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Quell’angelo doveva restare lì!
Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese, spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie che, di solito risalgono a tempi in cui i fedeli erano prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo. All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i vari componenti degli ecosistemi marini. Al centro c’è una sfera nera, contenente i cadaveri di tutti gli organismi raffigurati vivi nel resto della tavola. E ci sono frecce nere che li portano nell’orbita della morte. Le frecce gialle rappresentano il flusso di materia da un comparto all’altro. I morti (e i rifiuti prodotti durante la loro vita) vanno verso i batteri, presenti in un’altra orbita, azzurra. I batteri, consumati dai virus, decompongono la materia vivente una volta morta, e la semplificano in materiali più semplici, con i processi di decomposizione. Una freccia bianca, tratteggiata, dai batteri va ai “nutrienti”, sostanze chimiche elementari che arrivano al mare anche attraverso apporti da terra. I nutrienti, grazie all’energia solare, riprendono vita attraverso la fotosintesi, e sono utilizzati da alghe unicellulari: il fitoplancton. I protozoi, unicellulari, possono mangiare i batteri e il fitoplancton. Questa è l’orbita dei microbi ed è alla base di tutto. Da essa partono quattro vie. Una, in alto a destra, è costituita dai microbi stessi, quando monopolizzano l’ambiente con quelle che, ad esempio, chiamiamo maree rosse, causate da dinoflagellati che provocano morie di animali e piante. Per milioni di anni la vita è stata espressa con microbi. Solo dopo si sono evoluti organismi più grandi, con reti trofiche complesse che, però, sempre partono dai microbi. Da questi, infatti, la materia vivente passa agli animali che si nutrono di loro e, a cavallo tra l’orbita microbica e le altre “vie”, c’è un piccolo crostaceo, un copepode, grande mangiatore di microbi. I copepodi sono mangiati dalle larve dei pesci che, una volta adulti, si mangiano tra loro, come mostra una sequenza di pesci sempre più grandi che mangiano quelli più piccoli, e che finisce con un umano che se li mangia. Questa è la via microbi, copepodi, pesci… noi. Una terza via, in basso a sinistra, è costituita dal macrozooplancton gelatinoso erbivoro. Si tratta di animali di cui il pubblico ha poca familiarità (avete mai sentito parlare di taliacei?) ma che, quando sono molto abbondanti, possono mangiarsi tutti i microbi, competendo con i copepodi e, indirettamente, anche con noi. In alto a sinistra troviamo il macrozooplancton gelatinoso carnivoro, che tutti conoscono: le meduse (e anche gli ctenofori, che non conosce nessuno). Loro mangiano i copepodi e le larve dei pesci. Dal nucleo microbico, quindi, partono quattro vie. C’è anche il sequestro del carbonio, nei sedimenti marini. Gennari mi presentò molti bozzetti di quest’opera e gli chiesi di mettere la mia faccia, con la bocca spalancata, che si mangiava i pesci. Disse che gli riusciva difficile e decise di fare un volto umano “standard”. E così fece. Quel volto mi era familiare, mi ricordava qualcuno. Poi, dopo molto, lo riconobbi: era Berlusconi. Ma mi ci hai messo Berlusconi! Dissi ridendo ad Alberto. Anche lui se ne rese conto. Berlusconi era sempre in vista, la sua faccia era dappertutto, e ne era stato influenzato. Secondo me la somiglianza della faccia dell’angelo con quella di Meloni, nella Basilica in San Lorenzo in Lucina, non è voluta. Il sacrestano e decoratore Bruno Valentinetti ha ammesso di essersi ispirato a lei ma io voglio credere che sia stato influenzato dell’esposizione mediatica del volto del presidente del Consiglio e, pensando ad un angelo, gli sia “venuta” proprio Meloni. Sempre a Lecce, sul portale del Duomo, l’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi commissionò un’opera in bronzo e si fece raffigurare assieme a papa Giovanni Paolo II. I due si incontrarono durante una visita apostolica a Lecce il 17-18 Settembre 1994. Contrariamente a Gennari, che non soddisfece la mia vanità, l’artista, Armando Marrocco, accettò la richiesta del committente e lo raffigurò, oltre che col papa, anche con l’Assunzione della Vergine, il martirio dei santi patroni e il popolo dei fedeli (rigorosamente anonimi). Anche quel portale, come la tavola di Gennari, racconta una storia. Sono sicurissimo che, a differenza di Ruppi, Meloni non abbia chiesto di essere raffigurata, e che sia divertita dall’evento. Tornando al Giudizio Universale, Michelangelo vi dipinse una figura che rappresenta Minosse, giudice degli inferi, con le orecchie da asino e, come racconta Vasari, con le fattezze di Biagio da Cesena, il maestro di cerimonie papale che aveva criticato le nudità del dipinto. Il poveretto si lamentò con papa Paolo III, ma il pontefice rispose che la sua autorità non si estendeva all’inferno, così il ritratto rimase. Come avrei sperato che restasse al suo posto quello di Meloni. Peccato! L'articolo Quell’angelo doveva restare lì! proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Da dove c***o salta fuori quella mela?”: Britney Spears meravigliata per la scultura alla Stazione Centrale di Milano. L’artista Pistoletto risponde con ironia
