“La sua enorme capacità selettiva. Il senso visionario, e l’uso dei sogni.
Cittadini del mondo onirico e dell’impero. Una condizione rara, -rispondeva
Antonio Giuliano ad Antonio Gnoli che in una intervista per La Repubblica ad
aprile 2016, sorpreso per l’asciuttezza dei giudici gli chiedeva di cosa lo
avesse affascinato del mondo antico – E poi c’era il senso dell’inestimabile che
abbiamo perso. Tutto oggi si può comprare e vendere. Anche la vita. Capisce? Il
mondo antico aveva il senso del definitivo, il nostro mondo ha solo il
provvisorio”.
Antonio Giuliano, “archeologo e storico dell’arte di grande fama internazionale,
allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli, ha insegnato alle Università di Genova e
di Roma”, si legge nel portale dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la
Documentazione del Ministero della Cultura, “E’ autore di studi fondamentali
sull’arte classica, indagandola nella sua evoluzione formale fino alle soglie
del XIII secolo, all’epoca fridericiana”. Soprattutto, “Accademico dei Lincei,
intellettuale di vasti orizzonti, non ha limitato il suo campo di indagine
all’archeologia, ma si è interessato anche di letteratura, partecipando alle
vicende storiche e istituzionali delle strutture preposte all’insegnamento e
alla tutela dei beni culturali”.
Ricordarlo oggi nel giorno nel quale avrebbe compiuto 96 anni è molto più che un
affettuoso tributo da parte di un ex studente, fortunato prima nell’incontrarlo
alla Biblioteca dell’Istituto archeologico Germanico e poi nel frequentarlo
all’Enciclopedia archeologica. Piuttosto un doveroso tributo ad un intellettuale
italiano. Del quale Università e Ministero della Cultura sembrerebbero essersi
dimenticate. Inspiegabilmente. Ma anche, ingiustificatamente. Al punto che si
potrebbe pensare, per assurdo, che dietro il sostanziale silenzio delle
Istituzioni che ha servito, contribuendo a rischiararne il ruolo, ci sia la
volontà di farne perdere il ricordo. Il desiderio di lavorare sul tempo che
trascorre per limitare lo spazio nei ragionamenti.
Ma Giuliano c’è ancora. Leggendo i suoi sterminati scritti. Parlando con i
tantissimi ex allievi, molti dei quali in posizioni di rilievo, in Università e
Soprintendenze. Il Professore esiste, ancora. Nelle Persone con le quali ha
lavorato. Ha incontrato, magari occasionalmente. Quell’inconfondibile impronta
che ne caratterizzava la figura è diventata un modello. Che molti degli allievi
hanno fatto proprio, più o meno consapevolmente.
Il rigore dello studioso, mai disgiunto da quello della persona. La capacità di
valutare, in nessun caso in contrasto con il garbo. Con l’educazione, insomma.
La sua serietà nell’affrontare le diverse questioni, un caposaldo. La certezza,
alla quale far riferimento. Che sia anche per questo che gli si dedicano poche
attenzioni, ora? Per timore di confrontarsi con un “gigante”?
“E’ classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più
incompatibile fa da padrona”, scrive Italo Calvino in Perché leggere i classici,
passando in rassegna alcune definizioni in materia. Ecco! A dispetto di alcuni,
Antonio Giuliano, è ormai un “classico”. Un grande classico. In mezzo a tanti
contemporanei. Insignificanti. Buon compleanno, Professore.
L'articolo Oggi il grande archeologo Antonio Giuliano avrebbe 96 anni: un
ricordo nel giorno del suo compleanno proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Storia dell'Arte
C’è una frase – “la scultura non è che l’acqua” – che viene attribuita a
Constantin Brancusi, il grande scultore rumeno di cui tra breve ricorrono i 150
anni dalla nascita. Si tratta di poche parole che sintetizzano la sua idea di
arte, di scultura in particolare: semplicemente rivoluzione. E tutto il mondo è
già al lavoro per celebrare il suo genio infinito.
Fin da bambino, dal fiume Bistrita che scorre a Hobita, la sua cittadina natale,
Constantin si divertiva a estrarre grossi sassi, levigati dalle correnti che nel
tempo gli avevano dato forme lisce, perfette, impareggiabili. Fu così che
Brancusi imparò nell’intimo che cos’è la scultura, anche se avrebbe sempre
saputo che la perfezione di quei sassi primordiali non l’avrebbe raggiunta mai.
Dopo i primi studi d’arte a Craiova e all’Accademia di Bucarest, e dopo cinque
anni trascorsi tra Vienna e Monaco di Baviera, a 28 anni decise di lasciare la
Romania e di seguire il proprio destino che l’avrebbe condotto – a piedi! – a
Parigi il 14 luglio 1904, in mezzo ai festeggiamenti nazionali.
È l’inizio della sua carriera artistica. Prima lavorò con Auguste Rodin, poi
visto che “all’ombra delle grandi querce non crescono che arbusti” – come ebbe a
dire allo stesso interessato, Brancusi aprì il suo studio a Impasse Ronsin, una
via senza sfondo nel cuore di Parigi. Fu lì che dichiarò guerra alla scultura
anatomica che imperversava da circa due millenni e mezzo. Era venuto il momento
di archiviare generazioni di scultori che avevano seguito gli insegnamenti di
Fidia il greco e di guardare al futuro tenendo sempre ben presente la lezione
che quei sassi dalle forme umanamente impossibili tratti dal Bistrita gli
avevano insegnato. Da quel momento in poi la scultura non sarebbe stata più la
stessa. A Impasse Ronsin furono in molti a suonare il gong fuori dalla porta e a
chiedere di entrare nello studio di Brancusi: tra di essi anche il poeta Ezra
Pound che nel 1920 definì Brancusi il miglior scultore presente a Parigi.
“Con Brancusi non si ha a che fare con un artista qualunque – dice Massimo
Bertozzi, storico dell’arte esperto di XIX e XX secolo -, bensì con una
leggenda. Brancusi è per la scultura ciò che Picasso è per la pittura del
Novecento. Mi spiego: durante il ‘secolo breve’ la pittura ha dovuto fare i
conti con Picasso, e solo in parte con Matisse; la scultura invece con Brancusi.
C’erano artisti del secolo scorso che ammettevano candidamente di dover
cancellare la forma che lui aveva messo al centro della scultura, così come il
rapporto che lui aveva creato tra i volumi e la luce. Brancusi ha una forte
identità, non solo artistica, ma anche spirituale. E questa è la sua grandezza.
