C’è un’istantanea che la storiografia calcistica occidentale ha lasciato
pigramente sbiadire in un cassetto. Non è Francia 98, con i suoi fiori bianchi e
la tensione elettrica del debutto mondiale. Era il 16 gennaio 2000, il giorno in
cui il Team Melli – la nazionale iraniana – entro nel Rose Bowl di Pasadena non
da nemico giurato, ma da ospite d’onore. La scelta di giocare a Los Angeles non
fu casuale: la “Città degli Angeli” era la casa di oltre 500mila iraniani, una
comunità così radicata da aver ribattezzato la metropoli californiana
“Tehrangeles“.
Il progetto fu partorito due anni prima in un salotto di Parigi. Solo tre
settimane prima, a Lione, l’Iran aveva battuto gli USA 2-1 in quello che resta
uno dei match politicamente più carico della storia del calcio. Bill Clinton
aveva parlato di un passo verso la fine dell'”estraniamento” tra le nazioni,
iniziato con la Rivoluzione del 1979. L’incontro tra il Segretario Generale
della US Soccer, Hank Steinbrecher, e l’iraniano Mehrdad Masoudi, all’epoca
responsabile comunicazione della federazione canadese, nacque con l’idea, o
meglio la speranza, di avvicinare in qualche modo l‘Iran e gli Stati Uniti
attraverso lo sport, come la cosiddetta diplomazia del ping-pong aveva
avvicinato gli Usa e la Cina negli anni ’70. Ma nel 1999 tutto sembrò
naufragare. Lo scoglio era burocratico, ma anche profondamente politico:
l’obbligo di schedatura. Gli Stati Uniti pretendevano che ogni calciatore
iraniano venisse fotografato e sottoposto al rilievo delle impronte digitali
all’arrivo all’aeroporto di Chicago.
“Dissi chiaramente che era un divieto assoluto“, ha ricordato Masoudi in
un’intervista alla BBC. “Se lo avessero comunicato all’Iran, avrebbero
cancellato tutto all’istante. Quel contratto era stato firmato a patto che non
accadesse“. Per settimane, i funzionari del Dipartimento di Stato rimasero
irremovibili. Poi, a pochi giorni dalla partenza, un’improvvisa e misteriosa
deroga sbloccò la situazione. Secondo Steinbrecher, l’ordine arrivò dai vertici
dell’amministrazione Clinton: “Non so quale fosse la catena di comando, ma credo
che la decisione sia stata presa direttamente molto in alto”.
Un altro possibile problema era che la sponsorizzazione di alcolici durante la
partita avesse offeso la sensibilità religiosa di qualcuno. Lo sponsor
principale dell’incontro sarebbe stato Anheuser–Busch, l’azienda produttrice
della birra Budweiser. In una riunione tenutasi alla vigilia della partita, la
Federazione calcistica statunitense si offrì di cambiare sponsor, ma gli
iraniani respinsero l’offerta, mostrandosi molto comprensivi: “In qualità di
dirigente calcistico – ha detto Safei Farahani, l’allora presidente federale
iraniano – so quanto sia difficile trovare sponsor. La cancellazione di un
evento si traduce in una perdita di reputazione agli occhi degli sponsor'”, ha
raccontato Masoudi, presente a quello storico incontro.
Tuttavia, superato lo scoglio americano, gli organizzatori dovettero scontrarsi
con la complessa macchina del potere iraniano, dove la volontà del presidente
riformista Khatami non era l’unica voce in capitolo. Proprio mentre la squadra
preparava i bagagli, a Teheran scoppiò l’ennesima crisi politica interna,
mettendo in dubbio la spedizione fino all’ultimo istante. Solo un fragile
equilibrio tra le fazioni permise al Team Melli di decollare verso quella che
sarebbe stata una tournée storica, in cui sarebbero state giocate amichevoli con
Ecuador, Messico e, infine, gli Stati Uniti.
Quella con gli Usa, naturalmente, non fu soltanto una partita. Fu il punto più
alto di una diplomazia del pallone che oggi, nell’era dei tweet incendiari e dei
visti negati, appare come un repertorio archeologico di un’umanità perduta. Se
guardiamo a quella domenica di gennaio, il contrasto con l’attualità è brutale.
Allora, il calcio era ancora il grimaldello privilegiato per forzare le
serrature della diplomazia. C’era ancora l’ambizione che lo sport potesse essere
una zona franca dove i conflitti potevano essere sospesi, se non risolti.
Oggi, invece, il panorama è dominato dalla realpolitik del silenzio. Sotto la
gestione di Gianni Infantino, la FIFA ha smesso di essere un ponte per diventare
una piattaforma di sportwashing o, peggio, un ufficio di relazioni pubbliche per
i leader più divisivi del pianeta. L’era di Infantino, amico fidato di Donald
Trump a cui ha consegnato persino un controverso Premio per la Pace, ha segnato
il passaggio dalla diplomazia al puro pragmatismo commerciale. Oggi la FIFA,
spesso accusata di glissare sulle questioni spinose, sembra aver abdicato al suo
ruolo di mediatore culturale per diventare un’agenzia di eventi al servizio dei
potenti.