Britney Spears ha citato involontariamente Milano. La star mentre stava curiosando sui social ha trovato la foto di un selfie di viaggiatore in piazza Duca D’Aosta alla Stazione Centrale di Milano davanti all’ormai famosa scultura a forma di mela intitolata “Mela Reintegrata” che rappresenta il “Terzo Paradiso”, firmata dall’artista Michelangelo Pistoletto. Ma evidentemente la cantante non ne era a conoscenza, tanto che ha esclamato sui social, postando la foto della scultura, “Where the fuck did that apple come from???” ossia “Da dove c***o salta fuori quella mela???“. A domanda si risponde. Ed è così che l’artista 92enne artista ha risposto alla Spears scrivendo “Oops! I did it”, per citare un suo famoso brano del 2000, “L’ho fatta io”. E ancora: “Ciao, Britney! Non faccio solo mele. Ti aspetto a Biella per scoprire la Cittadellarte”. IL SIGNIFICATO DELLA “MELA REINTEGRATA” La Mela Reintegrata è un’opera simbolica che si apre al mondo, così come la stazione ferroviaria, anche simbolicamente, apre la città al mondo. “Il simbolo della mela attraversa tutta la Storia che abbiamo alle spalle, partendo dal morso, che rappresenta il distacco del genere umano dalla Natura e l’origine del mondo artificiale.- ha detto Pistoletto- La Mela Reintegrata rappresenta l’entrata in una nuova Era, nella quale mondo artificiale e mondo naturale si ricongiungono generando nella società un equilibrio esteso a dimensione planetaria“. E ancora: “Il simbolo della Mela Reintegrata rappresenta la ricomposizione degli elementi opposti: natura e artificio. La mela significa natura; il morso della mela significa artificio, così come lo vediamo utilizzato in un marchio di computer mondialmente diffuso posto ad emblema della tecnologia che sostituisce integralmente la natura. Con la Mela Reintegrata l’artificio assume il compito di ricucire la parte asportata dal morso e ricongiungere l’umanità alla natura, anziché continuare ad allontanarla da essa”. L'articolo “Da dove c***o salta fuori quella mela?”: Britney Spears meravigliata per la scultura alla Stazione Centrale di Milano. L’artista Pistoletto risponde con ironia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da Picasso a Modigliani seguendo lo sguardo di Roger Dutilleul, il mecenate che ascoltò le voci della modernità
Roger Dutilleul ci fa accomodare nel salotto di Rue de Monceau: in quel naufragio di tele e cornici, Picasso e Modigliani sono appesi l’uno accanto all’altro, gli acrobati di Léger oscillano nella sala da bagno; i frammenti esplosi del cubismo raccontano la nascita di un tempo nuovo. Dutilleul iniziò a collezionare a trent’anni e non lo fermò la morte nel 1956, perché continuò per lui il nipote Jean. Agli inizi della carriera non aveva le disponibilità per acquistare i postimpressionisti e l’amato Cézanne; ma intuì un sentore affine nell’avanguardia di due giovani sconosciuti, tali Braque e Picasso, di cui divenne il primo mecenate. Collezionò senza dogmi né preconcetti, acquistò d’istinto, supportando artisti emarginati ed emergenti che il mondo non era pronto ad accogliere. Quando il suo sguardo si posava sulle loro tele, la vita ordinaria, quella degli appuntamenti e delle fabbriche, diventava per un attimo straordinaria – e la solitudine pesava meno, in un mondo che girava inesorabile sui cardini della Storia. ‹ › 1 / 20 12.LEGER_PBERNARD ‹ › 2 / 20 17.MODIGLIANI_D995_3_6_NDEWITTE ‹ › 3 / 20 21.MODIGLIANI_D995_3_5_NDEWITTE ‹ › 4 / 20 25.VIVIN_979_4_124_STUDIOLOURMEL ‹ › 5 / 20 MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-21-1024X683 ‹ › 6 / 20 MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-15-1024X683 ‹ › 7 / 20 MODIGLIANI-PICASSO-PALAZZO-ZABARELLA-PH-IRENE-FANIZZA-9-1024X683 ‹ › 8 / 20 IL SACRO CUORE DI MONTMARTRE (1910) DI GEORGES BRAQUE ‹ › 9 / 20 GIOVANE CONTADINA CON UN MAZZO DI PAPAVERI, DI CAMILLE BOMBOIS ‹ › 10 / 20 FIRMA DELLA DONAZIONE MASUREL ‹ › 11 / 20 ABITAZIONE-DI-JEAN-MASUREL ‹ › 12 / 20 26.OBRADY_979_4_108_PBERNARD ‹ › 13 / 20 PABLO PICASSO, PESCI E BOTTIGLIE, 1909 ‹ › 14 / 20 PH. IRENE FANIZZA ‹ › 15 / 20 PH. IRENE FANIZZA 2 ‹ › 16 / 20 ROGER DUTILLEUL IN HIS APARTMENT ON RUE DE MONCEAU, PARIS ‹ › 17 / 20 12.LEGER_PBERNARD ‹ › 18 / 20 17.MODIGLIANI_D995_3_6_NDEWITTE ‹ › 19 / 20 21.MODIGLIANI_D995_3_5_NDEWITTE ‹ › 20 / 20 024L20002-BG4Z8-COMP Dutilleul lasciò in eredità la collezione al nipote Jean Masurel che, insieme alla moglie, la integrò allineandosi ai gusti dello zio – Fernand Léger, Georges Braque, Pablo Picasso, Paul Klee, André Lanskoy e pittori autodidatti, come André Bauchant e Bernard Buffet. I coniugi la donarono alla città di Lille e nel 1983 nacque il Musée d’art moderne de Villeneuve d’Ascq, immerso nel verde e nella contemporaneità. Riprende il dialogo avviato negli ultimi anni dalla Fondazione Bano con le istituzioni museali di fama internazionale: è il momento del LaM – Lille Métropole Musée d’art moderne, d’art contemporain et d’art brut -, dal quale provengono le 65 opere dei 30 artisti d’avanguardia esposte nella mostra di Palazzo Zabarella a Padova curata da Jeanne-Bathilde Lacourt e aperta al pubblico fino al 25 gennaio. Il fil rouge è inconsueto e per questo affascinante: la mostra Modigliani Picasso e le voci della modernità segue l’intuito di Roger Dutilleul e la ricerca del nipote Jean, virtù innata che non si impara né si compra. Niente sovrastrutture, nessuna teoria, solo sensazioni: è questa una mostra da attraversare senza lasciarsi abbagliare dai grandi nomi, con lo stesso sguardo appassionato e istintivo con cui Dutilleul ha attraversato la storia dell’arte del