Gli incendi nella Patagonia argentina non si fermano. Dal 5 gennaio sono stati
distrutti oltre 36mila ettari di foreste autoctone, pascoli e praterie secondo i
dati dell’Agencia Federal de Emergencias (AFE). Le zone interessate si trovano
in particolare nella Comarca andina al confine con il Cile, vasta area
caratterizzata da boschi e paesaggi montani. La provincia di Chubut è la più
colpita e le fiamme hanno raggiunto anche il Parque Nacional Los Alerces.
Secondo Greenpeace, sono andati distrutti oltre 40mila ettari.
“Gli incendi sono riconducibili a tre cause strutturali che si completano a
vicenda. La prima è la crisi climatica globale. L’Argentina sta vivendo ondate
di calore anomale con temperature di 30-32 gradi. La siccità, aggravata dal
cambiamento climatico, rende il territorio più arido e incline agli incendi”,
spiega a ilfattoquotidiano.it Enrique Viale, avvocato dell’organizzazione
“Abogados Ambientalistas”. “L’altro fattore è la proliferazione delle
piantagioni massive di pini. È una specie esotica, proveniente dal Nord America,
e possiede caratteristiche pirofite: dopo ogni incendio, si moltiplica. Anche
questo contribuisce a rendere gli incendi così devastanti: è come bruciare una
polveriera”, prosegue Viale. “Il terzo fattore è l’attuale governo libertario
che ha deciso di definanziare tutte le politiche ambientali”.
Nei due anni del governo del presidente di destra Javier Milei, noto per le sue
posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, il bilancio nazionale
destinato al “Servicio nacional de manejo del fuego” (Snmf, l’organismo statale
che si occupa di prevenire e contrastare gli incendi forestali) ha subito tagli
drastici. Secondo un rapporto elaborato dalla “Fundación ambiente y recursos
naturales”, la legge di bilancio 2026 ha assegnato al Snmf circa 20.131 milioni
di pesos, cifra che segna una riduzione reale del 69% rispetto al bilancio
effettivamente eseguito nel 2023. Facendo una comparazione con il 2025, i fondi
si sono ridotti del 54% evidenziando, secondo l’organizzazione ambientalista,
come la gestione degli incendi abbia una bassa priorità nell’assegnazione delle
risorse pubbliche.
“La riduzione del bilancio ha conseguenze molteplici: meno attività di
prevenzione, minori acquisti delle attrezzature e degli equipaggiamenti
necessari sia per prevenire sia per intervenire quando si stanno verificando gli
incendi”, spiega Alejo Fardjoume, delegato sindacale dell’ “Asociación
trabajadores del estado” (Ate), referente per i lavoratori dei parchi nazionali.
“Il definanziamento non è una mancanza di politica: è una politica in sé”.
Un ulteriore fattore critico è l’esecuzione parziale del bilancio assegnato. Nel
2024 era stato usato solo il 22% dei fondi disponibili, nonostante in quell’anno
nel Paese a causa degli incendi fossero andati distrutti più di 300mila ettari.
Nel 2025, anche a seguito di proteste e reclami, si era registrato un maggiore
utilizzo delle risorse assegnate. Nonostante ciò, il Snmf aveva lasciato
inutilizzato il 25% dei fondi ricevuti. “Nei parchi nazionali, nelle formazioni
che intervengono durante gli incendi, lavorano attualmente 391 persone quando
dovrebbero essere almeno 700 – afferma Fardjoume – . Hanno contratti precari
che, in alcuni casi, sono rinnovati annualmente da oltre un ventennio senza
garantire stabilità ai lavoratori. Nelle zone centrali del Paese, lo stipendio
iniziale è circa 650mila pesos (circa 376 euro). In Patagonia, dove si
percepisce un’indennità per le condizioni sfavorevoli di lavoro, si parte da
850mila pesos (circa 492 euro). Questa cifra non aumenta molto, nemmeno dopo
molti anni di carriera ed esperienza. La realtà che stiamo vivendo impone allo
Stato maggiore preparazione e più ascolto delle comunità locali”. Di fronte
all’assenza delle istituzioni, i cittadini si sono organizzati in squadre di
volontari per supportare il lavoro dei vigili del fuoco. “Un incendio si inizia
a combattere prima delle fiamme. Ora senza finanziamenti e personale, sta
diventando sempre più difficile”.
L'articolo Argentina, gli incendi distruggono 36mila ettari di foreste in
Patagonia dall’inizio dell’anno. Ma Milei dimezza i fondi per i vigili del fuoco
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Javier Milei
È ormai guerra aperta tra Javier Milei e il calcio albiceleste. La giustizia
argentina ha formalmente imputato il presidente e il tesoriere della Federcalcio
(Afa) – Claudio “Chiqui” Tapia e Pablo Toviggino – nell’ambito di un’inchiesta
per evasione fiscale. Si tratta della prima di tre inchieste aperte negli ultimi
giorni che coinvolgono i vertici della federazione calcistica. Ma l’Afa respinge
tutte le accuse, denunciando appunto un “attacco coordinato” da parte del
governo del presidente Milei.
