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“Un calice di vino riduce davvero il rischio di infarto o ictus?”: l’esperto spiega la verità dietro il nuovo studio
Il vino fa bene al cuore? Dipende da come si leggono gli studi. E soprattutto da come vengono tradotti nei titoli dei giornali. In queste ore diversi siti hanno rilanciato la notizia di una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal come se arrivasse una sorta di riabilitazione scientifica del bicchiere quotidiano. In realtà lo studio, condotto nell’ambito del progetto spagnolo PREDIMED da un gruppo di ricercatori guidato dal cardiologo e internista Ramon Estruch dell’Università di Barcellona, racconta una storia un po’ diversa. I ricercatori hanno analizzato oltre 1.200 persone anziane ad alto rischio cardiovascolare e, invece dei tradizionali questionari alimentari, hanno misurato nelle urine l’acido tartarico, biomarcatore del consumo di vino. Incrociando questi dati con gli eventi cardiovascolari nel tempo, è emersa un’associazione tra livelli compatibili con un consumo leggero-moderato e una minore incidenza di infarto o ictus rispetto ai quasi astemi. Gli stessi autori però invitano alla cautela: si tratta di uno studio osservazionale, condotto su una popolazione specifica che seguiva una dieta mediterranea, e quindi non dimostra che il vino “protegga” il cuore. Da qui il paradosso: la ricerca suggerisce prudenza, mentre alcuni titoli sembrano già stappare la bottiglia. IL BIOMARCATORE DELL’UVA NELLE URINE “Non lo definirei un salto di qualità, ma ovviamente poter avere a disposizione un marcatore biologico da associare ai questionari alimentari, cioè al diario alimentare, può aiutarci soprattutto nei protocolli di ricerca”, spiega al FattoQuotidiano.it Giovanni Addolorato, professore ordinario di Medicina Interna al Policlinico Gemelli di Roma e Presidente della Società Italiana di Alcologia -. L’uso di un biomarcatore come l’acido tartarico, infatti, consente di affiancare ai questionari alimentari una misura più oggettiva del consumo di vino, riducendo almeno in parte il rischio di errori legati all’autovalutazione dei partecipanti”. IL POSSIBILE BENEFICIO PER IL CUORE L’idea che piccole quantità di alcol possano avere un effetto protettivo sull’apparato cardiovascolare non è nuova nella letteratura scientifica. “L’effetto dell’alcol a basse dosi come possibile protettore sull’apparato cardiovascolare è già noto e questo può dipendere sia da effetti diretti dell’alcol sia dal contesto della dieta mediterranea – osserva l’esperto -. Nei Paesi mediterranei, il vino viene consumato quasi sempre durante i pasti. I pasti mediterranei sono ricchi di antiossidanti – basti pensare all’olio di oliva, alla frutta e alla verdura – e l’alcol, essendo una molecola lipofila, può aumentare il trasporto delle sostanze contenute negli alimenti e quindi la biodisponibilità di composti antiossidanti”. DIRE CHE IL VINO “PROTEGGE IL CUORE” È FUORVIANTE Questo però non significa che il vino sia un fattore di protezione cardiovascolare. “Gli stessi autori dello studio sono stati prudenti: questo non vuol dire che l’alcol protegge il cuore – sottolinea Addolorato. Uno dei problemi metodologici più discussi riguarda il confronto tra chi beve poco e chi non beve. “Molti studi hanno comparato i bevitori moderati con gli astemi, ma questo è scorretto perché tra gli astemi ci sono persone astinenti per ragioni di salute. È chiaro che in questi gruppi le curve di sopravvivenza risultano peggiori proprio per la presenza di altre malattie”. Inoltre, aggiunge lo specialista, la maggior parte delle ricerche si concentra su un solo tipo di esito. “Questi studi guardano quasi sempre alle malattie cardiovascolari, ma non considerano l’impatto complessivo dell’alcol su tutti gli organi e apparati”. MENO BEVO E MEGLIO STO Se si osserva la mortalità generale, il quadro cambia. “I dati più attendibili arrivano dagli studi del Global Burden of Disease, che hanno valutato l’impatto delle bevande alcoliche sulla mortalità e sulla morbilità complessiva nella popolazione mondiale – spiega Addolorato, che partecipa al progetto internazionale -. “Il risultato è chiaro: anche a basse dosi l’alcol aumenta il carico complessivo di malattia e riduce