Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di
Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo
Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese,
spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate
colorate, reliquie che, di solito risalgono a tempi in cui i fedeli erano
prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme
d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una
sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi
trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però
non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo.
All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista
leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e
la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa
tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo
Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia
indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i
vari componenti degli ecosistemi marini.
Al centro c’è una sfera nera, contenente i cadaveri di tutti gli organismi
raffigurati vivi nel resto della tavola. E ci sono frecce nere che li portano
nell’orbita della morte. Le frecce gialle rappresentano il flusso di materia da
un comparto all’altro. I morti (e i rifiuti prodotti durante la loro vita) vanno
verso i batteri, presenti in un’altra orbita, azzurra. I batteri, consumati dai
virus, decompongono la materia vivente una volta morta, e la semplificano in
materiali più semplici, con i processi di decomposizione. Una freccia bianca,
tratteggiata, dai batteri va ai “nutrienti”, sostanze chimiche elementari che
arrivano al mare anche attraverso apporti da terra. I nutrienti, grazie
all’energia solare, riprendono vita attraverso la fotosintesi, e sono utilizzati
da alghe unicellulari: il fitoplancton.
I protozoi, unicellulari, possono mangiare i batteri e il fitoplancton. Questa è
l’orbita dei microbi ed è alla base di tutto. Da essa partono quattro vie. Una,
in alto a destra, è costituita dai microbi stessi, quando monopolizzano
l’ambiente con quelle che, ad esempio, chiamiamo maree rosse, causate da
dinoflagellati che provocano morie di animali e piante. Per milioni di anni la
vita è stata espressa con microbi. Solo dopo si sono evoluti organismi più
grandi, con reti trofiche complesse che, però, sempre partono dai microbi. Da
questi, infatti, la materia vivente passa agli animali che si nutrono di loro e,
a cavallo tra l’orbita microbica e le altre “vie”, c’è un piccolo crostaceo, un
copepode, grande mangiatore di microbi. I copepodi sono mangiati dalle larve dei
pesci che, una volta adulti, si mangiano tra loro, come mostra una sequenza di
pesci sempre più grandi che mangiano quelli più piccoli, e che finisce con un
umano che se li mangia.
Questa è la via microbi, copepodi, pesci… noi. Una terza via, in basso a
sinistra, è costituita dal macrozooplancton gelatinoso erbivoro. Si tratta di
animali di cui il pubblico ha poca familiarità (avete mai sentito parlare di
taliacei?) ma che, quando sono molto abbondanti, possono mangiarsi tutti i
microbi, competendo con i copepodi e, indirettamente, anche con noi. In alto a
sinistra troviamo il macrozooplancton gelatinoso carnivoro, che tutti conoscono:
le meduse (e anche gli ctenofori, che non conosce nessuno). Loro mangiano i
copepodi e le larve dei pesci. Dal nucleo microbico, quindi, partono quattro
vie. C’è anche il sequestro del carbonio, nei sedimenti marini.
Gennari mi presentò molti bozzetti di quest’opera e gli chiesi di mettere la mia
faccia, con la bocca spalancata, che si mangiava i pesci. Disse che gli riusciva
difficile e decise di fare un volto umano “standard”. E così fece. Quel volto mi
era familiare, mi ricordava qualcuno. Poi, dopo molto, lo riconobbi: era
Berlusconi. Ma mi ci hai messo Berlusconi! Dissi ridendo ad Alberto. Anche lui
se ne rese conto. Berlusconi era sempre in vista, la sua faccia era dappertutto,
e ne era stato influenzato.
Secondo me la somiglianza della faccia dell’angelo con quella di Meloni, nella
Basilica in San Lorenzo in Lucina, non è voluta. Il sacrestano e decoratore
Bruno Valentinetti ha ammesso di essersi ispirato a lei ma io voglio credere che
sia stato influenzato dell’esposizione mediatica del volto del presidente del
Consiglio e, pensando ad un angelo, gli sia “venuta” proprio Meloni. Sempre a
Lecce, sul portale del Duomo, l’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi commissionò
un’opera in bronzo e si fece raffigurare assieme a papa Giovanni Paolo II. I due
si incontrarono durante una visita apostolica a Lecce il 17-18 Settembre 1994.
Contrariamente a Gennari, che non soddisfece la mia vanità, l’artista, Armando
Marrocco, accettò la richiesta del committente e lo raffigurò, oltre che col
papa, anche con l’Assunzione della Vergine, il martirio dei santi patroni e il
popolo dei fedeli (rigorosamente anonimi). Anche quel portale, come la tavola di
Gennari, racconta una storia. Sono sicurissimo che, a differenza di Ruppi,
Meloni non abbia chiesto di essere raffigurata, e che sia divertita dall’evento.
Tornando al Giudizio Universale, Michelangelo vi dipinse una figura che
rappresenta Minosse, giudice degli inferi, con le orecchie da asino e, come
racconta Vasari, con le fattezze di Biagio da Cesena, il maestro di cerimonie
papale che aveva criticato le nudità del dipinto. Il poveretto si lamentò con
papa Paolo III, ma il pontefice rispose che la sua autorità non si estendeva
all’inferno, così il ritratto rimase. Come avrei sperato che restasse al suo
posto quello di Meloni. Peccato!
L'articolo Quell’angelo doveva restare lì! proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Arte
Britney Spears ha citato involontariamente Milano. La star mentre stava
curiosando sui social ha trovato la foto di un selfie di viaggiatore in piazza
Duca D’Aosta alla Stazione Centrale di Milano davanti all’ormai famosa scultura
a forma di mela intitolata “Mela Reintegrata” che rappresenta il “Terzo
Paradiso”, firmata dall’artista Michelangelo Pistoletto.
