Per molti anni Daryl Hannah ha scelto il silenzio. Non ha mai commentato
pubblicamente la sua relazione con John F. Kennedy Jr., non ha mai risposto ai
pettegolezzi, alle ricostruzioni romanzate o ai titoli sensazionalistici che per
decenni hanno accompagnato quella storia. Oggi però, a 65 anni, l’attrice rompe
quella regola che si era imposta. E lo fa con un lungo intervento pubblicato
sulle pagine del New York Times, un testo duro, personale, che è insieme una
smentita e una riflessione sul modo in cui l’intrattenimento contemporaneo può
deformare la vita reale.
Il punto di partenza è un ricordo lontano, un consiglio ricevuto molti anni fa
da una delle donne più osservate del Novecento: “Jacqueline Onassis una volta mi
diede un saggio consiglio: mi disse che, sebbene i tabloid, le riviste e i
giornali vendessero spesso bugie ridicole, il giorno dopo non erano altro che
carta da gabbia per uccelli”, scrive Hannah. “All’epoca quelle parole mi diedero
grande conforto. Ma oggi non sono più vere. Nell’era digitale le notizie non
scompaiono. Le bugie restano online per sempre. Vengono archiviate, trasformate
in meme e riproposte all’infinito. Una rappresentazione drammatizzata può
diventare, per milioni di spettatori, la versione definitiva della vita di una
persona reale”.
È da questa constatazione che nasce la decisione di intervenire pubblicamente.
Il bersaglio delle sue critiche è Love Story, la nuova serie ideata da Ryan
Murphy per Hulu e Disney+, che nelle prime nove puntate ricostruisce la storia
d’amore tra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette. Il progetto dovrebbe
diventare una vera e propria antologia televisiva sulle coppie celebri — con
future stagioni dedicate, secondo le anticipazioni, a Elizabeth Taylor e Richard
Burton o a Madonna e Sean Penn — ma per Hannah la prima stagione rappresenta un
caso emblematico di come la fiction possa trasformarsi in un racconto
fuorviante.
Attrice diventata celebre negli anni Ottanta grazie a film come Splash – Una
sirena a Manhattan accanto a Tom Hanks e protagonista di cult come Blade Runner
e Kill Bill, Hannah ebbe effettivamente una relazione con l’erede della dinastia
Kennedy prima del matrimonio di lui con Carolyn Bessette. Di quella storia non
ha mai parlato pubblicamente. La serie, però, l’ha convinta a cambiare idea:“In
genere ho scelto di non rispondere”, scrive. “Da tempo penso che reagire alle
distorsioni spesso non faccia altro che amplificarle. Tuttavia una recente serie
televisiva che sfrutta la tragedia di John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette
presenta un personaggio che usa il mio nome e che viene descritto come me”. Il
problema, spiega, non è solo la presenza di un personaggio ispirato a lei. È il
modo in cui viene rappresentato. Nella serie la figura di “Daryl Hannah” viene
dipinta come irritante, egocentrica, lamentosa e manipolatrice. Un ritratto che
l’attrice considera non solo falso ma funzionale a un meccanismo narrativo ben
preciso. “La scelta di ritrarmi in questo modo non è stata casuale”, scrive.
“Una buona narrazione richiede spesso un’antagonista”.
Hannah collega questa scelta a una dinamica più ampia che riguarda la
rappresentazione femminile nella cultura popolare. “La cultura popolare esalta
alcune donne ritraendone altre come rivali cattive”, osserva. “Ma non è forse
misoginia da manuale demolire una donna per esaltarne un’altra?”. Le sue parole
si inseriscono in una polemica già sollevata anche dalla famiglia Kennedy.
Mentre Caroline Kennedy, sorella di John Jr., è rimasta in silenzio — segnata
dall’ennesimo lutto familiare dopo la morte della figlia Tatiana a 36 anni — il
nipote Jack Schlossberg ha criticato pubblicamente la serie definendola uno
“spettacolo grottesco” che sfrutta per intrattenimento la vita privata e la
tragica morte dello zio, morto nel 1999 in un incidente aereo al largo di
Martha’s Vineyard.
