Iran ci sono state imposte due guerre negli ultimi otto o nove mesi e
diverse migliaia dei nostri cittadini sono stati uccisi”, ha affermato.
Posizioni simili erano state espresse anche dal presidente della federazione
calcistica iraniana Mehdi Taj, che aveva evocato la possibilità di non inviare
la nazionale negli Stati Uniti qualora il torneo assumesse una dimensione
politica. Non è chiaro se le dichiarazioni del ministro rappresentino una
decisione definitiva, ma così sembra. L’Iran si era qualificato tra le prime
squadre per il Mondiale 2026, ottenendo il pass nel marzo dello scorso anno. Il
torneo inizierà l’11 giugno, con tutte le partite del girone della nazionale
iraniana previste negli Stati Uniti.
All’inizio di questa settimana, il direttore operativo della Coppa del Mondo
della Fifa, Heimo Schirgi, aveva dichiarato che il torneo era “troppo
importante” per essere rinviato a causa dei disordini globali causati dalla
guerra tra Stati Uniti e Israele e l’Iran. Ha affermato che la Fifa continua a
monitorare attentamente la guerra in Iran. “Fondamentalmente affrontiamo la
situazione giorno per giorno e prima o poi troveremo una soluzione“, ha
affermato Schirgi. “E la Coppa del Mondo ovviamente si svolgerà, giusto? La
Coppa del Mondo è troppo grande e speriamo che tutti coloro che si sono
qualificati possano partecipare”.
L'articolo L’Iran annuncia che non parteciperà ai Mondiali di calcio. Il
ministro dello Sport: “Non ci sono le condizioni” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Io e Trump abbiamo parlato dell’Iran e lui mi ha ribadito che la nazionale
iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al Mondiale. Ringrazio
sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché
dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo”. Ancora una volta dal
suo universo parallelo, Gianni Infantino ha pubblicato un post su Instagram dopo
un incontro alla Casa Bianca con il presidente americano che – mentre continua a
bombardare l’Iran – ha rassicurato Infantino sul fatto che la selezione iraniana
sia benvenuta ai Mondiali che inizieranno a giugno proprio tra Stati Uniti,
Canada e Messico. Intanto il Medio Oriente è in fiamme dal 28 febbraio, ogni
giorno si contano morti e feriti nella guerra scatenata da Usa e Israele contro
l’Iran, con conseguente reazione di Teheran che ha risposto coinvolgendo gli
altri Paesi del Golfo.
Già ieri Infantino nel corso di un’intervista ad As aveva dichiarato che “sarà
una festa fantastica“, ignorando tutto ciò che sta accadendo. Nel frattempo
l’Iraq ha chiesto il rinvio per questioni logistiche dello spareggio
intercontinentale che lo vedrà contro la vincitrice di Bolivia–Suriname, diversi
paesi presenti al torneo sono coinvolti nel conflitto (Iran, Qatar, Giordania,
Arabia Saudita, senza dimenticare gli Stati Uniti nel ruolo di aggressori) e
l’Iran ha chiesto al Cio di escludere Stati Uniti e Israele dalle competizioni.
Una provocazione più che altro, visto che la richiesta non avrà un seguito. Il
doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri
organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio – come
la Fifa – ha spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in
causa. Anche perché i più grandi eventi sportivi al mondo si svolgeranno
entrambi negli Usa: i Mondiali del 2026 (con Messico e Canada appunto) e le
Olimpiadi estive di Los Angeles nel 2030.