Tant’è che a Parigi hanno ricostruito il suo studio, progettato da Renzo Piano,
con le stesse finestre, la stessa luce, per mettervi dentro le sue opere come se
lui fosse sempre lì”. “Insieme a Henry Moore e ad Alberto Giacometti – aggiunge
Anna Mazzanti, docente di storia d’arte contemporanea, Dipartimento design,
Politecnico di Milano -, Brancusi fu uno dei grandi maestri della scultura
rinnovata del Novecento. Fece fortuna a Parigi e nella ricostruzione del suo
studio parigino si percepisce quanto fosse importante per lui lo spazio, così
come la disposizione delle opere in relazione tra loro e con la luce”.
Dopo qualche anno che si trovava a Parigi, Brancusi strinse amicizia con Amedeo
Modigliani, l’artista livornese alle prese con una smania di innovazione
artistica. “Si frequentarono almeno per una decina di anni – sottolinea Bertozzi
– e fecero amicizia perché in fin dei conti erano due esuli a Parigi, esponenti
di quella colonia di stranieri che operava in riva alla Senna, ma che rimaneva
isolata dall’arte ufficiale. Tant’è che già nel 1913 per la prima volta espone
cinque sue opere a New York. Vivere, lavorare e aver successo a Parigi non era
così facile come può sembrare: in molti ci provavano, ma solo una piccola parte
raggiungeva il successo e non si faceva mettere alla porta dai parigini”.
“Modigliani e Brancusi per certi versi si somigliavano: entrambi riuscivano a
prosciugare le forme vedute a vantaggio di una forte espressività di quelle
essenziali” sottolinea da parte sua Mazzanti. “Ma la loro fu anche un’amicizia
che nasceva da una comunione di temperamenti – continua la sua studiosa – e
l’essenzialità della scultura di Brancusi è tipica di quel momento”. C’è chi
ritiene che l’avvicinamento di Modigliani alla scultura sia stata quanto meno
facilitata dalla conoscenza con Brancusi e dall’ammirazione delle sue opere
antecedenti al loro incontro che è del 1908.
‹ ›
1 / 5
Brancusi in un ritratto di Edward Steichen (1922)
‹ ›
2 / 5
"Il bacio" foto di Paolo Monti (1968)
‹ ›
3 / 5
Ritratto di M.lle Pogany, 1912
‹ ›
4 / 5
21466116_MEDIUM
Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania
‹ ›
5 / 5
21466115_MEDIUM
Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania
La rivoluzionaria idea di scultura dell’artista romeno non influenzò solo
Modigliani: si è propagata nel tempo ed è giunta sino a noi. Per esempio ha
folgorato Antonio Signorini, artista pisano che ormai da anni vive tra Londra e
Dubai e non nasconde la sua ammirazione per Brancusi: “Lui rappresenta il
piacere della perfetta levigatura, delle superfici portate alla perfezione,
tutti elementi che rappresentano una nuova lettura della scultura. Dopo di lui
si riparte con un percorso diverso. A me ha preso il cuore, perché adoro la sua
interpretazione della verticalità, della relazione terra-cielo, della geometria
manuale che non è la perfezione robotica. Lui scolpiva innanzi tutto per sé
realizzando opere belle, stupefacenti, spettacolari. Di Brancusi ammiro il
coraggio e il fatto che per molti di noi artisti sia un maestro che ancora ci
indica la strada”.
Comunque sia, già nel 1913, con l’esposizione di cinque opere a New York (e
l’anno successivo con una vera e propria mostra personale nella stessa città)
Brancusi era già una star. Arrivarono poi le grandi commissioni e continuò a
produrre capolavori fino al 1949, fino a Grand coq, la sua ultima opera. Morirà
a Parigi il 16 marzo del 1957.
Da allora chi ha avuto la fortuna di ammirare le sculture di Brancusi – se non
addirittura mostre dedicate al leggendario artista rumeno – non può che esser
rimasto affascinato dai suoi soggetti limitati a persone e animali, con
pochissime eccezioni.
Preferiva i ritratti di donne, come si vede in Mlle. Pogany e Negra Bionda II;
teste di bambini; e uccelli, come Maiastra e Uccello nello Spazio (le due opere
presenti al Museo Guggenheim di Venezia). Nelle sue opere Brancusi “piegò” la
scultura fino alla soglia dell’astrazione, così come altrettanto rivoluzionario
fu l’approccio dell’artista ai piedistalli delle sue sculture: infatti imbottì
il suo studio con oggetti funzionali da lui stesso realizzati, come sgabelli,
caminetti, panche e piedistalli per le sue sculture.
Nel tempo l’artista è stato celebrato in tante esposizioni, come quella dal
titolo Constantin Brancusi Sculpture che tra il luglio 2018 e il febbraio 2019
si tenne al Moma di New York. L’esposizione dimostrò il singolare approccio
dell’artista ai materiali, tra cui bronzo, pietra e legno anche perché furono
esposte 11 sculture dell’artista, per la prima volta tutte insieme, unitamente a
disegni, fotografie e filmati, approfondimenti della sua ricerca scultorea. E da
semplice esposizione, si trasformò in evento.
Oppure come accadde due anni fa al Centre Pompidou di Parigi, quando alla mostra
Brancusi: L’art ne fait que commencer si videro tutte insieme alcune sculture
ovoidali, in vari materiali, realizzate tra il 1920 e il 1930 circa, ognuna con
la propria base originale, ennesima dimostrazione di un’idea di scultura
assolutamente fuori dagli schemi.
E quest’anno in cui si ricordano i 150 anni trascorsi dalla sua nascita, che
cosa accadrà? Intanto un progetto che pare non avere precedenti: patrocinato dal
Ministero della Cultura della Romania, giovedì 19 febbraio, giorno
dell’anniversario di Brancusi, prenderà vita “Brancusi 150”, progetto culturale
(artistico) dedicato esclusivamente all’anniversario della nascita del grande
scultore. L’iniziativa prevede l’organizzazione di una serie di mostre di un
solo giorno che saranno inaugurate simultaneamente il 19 febbraio in 21 paesi di
6 continenti: Africa (Egitto, Eritrea, Etiopia, Senegal), America del Nord
(Canada, Usa), America del Sud (Uruguay), Asia (Cina, India), Europa (Austria,
Bulgaria, Germania, Italia, Lettonia, Polonia, Romania, Serbia, Slovenia,
Svezia, Turchia), Oceania (Nuova Zelanda). Per l’Italia quel giorno dalle 16
alle 18 la “Inter-Art” Foundation Aiud, Romania, in collaborazione con
Fondazione Sormani Prota Giurleo Ets, propone una mostra di grafica rumena
(Corsico, Sala La Pianta, dalle 16 alle 18), dove si potranno ammirare creazioni
artistiche realizzate utilizzando le tradizionali tecniche di incisione di 29
artiste e artisti rumeni contemporanei. Da venerdì 20 febbraio fino al 19
luglio, invece, i Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali di Roma ospitano
la mostra Constantin Brâncuși: origini dell’Infinito.