l’aspettativa di vita”. Per questo motivo, sottolinea l’esperto, nella comunità scientifica si è affermato uno slogan diventato ormai un riferimento nelle politiche di salute pubblica. “Il messaggio è ‘less is better’: meno bevo, meno rischi corro. Non esiste una soglia protettiva e non esiste una soglia di rischio zero. Se voglio rischio zero sulla salute devo bere zero”. LINEE GUIDA E RISCHIO ONCOLOGICO Alla luce di queste evidenze, studi come quello pubblicato sull’European Heart Journal non sono destinati a cambiare le raccomandazioni sanitarie. “Assolutamente no” – afferma infatti Addolorato -. “Si tratta di studi osservazionali di coorte e non possono modificare le linee guida”. Un altro elemento centrale è il rapporto tra alcol e tumori. “Negli ultimi anni l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato l’alcol come sostanza cancerogena per l’uomo. Questo significa che bisogna essere molto prudenti nel veicolare messaggi semplificati”. Per l’alcologo, quindi, il punto non è negare i risultati della ricerca ma interpretarli nel contesto corretto. “Questo studio rappresenta un’ulteriore osservazione sul rapporto tra alcol e malattie cardiovascolari, ma non riguarda la tossicità d’organo, né la mortalità complessiva, né la morbilità generale. Per questo i dati devono essere letti con attenzione e non devono essere usati per promuovere l’idea che il vino sia una sostanza benefica o addirittura uno strumento di prevenzione”. L'articolo “Un calice di vino riduce davvero il rischio di infarto o ictus?”: l’esperto spiega la verità dietro il nuovo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Enrica Bonaccorti è stata consapevole da subito che la situazione era complicata, ma ha continuato a vivere e ridere accettando gli eventi con serenità”: parla l’oncologo
“Enrica Bonaccorti è stata una paziente eccellente. Ho conosciuto una donna con moltissime qualità che ha sfruttato nel suo percorso oncologico”. Giampaolo Tortora, direttore dell’Unità di Oncologia Medica della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma, è il medico cui la compianta conduttrice si è rivolta quando ha scoperto la malattia. Intervistato dal Corriere, spiega: “È riuscita a superare l’aspetto drammatico, il dolore, la paura. Che ci sono e non potrebbe essere diversamente. Ma essendo una persona dotata di grande classe, ironia e di senso dell’umorismo, è stata capace di continuare a vivere, ridere, fare battute. In questo senso spero che il suo esempio possa essere utile ad altri”. ENRICA BONACCORTI E LA MALATTIA: PARLA IL SUO ONCOLOGO Bonaccorti era malata di cancro al pancreas, uno dei più complicati da curare. Alla diagnosi la massa non era operabile. Per questo si è proceduto con “una combinazione di chemio e radioterapia” nella speranza di farla regredire, ma non ci si è riusciti. Eppure, in ogni fase della malattia, la conduttrice “ha avuto sempre fiducia in noi medici, nella scienza, nelle terapie che le abbiamo proposto” racconta il medico che l’ha avuta in cura. “Anche questo è un atteggiamento che aiuta molto, ancor di più quando le cose vanno male. Non è affatto semplice capire che si è fatto tutto il meglio, ma che non ha funzionato. Se si riesce ad accettarlo con serenità, però, si può godere al meglio il tempo che resta”, sono le sue parole. “È stata consapevole dal primo momento che era una situazione complicata” conclude Tortora. “Ha avuto fiducia, ha sperato, ha accettato l’evoluzione degli eventi con serenità”. L'articolo “Enrica Bonaccorti è stata consapevole da subito che la situazione era complicata, ma ha continuato a vivere e ridere accettando gli eventi con serenità”: parla l’oncologo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Enrica Bonaccorti morta di un tumore al pancreas, la stessa malattia di Eleonora Giorgi. La diagnosi e le interviste in tv: “Non ho tantissime speranze, ma non sono disperata”