“Questa sera ho incontrato il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, per
discutere dello stato di avanzamento dei preparativi per l’imminente Coppa del
Mondo Fifa e della crescente eccitazione in vista del calcio d’inizio, previsto
tra soli 93 giorni“, ha esordito Infantino nel post dopo l’incontro di ieri sera
negli Stati Uniti. “Abbiamo parlato anche della situazione attuale in Iran e del
fatto che la nazionale iraniana si è qualificata per partecipare alla Coppa del
Mondo Fifa 2026. Durante le discussioni, il presidente Trump ha ribadito che la
nazionale iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al torneo negli Stati
Uniti”, ha spiegato il presidente del massimo organismo calcistico a livello
internazionale. Poi la conclusione del post social: “Abbiamo tutti bisogno di un
evento come la Coppa del Mondo Fifa per unire le persone ora più che mai, e
ringrazio sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno,
poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo“.
L'articolo Infantino oltre ogni limite: “Grazie al presidente Trump, dimostra
che il calcio unisce il mondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra in Medioriente non risparmia lo sport. C’è l’incognita sulla
partecipazione della nazionale iraniana ai prossimi Mondiali, e adesso pure
dell’Iraq agli imminenti spareggi di qualificazione, viste le difficoltà negli
spostamenti (dovrebbe giocare fra poche settimane in Messico contro la vincente
di Bolivia-Suriname). Ma, soprattutto, ci sono i bombardamenti che fanno vittime
e danni anche tra gli sportivi. Tanto che il Comitato Olimpico di Teheran ha
scritto ufficialmente al Cio per denunciare la violazione della tregua olimpica
e chiedere l’esclusione dalle competizioni di Stati Uniti e Israele.
La comunicazione, firmata dal segretario generale Mehdi Alinajad, è indirizzata
a James MacLeod, responsabile delle relazioni con i comitati nazionali e della
solidarietà olimpica. Nel documento vengono elencati gli attacchi che hanno
colpito direttamente lo sport e le conseguenze sul movimento. Come il
bombardamento di un palazzetto nel sud del Paese, in cui sarebbero morte 20
ragazze che si stavano allenando a pallavolo. I danni alla sede del Comitato e
di numerosi impianti, come l’accademia olimpica e uno stadio. La morte di
diversi funzionari, tra cui il capo della commissione etica. Per tutto ciò,
l’Iran chiede alle autorità sportive internazionali di indagare e adottare
misure in risposta a quella che descrive come “un’aggressione diretta” contro la
comunità sportiva del Paese.
Le accuse, ovviamente, sarebbero tutte da verificare ma tanto la lettera non
avrà alcun seguito. Per certi versi suona quasi come una provocazione, nemmeno
del tutto infondata, però, se consideriamo che ormai persino gli alleati più
fidati – come ad esempio l’Italia – riconoscono apertamente che l’attacco è
avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale, per usare le
parole del ministro Crosetto. Carta olimpica alla mano, Stati Uniti e Israele
meriterebbero una sanzione, come accaduto ad esempio nel recente passato per la
Russia, seppur per situazioni diverse e non paragonabili.
Il doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri
organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio ha
spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in causa. Dopo
l’attacco in piena tregua olimpica (sono ancora in corso le Paralimpiadi di
Milano-Cortina, a cui l’unica atleta iraniano non ha potuto partecipare), il
Comitato si è limitato a pubblicare un timido comunicato, poche righe in cui si
ribadisce genericamente il principio dello sport come “faro di speranza e di
pace”, senza alcun riferimento a chi l’avrebbe violato. Totale silenzio sui
massacri di Israele a Gaza, anzi, sono stati presi provvedimenti contro chi (in
questo caso l’Indonesia) aveva escluso gli atleti israeliani (ma non è stato
fatto lo stesso con i Paesi Baltici che hanno negato l’ingresso ai russi, come
raccontato da un’inchiesta del Fatto). Così come gli Stati Uniti al momento non
hanno fornito alcuna garanzia sul libero accesso di tifosi e persino calciatori
iraniani (Trump in maniera sprezzante ha detto che “non gli interessa”), uno dei
requisiti fondamentali per l’organizzazione di qualsiasi competizione
internazionale.
