È sabato 14 marzo 2026. Sono sul treno per Porto San Giorgio. Ho preso un
impegno da mesi e grazie alla splendida collaborazione di Valeria, domani dalle
9 alle 17 misurerò la pressione oculare a tutti quelli che verranno e vorranno
fare una piccola donazione volontaria alla associazione sereniesempreuniti di
cui io e Valeria siamo consiglieri. Un modo per sensibilizzare i cittadini ad
una patologia invalidante come il glaucoma. Non una diagnosi, che si può fare
solo con una visita oculistica associata ad eventuali esami specifici quali la
perimetria computerizzata e l’OCT del nervo, e tanto meno una terapia, ma un
modo reale per avere uno spunto per parlarne. Propongo da anni di inserire
questa misurazione nel rinnovo periodico della patente, inascoltato. Quello
screening di massa ridurrebbe drasticamente l’incidenza del glaucoma in Italia
che si attesta sull’11% della popolazione.
Sono fermamente convinto che solo iniziative reali senza interessi personali
servono per il bene comune. Sono fermamente convinto che tutte le associazioni,
ed anche i movimenti politici, non dovrebbero essere contro qualcosa o qualcuno
né continuare a crogiolarsi sul passato, positivo o negativo che possa essere
stato. Tutti i cittadini, associati o meno, politici o meno, debbono essere solo
propositivi a favore delle prossime generazioni. Spesso invece si soggettivizza
e si pensa magari di più alle prossime elezioni (cfr. Alcide De Gasperi). Per
quello ci mancano statisti lungimiranti.
Sono sul treno di ritorno. È il 15 marzo 2026. Una giornata impegnativa ma in
fondo la mia vita, come quella di tutti i colleghi onesti, è stata piena di
giornate così. Per dare qualche numero, in senso figurato, fra otto giorni
compio 45 anni di laurea. A 71 anni non manca ancora la voglia di sviluppare e
mettere in pratica idee.
Ho misurato la pressione oculare a cento persone con una incidenza di circa il
60% donne e 40% uomini con età fra i 40 e gli 85. I valori medi nella norma si
attestano sui 14-17 mmhg con uno spessore medio di 540 micron. Ho trovato 6
persone con pressioni sopra ai 21 mmhg, non compensate dallo spessore corneale a
cui ho consigliato una visita oculistica completa con esecuzione di esami
aggiuntivi. A 2 di queste ho fatto sicuro diagnosi di glaucoma dopo aver visto
l’escavazione del nervo ottico e la rima nettamente ridotta a cui ho caldamente
consigliato di farsi vedere con relativa urgenza. Circa 20 persone sono
risultate già in terapia per glaucoma. Circa 20 persone si sono sottoposte al
controllo perché consapevoli della importanza della loro eredità glaucomatosa.
Di tutte le persone mi piace citarne una che, già in terapia antiglaucomatosa da
anni con prostaglandine, e con conseguenti occhi molto arrossati, è tornata per
ringraziarmi dopo molte ore perché io ho consigliato un vecchio trucco, di
bagnare spesso gli occhi con acqua fredda e lui era, così facendo, parecchio
migliorato in poco tempo!
Non ho interesse a citare quante persone e quanto hanno deciso di donare alla
associazione, gesto ovviamente ben accolto, perché, come ho detto il mio intento
era solo quello di prendermi cura dei cittadini di una ridente località
adriatica e provare a fare quello una legge dello Stato dovrebbe porre nel
rinnovo del permesso di guida, che peraltro paga il cittadino. Ringrazio ancora
una volta Valeria per il supporto, per l’ottima guida culinaria e stradale.
Ringrazio i miei piccoli oculisti honoris causa Luca e Lorenzo, figli di
Valeria, e tutti gli altri che hanno voluto darci direttamente o indirettamente
un aiuto.
Ho dimostrato che si può fare, che si dovrebbe fare, anche se con tutte le
limitazioni che, aumentando i numeri, ovviamente si verrebbero a trovare.