L’evento più atteso sarà la grande mostra che dal 20 marzo al 9 agosto si terrà
alla Neue Nationalgalerie di Berlino, in collaborazione con il Centre Pompidou.
Per l’occasione, davvero irripetibile, si potranno ammirare oltre 150 opere tra
sculture, fotografie, film e materiali d’archivio raramente esposti, ovvero la
prima retrospettiva su larga scala di Brancusi in Germania in oltre
cinquant’anni. Nell’esposizione saranno riunite opere essenziali come Il Bacio,
Uccello nello Spazio, Musa Addormentata e la famosa Colonna Infinita, tra le più
influenti sculture della storia dell’arte, così come per la prima volta fuori
Parigi, sarà esposta anche una ricostruzione parziale del leggendario Studio
Brancusi lasciato in eredità allo Stato francese nel 1957.
L'articolo Constantin Brancusi, il “Picasso della scultura” e la sua rivoluzione
lunga un secolo che continua ancora oggi. Così il mondo celebra il suo genio
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Oltre 250mila visitatori in 4 mesi, dal 26 settembre al 25 gennaio: sono i
numeri di Beato Angelico, una mostra dei record. Curata da Carl Brandon Strehlke
con Stefano Casciu e Angelo Tartuferi, l’esposizione era allestita a Firenze in
due diverse sedi: oltre a Palazzo Strozzi – “il più bel cubo” del Rinascimento,
non un museo, ma un “contenitore” di lusso di grandi mostre – anche il Museo di
San Marco, nell’omonima piazza, vera e propria casa dell’artista beato, cioè il
luogo dove più alta è la concentrazione delle sue opere, che ha accolto
ulteriori 100mila persone. Com’è stato possibile questo successo?
IL SUPER-SUCCESSO DI PALAZZO STROZZI
E’ stata la mostra più visitata della storia della fondazione Strozzi che
gestisce il Palazzo da vent’anni. In passato, con un’altra gestione, solo
Filippino e Botticelli nel 2004 e Cézanne nel 2007 fecero meglio,
rispettivamente con 320mila e 270mila visitatori.
L’antologica dedicata a Beato Angelico – la prima dopo 70 anni durante i quali
si sono tenute altre mostre dedicate all’Angelico, ma di minore entità – ha
ottenuto un successo straordinario che fa fatica a spiegare perfino Arturo
Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi: “Sapevamo che si
trattava di una mostra straordinaria, per certi versi unica, con tutti quei
prestiti, per cui ci aspettavamo di ripetere il successo della mostra di
Donatello di quattro anni fa. Questa invece è andata oltre, perché Beato
Angelico ha fatto quasi 100mila visitatori in più di Donatello”.
Da cosa è dipeso un simile risultato? “Vogliamo credere che in parte sia dovuto
alla crescita della reputazione di Palazzo Strozzi – sottolinea il dg – però il
dato è così straordinario che pensiamo sia accaduto altro. Riteniamo sia
scattata una sorta di Angelicomania, forse aiutata dal passaparola innescato
dalla stampa, anche quella internazionale che ha risposto in maniera
incredibile. Tutte le grandi testate mondiali, europee e italiane hanno scritto
sulla mostra. Tutti hanno capito che questa mostra offriva l’occasione di vedere
qualcosa di eccezionale una volta nella vita”.
Ma non sarà che avete aumentato la pressione comunicativa e pubblicitaria?
Quanto ha speso la Fondazione Strozzi per promuovere la mostra? “No, non è
aumentata la pressione – afferma Galansino –. Noi investiamo molto in
comunicazione, e anche se le cifre non le diciamo mai, i nostri bilanci sono
pubblicati, c’è massima trasparenza. Però la nostra promozione non è tanto la
pubblicità tradizionale, bensì quella legata ai social media e a ciò che
organizziamo parallelamente alla mostra. Nel 2025 un visitatore su quattro ha
partecipato almeno a un’attività speciale di Palazzo Strozzi. Questo fidelizza
il visitatore e crea buona comunicazione, la gente racconta l’esperienza
particolare che ha vissuto a Palazzo Strozzi e innesca il passaparola. Che è la
prima comunicazione”.
Secondo Galansino è tramontata l’era della pubblicità delle mostre sui giornali,
a tutto vantaggio dei social network. Si calcola che oltre sei milioni e mezzo
di persone sono state raggiunte dai contenuti pubblicati sui canali social della
Fondazione (Facebook, Instagram, TikTok e LinkedIn), mentre sono stati oltre
260mila gli utenti, per un totale di più di 1.185.000 pagine visualizzate, che
hanno visitato il sito Internet www.palazzostrozzi.org, confermando la
straordinaria attrattività della mostra anche nella dimensione digitale come
modalità di approfondimento e condivisione. “Si fa pubblicità anche sui social,
è vero – aggiunge Galansino -, ma si spendono cifre molto basse. Qui conta molto
di più la creatività dei contenuti, anche perché nel caso specifico, comunicare
l’Angelico non era facile. Altri nomi sarebbero stati più commerciali. Qui
invece è emersa la nostra abilità nel far passare verso tutti i tipi di
pubblico, dai più colti a quelli più generalisti o di neofiti, questi contenuti
complessi. Questa è stata la forza della nostra comunicazione”.
> Visualizza questo post su Instagram
>
>
>
>
> Un post condiviso da Palazzo Strozzi (@palazzostrozzi)
Senza contare che un altro innegabile appeal della mostra è dipeso dalla
possibilità di vedere, tutte insieme, tante opere dell’Angelico provenienti da
un’ottantina di prestatori sparsi in tutto il mondo.
L’“ESPLOSIONE” DI SAN MARCO
Per il Museo di San Marco, la seconda sede ad ospitare la mostra, è stata
un’apoteosi di ingressi: oltre 100mila in quattro mesi. Praticamente il
quadruplo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Eppure il Beato
Angelico, in tutta la sua stupefacente bellezza è sempre stato lì, nel “suo”
museo, pronto a ricevere i visitatori, che tanti non sono mai stati fino al
giorno in cui a Palazzo Strozzi non è iniziata la promozione della mostra, che
ha finito col giovare (e tanto) anche al Museo San Marco, facendolo
letteralmente esplodere di pubblico. “Noi non abbiamo fatto pubblicità al Museo
San Marco – sottolinea Galansino – bensì alla mostra che era in due sedi e per
le quali abbiamo cercato di trovare il migliore equilibrio. E mi auguro che
d’ora in poi le opere dell’Angelico a San Marco possano avere un seguito
maggiore che in passato”. Sui social il museo ha visto aumentare i follower: su
Facebook i contatti sono aumentati del 700 per cento), mentre su Instagram del
1800 per cento. Cifre da capogiro.