Nessuna sorpresa. Cio e Fifa hanno posizioni così blande sulla guerra in
Medioriente perché sono legati mani e piedi agli Usa. Il n.1 del pallone Gianni
Infantino – è noto – dopo l’Arabia Saudita ha sposato anche gli Stati Uniti, al
punto da aprire una sede a New York nella Trump Tower, per non parlare
dell’imbarazzante teatrino del “premio per la pace” assegnato al presidente.
Iniziative in chiara violazione della carta olimpica che avrebbero richiesto un
intervento proprio del Cio, ovviamente mai avvenuto. Al Comitato Olimpico
mantengono un minimo di ritegno in più, ma la sostanza non cambia. Le prossime
due grandi manifestazioni, i Mondiali di calcio 2026 e le Olimpiadi estive 2028,
si terranno proprio in America. Sono eventi che valgono miliardi di dollari, da
cui dipende la sopravvivenza degli stessi organismi, che dunque non possono
permettersi di metterli a rischio compromettendo le relazioni diplomatiche col
Paese ospitante. Altro che tregua olimpica: la neutralità dello sport è solo
un’illusione.
X: @lVendemiale
L'articolo L’Iran chiede l’esclusione degli Stati Uniti al Cio. Il precedente
della Russia e il doppiopesismo della Fifa e del Comitato Olimpico proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Il Medio Oriente è in fiamme, dal 28 febbraio si contano ogni giorno morti e
feriti con la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele in Iran, con conseguente
reazione del governo di Teheran che nella sua risposta ha coinvolto gli altri
paesi del Golfo, ma il presidente della Fifa Gianni Infantino dal suo universo
parallelo fa sapere che il mondiale di calcio a 48 squadre, al via l’11 giugno,
sarà “una festa fantastica”. Il grande capo del football planetario, che ha
celebrato il 26 febbraio il decennale della sua ascesa al potere, ha liberato il
suo ottimismo in un’intervista concessa al quotidiano sportivo spagnolo AS.
Mancano 93 giorni al mondiale e la situazione è sotto gli occhi di tutti. L’Iraq
ha chiesto il rinvio per questioni logistiche dello spareggio intercontinentale
che lo opporrà alla vincitrice di Bolivia-Suriname, diversi paesi presenti al
torneo sono coinvolti nel conflitto (Iran, Qatar, Giordania, Arabia Saudita,
senza dimenticare gli Stati Uniti nel ruolo di aggressori), c’è il rischio
fondato che il terrorismo internazionale rialzi la testa, ma per Infantino, va
tutto bene: “La Coppa del Mondo sarà fantastica, fenomenale. C’è un’eccitazione
senza precedenti. In quattro settimane, abbiamo ricevuto oltre 500 milioni di
richieste di biglietti. È incredibile. Abbiamo quasi sette milioni di biglietti,
ma 500 milioni è una cifra mai vista prima nella storia della FIFA o di
qualsiasi altra istituzione. Settantasette delle 104 partite hanno ricevuto
oltre un milione di richieste, le restanti si aggirano intorno a quella cifra.
Stiamo tenendo da parte una scorta per la parte finale del torneo e per gli
ultimi giorni. Tutti gli stadi saranno pieni. Sarà una festa totale. Sarà un
enorme successo. Sarà la prima Coppa del Mondo con 48 squadre, 104 partite, 16
città, 3 nazioni. Stiamo affrontando qualcosa di enorme. È più di un torneo, più
di una competizione sportiva: è un evento sociale che il mondo si fermerà ad
ammirare”.
L’intervista è stata realizzata in Galles dal direttore di AS, José Felix Dias,
firma storica al seguito del Real Madrid di Florentino Perez. Non sono chiare le
tempistiche ed è probabile che sia stata effettuata qualche giorno prima della
pubblicazione, ma sulla guerra in corso, non appare un minimo accenno. Anche
nell’ipotesi che sia stata fatta prima del 28 febbraio, c’erano tempi e modi per
aggiornarla e affrontare il tema, ma evidentemente si è preferito ignorare una
questione che crea profondo imbarazzo al numero uno del calcio mondiale.