Ma evidentemente la cantante non ne era a conoscenza, tanto che ha esclamato sui
social, postando la foto della scultura, “Where the fuck did that apple come
from???” ossia “Da dove c***o salta fuori quella mela???“.
A domanda si risponde. Ed è così che l’artista 92enne artista ha risposto alla
Spears scrivendo “Oops! I did it”, per citare un suo famoso brano del 2000,
“L’ho fatta io”. E ancora: “Ciao, Britney! Non faccio solo mele. Ti aspetto a
Biella per scoprire la Cittadellarte”.
IL SIGNIFICATO DELLA “MELA REINTEGRATA”
La Mela Reintegrata è un’opera simbolica che si apre al mondo, così come la
stazione ferroviaria, anche simbolicamente, apre la città al mondo.
“Il simbolo della mela attraversa tutta la Storia che abbiamo alle spalle,
partendo dal morso, che rappresenta il distacco del genere umano dalla Natura e
l’origine del mondo artificiale.- ha detto Pistoletto- La Mela Reintegrata
rappresenta l’entrata in una nuova Era, nella quale mondo artificiale e mondo
naturale si ricongiungono generando nella società un equilibrio esteso a
dimensione planetaria“.
E ancora: “Il simbolo della Mela Reintegrata rappresenta la ricomposizione degli
elementi opposti: natura e artificio. La mela significa natura; il morso della
mela significa artificio, così come lo vediamo utilizzato in un marchio di
computer mondialmente diffuso posto ad emblema della tecnologia che sostituisce
integralmente la natura. Con la Mela Reintegrata l’artificio assume il compito
di ricucire la parte asportata dal morso e ricongiungere l’umanità alla natura,
anziché continuare ad allontanarla da essa”.
L'articolo “Da dove c***o salta fuori quella mela?”: Britney Spears meravigliata
per la scultura alla Stazione Centrale di Milano. L’artista Pistoletto risponde
con ironia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roger Dutilleul ci fa accomodare nel salotto di Rue de Monceau: in quel
naufragio di tele e cornici, Picasso e Modigliani sono appesi l’uno accanto
all’altro, gli acrobati di Léger oscillano nella sala da bagno; i frammenti
esplosi del cubismo raccontano la nascita di un tempo nuovo. Dutilleul iniziò a
collezionare a trent’anni e non lo fermò la morte nel 1956, perché continuò per
lui il nipote Jean. Agli inizi della carriera non aveva le disponibilità per
acquistare i postimpressionisti e l’amato Cézanne; ma intuì un sentore affine
nell’avanguardia di due giovani sconosciuti, tali Braque e Picasso, di cui
divenne il primo mecenate. Collezionò senza dogmi né preconcetti, acquistò
d’istinto, supportando artisti emarginati ed emergenti che il mondo non era
pronto ad accogliere. Quando il suo sguardo si posava sulle loro tele, la vita
ordinaria, quella degli appuntamenti e delle fabbriche, diventava per un attimo
straordinaria – e la solitudine pesava meno, in un mondo che girava inesorabile
sui cardini della Storia.
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IL SACRO CUORE DI MONTMARTRE (1910) DI GEORGES BRAQUE
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GIOVANE CONTADINA CON UN MAZZO DI PAPAVERI, DI CAMILLE BOMBOIS
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FIRMA DELLA DONAZIONE MASUREL
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ABITAZIONE-DI-JEAN-MASUREL
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PABLO PICASSO, PESCI E BOTTIGLIE, 1909
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PH. IRENE FANIZZA
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PH. IRENE FANIZZA 2
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ROGER DUTILLEUL IN HIS APARTMENT ON RUE DE MONCEAU, PARIS
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Dutilleul lasciò in eredità la collezione al nipote Jean Masurel che, insieme
alla moglie, la integrò allineandosi ai gusti dello zio – Fernand Léger, Georges
Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Lanskoy e pittori autodidatti, come
André Bauchant e Bernard Buffet. I coniugi la donarono alla città di Lille e nel
1983 nacque il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq, immerso nel verde e
nella contemporaneità. Riprende il dialogo avviato negli ultimi anni dalla
Fondazione Bano con le istituzioni museali di fama internazionale: è il momento
del LaM – Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut
-, dal quale provengono le 65 opere dei 30 artisti d’avanguardia esposte nella
mostra di Palazzo Zabarella a Padova curata da Jeanne-Bathilde Lacourt e aperta
al pubblico fino al 25 gennaio.
Il fil rouge è inconsueto e per questo affascinante: la mostra Modigliani
Picasso e le voci della modernità segue l’intuito di Roger Dutilleul e la
ricerca del nipote Jean, virtù innata che non si impara né si compra. Niente
sovrastrutture, nessuna teoria, solo sensazioni: è questa una mostra da
attraversare senza lasciarsi abbagliare dai grandi nomi, con lo stesso sguardo
appassionato e istintivo con cui Dutilleul ha attraversato la storia dell’arte
del Novecento. La modernità in cui ha creduto è corale – cubista, surreale,
astratta, naïf – e si lascia comprendere prestando ascolto a tutte le voci in
cui si (s)compone.