Cosa suggeriscono? Comunicare le attività e i contenuti di un luogo d’arte
attraverso diverse forme di informazione – come i media ormai storicizzati
(giornali di carta, radio, tv e le testate web) – e la pubblicità ovunque, o
promuovendoli tramite gli svariati canali social che adottano dei contenuti più
accattivanti e con una cadenza ben diversa, non è solo consigliato, ma
assolutamente necessario se si vogliono ottenere dei risultati. E questo mette
sullo stesso piano musei statali, civici e di Fondazioni, i cui enti gestionali
sono tutti interessati ad aumentare il numero dei biglietti staccati e degli
incassi. Senza la spinta promozionale e di comunicazione della Fondazione
Palazzo Strozzi, il Museo di San Marco non avrebbe mai ottenuto un simile
successo, non avrebbe mai visto formarsi all’esterno delle lunghe code di
pubblico per entrare a vedere gli affreschi del Beato Angelico che ha vissuto la
fine dello stile gotico internazionale e l’alba della pittura rinascimentale. La
comunicazione e la promozione progettata e attuata da professionisti paga. In un
mondo iperconnesso fare e non comunicare è come non fare.
E ora che la mostra è terminata e la spinta promozionale, così come il
passaparola, si sono esauriti, il Museo di San Marco torna a essere il
suggestivo “contenitore” dell’arte dell’Angelico (comprese le opere che
temporaneamente erano in mostra a Palazzo Strozzi), con la speranza che il
pubblico (e i tour operator da cui dipendono le sorti dei grandi numeri) non si
limitino più ad andare a inchinarsi davanti opere custodite nei grandi, rinomati
“museoni” autonomi, ma decidano di fare il pieno di bellezza ammirando la
mistica poesia del colore nelle opere di Beato Angelico, proprio là dove ormai
sono storicizzate, cioè a San Marco. È una speranza. E non solo: sarebbe anche
un buon modo per ridurre la pressione su quei musei perennemente in cima alle
annuali classifiche degli ingressi e degli introiti.
La proficua collaborazione tra Palazzo Strozzi e il Museo di San Marco, tra
breve conoscerà un altro capitolo: un’imperdibile mostra – che resterà dal 14
marzo al 23 agosto – dedicata al grande maestro dell’arte americana Mark Rothko
attraverso una selezione straordinaria di opere, tra cui grandi dipinti mai
esposti in Italia, provenienti da prestigiose collezioni private e musei
internazionali come il MoMA e il Metropolitan Museum di New York, la Tate di
Londra, il Centre Pompidou di Parigi e la National Gallery of Art di Washington.
Rothko a Firenze sarà organizzata in due luoghi particolarmente cari all’artista
in due sezioni satellite: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli
affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana
progettato da Michelangelo. “Rothko è il più grande dei classici dell’arte
moderna – spiega Galansino – ed è l’artista che la gente più ama, in molti si
lasciano emozionare dalle sue opere di fronte alle quali sono frequenti gli
svenimenti del pubblico. Sono opere spirituali e l’artista, come si vedrà nella
mostra, di fatto ha un debito importante con Firenze, in particolare con quel
luogo straordinario che è il Museo di San Marco. Perché in effetti questa idea
di pittura come luogo spirituale gli viene proprio guardando gli affreschi di
Beato Angelico nelle celle di San Marco. Si capirà come questi mostri sacri
della modernità, come Rothko, hanno un debito importante con Firenze e col
Rinascimento. Con questa mostra, e con altre in futuro, intendiamo parlare di
questa eredità nell’arte moderna”. Insomma arte moderna e arte rinascimentale
torneranno prestissimo a “collaborare” – questa volta per Rothko – e chissà se
sarà un nuovo successo. Non solo espositivo, ma anche di promozione.
L'articolo Tutti pazzi per il Beato Angelico a Firenze. I segreti del successo
di una mostra da record proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roger Dutilleul ci fa accomodare nel salotto di Rue de Monceau: in quel
naufragio di tele e cornici, Picasso e Modigliani sono appesi l’uno accanto
all’altro, gli acrobati di Léger oscillano nella sala da bagno; i frammenti
esplosi del cubismo raccontano la nascita di un tempo nuovo. Dutilleul iniziò a
collezionare a trent’anni e non lo fermò la morte nel 1956, perché continuò per
lui il nipote Jean. Agli inizi della carriera non aveva le disponibilità per
acquistare i postimpressionisti e l’amato Cézanne; ma intuì un sentore affine
nell’avanguardia di due giovani sconosciuti, tali Braque e Picasso, di cui
divenne il primo mecenate. Collezionò senza dogmi né preconcetti, acquistò
d’istinto, supportando artisti emarginati ed emergenti che il mondo non era
pronto ad accogliere. Quando il suo sguardo si posava sulle loro tele, la vita
ordinaria, quella degli appuntamenti e delle fabbriche, diventava per un attimo
straordinaria – e la solitudine pesava meno, in un mondo che girava inesorabile
sui cardini della Storia.
‹ ›
1 / 20
12.LEGER_PBERNARD
‹ ›
2 / 20
17.MODIGLIANI_D995_3_6_NDEWITTE
‹ ›
3 / 20
21.MODIGLIANI_D995_3_5_NDEWITTE
‹ ›
4 / 20
25.VIVIN_979_4_124_STUDIOLOURMEL
‹ ›
5 / 20
MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-21-1024X683
‹ ›
6 / 20
MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-15-1024X683
‹ ›
7 / 20
MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-9-1024X683
‹ ›
8 / 20
IL SACRO CUORE DI MONTMARTRE (1910) DI GEORGES BRAQUE
‹ ›
9 / 20
GIOVANE CONTADINA CON UN MAZZO DI PAPAVERI, DI CAMILLE BOMBOIS
‹ ›
10 / 20
FIRMA DELLA DONAZIONE MASUREL
‹ ›
11 / 20
ABITAZIONE-DI-JEAN-MASUREL
‹ ›
12 / 20
26.OBRADY_979_4_108_PBERNARD
‹ ›
13 / 20
PABLO PICASSO, PESCI E BOTTIGLIE, 1909
‹ ›
14 / 20
PH. IRENE FANIZZA
‹ ›
15 / 20
PH. IRENE FANIZZA 2
‹ ›
16 / 20
ROGER DUTILLEUL IN HIS APARTMENT ON RUE DE MONCEAU, PARIS
‹ ›
17 / 20
12.LEGER_PBERNARD
‹ ›
18 / 20
17.MODIGLIANI_D995_3_6_NDEWITTE
‹ ›
19 / 20
21.MODIGLIANI_D995_3_5_NDEWITTE
‹ ›
20 / 20
024L20002-BG4Z8-COMP
Dutilleul lasciò in eredità la collezione al nipote Jean Masurel che, insieme
alla moglie, la integrò allineandosi ai gusti dello zio – Fernand Léger, Georges
Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Lanskoy e pittori autodidatti, come
André Bauchant e Bernard Buffet. I coniugi la donarono alla città di Lille e nel
1983 nacque il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq, immerso nel verde e
nella contemporaneità. Riprende il dialogo avviato negli ultimi anni dalla
Fondazione Bano con le istituzioni museali di fama internazionale: è il momento
del LaM – Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut
-, dal quale provengono le 65 opere dei 30 artisti d’avanguardia esposte nella
mostra di Palazzo Zabarella a Padova curata da Jeanne-Bathilde Lacourt e aperta
al pubblico fino al 25 gennaio.