Infantino è un grande sostenitore del presidente statunitense Donald Trump. Il
giorno del sorteggio dei gironi del mondiale, il 5 dicembre 2025, Infantino
consegnò a Trump un premio per la pace. Parlare di questa guerra è sicuramente
scomodo per Infantino, scottato anche dalle critiche ricevute dopo essersi
inchinato di fronte a Trump.
Nell’intervista rilasciata a AS, il presidente della Fifa ha parlato dell’Italia
e della sua passione per l’Inter: “Ho molti idoli, a cominciare dal Mondiale di
Spagna del 1982, vinto dagli azzurri, con Paolo Rossi e quella squadra di
campioni. Avevo dodici anni all’epoca e quel momento mi è rimasto impresso nel
cuore. Sono anche tifoso dell’Inter. Uno dei miei primi idoli, forse poco
conosciuto in Spagna, è stato Evaristo Beccalossi, un numero dieci che non giocò
né quel Mondiale, né in Nazionale, perché l’allenatore aveva altri progetti.
Ricordo Alessandro Altobelli, che segnò nella finale contro la Germania, un gol
spettacolare, il terzo, che chiuse la partita”.
Infantino ha parlato anche di razzismo, con un chiaro riferimento all’episodio
Vinicius–Prestianni, avvenuto nella partita Benfica–Real Madrid nei playoff di
Champions: “Siamo nel 2026 ed è inaccettabile discriminare qualcuno in base alla
sua provenienza o al colore della sua pelle. Mi dicono che il razzismo sia un
problema soprattutto sociale, ma noi dobbiamo affrontarlo all’interno del nostro
mondo. Il razzismo non ha posto nel calcio e non ci sono scuse per tollerarlo.
Tolleranza zero. Coprirsi la bocca non è accettabile perché si sta dicendo
qualcosa di sbagliato. Se un giocatore si copre la bocca e dice qualcosa di
sbagliato, con implicazioni razziste, deve essere espulso”.
L'articolo L’universo parallelo di Infantino: la guerra aleggia sui Mondiali, ma
per lui “sarà una festa fantastica” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Medio Oriente in fiamme, con l’Iran bombardato da aerei israeliani e americani
quando mancano cento giorni al mondiale (11 giugno-19 luglio), mentre ne sono
trascorsi ottantotto da quando, durante il sorteggio dei gironi del 5 dicembre
2025, il presidente della Fifa Gianni Infantino premiò Donald Trump con la
medaglia della pace. Rivedere le foto di quei momenti è esercizio utile: ci
ricorda ancora una volta come il calcio sia caduto in basso. Uno sprofondo
totale, con Infantino adorante cultore del sistema MAGA da quando si è messo
alle costole di Trump, accompagnandolo in viaggi ufficiali, giocando con lui a
golf, raccogliendo le sue confidenze, fino a premiare per la pace un uomo che
sta portando la guerra in diversi luoghi critici del pianeta e ha fallito,
finora, la missione di fermare il conflitto Russia–Ucraina.
L’amico Trump ha servito un bel piatto a Infantino: la partecipazione dell’Iran
al mondiale non è pensabile neppure nella più fantasiosa delle utopie. C’è il
problema della sostituzione della nazionale asiatica, ma non è l’unico. Altre
rappresentative dell’area del pianeta sconvolta in questo momento dalla guerra –
Qatar, Arabia Saudita, Giordania ed eventualmente l’Iraq se dovesse sostituire
l’Iran – sono in difficoltà, tra campionati sospesi e grandi star in fuga, vedi
Cristiano Ronaldo che ha salutato Ryad ed è tornato in Europa. Il gigantismo del
calcio, con il primo mondiale a 48 squadre, sta presentando il suo
personalissimo conto. Il circuito si è allargato, in nome del business, ma il
mondo nell’ultimo decennio è peggiorato. Una situazione come quella che sta
infiammando il Medio Oriente non è più lo scenario di una guerra regionale: il
conflitto rischia di risucchiare altri paesi e ha già toccato l’Europa, con i
droni lanciati contro la base militare britannica a Cipro.