Al Rose Bowl, quel giorno, c’erano 50mila persone. Non erano spettatori
qualunque: era la diaspora iraniana che per la prima volta riabbracciava la
propria bandiera sul suolo americano. In campo c’erano le leggende: Ali Daei,
Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia. La partita finì 1-1. Al gol di Mahdavikia
rispose il rigore di Chris Armas, ma il risultato rimane la cosa meno
importante. A rimanere impresso fu l’abbraccio tra i giocatori a fine gara, le
maglie scambiate senza timore di ritorsioni politiche e il clima di festa che
avvolse Pasadena.
Oggi quella partita ci sembra l’ultimo spasmo di un’utopia. È il testamento di
un calcio capace di assolvere la sua funzione più nobile, quello di unire i
popoli. Ventisei anni dopo, mentre ci prepariamo a un Mondiale 2026 che somiglia
più a un centro commerciale che ad un torneo, quella partita continua a
guardarci con malinconia, mentre ci ricorda la potenza eversiva di questo sport,
con la capacità quasi magica di sospendere la storia e affratellare i popoli.
L'articolo Usa-Iran, la storia dell’amichevole dimenticata di Pasadena: altro
che Infantino, quando il calcio sapeva davvero unire proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Fifa
“Il Comitato disciplinare della Fifa sanziona la Federcalcio israeliana”. A
leggere il titolo del comunicato ufficiale pubblicato dalla massima
organizzazione calcistica mondiale, sembra quasi che le istituzioni del pallone
si siano svegliate e abbiano deciso di prendere finalmente posizione su quanto
accaduto e continua ad accadere in Palestina. Niente di più sbagliato. La Fifa
ha soltanto fatto finta di intervenire, perché non poteva ignorare oltre la
questione, ma in realtà la punizione decisa è appena un buffetto: una piccola
multa economica, uno striscione e qualche generica raccomandazione, prendendo in
considerazione solo gli aspetti meno gravi dell’accusa e anzi riscrivendo in
maniera filo-israeliana il diritto internazionale.
NEL 2024 LA DENUNCIA DELLA PALESTINA
Nessuna sorpresa: sul Fatto abbiamo già raccontato il doppiopesismo di Gianni
Infantino, perché legato a doppio filo agli interessi politico-economici degli
Stati Uniti e quindi anche di Israele. Lo conferma anche quest’ultimo
provvedimento “farsa”, che nasce da una denuncia presentata dalla Palestina nel
maggio 2024. Ci sono voluti dunque quasi due anni per partorire questa sentenza
pilatesca, che dà un colpo al cerchio e due alla botte, pensando a salvare
soprattutto le apparenze. La FederCalcio palestinese aveva accusato la
corrispettiva israeliana di complicità nelle violazioni del diritto
internazionale da parte del governo, con diversi capi d’accusa, tra cui il
razzismo, le attività calcistiche organizzate illegalmente nei territori
occupati della Cisgiordania e, ovviamente, l’uccisione di centinaia di
calciatori nei bombardamenti a Gaza, che hanno avuto tra i tanti effetti
collaterali anche quello di mettere in ginocchio il movimento.
LE ACCUSE: RAZZISMO, CALCIATORI UCCISI E ATTIVITÀ ILLEGALI IN CISGIORDANIA
Nel dispositivo prodotto dal Comitato disciplinare vengono annoverati diversi
episodi in cui risultano riconosciute le responsabilità della Federazione
israeliana. Ad esempio, i ripetuti comportamenti discriminatori de “La Familia”,
tifoseria organizzata del Beitar Gerusalemme, la più “razzista” del Paese (per
sua stessa ammissione, ama definirsi così). Oppure la condotta di alcuni
tesserati, come il presidente della Lega Calcio, Nicolas Lev, che ha condiviso
sui suoi profili social un articolo a sostegno delle operazioni a Gaza, oppure
le dichiarazioni del giocatore della nazionale Shon Weissman (sempre a favore
della distruzione di Gaza), non sanzionati dalla Federazione.
Capitolo ancor più delicato quello sulla Cisgiordania, territorio con una
popolazione di 3 milioni di palestinesi e 670mila coloni israeliani, che la
Palestina considera parte dei suoi confini: l’IFA invece consente a diverse
squadre di calcio (otto per la precisione) di partecipare alle proprie leghe, in
violazione delle norme Fifa. Mentre per quanto riguarda il bilancio delle
vittime, il report di FARE (Football Against Racism in Europe), network che
collabora regolarmente con la Fifa, sulla base di dati pubblicati dalla
Federazione palestinese ma confermati anche da fonti indipendenti come
l’Associated Press, parla di oltre 382 calciatori uccisi dall’inizio del
conflitto. La FederCalcio israeliana, da par suo, ha respinto tutte le accuse al
mittente, bollandole come vaghe e prive di valore probatorio. Il procedimento
viene sostanzialmente liquidato considerando non competente la Fifa: l’IFA non
può essere considerata responsabile della condotta di uno Stato sovrano
(Israele) impegnato in un conflitto armato.