Ma è meglio così piuttosto che niente e sono certo che, almeno quelle due
persone che verosimilmente dovranno sottoporsi a terapia, prima o poi, in questa
o in altre vite mi ringrazieranno che abbiamo tenuto a bada “il ladro silenzioso
della vista”.
Ringrazio il gruppo Luxottica che mi ha supportato mettendo a disposizione una
struttura mobile con gli strumenti gestiti dal bravissimo Gabriele della CSO.
L'articolo Ho misurato la pressione oculare a cento persone: la dimostrazione
che prevenzione si può fare proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Sanità Pubblica
Un giornalista, Stefano Rizzi, e un giornale on-line, lo Spiffero, fanno il loro
mestiere e pubblicano un resoconto, numeri alla mano, dell’agghiacciante
situazione della sanità piemontese dopo quasi nove anni della “Cura Cirio“, ora
delegata all’assessore Riboldi dopo cinque anni di Icardi. Meno male che c’è
ancora qualcuno che lo fa, visto il clima da calma piatta prima della bufera nel
quale sguazza anche un’opposizione da strapparsi i capelli.
Tuttavia nemmeno il più disincantato studioso delle malefatte del centrodestra
avrebbe immaginato che il direttore del giornale fosse chiamato a difendere
l’operato, suo e del giornalista, di fronte alle pressioni che vengono
addirittura dai ministeri romani per ridurre al silenzio l’informazione libera.
Invece pare che sia successo stando a quanto riferisce il direttore dello
Spiffero senza troppe remore. Il coraggio è una merce rarissima, perciò vale la
pena di raccontare questa storia. Fa il paio a mio avviso con i dossier genovesi
commissionati da Bucci a danno del Secolo XIX, del “solito sistema clientelare”
per far vincere il Sì e di chissà quanti episodi che non arrivano alle cronache
perché c’è chi si piega prima.
La sanità piemontese è un pozzo senza fondo che neanche nei romanzi horror,
prestazioni di eccellenza e sciatteria senza limiti, in un allegro caos che
demotiva il personale che vorrebbe fare il lavoro per cui è pagato e premia
spesso i fedeli, e quelli della corrente giusta, a scapito dei bravi. Più si
sale e peggio va, come ho diffusamente raccontato in post passati. Di ospedali
nuovi neanche l’ombra, consulenze come se non ci fosse un domani, piani
finanziari sballati e gare bloccate sine die per impossibilità di
aggiudicazione. Le liste d’attesa spingono i pazienti con qualche soldo rimasto
verso la sanità dell’intramoenia, le case di comunità nascono col contagocce e
spesso per finta, festeggiano gli ambulatori privati verso i quali vengono
dirottate tutte le prestazioni, anche quelle di base che più non si può. Cresce
senza controllo il debito della Regione, lo dicono i dati comunicati
ufficialmente dai direttori generali della sanità per l’anno in corso.
Quasi un gioco da ragazzi per il giornalista mettere in fila i numeri del
disastro. Li elenca in un articolo annunciandoci che il debito previsto per il
2026 dai direttori generali di ASL e ASO si avvicina al miliardo di euro;
basterebbe molto meno per rendere inevitabile il commissariamento della Regione
da parte del MEF, quindi la preoccupazione è forte. Il tutto mentre in Tribunale
è in svolgimento il maxi-processo per l’ammanco della Città della Salute e non
passa giorno senza che emergano fatti sconcertanti. Intanto si apprende che la
Regione stanzia di corsa 203 milioni per coprire le maggiori spese sanitarie del
2025, ovviamente togliendo i soldi da altri capitoli del suo bilancio. Non
basta, i Bilanci 2024 e 2025 sono ancora alla firma del direttore della sanità
regionale, dopo che consulenti strapagati ne hanno certificato oggi la
correttezza per essere smentiti domani dai periti del Tribunale. Facile
immaginare il panico che deve circolare fra gli alti papaveri della sanità
regionale.