Nel suo intervento Hannah entra anche nel merito delle singole accuse o
insinuazioni che la serie suggerirebbe: “Il personaggio di ‘Daryl Hannah’
descritto nella serie non è nemmeno lontanamente accurato rispetto alla mia
vita, al mio comportamento o al mio rapporto con John”, scrive. “Le azioni e i
comportamenti che mi vengono attribuiti sono falsi”. L’attrice passa poi a
elencare una serie di smentite precise: “Non ho mai fatto uso di cocaina in vita
mia né ho mai organizzato feste a base di cocaina. Non ho mai fatto pressione su
nessuno per sposarlo. Non ho mai profanato alcun cimelio di famiglia né ho mai
violato la privacy di nessuno. Non ho mai diffuso notizie alla stampa. Non ho
mai paragonato la morte di Jacqueline Onassis a quella di un cane”.
Il punto, però, non è solo ristabilire la verità dei fatti. Hannah racconta
anche le conseguenze molto concrete che la serie ha avuto sulla sua vita: “Trovo
sconcertante dovermi difendere da una serie televisiva”, scrive. “Non si tratta
di abbellimenti creativi della personalità. Sono affermazioni sul comportamento,
e sono false”. Dopo la messa in onda, spiega, ha ricevuto messaggi ostili e
persino minacce da spettatori convinti che la rappresentazione fosse veritiera.
“Quando l’intrattenimento prende in prestito il nome di una persona reale, può
avere un impatto permanente sulla sua reputazione”. Come attrice di lungo corso
Hannah sa bene che la vita pubblica comporta anche interpretazioni distorte. Fa
parte del “gioco”, ammette. Proprio per questo negli anni ha scelto di non
reagire quasi mai. Ha preferito lavorare e mantenere la sua vita privata lontana
dai riflettori. “Ma a quanto pare la mia discrezione mi rende un bersaglio”,
scrive con amarezza.
Negli ultimi anni Hannah ha dedicato gran parte del suo tempo ad attività
filantropiche e ambientali: documentari sulla difesa dell’ecosistema, programmi
di terapia assistita con animali per anziani affetti da Alzheimer e demenza,
iniziative di sensibilizzazione ecologica. Difendere la propria reputazione,
spiega, non ha nulla a che fare con l’ego ferito. È una necessità professionale:
“Come in qualsiasi carriera, per fare bene il proprio lavoro è necessaria una
reputazione intatta. È per questo che ho deciso di difendere me stessa ora”.
Nel finale dell’articolo l’attrice si concede anche un’ultima stoccata ai
cosiddetti “bene informati” che per anni hanno raccontato la sua storia: “La
maggior parte — se non tutti — coloro che affermano di avere una conoscenza
approfondita delle nostre vite personali sono sensazionalisti egoisti che
trafficano in pettegolezzi, insinuazioni e speculazioni”. Poi il tono si fa più
morbido, quasi meditativo. Coerente con l’immagine che Hannah ha costruito negli
ultimi decenni lontano da Hollywood e vicino all’impegno civile. “Che l’amore e
la verità possano prevalere”, conclude.
L'articolo “Love story piena di falsità. Io dipinta come una rivale cattiva, le
bugie restano online per sempre”: Daryl Hannah rompe il silenzio su JFK Jr. e fa
a pezzi la serie di Ryan Murphy proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Divieto assoluto di rivolgere la parola o persino lo sguardo al fondatore Calvin
Klein, ma anche la smentita categorica delle vecchie voci che dipingevano
Carolyn Bessette come una donna algida e snob. Sono questi i due fulcri attorno
a cui ruotano le testimonianze dirette delle ex dipendenti del brand, che in
questi giorni di febbraio 2026 stanno utilizzando TikTok per ricostruire
l’esatta atmosfera che si respirava negli uffici minimalisti della maison negli
anni ’90.