CONDANNA SEVERA SOLO A PAROLE
Le conclusioni del Comitato disciplinare della Fifa in realtà sono molto severe,
almeno a parole. La Federazione israeliana è stata ritenuta colpevole di “non
aver rispettato i propri obblighi (…) consistenti nel non aver intrapreso azioni
significative e trasparenti contro le condotte discriminatorie e nella sua
tolleranza di messaggi politicizzati e militaristici in contesti calcistici”.
“Ha omesso di promuovere i valori di pace, uguaglianza e dignità umana”. Si
parla addirittura di grave “danno reputazionale causato al calcio, sia a livello
nazionale che internazionale”.
LA PENA: UNA MULTA E UNO STRISCIONE
Questi giudizi però non si traducono in una sanzione altrettanto pesante. Non
c’è nessuna squalifica o sospensione. Israele viene condannata per gli articoli
13 (comportamenti offensivi e violazioni dei principi del fair play) e 15
(discriminazione e abusi razzisti), mentre le accuse più gravi vengono
dimenticate. Alla fine la pena consiste soltanto in una multa di 150.000 franchi
svizzeri (165mila euro). Un terzo della cifra dovrà essere investito
nell’attuazione di “un piano completo volto a garantire azioni contro la
discriminazione e a prevenire il ripetersi di episodi simili”, su cui però non
si hanno informazioni chiare. Si dice semplicemente che il piano dovrà essere
approvato dalla Fifa e dovrà concentrarsi su “riforme, protocolli, monitoraggio
e campagne educative”: formule generiche che lasciano il sospetto che non ci sia
alcuna concreta prescrizione per impedire il reiterarsi delle condotte
censurate. E poi, pur certificando l’esistenza di “un sistema strutturale di
segregazione” a danno degli atleti palestinesi, il Comitato non si è pronunciato
nel merito dell’illegalità delle attività calcistiche in Cisgiordania. Anzi, di
fatto ha fornito una interpretazione filo-israeliana, definendo “irrisolto” lo
stato giuridico della West Bank, quando invece nel diritto internazionale è
considerata un territorio palestinese occupato da Israele dal 1967 e gli
insediamenti coloniali sono stati giudicati illegali dalle Nazioni Unite e dalla
Corte Internazionale di Giustizia. La chicca finale: l’obbligo di esporre un
grande striscione con le parole “Il calcio unisce il mondo – No alla
discriminazione” nelle prossime tre partite della nazionale. Adesso sì che la
Fifa ha fatto giustizia…
X: @lVendemiale
L'articolo La Fifa sanziona Israele per finta: la ridicola multa alla
Federazione per mettere a tacere le accuse della Palestina proviene da Il Fatto
Quotidiano.
La presenza o meno dell’Iran ai Mondiali del 2026 previsti tra Stati Uniti,
Canada e Messico assume sempre di più i contorni di un caso. La vicenda – che va
avanti ormai da quasi un mese, dalla guerra scatenata il 28 febbraio da Stati
Uniti e Israele contro l’Iran – si arricchisce infatti di un nuovo capitolo:
dopo aver praticamente annunciato la rinuncia alla Coppa del Mondo nei giorni
scorsi, adesso stando a quanto dichiarato dal presidente della federazione
calcistica iraniana Mehdi Taj, l’Iran sta “negoziando” con la Fifa per spostare
le partite del primo turno dei Mondiali dagli Stati Uniti al Messico. Una
richiesta però non semplice da soddisfare e che porta ancora più complicazioni.
Tutto dopo che Trump aveva “minacciato” la nazionale iraniana, mentre Infantino
e la Fifa continuano a prendere tempo e fingere che vada tutto bene.
“Donald Trump ha dichiarato esplicitamente di non poter garantire la sicurezza
della nazionale iraniana e certamente noi non andremo in America“, ha affermato
il presidente della federazione calcistica iraniana Mehdi Taj in una
dichiarazione pubblicata sull’account X dell’ambasciata iraniana in Messico.
“Stiamo attualmente negoziando con la Fifa per disputare le partite dell’Iran ai
Mondiali in Messico”.
L’Iran dovrebbe affrontare Nuova Zelanda e Belgio a Los Angeles, poi l’Egitto a
Seattle. Il ritiro pre-torneo della squadra è attualmente programmato a Tucson,
in Arizona e nelle scorse settimane Abolfazl Pasandideh, ambasciatore iraniano
in Messico, ha denunciato “la mancanza di cooperazione del governo statunitense
in merito al rilascio dei visti e al supporto logistico” per la delegazione
iraniana in vista dei Mondiali, in una dichiarazione pubblicata sul sito web
dell’ambasciata.
