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Un letto sfatto può valere 3 milioni di euro? Il caso dell’opera che ha fatto discutere il mondo dell’arte
Un letto disfatto, con oggetti personali e bottiglie sparsi intorno, segni evidenti di una vita senza filtri. Può davvero essere arte? Per qualcuno sì, e anche molto preziosa. L’installazione My Bed dell’artista britannica Tracey Emin è stata venduta nel 2014 per oltre due milioni e mezzo di sterline (circa 3 milioni di euro) e racconta un momento di crisi personale diventato una delle opere più discusse dell’arte contemporanea. Realizzata nel 1998, l’installazione rappresenta il letto dell’artista dopo un periodo di forte depressione legato alla fine di una relazione sentimentale. Resti di una quotidianità disordinata che raccontano in modo tanto crudo quanto vero quel momento difficile della vita di Tracey Emin. L’opera, intitolata letteralmente My Bed, è composta proprio da quel letto e dagli oggetti che, all’epoca, facevano parte della sua vita quotidiana e segnavano simbolicamente la rottura sentimentale vissuta dall’artista. Quando venne presentata nel 1999 e candidata al Turner Prize, l’installazione divise pubblico e critica: per alcuni era una provocazione priva di senso, per altri un potente racconto autobiografico. Oggi è considerata una delle immagini più emblematiche dell’arte britannica degli anni Novanta ed è esposta nella grande retrospettiva che la Tate Modern di Londra dedica all’artista. UN’AUTOBIOGRAFIA TRASFORMATA IN ARTE Nella mostra non c’è solo il celebre letto. Il percorso raccoglie video, installazioni, sculture e opere al neon che raccontano in modo diretto e spesso brutale la vita di Tracey Emin. Figlia di emigranti e cresciuta in un contesto modesto, l’artista ha spesso trasformato nelle sue opere esperienze personali difficili: abusi subiti da giovane, momenti di depressione, un aborto e, più recentemente, la malattia. Ne nasce una sorta di diario visivo in cui l’intimità diventa materia artistica, un approccio che l’ha resa una figura centrale dell’arte contemporanea britannica. Proprio per questo il caso di My Bed continua a far discutere: quanto pesa la storia personale dell’artista nel valore di un’opera? Per alcuni il letto sfatto resta una provocazione ormai meno scandalosa di quanto fosse negli anni Novanta; per altri dimostra invece come l’arte contemporanea possa trasformare anche la fragilità più privata in un racconto universale. L'articolo Un letto sfatto può valere 3 milioni di euro? Il caso dell’opera che ha fatto discutere il mondo dell’arte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le bugie sull’Iran, un artista fuori di testa e il sesso tra anziani: qualche riassunto di approfondimento
E ora, per la rubrica Stop the Scroll!, riassunti commentati per chi non ha tempo da perdere, ma vuole approfondire lo stesso Le bugie della guerra in Iran (Mitchell Plitnick, Mondoweiss) La guerra Usa-Israele contro l’Iran è costruita su menzogne. Sono più di 20 anni che l’Iran non cerca di costruire armi nucleari, come confermato dai servizi segreti americani. E rispetta l’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa): ispezioni e limiti allo stoccaggio di uranio. Trump e Netanyahu hanno ignorato queste realtà, creando il falso pretesto di una minaccia “imminente” e attribuendo ai missili sotterranei iraniani intenti offensivi, quando erano difensivi dopo attacchi precedenti. L’idea di Reza Pahlavi come futuro leader è ingannevole: privo di sostegno interno e legato a tentativi storici di regime change sostenuti da Usa e Israele. Gli Stati Uniti non hanno un piano chiaro per l’Iran post-governo attuale. Questa guerra è dunque una scelta politica guidata da interessi israeliani e americani, non dalla sicurezza o dai diritti umani. E’ la replica degli errori dell’attacco illegale, criminale e coloniale all’Iraq del 2003, e la maggioranza degli americani non la approva. Commento: Secondo la Cia l’Iran non sta costruendo bombe atomiche, ma Trump non è il tipo di presidente che si lascia distrarre da queste informazioni irrilevanti. L’artista più famoso di internet è completamente fuori di testa (Adam White, The Independent) Chris (Simpsons Artist) è noto per il suo surrealismo grottesco, allo stesso tempo tenero, ironico e disturbante. La sua pagina Facebook e il suo account Instagram hanno milioni di follower. Recentemente ha realizzato una serie di tre cortometraggi animati, I’m Glad I Know That Now Thank You: fra le scene assurde, una donna che non nota la testa del figlio in fiamme, un uomo che depone un uovo luminoso durante un picnic, e un altro che gira la lingua attorno a un iPhone. Chris (Simpsons Artist) evoca l’horror corporeo alla Cronenberg restando cool. Il suo universo inquietante e ipnotico è popolato da personaggi con fattezze insolite (corpi lunghi, tozzi, molli), ironici short motivazionali (“Come ottenere il corpo perfetto per la spiaggia: mangia un sacco di sabbia”, “Chi