Il moderno frana dal Sacro Cuore di Montmartre che Braque ha fatto esplodere nel
1910, assume uno, nessuno, centomila volti quando diventa la Donna con cappello
di Picasso, grigia come la cenere ancora fumante delle macerie della Guerra. Ha
il volto robotico della donna ‘tubista’ di Léger che riceve fiori d’acciaio –
forse dall’uomo che fuma nel dipinto accanto – e la guarda innamorato, per
quanto possa esserlo un cuore di ferro; nella testa del musicista di Mirò
suonano tutte le note del mondo. Modernità significava anche trasformare il
disagio in visione, deviare in percorsi alternativi alla scoperta dell’anima più
selvaggia e mistica del secolo breve: ecco allora la presenza di Jean Dubuffet
in mostra, che nel 1945 abbracciò con il termine Art Brut l’arte esclusa dal
circuito ufficiale, le opere realizzate negli ospedali psichiatrici da persone
emarginate e autodidatte.
E poi c’è lui, il protagonista del “Museo personale” di Dutilleul, Amedeo
Modigliani: lo aveva ritratto sei mesi prima di morire, quando nel soprannome
Modì era marchiato il suo destino (maudit). Dipinse anche lui senza pupille –
ironia della sorte – nonostante il mecenate fosse stato tra i primi a vedere
davvero la meraviglia nell’arte del giovane livornese. Le sei tele della grande
sala da ballo di Palazzo Zabarella avvolgono l’osservatore con i colori pastosi
della nostalgia, in un abbraccio di sguardi velati che parlano lingue lontane,
sospesi tra classicità, primitivismo, arte egizia, rinascimentale e africana.
Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi: e gli occhi senza pupille
dei suoi soggetti sono finestre di mondo interiore che si affaccia ma non si
mostra, identità fragili, maschere incompiute. Nella dolcissima Maternità del
1919, gli occhi della piccola Jeanne in braccio all’ultima compagna di
Modigliani sono inondati di cielo.
Cos’è la modernità? Per Dutilleul la contingenza ha significato presenza: occhi,
cuore, anima del collezionista erano lì, presenti in prima linea, in vera
‘avan-guardia’, davanti alla bellezza dell’opera e al suo messaggio. Prima che
il mondo si accorgesse di loro e li consacrasse al successo, Dutilleul c’era:
aveva incontrato quei giovani artisti, li aveva guardati negli occhi, li aveva
ascoltati. Si circondò delle loro opere per poter “incrociare di nuovo i loro
sguardi” anche quando loro non c’erano più, per poterli interrogare sul
presente, sul passato, sul futuro. E insieme lo hanno annullato quel tempo che
voleva a tutti i costi essere moderno e lo hanno trasformato in eterno presente.
Come la scultura mobile di Calder che apre il percorso: nulla sta fermo, tutto
resta.
L'articolo Da Picasso a Modigliani seguendo lo sguardo di Roger Dutilleul, il
mecenate che ascoltò le voci della modernità proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ripubblichiamo l’intervista uscita a maggio su FqMagazine a Giancarlo Giammetti,
compagno di vita e braccio destro di Valentino Garavani,lo stilista scomparso
oggi a Roma a 93 anni.
Il primo abito rosso creato da Valentino, il celebre Fiesta del 1959. Il
ritratto firmato Andy Warhol che immortala il volto dello stilista. Una
monumentale opera di Anish Kapoor che domina lo spazio con la sua presenza
magnetica. E ancora, capolavori di Mark Rothko, Lucio Fontana, Cy Twombly e
Francis Bacon che dialogano con gli abiti indossati da dive come Liz Taylor e
Jackie Kennedy. E poi c’è lui, Giancarlo Giammetti, ultraottantenne
dall’ineffabile spirito da bon vivant e dallo sguardo di ghiaccio, che ogni
tanto si lascia attraversare da un lampo di nostalgia. Da sessant’anni è il
socio, il compagno, l’amico, l’anima pragmatica e la mente strategica dietro il
genio creativo di Valentino Garavani e ora torna sulle scene con l’apertura
della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (PM23) in Piazza
Mignanelli a Roma. “Credo che ci sia bisogno di ritrovare la bellezza”, dice.
“Con Valentino crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare
e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”. E la bellezza, qui,
trabocca. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso“, curata da Pamela Golbin e
Anna Coliva, non è una “noiosa mostra di abiti”, ma un dialogo serrato tra 50
creazioni iconiche in Rosso Valentino e 35 capolavori d’arte moderna e
contemporanea.
Giammetti, storico collezionista dal fiuto leggendario, racconta i suoi inizi
con l’arte con un sorriso divertito: “Tra i primi acquisti, alla Biennale di
Venezia del ’66 presi un Fontana, tutto bianco. Lo portai a casa tutto contento
mostrandolo ai miei: vi piace? E loro: ‘ma quando lo apri?’. Pensavano che fosse
l’incarto”. E il Picasso in mostra? “Lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola,
che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri”. Lo
spazio, disegnato da Nemesi Architects, è un crocevia tra arte e moda, pensato
non per celebrare un passato glorioso ma per ispirare il futuro. E, a proposito
del passato, Giammetti ricorda la complementarietà della loro relazione: “Io non
facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dando a
Valentino la libertà di dedicarsi solo a creare“.