La situazione legata alla partecipazione dell’Iran si complica quindi sempre di
più. Inizialmente, nei giorni successivi allo scoppio della guerra, la FIFA –
come riportato dal sito della BBC – aveva dichiarato di “monitorare gli
sviluppi”. Da lì non ha mai preso posizione e anzi, al contrario, il presidente
Gianni Infantino ha continuato a fingere che tutto andasse bene, parlando di
“grande festa” e di “Iran benvenuto al Mondiale, me l’ha assicurato il
presidente Trump”. A quelle dichiarazioni avevano fatto seguito le parole di
Ahmad Donjamali – ministro dello Sport iraniano – che aveva praticamente
annunciato la rinuncia della nazionale alla competizione: “Questo governo
corrotto ha assassinato il nostro leader, in nessuna circostanza abbiamo le
condizioni per partecipare alla Coppa del Mondo“.
Ma proprio quando Infantino parlava di “festa”, “Iran benvenuto” e “calcio che
unisce”, è arrivato un messaggio di Donald Trump che sapeva quasi di minaccia:
“La nazionale di calcio iraniana è benvenuta ai Mondiali, ma non credo sia
appropriato che siano lì, per la loro vita e sicurezza“, aveva scritto il
presidente Usa. Dopo le dichiarazioni del tycoon, ora c’è una proposta a
sorpresa: l’Iran sarebbe disposto a giocare, ma chiede di disputare le partite
in Messico invece che negli Stati Uniti. Una soluzione che, se accolta,
comporterebbe conseguenze pesanti sull’organizzazione del torneo, tra
spostamenti di interi gironi, modifiche al calendario e riassegnazione delle
sedi. E se l’Iran superasse il girone? Anche in quel caso sarebbero necessari
spostamenti. A questo punto la palla passa alla FIFA, adesso chiamata
obbligatoriamente a decidere tra esigenze politiche, logistiche e sportive, in
uno scenario sempre più delicato e complesso. E al Mondiale mancano meno di tre
mesi.
L'articolo L’Iran apre al Mondiale, ma a una sola condizione: giocare in
Messico. Ora la Fifa è chiamata a prendere posizione proviene da Il Fatto
Quotidiano.
“Io e Trump abbiamo parlato dell’Iran e lui mi ha ribadito che la nazionale
iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al Mondiale. Ringrazio
sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno, poiché
dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo”. Ancora una volta dal
suo universo parallelo, Gianni Infantino ha pubblicato un post su Instagram dopo
un incontro alla Casa Bianca con il presidente americano che – mentre continua a
bombardare l’Iran – ha rassicurato Infantino sul fatto che la selezione iraniana
sia benvenuta ai Mondiali che inizieranno a giugno proprio tra Stati Uniti,
Canada e Messico. Intanto il Medio Oriente è in fiamme dal 28 febbraio, ogni
giorno si contano morti e feriti nella guerra scatenata da Usa e Israele contro
l’Iran, con conseguente reazione di Teheran che ha risposto coinvolgendo gli
altri Paesi del Golfo.
Già ieri Infantino nel corso di un’intervista ad As aveva dichiarato che “sarà
una festa fantastica“, ignorando tutto ciò che sta accadendo. Nel frattempo
l’Iraq ha chiesto il rinvio per questioni logistiche dello spareggio
intercontinentale che lo vedrà contro la vincitrice di Bolivia–Suriname, diversi
paesi presenti al torneo sono coinvolti nel conflitto (Iran, Qatar, Giordania,
Arabia Saudita, senza dimenticare gli Stati Uniti nel ruolo di aggressori) e
l’Iran ha chiesto al Cio di escludere Stati Uniti e Israele dalle competizioni.
Una provocazione più che altro, visto che la richiesta non avrà un seguito. Il
doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri
organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio – come
la Fifa – ha spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in
causa. Anche perché i più grandi eventi sportivi al mondo si svolgeranno
entrambi negli Usa: i Mondiali del 2026 (con Messico e Canada appunto) e le
Olimpiadi estive di Los Angeles nel 2030.
“Questa sera ho incontrato il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, per
discutere dello stato di avanzamento dei preparativi per l’imminente Coppa del
Mondo Fifa e della crescente eccitazione in vista del calcio d’inizio, previsto
tra soli 93 giorni“, ha esordito Infantino nel post dopo l’incontro di ieri sera
negli Stati Uniti. “Abbiamo parlato anche della situazione attuale in Iran e del
fatto che la nazionale iraniana si è qualificata per partecipare alla Coppa del
Mondo Fifa 2026. Durante le discussioni, il presidente Trump ha ribadito che la
nazionale iraniana è ovviamente benvenuta a partecipare al torneo negli Stati
Uniti”, ha spiegato il presidente del massimo organismo calcistico a livello
internazionale. Poi la conclusione del post social: “Abbiamo tutti bisogno di un
evento come la Coppa del Mondo Fifa per unire le persone ora più che mai, e
ringrazio sinceramente il Presidente degli Stati Uniti per il suo sostegno,
poiché dimostra ancora una volta che il calcio unisce il mondo“.