Il fil rouge è inconsueto e per questo affascinante: la mostra Modigliani
Picasso e le voci della modernità segue l’intuito di Roger Dutilleul e la
ricerca del nipote Jean, virtù innata che non si impara né si compra. Niente
sovrastrutture, nessuna teoria, solo sensazioni: è questa una mostra da
attraversare senza lasciarsi abbagliare dai grandi nomi, con lo stesso sguardo
appassionato e istintivo con cui Dutilleul ha attraversato la storia dell’arte
del Novecento. La modernità in cui ha creduto è corale – cubista, surreale,
astratta, naïf – e si lascia comprendere prestando ascolto a tutte le voci in
cui si (s)compone.
Il moderno frana dal Sacro Cuore di Montmartre che Braque ha fatto esplodere nel
1910, assume uno, nessuno, centomila volti quando diventa la Donna con cappello
di Picasso, grigia come la cenere ancora fumante delle macerie della Guerra. Ha
il volto robotico della donna ‘tubista’ di Léger che riceve fiori d’acciaio –
forse dall’uomo che fuma nel dipinto accanto – e la guarda innamorato, per
quanto possa esserlo un cuore di ferro; nella testa del musicista di Mirò
suonano tutte le note del mondo. Modernità significava anche trasformare il
disagio in visione, deviare in percorsi alternativi alla scoperta dell’anima più
selvaggia e mistica del secolo breve: ecco allora la presenza di Jean Dubuffet
in mostra, che nel 1945 abbracciò con il termine Art Brut l’arte esclusa dal
circuito ufficiale, le opere realizzate negli ospedali psichiatrici da persone
emarginate e autodidatte.
E poi c’è lui, il protagonista del “Museo personale” di Dutilleul, Amedeo
Modigliani: lo aveva ritratto sei mesi prima di morire, quando nel soprannome
Modì era marchiato il suo destino (maudit). Dipinse anche lui senza pupille –
ironia della sorte – nonostante il mecenate fosse stato tra i primi a vedere
davvero la meraviglia nell’arte del giovane livornese. Le sei tele della grande
sala da ballo di Palazzo Zabarella avvolgono l’osservatore con i colori pastosi
della nostalgia, in un abbraccio di sguardi velati che parlano lingue lontane,
sospesi tra classicità, primitivismo, arte egizia, rinascimentale e africana.
Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi: e gli occhi senza pupille
dei suoi soggetti sono finestre di mondo interiore che si affaccia ma non si
mostra, identità fragili, maschere incompiute. Nella dolcissima Maternità del
1919, gli occhi della piccola Jeanne in braccio all’ultima compagna di
Modigliani sono inondati di cielo.
Cos’è la modernità? Per Dutilleul la contingenza ha significato presenza: occhi,
cuore, anima del collezionista erano lì, presenti in prima linea, in vera
‘avan-guardia’, davanti alla bellezza dell’opera e al suo messaggio. Prima che
il mondo si accorgesse di loro e li consacrasse al successo, Dutilleul c’era:
aveva incontrato quei giovani artisti, li aveva guardati negli occhi, li aveva
ascoltati. Si circondò delle loro opere per poter “incrociare di nuovo i loro
sguardi” anche quando loro non c’erano più, per poterli interrogare sul
presente, sul passato, sul futuro. E insieme lo hanno annullato quel tempo che
voleva a tutti i costi essere moderno e lo hanno trasformato in eterno presente.
Come la scultura mobile di Calder che apre il percorso: nulla sta fermo, tutto
resta.
L'articolo Da Picasso a Modigliani seguendo lo sguardo di Roger Dutilleul, il
mecenate che ascoltò le voci della modernità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il mondo dell’arte è un universo variegato di tecniche e di stili, di materiali
e di gusti, che dipende da due ragioni d’essere: la conservazione e la
valorizzazione. La seconda senza la prima non esisterebbe. Tuttavia mentre la
conservazione non è una variabile – perché è la prima regola da rispettare
sempre e comunque a ogni latitudine -, la seconda è una condizione per lo più
dipendente, e da molti fattori anche. Per semplificare: un quadro, una scultura
e un oggetto di porcellana sono tutti oggetti d’arte che devono necessariamente
essere conservati, ma lo loro valorizzazione segue altri principi.
È per questo motivo che, ad esempio, il patrimonio del museo della storica
manifattura di Doccia – fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori nella sua
villa vicino a Sesto Fiorentino – dal giugno 2014 è conservato in deposito
(poiché l’edificio è al centro di un lungo e complesso intervento di restauro
che non si concluderà prima di un anno): da otto anni appartiene allo Stato, ma
per il momento può essere ammirato solo grazie alle mostre ospitate in altri
musei.
La prossima occasione sarà al Mic, il Museo Internazionale delle Ceramiche di
Faenza: il 31 gennaio si aprirà la mostra Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e
tecnica in manifattura, organizzata dalla stessa Fondazione Mic insieme alla
Fondazione Museo Ginori nata nel 2021 per opera di ministero della Cultura,
Regione Toscana e Comune di Sesto Fiorentino per conservare, studiare,
comunicare ed esporre al pubblico la ricchissima collezione di manufatti
ceramici e documenti archivistici del museo e rendere il suo patrimonio un bene
davvero comune, accessibile e inclusivo.
Curata da Oliva Rucellai e Rita Balleri, la mostra offrirà l’occasione di
rileggere due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una
narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo. “Si
intitolerà Alchimia Ginori perché il taglio che abbiamo voluto dare
all’esposizione – spiega Rucellai – è storico e cronologico, ma con
un’attenzione particolare all’evoluzione delle tecniche. Partendo quindi dalla
chimica, che è la scienza principale che regola la ceramica, abbiamo voluto
richiamarci alle origini”.
In mostra si potrà ammirare un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti
dalle collezioni del Museo Ginori e del Mic, con l’intento di mettere in risalto
la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca
estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della
committenza. Insomma al visitatore sarà offerta la possibilità di venire
suggestionato dalle tecniche di realizzazione dei manufatti, ma anche da tante
opere d’arte presenti.
Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori,
appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente
alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana: “Infatti la cosa più
inusuale ed eccezionale di questa mostra che difficilmente si ripeterà –
prosegue la co-curatrice – è che in due casi potremo confrontare esempi di
grandi sculture del primo periodo, Per esempio a Faenza è presente un gruppo di
Amore e Psiche del primo periodo, traduzione in porcellana di un famoso marmo
antico, così come vi è un esemplare anche nel Museo di Doccia. Ebbene li
mettiamo a confronto per capire le differenze del procedimento di lavorazione.
Quella che abbiamo noi è piena di difetti, stuccature, mentre la versione
faentina è già più evoluta, perché frutto di un procedimento più lineare. La
stessa cosa la potremo vedere con un busto di Carlo Ginori, il fondatore della
manifattura”.
Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana
e al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza
cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a
quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della Manifattura che riscopre la
ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori
artistici della manifattura.
L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria
e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà
gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche,
solitamente non esposte in ambito museale.
“Un’altra cosa interessante e mai vista in una mostra – conclude Oliva Rucellai
– è rappresentata dalla sezione dedicata alla produzione della maiolica d’uso
corrente e ordinario che la Ginori faceva per far quadrare i bilanci, in quanto
la porcellana era troppo costosa e aveva un mercato più ristretto. Si tratta di
una produzione minore, più umile, poco nota, riscoperta da poco, che alla fine
era la produzione principale a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio del
secolo successivo”.
L'articolo È una questione di chimica: la storia delle porcellane Ginori in
mostra a Faenza tra creatività, ricerca estetica, progresso scientifico proviene
da Il Fatto Quotidiano.
All’interno dell’opera d’arte dedicata alla musa ispiratrice di Michelangelo
Buonarroti, Vittoria Colonna, e conservata al British Museum di Londra la
ricercatrice indipendente Valentina Salerno ha individuato una serie di immagini
nascoste (link pezzo testuale principale versione lunga per il sito ed extra che
caricheranno stasera). Scoperte che potrebbero aprire un nuovo capitolo nella
storia dell’arte e nella comprensione del rapporto tra il genio del Rinascimento
e la nobile poetessa. Un impressionante studio, quello di Salerno, partito
dall’analisi della morte del poliedrico artista, che ha intrecciato le vicende,
le opere e i documenti riguardanti oltre ottocento personaggi storici a lui
collegati; parte dei risultati di questa indagine confluiranno nel saggio
scientifico Michelangelo, gli ultimi giorni.
La ricerca è sostenuta dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del SS.
Salvatore e dal docente universitario, saggista e critico letterario Michele
Rak, e condivisa in parte con la direzione dell’Archivio della Fabbrica di San
Pietro, ha valso a Salerno la nomina a membro del “Comitato scientifico per le
celebrazioni anniversarie di Michelangelo Buonarroti”, istituito nell’aprile
scorso dalla Fabbrica di San Pietro in collaborazione con i Musei Vaticani. Del
comitato fanno parte alcuni tra i maggiori esperti internazionali del “Divin
Artista” e di cui il Fatto Quotidiano è il primo a rivelare l’esistenza.
L'articolo Esclusiva | Michelangelo, le immagini nascoste nel ritratto di
Vittoria Colonna: la scoperta della ricercatrice Valentina Salerno proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Prima di essere temute, erano adorate. Prima dei roghi, erano fiaccole accese
nei templi del mondo. Circe che trasforma, Medea che conosce, Ecate che guida
nell’oscurità: i loro sussurri provenivano dalle caverne, dai pozzi sacri,
giungevano in sogno per guidare le sorti di uomini, battaglie e interi popoli.
Era il tempo in cui la Pizia di Delfi, le Sibille greco-romane, la Velleda
germanica, la Völva norrena custodivano verità che agli uomini sempre saranno
precluse. Con l’avvento della cristianità e delle istituzioni moderne, l’angelo
stilnovista e la sposa biblica dei Cantici degradarono nella strega demoniaca:
su di lei ricaddero le ansie collettive di una società repressa e instabile,
ossessionata dal corpo, flagellata da epidemie, crisi economiche, guerre. E fu
così che dal 1430 iniziò la “caccia alle streghe”.
Dopo le tappe di Monza e Bologna, Stregherie. Iconografia, riti e simboli delle
eretiche del sapere apre a Padova in veste completamente rinnovata e immersiva.
Lo storico dell’arte e criminologo Andrea Pellegrino firma la nuova edizione del
progetto che indaga le forme mutevoli della stregoneria popolare tra le pieghe
dei secoli, nei suoi immaginari, nelle pratiche e nelle repressioni. Attraverso
le immagini che hanno modellato – e distorto – la figura della strega, lo
spettatore è invitato ad attraversare le ombre per liberarsi dai pregiudizi e
dai luoghi comuni. Attingendo a piene mani dall’antropologia, dalla storia
dell’arte e da quella sociale, il curatore prende le distanze dalle caricature
fiabesche e dalle ossessioni inquisitorie per restituire complessità storica e
simbolica a una figura demonizzata troppo a lungo. La mostra Stregherie si
attraversa come un incantesimo: le nove sezioni sono le soglie da varcare per
“rinascere” con una nuova consapevolezza critica, quella della conoscenza,
dell’arte e della cultura, triade più potente di qualsiasi magia. Le opere, le
litografie, gli oggetti magico-rituali, i libri di medicina popolare,
testimoniano il bisogno ancestrale che l’uomo ha di attribuire senso
all’incertezza, di dialogare con l’invisibile, di trovare negli elementi
naturali gli alleati contro l’imprevedibilità dell’esistenza.