La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso”, è un percorso immersivo attraverso 50
abiti iconici firmati Valentino e 35 opere d’arte contemporanea. Un dialogo
raffinato tra forme e visioni, cuciture e tagli, stoffe e tele. “Non volevamo
fare una mostra di moda, sono spesso noiose. – sorride Giammetti – Qui volevamo
raccontare un’idea di bellezza, quella che nasce quando l’arte e la moda si
toccano”. Lui, il “numero due” più famoso della moda, mente silenziosa e motore
operativo della leggenda Valentino, racconta senza enfasi ma con precisione
chirurgica. Parla di “coraggio”, “ambizione” e anche di un pizzico di
“incoscienza” che ha permesso a due ragazzi italiani, nei primi anni ’60, di
costruire un impero del gusto partendo da una piccola sartoria in via
Gregoriana. “All’inizio non sapevo nulla di moda. Ricordo il mio primo giorno
nell’atelier di Valentino, in via Condotti: guardavo incantato le sarte creare
drappeggi, costruire rose con il tulle. Era Fiesta, il primo abito rosso. Mi si
è aperto un mondo”.
Il rosso diventa allora la chiave per esplorare l’essenza della maison. Un rosso
concettuale, spirituale, materico: “Fare una mostra su un colore è
difficilissimo”, confessa. “Eppure il rosso di Valentino ha una tale forza
simbolica che si impone da sé. Non è solo un tratto stilistico: è una
dichiarazione d’identità”. Ogni sala della fondazione è costruita come un
dialogo tra un abito e un’opera d’arte. Tra i capolavori esposti ci sono
Fontana, Twombly, Rothko, Warhol, Kapoor, Frankenthaler. E un Picasso del 1932.
“È l’unico quadro figurativo insieme all’ultimo della mostra, un Vezzoli del
2025. In mezzo, solo astrazioni. Il colore diventa linguaggio puro”. Le opere,
scelte in sintonia con la poetica della mostra, non fanno da sfondo:
costruiscono senso. “C’era un’idea precisa: ogni tela doveva parlare con un
vestito, senza confronto, ma con rispetto reciproco“.
Giammetti scivola tra memorie e visioni future con naturalezza. Racconta
dell’acquisto del suo primo Fontana – “mio padre pensava che dovessimo ancora
scartarlo” – e di quando Warhol venne a Roma per girare un film con Liz Taylor,
finendo a interpretare l’autista per mancanza di altri ruoli. Rievoca la Roma
degli anni d’oro, le feste al Club 84, il Piper che non frequentavano
(“preferivamo il Pipistrello”), l’amicizia con Nancy Reagan, la devozione di
Jackie Kennedy, la discrezione elegante di Marella Agnelli.
Ma PM23 guarda avanti. “Ogni otto mesi qui ci sarà un ciclo educativo: artisti,
artigiani, maestri del pensiero incontreranno giovani talenti. Non solo moda, ma
creatività applicata, metodo, cultura del bello”. E la filantropia: “Stiamo
lavorando con il Gemelli su un progetto dedicato agli anziani, e al Bambin Gesù
per una nuova sala d’attesa al pronto soccorso pediatrico. La bellezza deve
anche fare del bene“.
L'articolo L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino,
Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta
vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il mondo dell’arte è un universo variegato di tecniche e di stili, di materiali
e di gusti, che dipende da due ragioni d’essere: la conservazione e la
valorizzazione. La seconda senza la prima non esisterebbe. Tuttavia mentre la
conservazione non è una variabile – perché è la prima regola da rispettare
sempre e comunque a ogni latitudine -, la seconda è una condizione per lo più
dipendente, e da molti fattori anche. Per semplificare: un quadro, una scultura
e un oggetto di porcellana sono tutti oggetti d’arte che devono necessariamente
essere conservati, ma lo loro valorizzazione segue altri principi.
È per questo motivo che, ad esempio, il patrimonio del museo della storica
manifattura di Doccia – fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori nella sua
villa vicino a Sesto Fiorentino – dal giugno 2014 è conservato in deposito
(poiché l’edificio è al centro di un lungo e complesso intervento di restauro
che non si concluderà prima di un anno): da otto anni appartiene allo Stato, ma
per il momento può essere ammirato solo grazie alle mostre ospitate in altri
musei.
La prossima occasione sarà al Mic, il Museo Internazionale delle Ceramiche di
Faenza: il 31 gennaio si aprirà la mostra Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e
tecnica in manifattura, organizzata dalla stessa Fondazione Mic insieme alla
Fondazione Museo Ginori nata nel 2021 per opera di ministero della Cultura,
Regione Toscana e Comune di Sesto Fiorentino per conservare, studiare,
comunicare ed esporre al pubblico la ricchissima collezione di manufatti
ceramici e documenti archivistici del museo e rendere il suo patrimonio un bene
davvero comune, accessibile e inclusivo.
Curata da Oliva Rucellai e Rita Balleri, la mostra offrirà l’occasione di
rileggere due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una
narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo. “Si
intitolerà Alchimia Ginori perché il taglio che abbiamo voluto dare
all’esposizione – spiega Rucellai – è storico e cronologico, ma con
un’attenzione particolare all’evoluzione delle tecniche. Partendo quindi dalla
chimica, che è la scienza principale che regola la ceramica, abbiamo voluto
richiamarci alle origini”.
In mostra si potrà ammirare un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti
dalle collezioni del Museo Ginori e del Mic, con l’intento di mettere in risalto
la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca
estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della
committenza. Insomma al visitatore sarà offerta la possibilità di venire
suggestionato dalle tecniche di realizzazione dei manufatti, ma anche da tante
opere d’arte presenti.
Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori,
appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente
alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana: “Infatti la cosa più
inusuale ed eccezionale di questa mostra che difficilmente si ripeterà –
prosegue la co-curatrice – è che in due casi potremo confrontare esempi di
grandi sculture del primo periodo, Per esempio a Faenza è presente un gruppo di
Amore e Psiche del primo periodo, traduzione in porcellana di un famoso marmo
antico, così come vi è un esemplare anche nel Museo di Doccia. Ebbene li
mettiamo a confronto per capire le differenze del procedimento di lavorazione.
Quella che abbiamo noi è piena di difetti, stuccature, mentre la versione
faentina è già più evoluta, perché frutto di un procedimento più lineare. La
stessa cosa la potremo vedere con un busto di Carlo Ginori, il fondatore della
manifattura”.
Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana
e al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza
cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a
quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della Manifattura che riscopre la
ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori
artistici della manifattura.
L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria
e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà
gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche,
solitamente non esposte in ambito museale.
“Un’altra cosa interessante e mai vista in una mostra – conclude Oliva Rucellai
– è rappresentata dalla sezione dedicata alla produzione della maiolica d’uso
corrente e ordinario che la Ginori faceva per far quadrare i bilanci, in quanto
la porcellana era troppo costosa e aveva un mercato più ristretto. Si tratta di
una produzione minore, più umile, poco nota, riscoperta da poco, che alla fine
era la produzione principale a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio del
secolo successivo”.
L'articolo È una questione di chimica: la storia delle porcellane Ginori in
mostra a Faenza tra creatività, ricerca estetica, progresso scientifico proviene
da Il Fatto Quotidiano.
È morta all’età di 94 anni Cecilia Giménez. La donna era diventata famosa in
tutto il mondo per la restaurazione del quadro “Ecce Homo”. Il fatto risale al
2012, quando la signora Giménez decise di restaurare il mezzobusto di Cristo,
alto circa 60 centimetri per 40 di larghezza. In origine il quadro era stato
dipinto da Elias Garcia Martinez, un artista spagnolo semisconosciuto. Il
restauro della signora Cecilia ha donato all’opera la fama internazionale.
Il motivo non è di certo lusinghiero. La donna decise di sistemare il quadro
deteriorato dall’umidità, stravolgendo l’immagine di Gesù. Giménez, all’epoca
81enne, era una pittrice amatoriale che aveva già restaurato il dipinto,
ritoccando solo l’abito di Cristo. Una volta completato il restauro l’opera non
era più la stessa. Il 7 agosto 2012, il blog culturale del locale Centro de
Estudios Borjanos pubblicò un post descrivendo il risultato come “un fatto
inqualificabile”. Dopo alcune settimane, sull’edizione cartacea del quotidiano
Heraldo de Aragon fu svelata l’identità della restauratrice.
In pochissimo tempo l’immagine fece il giro del web e Giménez fu criticata. Il
corrispondente della Bbc Christian Fraser paragonò il restauro a “uno schizzo a
pastello di una scimmia molto pelosa con una tunica inadatta“. Il caso travolse
l’anziana, che da quel momento ebbe a che fare con attacchi d’ansia e di
depressione. La signora Giménez disse alla stampa di aver agito dopo aver
chiesto il permesso al parroco del Santuario, il quale però smentì le parole
della donna.
IL QUADRO DIVENTA UN MEME, LA SIGNORA UNA UN IDOLO
Le immagini della signora in posa accanto all’opera fecero il giro del mondo. Il
restauro divenne un meme e nacque anche un gruppo su Facebook dal nome “Señoras
que restauran Cristos de Borja” (Le signore che restaurano il Cristo di Borja).
Su X – all’epoca Twitter – spopolò l’hashtag #eccemono, storpiando il nome
originale “Homo” in “Mono”, che in spagnolo significa scimmia. Tra una battuta e
l’altra il Santuario che custodiva il quadro fu preso d’assalto da visitatori
provenienti da ogni parte del mondo. Ryanair approfittò del caso virale per fare
una campagna pubblicitaria in cui proponeva biglietti aerei a pochi euro per
Saragozza (l’aeroporto più vicino a Borja) per andare a visitare l’opera.
Secondo quanto riportato dai media locali, nel 2021 circa 11 mila persone hanno
visitato il Santuario, al cui interno è stato allestito un negozio di souvenir
che vende maglie, tazze e magneti a tema Ecce Homo. Il sindaco di Borja disse:
“Con tutto il rispetto per il dipinto originale di Elias García, l’opera più
importante è ora quella fatta da Cecilia Giménez“. Ogni anno la cittadina
spagnola guadagna circa 40 mila euro grazie ai biglietti acquistati dai
visitatori (al prezzo di 3 euro a ticket). Grazie alla sua fama, la signora
Cecilia era riuscita anche a vendere alcuni quadri su eBay. La donna ha
trascorso gli ultimi anni della sua vita a Saragozza per badare al figlio
malato.
L'articolo Fu travolta dalle critiche per il restauro dell’opera ‘Ecce Homo’ ed
ebbe attacchi d’ansia e depressione: morta a 94 anni Cecilia Giménez proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Con una morte improvvisa ci ha lasciati Lorenzo Reina. Aveva 65 anni. E’ stato
trovato senza vita sabato mattina dal figlio Libero nella casa di campagna
vicina al suo teatro.
Lorenzo, lo conoscevo bene. Con lui ho organizzato alcuni eventi nel suo teatro
e istituito un premio ‘Ai talenti umbratili’. Un uomo straordinario, con una
storia straordinaria che è stata raccontata tante volte e sempre con stupore. Da
pastore a scultore e ritorno.