L'articolo Infantino oltre ogni limite: “Grazie al presidente Trump, dimostra
che il calcio unisce il mondo” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La guerra in Medioriente non risparmia lo sport. C’è l’incognita sulla
partecipazione della nazionale iraniana ai prossimi Mondiali, e adesso pure
dell’Iraq agli imminenti spareggi di qualificazione, viste le difficoltà negli
spostamenti (dovrebbe giocare fra poche settimane in Messico contro la vincente
di Bolivia-Suriname). Ma, soprattutto, ci sono i bombardamenti che fanno vittime
e danni anche tra gli sportivi. Tanto che il Comitato Olimpico di Teheran ha
scritto ufficialmente al Cio per denunciare la violazione della tregua olimpica
e chiedere l’esclusione dalle competizioni di Stati Uniti e Israele.
La comunicazione, firmata dal segretario generale Mehdi Alinajad, è indirizzata
a James MacLeod, responsabile delle relazioni con i comitati nazionali e della
solidarietà olimpica. Nel documento vengono elencati gli attacchi che hanno
colpito direttamente lo sport e le conseguenze sul movimento. Come il
bombardamento di un palazzetto nel sud del Paese, in cui sarebbero morte 20
ragazze che si stavano allenando a pallavolo. I danni alla sede del Comitato e
di numerosi impianti, come l’accademia olimpica e uno stadio. La morte di
diversi funzionari, tra cui il capo della commissione etica. Per tutto ciò,
l’Iran chiede alle autorità sportive internazionali di indagare e adottare
misure in risposta a quella che descrive come “un’aggressione diretta” contro la
comunità sportiva del Paese.
Le accuse, ovviamente, sarebbero tutte da verificare ma tanto la lettera non
avrà alcun seguito. Per certi versi suona quasi come una provocazione, nemmeno
del tutto infondata, però, se consideriamo che ormai persino gli alleati più
fidati – come ad esempio l’Italia – riconoscono apertamente che l’attacco è
avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale, per usare le
parole del ministro Crosetto. Carta olimpica alla mano, Stati Uniti e Israele
meriterebbero una sanzione, come accaduto ad esempio nel recente passato per la
Russia, seppur per situazioni diverse e non paragonabili.
Il doppiopesismo delle istituzioni sportive non fa più notizia. Come tanti altri
organismi internazionali solo apparentemente super partes, anche il Cio ha
spesso adottato standard differenti a seconda dei soggetti in causa. Dopo
l’attacco in piena tregua olimpica (sono ancora in corso le Paralimpiadi di
Milano-Cortina, a cui l’unica atleta iraniano non ha potuto partecipare), il
Comitato si è limitato a pubblicare un timido comunicato, poche righe in cui si
ribadisce genericamente il principio dello sport come “faro di speranza e di
pace”, senza alcun riferimento a chi l’avrebbe violato. Totale silenzio sui
massacri di Israele a Gaza, anzi, sono stati presi provvedimenti contro chi (in
questo caso l’Indonesia) aveva escluso gli atleti israeliani (ma non è stato
fatto lo stesso con i Paesi Baltici che hanno negato l’ingresso ai russi, come
raccontato da un’inchiesta del Fatto). Così come gli Stati Uniti al momento non
hanno fornito alcuna garanzia sul libero accesso di tifosi e persino calciatori
iraniani (Trump in maniera sprezzante ha detto che “non gli interessa”), uno dei
requisiti fondamentali per l’organizzazione di qualsiasi competizione
internazionale.
Nessuna sorpresa. Cio e Fifa hanno posizioni così blande sulla guerra in
Medioriente perché sono legati mani e piedi agli Usa. Il n.1 del pallone Gianni
Infantino – è noto – dopo l’Arabia Saudita ha sposato anche gli Stati Uniti, al
punto da aprire una sede a New York nella Trump Tower, per non parlare
dell’imbarazzante teatrino del “premio per la pace” assegnato al presidente.
Iniziative in chiara violazione della carta olimpica che avrebbero richiesto un
intervento proprio del Cio, ovviamente mai avvenuto. Al Comitato Olimpico
mantengono un minimo di ritegno in più, ma la sostanza non cambia. Le prossime
due grandi manifestazioni, i Mondiali di calcio 2026 e le Olimpiadi estive 2028,
si terranno proprio in America. Sono eventi che valgono miliardi di dollari, da
cui dipende la sopravvivenza degli stessi organismi, che dunque non possono
permettersi di metterli a rischio compromettendo le relazioni diplomatiche col
Paese ospitante. Altro che tregua olimpica: la neutralità dello sport è solo
un’illusione.