‹ ›
1 / 20
1
Robert Shipster , Le streghe di Endor – 1797 , collezione Invernizzi
‹ ›
2 / 20
2
John William Waterhouse , Il cerchio magico – XIX sec. , collezione Invernizzi
‹ ›
3 / 20
3
Joseph Apoux , Le streghe – c.a. 1888 , collezione Invernizzi
‹ ›
4 / 20
4
Joseph Apoux , Intimità - c.a. 1888 , Collezione Invernizzi
‹ ›
5 / 20
5
Albrecht Durer , La magia – 1484, tiratura XIX sec. , collezione Invernizzi
‹ ›
6 / 20
6
C. Neureuther , Hänsel und Grethel - 1876 , collezione Invernizzi
‹ ›
7 / 20
7
Anonimo , 3 sculture demone esoterico legno e ferro – XVII/XVIII sec. ,
collezione Pezzini
‹ ›
8 / 20
8
Dipinto olio su tela scena mostruosa con stregone, diavolo topi serpenti e
mostri – 1928 , collezione Pezzini
‹ ›
9 / 20
9
Anonimo , Mano per insegnare l’arte della chiromanzia – fine ‘800 , collezione
Pezzini
‹ ›
10 / 20
10
Francisco José de Goya y Lucientes , Devota Professione - 1881-1886 , collezione
Invernizzi
‹ ›
11 / 20
11
Léon Auguste Salles , (La strega) - seconda metà XIX sec. , collezione
Invernizzi
‹ ›
12 / 20
12
Lumb Stocks , Streghe e stregoni danzanti – seconda metà XIX sec. , collezione
Invernizzi
‹ ›
13 / 20
13
George-Achille Fould, Madame Satan, 1909, Collezione Luca Locati Luciani
‹ ›
14 / 20
15
Léopold Desbrosses, Hille Bobbe, 1876, collezione Invernizzi
‹ ›
15 / 20
16
Paul Sulpice Guillaume Gavarni, Il filtro, 1839, collezione Invernizzi
‹ ›
16 / 20
17
Elisa Seitzinger, Superego, arazzo
‹ ›
17 / 20
18
Gran Etteilla, Jean Baptiste Alliette, ‘800
‹ ›
18 / 20
19
Nicolò Mulè, 20 Tavole della strega Gualina Stabiosa (Upui), percorso della
madre eccelsa in caratteri tebani, Museo della Stregoneria Moderna
‹ ›
19 / 20
20
Nicolò Mulè, 20 Tavole della strega Gualina Stabiosa (Upui), percorso della
madre eccelsa in caratteri tebani, Museo della Stregoneria Moderna
‹ ›
20 / 20
21
Jean Veber, Streghe moderne, circa 1910, collezione Invernizzi
Le hanno inseguite e oltraggiate perché conoscevano le radici che curano e
quelle che uccidono; il momento esatto in cui tagliare la mandragora, le fasi
della luna, i mormorii delle foglie. Vedevano magia oscura dove c’era conoscenza
che non condividevano perché non era scritta nelle loro Bibbie. Ed è per questo
che le hanno bruciate: le hanno trascinate a processo come lussuriose, torturate
come perverse, costrette a confessare il falso come incantatrici. Ma erano donne
libere, sole per scelta o per disperazione, senza vergogna né marito. Come
Lilith che non si inginocchia ad Adamo e abbandona l’Eden, come Salomè che
danza per se stessa. Gli atti dei processi per stregoneria sono firmati con
l’inchiostro nero della paura: non la paura delle accusate, quella degli
accusatori. La strega a rovescio sul caprone di Dürer è muscolosa, nuda e libera
mentre sfascia l’ideale rinascimentale di bellezza e sovverte l’ordine naturale
e morale del mondo. Le streghe di Goya sono vecchie megere, sdentate e deformi,
caricature che incarnano l’ignoranza della superstizione e l’abuso di potere
della società spagnola in preda al fanatismo. Questo era il duplice volto del
timore maschile nei confronti della donna: l’inutilità sociale della vecchiaia
e la potenza seduttiva della giovinezza.
La razionalità illuminata spense i roghi a fine Settecento ma la strega non
scomparve, cambiò volto. Nel pieno del Positivismo scientifico, con il
diffondersi dello spiritismo e delle pratiche medianiche in Europa e in America,
tornò come la medium, la cartomante, la lettrice di sogni. I salotti si
popolarono di affascinanti Sibille moderne, consigliere di famiglie
aristocratiche e borghesi, capaci di svelare destini e segreti, di parlare con i
morti, canalizzare energie, sfidare i confini tra il visibile e l’invisibile. Il
corpo femminile era il tramite di fenomeni straordinari come levitazioni,
scrittura automatica, apparizioni di ectoplasmi, suoni misteriosi, che un tempo
sarebbero stati letti come segni di possessione diabolica, mentre nell’Ottocento
vengono studiati come fenomeni scientifici. Il cerchio si chiude con il
passaggio al secolo breve quando la donna è ormai consapevole di sé e del
proprio potere – un sapere inscritto nella carne, nei cicli, nei desideri, non
più corpo da redimere ma corpo che resiste contro la violenza patriarcale. Non
sono riusciti a spegnerle e oggi sono ovunque, nelle piazze, nei libri, nei
film, nei sogni delle bambine che non vogliono essere principesse. L’archetipo
stregonesco in Salvador Dalí è proiezione dell’inconscio collettivo, e la
strega incarna il potere del desiderio e l’irrazionale che abita la modernità.
Ha abitato le soglie tra scienza e magia, oppressione e libertà, corpo e
trascendenza. Specchio di paure e speranze, tessitrice di tabù, custode dei
conflitti di genere e delle utopie della società, la strega si muove tra i
secoli come un’ombra inquietante ma familiare. Dedicarle una mostra oggi è un
atto di memoria ma soprattutto di immaginazione: un invito a inoltrarsi nel
passato per scorgere le ombre – e le luci – del nostro presente.
***
Info
Stregherie | Iconografia, riti e simboli delle eretiche del sapere
Dove | “Cattedrale” Ex Macello
Quando | Fino al primo febbraio 2026
Orari | Merc-dom 10:30-19:30. Aperture straordinarie: 8 dicembre (stesso
orario): dal 26 dicembre all’ 11 gennaio aperto tutti i giorni
Biglietti | Intero 16 euro, ridotto 14, bambini 6 euro
Contatti | email info@vertigosyndrome.it
Web | stregherie.it
Social | Fb @Stregherie.mostra – Ig @stregherie_mostra
L'articolo La rivincita delle streghe: così la storia di immagini, simboli e
pregiudizi ridà voce e dignità alle “eretiche del sapere” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
A dieci anni dall’ultima mostra, torna in Italia un’esposizione che segue il
percorso di Giovanni Segantini, artista nato in Trentino, formatosi a Milano,
una vita spesa tra la Brianza e la Svizzera, uno dei massimi esponenti del
Divisionismo. La grande antologica è allestita fino al 22 febbraio al Museo
Civico di Bassano Del Grappa, in provincia di Vicenza, ed è curata da Niccolò
D’Agati. Si tratta di un evento artistico di particolare suggestione, che
racconta la corrente artistica i cui aderenti erano accomunati dalla tecnica
pittorica che prevedeva l’accostamento di colori puri, stesi sulla tela in
pennellate regolari, al fine di ottenere la massima luminosità delle tinte, la
cui sintesi cromatica si attua nella rètina dell’osservatore. Da lontano quei
dipinti sembrano quasi tridimensionali, ma se osservati da vicino rivelano tutta
la loro difficoltà di esecuzione e, di conseguenza, la maestria di chi li aveva
concepiti e realizzati.