se ne frega se tuo figlio è un’ape”) e il cast di Friends trasformato in mostri deformi. Commento: Finalmente un episodio di Friends che non fa cagare. Come gli anziani stanno migliorando la loro vita sessuale (Catherine Pearson, The New York Times) L’allungamento dell’aspettativa di vita sta portando molti esperti a parlare non solo di buona salute, ma anche di vita sessuale soddisfacente. La sessualità è un fenomeno mente-corpo che dipende dalla relazione di coppia, dall’umore, dallo stato di salute generale. L’intimità non scompare con l’età: calo del desiderio, problemi di erezione o secchezza vaginale possono essere affrontati con terapie, esercizio fisico, sonno adeguato e gestione dello stress; ma dolori articolari, interventi chirurgici o limiti fisici possono rendere meno praticabile il rapporto penetrativo. Per questo i terapeuti incoraggiano le coppie a ridefinire l’attività sessuale, includendo masturbazione, sex toys, sesso orale, massaggi, contatto sensuale. Il piacere non va valutato dalla frequenza o dall’orgasmo, ma dalla qualità dell’esperienza. Molti anziani raccontano che, liberati dalle aspettative sociali, vivono una sessualità più creativa e soddisfacente rispetto alla giovinezza. La chiave è adattarsi ai cambiamenti del corpo, parlare con il partner e mantenere curiosità e senso dell’umorismo. Non esiste un limite d’età per scoprire nuove forme di piacere; la longevità, anzi, offre l’opportunità di riscoprire la sessualità in modi più consapevoli, flessibili e gratificanti. Commento: Il sesso degli anziani è più creativo perché devono evitare il dislocamento delle vertebre; ma non esiste un limite d’età per il sesso, se il cardiologo è d’accordo e il defibrillatore nelle vicinanze. L'articolo Le bugie sull’Iran, un artista fuori di testa e il sesso tra anziani: qualche riassunto di approfondimento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Dopo Ecce Homo, il Caravaggio ‘segreto’. E non ci fermiamo”: l’Italia compra per 30 milioni un capolavoro rimasto nascosto per generazioni
Per decenni è rimasto quasi invisibile, noto solo attraverso fotografie e citazioni nei saggi: un vero mistero tra le opere di cui tutti parlano, ma che pochi hanno potuto ammirare dal vivo. Dopo anni nell’ombra, il “Ritratto di monsignor Maffeo Barberini” di Caravaggio entra finalmente nel patrimonio pubblico. Lo Stato italiano lo ha acquistato per 30 milioni di euro: si tratta di uno dei soli tre ritratti attribuiti con certezza a Michelangelo Merisi, vissuto tra Cinquecento e Seicento. Un’opera straordinaria, che si aggiunge a un corpus già molto limitato: in tutto il mondo sono conservati appena 65 dipinti di Caravaggio. Il quadro apparteneva fino a poco tempo fa a una collezione privata, lontano dagli occhi del grande pubblico. Con l’acquisto, entrerà nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma e sarà assegnato a Palazzo Barberini, dove già sono esposte altre opere del celebre pittore lombardo. Un vero “ritorno a casa” per un’opera che ora tutti potranno ammirare. DOPO L’ “ECCE HOMO”, LO STATO METTE LE MANI SUL CARAVAGGIO “SEGRETO” La firma dell’atto è avvenuta il 10 marzo 2026 al Ministero della Cultura, con il ministro Alessandro Giuli che ha scherzato: “Dopo Ecce Homo, il Caravaggio. E non ci fermiamo”. Con lui, il direttore generale Musei Massimo Osanna, il direttore delle Gallerie Thomas Clement Salomon e il notaio Luca Amato. L’opera, attribuita con certezza da Roberto Longhi, diventa finalmente accessibile a studiosi e appassionati: “Rappresenta uno degli investimenti più rilevanti mai sostenuti dallo Stato italiano per l’acquisto di un’opera d’arte” ha sottolineato Giuli. “Dopo oltre un anno di trattative annunciamo oggi l’acquisto di uno straordinario capolavoro di Caravaggio. Si tratta di un’opera di eccezionale importanza che viene oggi offerta alla piena fruizione del pubblico e della comunità scientifica internazionale, a pochi mesi dalla sua prima esposizione in un museo, avvenuta a Palazzo Barberini». Il ministro ha poi spiegato come questa acquisizione faccia parte di un progetto più ampio del Ministero della Cultura: “Continueremo nei prossimi mesi a rafforzare il patrimonio culturale nazionale, rendendo accessibili a studiosi e appassionati alcuni capolavori della storia dell’arte che altrimenti sarebbero destinati al mercato privato. Desidero ringraziare tutte le istituzioni, i funzionari e i tecnici che hanno lavorato con grande competenza e dedizione affinché un risultato di questa rilevanza potesse essere raggiunto”. Solo un mese fa, infatti, il governo italiano aveva comprato per 14,9 milioni di euro un’altra gemma, datata intorno al 1460, una versione dell’“Ecce Homo” di Antonello da Messina. Anche quella opera, rara e preziosa, era stata acquistata da Sotheby’s, la celebre casa d’aste internazionale, durante un’asta a New York. L'articolo “Dopo Ecce Homo, il Caravaggio ‘segreto’. E non ci fermiamo”: l’Italia compra per 30 milioni un capolavoro rimasto nascosto per generazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Attribuito a Michelangelo il busto del Cristo Salvatore nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura
Uno studio durato 10 anni, tra testamenti, carteggi, diari, libri storici e di viaggio, inventari notarili e atti confraternali che hanno portato alla “riattribuzione” a Michelangelo del busto del Cristo Salvatore, conservato da secoli nella basilica di Sant’Agnese in via Nomentana a Roma. A condurlo è stata la ricercatrice Valentina Salerno che, durante una conferenza stampa all’interno del complesso monumentale dell’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi, ha presentato il suo studio dal titolo “Michelangelo gli ultimi giorni“. “Questa ricerca l’ho iniziata sostanzialmente dimenticando Vasari – racconta Salerno – perché gli ultimi anni della sua vita Michelangelo li ha trascorsi a Roma, mentre Vasari non si trovava in città. Lo scultore era stato descritto come un burbero che nell’ultima fase della vita aveva distrutto tutto, ma in realtà si è scoperto che non era così”. Per secoli infatti si è creduto che l’artista avesse distrutto centinaia di bozzetti, disegni e sculture custoditi nella sua casa, le fonti ritrovate invece suggeriscono il contrario: le opere non sarebbero state eliminate, ma messe in salvo. Secondo la ricostruzione, disegni, studi e marmi passarono di mano in mano all’interno di una cerchia ristretta di allievi e amici fidati. “Noi speriamo che si attivi, attraverso anche questa scoperta, la ricerca sulla parte perduta delle ultime opere di Michelangelo – spiega Michele Rak, docente all’Università di Siena – noi pensiamo infatti che ce ne siano altre, che arricchirebbero una parte del patrimonio della Chiesa e di Roma”. L'articolo Attribuito a Michelangelo il busto del Cristo Salvatore nella basilica di Sant’Agnese fuori le mura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Firenze, restaurata l’Urna del Bottarone a 60 anni dall’alluvione: la nuova vita degli sposi etruschi al Maf
Sessant’anni fa il fango dell’alluvione dell’Arno invase Firenze e il Museo Archeologico Nazionale non fu risparmiato dalla furia dell’acqua con gravi danni alle sale della sezione del Museo Topografico dell’Etruria. L’acqua e la melma superarono i due metri di altezza travolgendo il laboratorio di restauro, l’archivio fotografico e i resti della civiltà etrusca. Adesso, nell’ambito di tourismA 2026, organizzato dalla rivista Archeologia Viva (Giunti Editore), il Museo Archeologico presenta in anteprima assoluta al Palazzo dei Congressi di Firenze la mostra I colori dell’alabastro. Il restauro dell’Urna del Bottarone a sessant’anni dall’alluvione di Firenze, visitabile da venerdì 27 a domenica 1° marzo dalle 9 alle 18 a ingresso gratuito. La mostra celebra il completamento di un importante intervento conservativo che ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell’urna di alabastro, riportando all’antico splendore l’abbraccio senza tempo della coppia di sposi etruschi scolpita oltre 2400 anni fa. Il restauro, effettuato da Daniela Manna su progetto scientifico e sotto la supervisione di Barbara Arbeid, Giulia Basilissi e Mario Iozzo, è stato possibile grazie al sostegno dell’Ufficio Federale Svizzero della Cultura. L’esposizione negli spazi di tourismA è a cura di Daniele Federico Maras insieme ad Arbeid e Basilissi, realizzata con il sostegno dell’Ambasciata di Svizzera in Italia, e allestita dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab che hanno progettato uno spazio capace di valorizzare l’opera e il racconto del suo recupero. “L’urna del Bottarone è stato un esperimento ben riuscito di restauro con una collaborazione a più livelli, collaborazione di professionisti e di risorse pubbliche e con l’utilizzo di fondi internazionali. Un’eccellenza che restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi affidato: dalla catastrofe dell’alluvione a una nuova vita per l’urna etrusca e per il Museo”, afferma Daniele Federico Maras, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l’urna è stata scoperta nel 1864 in circostanze sconosciute a Bottarone (o Butarone), località nei dintorni di Città della Pieve, in provincia di Perugia. Negli anni ha transitato nella collezione di Giorgio Taccini – come ricorda il viaggiatore inglese George Dennis – e più tardi acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze dove è stata conservata con il numero d’inventario 73577. Il coperchio scolpito rappresenta una coppia di marito e moglie, un fatto unico nel panorama della scultura funeraria chiusina dell’epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile con le ali: “Qui la donna è la moglie, è il gesto dello svelamento che ce lo conferma” sostiene Barbara Arbeid, funzionaria archeologa-curatrice della Sezione Etrusca evidenziando l’eccezionalità iconografica dell’opera e la forza espressiva di quell’abbraccio. Dopo l’alluvione, l’Urna del Bottarone