Il tema dei tatuaggi entra ufficialmente nel campo della sanità pubblica. È
infatti allo studio un decreto che, all’interno delle misure per la prevenzione
del melanoma e dei tumori della pelle, introduce regole più stringenti per il
mondo dei tatuaggi, fino a equipararli, sotto il profilo sanitario, a veri e
propri trattamenti estetici invasivi. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la
tutela della salute, aumentare la consapevolezza dei cittadini e ridurre i
rischi legati sia ai pigmenti utilizzati sia alla possibile difficoltà di
individuare precocemente lesioni sospette sulla pelle tatuata.
Tra le novità più discusse c’è l’ipotesi di rendere obbligatorio il consenso
informato prima dell’esecuzione di un tatuaggio, con informazioni chiare sui
potenziali rischi dermatologici, sulle controindicazioni e sulla necessità di
controlli nel tempo. Una scelta che solleva interrogativi non banali: quanto
questa stretta normativa potrà incidere davvero sulla prevenzione del melanoma?
E quanto il dibattito sui tatuaggi riflette una crescente attenzione – ma anche
una certa confusione – nel rapporto tra pratiche estetiche, salute della pelle e
diagnosi precoce dei tumori cutanei? Ne abbiamo parlato con la professoressa
Pucci Romano, Dermatologa e Presidente di Skineco, Associazione scientifica
internazionale di ecodermocompatibili, per capire cosa c’è di scientificamente
fondato e cosa invece rischia di restare solo sulla carta.
LA DERMATOLOGA: “C’È ANCHE UNA RESPONSABILITÀ DELL’OPERATORE”
Professoressa Romano, il decreto introduce l’obbligo del consenso informato per
i tatuaggi. Dal punto di vista dermatologico è una misura davvero utile o c’è il
rischio che resti solo un passaggio burocratico?
“Il rischio che il consenso informato sia soltanto un adempimento burocratico
esiste, inutile negarlo. Molto dipende però da chi lo somministra. Se
l’operatore spiega davvero, in modo dettagliato e comprensibile, a chi vuole
tatuarsi quali sono i possibili rischi e gli eventuali effetti collaterali,
allora il consenso informato può avere un valore reale. In questo senso diventa
anche un compito e una responsabilità dell’operatore, che dovrebbe essere
adeguatamente qualificato”.
Uno dei punti centrali del decreto è il legame tra tatuaggi e melanoma. Esistono
evidenze scientifiche che dimostrino un aumento del rischio di melanoma nei
tatuati?
“Ad oggi non esistono dati che dimostrino una relazione di causalità tra
tatuaggio e insorgenza di melanoma. Il problema vero non è tanto che il
tatuaggio provochi il melanoma, quanto il fatto che possa coprire un neo a
rischio. Un neo displastico, o addirittura una lesione già in evoluzione verso
un melanoma, può essere mascherato dal tatuaggio e quindi non essere notato”.
L'articolo Tatuaggi, in arrivo regole più stringenti per equipararli a
trattamenti estetici invasivi. Ecco cosa cambierà proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Tag - Sanità Pubblica
Il sindaco civico di centrosinistra Piero Castrataro e gli enti promotori
avevano chiamato a raccolta la cittadinanza per la fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica, e la comunità molisana ha risposto all’appello. Nella serata di
domenica 18 gennaio, oltre 7mila persone hanno attraversato il centro storico
d’Isernia per arrivare all’ospedale Ferdinando Veneziale, dove il primo
cittadino ha montato una tenda in segno di protesta da più di venti giorni.
L’iniziativa ha raccolto sostegno dal capoluogo fino alle aree interne della
provincia. In rappresentanza di questi territori, è intervenuto il sindaco
civico di Capracotta Candido Paglione: “Qui il diritto alla salute è
sistematicamente negato ed è il risultato di scelte politiche precise”. In
Molise la sanità pubblica “è stata smantellata, gli ospedali pubblici indeboliti
fino allo stremo e nelle aree interne restano solo le guardie mediche come
ultimo, fragile presidio”. Il primo cittadino del comune dell’Alto Molise ha poi
criticato le politiche del governo Meloni, che “non corregge le ingiustizie, le
rende strutturali”, introducendo “ospedali di terzo livello e ospedali elettivi
senza pronto soccorso”. Le Case della salute, invece, vengono descritte come “lo
strumento per cancellare anche gli ultimi presìdi territoriali”, come l’ospedale
di Agnone.