LE ACCUSE AI VERTICI DELLA FEDERCALCIO
Tapia e il suo tesoriere sono imputati per presunta indebita ritenzione di
contributi previdenziali e altri tributi. Il procedimento nasce da una denuncia
della Direzione generale delle imposte (Dgi) e riguarda mancati versamenti per
oltre 19.000 milioni di pesos, pari a circa 13 milioni di dollari, riferiti agli
ultimi due anni.
Le presunte irregolarità riguardano ritenute su Iva, imposta sul reddito e
contributi pensionistici, nel periodo compreso tra marzo 2024 e settembre 2025.
La normativa argentina prevede per questi reati pene detentive da due a sei
anni. Secondo l’accusa, considerate le dimensioni economiche dell’Afa e l’entità
delle somme contestate, l’indagine potrebbe essere estesa anche ad altri membri
del consiglio direttivo.
LE TRE INCHIESTE CONTEMPORANEE
Le altre indagini riguardano presunte irregolarità finanziarie legate alla
società Sur Finanzas – di proprietà dell’imprenditore Ariel Vallejo e legata a
doppio filo al presidente della Afa – e l’acquisto di un immobile di lusso nella
provincia di Buenos Aires. Le accuse vanno dal riciclaggio di denaro al presunto
occultamento di beni. L’inchiesta della magistratura ha preso il via a partire
da una presunta manovra di riciclaggio per 880 miliardi di pesos (circa 500
milioni di euro) in cui la società Sur Finanzas appare come la piattaforma
principale della movimentazione del denaro.
LE MIRE DI MILEI: COSA C’È DIETRO LO SCONTRO
Il confronto tra l’esecutivo e la federazione va avanti da oltre un anno. La
senatrice della maggioranza ed ex ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich,
ha presentato a metà dicembre un esposto presso la Confederazione sudamericana
del calcio (Conmebol) chiedendo l’apertura di un’indagine interna su presunte
violazioni del Codice Etico e della Politica Anticorruzione nei confronti del
presidente dell’Afa Tapia. Ma sullo sfondo c’è lo scontro aperto tra governo e
Afa per il progetto di Milei di riformare lo statuto delle società calcistiche
argentine (oggi società civili senza scopo di lucro) e consentire l’ingresso di
Società per azioni sul modello del calcio inglese. Un’iniziativa che si è
tuttavia scontrata con una forte resistenza della Federcalcio e anche della
maggioranza dei club argentini.
L'articolo La guerra sul calcio argentino: imputato il presidente federale
Tapia, Milei vuole riformare lo statuto delle società proviene da Il Fatto
Quotidiano.
L’impronta degli anfibi militari Usa è già in terra sudamericana: minaccia l’uso
della forza contro Caracas e i suoi alleati, porta – a suon di miliardi di
dollari – le truppe nei Paesi alleati con il pretesto della lotta al
“narcoterrorismo“, ma ha un’unica vera finalità: far fuori la Cina, e in minor
grado la Russia, tenendo il cortile di casa a riparo da “potenze
extraemisferiche”, come previsto dalla National Security Strategy 2025. Quanto
all’uso della forza: sappiamo che i riflettori restano accesi sul massiccio
dispiegamento statunitense nel Mar dei Caraibi e in una porzione del Pacifico –
blocco aereo e navale del Venezuela e raid su imbarcazioni civili – costato
oltre un milione di dollari ai contribuenti Usa e che nel lungo periodo potrebbe
raggiungere i 40 milioni di dollari, complice la presenza del gruppo d’attacco
della portaerei Gerard R. Ford, oltre a decine di destroyer, F-35, B-52B e circa
20mila soldati. Tuttavia il meccanismo più efficace non è tanto l’escalation al
Largo del Venezuela, ora incentrata sul petrolio, bensì l’incursione nella
regione attraverso i Paesi amici – tra cui Ecuador, Perù e Argentina, dove anche
la Cina ha i propri interessi – chiamati a cedere sovranità in cambio di
miliardi di dollari.
L’INGRESSO IN ECUADOR, PARAGUAY E PERÙ.