A innescare le rivelazioni della Generazione X è stata la messa in onda di Love
Story, la nuova serie FX di Ryan Murphy incentrata sulla storia d’amore tra John
F. Kennedy Jr. e Carolyn Bassette, appunto, morti in un incidente aereo nel 1999
a soli 33 e 37 anni. Confrontando la finzione televisiva con la loro esperienza
reale vissuta sul posto di lavoro, le ex colleghe hanno delineato un quadro
netto, fatto di regole estetiche e comportamentali ferree imposte da Klein, in
netto contrasto con l’inaspettata umanità e gentilezza dimostrata
quotidianamente dalla Bessette.
IL DIVIETO DI CONTATTO E IL “TRUCCO ALLA CAROLYN”
Kara Mendelsohn, che ha lavorato da Calvin Klein a fine anni ’90 (arrivando due
anni dopo le dimissioni di Carolyn Bessette, avvenute per le nozze del 1996), ha
pubblicato dei video diventati virali in pochissimo tempo. “Vi racconto alcune
cose che succedevano quando lavoravo lì e che oggi manderebbero le persone in
coma per quello che potevamo o non potevamo fare”, esordisce Mendelsohn.
L’ossessione per il minimalismo dettava regole ferree sull’aspetto fisico. Le
dipendenti non potevano indossare smalto per le unghie e il trucco doveva essere
quasi invisibile. “Il trucco di tutte sembrava quello di Carolyn”, spiega.
“Avevamo sopracciglia molto sottili… e le persone indossavano un trucco minimo,
davvero minimo. Niente ombretti accesi, niente labbra sgargianti, tutto era
super neutro, e tipicamente i capelli erano raccolti in una coda di cavallo”.
Anche i gioielli non sfuggivano al controllo: “Ti chiedevano di toglierli se
indossavi qualcosa che non fosse super semplice”.
Mendelsohn commenta poi un aneddoto presente nella serie tv Love Story,
riguardante la consegna di diversi mazzi di rose rosse alla Bessette: “Ho riso
quando l’ho visto, perché era un’altra cosa vietata sulle nostre scrivanie”,
precisa l’ex dipendente. “Calvin era molto severo sull’immagine e ogni piano si
apriva su una reception con delle calle sulla scrivania. C’erano sempre fiori
bianchi, ma non ti era permesso avere sulla scrivania fiori che non fossero
bianchi”. La regola più rigida, tuttavia, riguardava le interazioni con il
fondatore della maison: “Non potevi guardarlo, non potevi parlargli, facevi il
tuo lavoro e non intralciavi la strada”, rivela Mendelsohn. “Andare da lui e
conversare era un grandissimo no”.
PARETI RIDIPINTE OGNI GIORNO E SCRIVANIE VUOTE
A confermare il rigore estetico del quartier generale è un’altra ex dipendente
dell’epoca, Tracey Kane, che ha descritto l’ambiente come incontaminato e quasi
chirurgico: “Le pareti erano bianche, bianche, bianche, e c’era una squadra di
imbianchini lì ogni singolo giorno per coprire qualsiasi segno di usura”. Anche
la personalizzazione della postazione di lavoro era bandita. “Non avevamo
oggetti personali sulle nostre scrivanie, come nessuna foto. Se ricevevi dei
fiori in regalo, ci si aspettava che li portassi a casa quella sera stessa. Non
potevi lasciarli sulla scrivania”, ricorda Kane. Tuttavia, l’ex dipendente
ammette che i vantaggi economici compensavano la rigidità dell’ambiente. Lo
staff aveva accesso alle nuove collezioni prima ancora che arrivassero nei
negozi, acquistandole a una frazione del costo. “Potevamo fare ordini con
un’enorme percentuale di sconto rispetto al prezzo all’ingrosso”, racconta.
“Così indossavamo queste collezioni meravigliose… io non avrei mai potuto
permettermi questa linea, ma noi potevamo grazie a queste vendite esclusive”.