Una strategia che, secondo Paglione, a livello politico è stata venduta con
degli artifizi, come “usare parole nuove per giustificare vecchi tagli”. Lo
scopo finale è quello di “smantellare pezzo dopo pezzo la legge 833 del 1978″
che ha istituito il Servizio sanitario nazionale. In questo modo, ha continuato
il sindaco di Capracotta, “chi vive nelle aree interne viene trasformato in
cittadino di serie B, costretto a scegliere tra rinunciare alle cure o spostarsi
per decine di chilometri”. E ha chiuso: “Difendere il diritto alla salute non è
una concessione: è un dovere costituzionale. E questa battaglia non si fermerà
qui”.
Sulla fiaccolata si è espressa anche la consigliera regionale Micaela Fanelli
(Pd): “Da Isernia è partito un segnale chiaro indirizzato a tutta la politica,
regionale e nazionale. Un segnale che interpella chi ha il compito di decidere e
di assumersi scelte non più rinviabili”, chiedendosi se gli amministratori
saranno “capaci di trasformare questa voce forte e unitaria in atti concreti,
capaci di garantire davvero il diritto alla salute e un futuro a questo
territorio”. Angelo Primiani (M5S) è stato più polemico, in un post pubblicato
su Facebook, il consigliere ha scritto: “Oggi a fare rumore non è solo la
presenza di chi era in piazza, ma anche qualche assenza che pesa e che domani
dovrà essere spiegata ai cittadini”.
Lo scorso 16 gennaio, durante l’incontro “Il grande malato” a Termoli- occasione
in cui il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva definito
“critica” la situazione della sanità locale. Nella stessa occasione, il
segretario generale della Cgil Molise, Paolo De Socio, aveva denunciato il
legame tra la sanità privata e la classe dirigente in Regione: “Gli interessi
dei cittadini non coincidono con quelli di chi dalla sanità trae profitto e che
in Molise hanno nomi e cognomi: Patriciello e Angelucci“. Il riferimento era
all’eurodeputato leghista Aldo Patriciello, proprietario clinica Neuromed di
Pozzilli, e del parlamentare del Carroccio Antonio Angelucci, patron della Casa
di Cura San Raffaele.
L'articolo Isernia, migliaia di persone alla fiaccolata in difesa della sanità
pubblica: “Questa battaglia non si fermerà qui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Isernia, dove il sindaco ha piantato una tenda davanti all’ospedale per
protestare contro i tagli, è stata organizzata una fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica in Molise. L’iniziativa, prevista per le 17 di domenica 18
gennaio, attraverserà il centro della città e avrà il Veneziale come luogo di
destinazione. Lo scopo è proteggere un bene comune: il diritto a curarsi, anche
per i cittadini che vivono nelle aree interne del Paese.
Tra le tante adesioni c’è quella del presidente dell’Ordine dei medici di
Isernia, Fernando Crudele, che ha annunciato la sua presenza al corteo per
“sensibilizzare soprattutto quei ‘burocrati’ e ‘ragionieri’ di Roma, affinché
non vedano il Molise solo come un numero” e per fargli “comprendere le giuste
richieste dei pazienti e dei cittadini che vogliono una buona sanità, con
risposte efficienti come avviene in altre regioni”.
Scenderanno in strada anche le segreterie locali del Nursind, il sindacato degli
infermieri, a sostegno di un “un territorio che rifiuta l’idea di essere
marginalizzato e privato dei servizi essenziali”, e chiedendo maggiori
investimenti per l’ospedale del secondo capoluogo di provincia. “Ringraziamo i
medici in pensione e i medici gettonisti che hanno consentito di reggere l’urto
dell’emergenza, così come i colleghi di altri reparti costretti a coprire turni
in pronto soccorso”, denunciando però le “soluzioni tampone, utili
nell’immediato ma incapaci di garantire una vera riorganizzazione strutturale”.
A esprimersi sull’argomento durante un convegno è il presidente della Fondazione
Gimbe, Nino Cartabellotta, invitato come ospite all’incontro ‘Il grande malato.