Comunque vada, anche in caso di cessate il fuoco, si teme una nuova fase di
terrorismo internazionale e proprio la Coppa del Mondo 2026 rischia di essere il
primo bersaglio, anche per una questione di tempistiche. Il documento firmato da
Trump nel 2025, in cui è proibito l’ingresso negli Usa ai cittadini–tifosi di
diversi paesi, compresi quelli iraniani, rischia di essere aggiornato. Al
mondiale è annunciata la caccia all’immigrato da parte dell’ICE, ma con questa
guerra, è scontato che per fronteggiare le minacce del terrore sarà il torneo
più militarizzato di sempre.
Il fatto di giocare in tre stati nazionali – Canada e Messico sono gli altri
paesi organizzatori – significa che sarà coinvolto l’intero continente
nordamericano, con tutte le problematiche del caso. Il tema sicurezza
coinvolgerà in modo pesante Canada e Messico. Per fare fronte comune ed
elaborare piani condivisi, serve sintonia totale tra le amministrazioni dei tre
paesi, ma Trump è riuscito nell’impresa di deteriore anche i rapporti con i
vicini di casa. Ha dichiarato più volte di considerare il Canada il potenziale
cinquantunesimo stato degli Stati Uniti, mentre con il Messico c’è la questione
bollente dell’immigrazione.
Il mondiale più militarizzato e politico di sempre sarà preceduto da proposte di
boicottaggio. Qualche voce si sta levando persino in Italia, presunta stampella
di Trump in Europa. Premesso che la nazionale di Gennaro Gattuso deve ancora
conquistare la qualificazione – il 26 la semifinale playoff contro l’Irlanda del
Nord, il 31 l’eventuale finale con una tra Galles e Bosnia -, il trumpismo sta
provocando reazioni in diverse parti del mondo. Se anche una storica relazione
come quella tra Usa e Regno Unito “non aveva mai toccato un fondo così basso “–
parole di Trump al quotidiano Telegraph, in risposta alle critiche del premier
britannico Keir Starmer per l’aggressione all’Iran –, significa che siamo di
fronte a una situazione di totale imprevedibilità, destinata a coinvolgere e
travolgere l’evento sportivo più seguito del pianeta.
Una tempesta perfetta si sta abbattendo su Infantino: la politica dell’omaggio
ai potenti – l’altro ieri Putin (Russia 2018), ieri le monarchie arabe (Qatar
2022), oggi Trump – stavolta potrebbe non bastare e, anzi, rivelarsi un
boomerang. Il mondiale si farà, non ci sono dubbi, ma non sarà la festa che
Infantino e Trump auspicavano. Il costo spaventoso dei biglietti e gli abusi
dell’ICE avevano già aperto le prime crepe, ma decisamente peggiori saranno le
conseguenze prodotte da questa guerra.
L'articolo Il Medio Oriente in fiamme, la probabile assenza dell’Iran e il tema
sicurezza: la situazione a 100 giorni dal Mondiale di Trump proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Anche l’ex presidente della Fifa Joseph Blatter ha criticato Gianni Infantino,
attuale massimo responsabile dell’organo di governo del calcio mondiale in
alcune dichiarazioni diffuse oggi dal settimanale tedesco Sport Bild. “Che cos’è
la Fifa oggi? È composta solo dal suo presidente, Infantino. La Fifa è una
dittatura! Il Consiglio della Fifa, con quasi 40 membri, non ha voce in
capitolo”, ha commentato Blatter, che è stato presidente dell’organismo tra il
1998 e il 2015. “Governa come il Re Sole (in riferimento a Luigi XIV di
Francia). Ho sentito dalla Fifa che non vuole essere salutato quando si presenta
in sede”, ha raccontato lo svizzero, oggi 89enne. Infantino, ha commentato
Blatter, “si sta isolando totalmente, ma il calcio sopravvivrà a lui”.