LA VERITÀ SU CAROLYN BESSETTE
Tra i racconti emersi spicca quello di Mary Beth Kelley, che ha pubblicato
alcune clip il 17 febbraio 2026 indossando un maglione vintage dei suoi anni da
Calvin Klein. Oltre a ricordare con stupore di aver visto Kate Moss passeggiare
accanto alla sua scrivania, Kelley ha voluto smentire alcune voci sul conto di
Carolyn Bessette, con cui ha condiviso lo stesso piano di lavoro: “Alcune
persone dicono che fosse fredda e distaccata”, chiarisce Kelley. “Non avrebbe
potuto essere più gentile. Era così simpatica, così alla mano. Ti salutava
dicendo: ‘Ciao tesoro, come stai?’. Era sorprendente. Aveva sempre un aspetto
incredibile”. Sulla ricostruzione fatta dallo show Love Story, Kelley ha
confermato che la serie è riuscita a “catturare l’essenza dell’ufficio in modo
impeccabile”.
L’ARCHIVIO CALVIN KLEIN CONQUISTA LA GEN Z
Il fascino per quel rigore anni ’90 si è rapidamente tradotto in un interesse
concreto per la moda dell’epoca. In due video pubblicati il 18 e 19 febbraio
2026 – che hanno superato il milione di visualizzazioni – Ella, la figlia della
Mendelsohn, ha fatto da modella indossando i capi d’archivio salvati dalla
madre: una gonna in pelo di cammello, un dolcevita in cashmere e una borsa
foderata in seta. Pezzi considerati il “Santo Graal” dai minimalisti di oggi,
che dimostrano come l’eredità estetica di Calvin Klein continui a influenzare
fortemente le nuove generazioni, ben oltre i severi corridoi dai muri
immacolati.
L'articolo “Ecco com’era davvero lavorare con Carolyne Bessette da Calvin Klein
negli anni ’90”: le ex dipendenti raccontano su TikTok i retroscena dopo la
serie cult Love Story proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stato presentato in America, al Carnegie Hall di New York, lo scorso 3
febbraio, la serie “Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette“,
composta da nove episodi e disponibile su Disney+ Italia dal 13 febbraio.
Protagonista assoluto è l’amore tra John F. Kennedy Jr. (Paul Anthony Kelly) e
Carolyn Bessette (Sarah Pidgeon). È il primo capitolo dell’antologia “Love
Story” di Ryan Murphy, ispirata al libro di Elizabeth Beller “Once Upon a Time:
The Captivating Life of Carolyn Bessette-Kennedy”.
John F. Kennedy Jr. era la figura più vicina al mito americano, figlio del
presidente americano John Fitzgerald Kennedy e Jacqueline Kennedy. Il Paese lo
ha visto trasformarsi da ragazzo a scapolo amato e celebrità mediatica. Carolyn
Bessette (Sarah Pidgeon) era una star a pieno titolo. Fieramente indipendente e
con uno stile singolare, era passata da commessa a dirigente da Calvin Klein,
diventando una fidata confidente dell’omonimo fondatore. Il legame tra John e
Carolyn è stato immediato. Man mano che la loro storia d’amore prendeva forma
sotto gli occhi dell’intera nazione, la fama crescente e la conseguente
attenzione dei media minacciavano di separarli. Nel cast anche Grace Gummer
(Caroline Kennedy), Naomi Watts (Jackie Kennedy Onassis), Alessandro Nivola
(Calvin Klein), Leila George (Kelly Klein), Sydney Lemmon (Lauren Bessette) e
Constance Zimmer (Ann Marie Messina).
La scelta di Paul Anthony Kelly non è stata facile, come ha raccontato a Variety
Brad Simpson, uno dei produttori esecutivi della serie: “Cercavamo modelli
maschili, persone a caso per strada, qualsiasi tipo di uomo bianco tra i 25 e i
40 anni. Ma Kennedy non era un uomo bianco qualsiasi. Fin dal suo debutto sulla
scena nazionale come un ragazzino che scorrazzava per la Casa Bianca, simbolo
dell’energia giovanile dell’amministrazione Kennedy, era stato documentato senza
sosta. Poi arrivò il suo periodo alla Brown University e la sua onnipresenza
disinvolta come celebrità di New York che frequentava Cindy Crawford, Madonna e
Sarah Jessica Parker. Era una fissazione nazionale, fino al suo perenne
togliersi la maglietta durante le corse a Central Park e il suo fisico era ben
documentato per tutti gli Anni 90. Corpi come il suo non sono comuni tra gli
aspiranti attori nell’era post-Hemsworth. Viviamo in un mondo in cui i peli sul
petto sono in qualche modo scomparsi”.