Novecento. La modernità in cui ha creduto è corale – cubista, surreale, astratta, naïf – e si lascia comprendere prestando ascolto a tutte le voci in cui si (s)compone. Il moderno frana dal Sacro Cuore di Montmartre che Braque ha fatto esplodere nel 1910, assume uno, nessuno, centomila volti quando diventa la Donna con cappello di Picasso, grigia come la cenere ancora fumante delle macerie della Guerra. Ha il volto robotico della donna ‘tubista’ di Léger che riceve fiori d’acciaio – forse dall’uomo che fuma nel dipinto accanto – e la guarda innamorato, per quanto possa esserlo un cuore di ferro; nella testa del musicista di Mirò suonano tutte le note del mondo. Modernità significava anche trasformare il disagio in visione, deviare in percorsi alternativi alla scoperta dell’anima più selvaggia e mistica del secolo breve: ecco allora la presenza di Jean Dubuffet in mostra, che nel 1945 abbracciò con il termine Art Brut l’arte esclusa dal circuito ufficiale, le opere realizzate negli ospedali psichiatrici da persone emarginate e autodidatte. E poi c’è lui, il protagonista del “Museo personale” di Dutilleul, Amedeo Modigliani: lo aveva ritratto sei mesi prima di morire, quando nel soprannome Modì era marchiato il suo destino (maudit). Dipinse anche lui senza pupille – ironia della sorte – nonostante il mecenate fosse stato tra i primi a vedere davvero la meraviglia nell’arte del giovane livornese. Le sei tele della grande sala da ballo di Palazzo Zabarella avvolgono l’osservatore con i colori pastosi della nostalgia, in un abbraccio di sguardi velati che parlano lingue lontane, sospesi tra classicità, primitivismo, arte egizia, rinascimentale e africana. Quando conoscerò la tua anima, dipingerò i tuoi occhi: e gli occhi senza pupille dei suoi soggetti sono finestre di mondo interiore che si affaccia ma non si mostra, identità fragili, maschere incompiute. Nella dolcissima Maternità del 1919, gli occhi della piccola Jeanne in braccio all’ultima compagna di Modigliani sono inondati di cielo. Cos’è la modernità? Per Dutilleul la contingenza ha significato presenza: occhi, cuore, anima del collezionista erano lì, presenti in prima linea, in vera ‘avan-guardia’, davanti alla bellezza dell’opera e al suo messaggio. Prima che il mondo si accorgesse di loro e li consacrasse al successo, Dutilleul c’era: aveva incontrato quei giovani artisti, li aveva guardati negli occhi, li aveva ascoltati. Si circondò delle loro opere per poter “incrociare di nuovo i loro sguardi” anche quando loro non c’erano più, per poterli interrogare sul presente, sul passato, sul futuro. E insieme lo hanno annullato quel tempo che voleva a tutti i costi essere moderno e lo hanno trasformato in eterno presente. Come la scultura mobile di Calder che apre il percorso: nulla sta fermo, tutto resta. L'articolo Da Picasso a Modigliani seguendo lo sguardo di Roger Dutilleul, il mecenate che ascoltò le voci della modernità proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare”
Ripubblichiamo l’intervista uscita a maggio su FqMagazine a Giancarlo Giammetti, compagno di vita e braccio destro di Valentino Garavani,lo stilista scomparso oggi a Roma a 93 anni. Il primo abito rosso creato da Valentino, il celebre Fiesta del 1959. Il ritratto firmato Andy Warhol che immortala il volto dello stilista. Una monumentale opera di Anish Kapoor che domina lo spazio con la sua presenza magnetica. E ancora, capolavori di Mark Rothko, Lucio Fontana, Cy Twombly e Francis Bacon che dialogano con gli abiti indossati da dive come Liz Taylor e Jackie Kennedy. E poi c’è lui, Giancarlo Giammetti, ultraottantenne dall’ineffabile spirito da bon vivant e dallo sguardo di ghiaccio, che ogni tanto si lascia attraversare da un lampo di nostalgia. Da sessant’anni è il socio, il compagno, l’amico, l’anima pragmatica e la mente strategica dietro il genio creativo di Valentino Garavani e ora torna sulle scene con l’apertura della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti (PM23) in Piazza Mignanelli a Roma. “Credo che ci sia bisogno di ritrovare la bellezza”, dice. “Con Valentino crediamo che la bellezza abbia il potere di elevare, trasformare e lasciare un segno indelebile nella vita delle persone”. E la bellezza, qui, trabocca. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso“, curata da Pamela Golbin e Anna Coliva, non è una “noiosa mostra di abiti”, ma un dialogo serrato tra 50 creazioni iconiche in Rosso Valentino e 35 capolavori d’arte moderna e contemporanea. Giammetti, storico collezionista dal fiuto leggendario, racconta i suoi inizi con l’arte con un sorriso divertito: “Tra i primi acquisti, alla Biennale di Venezia del ’66 presi un Fontana, tutto bianco. Lo portai a casa tutto contento mostrandolo ai miei: vi piace? E loro: ‘ma quando lo apri?’