Tumore al pancreas inoperabile. È stata questa la terribile malattia contro cui ha lottato Enrica Bonaccorti, morta poche ore fa a 76 anni. La celebre conduttrice di Pronto, chi gioca? E Non è la Rai aveva reso pubblica la sua malattia nel settembre del 2025 con un post su Instagram dove era ritratta su una sedia a rotelle, accompagnata dalla figlia Verdiana. “È da tanto che non ci sentiamo e non ci vediamo, né qui né in televisione, sono quattro mesi che mi sono nascosta anche con gli amici più cari, senza rispondere, senza richiamare, come se il mio non esserci facesse scomparire quel che invece c’è”, aveva scritto la conduttrice. “Mi scuso con tutti. Fino a oggi mi sono bloccata nell’assenza, ma l’avevo sempre detto: se mi succedesse la stessa cosa di Eleonora (l’attrice Giorgi scomparsa a marzo del 2025 ndr), non sarei mai capace di affrontarla come lei”. A gennaio 2026 dagli studi di Verissimo, che per un breve lasso di tempo aveva anche condotto, era tornata sconfortata sull’argomento: “Non ho tantissime speranze, ma non sono disperata”. Sia chemioterapia che radioterapia non avevano avuto effetto e il tumore al pancreas era rimasto inoperabile. Lo choc iniziale, il lungo periodo di isolamento dopo la drammatica scoperta, Bonaccorti aveva ricordato più volte quelle settimane terribili mettendosi a nudo, nelle proprie fragilità e paure. È stata una lotta durissima e allo stesso tempo fulminea che ha portato via Enrica in poco più di un anno. La diagnosi improvvisa nell’estate del 2025 la raccontò lei stessa: “Mi sono come congelata: non ho provato né paura né tristezza, ma solo l’assenza, come un lungo letargo a occhi aperti”. Ne seguì una sparizione perfino dagli amici più cari; poi la svolta e la voglia di raccontare tutto in pubblico e con l’affetto dei fan provare a resistere. Nel post su Instagrram rivela oltretutto la vicinanza e l’ammirazione per l’amica Eleonora Giorgi morta per lo stesso tipo di cancro: “L’organo colpito dal tumore è lo stesso di Eleonora, e io davanti a lei mi sono virtualmente inchinata”. Sono seguiti cicli di chemio e poi di radioterapia che però non hanno portato a grossi risultati e soprattutto non hanno permesso l’intervento chirurgico. “Il tumore si è insinuato in un punto del corpo molto delicato, è impossibile operarlo. Non ho tantissime speranze, ma non sono disperata”, ripeteva la conduttrice tv. Nel settembre del 2023 la Bonaccorti aveva subito un intervento al cuore con l’innesto di due bypass, mentre nel 2020 aveva rivelato di soffrire di prosopagnosia, la difficoltà nel riconoscere i volti di persone conosciute. In tutto questo rapido cupio dissolvi, Bonaccorti ha però avuto parole affettuose per la figlia Verdiana (avuta con l’unico marito, Daniele Pettinari): “La mia unica ragione di vita è mia figlia. Per cui averla così vicina mi dà molta forza”. L'articolo Enrica Bonaccorti morta di un tumore al pancreas, la stessa malattia di Eleonora Giorgi. La diagnosi e le interviste in tv: “Non ho tantissime speranze, ma non sono disperata” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carlo Vanzini e il tumore al pancreas: ecco come funzionano i nuovi protocolli di cura degli studi Cassandra e Loch Ness
Il caso del giornalista sportivo Carlo Vanzini, che ha raccontato pubblicamente il suo percorso contro un tumore al pancreas, ha riportato l’attenzione su una strategia terapeutica che sta cambiando l’approccio a una delle neoplasie più aggressive. L’idea di fondo è controintuitiva: nel tumore del pancreas la chirurgia, da sola, non basta. Anche quando la malattia sembra localizzata, nella maggior parte dei casi esistono già micrometastasi invisibili agli esami, che rendono l’intervento inefficace se non vengono prima neutralizzate con una terapia sistemica. Per questo negli ultimi anni si sta affermando una strategia diversa: chemioterapia prima dell’intervento, per colpire la malattia visibile e quella “nascosta”, e solo dopo valutare la possibilità di operare. In questo contesto si inserisce lo studio CASSANDRA, coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e promosso dall’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), che ha mostrato risultati promettenti utilizzando lo schema chemioterapico PAXG prima della chirurgia. I dati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet, suggeriscono che questa strategia possa aumentare in modo significativo le probabilità di controllo della malattia. Abbiamo chiesto al professor Michele Reni – primario delle Unità Operative di Oncologia e Day Hospital Oncologico, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele – di spiegarci