Paul Anthony Kelly, un ex modello che cercava di sfondare nella recitazione, era
stato preso in considerazione e scartato. Ma il tempo stringeva, così Simpson e
la sua socia produttrice Nina Jacobson hanno convocato 13 potenziali attori tra
cui Kelly, per una serie di letture. Dopo aver mostrato le tre opzioni finali a
Murphy, uno dei parrucchieri che lavorava con gli attori disse al gruppo che
sarebbe stato folle non scegliere Kelly, che è alto ben oltre un metro e ottanta
e ha una mascella squadrata. E così è andata.
L'articolo “È stato difficile trovare un attore per John F. Kennedy Jr. Viviamo
in un mondo in cui i peli sul petto sono scomparsi”: parla il produttore della
serie “Love Story” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A oltre sessant’anni dall’assassinio di John F. Kennedy, un filmato amatoriale
girato il 22 novembre 1963 potrebbe rimettere in discussione la ricostruzione
ufficiale dell’omicidio. Lo riferisce l’Ansa, citando sviluppi giudiziari negli
Stati Uniti legati a una pellicola in 8 millimetri realizzata da Orville Nix, un
riparatore di condizionatori di Dallas presente a Dealey Plaza il giorno
dell’attentato.
Il video, secondo quanto riportato anche dal New York Post, riprenderebbe l’area
della cosiddetta “grassy knoll”, la collinetta erbosa da tempo al centro delle
ipotesi su un possibile secondo attentatore oltre a Lee Harvey Oswald. Proprio
da quel punto, secondo numerosi testimoni dell’epoca, sarebbero partiti alcuni
degli spari che colpirono mortalmente il presidente degli Stati Uniti.
Orville Nix morì nel 1972: da anni la nipote conduce una battaglia legale per
recuperare il filmato, che sarebbe oggi in possesso delle autorità federali. La
donna sostiene che la pellicola potrebbe “contenere la chiave per smascherare
uno dei più grandi insabbiamenti della storia” e ne stima il valore potenziale
in oltre 900 milioni di dollari, proprio per l’eventuale rilevanza storica e
probatoria.
Un giudice federale ha ora autorizzato la prosecuzione dell’azione legale per
chiarire la sorte del materiale e valutare un’eventuale divulgazione pubblica.
La decisione non certifica il contenuto del filmato né la presenza di un secondo
attentatore, ma consente di andare avanti nel tentativo di stabilire se la
pellicola possa offrire nuovi elementi sul delitto che scosse l’America. La
telecamera di Nix, secondo le ricostruzioni, era puntata esattamente verso la
collinetta erbosa di Dealey Plaza, il luogo indicato da decenni dai teorici
della cospirazione come possibile postazione di un secondo uomo armato, nascosto
dietro una recinzione. La versione ufficiale, basata sulle conclusioni della
Commissione Warren, attribuì invece l’omicidio esclusivamente a Oswald, che
sparò dal Texas School Book Depository.
L'articolo “La chiave per smascherare uno dei più grandi insabbiamenti della
storia”: un filmato inedito potrebbe riaprire il caso dell’assassinio di John F.
Kennedy proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tatiana Schlossberg, giornalista e ambientalista, figlia di Caroline Kennedy e
nipote del presidente John F. Kennedy, è morta a 35 anni a causa di una leucemia
terminale. La notizia arriva a poco più di un mese da quando lei stessa aveva
reso pubblica la malattia, raccontandola in un lungo e intenso saggio pubblicato
sul New Yorker lo scorso novembre. Schlossberg aveva annunciato di essere
affetta da una rara forma di leucemia mieloide acuta, un tumore del sangue e del
midollo osseo che colpisce prevalentemente persone anziane. Nel testo, insieme
al racconto della diagnosi e delle terapie, rifletteva sulla mortalità, sulla
storia della propria famiglia e sul peso simbolico di un cognome che attraversa
da decenni la vita pubblica americana.
La scelta di rendere pubblica la malattia era avvenuta in una data altamente
simbolica: il 22 novembre, nel 62° anniversario dell’assassinio di John F.