X: @lVendemiale
L'articolo L’Iran chiede l’esclusione degli Stati Uniti al Cio. Il precedente
della Russia e il doppiopesismo della Fifa e del Comitato Olimpico proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Più di metà della rosa è bloccata a Baghdad. Parte dello staff non ha ancora
ricevuto i visti per volare in Messico. E così l’Iraq ha presentato una
richiesta formale alla FIFA per il rinvio del playoff a Monterrey – contro la
vincente tra Bolivia e Suriname del 31 marzo – valido per la qualificazione ai
prossimi Mondiali. “Abbiamo bisogno della nostra squadra migliore disponibile
per la partita più importante del Paese degli ultimi 40 anni”. Rimasto bloccato
a Dubai, il ct Graham James Arnold propone una linea alternativa: “Una settimana
prima dei Mondiali giochiamo contro il vincitore del primo spareggio negli Stati
Uniti: chi si qualifica resta lì, il perdente torna a casa. A mio avviso, questo
darebbe anche alla FIFA più tempo per decidere cosa fare con l’Iran”. La guerra
in Medio Oriente complica la logistica, ma la federazione irachena non vuole
mancare allo storico appuntamento: “Il presidente Adnan Dirjal sta lavorando
senza sosta per pianificare e prepararsi a realizzare il sogno di tutti in Iraq,
quindi abbiamo bisogno che questa decisione venga presa rapidamente. Con
l’aeroporto chiuso, stiamo lavorando duramente per cercare di trovare un’altra
alternativa”. Con la chiusura dello spazio aereo fino (almeno) al mese di aprile
– come comunicato dal Ministero dei trasporti iracheno – e delle ambasciate per
poter richiedere il visto, la gestione della trasferta è praticamente
impossibile.
In pullman per raggiungere Istanbul: l’Iraq boccia la proposta della FIFA
Eppure la FIFA aveva proposto all’Iraq un piano B: raggiungere Istanbul via
terra con un viaggio in pullman di 25 ore. Una proposta respinta e scartata
dalla nazionale irachena per motivi di sicurezza perché “non permetteremo ai
giocatori di viaggiare su strada mentre il conflitto è in corso”. Oltre ad avere
metà dei giocatori bloccati nella capitale, secondo il Guardian molti di loro
(staff compreso) non hanno ancora ricevuto il permesso di viaggiare negli Stati
Uniti direzione Houston, per prendere parte al ritiro di allenamento programmato
nei mesi precedenti al conflitto.
Perché l’Iraq potrebbe partecipare ai Mondiali senza passare dagli spareggi
L’Iraq aspetta dunque notizie dalla FIFA per un possibile spostamento dello
spareggio. Ma anche per un’eventuale esclusione dell’Iran dalla competizione. In
caso di ritiro degli iraniani per la guerra in atto, infatti, la nazionale
irachena è considerata la candidata più probabile a sostituirla perché detiene
il punteggio più alto secondo quelli che sono i criteri previsti dal torneo di
qualificazione della Confederazione calcistica asiatica.
La prima (e unica) partecipazione dell’Iraq ai Mondiali
Quella di quest’anno potrebbe essere la seconda partecipazione dell’Iraq a un
Mondiale. L’ultima risale all’edizione del 1986 che venne disputata proprio in
Messico. Ora, in caso di passaggio del turno e di successiva qualificazione alla
Coppa del Mondo, la vincente del playoff verrà inserita nel girone I con
Norvegia, Francia e Senegal. “Il popolo iracheno è pazzesco, è davvero
appassionato di calcio. Il fatto che non si qualifichino da 40 anni è
probabilmente il motivo principale per cui ho accettato questo incarico”. Il ct
Arnold esorta alla soluzione immediata. La risposta della FIFA è prevista entro
questo fine settimana.
L'articolo Mondiali, caso Iraq: aeroporti chiusi e visti bloccati, non può
partire per gli spareggi. La Fifa propone il viaggio in bus proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il Paese che ospita la Coppa del Mondo bombarda un Paese che dovrebbe
partecipare al torneo. È il risvolto sportivo dell’attacco compiuto da Usa e
Israele contro l’Iran, che ha aperto un conflitto oggi esteso a gran parte del
Medio Oriente. Come già raccontato dal Fatto Quotidiano, il nuovo scenario
geopolitico getta nel caos anche l’organizzazione dei Mondiali 2026, tra
Messico, Usa e Canada. Proprio negli Stati Uniti, a Los Angeles e a Seattle,
avrebbe dovuto giocare la Nazionale di Teheran, già qualificata e inserita nel
Gruppo G con Belgio, Egitto e Nuova Zelanda. Ma adesso la partecipazione
dell’Iran, così come quella di altri Paesi, è un grande punto interrogativo.
Il campionato iraniano, naturalmente, è stato sospeso. Il presidente della
federazione, Mehdi Taj, ha preso tempo: “Con quello che sta accadendo, è
improbabile che possiamo guardare alla Coppa del Mondo. In ogni caso, sono i
responsabili dello sport che devono decidere in merito”. La logica dice che
l’Iran presente al mondiale negli Stati Uniti, se il conflitto dovesse
proseguire, non sia pensabile. Ma cosa dovrebbe succedere in caso di rinuncia
dell’Iran (o di altre Nazionali) ai Mondiali? In base a quanto prevede il
regolamento FIFA della Coppa del Mondo 2026, anche questo è un grande punto
interrogativo.
COSA DICE IL REGOLAMENTO
Norme alla mano, infatti, sarebbe la FIFA – ovvero Gianni Infantino, in questo
momento Re Sole del pallone a livello internazionale – a decidere di chiamare.