Ha disseminato nelle piazze dei comuni siciliani molte sue sculture e
soprattutto ha popolato la sua campagna di statue gigantesche e in ultimo, ci
stava ancora lavorando per gli ultimi particolari, il monumento alla ‘Grande
madre’ in cui uno stretto corridoio introduce il visitatore in un ambiente
dominato da una roccia attorno alla quale avviene la meditazione, scandita dal
gocciolio di un’acqua lustrale. Ma l’opera per la quale è conosciuto, e che
simboleggia sopra ogni cosa il suo genio artistico, è il teatro Andromeda
costruito, pietra su pietra con le sue uniche forze nell’arco di un ventennio,
in una spianata dove le sue pecore inspiegabilmente decidevano di fermarsi
durante i periodici pascoli.
Questo teatro d’estate ospita eventi particolari di musica e di danza. Ma
soprattutto è diventato meta di pellegrinaggio di decine di migliaia di giovani
che arrivano per stare in silenzio alcuni minuti sulle sedute costituite da cubi
di pietra, distribuite secondo il disegno delle stelle della costellazione
Andromeda, per cercare pace, ispirazione e senso.
Incredulità e dolore hanno fatto seguito alla notizia della sua scomparsa.
Godeva di ottima salute e sprizzava energia da ogni poro. Tutti a ricordare la
sua parabola umana da ragazzo pastore a scultore affermato e poi ancora pastore
per giuramento al padre sul letto di morte. Lorenzo ci ha insegnato che si può
stare nella contemporaneità senza nascondere o tanto meno cristallizzare il
proprio passato, le proprie radici. E che anzi solo dal loro sviluppo e dal loro
inveramento è possibile un futuro non subalterno alle logiche del dominio sugli
uomini e di distruzione della natura.
Vittorio Sgarbi che lo conosceva bene e che era venuto diverse volte a Santo
Stefano Quisquina a visitare il suo teatro ha scritto: “Lorenzo Reina era una
intelligenza vivida e fervida. Ci eravamo incontrati l’ultima volta nell’agosto
del 2023, proprio tra le pietre del Teatro Andromeda, e mi aveva raccontato, con
quell’entusiasmo coinvolgente che lo caratterizzava, nuovi progetti, nuove
sfide. Reina ha compreso, prima di molti altri, il valore del Paesaggio. E ha
saputo unire la poesia con la terra. La sua terra, la Sicilia”.
L'articolo Da pastore a scultore, quella di Lorenzo Reina è stata una vita
straordinaria. Io lo conoscevo bene proviene da Il Fatto Quotidiano.
C’è chi per tutta la vita anela di acquistare un biglietto di sola andata alle
Hawaii e c’è chi, invece, sogna di trascorrere la propria esistenza in un
palazzo signorile del Quattrocento o del Cinquecento circondandosi di opere
d’arte rinascimentali: in pratica di vivere “immerso” nella bellezza del
Rinascimento. Quest’ultima scelta vide protagonisti Fausto e Giuseppe Bagatti
Valsecchi, due fratelli di Varedo – oggi in provincia di Monza Brianza – che a
metà del XIX secolo decisero di ampliare il palazzo di famiglia in via Gesù, nel
centro di Milano, e di trasformarlo in un vero e proprio museo. Nel 1975
l’edificio fu acquisito dalla Regione Lombardia e nove anni più tardi fu aperto
al pubblico, diventando una casa-museo fra le più importanti e meglio conservate
d’Europa, retta da una Fondazione Onlus presieduta da Camilla Bagatti Valsecchi
e diretta da Antonio D’Amico.
Fedele alla regola che oggi più che mai l’arte non solo si vede, ma la si
ascolta anche, la Fondazione che gestisce il Museo Bagatti Valsecchi per il 2026
ha messo a punto un programma di appuntamenti sia espositivi, sia di incontri. E
in una Milano ormai votata ad assumere sempre più il ruolo di capitale italiana
dell’arte contemporanea, la presenza di una casa-museo così spiccatamente
neoclassica nel cuore della città, non può che incuriosire e affascinare a tal
punto che perfino i più restii potrebbero finire sedotti da tanta bellezza e
armonia. E se poi s’innesca l’effetto “passaparola” il gioco è fatto: Milano è
grande, grandissima, ma per certe cose è come un paesone e quando accade
qualcosa di nuovo o semplicemente una meta diventa estremamente desiderata, la
notizia si propaga velocemente sia tra il pubblico, sia tra i sostenitori della
cultura, nel senso più ampio della parola.
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01_ DEPERO, CAVALLI SULLA CORDA
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02_DEPERO, IL MAGGIORDOMO
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02_VIBIBAR_GAETANO CAPPA_MUSEO BAGATTI VALSECCHI
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03_ BERTOZZI E CASONI_AUTUNNO_2018_COLLEZIONE PRIVATA
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03_DEPERO, TESTE E TUBI-FORME SIMULTANEE
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04_ALIGHIERO BOETTI_SI DICE CHI FINGE D'IGNORARE UNA SITUAZIONE CHE INVECE
DOVREBBE AFFRONTARE_1988_COLLEZIONE CANCLINI
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04_DEPERO, L'URLO
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05_DEPERO, ABITI DA UOMO
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05_STASERA AL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI
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06_DEPERO, SIMULTANEITÀ METROPOLITANE
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06_PAROLE E MUSICA NEI CORTILI DEL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI
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07_DEPERO, COSTUMI ITALICI (ENIT NEL MONDO)
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08_DEPERO, SCACCHIERA
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09_DEPERO, FLORA
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10_DEPERO, BOZZETTO PER PADIGLIONE PUBBLICITARIO ENIT
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11_DEPERO, ALLEGORIA DELLA BIRRA E DEL VINO - 10614 - 12030
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12_DEPERO, O LA BORSA O LA VITA 7098
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13_DEPERO, PANNELLO CON COSTUMI POPOLARI - 034592 - 1906
Come spiega il direttore D’Amico “il 2026 è un anno molto importante perché il
museo, quello immaginato da due fratelli che volevano vivere in un’opera d’arte
totale, invita tutti a visitarlo per ammirare ciò che l’arte ci propone per
stare meglio, ovvero che cosa la bellezza ci consente di vivere per poter
guardare oltre il visibile, oltre i nostri problemi, oltre la storia
contemporanea che troppo spesso ci rende affaticati. Quindi io invito tutti a
vederci al Bagatti Valsecchi per poter vedere oltre la realtà e stare insieme”.