L’assessore Riboldi replica immediatamente con un video che, invece di smentire,
conferma; soprattutto che non ha ancora dimestichezza con i bilanci del suo
assessorato, così che confonde poste e annualità di esercizio. Il giornalista
non ci sta e risponde con i numeri a quella che definisce “propaganda da
cinegiornale” dell’assessore. Il titolo del suo articolo non lascia spazio
all’immaginazione: “Profondo rosso nei conti della Sanità, per l’assessore è
solo ‘fantasia’”. Essere solidali con giornali e giornalisti dalla schiena
dritta vuol dire anche raccontare queste storie. Però i centrodestri sono
davvero ammalati di presunzione per non immaginare la reazione di un giornale, a
volte molto vicino a loro, ma riferimento per una bella parte di opinione
pubblica piemontese proprio per la sua autonomia.
L'articolo Un’inchiesta rivela il buco della sanità piemontese. Più si sale
peggio va proviene da Il Fatto Quotidiano.
La sanità sarda è in codice rosso: 450.000 sardi sono senza medico di base.
Mancano decine di pediatri di libera scelta. In intere aree le famiglie, con
bambine e bambini piccoli, non hanno né il pediatra né il medico di base. Chi è
colpevole dello spopolamento? Le liste di attesa sono lunghissime, anche per
visite semplici. Se hai i soldi, le fai, altrimenti aspetti. Se va bene non
succede nulla, se va male continui ad ammalarti. Questo succede anche per
patologie gravi, croniche.
Qualche mese fa abbiamo letto, attoniti, di una anziana signora morta in pronto
soccorso a Carbonia perché è stata curata troppo tardi. E’ la punta
dell’iceberg. La colpa non è degli OSS, degli infermieri, e neanche dei medici.
Esistono sicuramente ad alti livelli delle colpe singole, delle connivenze, ma
gli operatori della sanità, nella stragrande maggioranza, danno il massimo, sino
a morire. Non è una esagerazione. Sta succedendo anche questo, nella nostra
isola. Ma allora come spieghiamo che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a
curarsi? Stiamo parlando di 320.000 persone, ma in difetto: altre fonti
affermano che nel 2025 400.000 sardi hanno rinunciato a curarsi. Non gli ultimi:
lavoratrici, pensionate, pensionati, famiglie monoreddito. Un sardo su 5 non si
cura.
Sono passati più di due anni dalla vittoria di Alessandra Todde alle elezioni
sarde. Nessuno ha voglia di fare il tiro al piccione. Non è tutta colpa sua.
Allo stesso tempo, nessuna sarda e nessun sardo, in buona fede e che possa dire
veramente ciò che pensa, sosterrà mai che i miglioramenti sono sensibili, che si
vedono. Non è così. Eppure la Sardegna ha potestà primaria in sanità e, a
seguito di un accordo col governo, la sanità la paga la Regione. Le regole,
però, non si possono cambiare. Noi mettiamo i soldi, ma le regole sono a Roma.
Ma come è possibile? E’ giusto?
Giuseppe Conte, nel 2025, ha firmato l’introduzione del volume di Ivan Cavicchi
“Articolo 32. Un diritto dimezzato”. Un libro seminale, importante, visionario.
E di visione abbiamo molto bisogno in sanità. La Sardegna, guardandola da Roma,
avrebbe potuto essere per i Cinque Stelle (vedremo ora la Campania) il luogo in
cui mostrare come realizzare una visione nuova sulla salute, sul rapporto con
l’ambiente e la natura. Invece no.
Assistiamo a consiglieri regionali che santificano la sanità privata, e poi
condividono i post di Giuseppe Conte. In due anni non ci siamo accorti della
visione di questa Giunta sulla sanità. Non abbiamo registrato alcun intervento
di pulizia dall’amichettismo e di efficientamento vero. Perché tutti vogliono
meno burocrazia e più efficienza.