Kennedy. In quell’occasione, Tatiana Schlossberg aveva intrecciato il racconto
personale con una presa di posizione politica netta, criticando duramente il
cugino Robert F. Kennedy Jr., segretario alla Sanità, definendolo “un imbarazzo”
per le sue posizioni contrarie alla ricerca medica finanziata dallo Stato e ai
vaccini.
La diagnosi era arrivata nel maggio del 2024, subito dopo la nascita del suo
secondo figlio, quando un controllo medico aveva rivelato un numero anomalo di
globuli bianchi. Da quel momento, la sua vita si era trasformata in una sequenza
di cure aggressive: cicli di chemioterapia, due trapianti di cellule staminali –
il primo da sua sorella, il secondo da un donatore non imparentato – e la
partecipazione a sperimentazioni cliniche. Secondo i medici, una di queste
avrebbe potuto prolungarle la vita “per un anno, forse”.
Nel saggio, Schlossberg raccontava anche il senso di colpa e di impotenza di
fronte al dolore inflitto alla madre e alla famiglia: “Per tutta la vita ho
cercato di essere buona, di essere una brava studentessa, una brava sorella e
una brava figlia, di proteggere mia madre e di non farla mai arrabbiare o
turbare. Ora ho aggiunto una nuova tragedia alla sua vita, alla vita della
nostra famiglia, e non c’è niente che io possa fare per impedirlo”.
Impegnata soprattutto sui temi ambientali e del cambiamento climatico, Tatiana
Schlossberg aveva costruito una carriera giornalistica lontana dai riflettori
della politica dinastica dei Kennedy, scegliendo di usare la scrittura come
strumento di impegno civile. La sua morte chiude una vicenda che lei stessa
aveva voluto raccontare fino in fondo, trasformando la malattia in un atto
pubblico di testimonianza, critica e consapevolezza.
L'articolo Tatiana Schlossberg morta, la nipote di JFK aveva detto: “Ho un
cancro e ho aggiunto una nuova tragedia alla vita della nostra famiglia”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il 4 agosto del 1962 veniva trovata morta a soli 36 anni, riversa sul suo letto
nella casa di Brentwood (Los Angeles), l’icona del cinema americano Marilyn
Monroe. La presenza di scatole di farmaci sul comodino e una bottiglia vuota del
sonnifero Nembutal sul pavimento hanno portato la polizia a chiudere il caso
come suicidio.
Da allora e per tutti questi anni, sino ad oggi, si sono moltiplicate però le
ipotesi sulla sua morte. Una delle tesi più famose riguarda le presunte
frequentazioni pericolose della celebre attrice con alti esponenti politici e
della mafia. “La Monroe è stata uccisa a causa delle sue relazioni”, così il
giallista James Patterson che espone proprio questa tesi nel suo nuovo libro
“The Last Days of Marilyn Monroe: A True Crime Thriller”, co-firmato dalla
scrittrice britannica Imogen Edwards-Jones e in uscita il primo dicembre.
“Penso che navigasse in acque molto pericolose – ha detto l’autore a Hollywood
Reporter –. Aveva queste incredibili relazioni con il presidente J.F. Kennedy,
con il fratello Robert Kennedy, con Frank Sinatra e con figure della mafia.
Gente che le confidava cose di cui lei teneva traccia. Marilyn era a conoscenza
di cose che erano potenzialmente pericolose”.
“Non sapevo molto della morte, dell’autopsia che non fu completa – ha affermato
l’autore -, come avrebbe dovuto essere, e che uno dei detective arrivati sul
posto si convinse di trovarsi davanti a una messa in scena. La chiave è: molte
persone sapevano qualcosa di lei, ma non molto“.
E ancora: “Tanta gente non ne conosce la storia. Anch’io non sapevo molte cose
prima di cominciare”. Tra le ‘scoperte’ del giallista le undici famiglie a cui
da bambina l’allora Norma Jean Mortensen venne data in affido e il fatto che da
piccola fosse balbuziente.