Per una riforma della sanità in Italia. Idee ed iniziative per un nuovo corso’
promosso da Cgil Molise e Ali. Alla sede Unimol di Termoli, Cartabellotta ha
dichiarato: “La situazione della sanità in Molise è particolarmente critica per
varie ragioni. Innanzitutto è una piccola regione e, quindi, fa fatica anche a
organizzare da sola una rete di servizi efficaci ed efficienti per tutti i
cittadini”. Inoltre, il mancato rispetto dei livelli essenziali d’assistenza e
la mancanza di medici e infermieri fanno sì che i “cittadini in Molise abbiano
grandi difficoltà nell’accesso al servizio”, una crisi che va risolta attraverso
una “profonda revisione dei modelli organizzativi locali per cercare di
rilanciare un diritto fondamentale”.
A livello politico, il presidente di Gimbe ha sollevato la questione sulle
“modalità con cui sono stati gestiti i piani di rientro e poi i
commissariamenti“, modalità che “dovrebbero essere profondamente riviste a
livello centrale”. Un problema che non riguarda soltanto il Molise: “Se andiamo
a guardare le regioni in piano di rientro – fa notare Cartabellotta- sono quasi
tutte nel Mezzogiorno e alcune da più di quindici anni”. Per questo, conclude,
“ci vuole un’azione di riforma a livello centrale che va a modificare le
modalità dei piani di rientro, altrimenti non se ne uscirà mai”. Un cambio di
passo che riguarda anche la sanità nei territori periferici, per i quali lo
Stato dovrebbe “puntare molto sul rafforzamento dell’area territoriale,
accettando anche di fare reti interregionali su alcune cose, perché le regioni
piccole non riescono a essere sostenibili anche da un punto di vista economico”.
L'articolo A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica.
Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità
pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico
propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali
legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo
molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio,
pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla
“sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità
dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio
assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in
effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico
urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i
tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi
ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con
l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo
malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da
pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono
andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono
cambiate parecchie cose:
1) la compagnia assicurativa è cambiata;
2) le liste di attesa per gli accertamenti nelle strutture pubbliche si sono
allungate e risultano spesso impraticabili;
3) le strutture sanitarie private sanno di essere l’unica alternativa.
E qui scatta il meccanismo perverso, il trucchetto da fiera a danno dello Stato
e del paziente, che spiego prendendo ad esempio una delle prestazioni di cui ho
dovuto usufruire (in realtà ho speso di più): il contratto tra Ente e
Assicurazione prevede una franchigia per le prestazioni, il tariffario della
struttura privata per la Compagnia assicurativa prevede una cifra inferiore alla
franchigia (50 euro), quindi la mia richiesta di assistenza viene negata e pago
di tasca mia, ma la struttura mi addebita 118 euro, una cifra superiore alla
franchigia e, a questo punto, chiedo il rimborso della quota eccedente alla
stessa compagnia assicurativa. Ed ecco la sorpresa: lo scoperto in caso di
rimborso è, guarda caso, 120 euro (non 50), mentre io ne ho pagati 118.
Bilancio: 118 euro del mio stipendio pubblico (prima della detrazione fiscale
che mi spetterà nel 2027) sono andati alla struttura privata in aggiunta ai
soldi pubblici pagati all’Assicurazione dal mio Ente (anche tramite il premio a
mio carico).
Di due (tre) cose l’una: chi ha stipulato questo contratto assicurativo (a sua
volta un dipendente pagato con soldi pubblici), o ci fa o ci è o non lo è
affatto. La stessa compagnia assicurativa si comporta così anche con i
contraenti collettivi privati?
Ciliegina sulla torta: l’impiegato del centro diagnostico mi suggerisce di
comprare (200 euro/anno, sempre dal mio stipendio pubblico) la loro “card” per
avere lo sconto del 50% sulle loro prestazioni in regime privato. Finché c’è la
salute…
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L'articolo Da dipendente pubblica, trovo perverso il meccanismo delle
assicurazioni private a danno dello Stato e del paziente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Ho ascoltato con attenzione le parole di Roberta Villa, autrice di “Cattiva
prevenzione” su Radio24 del 30 dicembre 2025, che ci dice che l’idea di
prevenzione, pur rimanendo in alcuni casi fondamentale, è stata in questi ultimi
anni un po’ deformata in quanto tanti i controlli che facciamo, magari
annualmente, non hanno la capacità di ridurre la mortalità, come invece fanno
gli screening oncologici ad esempio per il colon retto o per il tumore della
mammella.