Ma è normale che, a due anni di distanza, nel più grande ospedale della Sardegna
ci siano ancora 12/13 sistemi informatici? E gli esempi potrebbero essere tanti.
Non abbiamo registrato nessun intervento strutturale, e neanche il coraggio di
interventi tampone forti, anche simbolici. I medici cubani sono arrivati in
Calabria, perché qua no? Ci sono stati, e ci sono, tentativi, accordi, programmi
per incentivare la presenza medica o accorciare le liste di attesa. Queste
azioni, ad onor del vero, ci sono state anche nelle precedenti legislature, di
destra o di “sinistra”.
Ma allora perché siamo ancora a questo punto? La sensazione è che la rabbia
popolare aumenterà, e la politica continuerà tra micro-interventi e tanta
comunicazione pompata, mentre magari bisticcia sui singoli manager e sul
mantenimento del controllo su luoghi in cui, in definitiva, passano molti soldi
e tanti voti.
Sabato 7 marzo, tante cittadine e cittadini saranno in piazza, perché non ce la
fanno più e perché vogliono essere curati. Hanno pagato le tasse. E magari
vogliono anche poter avere delle figlie e dei figli senza il patema d’animo che
non potranno essere curati. E’ troppo? Io ci sarò, spero in grande compagnia.
L'articolo Come spiegare che il 20% delle sarde e dei sardi rinunci a curarsi?
La rabbia popolare aumenterà proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il titolo della campagna recita “Ricordati di stare bene”, e verrebbe quasi
voglia di rispondere “Sì, mo’ me lo segno”, o forse così piacerebbe agli autori
e promotori. Purtroppo non è così automatico. La faccenda è parecchio più
complicata. Il target sarebbe costituito dalle persone over 65 e fragili,
l’obiettivo è di ridurre i rischi della frequentissima scarsa osservanza delle
prescrizioni mediche per cui le terapie possono essere vanificate.
Il problema non è da poco, visto che l’impatto economico della mancata aderenza
alle prescrizioni mediche in Italia è stimato in circa due miliardi di euro.
Tanto per fare un esempio, il Rapporto OsMed 2023 dell’AIFA, avverte che
soltanto il 50% dei pazienti con malattie cardiovascolari segue correttamente le
cure, e questo ha ricadute pesanti in termini di costi per il sistema sanitario,
oltre a generare gravi conseguenze sulla qualità della vita dei pazienti e delle
loro famiglie.
La campagna è stata lanciata da HappyAgeing – Alleanza Italiana per
l’Invecchiamento Attivo del Gruppo Servier, e Federsanità – Confederazione delle
Federsanità, e ANCI Regionali, a cui si sono via via aggregate realtà
associative e professionali come ASSOFARM, Federfarma, Rete Città Sane – OMS,
FAP ACLI, FNP CISL, SPI CGIL e UILP UIL. Insomma una bella ammucchiata di sigle
per tentare di risolvere, tutti insieme, un problema cui il Ministero della
Salute fin qui non è stato in grado di rispondere.
Qualcuno deve anche aver capito che non basta la pubblicità a “educare” il
pubblico, e quindi la campagna prosegue con un coinvolgimento attivo dei comuni
italiani in una “competizione” a chi escogiterà e metterà in atto le migliori
pratiche per l’educazione dei cittadini. Con questo, si vorrebbe collegare in un
unico circuito virtuoso Comuni, ASL, farmacie, medici di base, operatori
sanitari, famiglie e caregiver affinché la consapevolezza diventi prassi
quotidiana. Speriamo bene.
Per carità, non è il momento di criticare le poche iniziative sane messe in atto
dal basso per colmare il vuoto in materia lasciato dal Ministero della Salute,
vuoto soprattutto di idee. Ma qualche osservazione su come è stata eseguita la
comunicazione vale la pena di farla. Uno legge distrattamente solo il titolo e
gli viene di pensare al peggio e a chiedersi “Ma perché mi dici ciò?”. Poi
cominciano i retropensieri maligni di andreottiana memoria, per cui è fortissima
la tentazione di spiegarsi quel “Ricordati di stare bene” facendolo continuare
mentalmente con un sottotesto tipo “… perché abbiamo distrutto il Sistema
Sanitario Nazionale e non siamo più in grado di fornirti assistenza (e nemmeno
ne abbiamo più voglia). Auguri”.