era stata oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, in una fase decisiva per la storia della tutela a Firenze. In quegli stessi anni, nei locali del museo prende forma il Centro di Restauro Archeologico della Toscana: una struttura dotata di attrezzature all’avanguardia, nata per rispondere in modo sistematico e scientificamente avanzato ai gravissimi danni subiti dal patrimonio archeologico. Dopo questo primo intervento, limitato a ripulire la statua dal fango, le superfici dell’urna risultavano progressivamente ingrigite e la testa maschile presentava problemi di stabilità strutturale che hanno reso necessario un nuovo restauro. Il momento arriva nel 2022, quando il reperto viene selezionato tra i vincitori del Bando per gli aiuti finanziari destinati al restauro dei beni culturali mobili, nell’ambito dell’accordo internazionale tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo consente di avviare una nuova campagna di studio, diagnostica e restauro sull’urna, ma anche di realizzare un laboratorio di restauro permanente all’interno del museo, intitolato a Erminia Caudana. Un risultato che conferma l’eccellenza del Museo Archeologico Nazionale di Firenze nel campo della conservazione archeologica e un primato che affonda le proprie radici proprio nella risposta scientifica e organizzativa maturata a seguito dell’alluvione del 1966. Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono l’individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l’impatto cromatico originario dell’opera. “Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l’urna nel suo aspetto originario”, afferma Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice conservatrice del museo. L’allestimento della mostra – curata dallo studio Deferrari+Modesti con la collaborazione di neo.lab – è pensato come un dispositivo narrativo sobrio e immersivo in cui il capolavoro etrusco è testimone materiale di una vicenda lunga sessant’anni: dalla sopravvivenza nel fango ai primi interventi post-alluvione, fino al restauro avviato nel 2022 e accompagna così il visitatore in un percorso essenziale che intreccia memoria collettiva, storia del Museo e pratica del restauro. 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“Michelangelo non ha bruciato le sue ultime tele, le ha nascoste in una stanza segreta con un sistema di chiavi multiple per aprirla”: l’incredibile scoperta
Contrordine: Michelangelo non ha bruciato le sue ultime tele. Come riporta Il Messaggero una ventina di opere poco note o di autenticità incerta sono in realtà firmate da Michelangelo Buonarroti. Insomma, il protagonista del Rinascimento italiano non bruciò i suoi bozzetti prima di morire. Questo è ciò che avrebbe scoperto unagiovane ricercatrice indipendente romana, Valentina Salerno. La studiosa dell’arte ha ricostruito nel particolari quelle che risultano le ultime settimane di vita dell’artista aretino. Secondo Salerno i capolavori sarebbero rimasti in una stanza blindata e segreta e lì nascosti dai suoi allievi. Si tratterebbe di centinaia di bozzetti, disegni e sculture che non avevano ufficiale attribuzione. “Uno dei documenti ritrovati descrive l’esistenza di una stanza in cui vennero nascosti dei beni”, ha spiegato la ricercatrice al Messaggero. Una stanza che conteneva materiale tanto prezioso da prevedere – spiega – “un sistema di chiavi multiple per la sua apertura”. Spazio comunque “vuoto da oltre 400 anni”. Insomma, Giorgio Vasari aveva diffuso delle fake news. Vatti a fidare. Come segnala l’Ansa, la ricerca di Salerno è stata sostenuta dai Canonici Regolari Lateranensi del Santissimo Sacramento e dal professore Michele Rak. È stato poi il cardinale arciprete della basilica di San Pietro, Mauro Gambetti, a dar vita a un comitato scientifico composto da grandi esperti provenienti dai maggiori musei del mondo che pare abbia lavorato persino durante il Conclave. L'articolo “Michelangelo non ha bruciato le sue ultime tele, le ha nascoste in una stanza segreta con un sistema di chiavi multiple per aprirla”: l’incredibile scoperta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Sgarbi assolto sul Manetti: insufficienza di prove, la Procura valuta l’appello
L’accusa aveva chiesto tre anni e quattro mesi di carcere. Invece Vittorio Sgarbi è stato assolto a Reggio Emilia, in abbreviato, dall’accusa di riciclaggio per il caso del quadro di Rutilio Manetti, La cattura di San Pietro. L’assoluzione è stata pronunciata dal gup con la formula della vecchia “insufficienza di prove”, nonostante la Procura reggiana guidata da Gaetano Calogero Paci avesse chiesto una condanna a 40 mesi di reclusione. I magistrati, convinti della solidità dell’impianto accusatorio, attendono ora il deposito delle motivazioni per valutare l’impugnazione della sentenza. L’inchiesta era partita a Macerata — dove Sgarbi ha domicilio, a San Severino Marche, di cui fu sindaco — per poi essere trasferita a Reggio Emilia. A far scattare gli accertamenti