Il regolamento, nello specifico l’articolo 6.7, non dice nulla: “Se una
federazione membro partecipante si ritira e/o viene esclusa dalla Coppa del
Mondo FIFA 2026, la FIFA deciderà sulla questione a propria esclusiva
discrezione e adotterà qualsiasi misura ritenuta necessaria. La FIFA potrà
decidere di sostituire la federazione partecipante in questione con un’altra
associazione“. Più opaco di così, è impossibile. L’unica certezza è che decide
la FIFA, senza nessun paletto o criterio. Mentre l’Iran oltre al danno rischia
anche la beffa, ovvero una sanzione economica prevista dall’articolo 6.2: “Una
federazione qualificata che si ritira entro 30 giorni dalla prima partita della
fase finale viene multata per almeno 250mila franchi svizzeri, cifra che sale ad
almeno 500mila franchi in caso di rinuncia più tardiva. Oltre alla multa, la
federazione dovrebbe restituire i contributi ricevuti dalla FIFA per la
preparazione al torneo”.
LA SITUAZIONE DELL’ITALIA
A molti potrebbe quindi venire in mente un possibile ripescaggio dell’Italia, di
cui si era parlato molto anche prima dei Mondiali di Qatar 2022. In realtà la
Nazionale di Gattuso ha il dovere di qualificarsi sul campo, superando i
play-off di fine marzo. Giocherà il 26 contro l’Irlanda del Nord a Bergamo, poi
l’eventuale finale il 31 contro la vincente della sfida tra Bosnia e Galles.
Anche dall’alto delle 4 Coppe del Mondo in bacheca, l’Italia comunque verrebbe
difficilmente presa in considerazione per il ripescaggio. La FIFA infatti
tenderebbe a premiare una qualificazione della stessa area. In caso di assenza
dell’Iran, secondo quanto trapela dalle stanze di Infantino, il suo posto
dovrebbe essere preso dall’Iraq, con un effetto domino sugli spareggi interzona.
A questo punto, entrerebbe in scena la nazionale degli Emirati Arabi, superata
dall’Iraq nella finale playoff. Il paradosso è che si tratta di altri due Paesi
colpiti dalla guerra scatenata dagli Stati Uniti.
L'articolo “La FIFA deciderà a propria esclusiva discrezione”: cosa (non)
prevede il regolamento in caso di rinuncia dell’Iran ai Mondiali proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Anche l’ex presidente della Fifa Joseph Blatter ha criticato Gianni Infantino,
attuale massimo responsabile dell’organo di governo del calcio mondiale in
alcune dichiarazioni diffuse oggi dal settimanale tedesco Sport Bild. “Che cos’è
la Fifa oggi? È composta solo dal suo presidente, Infantino. La Fifa è una
dittatura! Il Consiglio della Fifa, con quasi 40 membri, non ha voce in
capitolo”, ha commentato Blatter, che è stato presidente dell’organismo tra il
1998 e il 2015. “Governa come il Re Sole (in riferimento a Luigi XIV di
Francia). Ho sentito dalla Fifa che non vuole essere salutato quando si presenta
in sede”, ha raccontato lo svizzero, oggi 89enne. Infantino, ha commentato
Blatter, “si sta isolando totalmente, ma il calcio sopravvivrà a lui”.
Nell’intervista con Sport Bild, l’ex presidente del massimo organismo mondiale
calcistico si è scagliato contro Infantino per aver agito come “complice” del
presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, prima dei Mondiali del 2026 che
appunto si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico. “Certo che Trump
metterà su uno spettacolo, lo sta già facendo! Per questo, ha bisogno del suo
nuovo amico, il presidente della Fifa, Gianni Infantino. Anche se il termine
complice è più appropriato di amico”, ha sostenuto Blatter. “Il Premio della
Pace per Trump è una questione incomprensibile. Infantino sta cercando di
ingraziarsi Trump perché ne ha bisogno“, ha aggiunto riguardo al riconoscimento
consegnato a dicembre dell’anno scorso dalla Fifa al presidente degli Stati
Uniti.
Dopo Paulo Fonseca, quindi, 24 ore dopo è Blatter ad attaccare il presidente
Fifa con dichiarazioni forti sul suo modo di gestire l’organismo di cui è
presidente. L’amicizia tra Trump e Infantino è ormai cosa nota da diversi mesi:
i due hanno interessi in comune e soprattutto negli ultimi tempi più volte sono
stati immortalati insieme in pubblico.
L'articolo “La Fifa è una dittatura, lui è come Re Sole ed è complice di Trump”:
Blatter contro Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
Paulo Fonseca contro Donald Trump e Gianni Infantino. L’ex allenatore di Roma e
Milan – nel corso di un’intervista a L’Équipe concessa ieri, 24 febbraio, in
occasione dei quattro anni dall’inizio della guerra in Ucraina – ha parlato del
conflitto, attaccando il presidente Usa e il presidente della Fifa. “Ho la
speranza che le cose cambino – ha detto il tecnico lusitano -. Ma dopo che Trump
è tornato al potere e che ha promesso una pace rapida, la situazione è
nettamente peggiorata. Tutti i giorni cadono centinaia di droni e decine di
missili. Gli Stati Uniti hanno reso più fragile la posizione dell’Ucraina e
dell’Unione Europea, e questo ha complicato ulteriormente la vita degli ucraini.