L'articolo “Marilyn Monroe uccisa per le sue relazioni pericolose con i fratelli
Kennedy, Frank Sinatra e alcuni mafiosi. Sapeva cose pericolose”: lo rivela
James Patterson proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel 62° anniversario dell’assassinio di John F. Kennedy (22 novembre 1963), la
nipote Tatiana Schlossberg ha scelto di condividere con il mondo la sua
condizioni di malata di un cancro terminale. In un lungo articolo pubblicato sul
New Yorker, la giornalista ambientalista racconta una vicenda che è insieme
personale, familiare e politica perché sceglie di attaccare direttamente le
politiche anti scientifiche dello zio Robert Kennedy jr, ministro della Sanità
dell’amministrazione Trump.
LA DIAGNOSI
Tatiana, figlia di Caroline Kennedy e di Edwin Schlossberg, ha 34 anni e una
diagnosi che la pone davanti a un anno di vita stimato: leucemia mieloide acuta
con una rara mutazione, una forma di cancro che colpisce prevalentemente persone
anziane. La scoperta è arrivata nel maggio del 2024, subito dopo la nascita del
suo secondo figlio, quando il medico ha notato un numero anomalo di globuli
bianchi. Da allora, la sua vita si è trasformata in un susseguirsi di cicli di
chemioterapia, trapianti di cellule staminali — il primo da sua sorella, il
secondo da un donatore non imparentato — e sperimentazioni cliniche: “Avrebbe
potuto tenerla in vita per un anno, forse”, racconta, citando le parole del suo
medico durante l’ultima sperimentazione. “Per tutta la vita ho cercato di essere
buona, di essere una brava studentessa, una brava sorella e una brava figlia, di
proteggere mia madre e di non farla mai arrabbiare o turbare. Ora ho aggiunto
una nuova tragedia alla sua vita, alla vita della nostra famiglia, e non c’è
niente che io possa fare per impedirlo”.
L’ATTACCO ALLO ZIO NO VAX
L’esperienza di malattia si intreccia però con un conflitto familiare che va ben
oltre il dolore personale. Tatiana non ha esitato a criticare apertamente il
cugino: “Mentre trascorrevo sempre più tempo della mia vita sotto le cure di
medici, infermieri e ricercatori che si impegnavano per migliorare la vita degli
altri, ho visto Bobby tagliare quasi mezzo miliardo di dollari destinati alla
ricerca sui vaccini a mRNA, una tecnologia che potrebbe essere utilizzata contro
alcuni tipi di cancro”. È una denuncia dura e personale, che evidenzia come le
decisioni politiche possano avere conseguenze dirette sulla vita dei malati.
Caroline Kennedy, madre di Tatiana, ha già espresso la sua preoccupazione: “Ho
esortato i senatori a respingere la nomina di mio cugino alla guida del
Dipartimento alla Salute e ai Servizi Umani”, ha dichiarato. La rabbia e il
dolore si fondono con la paura di non poter vedere crescere i propri figli, di
non poter continuare la vita condivisa con il marito George Moran, e con il peso
del dolore dei genitori e dei fratelli, che cercano di mascherare la sofferenza
ma che Tatiana percepisce ogni giorno. In questo contesto, la malattia assume
una dimensione quasi simbolica: pubblicare la rivelazione nel giorno in cui si
ricorda l’assassinio di JFK non è un caso. Tatiana si inserisce in una storia
familiare segnata da tragedie ricorrenti, una lunga serie di lutti, incidenti e
malattie che hanno alimentato la narrativa della “maledizione dei Kennedy”. La
nipote di John F. Kennedy diventa così, suo malgrado, l’ultima di una
generazione a portare il peso di un destino crudele, che intreccia vita privata
e storia pubblica.
Tuttavia, l’articolo di Tatiana non è solo un racconto di dolore. È anche una
testimonianza di coraggio, di lucidità e di denuncia. Le sue parole mettono in
luce un legame profondo tra scienza, politica e vita quotidiana, ricordando che
le decisioni pubbliche possono letteralmente determinare il destino dei malati.
L'articolo “Ho un cancro terminale e ho visto mio zio Bobby tagliare mezzo
miliardo alla ricerca”, l’attacco della nipote di JFK allo zio Robert jr
proviene da Il Fatto Quotidiano.