Da tempo, nella mia pratica clinica di ogni giorno, ho avvertito questo e per
spiegare meglio vi dico che una assicurazione dei dirigenti prevede, proprio
annualmente, l’esecuzione di test per la prevenzione del glaucoma e della
maculopatia con tre test (Pacchetto prevenzione: Perimetria computerizzata,
pachimetria corneale e Oct) spesso inutili. I primi due per la diagnosi di
glaucoma e il terzo prevalentemente per la diagnosi di maculopatia.
Ma come dico da anni basterebbe una semplice visita oculistica per fare la
diagnosi, e solo nel dubbio o per approfondimento prima della terapia occorre
eseguire gli esami stessi.
Parrebbe invece che il marketing, da un lato di BigPharma che vuole accaparrarsi
i non malati (lo sviluppo esponenziale di integratori o farmaci da banco va in
questo senso?) e dall’altro delle “aziende” sanitarie, prevalentemente private
accreditate, che hanno visto il grande conseguente guadagno, faccia da peso di
misura a scapito ovviamente di chi ha realmente bisogno e che si vede allungare
le liste di attesa. In parte questa emorragia di esami spesso inutili dipende
anche dalla medicina difensiva, vera piaga della sanità moderna.
In tutto ciò chi spende è sempre il cittadino tramite la spesa sanitaria che
aumenta e per le ricadute sociali che la spesa assicurativa mal utilizzata ha
sulla vita di tutti i giorni.
Ma restando nel mio campo dico da anni che se si volesse realmente ridurre
nettamente quel 14% di incidenza in Italia della malattia oculistica più
silenziosa che si chiama glaucoma basterebbe immettere nella visita per il
rinnovo della patente la misurazione della pressione oculare per uno screening
valido perché massivo, cadenzato e, guarda caso, più ravvicinato con l’aumento
degli anni e con l’aumento dell’incidenza della patologia. Peraltro il rinnovo
viene pagato anch’esso dal cittadino ma, questo sì, diverrebbe realmente una
buona prevenzione.
Non parliamo poi delle maculopatie con l’enorme spesa sociale di iniezioni
intraoculari con farmaci uguali ma con costi enormemente diversi che io sono
riuscito, con l’aiuto di Report, a fermare. Contro BigPharma che ne crea sempre
di nuovi, spesso con scarsa utilità.
Dobbiamo nel nuovo anno prevenire la prevenzione con abitudini di vita migliori
e lasciare la diagnosi e la terapia ai medici partendo dalla sintomatologia e
dall’empatia. Questo ci hanno insegnato negli anni universitari. Non si può
curare pensando alla terapia e al guadagno. Occorre prima fare una diagnosi
corretta da cui partono gli accertamenti per poi, eventualmente, confermarla.
L'articolo La piaga della medicina difensiva: così nel nuovo anno bisogna
prevenire l’eccessiva prevenzione proviene da Il Fatto Quotidiano.
“Questa manovra è vergognosa e offensiva per i professionisti che tengono in
piedi la sanità pubblica in Italia. Produrrà un’erosione del diritto al lavoro e
del diritto alla salute. Siamo pronti a una dura mobilitazione. Se necessario,
denunceremo l’Italia anche in Europa, andando a Bruxelles”. Mentre parla a
ilfattoquotidiano.it, Pierino Di Silverio, segretario nazionale del sindacato
dei medici Anaao-Assomed, è su tutte le furie, come buona parte della categoria
professionale che rappresenta. Con l’approvazione in Aula al Senato, la legge di
Bilancio ha compiuto il passo decisivo verso il via libera finale. Il testo, che
ora passa all’esame della Camera e verrà approvato entro fine anno, è per i
medici l’espressione di “un disastro privo di logica e programmazione”. Oltreché
un segnale d’allarme, perché – commenta Di Silverio – “quando in un Paese la
logica economica sovrasta quella politica, il rischio è che salti in aria lo
Stato sociale”.