A quel punto, non è affatto scontato che chi sta leggendo faccia caso anche al
visual lì vicino che, a sua volta, non basta a far capire il titolo: c’è una
grossa pasticca che esce di scatto da un orologio a cucù, come per dire “È ora
di prendere le medicine”. Più probabilmente il lettore lo scanserà perché per
decodificare e ricomporre il significato complessivo della campagna gli viene
chiesto di ragionarci sopra. Troppa fatica. Fortuna che c’è una baseline che
chiarisce tutto: “Segui la terapia. Proteggi la tua salute. Ogni giorno“. Ma i
“pezzi”, messi così, appaiono scollegati fra loro. Meglio sarebbe stato perfino
invertire il copy mettendo in alto come titolo la baseline, e in basso la
headline, così tra l’altro l’attuale titolo suonerebbe più empatico e meno
minaccioso.
Perché anche un messaggio, quando è rivolto a tutti, proprio tutti, ha bisogno
di cura.
L'articolo “Ricordati di stare bene”, pure la campagna HappyAgeing per la salute
va curata proviene da Il Fatto Quotidiano.
La spesa farmaceutica in Italia è in una fase di forte criticità, con dati che a
inizio 2026 ne evidenziano un andamento “fuori controllo”, superando i tetti
programmati e richiedendo interventi correttivi urgenti da parte del Ministero
della Salute. Il superamento dei tetti (in particolare quello per acquisti
diretti) sta mettendo pressione sul sistema di payback (ripiano della spesa da
parte delle aziende farmaceutiche) e, di conseguenza, sui bilanci regionali. Nel
2025 il trend rimane particolarmente critico, mettendo a dura prova i bilanci
regionali specie nelle Regioni a maggiore carico di malattie croniche, come
appunto la Campania.
L’aumento, infatti, è trainato dai farmaci innovativi, dalle terapie avanzate e
dall’aumento dei volumi di consumo. L’aumento dei volumi di consumo è
determinato non solo dall’incremento della età media della popolazione ma anche
dalla costante diminuzione dell’incremento della aspettativa di vita media in
buone condizioni di salute, a sua volta determinato dalla progressiva riduzione
di significative azioni di Prevenzione Primaria, specie nelle zone del Paese già
bene identificate nel Progetto Sentieri come luoghi riconosciuti come SIN (Siti
di interesse Nazionale) per la presenza di grave inquinamento industriale.
Il Progetto Sentieri di ISS censisce ben 6,1 milioni di cittadini italiani
residenti in zone cosiddette SIN, ma di questi ben 1.8 (circa il 30 %) sono solo
campani. La Campania infatti da molti decenni è la regione più giovane di Italia
ma dove ben 4 milioni di cittadini (su 6) residenti specie nelle Province di
Napoli e Caserta sono colpiti da un numero sempre maggiori di patologie cronico
degenerative, cancro incluso, a causa della mancata tutela del territorio e
della pessima ed illegale gestione regionale dei rifiuti industriali che
determinano un eccezionale ed ormai incontrollato incremento di patologie (Terra
dei Fuochi) e di conseguenza di costi farmaceutici per poterle curare.
L’introduzione, in questi ultimi due anni, di numerose molecole innovative – per
migliorare la cura non solo del cancro ma di tutta una serie altre patologie
cronico-degenerative a cominciare dal diabete sino a Alzheimer e tutte le
patologie autoimmuni – rende la Campania oggi la regione a maggiore carico di
spesa farmaceutica sia diretta che convenzionata. Intervenire perciò solo su una
razionalizzazione dei processi di vendita e distribuzione dei farmaci senza una
decisa azione di governo regionale che finalmente privilegi e non ignori la
Prevenzione Primaria (tutela dell’Ambiente e del territorio) nella Regione dove
il fenomeno industriale Terra dei Fuochi è ancora pienamente attivo, significa
di conseguenza non affrontare con efficacia risolutiva il problema.