erano state le dichiarazioni del pittore reggiano Lino Frongia, che agli investigatori, ma anche alle telecamere di Report e al Fatto Quotidiano — dalle cui inchieste erano nate le indagini — raccontò di aver aggiunto una fiammella al dipinto su incarico del critico d’arte. Secondo l’accusa, l’opera era stata rubata nel febbraio 2013 dal castello di Buriasco, nel Torinese, per poi riapparire nel 2021: una riproduzione 3D realizzata, stando ai carabinieri del Nucleo Tutela patrimonio culturale di Roma che hanno condotto le indagini, da un laboratorio grafico di Correggio, nel Reggiano. Il dipinto fu presentato come inedito di Manetti e di proprietà di Sgarbi alla mostra “I pittori della luce”, a Lucca, da lui curata. Sgarbi era rimasto imputato solo per riciclaggio: le accuse di contraffazione di beni culturali e di autoriciclaggio erano state archiviate. A incidere sull’esito potrebbe essere stato anche il passo indietro della presunta vittima. La proprietaria del dipinto, l’anziana signora Margherita Buzio, ha infatti deciso all’ultimo di non costituirsi più parte offesa. “Mi ha revocato l’incarico all’ultimo”, racconta l’avvocato Giovanni Fontana, che l’aveva assistita fin dall’inizio. “Ha detto che era malata, che non poteva seguire questo caso, che il medico la sconsigliava di seguirlo perché si affannava troppo”. La difesa ha puntato molto sulla titolarità del quadro. L’opera faceva parte dell’eredità del marito della donna, il signor Chiosso, che aveva lasciato tutto al figlio per testamento. Il figlio era stato dichiarato però interdetto e la gestione dell’eredità era passata allo zio, nominato tutore. Nelle indagini, però, non è emersa alcuna traccia né del figlio né dello zio. I legali hanno sfruttato questo vuoto per mettere in dubbio che Buzio fosse l’unica legittima proprietaria del bene. La Procura aveva ritenuto la questione irrilevante: a prescindere dal testamento, alla moglie spettava comunque la “legittima”, rendendola comproprietaria. L’incertezza sulla titolarità effettiva del dipinto può però aver contribuito alla breccia che ha portato all’assoluzione. Esultano i difensori Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi: “Dopo un giudizio regolare, innanzi agli organi giudiziari, Vittorio Sgarbi è stato assolto perché il fatto non costituisce reato anche dall’imputazione residua; dopo l’archiviazione, per altri due reati originariamente contestati, già conseguita all’esito delle indagini preliminari”. I legali parlano di “macchina del fango attivata con strumenti mediatici” contro un innocente. Resta il fatto che, nel dibattimento, le ricostruzioni pubblicate dal Fatto e da Report non sono state smentite. L'articolo Sgarbi assolto sul Manetti: insufficienza di prove, la Procura valuta l’appello proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Constantin Brancusi, il “Picasso della scultura” e la sua rivoluzione lunga un secolo che continua ancora oggi. Così il mondo celebra il suo genio
C’è una frase – “la scultura non è che l’acqua” – che viene attribuita a Constantin Brancusi, il grande scultore rumeno di cui tra breve ricorrono i 150 anni dalla nascita. Si tratta di poche parole che sintetizzano la sua idea di arte, di scultura in particolare: semplicemente rivoluzione. E tutto il mondo è già al lavoro per celebrare il suo genio infinito. Fin da bambino, dal fiume Bistrita che scorre a Hobita, la sua cittadina natale, Constantin si divertiva a estrarre grossi sassi, levigati dalle correnti che nel tempo gli avevano dato forme lisce, perfette, impareggiabili. Fu così che Brancusi imparò nell’intimo che cos’è la scultura, anche se avrebbe sempre saputo che la perfezione di quei sassi primordiali non l’avrebbe raggiunta mai. Dopo i primi studi d’arte a Craiova e all’Accademia di Bucarest, e dopo cinque anni trascorsi tra Vienna e Monaco di Baviera, a 28 anni decise di lasciare la Romania e di seguire il proprio destino che l’avrebbe condotto – a piedi! – a Parigi il 14 luglio 1904, in mezzo ai festeggiamenti nazionali. È l’inizio della sua carriera artistica. Prima lavorò con Auguste Rodin, poi visto che “all’ombra delle grandi querce non crescono che arbusti” – come ebbe a dire allo stesso interessato, Brancusi aprì il suo studio a Impasse Ronsin, una via senza sfondo nel cuore di Parigi. Fu lì che dichiarò guerra alla scultura anatomica che imperversava da circa due millenni e mezzo. Era venuto il momento di archiviare generazioni di scultori che avevano seguito gli insegnamenti di Fidia il greco e di guardare al futuro tenendo sempre ben presente la lezione che quei sassi dalle forme umanamente impossibili tratti dal Bistrita gli avevano insegnato. Da quel momento in poi la scultura non sarebbe stata più la stessa. A Impasse Ronsin furono in molti a suonare il gong fuori dalla porta e a chiedere di entrare nello studio di Brancusi: tra di essi anche il poeta Ezra Pound che nel 1920 definì Brancusi il miglior scultore presente a Parigi. “Con Brancusi non