Tra il 2026 e la primavera del 2027 sono in programma tre mostre: dal 13
febbraio al 2 agosto 2026 il museo milanese ospita Depero Space to Space. La
Creazione della Memoria a cura di Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico.
Realizzata in collaborazione con il Mart di Trento e Rovereto e inserita
nell’ambito dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026, la mostra racconta il
singolare parallelismo che lega, seppur in tempi differenti, i baroni Fausto e
Giuseppe Bagatti Valsecchi al pittore e scultore Fortunato Depero, tutti
desiderosi di realizzare un sogno: abitare dentro spazi sospesi tra antico e
contemporaneo. “Per la prima volta si potrà vedere una mostra di Depero che
entra con armonia all’interno della casa – spiega D’Amico – instaurando un
dialogo senza tempo dove il concetto secondo cui i Bagatti Valsecchi, uomini
dell’Ottocento, vogliono vivere dentro un’opera d’arte totale, in un contesto
rinascimentale cercando di rivalutare il tempo della perfezione, armonia e
bellezza, attraverso opere del XV e XVI secolo e opere che loro si fanno
realizzare ispirandosi all’antico nel cuore dell’Ottocento, questo è un po’ il
concept che anima Depero tornando dal suo viaggio americano. In pratica
riabilita il tempo: acquista la casa a Rovereto che diventa poi la sua
casa-museo, e interviene con il suo lavoro, la sua visione futurista in un
contesto cinquecentesco, senza annientare il tempo, ma riquadrandoli e facendoli
entrare in gioco con il contemporaneo. Questo è il senso della prima mostra del
2026 nel museo del centro di Milano, dove le opere di Depero entrano in stretta
armonia con il mondo ottocentesco dei fratelli Bagatti Valsecchi che guardano al
Rinascimento e quello futurista di Depero che dialoga con il Cinquecento”.
Dal 18 settembre al 25 ottobre 2026 gli spazi del Museo Bagatti Valsecchi
accoglieranno invece le opere di Bertozzi & Casoni nella mostra Eterne e fragili
presenze, a cura di Alberto Mattia Martini, ovvero il dialogo tra la passione
collezionistica dei fratelli Fausto e Giuseppe nella loro dimora
neorinascimentale e la ceramica contemporanea del sodalizio artistico formato da
Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, scultori della ceramica famosi in
tutto il mondo che coniugavano tecnologie e materiali industriali con l’arte
pittorica. Infine dal 27 novembre 2026 al 16 maggio 2027 sarà la volta di Trama
e ordito: tra Pistoletto, Buren e Boetti. Capolavori d’arte contemporanea dalla
collezione Canclini a cura di Antonio D’Amico, in cui il tessile diventa
linguaggio d’arte che racconta, unisce e trasforma attraverso capolavori di
Daniel Buren, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Andy
Warhol e tanti altri.
Torneranno poi Lasciami mezz’ora per vedere – quinta edizione della rassegna di
Stasera al Museo, nove appuntamenti tra teatro, danza e musica vanno in scena
nel Salone d’Onore e nei cortili storici di Palazzo Bagatti Valsecchi da
febbraio a dicembre – e la terza edizione delle Conversazioni d’arte a Casa
Bagatti Valsecchi, ispirata alla mostra su Depero e che prende avvio
dall’universo futurista per ampliare lo sguardo sulle dinamiche artistiche e sui
fermenti culturali della metà del Novecento.
Torna insomma la funzione riflessiva ed educativa del museo: “Per me fare museo
è vivere le emozioni e le sensazioni – aggiunge D’Amico -, riflettere sul nostro
tempo e sulla storia, su ciò che è stato, ma anche sul futuro per costruire uno
spazio migliore. Oggi il museo è una casa che ancora vuole accogliere quest’idea
di opere d’arte totali per cui attraverso le nostre attività, che rappresentano
il desiderio di tornare in un luogo di comfort, dove si è accolti nella
bellezza, con gentilezza, nello spirito dell’amicizia e della fraterna concordia
come i fratelli che questo museo l’avevano pensato. In definitiva, per me il
museo è un luogo di pace e di bellezza, una casa aperta a tutti e non un museo
statico, bensì un luogo da vivere, dinamico, ricco di sorprese dove poter vivere
e respirare l’arte in immersione totale”.