. Pensavano che fosse l’incarto”. E il Picasso in mostra? “Lo prendemmo da un sarto milanese, Lizzola, che scoprimmo essere il sarto del pittore, che pagava appunto in quadri”. Lo spazio, disegnato da Nemesi Architects, è un crocevia tra arte e moda, pensato non per celebrare un passato glorioso ma per ispirare il futuro. E, a proposito del passato, Giammetti ricorda la complementarietà della loro relazione: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dando a Valentino la libertà di dedicarsi solo a creare“. La mostra inaugurale, “Orizzonti | Rosso”, è un percorso immersivo attraverso 50 abiti iconici firmati Valentino e 35 opere d’arte contemporanea. Un dialogo raffinato tra forme e visioni, cuciture e tagli, stoffe e tele. “Non volevamo fare una mostra di moda, sono spesso noiose. – sorride Giammetti – Qui volevamo raccontare un’idea di bellezza, quella che nasce quando l’arte e la moda si toccano”. Lui, il “numero due” più famoso della moda, mente silenziosa e motore operativo della leggenda Valentino, racconta senza enfasi ma con precisione chirurgica. Parla di “coraggio”, “ambizione” e anche di un pizzico di “incoscienza” che ha permesso a due ragazzi italiani, nei primi anni ’60, di costruire un impero del gusto partendo da una piccola sartoria in via Gregoriana. “All’inizio non sapevo nulla di moda. Ricordo il mio primo giorno nell’atelier di Valentino, in via Condotti: guardavo incantato le sarte creare drappeggi, costruire rose con il tulle. Era Fiesta, il primo abito rosso. Mi si è aperto un mondo”. Il rosso diventa allora la chiave per esplorare l’essenza della maison. Un rosso concettuale, spirituale, materico: “Fare una mostra su un colore è difficilissimo”, confessa. “Eppure il rosso di Valentino ha una tale forza simbolica che si impone da sé. Non è solo un tratto stilistico: è una dichiarazione d’identità”. Ogni sala della fondazione è costruita come un dialogo tra un abito e un’opera d’arte. Tra i capolavori esposti ci sono Fontana, Twombly, Rothko, Warhol, Kapoor, Frankenthaler. E un Picasso del 1932. “È l’unico quadro figurativo insieme all’ultimo della mostra, un Vezzoli del 2025. In mezzo, solo astrazioni. Il colore diventa linguaggio puro”. Le opere, scelte in sintonia con la poetica della mostra, non fanno da sfondo: costruiscono senso. “C’era un’idea precisa: ogni tela doveva parlare con un vestito, senza confronto, ma con rispetto reciproco“. Giammetti scivola tra memorie e visioni future con naturalezza. Racconta dell’acquisto del suo primo Fontana – “mio padre pensava che dovessimo ancora scartarlo” – e di quando Warhol venne a Roma per girare un film con Liz Taylor, finendo a interpretare l’autista per mancanza di altri ruoli. Rievoca la Roma degli anni d’oro, le feste al Club 84, il Piper che non frequentavano (“preferivamo il Pipistrello”), l’amicizia con Nancy Reagan, la devozione di Jackie Kennedy, la discrezione elegante di Marella Agnelli. Ma PM23 guarda avanti. “Ogni otto mesi qui ci sarà un ciclo educativo: artisti, artigiani, maestri del pensiero incontreranno giovani talenti. Non solo moda, ma creatività applicata, metodo, cultura del bello”. E la filantropia: “Stiamo lavorando con il Gemelli su un progetto dedicato agli anziani, e al Bambin Gesù per una nuova sala d’attesa al pronto soccorso pediatrico. La bellezza deve anche fare del bene“. L'articolo L’intervista al compagno storico e braccio destro di Valentino, Giancarlo Giammetti: “Io non facevo il business, io facevo il futuro della ditta vicino a lui, dandogli la libertà di pensare solo a creare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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È una questione di chimica: la storia delle porcellane Ginori in mostra a Faenza tra creatività, ricerca estetica, progresso scientifico
Il mondo dell’arte è un universo variegato di tecniche e di stili, di materiali e di gusti, che dipende da due ragioni d’essere: la conservazione e la valorizzazione. La seconda senza la prima non esisterebbe. Tuttavia mentre la conservazione non è una variabile – perché è la prima regola da rispettare sempre e comunque a ogni latitudine -, la seconda è una condizione per lo più dipendente, e da molti fattori anche. Per semplificare: un quadro, una scultura e un oggetto di porcellana sono tutti oggetti d’arte che devono necessariamente essere conservati, ma lo loro valorizzazione segue altri principi. È per questo motivo che, ad esempio, il patrimonio del museo della storica manifattura di Doccia – fondata nel 1737 dal marchese Carlo Ginori nella sua villa vicino a Sesto Fiorentino – dal giugno 2014 è conservato in deposito (poiché l’edificio è al centro di un lungo e complesso intervento di restauro che non si concluderà prima di un anno): da otto anni appartiene allo Stato, ma per il momento può essere ammirato solo grazie alle mostre ospitate in altri musei. La prossima occasione sarà al Mic, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza: il 31 gennaio si aprirà la mostra Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura, organizzata dalla stessa Fondazione Mic insieme alla Fondazione Museo Ginori nata nel 2021 per opera di ministero della Cultura, Regione Toscana e Comune di Sesto Fiorentino per conservare, studiare, comunicare ed esporre al pubblico la ricchissima collezione di manufatti ceramici e documenti archivistici del museo e rendere il suo patrimonio un bene davvero comune, accessibile e inclusivo. Curata da Oliva Rucellai e Rita Balleri, la mostra offrirà l’occasione di rileggere due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo. “Si intitolerà Alchimia Ginori perché il taglio che abbiamo voluto dare all’esposizione – spiega Rucellai – è storico e cronologico, ma con un’attenzione particolare all’evoluzione delle tecniche. Partendo quindi dalla chimica, che è la scienza principale che regola la ceramica, abbiamo voluto richiamarci alle origini”. In mostra si potrà ammirare un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti dalle collezioni del Museo Ginori e del Mic, con l’intento di mettere in risalto la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della committenza. Insomma al visitatore sarà offerta la possibilità di venire suggestionato dalle tecniche di realizzazione dei manufatti, ma anche da tante opere d’arte presenti. Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori, appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana: “Infatti la cosa più inusuale ed eccezionale di questa mostra che difficilmente si ripeterà – prosegue la co-curatrice – è che in due casi potremo confrontare esempi di grandi sculture del primo periodo, Per esempio a Faenza è presente un gruppo di Amore e Psiche del primo periodo, traduzione in porcellana di un famoso marmo antico, così come vi è un esemplare anche nel Museo di Doccia. Ebbene li mettiamo a confronto per capire le differenze del procedimento di lavorazione. Quella che abbiamo noi è piena di difetti, stuccature, mentre la versione faentina è già più evoluta, perché frutto di un procedimento più lineare. La stessa cosa la potremo vedere con un busto di Carlo Ginori, il fondatore della manifattura”. Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana e al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della Manifattura che riscopre la ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori artistici della manifattura. L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche, solitamente non esposte in ambito museale. “Un’altra cosa interessante e mai vista in una mostra – conclude Oliva Rucellai – è rappresentata dalla sezione dedicata alla produzione della maiolica d’uso corrente e ordinario che la Ginori faceva per far quadrare i bilanci, in quanto la porcellana era troppo costosa e aveva un mercato più ristretto. Si tratta di una produzione minore, più umile, poco nota, riscoperta da poco, che alla fine era la produzione principale a cavallo tra la fine del Settecento e l’inizio del secolo successivo”. L'articolo È una questione di chimica: la storia delle porcellane Ginori in mostra a Faenza tra creatività, ricerca estetica, progresso scientifico proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Fu travolta dalle critiche per il restauro dell’opera ‘Ecce Homo’ ed ebbe attacchi d’ansia e depressione: morta a 94 anni Cecilia Giménez
È morta all’età di 94 anni Cecilia Giménez. La donna era diventata famosa in tutto il mondo per la restaurazione del quadro “Ecce Homo”. Il fatto risale al 2012, quando la signora Giménez decise di restaurare il mezzobusto di Cristo, alto circa 60 centimetri per 40 di larghezza. In origine il quadro era stato dipinto da Elias Garcia Martinez, un artista spagnolo semisconosciuto. Il restauro della signora Cecilia ha donato all’opera la fama internazionale. Il motivo non è di certo lusinghiero. La donna decise di sistemare il quadro deteriorato dall’umidità, stravolgendo l’immagine di Gesù. Giménez, all’epoca 81enne, era una pittrice amatoriale che aveva già restaurato il dipinto, ritoccando solo l’abito di Cristo. Una volta completato il restauro l’opera non era più la stessa. Il 7 agosto 2012, il blog culturale del locale Centro de Estudios Borjanos pubblicò un post descrivendo il risultato come “un fatto inqualificabile”. Dopo alcune settimane, sull’edizione cartacea del quotidiano Heraldo de Aragon fu svelata l’identità della restauratrice. In pochissimo tempo l’immagine fece il giro del web e Giménez fu criticata. Il corrispondente della Bbc Christian Fraser paragonò il restauro a “uno schizzo a pastello di una scimmia molto pelosa con una tunica inadatta“. Il caso travolse l’anziana, che da quel momento ebbe a che fare con attacchi d’ansia e di depressione. La signora Giménez disse alla stampa di aver agito dopo aver chiesto il permesso al parroco del Santuario, il quale però smentì le parole della donna. IL QUADRO DIVENTA UN MEME, LA SIGNORA UNA UN IDOLO Le immagini della signora in posa accanto all’opera fecero il giro del mondo. Il restauro divenne un meme e nacque anche un gruppo su Facebook dal nome “Señoras que restauran Cristos de Borja” (Le signore che restaurano il Cristo di Borja). Su X – all’epoca Twitter – spopolò l’hashtag #eccemono, storpiando il nome originale “Homo” in “Mono”, che in spagnolo significa scimmia. Tra una battuta e l’altra il Santuario che custodiva il quadro fu preso d’assalto da visitatori provenienti da ogni parte del mondo. Ryanair approfittò del caso virale per fare una campagna pubblicitaria in cui proponeva biglietti aerei a pochi euro per Saragozza (l’aeroporto più vicino a Borja) per andare a visitare l’opera. Secondo quanto riportato dai media locali, nel 2021 circa 11 mila persone hanno visitato il Santuario, al cui interno è stato allestito un negozio di souvenir che vende maglie, tazze e magneti a tema Ecce Homo. Il sindaco di Borja disse: “Con tutto il rispetto per il dipinto originale di Elias García, l’opera più importante è ora quella fatta da Cecilia Giménez“. Ogni anno la cittadina spagnola guadagna circa 40 mila euro grazie ai biglietti acquistati dai visitatori (al prezzo di 3 euro a ticket). Grazie alla sua fama, la signora Cecilia era riuscita anche a vendere alcuni quadri su eBay. La donna ha trascorso gli ultimi anni della sua vita a Saragozza per badare al figlio malato. L'articolo Fu travolta dalle critiche per il restauro dell’opera ‘Ecce Homo’ ed ebbe attacchi d’ansia e depressione: morta a 94 anni Cecilia Giménez proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Da pastore a scultore, quella di Lorenzo Reina è stata una vita straordinaria. Io lo conoscevo bene