si ha a che fare con un artista qualunque – dice Massimo Bertozzi, storico dell’arte esperto di XIX e XX secolo -, bensì con una leggenda. Brancusi è per la scultura ciò che Picasso è per la pittura del Novecento. Mi spiego: durante il ‘secolo breve’ la pittura ha dovuto fare i conti con Picasso, e solo in parte con Matisse; la scultura invece con Brancusi. C’erano artisti del secolo scorso che ammettevano candidamente di dover cancellare la forma che lui aveva messo al centro della scultura, così come il rapporto che lui aveva creato tra i volumi e la luce. Brancusi ha una forte identità, non solo artistica, ma anche spirituale. E questa è la sua grandezza. Tant’è che a Parigi hanno ricostruito il suo studio, progettato da Renzo Piano, con le stesse finestre, la stessa luce, per mettervi dentro le sue opere come se lui fosse sempre lì”. “Insieme a Henry Moore e ad Alberto Giacometti – aggiunge Anna Mazzanti, docente di storia d’arte contemporanea, Dipartimento design, Politecnico di Milano -, Brancusi fu uno dei grandi maestri della scultura rinnovata del Novecento. Fece fortuna a Parigi e nella ricostruzione del suo studio parigino si percepisce quanto fosse importante per lui lo spazio, così come la disposizione delle opere in relazione tra loro e con la luce”. Dopo qualche anno che si trovava a Parigi, Brancusi strinse amicizia con Amedeo Modigliani, l’artista livornese alle prese con una smania di innovazione artistica. “Si frequentarono almeno per una decina di anni – sottolinea Bertozzi – e fecero amicizia perché in fin dei conti erano due esuli a Parigi, esponenti di quella colonia di stranieri che operava in riva alla Senna, ma che rimaneva isolata dall’arte ufficiale. Tant’è che già nel 1913 per la prima volta espone cinque sue opere a New York. Vivere, lavorare e aver successo a Parigi non era così facile come può sembrare: in molti ci provavano, ma solo una piccola parte raggiungeva il successo e non si faceva mettere alla porta dai parigini”. “Modigliani e Brancusi per certi versi si somigliavano: entrambi riuscivano a prosciugare le forme vedute a vantaggio di una forte espressività di quelle essenziali” sottolinea da parte sua Mazzanti. “Ma la loro fu anche un’amicizia che nasceva da una comunione di temperamenti – continua la sua studiosa – e l’essenzialità della scultura di Brancusi è tipica di quel momento”. C’è chi ritiene che l’avvicinamento di Modigliani alla scultura sia stata quanto meno facilitata dalla conoscenza con Brancusi e dall’ammirazione delle sue opere antecedenti al loro incontro che è del 1908. ‹ › 1 / 5 Brancusi in un ritratto di Edward Steichen (1922) ‹ › 2 / 5 "Il bacio" foto di Paolo Monti (1968) ‹ › 3 / 5 Ritratto di M.lle Pogany, 1912 ‹ › 4 / 5 21466116_MEDIUM Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania ‹ › 5 / 5 21466115_MEDIUM Una mostra sulle opere di Brancusi in Romania La rivoluzionaria idea di scultura dell’artista romeno non influenzò solo Modigliani: si è propagata nel tempo ed è giunta sino a noi. Per esempio ha folgorato Antonio Signorini, artista pisano che ormai da anni vive tra Londra e Dubai e non nasconde la sua ammirazione per Brancusi: “Lui rappresenta il piacere della perfetta levigatura, delle superfici portate alla perfezione, tutti elementi che rappresentano una nuova lettura della scultura. Dopo di lui si riparte con un percorso diverso. A me ha preso il cuore, perché adoro la sua interpretazione della verticalità, della relazione terra-cielo, della geometria manuale che non è la perfezione robotica. Lui scolpiva innanzi tutto per sé realizzando opere belle, stupefacenti, spettacolari. Di Brancusi ammiro il coraggio e il fatto che per molti di noi artisti sia un maestro che ancora ci indica la strada”. Comunque sia, già nel 1913, con l’esposizione di cinque opere a New York (e l’anno successivo con una vera e propria mostra personale nella stessa città) Brancusi era già una star. Arrivarono poi le grandi commissioni e continuò a produrre capolavori fino al 1949, fino a Grand coq, la sua ultima opera. Morirà a Parigi il 16 marzo del 1957. Da allora chi ha avuto la fortuna di ammirare le sculture di Brancusi – se non addirittura mostre dedicate al leggendario artista rumeno – non può che esser rimasto affascinato dai suoi soggetti limitati a persone e animali, con pochissime eccezioni. Preferiva i ritratti di donne, come si vede in Mlle. Pogany e Negra Bionda II; teste di bambini; e uccelli, come Maiastra e Uccello nello Spazio (le due opere presenti al Museo Guggenheim di Venezia). Nelle sue opere Brancusi “piegò” la scultura fino alla soglia dell’astrazione, così come altrettanto rivoluzionario fu l’approccio dell’artista ai piedistalli delle sue sculture: infatti imbottì il suo studio con oggetti funzionali da lui stesso realizzati, come sgabelli, caminetti, panche e piedistalli per le sue sculture. Nel tempo l’artista è stato celebrato in tante esposizioni, come quella dal titolo Constantin Brancusi Sculpture che