questo nuovo protocollo. UN MODO PER FAVORIRE LA REGRESSIONE DELLA MALATTIA Lo studio CASSANDRA ha utilizzato lo schema PAXG prima dell’intervento chirurgico. In cosa consiste esattamente questo protocollo e perché può rendere operabili tumori pancreatici che inizialmente non lo sono? “Lo schema PAXG è stato sviluppato al San Raffaele nel 2012 ed è stato approvato da AIFA per il trattamento dei tumori del pancreas in fase avanzata o metastatica nel gennaio 2020. Si tratta di una combinazione di quattro farmaci attivi contro l’adenocarcinoma pancreatico: cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina e gemcitabina. L’idea dello studio CASSANDRA è stata quella di utilizzare questo schema prima dell’intervento chirurgico, cioè in fase neoadiuvante, per trattare precocemente non solo il tumore visibile ma anche le micrometastasi non rilevabili agli esami diagnostici. Nel tumore del pancreas, infatti, la chemioterapia rappresenta oggi l’unica possibilità di agire su tutta la malattia, compresa quella diffusa in modo invisibile nell’organismo. Se questa fase non è sufficientemente efficace, la chirurgia da sola non può essere risolutiva. La strategia neoadiuvante permette quindi di selezionare i pazienti che rispondono meglio alla terapia, favorendo una regressione complessiva della malattia – visibile e invisibile – e aumentando la probabilità che l’intervento chirurgico possa dare un contributo reale. Nello studio CASSANDRA lo schema PAXG ha mostrato risultati particolarmente promettenti: la sopravvivenza libera da eventi a tre anni dall’inizio della terapia è risultata più che raddoppiata rispetto allo schema standard mFOLFIRINOX, con un aumento delle risposte patologiche osservate all’intervento chirurgico. È Il successo di uno studio interamente finanziato da associazioni di pazienti”. Quali sono queste associazioni e che unicità rappresentano? “Sono My Everest, Codice Viola, Associazione per la Vita, Natalucci e Oltre la Ricerca. Si tratta di un successo della ricerca senza il supporto diretto dell’industria farmaceutica. Rappresenta quindi un importante viatico per proseguire in questa direzione. Questo modello di finanziamento è un esempio concreto di citizen science, in cui la società civile contribuisce attivamente al progresso della ricerca biomedica. Il coinvolgimento delle associazioni permette infatti di sostenere studi clinici realmente indipendenti su temi di grande rilevanza per i pazienti e di promuovere innovazioni terapeutiche che possono avere un impatto reale sulla pratica clinica”. Nel caso raccontato dai media si parla di 11 somministrazioni (circa 5,5 cicli) di chemioterapia pre-operatoria seguite da chirurgia radicale. Quali sono i criteri clinici che permettono ai medici di decidere quando un tumore è diventato finalmente operabile? “La decisione di procedere all’intervento chirurgico è sempre il risultato di una valutazione multidisciplinare, che coinvolge oncologi, chirurghi, radiologi, gastroenterologi e altri specialisti. Dopo la chemioterapia preoperatoria vengono rivalutati diversi parametri. Innanzitutto le immagini radiologiche, come TAC o risonanza magnetica, che permettono di verificare se il tumore si è ridotto e se il rapporto con i principali vasi sanguigni vicini al pancreas consente una resezione completa. Un secondo indicatore fondamentale è la risposta biologica, oggi valutabile anche attraverso la riduzione dei marcatori tumorali nel sangue. Questo parametro è particolarmente importante perché riflette l’andamento della malattia anche al di fuori di ciò che è visibile con gli esami strumentali. Infine vengono considerate le condizioni cliniche generali del paziente, l’assenza di progressione della malattia o di metastasi a distanza e la complessità tecnica dell’intervento. Se questi elementi sono favorevoli, il team multidisciplinare può ritenere che il tumore sia diventato resecabile e programmare la chirurgia con intento radicale”. LA PROSPETTIVA È DI FARE ANCORA MEGLIO Questo approccio potrebbe cambiare la strategia terapeutica per molti pazienti con tumore del pancreas, una neoplasia tradizionalmente associata a prognosi difficili. Che risultati stanno emergendo dagli studi clinici finora pubblicati? “Nel contesto clinico oggetto dello