Con una morte improvvisa ci ha lasciati Lorenzo Reina. Aveva 65 anni. E’ stato trovato senza vita sabato mattina dal figlio Libero nella casa di campagna vicina al suo teatro. Lorenzo, lo conoscevo bene. Con lui ho organizzato alcuni eventi nel suo teatro e istituito un premio ‘Ai talenti umbratili’. Un uomo straordinario, con una storia straordinaria che è stata raccontata tante volte e sempre con stupore. Da pastore a scultore e ritorno. Ha disseminato nelle piazze dei comuni siciliani molte sue sculture e soprattutto ha popolato la sua campagna di statue gigantesche e in ultimo, ci stava ancora lavorando per gli ultimi particolari, il monumento alla ‘Grande madre’ in cui uno stretto corridoio introduce il visitatore in un ambiente dominato da una roccia attorno alla quale avviene la meditazione, scandita dal gocciolio di un’acqua lustrale. Ma l’opera per la quale è conosciuto, e che simboleggia sopra ogni cosa il suo genio artistico, è il teatro Andromeda costruito, pietra su pietra con le sue uniche forze nell’arco di un ventennio, in una spianata dove le sue pecore inspiegabilmente decidevano di fermarsi durante i periodici pascoli. Questo teatro d’estate ospita eventi particolari di musica e di danza. Ma soprattutto è diventato meta di pellegrinaggio di decine di migliaia di giovani che arrivano per stare in silenzio alcuni minuti sulle sedute costituite da cubi di pietra, distribuite secondo il disegno delle stelle della costellazione Andromeda, per cercare pace, ispirazione e senso. Incredulità e dolore hanno fatto seguito alla notizia della sua scomparsa. Godeva di ottima salute e sprizzava energia da ogni poro. Tutti a ricordare la sua parabola umana da ragazzo pastore a scultore affermato e poi ancora pastore per giuramento al padre sul letto di morte. Lorenzo ci ha insegnato che si può stare nella contemporaneità senza nascondere o tanto meno cristallizzare il proprio passato, le proprie radici. E che anzi solo dal loro sviluppo e dal loro inveramento è possibile un futuro non subalterno alle logiche del dominio sugli uomini e di distruzione della natura. Vittorio Sgarbi che lo conosceva bene e che era venuto diverse volte a Santo Stefano Quisquina a visitare il suo teatro ha scritto: “Lorenzo Reina era una intelligenza vivida e fervida. Ci eravamo incontrati l’ultima volta nell’agosto del 2023, proprio tra le pietre del Teatro Andromeda, e mi aveva raccontato, con quell’entusiasmo coinvolgente che lo caratterizzava, nuovi progetti, nuove sfide. Reina ha compreso, prima di molti altri, il valore del Paesaggio. E ha saputo unire la poesia con la terra. La sua terra, la Sicilia”. L'articolo Da pastore a scultore, quella di Lorenzo Reina è stata una vita straordinaria. Io lo conoscevo bene proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Villa Bagatti Valsecchi: casa-museo, gioiellino neoclassico, opera d’arte totale. “Mostre e dibattiti, uno spazio sospeso tra antico e moderno”
C’è chi per tutta la vita anela di acquistare un biglietto di sola andata alle Hawaii e c’è chi, invece, sogna di trascorrere la propria esistenza in un palazzo signorile del Quattrocento o del Cinquecento circondandosi di opere d’arte rinascimentali: in pratica di vivere “immerso” nella bellezza del Rinascimento. Quest’ultima scelta vide protagonisti Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi, due fratelli di Varedo – oggi in provincia di Monza Brianza – che a metà del XIX secolo decisero di ampliare il palazzo di famiglia in via Gesù, nel centro di Milano, e di trasformarlo in un vero e proprio museo. Nel 1975 l’edificio fu acquisito dalla Regione Lombardia e nove anni più tardi fu aperto al pubblico, diventando una casa-museo fra le più importanti e meglio conservate d’Europa, retta da una Fondazione Onlus presieduta da Camilla Bagatti Valsecchi e diretta da Antonio D’Amico. Fedele alla regola che oggi più che mai l’arte non solo si vede, ma la si ascolta anche, la Fondazione che gestisce il Museo Bagatti Valsecchi per il 2026 ha messo a punto un programma di appuntamenti sia espositivi, sia di incontri. E in una Milano ormai votata ad assumere sempre più il ruolo di capitale italiana dell’arte contemporanea, la presenza di una casa-museo così spiccatamente neoclassica nel cuore della città, non può che incuriosire e affascinare a tal punto che perfino i più restii potrebbero finire sedotti da tanta bellezza e armonia. E se poi s’innesca l’effetto “passaparola” il gioco è fatto: Milano è grande, grandissima, ma per certe cose è come un paesone e quando accade qualcosa di nuovo o semplicemente una meta diventa estremamente desiderata, la notizia si propaga velocemente sia tra il pubblico, sia tra i sostenitori della cultura, nel senso più ampio della parola. ‹ › 1 / 18 01_ DEPERO, CAVALLI SULLA CORDA ‹ › 2 / 18 02_DEPERO, IL MAGGIORDOMO ‹ › 3 / 18 02_VIBIBAR_GAETANO CAPPA_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 4 / 18 03_ BERTOZZI E CASONI_AUTUNNO_2018_COLLEZIONE PRIVATA ‹ › 5 / 18 03_DEPERO, TESTE E TUBI-FORME SIMULTANEE ‹ › 6 / 18 04_ALIGHIERO BOETTI_SI DICE CHI FINGE D'IGNORARE UNA SITUAZIONE CHE INVECE DOVREBBE AFFRONTARE_1988_COLLEZIONE CANCLINI ‹ › 7 / 18 04_DEPERO, L'URLO ‹ › 8 / 18 05_DEPERO, ABITI DA UOMO ‹ › 9 / 18 05_STASERA