In soli 20 anni di attività artistica – nacque infatti nel 1858 e morì nel 1899,
a 41 anni – tecnicamente Segantini impose una sterzata decisa all’arte italiana,
percorrendo insieme ad altri artisti divisionisti – tra i quali spiccano
Pellizza da Volpedo e Plinio Nomellini – un viatico che avrebbe rappresentato
una sorta di “risposta italiana” all’Impressionismo francese. Tematicamente,
invece, Segantini risulta tra i più sensibili osservatori del mondo naturale e
impareggiabile cantore della montagna quale luogo fisico, e al tempo stesso
simbolico, a tal punto che questa mostra rappresenta il giusto omaggio a un
artista troppo spesso lontano dai riflettori puntati sull’arte italiana del XIX
secolo.
‹ ›
1 / 7
NAVIGLIO A PONTE SAN MARCO
‹ ›
2 / 7
ALL'OVILE
‹ ›
3 / 7
5_SEGANTINI_ULTIMO-AUTORITRATTO
‹ ›
4 / 7
4_MILLET_PASTORELLA-CON-IL-SUO-GREGGE
‹ ›
5 / 7
3_SEGANTINI_RITORNO-DAL-BOSCO
‹ ›
6 / 7
2_SEGANTINI_SOLE-D_AUTUNNO
‹ ›
7 / 7
1_SEGANTINI_AVE-MARIA-A-TRASBORDO
Al piano terra e al primo piano del museo bassanese, il visitatore trova ad
accoglierlo circa un centinaio di opere provenienti dalle principali collezioni
pubbliche e private italiane ed europee – dal parigino Musee d’Orsay al
Rijksmuseum di Amsterdam, tanto per citare i principali –, quasi tutte con
cornici importanti e alcune delle quali rintracciate a distanza di oltre un
secolo dalla loro realizzazione, che definiscono un percorso espositivo diviso
in quattro sezioni e in tre focus tematici i quali, a partire dall’esordio a
Brera, inquadrano gli snodi più importanti della vicenda biografica di
Segantini, mettendo allo stesso tempo in luce la straordinaria evoluzione della
sua pittura.
Un nucleo importante di opere giunge poi da Sankt Moritz, località sciistica di
lusso della valle svizzera dell’Engadina, nota per aver ospitato per ben due
volte i giochi olimpici invernali, dove ha sede il piccolo, ma affascinante
Museo Segantini che propone di continuo esposizioni capaci di far vivere
emozioni visive, e allo stesso tempo culturali, che hanno per comune
denominatore l’arte di Segantini.
Tutte considerate, le tele e i disegni in mostra concorrono a dare l’opportunità
di ricostruire la figura di dell’artista attraverso un’inedita rilettura della
sua opera, messa anche a confronto con l’arte coeva, per raccontare una carriera
che dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti volti a catturare
la Natura, fu capace di influenzare i maggiori movimenti artistici del suo
tempo.
La mostra si articola in quattro sezioni ben definite. La prima è dedicata alla
fase milanese, segnata dall’incontro con il gallerista e sodale Vittore Grubicy
De Dragon, nonché dal diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del
Naturalismo lombardo. Se in questo vivace contesto si fece evidente l’innata
propensione del pittore allo studio delle potenzialità espressive di luce e
colore, con il trasferimento in Brianza, verso la fine del 1880, si registra
invece un rinnovamento della concezione dell’uso del colore in direzione di un
crescente interesse per la Natura quale elemento di comunione tra uomo,
paesaggio e animali. A questa iniziale parte della mostra appartiene una serie
di ritratti maschili e, soprattutto, femminili, alcuni dei quali rivelano tratti
assolutamente contemporanei, così come sono in evidenza immagini di luoghi
milanesi, tra i quali spicca Naviglio a Ponte San Marco, una tela del 1880, e
alcune nature morte che rivelano attenzioni dell’artista davvero particolari.
Nella seconda sezione sono messi in luce anche i contatti con l’arte di
Jean-Francois Millet, con la produzione grafica di Vincent van Gogh e con le
opere degli artisti della Scuola dell’Aja, per la prima volta posti a diretto
confronto con la sua pittura. È in questa sezione che il Seminatore di Segantini
va a confrontarsi con quello di Van Gogh. A chiudere questa seconda parte di
mostra è il primo, vero autentico capolavoro di Segantini – Ave Maria a
trasbordo – proveniente da Sankt Moritz, che rappresenta il primo “atto”
dell’avventura divisionista di Segantini. Tra l’altro questo dipinto resterà
disponibile nella mostra di Bassano solo fino all’8 dicembre.
Il percorso prosegue poi con la terza, affascinante sezione dedicata alla fase
svizzera, avviatasi a Savognin nel 1886, durante la quale Segantini realizzò le
grandi e celebri composizioni dedicate alla vita montana, arricchite dallo
studio sugli effetti di luce e colore attraverso la definizione di una personale
tecnica pittorica che lo fece emergere quale uno dei protagonisti del
Divisionismo italiano. E di questo periodo si possono ammirare in mostra dipinti
come Sole d’autunno, Ritorno dal bosco, ma soprattutto quella che può
considerarsi l’autentica superstar della mostra – All’ovile, del 1892 – la
grande tela in cui la tecnica divisionista è al suo massimo fulgore e per la
quale l’artista si spinse perfino all’utilizzo di polveri d’oro e lamine
metalliche.
La mostra si chiude sull’ultimo decennio della produzione segantiniana,
caratterizzata dal trasferimento a Maloja e dall’apertura alla poetica
simbolista, raggiunto attraverso la peculiare formula del “simbolismo
naturalistico”, una personale interpretazione del rapporto universale tra Uomo e
Natura, ben visibile in dipinti di grande suggestione come Le due madri, L’ora
mesta e La vanità, dove una fanciulla nuda – quanto meno di botticelliana
ispirazione – una volta abbandonata la comfort zone della conchiglia, adesso si
specchia in una pozza alpina, ma invece di ammirare la propria immagine
ricevendo conferma della propria beltà, scorge un dragone simbolo dell’invidia.
***
Info
Giovanni Segantini
A cura di | Niccolò D’Agati
Dove | Museo Civico, Bassano Del Grappa
Quando | Fino al 22 febbraio 2026
Orari | Tutti i giorni 10-19. Chiusura il martedì
Biglietti | Intero 13 euro, ridotto 11, famiglia 28, giovani 5
Contatti e prenotazioni | Tel. 0424 177 0020 – email segantinibassano@ne-t.it
Web | https://www.museibassano.it/it/mostra/giovanni-segantini
Social | Fb @museibassano – Ig @museibassano
L'articolo Una sterzata all’arte italiana lunga vent’anni: il ritorno di
Giovanni Segantini, il campione del divisionismo proviene da Il Fatto
Quotidiano.