La Campania oggi è la Regione dove veramente si può, se si vuole, dare
significativi segnali di buon governo al fine di salvare il Sistema Sanitario
Nazionale Pubblico, solidale e universale ancora oggi nel mondo uno dei migliori
in termini di costo/efficacia. In Italia e nell’Unione Europea, il controllo
della spesa farmaceutica è diventato un tema critico a causa dell’aumento dei
costi per i farmaci innovativi e oncologici, che mettono a dura prova la
sostenibilità dei sistemi sanitari. Recentemente, il ministro della Salute
Orazio Schillaci ha lanciato un ultimatum all’Agenzia Italiana del Farmaco
(AIFA), richiedendo misure correttive urgenti per arginare lo sforamento dei
tetti di spesa.
Il sistema italiano si basa su tetti di spesa prefissati e meccanismi di
recupero forzoso dalle aziende farmaceutiche. La spesa è divisa in convenzionata
(farmaci in farmacia, tetto al 6,80%) e acquisti diretti (prevalentemente
ospedalieri, tetto all’8,30%). Nel 2025, mentre la territoriale appare stabile,
gli acquisti diretti mostrano un disavanzo significativo di oltre 1,7 miliardi
di euro. Le aziende titolari di AIC devono ripianare una quota dello sforamento
dei tetti di spesa regionali e nazionali. È una misura controversa spesso
oggetto di contenziosi legali.
Le “montagne russe” provocate dalla violenta ma ondivaga politica sui dazi della
Amministrazione Usa di Trump stanno scuotendo alla radice il sistema
globalizzato di produzione e distribuzione dei farmaci governato dalle
multinazionali farmaceutiche che sinora hanno sfruttato la globalizzazione solo
al fine di incrementare al massimo i profitti. In questo contesto l’Italia è
diventata la maggiore produttrice UE di farmaci sotto brevetto (ma di proprietà
al 38 % non italiana, specie Usa , Svizzera e Israele) e la migliore Nazione Ue
per il solo “packaging” in qualità certificata dei farmaci fuori brevetto,
prodotti pressocché tutti in monopolio da potenze straniere come India, Cina e
Pakistan. Questo per un unico e solo motivo: abbiamo il costo del lavoro e gli
stipendi più bassi in assoluto in Ue per il personale ad altissima
specializzazione necessario nella industria farmaceutica.
Diventa quindi urgentissimo, e magari pensando finalmente ad uno sviluppo vero
del sud tramite ZES, incrementare la produzione sia dei principi attivi di
farmaci essenziali che di farmaci sotto brevetto ma italiani, trasformando
quindi il Sud Italia in un vero hub per la autosufficienza della produzione
farmaceutica non solo per la Ue ma per l’intera area del Mediterraneo e specie
per le sponde del nord Africa.
Abbiamo la possibilità, anzi il dovere, di inserire quanto prima l’incremento
della produzione di farmaci essenziali fuori brevetto in Italia innanzitutto per
colmare le carenze sempre più gravi presso le nostre farmacie magari
ricordandoci che possiamo inserire questa spesa all’interno del 2.5% del Pil
italiano destinato alle industrie resilienti finalizzate ad incrementare al 5%
il Pil destinato alla Difesa. E’ ormai evidente come vaccini, farmaci e veleni
siano ormai a tutti gli effetti anche importanti armi di offesa e di sicurezza
nazionale.