studio CASSANDRA non esistono altri studi analoghi disponibili. Si tratta infatti del primo studio di fase 3 che confronta due diversi schemi chemioterapici utilizzati prima della chirurgia e del primo studio a livello mondiale che mette a confronto due diverse durate del trattamento preoperatorio, quattro mesi rispetto a sei mesi. Il risultato rappresenta sicuramente un passo avanti nel trattamento del tumore del pancreas e testimonia come, in questa malattia, la ricerca indipendente abbia prodotto finora risultati molto rilevanti. Non può però rappresentare un punto di arrivo. È già in fase di pianificazione e raccolta fondi il seguito di questo studio, denominato LOCH NESS, che punta a migliorare ulteriormente i risultati terapeutici”. CACCIA CONTINUA AL “MOSTRO” Dopo l’intervento in alcuni casi non sono necessari ulteriori trattamenti oncologici. Quali fattori biologici o clinici permettono di evitare chemio o radioterapia dopo l’operazione? “La probabilità di una recidiva dopo un intervento chirurgico, anche quando si osserva un’ottima risposta alla chemioterapia preoperatoria, non rappresenta purtroppo una garanzia di guarigione, proprio perché non possiamo avere la certezza di aver eliminato completamente le micrometastasi. Allo stato delle conoscenze attuali non esistono dimostrazioni definitive sull’utilità di terapie aggiuntive dopo l’intervento in questi casi. Ed è proprio questo il tema su cui si concentrerà il nuovo studio LOCH NESS. Il nome richiama simbolicamente la presenza di un ‘mostro sommerso’: una malattia residua invisibile che non vogliamo sottovalutare e che la ricerca cerca di affrontare con strategie sempre più efficaci”. L'articolo Carlo Vanzini e il tumore al pancreas: ecco come funzionano i nuovi protocolli di cura degli studi Cassandra e Loch Ness proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La cura contro il cancro è stata nascosta dalla CIA? Un vecchio documento del 1951 ritorna virale sui social: l’esperto spiega cosa c’è di vero (e falso)
A rilanciare la storia è stato il Daily Mail: un vecchio documento della CIA del 1951, declassificato nel 2014 ma tornato improvvisamente virale sui social, che secondo alcune interpretazioni indicherebbe una possibile pista per curare il cancro scoperta decenni fa e poi dimenticata. Il report dell’intelligence americana riassumeva uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il metabolismo delle cellule tumorali con quello dei parassiti, ipotizzando che alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero colpire anche i tumori. Tra i composti citati compariva il Myracyl D, un farmaco all’epoca utilizzato contro la bilharziosi. Da qui, nelle ricostruzioni circolate online, il sospetto: possibile che una potenziale terapia anticancro sia rimasta sepolta negli archivi per decenni? In realtà il documento non è una ricerca medica ma un riassunto di intelligence di uno studio sovietico, e la sua recente circolazione ha soprattutto alimentato interpretazioni complottistiche sui social. Ma cosa c’è davvero di scientificamente fondato in queste ipotesi nate oltre settant’anni fa? E quanto è plausibile l’idea che una terapia efficace contro il cancro possa essere stata nascosta? Lo abbiamo chiesto al professor Massimo Di Maio, Presidente dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), Dipartimento di Oncologia, Università di Torino, Ospedale Molinette. “UN’IPOTESI CHE NON HA TROVATO CONFERMA” La teoria citata nel documento si basava sull’idea che tumori e parassiti condividessero alcune caratteristiche metaboliche. Da questa analogia sarebbe nata l’ipotesi di utilizzare farmaci antiparassitari per colpire anche le cellule tumorali. “La notizia fa riferimento a uno studio sovietico del 1950 che metteva in relazione il metabolismo dei tumori con quello dei parassiti” – spiega Di Maio -. Da lì si ipotizzava che alcune sostanze usate contro infezioni parassitarie potessero avere un effetto anche contro il cancro”. Il punto, però, è che questa ipotesi non ha mai trovato conferma nella pratica clinica. “Purtroppo non c’è stata nessuna evidenza concreta di beneficio. Tant’è vero che questi farmaci non sono mai diventati uno standard in nessuna applicazione oncologica”. Come accade spesso nella