AL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 10 / 18 06_DEPERO, SIMULTANEITÀ METROPOLITANE ‹ › 11 / 18 06_PAROLE E MUSICA NEI CORTILI DEL MUSEO_MUSEO BAGATTI VALSECCHI ‹ › 12 / 18 07_DEPERO, COSTUMI ITALICI (ENIT NEL MONDO) ‹ › 13 / 18 08_DEPERO, SCACCHIERA ‹ › 14 / 18 09_DEPERO, FLORA ‹ › 15 / 18 10_DEPERO, BOZZETTO PER PADIGLIONE PUBBLICITARIO ENIT ‹ › 16 / 18 11_DEPERO, ALLEGORIA DELLA BIRRA E DEL VINO - 10614 - 12030 ‹ › 17 / 18 12_DEPERO, O LA BORSA O LA VITA 7098 ‹ › 18 / 18 13_DEPERO, PANNELLO CON COSTUMI POPOLARI - 034592 - 1906 Come spiega il direttore D’Amico “il 2026 è un anno molto importante perché il museo, quello immaginato da due fratelli che volevano vivere in un’opera d’arte totale, invita tutti a visitarlo per ammirare ciò che l’arte ci propone per stare meglio, ovvero che cosa la bellezza ci consente di vivere per poter guardare oltre il visibile, oltre i nostri problemi, oltre la storia contemporanea che troppo spesso ci rende affaticati. Quindi io invito tutti a vederci al Bagatti Valsecchi per poter vedere oltre la realtà e stare insieme”. Tra il 2026 e la primavera del 2027 sono in programma tre mostre: dal 13 febbraio al 2 agosto 2026 il museo milanese ospita Depero Space to Space. La Creazione della Memoria a cura di Nicoletta Boschiero e Antonio D’Amico. Realizzata in collaborazione con il Mart di Trento e Rovereto e inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale Milano Cortina 2026, la mostra racconta il singolare parallelismo che lega, seppur in tempi differenti, i baroni Fausto e Giuseppe Bagatti Valsecchi al pittore e scultore Fortunato Depero, tutti desiderosi di realizzare un sogno: abitare dentro spazi sospesi tra antico e contemporaneo. “Per la prima volta si potrà vedere una mostra di Depero che entra con armonia all’interno della casa – spiega D’Amico – instaurando un dialogo senza tempo dove il concetto secondo cui i Bagatti Valsecchi, uomini dell’Ottocento, vogliono vivere dentro un’opera d’arte totale, in un contesto rinascimentale cercando di rivalutare il tempo della perfezione, armonia e bellezza, attraverso opere del XV e XVI secolo e opere che loro si fanno realizzare ispirandosi all’antico nel cuore dell’Ottocento, questo è un po’ il concept che anima Depero tornando dal suo viaggio americano. In pratica riabilita il tempo: acquista la casa a Rovereto che diventa poi la sua casa-museo, e interviene con il suo lavoro, la sua visione futurista in un contesto cinquecentesco, senza annientare il tempo, ma riquadrandoli e facendoli entrare in gioco con il contemporaneo. Questo è il senso della prima mostra del 2026 nel museo del centro di Milano, dove le opere di Depero entrano in stretta armonia con il mondo ottocentesco dei fratelli Bagatti Valsecchi che guardano al Rinascimento e quello futurista di Depero che dialoga con il Cinquecento”. Dal 18 settembre al 25 ottobre 2026 gli spazi del Museo Bagatti Valsecchi accoglieranno invece le opere di Bertozzi & Casoni nella mostra Eterne e fragili presenze, a cura di Alberto Mattia Martini, ovvero il dialogo tra la passione collezionistica dei fratelli Fausto e Giuseppe nella loro dimora neorinascimentale e la ceramica contemporanea del sodalizio artistico formato da Giampaolo Bertozzi e Stefano Dal Monte Casoni, scultori della ceramica famosi in tutto il mondo che coniugavano tecnologie e materiali industriali con l’arte pittorica. Infine dal 27 novembre 2026 al 16 maggio 2027 sarà la volta di Trama e ordito: tra Pistoletto, Buren e Boetti. Capolavori d’arte contemporanea dalla collezione Canclini a cura di Antonio D’Amico, in cui il tessile diventa linguaggio d’arte che racconta, unisce e trasforma attraverso capolavori di Daniel Buren, Michelangelo Pistoletto, Alighiero Boetti, Jannis Kounellis, Andy Warhol e tanti altri. Torneranno poi Lasciami mezz’ora per vedere – quinta edizione della rassegna di Stasera al Museo, nove appuntamenti tra teatro, danza e musica vanno in scena nel Salone d’Onore e nei cortili storici di Palazzo Bagatti Valsecchi da febbraio a dicembre – e la terza edizione delle Conversazioni d’arte a Casa Bagatti Valsecchi, ispirata alla mostra su Depero e che prende avvio dall’universo futurista per ampliare lo sguardo sulle dinamiche artistiche e sui fermenti culturali della metà del Novecento. Torna insomma la funzione riflessiva ed educativa del museo: “Per me fare museo è vivere le emozioni e le sensazioni – aggiunge D’Amico -, riflettere sul nostro tempo e sulla storia, su ciò che è stato, ma anche sul futuro per costruire uno spazio migliore. Oggi il museo è una casa che ancora vuole accogliere quest’idea di opere d’arte totali per cui attraverso le nostre attività, che rappresentano il desiderio di tornare in un luogo di comfort, dove si è accolti nella bellezza, con gentilezza, nello spirito dell’amicizia e della fraterna concordia come i fratelli che questo museo l’avevano pensato. In definitiva, per me il museo è un luogo di pace e di bellezza, una casa aperta a tutti e non un museo statico, bensì un luogo da vivere, dinamico, ricco di sorprese dove poter vivere e respirare l’arte in immersione totale”. *** Info Museo Bagatti Valsecchi | Casa Museo nel cuore di Milano Dove | Via Gesù 5, Milano (zona Montenapoleone) Orari | Merc ore 13-20, giov e ven ore 13-17.45, sab e dom ore 10-17.45 Biglietti | Ingresso 12 euro; ridotto 9 euro Web | museobagattivalsecchi.org/it Social | Fb @MuseoBagattiValsecchi – Ig @museobagattivalsecchi L'articolo Villa Bagatti Valsecchi: casa-museo, gioiellino neoclassico, opera d’arte totale. “Mostre e dibattiti, uno spazio sospeso tra antico e moderno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Esclusiva | Michelangelo, le immagini nascoste nel ritratto di Vittoria Colonna: la scoperta della ricercatrice Valentina Salerno