L’insoddisfazione di Anaao-Assomed è condivisa con altre sigle sindacali, come
Cimo-Fesmed, Sumai, Fimp e Fimmg. Secondo i sindacati, “il governo Meloni,
ostaggio del Mef, ha messo l’austerity davanti al diritto alla salute”. Al di là
dei proclami dell’esecutivo sugli stanziamenti “record” di questa manovra, oltre
6 miliardi, la spesa destinata dallo Stato alla sanità pubblica rispetto al Pil
si sta progressivamente riducendo: nel 2028 scenderà al 5,9% (la media Ocse è
del 7,1%, quella Ue del 6,9%). Un sottofinanziamento che colpisce sia i
cittadini – pensiamo all’allungamento delle liste d’attesa, che porta sempre più
italiani a rinunciare alle cure – sia i professionisti, sempre più in fuga dal
Servizio sanitario nazionale. “La manovra dimostra che l’interesse demagogico e
populistico verso i lavoratori della sanità si risolve come sempre in una bolla
di sapone. Perché alla fine, quando si parla di soldi, non ci sono mai quelli
che vengono promessi”, commenta Di Silverio.
Al centro delle accuse dei camici bianchi c’è un emendamento che, dopo essere
stato inizialmente indicato dalla stessa maggioranza come prioritario, è stato
poi fatto naufragare nottetempo. Il testo prevedeva lo sblocco di 407 milioni
per la dirigenza medica e 25 milioni per quella sanitaria, già stanziati in
buona parte nelle precedenti leggi di Bilancio. Fondi che, senza ulteriori oneri
per la spesa pubblica, avrebbero ritoccato gli stipendi dei professionisti già a
partire dal 1° gennaio 2026 e che invece ora restano in sospeso. “Anche questa
manovra economica si è consumata sulla pelle dei lavoratori. Sono state tagliate
le risorse che servivano per rendere la professione più appetibile. Il nostro
emendamento è scomparso magicamente, mentre quello che foraggia la farmacia dei
servizi è stato salvaguardato”.
Per il segretario, quest’ultima è una mossa populistica, non sostanziale: “Si fa
percepire ai cittadini che se vanno in farmacia possono risolvere i loro
problemi. Ma in realtà questo meccanismo allungherà ulteriormente le liste
d’attesa. Perché dopo aver fatto una prestazione in farmacia, spesso a
pagamento, il paziente avrà comunque bisogno di un medico ospedaliero per una
valutazione o per il referto”.
Di Silverio aggiunge che, nei giorni scorsi, il sindacato ha dovuto intervenire
anche per evitare il taglio del riscatto di laurea. “Siamo riusciti a
scongiurarlo grazie alle interlocuzioni con i ministeri e con alcuni
parlamentari di buon senso. Sarebbe stato un attacco esplicito a chi ha
investito per provare ad andare in pensione in tempi umani”, dice.
In ogni caso, resta il fatto che la politica dimostra ancora una volta di non
voler affrontare il tema della sanità pubblica da un punto di vista strutturale:
“Manca una visione globale. Si rincorrono le emergenze economiche e finanziarie,
senza programmare interventi che tutelino davvero il diritto alla salute”,
accusa il segretario. Per questo è necessaria una mobilitazione forte, che
potrebbe arrivare anche a Bruxelles. “Faremo di tutto per coinvolgere i
cittadini. Devono capire che il responsabile del mancato accesso alle cure è il
governo – conclude Di Silverio -. Useremo tutti gli strumenti a nostra
disposizione, cercando di tutelare i cittadini. Il nostro obiettivo sarà creare
disservizi pesanti alla politica, per far capire loro cosa significa un Paese
senza i medici”. Il rischio concreto è che, se la situazione non cambierà, le
dimissioni dei professionisti dall’Ssn aumenteranno, svuotando ulteriormente
reparti in molti casi già sotto pressione. Lavoratori in fuga, alla ricerca di
quella dignità professionale che oggi non trovano più negli ospedali italiani.
L'articolo Medici furiosi contro la manovra del governo: “Stanziamenti “record”?