ricerca biomedica, risultati promettenti osservati in laboratorio non si traducono automaticamente in terapie efficaci per i pazienti. “Le evidenze in vitro possono sembrare incoraggianti, ma a volte non portano a risultati concreti nella pratica clinica”. Anche le eventuali osservazioni sperimentali non hanno mai trovato riscontro negli studi sull’uomo. “Nella migliore delle ipotesi si trattava di modelli di laboratorio che potevano rappresentare un razionale per ulteriori studi”, chiarisce Di Maio. “Ma questi studi sono stati deludenti e poi messi da parte, perché di fatto non è emersa alcuna evidenza di beneficio nei pazienti”. L’INTERESSE È SEMPRE DI SVILUPPARE UNA NUOVA TERAPIA La classificazione e successiva declassificazione del documento della CIA ha però alimentato un’altra narrativa: quella secondo cui esisterebbe una cura del cancro nascosta o deliberatamente insabbiata. Un’idea che per l’oncologo non ha basi realistiche. “Io dico sempre che se qualcuno avesse davvero trovato una cura efficace per il cancro avrebbe tutto l’interesse a diffonderla, non a nasconderla”, osserva. “Anche dal punto di vista economico i ritorni sarebbero enormi. Basta questa semplice considerazione per capire che l’idea di una cura segreta non ha senso”. Secondo il presidente dell’Aiom, queste narrazioni nascono spesso da una lettura superficiale del funzionamento reale della ricerca scientifica. “La spiegazione più semplice è anche la più corretta: quei farmaci non funzionano. Se avessero funzionato, sarebbero stati sviluppati e utilizzati”. COS’È PIÙ REALISTICO Questo non significa però che l’idea di utilizzare farmaci nati per altre malattie contro il cancro sia priva di basi scientifiche. In oncologia esiste infatti un filone di ricerca ben noto chiamato “drug repurposing”, cioè il riutilizzo di farmaci già esistenti per nuove indicazioni terapeutiche. “È un concetto molto studiato – spiega Di Maio -. Farmaci sviluppati per altre patologie possono trovare applicazioni diverse, a volte anche in modo inatteso”. Un esempio spesso citato è la metformina, un farmaco usato da decenni per il diabete. “Negli ultimi anni si è parlato molto del possibile effetto antitumorale della metformina – ricorda l’oncologo -. “Proprio per il legame tra metabolismo e crescita tumorale è stata studiata in numerosi trial clinici”. I risultati, però, non sono stati univoci. “Alcuni dati sono stati interessanti, ma molti studi hanno dato risultati negativi”. PIÙ CONCRETO L’ECCESSIVO ENTUSIASMO Un discorso simile vale per le statine, i farmaci utilizzati per ridurre il colesterolo. “Ci sono stati molti studi che hanno provato a testare un loro possibile effetto antitumorale, sulla base di un razionale biologico plausibile – spiega Di Maio -. Ma anche in questo caso i risultati sono stati spesso deludenti”. Il riutilizzo di farmaci già esistenti resta comunque un approccio scientificamente legittimo e talvolta promettente. “Molti di questi farmaci sono ormai generici e quindi dal punto di vista economico sarebbe molto interessante poterli usare anche per altre indicazioni – osserva l’oncologo -. Ma devono comunque passare attraverso tutte le fasi della sperimentazione clinica per dimostrare efficacia e sicurezza”. Ed è proprio qui che molte ipotesi terapeutiche si fermano. “Alla prova dei fatti molte di queste strategie non si dimostrano efficaci – conclude Di Maio -. Se invece emergono risultati solidi, c’è tutto l’interesse a svilupparli e renderli disponibili. Il rischio reale, semmai, è l’opposto: che risultati modesti vengano presentati in modo troppo entusiastico. È molto più concreto questo rischio rispetto all’idea che una cura efficace venga nascosta”. L'articolo La cura contro il cancro è stata nascosta dalla CIA? 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“Ho avuto 77 fibromi uterini: 25 sono stati rimossi chirurgicamente e oltre 50 stanno ancora crescendo dentro di me oggi”: lo rivela Lupita Nyong’o