All’interno dell’opera d’arte dedicata alla musa ispiratrice di Michelangelo Buonarroti, Vittoria Colonna, e conservata al British Museum di Londra la ricercatrice indipendente Valentina Salerno ha individuato una serie di immagini nascoste (link pezzo testuale principale versione lunga per il sito ed extra che caricheranno stasera). Scoperte che potrebbero aprire un nuovo capitolo nella storia dell’arte e nella comprensione del rapporto tra il genio del Rinascimento e la nobile poetessa. Un impressionante studio, quello di Salerno, partito dall’analisi della morte del poliedrico artista, che ha intrecciato le vicende, le opere e i documenti riguardanti oltre ottocento personaggi storici a lui collegati; parte dei risultati di questa indagine confluiranno nel saggio scientifico Michelangelo, gli ultimi giorni. La ricerca è sostenuta dall’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi del SS. Salvatore e dal docente universitario, saggista e critico letterario Michele Rak, e condivisa in parte con la direzione dell’Archivio della Fabbrica di San Pietro, ha valso a Salerno la nomina a membro del “Comitato scientifico per le celebrazioni anniversarie di Michelangelo Buonarroti”, istituito nell’aprile scorso dalla Fabbrica di San Pietro in collaborazione con i Musei Vaticani. Del comitato fanno parte alcuni tra i maggiori esperti internazionali del “Divin Artista” e di cui il Fatto Quotidiano è il primo a rivelare l’esistenza. L'articolo Esclusiva | Michelangelo, le immagini nascoste nel ritratto di Vittoria Colonna: la scoperta della ricercatrice Valentina Salerno proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Milano accoglie il BMW Art Car World Tour e trasforma otto auto in arte viva
Milano ha un modo unico di accogliere certi appuntamenti: non li espone soltanto, li interpreta. All’ADI Design Museum il BMW Art Car World Tour arriva come una chiusura ideale dell’anno e come un inizio, perché celebra i cinquant’anni di una collezione che continua a parlare al presente. Otto vetture, otto “sculture in movimento”, come le definisce Luciano Galimberti, presidente del museo, che ha aperto l’esposizione ricordando la missione dell’istituzione: non un mausoleo del design, ma un luogo dove il progetto diventa chiave di lettura del contemporaneo. Il percorso, infatti, non è costruito per stupire: cerca piuttosto di mettere in relazione le auto con ciò che esse rappresentano. Calder, Stella, Lichtenstein, Mahlangu, Koons, Chia, Holzer, Mehretu: in mezzo secolo questi nomi hanno trasformato la carrozzeria in una tela capace di muoversi, correre, competere. E il design, inteso come disciplina che traduce visione in forma, diventa così ponte naturale con l’industria, il motorsport, la cultura materiale. Massimiliano Di Silvestre, presidente e AD di BMW Italia, lo ha spiegato con una chiarezza che va oltre la retorica dell’anniversario: “Le Art Car sono un unicum: arte, design, tecnologia e motorsport che da cinquant’anni si incontrano e si fondono. Esporre otto vetture qui a Milano è un privilegio, ma anche una responsabilità: questa è la tappa più ricca del tour mondiale”. E non è un caso che la Serie 3, nata anch’essa nel 1975, celebri il suo cinquantesimo compleanno nello stesso anno. Un allineamento simbolico che racconta un brand sempre più interessato a costruire dialoghi culturali oltre la dimensione automobilistica. Il racconto di Thomas Girst, curatore della collezione e responsabile dell’engagement culturale del BMW Group, aggiunge un tassello decisivo: “L’Italia sta celebrando il 50° anniversario delle Art Car con un entusiasmo straordinario. Qui si ritrovano appassionati di design, arte, motorsport e tecnologia: è un momento in cui tutto si tiene, tutto si parla”. E, in effetti, guardando la V12 LMR di Jenny Holzer o la M3 GT2 di Koons, si capisce quanto la componente agonistica sia parte della narrazione estetica, e non un dettaglio accessorio. La mostra sbarca a Milano, dove resterà fino all’8 gennaio 2026, dopo un anno di tappe internazionali – da Art Basel Hong Kong al Le Mans Classic – e anticipa il 2026, quando tutta la collezione correrà idealmente verso Parigi e Rétromobile per celebrare il mezzo secolo del salone. Intanto, all’ADI Design Museum si costruisce un percorso che parte dalla 3.0 CSL di Calder, la madre di tutte, e arriva alla più recente creazione di Julie Mehretu, interpretazione su scala della M Hybrid V8, l’auto che ha riportato BMW a Le Mans nella nuova era. Galimberti, parlando ai presentidurante l’innaugurazione, ha immaginato un sogno: “Vederle circolare per strada sarebbe magnifico, un traffico colorato e felice. Non si può, ma il museo è il luogo dove questo sogno può prendere forma”. Ed è davvero così: la sala diventa un’arena dove cinquanta anni di sperimentazione artistica corrono in parallelo ai cambiamenti della mobilità, della società, del gusto. L'articolo Milano accoglie il BMW Art Car World Tour e trasforma otto auto in arte viva proviene da Il Fatto Quotidiano.
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