Io mi sento sempre più indignato“. La moglie di Paulo Fonseca – attuale
allenatore del Lione – è infatti di Donetsk.
“La verità è che noi che amiamo il calcio vorremmo che il Mondiale si giocasse
altrove – ha proseguito Fonseca -, e non negli Stati Uniti. La posizione del
presidente Usa è stata di dimenticare, di ignorare i più svantaggiati e i più
fragili e di stare a fianco ai suoi interessi economici. Non ha pensato alle
persone, ma ai soldi”. Fonseca ha poi rincarato la dose: “Io non so se il calcio
sia il miglior modo di protestare contro tutto ciò, ma ci sono delle cose che
sono inaccettabili per me”.
Successivamente Fonseca ha anche attaccato Gianni Infantino, presidente della
Fifa: “Pensa che la Russia debba tornare nelle competizioni europee. Noi andiamo
a giocare contro la Russia a Mosca mentre gli ucraini non possono giocare sul
loro territorio? Il Paese che è invaso non può disputare le gare a casa sua e la
Russia sì? Per me è inaccettabile“, ha spiegato Fonseca. L’ex allenatore di Roma
e Milan ha poi concluso: “Il calcio non può risolvere tutti i problemi, ma può
aiutare a portare più giustizia nel mondo. Ora Infantino fa la stessa cosa di
Trump: guarda gli interessi economici e scorda la gente”. E infine anche una
battuta sul premio della pace Fifa assegnato da Infantino allo stesso Donald
Trump in occasione dei sorteggi per i Mondiali 2026: “Sapete cosa ho provato
quando ha dato il premio per la pace al presidente Usa? Vergogna. È così triste,
il calcio non se lo merita”.
L'articolo “Pensano solo ai soldi. Premio pace per la Fifa? Una vergogna”:
Fonseca attacca Trump e Infantino proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questo è uno dei più grandi onori della mia vita, il mondo è un posto più
sicuro adesso”. Era il 5 dicembre e Donald Trump riceveva il premio Fifa per la
pace come riconoscimento per “azioni straordinarie per la pace e l’unità”
dall’amico Gianni Infantino durante la cerimonia dei sorteggi dei Mondiali 2026.
Competizione che si giocherà proprio tra Usa, Canada e Messico. È passato un
mese e mezzo e il mondo è attraversato da tensioni mai viste, dopo l’attacco di
Trump in Venezuela e la sua intenzione di prendersi la Groenlandia. “Senza il
Nobel non mi sento più obbligato alla pace”, ha dichiarato Trump in una lettera
al primo ministro norvegese, Jonas Gahr Støre.
In mezzo ci sono un’operazione militare in Venezuela, culminata con la cattura
del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, le minacce a Iran, Messico,
Colombia e appunto Groenlandia, territorio indicato come “necessario” dal tycoon
per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Insomma, non proprio la situazione
ideale a pochi mesi dall’inizio dei mondiali, con una serie di tensioni che
potrebbero mettere a rischio la sicurezza durante la massima competizione per
nazionali. E proprio di questo la Fifa dovrebbe preoccuparsi.
In una dichiarazione rilasciata al quotidiano inglese The Guardian, un portavoce
della Fifa ha ribadito il pieno sostegno al premio per la pace e a Donald Trump,
sottolineandone i rapporti di collaborazione, che hanno contribuito alla
creazione di una task force della Casa Bianca per il torneo previsto a giugno.
Questa è la posizione pubblica, ma il The Guardian riporta anche un retroscena:
dietro a Infantino, filtra un disagio sempre più forte tra i funzionari Fifa,
preoccupati per l’impatto politico e sociale che la scelta del massimo organismo
internazionale calcistico possa generare. Nei palazzi Fifa si parla di “scelta
infelice”, di “errore di valutazione”.
Già pochi giorni dopo l’assegnazione del premio, il Comitato Etico della Fifa
era stato incaricato di indagare sul presidente Gianni Infantino, dopo una
denuncia presentata da FairSquare, organizzazione impegnata nella tutela dei
diritti umani, che aveva contestato al presidente della Federcalcio mondiale
almeno quattro presunte violazioni delle norme sulla neutralità politica in
occasione del sorteggio della fase a gironi dei Mondiali 2026 a Washington, uno
show di due ore in mondovisione ed ennesimo spot del presidente statunitense.
Adesso le tensioni crescenti a pochi mesi dall’inizio della competizione che
rendono il torneo tutto tranne che sicuro.
L'articolo Il premio Fifa per la pace dato a Trump: “Dietro Infantino, alcuni
funzionari in imbarazzo”. I timori per i Mondiali di giugno proviene da Il Fatto
Quotidiano.