L’attrice Premio Oscar Lupita Nyong’o (Miglior attrice non protagonista per “12 anni schiavo”, ndr) il primo marzo scorso ha festeggiato 43 anni e sui social ha condiviso un messaggio intimo e personale. “È il mio compleanno e mi sento riflessiva. – ha affermato – Non per l’età, ma per un altro numero: 77. Nel corso della mia vita ho portato con me 77 fibromi uterini: 25 sono stati rimossi chirurgicamente e oltre 50 stanno ancora crescendo dentro di me oggi, il più grande delle dimensioni di un’arancia (scorri per vedere la mia risonanza magnetica)”. E ancora: “Questa non è una storia rara. È solo una storia raramente raccontata. Ho attraversato stagioni di dolore costante, perdendo ogni mese quantità pericolose di sangue e soffrendo in silenzio. In questa immagine tengo in mano 77 frutti, come simbolo di ciascun fibroma, per rendere visibile il peso che io – e milioni di donne come me – portiamo ogni giorno. L’anno scorso ho rotto il silenzio”. “La risposta è stata travolgente: donne da ogni parte mi hanno scritto raccontando storie proprio come la mia. – ha continuato – È per questo che ho lanciato #MakeFibroidsCount, per raccogliere fondi e aumentare la consapevolezza sulla ricerca sui fibromi uterini. Il mio desiderio di compleanno è un mondo in cui nessuna donna debba soffrire a causa dei fibromi senza essere curata, senza ricevere trattamenti insufficienti o senza venire ascoltata. Per arrivarci abbiamo bisogno di ricerca. E la ricerca ha bisogno di finanziamenti. Vi fa di fare un regalo che conta davvero? Il link permette di donare. Ogni dollaro andrà alla ricerca che potrebbe cambiare, o addirittura salvare, la vita di una donna. Forse qualcuna che amate. Forse voi stesse. Grazie per festeggiare con me nel modo più significativo possibile”. L'articolo “Ho avuto 77 fibromi uterini: 25 sono stati rimossi chirurgicamente e oltre 50 stanno ancora crescendo dentro di me oggi”: lo rivela Lupita Nyong’o proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Ho scoperto di avere questo tumore all’endometrio per puro caso. Sono una che ha fatto sempre prevenzione”: parla Silvia di “Un Posto Al Sole”
L’attrice Luisa Amatucci è la popolarissima perché è il volto di Silvia Graziani a “Un Posto Al Sole”. La proprietaria dello storico Caffè Vulcano è uno dei personaggi più amati della longeva soap opera, esattamente dal 1996. Ma Amatucci durante la giornata di prevenzione organizzata il 7 marzo all’ospedale Andrea Tortora di Pagani, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, ha parlato anche della sua malattia. “Ho scoperto di avere questo tumore all’endometrio per puro caso – ha dichiarato -. Sono una che ha fatto sempre prevenzione, perché per fare prevenzione la primissima cosa è amarsi, per poter amare tutto il resto, tutti quelli che ci sono intorno”. Nel 2024 l’attrice ha dovuto affrontare un altro durissimo momento della sua vita, la morte del marito Gianni Netti. L’attrice lo ha ricordato in un post Facebook: “Ciao amore della mia vita”. La coppia ha avuto due figli: Lorenzo, nato nel 2000, e Giuliana, nata nel 2004. Luisa Amatucci, nipote della celebre Isa Danieli, icona del teatro partenopeo, è nata a Napoli il 13 novembre 1971. Il suo esordio teatrale risale all’età di appena 8 anni sotto la direzione della regista Lina Wertmüller. Nonostante il successo televisivo, l’attrice non ha mai abbandonato la sua passione per il teatro, recentemente protagonista dello spettacolo “Streghe da Marciapiede”. CHE COS’È IL TUMORE DELL’ENDOMETRIO Il cancro dell’endometrio è un tumore maligno dell’utero causato dalla proliferazione anomala ed incontrollata delle cellule dello strato più interno dell’utero (endometrio) che vanno incontro a degenerazione e si trasformano in cellule maligne. Rappresenta la quarta causa più comune di tumore nel sesso femminile e costituisce circa il 6% delle neoplasie nelle donne. Insorge in età post-menopausale nel 90% dei casi con incidenza massima tra 50 e 70 anni. Nella maggior parte dei casi viene diagnosticato in fase precoce, poiché nel 90% dei casi si manifesta con sanguinamento vaginale anomalo. (dal sito dell’Ospedale San Raffaele di Milano) L'articolo “Ho scoperto di avere questo tumore all’endometrio per puro caso. Sono una che ha fatto sempre prevenzione”: parla Silvia di “Un Posto Al Sole” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Le ecografie hanno mostrato che il cancro è progredito rapidamente nel mio corpo e ora sto entrando nelle ultime fasi della mia vita”: così l’attore Finnian Garbutt