***
Info
Museo Bagatti Valsecchi | Casa Museo nel cuore di Milano
Dove | Via Gesù 5, Milano (zona Montenapoleone)
Orari | Merc ore 13-20, giov e ven ore 13-17.45, sab e dom ore 10-17.45
Biglietti | Ingresso 12 euro; ridotto 9 euro
Web | museobagattivalsecchi.org/it
Social | Fb @MuseoBagattiValsecchi – Ig @museobagattivalsecchi
L'articolo Villa Bagatti Valsecchi: casa-museo, gioiellino neoclassico, opera
d’arte totale. “Mostre e dibattiti, uno spazio sospeso tra antico e moderno”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
All’interno dell’opera d’arte dedicata alla musa ispiratrice di Michelangelo
Buonarroti, Vittoria Colonna, e conservata al British Museum di Londra la
ricercatrice indipendente Valentina Salerno ha individuato una serie di immagini
nascoste (link pezzo testuale principale versione lunga per il sito ed extra che
caricheranno stasera). Scoperte che potrebbero aprire un nuovo capitolo nella
storia dell’arte e nella comprensione del rapporto tra il genio del Rinascimento
e la nobile poetessa. Un impressionante studio, quello di Salerno, partito
dall’analisi della morte del poliedrico artista, che ha intrecciato le vicende,
le opere e i documenti riguardanti oltre ottocento personaggi storici a lui
collegati; parte dei risultati di questa indagine confluiranno nel saggio
scientifico Michelangelo, gli ultimi giorni.
La ricerca è sostenuta dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del SS.
Salvatore e dal docente universitario, saggista e critico letterario Michele
Rak, e condivisa in parte con la direzione dell’Archivio della Fabbrica di San
Pietro, ha valso a Salerno la nomina a membro del “Comitato scientifico per le
celebrazioni anniversarie di Michelangelo Buonarroti”, istituito nell’aprile
scorso dalla Fabbrica di San Pietro in collaborazione con i Musei Vaticani. Del
comitato fanno parte alcuni tra i maggiori esperti internazionali del “Divin
Artista” e di cui il Fatto Quotidiano è il primo a rivelare l’esistenza.
L'articolo Esclusiva | Michelangelo, le immagini nascoste nel ritratto di
Vittoria Colonna: la scoperta della ricercatrice Valentina Salerno proviene da
Il Fatto Quotidiano.
Milano ha un modo unico di accogliere certi appuntamenti: non li espone
soltanto, li interpreta. All’ADI Design Museum il BMW Art Car World Tour arriva
come una chiusura ideale dell’anno e come un inizio, perché celebra i
cinquant’anni di una collezione che continua a parlare al presente. Otto
vetture, otto “sculture in movimento”, come le definisce Luciano Galimberti,
presidente del museo, che ha aperto l’esposizione ricordando la missione
dell’istituzione: non un mausoleo del design, ma un luogo dove il progetto
diventa chiave di lettura del contemporaneo.
Il percorso, infatti, non è costruito per stupire: cerca piuttosto di mettere in
relazione le auto con ciò che esse rappresentano. Calder, Stella, Lichtenstein,
Mahlangu, Koons, Chia, Holzer, Mehretu: in mezzo secolo questi nomi hanno
trasformato la carrozzeria in una tela capace di muoversi, correre, competere. E
il design, inteso come disciplina che traduce visione in forma, diventa così
ponte naturale con l’industria, il motorsport, la cultura materiale.
Massimiliano Di Silvestre, presidente e AD di BMW Italia, lo ha spiegato con una
chiarezza che va oltre la retorica dell’anniversario: “Le Art Car sono un
unicum: arte, design, tecnologia e motorsport che da cinquant’anni si incontrano
e si fondono. Esporre otto vetture qui a Milano è un privilegio, ma anche una
responsabilità: questa è la tappa più ricca del tour mondiale”. E non è un caso
che la Serie 3, nata anch’essa nel 1975, celebri il suo cinquantesimo compleanno
nello stesso anno. Un allineamento simbolico che racconta un brand sempre più
interessato a costruire dialoghi culturali oltre la dimensione automobilistica.
Il racconto di Thomas Girst, curatore della collezione e responsabile
dell’engagement culturale del BMW Group, aggiunge un tassello decisivo:
“L’Italia sta celebrando il 50° anniversario delle Art Car con un entusiasmo
straordinario. Qui si ritrovano appassionati di design, arte, motorsport e
tecnologia: è un momento in cui tutto si tiene, tutto si parla”. E, in effetti,
guardando la V12 LMR di Jenny Holzer o la M3 GT2 di Koons, si capisce quanto la
componente agonistica sia parte della narrazione estetica, e non un dettaglio
accessorio.
La mostra sbarca a Milano, dove resterà fino all’8 gennaio 2026, dopo un anno di
tappe internazionali – da Art Basel Hong Kong al Le Mans Classic – e anticipa il
2026, quando tutta la collezione correrà idealmente verso Parigi e Rétromobile
per celebrare il mezzo secolo del salone.
Intanto, all’ADI Design Museum si costruisce un percorso che parte dalla 3.0 CSL
di Calder, la madre di tutte, e arriva alla più recente creazione di Julie
Mehretu, interpretazione su scala della M Hybrid V8, l’auto che ha riportato BMW
a Le Mans nella nuova era.
Galimberti, parlando ai presentidurante l’innaugurazione, ha immaginato un
sogno: “Vederle circolare per strada sarebbe magnifico, un traffico colorato e
felice. Non si può, ma il museo è il luogo dove questo sogno può prendere
forma”. Ed è davvero così: la sala diventa un’arena dove cinquanta anni di
sperimentazione artistica corrono in parallelo ai cambiamenti della mobilità,
della società, del gusto.
L'articolo Milano accoglie il BMW Art Car World Tour e trasforma otto auto in
arte viva proviene da Il Fatto Quotidiano.