tra il luglio 2018 e il febbraio 2019 si tenne al Moma di New York. L’esposizione dimostrò il singolare approccio dell’artista ai materiali, tra cui bronzo, pietra e legno anche perché furono esposte 11 sculture dell’artista, per la prima volta tutte insieme, unitamente a disegni, fotografie e filmati, approfondimenti della sua ricerca scultorea. E da semplice esposizione, si trasformò in evento. Oppure come accadde due anni fa al Centre Pompidou di Parigi, quando alla mostra Brancusi: L’art ne fait que commencer si videro tutte insieme alcune sculture ovoidali, in vari materiali, realizzate tra il 1920 e il 1930 circa, ognuna con la propria base originale, ennesima dimostrazione di un’idea di scultura assolutamente fuori dagli schemi. E quest’anno in cui si ricordano i 150 anni trascorsi dalla sua nascita, che cosa accadrà? Intanto un progetto che pare non avere precedenti: patrocinato dal Ministero della Cultura della Romania, giovedì 19 febbraio, giorno dell’anniversario di Brancusi, prenderà vita “Brancusi 150”, progetto culturale (artistico) dedicato esclusivamente all’anniversario della nascita del grande scultore. L’iniziativa prevede l’organizzazione di una serie di mostre di un solo giorno che saranno inaugurate simultaneamente il 19 febbraio in 21 paesi di 6 continenti: Africa (Egitto, Eritrea, Etiopia, Senegal), America del Nord (Canada, Usa), America del Sud (Uruguay), Asia (Cina, India), Europa (Austria, Bulgaria, Germania, Italia, Lettonia, Polonia, Romania, Serbia, Slovenia, Svezia, Turchia), Oceania (Nuova Zelanda). Per l’Italia quel giorno dalle 16 alle 18 la “Inter-Art” Foundation Aiud, Romania, in collaborazione con Fondazione Sormani Prota Giurleo Ets, propone una mostra di grafica rumena (Corsico, Sala La Pianta, dalle 16 alle 18), dove si potranno ammirare creazioni artistiche realizzate utilizzando le tradizionali tecniche di incisione di 29 artiste e artisti rumeni contemporanei. Da venerdì 20 febbraio fino al 19 luglio, invece, i Mercati di Traiano-Museo dei Fori Imperiali di Roma ospitano la mostra Constantin Brâncuși: origini dell’Infinito. L’evento più atteso sarà la grande mostra che dal 20 marzo al 9 agosto si terrà alla Neue Nationalgalerie di Berlino, in collaborazione con il Centre Pompidou. Per l’occasione, davvero irripetibile, si potranno ammirare oltre 150 opere tra sculture, fotografie, film e materiali d’archivio raramente esposti, ovvero la prima retrospettiva su larga scala di Brancusi in Germania in oltre cinquant’anni. Nell’esposizione saranno riunite opere essenziali come Il Bacio, Uccello nello Spazio, Musa Addormentata e la famosa Colonna Infinita, tra le più influenti sculture della storia dell’arte, così come per la prima volta fuori Parigi, sarà esposta anche una ricostruzione parziale del leggendario Studio Brancusi lasciato in eredità allo Stato francese nel 1957. L'articolo Constantin Brancusi, il “Picasso della scultura” e la sua rivoluzione lunga un secolo che continua ancora oggi. Così il mondo celebra il suo genio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bernini e i Barberini, a Roma la mostra che celebra un genio e la sua libertà artistica
Quando Gian Lorenzo Bernini ha poco più di vent’anni, a Roma c’è già un problema imbarazzante. Il figlio sta diventando più interessante del padre mentre il padre è ancora in piena attività. Pietro Bernini è uno scultore affermato, lavora per famiglie importanti, conosce cantieri e committenti, ha una reputazione costruita nel tempo. Il figlio cresce nella sua bottega e all’inizio tutto sembra seguire una traiettoria ordinata. Poi, senza rumore, la gerarchia si incrina. Nelle opere realizzate insieme l’attenzione si sposta, grazie all’effetto visivo. Le figure più tese, le superfici meno rassicuranti, i corpi sembrano irrequieti. Il marmo di Gianlorenzo si comporta in modo diverso e attira lo sguardo. È così che Bernini smette di essere “quello giovane” e diventa l’unico. Non tanto perché infrange le regole, ma perché le attraversa, mentre gli altri le stanno ancora applicando. In quegli anni Maffeo Barberini osserva Roma con attenzione. Non è ancora papa, ma è già una figura centrale nella politica e nella cultura della città. Frequenta artisti, segue i cantieri, colleziona opere. Quando incontra Bernini non vede un talento acerbo, ma qualcuno che sta spostando equilibri. Cominciano così commissioni e protezione. Gianlorenzo, da parte sua, impara in fretta una strategia fondamentale, compiacere i papi. Con Urbano VIII diventa sistematica. Decine di opere, grandi e piccole, sculture e pitture, contribuiscono a costruire l’immagine del pontefice e del suo potere. Bernini non lavora solo per un committente, lavora per un’idea di autorità. La Roma restituita dall’esposizione di Palazzo Barberini è fatta di statue che cambiano collocazione, di marmi pensati per giardini, cappelle, palazzi privati. Nulla nasce per essere isolato. Tutto nasce per essere visto e questo Bernini lo capisce subito. Le