L’attore nordirlandese Finnian Garbutt ha dichiarato sui propri canali social di trovarsi nelle “ultime fasi” della sua vita, dopo una diagnosi iniziale di cancro alla pelle quattro anni fa. L’attore 28enne, che ha interpretato il ruolo dell’agente di polizia Ryan Power nella serie poliziesca della BBC sull’Irlanda del Nord “Hope Street” dal 2023 allo scorso anno, ha affermato che la malattia, che gli era stata comunicata come terminale nel 2024, si era diffusa al fegato e ai polmoni. Finnian Garbutt ha affermato di aver condiviso la notizia sui social media a causa della difficoltà di comunicarla individualmente alle persone. “Nell’ultimo mese circa ho avuto un bel po’ di dolori alla schiena e all’anca. L’altro giorno il mio team oncologico mi ha ricoverato per delle osservazioni e per fare alcune ecografie. – ha scritto Garbutt – Purtroppo le ecografie hanno mostrato che il cancro è progredito rapidamente nel mio corpo e ora sto entrando nelle ultime fasi della mia vita. Lo dico pubblicamente perché è davvero difficile dirlo a tutti individualmente e spero che ora sia di dominio pubblico, così potrò godermi il tempo con la mia fantastica famiglia e i miei amici”. E ancora: “Da quando mi è stata diagnosticata la malattia 4 anni fa, ho raggiunto molti dei miei obiettivi di vita: 30 episodi in una serie TV, essere il protagonista di un film (che dovrebbe uscire presto), comprare una casa, sposare la mia migliore amica e diventare padre di una bambina incredibile che non smette mai di farmi sorridere. Grazie a tutti coloro che mi hanno contattato nel corso degli anni e hanno sostenuto me e la mia famiglia. Se qualcuno vuole incontrarci per una pinta, un caffè o un po’ di divertimento, per favore, mi contatti e possiamo provare a organizzare il tutto”. L’attore ha rivelato in un post su Instagram del maggio 2025 che gli era stato detto che il suo cancro era terminale due settimane prima della nascita di sua figlia, Saoirse, nel settembre 2024. L'articolo “Le ecografie hanno mostrato che il cancro è progredito rapidamente nel mio corpo e ora sto entrando nelle ultime fasi della mia vita”: così l’attore Finnian Garbutt proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Oggi avresti compiuto 49 anni, e mi manchi terribilmente”: la moglie di James Van Der Beek lo ricorda nel primo compleanno dopo la sua morte
L’8 marzo James Van Der Beek avrebbe compiuto 49 anni. Un traguardo che ha mancato per un soffio, dato che l’11 febbraio scorso si è spento a causa del cancro al colon-retto che gli era stato diagnosticato. Una ricorrenza che però non può passare sotto silenzio per i suoi familiari, gli amici e quanti gli hanno voluto bene. La moglie Kimberly, in particolare, ha condiviso sul proprio profilo Instagram una gran quantità di foto e video dedicati al consorte, per rivivere almeno attraverso uno schermo i tanti momenti di gioia che hanno condiviso. I RICORDI DI KIMBERLY VAN DER BEEK Vediamo così l’attore di “Dawson’s Creek” impegnato a lavorare la terra, o a costruire le cose più diverse dentro casa. Ma soprattutto vediamo l’attore prendersi cura dei suoi 6 figli con un amore a cui è difficile restare indifferenti sapendo che se n’è andato. Eccolo allora ballare con loro ovunque si trovino, tenerli in braccio poco dopo la loro venuta al mondo e giocare con invidiabile complicità. “Sarebbe stato il tuo 49° compleanno oggi. E mi manchi tremendamente” scrive Kimberly a corredo di una delle tante loro foto di coppia. In un’altra ribadisce: “Sei la luce delle nostre vite, sono così grata per il tempo (trascorso insieme, ndr)”. DUE VOLTE MARITO E MOGLIE Poco prima della morte, James e Kimberly si erano sposati una seconda volta, rinnovando le promesse nuziali con l’aiuto dei loro amici: “Abbiamo deciso due giorni prima e i nostri amici ci hanno comprato delle fedi nuove, hanno riempito la nostra camera da letto di fiori e candele e abbiamo rinnovato le nostre promesse nuziali dal letto“, aveva raccontato la vedova a People. Il primo matrimonio, invece, aveva avuto luogo il 1° agosto 2010 a Tel Aviv. L'articolo “Oggi avresti compiuto 49 anni, e mi manchi terribilmente”: la moglie di James Van Der Beek lo ricorda nel primo compleanno dopo la sua morte proviene da Il Fatto Quotidiano.
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