Vergognoso e offensivo. Meloni fa austerity, così lo stato sociale rischia di
saltare in aria” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La Legge di Bilancio 2025-2028 prevede per la sanità pubblica sempre meno
risorse. La percentuale del Fondo Sanitario nazionale sul Pil si attesta al 6,1%
nel 2024/2025, la più bassa d’Europa, il che significa meno 13 miliardi per la
sanità, dato confermato dal fatto che 5 milioni di italiani rinunciano alle cure
e che le famiglie hanno sborsato di tasca propria 41,3 miliardi per curarsi e di
queste solo il 17% si avvale di coperture assicurative sanitarie. La prevenzione
è quasi del tutto saltata, lasciata alla capienza economica di Regioni e Asl e
gli effetti li vedremo tra qualche anno in termini di aumento di incidenza di
malattie prevenibili come i tumori.
L’ultima legge di Bilancio aumenta il tetto di spesa per l’acquisto di
prestazioni sanitarie da soggetti privati per ulteriori B che, sommati agli
aumenti degli anni precedenti, determinano un aumento complessivo di circa 800
milioni di euro. E’ evidente il flusso corposo di risorse pubbliche destinate
alla sanità privata. I dati Istat offrono un’ulteriore documentazione: la spesa
per le “prestazioni sociali in natura da privati”, comprendenti acquisti da
operatori privati accreditati di prestazioni e servizi di varia natura, è stata
nel 2023 di 28 miliardi di euro, nel 2024 di 28,7 miliardi. Nel complesso si è
trattato di più di un quinto del totale della spesa sanitaria del 2023 e del
2024.
La sanità privata in generale è un’impresa che eroga prestazioni a bassa
complessità, ma ad elevato costo e quindi ad elevato guadagno. Nella mia
pluridecennale attività di medico di Medicina generale, che opera, in un
quartiere della periferia romana, non ho mai visto un paziente complicato che
sia stato preso in carico da una struttura privata o privata accreditata – a
meno che non si disponga di ottime possibilità finanziarie – a cui lo stesso si
era rivolto per effettuare esami di diagnostica, screening e valutazioni
specialistiche. Quando ci sono stati problemi, di quelli seri, è stato rinviato
alla struttura pubblica. Struttura pubblica che si fa carico del paziente e gli
somministra cure costosissime se necessitano e che non si pone il problema di
quanto può costare un intervento complicato, purché si tuteli la vita e la
salute di quell’individuo.
Quando si parla di educazione sanitaria nelle scuole, bisognerebbe parlare di
questo: del Servizio Sanitario Nazionale pubblico che cura a prescindere dalla
ricchezza personale, dal ceto sociale, dalla religione professata, dal credo
politico, dalla razza, dalla nazionalità. Cura semplicemente per rispondere ad
un bisogno, semplice o complesso che sia.
Il Servizio Sanitario Nazionale che, ripeto, cura tutti , ma proprio tutti è
finanziato dalla fiscalità generale. Peccato che, nel nostro paese, solo il 45%
degli italiani pagano le tasse e di questi solo 6,4 milioni dichiarano redditi
superiori ai 35.000 euro e sono coloro che determinano il 63,4% del gettito
fiscale introitato dallo Stato. Il 55% non paga o perché non ha redditi o perché
non li dichiara e spesso è anche favorito da provvedimenti legislativi ad hoc.
Nel nostro paese l’evasione fiscale, secondo il Ministero dell’Economia, ammonta
a 100 miliardi di euro l’anno.
Ed è chiaro che un sistemo così iniquo non può che favorire disparità anche
nell’accesso alle cure e difficoltà nel finanziare un sistema di salute pubblica
che è un asset strategico per la vita democratica di un paese.
Il valore più profondo, la filosofia che sottende alla genesi del Servizio
sanitario, uguaglianza di fronte alla malattia, si è persa di governo in
governo, destra o sinistra senza differenza alcuna, di finanziaria in
finanziaria, e l’autonomia differenziata, il cui percorso è principiato con il
governo Berlusconi nel 2009 e puntellato poi da vari governi di sinistra a
partire da quello Gentiloni, stigmatizza, per Costituzione, una profonda
disparità territoriale in tema di sanità. E’ inaccettabile che nel nostro paese
il luogo di nascita possa fare la differenza tra la vita e la morte, la salute e
la malattia.