Poche ore fa l’ambasciata statunitense a Quito ha dato il benvenuto a un primo
contingente statunitense delle Forze aeree per prendere parte a “un’operazione
temporanea” e “riservata” nella città costiera di Manta per affiancare i
militari nella “lotta contro il narcotraffico“, come il capo di Stato Daniel
Noboa. L’ingresso di soldati Usa, basato su accordi siglati tra i due Paesi nel
2023, prevede un valore aggiunto di oltre 214 milioni di dollari in assistenza
militare, equipaggiamento e programmi di formazione per i soldati. Per gli Usa
sarà una convivenza forzata con i cinesi, che prevedono un investimento di 156
milioni di dollari al fine di trasformare la città nella porta d’ingresso del
Sudamerica. Proprio a Manta, città che ospiterà le operazioni, vi è una base
militare Usa la cui riattivazione era stata sottoposta alla volontà popolare,
attraverso il referendum dello scorso 16 novembre, nel quale più del 60% degli
elettori ha votato “no”. Anche il Perù, Paese confinante con l’Ecuador, ha
annunciato sabato l’ingresso, a partire dal 2026, di soldati statunitensi nel
suo territorio in cambio di investimenti per circa 3 miliardi di dollari. Lo
schema è quello di Manta, con le mire poste sul porto del “Callao“, dove Pechino
ha investito 500 milioni di dollari e la cinese Cosco controlla il 40% del
flusso commerciale. La presenza militare Usa si espande anche in Paraguay, dove
quest’anno l’import di Pechino ha raggiunto il 34% sul totale, cioè oltre 4
miliardi di dollari. La Asunción ha recentemente sottoscritto uno Status of
forces agreement che concede immunità ai soldati statunitensi nel Paese. Nel
nome di una “maggiore stabilità nell’emisfero” – parole di Marco Rubio -,
l’accordo trasformerà il Paese nell’epicentro della Nsa nella regione.
I CASI DI CILE E ARGENTINA
Ma l’ossessione Usa in chiave anticinese non è una sorpresa per l’America Latina
e, nel passato recente, ha già raggiunto il Cile e l’Argentina, che completano
il quadro militare Usa nell’emisfero. Nel caso del Cile, dietro la dicitura
innocua di “Esercizio di solidarietà“, è prevista l’integrazione dell’esercito
con la dottrina di difesa degli Stati Uniti per un investimento di 5 miliardi e
mezzo in materia di difesa. L’obiettivo, esplicitato dall’ammiraglio del
SouthCom, Alvin Hosley, è quello di “proteggere il litio” dal predominio cinese,
che ammonta a quasi 5 miliardi di dollari. A tale proposito il segretario del
Tesoro Usa, Scott Bessent, ha vincolato i sussidi Usa per il Paese alla
“diversificazione” del mercato del litio, cercando di evitare il monopolio
cinese. Bessent è lo stesso che, in Argentina, ha legato i 40 milioni di
prestiti sul Paese – di cui beneficiano anche fondi di investimento come
Blackrock e Pimco – all’operazione Tridente mediante la quale Buenos Aires ha
consegnato aprendo ai militari Usa le località di Ushuaia. Sul piatto ci sono
anche l’estrazione del litio argentino e l’estrazione di gas e petrolio a Vaca
Muerta. Il mandato di Bessent è chiaro a tutti: “Il presidente Milei ha il
dovere di cacciare la Cina dall’Argentina”. E ancora: “Non vogliamo uno Stato
sotto l’influenza cinese in America Latina; altrimenti si rischia lo scontro,
con imbarcazioni militari, come succede in Venezuela”. La risposta cinese non si
è fatta attendere là dove Pechino ha accusato il segretario del Tesoro Usa di
“atti di egemonia e bullying” e “mentalità da guerra fredda“.
CORSA ALLE ARMI
L’espansionismo militare Usa risveglia vecchi fantasmi in una regione che
nell’ultimo anno ha quasi raddoppiato la sua spesa militare media, passando da
53 a 95 miliardi di dollari, con imprese come Lockheed Martin e Boeing in cima
ai guadagni. “C’è un dirottamento criminale dei fondi pubblici”, hanno
denunciato la Confederazione di lavoratori dell’Energia e la rete geopolitica
del Sud, sottolineando che la corsa al riarmo “finanzia i guardiani delle
corporazioni che saccheggiano il nostro sottosuolo”.
L'articolo Truppe Usa in Sudamerica. Dall’Ecuador all’Argentina: i soldati di
Washington nei Paesi alleati per contrastare l’avanzata cinese proviene da Il
Fatto Quotidiano.
Scivolone del presidente argentino Javier Milei durante la visita di Andrea
Bocelli. Il tenore ha ricevuto direttamente dalle mani di Milei la più alta
onorificenza argentina, l’Ordine di Maggio. Dopo la consegna della medaglia, il
presidente ha provato a stringere la mano al cantante lirico, cieco da quando
aveva 12 anni: Milei ha teso il braccio ma, non ricevendo alcuna mano in cambio,
ha deciso di prendersela da solo, letteralmente tirando la mano di Bocelli verso
di sé.
Il dettaglio non è passato inosservato, diventando rapidamente virale sui
social.
L'articolo Milei tende la mano a Bocelli per stringerla, poi si accorge della
gaffe e se la prende da solo – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.