sue figure non chiedono contemplazione ma attenzione. Sembrano reagire alla presenza di chi guarda. Questa libertà artistica si sente anche nella vita privata e a un certo punto esplode. La relazione con Costanza Bonarelli, una donna sposata, finisce in modo violento. Bernini ne ordina lo sfregio al volto e poco dopo tenta di ucciderne il fratello. È uno scandalo grave, pubblico, che in altri casi avrebbe segnato la fine di una carriera, come sa bene il Caravaggio. Bernini viene fermato e processato, ma non squassato. Urbano VIII ovviamente interviene, riduce le conseguenze, trasforma una colpa potenzialmente capitale in una penitenza controllata. Il perdono è la misura del potere che l’artista ha ormai accumulato negli anni. Quando il percorso arriva a San Pietro, la scala cambia ma il metodo resta lo stesso. Disegni, modelli e studi mostrano un lavoro continuo, fatto di tentativi e correzioni. Il Baldacchino nasce così, sotto una protezione totale che consente di rischiare e rifare. I ritratti chiudono il percorso della mostra. Urbano VIII cambia volto e posa, diventa immagine costruita. Poi appare Costanza Bonarelli, senza idealizzazione. Sapendo cosa è accaduto, quel marmo pesa più di qualsiasi celebrazione. Alla fine, la mostra di Roma ci lascia un dato di fatto, Bernini non ha aspettato che il tempo gli desse ragione. Ha accelerato, creandolo. L'articolo Bernini e i Barberini, a Roma la mostra che celebra un genio e la sua libertà artistica proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia compra l’Ecce Homo di Antonello da Messina che cambiò la storia, il colpo segreto da 12 milioni all’asta di Sotheby’s: ecco perché quest’opera è così importante
Un’acquisizione di rilievo, condotta con discrezione, riporta in Italia un tassello significativo del Rinascimento meridionale. L’Ecce Homo di Antonello da Messina, inizialmente inserito come lotto 18 nell’asta Old Masters di Sotheby’s a New York prevista per lo scorso 5 febbraio, è stato ritirato dalla vendita. Dietro la mossa, confermata da indiscrezioni raccolte da La Repubblica, c’è l’intervento diretto dello Stato italiano, che si è assicurato l’opera attraverso una trattativa privata. L’accordo si sarebbe concluso per una cifra intorno ai 12 milioni di dollari (circa 11 milioni di euro), un importo che rientra nella stima iniziale della casa d’aste, fissata tra i 10 e i 15 milioni. L’operazione, avallata dal Comitato tecnico-scientifico del Ministero della Cultura (composto tra gli altri da Tomaso Montanari e Maria Cristina Terzaghi), ha permesso di evitare i rilanci dell’asta pubblica, che avrebbero potuto far lievitare sensibilmente il prezzo. A mediare tra il Ministero, Sotheby’s e il venditore – un collezionista cileno – è stato il gallerista Fabrizio Moretti. UN’OPERA RARA E “VISSUTA” L’importanza dell’acquisizione risiede nella rarità del catalogo di Antonello: le opere certe sono poche, circa quaranta nel mondo, e questa era l’ultima di tale rilevanza ancora in mani private. Si tratta di una tavola di piccole dimensioni (19,5 x 14,3 centimetri), dipinta su entrambi i lati. Sul recto compare il volto sofferente di Cristo, mentre sul verso è raffigurato un San Girolamo nel deserto, oggi quasi illeggibile a causa dell’usura. Come notato dallo storico dell’arte Federico Zeri, che studiò a fondo il dipinto, e confermato dall’esperta Fiorella Sricchia Santoro, lo stato di conservazione testimonia l’uso dell’oggetto: custodita in una bisaccia di cuoio, la tavoletta era oggetto di devozione privata, toccata e baciata dai fedeli fino a consumarne la superficie. Databile ai primi anni Sessanta del Quattrocento, il dipinto riveste un ruolo cruciale nell’evoluzione iconografica del soggetto. Antonello trasforma l’icona bizantina in un ritratto psicologico moderno, introducendo in Italia la tecnica a olio di matrice fiamminga. L’opera è considerata il prototipo di una fortunata serie di Ecce Homo, che include le versioni conservate a Palazzo Spinola a Genova, al Collegio Alberoni di Piacenza e al Metropolitan di New York. LA DESTINAZIONE MUSEALE In attesa dell’ufficialità da parte del Ministro Alessandro Giuli e del Direttore generale musei Massimo Osanna, si discute sulla futura collocazione del dipinto. Sebbene siano state ipotizzate sedi come la Pinacoteca di Brera o le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la destinazione più probabile appare il Museo di Capodimonte a Napoli. Una scelta che avrebbe solide basi storiche e filologiche: fu proprio nella Napoli aragonese, alla bottega di Colantonio, che il giovane Antonello svolse il suo apprendistato, ponendo le basi per quella sintesi tra arte fiamminga e italiana che avrebbe segnato il Quattrocento. L'articolo L’Italia compra l’Ecce Homo di Antonello da Messina che cambiò la storia, il colpo segreto da 12 milioni all’asta di Sotheby’s: ecco perché quest’opera è così importante proviene da Il Fatto Quotidiano.
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