I provvedimenti previsti nella manovra 2026 ignorano del tutto la sanità
territoriale che, nell’immaginario dei nostri governanti, dovrebbe fare da
barriera alla domanda di prestazioni ospedaliere la cui offerta si è contratta,
non perché il territorio non fa da filtro, ma per il taglio di posti letto e il
blocco all’ assunzione di personale.
Il Disegno di Legge di Bilancio 2026-2028 è disastroso per il SSN e per i
professionisti. La carenza di personale medico è un’emergenza senza precedenti
in Italia: sono circa 35.000 i medici mancanti nel Servizio Pubblico e 65.000
infermieri in meno rispetto al fabbisogno. Ed ogni medico, ogni infermiere in
meno è un servizio negato al cittadino.
Ci saremmo aspettati, in questa finanziaria, come promesso durante la pandemia
da Covid, un massiccio piano straordinario di assunzioni e misure atte a
favorire il ricambio generazionale, considerata l’età avanzata di medici ed
infermieri in servizio. Ci saremmo aspettati un aumento di risorse ed il
riconoscimento dell’impegno del personale sanitario, motore del sistema, con un
miglioramento dei salari e garanzie di condizioni dignitose di lavoro che
avrebbero posto le basi per una sanità più giusta.
Invece è stata varata una finanziaria di guerra che promette austerità e
sacrifici per tutti mentre l’Italia potrebbe arrivare a raddoppiare i suoi
investimenti in armi entro fine 2027. Soldi sottratti alla sanità, alla scuola,
al welfare, senza che si levi una chiara voce di dissenso.
Non è questa l’Italia che vogliamo. Non è questa l’Italia che vogliamo lasciare
in eredità ai nostri figli e ai nostri nipoti.
L'articolo Una finanziaria di guerra che lascia indietro sanità e diritti. Come
medici, ci saremmo aspettati altro proviene da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma Bernini, lanciata con slogan populisti, ha alimentato l’illusione
che laureare più medici fosse la panacea per risolvere i problemi del servizio
sanitario nazionale”. A dirlo è Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione
Gimbe. Nell’ultima analisi pubblicata, l’organizzazione no-profit critica
l’intervento della ministra dell’Università. Una riflessione che arriva dopo “il
flop annunciato di una riforma superflua” e le polemiche sul semestre filtro.
Secondo Cartabellotta, “il problema italiano non è rappresentato dalla mancanza
di medici in termini assoluti” ma “da carenze selettive, perché sempre meno
giovani scelgono la medicina generale e alcune specialità cruciali, ma poco
attrattive”. Secondo Gimbe, infatti, l’Italia ha 5,4 medici ogni 1.000 abitanti,
una dotazione al di sopra della media Ocse e dei Paesi europei: un’analisi che
trova riscontro anche nei dati di Eurostat per il 2023. Il problema strutturale
dunque, non è quello della carenza di medici. Neanche per il futuro, dato che
l’aumento dei posti nei corsi di laurea in medicina e chirurgia, cresciuti del
51% solo negli ultimi tre anni, compensa i pensionamenti attesi. Anzi, “il forte
incremento degli accessi rischia di produrre, nel medio-lungo periodo, un numero
di laureati superiore alle reali capacità di assorbimento del servizio
sanitario”, precisa Cartabellotta.
L’allarme è invece rappresentanto dalla fuga dalla sanità pubblica, per niente
attrattiva: quasi 93mila medici, pari al 29,4% del totale, non lavorano nel
pubblico come dipendenti o convenzionati, né risultano inseriti in percorsi
formativi post-laurea: basti pensare al fenomeno dei medici gettonisti. Le
carenze riguardano invece la medicina di base, in cui secondo Gimbe mancano
5.575 unità per garantire il diritto alla cura alle cittadine e ai cittadini del
nostro Paese. Questi dati, denuncia Gimbe, smentiscono la narrazione frutto di
una propaganda che non affronta la crisi del Sistema sanitario nazionale: “È
evidente che senza interventi mirati per risolvere queste criticità”, si legge
nel report, “la riforma rischia di utilizzare risorse pubbliche per formare una
nuova pletora medica destinata al libero mercato, in una sanità dove il pubblico
arretra e il privato avanza. E visto che gli obiettivi dichiarati, migliorare la
qualità della formazione e valorizzare capacità e merito, sono clamorosamente
falliti, è indispensabile mettere da parte polemiche politiche e procedere in
maniera costruttiva con la riforma della riforma”.