Nell’intervista con Sport Bild, l’ex presidente del massimo organismo mondiale
calcistico si è scagliato contro Infantino per aver agito come “complice” del
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima dei Mondiali del 2026 che
appunto si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico. “Certo che Trump
metterà su uno spettacolo, lo sta già facendo! Per questo, ha bisogno del suo
nuovo amico, il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Anche se il termine
complice è più appropriato di amico”, ha sostenuto Blatter. “Il Premio della
Pace per Trump è una questione incomprensibile. Infantino sta cercando di
ingraziarsi Trump perché ne ha bisogno“, ha aggiunto riguardo al riconoscimento
consegnato a dicembre dell’anno scorso dalla Fifa al presidente degli Stati
Uniti.
Dopo Paulo Fonseca, quindi, 24 ore dopo è Blatter ad attaccare il presidente
Fifa con dichiarazioni forti sul suo modo di gestire l’organismo di cui è
presidente. L’amicizia tra Trump e Infantino è ormai cosa nota da diversi mesi:
i due hanno interessi in comune e soprattutto negli ultimi tempi più volte sono
stati immortalati insieme in pubblico.
L'articolo “La Fifa è una dittatura, lui è come Re Sole ed è complice di Trump”:
Blatter contro Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paulo Fonseca contro Donald Trump e Gianni Infantino. L’ex allenatore di Roma e
Milan – nel corso di un’intervista a L’Équipe concessa ieri, 24 febbraio, in
occasione dei quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina – ha parlato del
conflitto, attaccando il presidente Usa e il presidente della Fifa. “Ho la
speranza che le cose cambino – ha detto il tecnico lusitano -. Ma dopo che Trump
è tornato al potere e che ha promesso una pace rapida, la situazione è
nettamente peggiorata. Tutti i giorni cadono centinaia di droni e decine di
missili. Gli Stati Uniti hanno reso più fragile la posizione dell’Ucraina e
dell’Unione Europea, e questo ha complicato ulteriormente la vita degli ucraini.
Io mi sento sempre più indignato“. La moglie di Paulo Fonseca – attuale
allenatore del Lione – è infatti di Donetsk.
“La verità è che noi che amiamo il calcio vorremmo che il Mondiale si giocasse
altrove – ha proseguito Fonseca -, e non negli Stati Uniti. La posizione del
presidente Usa è stata di dimenticare, di ignorare i più svantaggiati e i più
fragili e di stare a fianco ai suoi interessi economici. Non ha pensato alle
persone, ma ai soldi”. Fonseca ha poi rincarato la dose: “Io non so se il calcio
sia il miglior modo di protestare contro tutto ciò, ma ci sono delle cose che
sono inaccettabili per me”.
Successivamente Fonseca ha anche attaccato Gianni Infantino, presidente della
Fifa: “Pensa che la Russia debba tornare nelle competizioni europee. Noi andiamo
a giocare contro la Russia a Mosca mentre gli ucraini non possono giocare sul
loro territorio? Il Paese che è invaso non può disputare le gare a casa sua e la
Russia sì? Per me è inaccettabile“, ha spiegato Fonseca. L’ex allenatore di Roma
e Milan ha poi concluso: “Il calcio non può risolvere tutti i problemi, ma può
aiutare a portare più giustizia nel mondo. Ora Infantino fa la stessa cosa di
Trump: guarda gli interessi economici e scorda la gente”. E infine anche una
battuta sul premio della pace Fifa assegnato da Infantino allo stesso Donald
Trump in occasione dei sorteggi per i Mondiali 2026: “Sapete cosa ho provato
quando ha dato il premio per la pace al presidente Usa? Vergogna. È così triste,
il calcio non se lo merita”.
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Fonseca attacca Trump e Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.