Ora, si ipotizza una sanatoria che ne “certifica il fallimento”, conclude
Cartabellotta: si passa” dall’ambiziosa pretesa di una selezione basata sul
merito all’inevitabile compromesso del 6 politico” che auspica “una riforma
della riforma“.
L'articolo Medicina, Gimbe sulla riforma Bernini: “Superflua, un flop
annunciato. Alimenta l’illusione che laureare più medici sia la soluzione”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Roberto Palumbo “aveva un controllo della destinazione dei pazienti verso i vari
centri” e, secondo il giudice per le indagini preliminari, gli indirizzava “in
modo da raggiungere il massimale consentito verso la Dilauer”. Non una struttura
a caso, visto che possiede “di fatto il 60% delle quote” del centro dialisi. È
racchiusa principalmente in questo passaggio, contenuto nell’ordinanza con la
quale il gip di Roma ha disposto i domiciliari, l’accusa al primario di
Nefrologia dell’ospedale Sant’Eugenio, arrestato in flagranza mentre intascava
una tangente dall’imprenditore Maurizio Terra. Stando all’inchiesta, il medico
avrebbe avuto a disposizione carte di credito, un appartamento in affitto, il
leasing di un’automobile di lusso e sua moglie avrebbe ricevuto un contratto di
consulenza da 2.500 euro al mese.
Le mazzette incassate, stando all’inchiesta, erano “a carattere mensile”. Nel
provvedimento sono citate una serie di intercettazioni tra Palumbo e
l’imprenditore Maurizio Terra. In un dialogo carpito, a detta del giudice, c’è
la prova del passaggio di denaro mensile: il primario afferma “è urgente a
questo punto, uno come deve fare e basta..” a cui Terra replica “l’unica è
cambiare sistema e finisce la storia, sennò ogni mese è così”. Nell’atto il
giudice cita alcuni episodi, a partire dall’aprile scorso, in cui il medico
avrebbe ricevuto del denaro in contanti.
Il giudice definisce “gravi i fatti contestati” e aggiunge che Terra “ha,
sostanzialmente, ammesso i fatti e anche Palumbo, che nel corso
dell’interrogatorio reso dinanzi al pm era parso più reticente ha, infine,
operato ammissioni di responsabilità nel corso dell’udienza di convalida”. Per
il magistrato, il “sinallagma tra la funzione” esercitata dal medico e il
“pagamento è evidente”. Non solo: il gip ritiene anche evidente che Palumbo
“potesse agevolare l’invio dei pazienti, anche verso la Dialeur, società da lui
di fatto detenuta con partecipazione di maggioranza”.
Nel provvedimento il giudice spiega che “Terra ha ammesso, con più trasparenza,
le proprie responsabilità, ha fornito elementi atti a ricostruire compiutamente
i fatti, ha mostrato, soprattutto all’udienza di convalida, di essere quasi
sollevato dall’emersione della vicenda che, in qualche modo, gli ha consentito
di sottrarsi a procedure e condotte necessarie per poter svolger e la propria
attività ma vissute anche come imposizioni”. E ancora: “Ha chiaramente detto che
la titolarità formale del 60% delle quote gli è stata sostanzialmente imposta ed
ha avuto uno sviluppo, nel tempo, da lui patito e, certamente, non voluto, non
avendogli portato alcun vantaggio”.
Per quanto riguarda Palumbo “ha reso dichiarazioni che, comunque, hanno permesso
una più esatta ricostruzione dei fatti e, tuttavia, la sua condotta va valutata
come più grave perché la contestazione consente di cogliere una costanza di
comportamenti e, dunque, una pervicacia, significative di una personalità
incline alla commissione di reati della specie di quello per cui si procede”,
scrive il giudice. Palumbo, conclude, “ha dichiarato di non essere interessato a
mantenere il ruolo di direttore della struttura, ha dichiarato di voler lasciare
il pubblico e, tuttavia, da anni, mantiene la sua posizione di potere e continua
e lavorare nella struttura pubblica”.
L'articolo Il giudice sul primario arrestato per corruzione: “Mandava i pazienti
nella struttura di cui era socio occulto” proviene da Il Fatto Quotidiano.