L'articolo Il Sud Italia potrebbe diventare un vero hub per l’autosufficienza
farmaceutica proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il tema dei tatuaggi entra ufficialmente nel campo della sanità pubblica. È
infatti allo studio un decreto che, all’interno delle misure per la prevenzione
del melanoma e dei tumori della pelle, introduce regole più stringenti per il
mondo dei tatuaggi, fino a equipararli, sotto il profilo sanitario, a veri e
propri trattamenti estetici invasivi. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la
tutela della salute, aumentare la consapevolezza dei cittadini e ridurre i
rischi legati sia ai pigmenti utilizzati sia alla possibile difficoltà di
individuare precocemente lesioni sospette sulla pelle tatuata.
Tra le novità più discusse c’è l’ipotesi di rendere obbligatorio il consenso
informato prima dell’esecuzione di un tatuaggio, con informazioni chiare sui
potenziali rischi dermatologici, sulle controindicazioni e sulla necessità di
controlli nel tempo. Una scelta che solleva interrogativi non banali: quanto
questa stretta normativa potrà incidere davvero sulla prevenzione del melanoma?
E quanto il dibattito sui tatuaggi riflette una crescente attenzione – ma anche
una certa confusione – nel rapporto tra pratiche estetiche, salute della pelle e
diagnosi precoce dei tumori cutanei? Ne abbiamo parlato con la professoressa
Pucci Romano, Dermatologa e Presidente di Skineco, Associazione scientifica
internazionale di ecodermocompatibili, per capire cosa c’è di scientificamente
fondato e cosa invece rischia di restare solo sulla carta.
LA DERMATOLOGA: “C’È ANCHE UNA RESPONSABILITÀ DELL’OPERATORE”
Professoressa Romano, il decreto introduce l’obbligo del consenso informato per
i tatuaggi. Dal punto di vista dermatologico è una misura davvero utile o c’è il
rischio che resti solo un passaggio burocratico?
“Il rischio che il consenso informato sia soltanto un adempimento burocratico
esiste, inutile negarlo. Molto dipende però da chi lo somministra. Se
l’operatore spiega davvero, in modo dettagliato e comprensibile, a chi vuole
tatuarsi quali sono i possibili rischi e gli eventuali effetti collaterali,
allora il consenso informato può avere un valore reale. In questo senso diventa
anche un compito e una responsabilità dell’operatore, che dovrebbe essere
adeguatamente qualificato”.
Uno dei punti centrali del decreto è il legame tra tatuaggi e melanoma. Esistono
evidenze scientifiche che dimostrino un aumento del rischio di melanoma nei
tatuati?
“Ad oggi non esistono dati che dimostrino una relazione di causalità tra
tatuaggio e insorgenza di melanoma. Il problema vero non è tanto che il
tatuaggio provochi il melanoma, quanto il fatto che possa coprire un neo a
rischio. Un neo displastico, o addirittura una lesione già in evoluzione verso
un melanoma, può essere mascherato dal tatuaggio e quindi non essere notato”.
L'articolo Tatuaggi, in arrivo regole più stringenti per equipararli a
trattamenti estetici invasivi. Ecco cosa cambierà proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Il sindaco civico di centrosinistra Piero Castrataro e gli enti promotori
avevano chiamato a raccolta la cittadinanza per la fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica, e la comunità molisana ha risposto all’appello. Nella serata di
domenica 18 gennaio, oltre 7mila persone hanno attraversato il centro storico
d’Isernia per arrivare all’ospedale Ferdinando Veneziale, dove il primo
cittadino ha montato una tenda in segno di protesta da più di venti giorni.
L’iniziativa ha raccolto sostegno dal capoluogo fino alle aree interne della
provincia. In rappresentanza di questi territori, è intervenuto il sindaco
civico di Capracotta Candido Paglione: “Qui il diritto alla salute è
sistematicamente negato ed è il risultato di scelte politiche precise”. In
Molise la sanità pubblica “è stata smantellata, gli ospedali pubblici indeboliti
fino allo stremo e nelle aree interne restano solo le guardie mediche come
ultimo, fragile presidio”. Il primo cittadino del comune dell’Alto Molise ha poi
criticato le politiche del governo Meloni, che “non corregge le ingiustizie, le
rende strutturali”, introducendo “ospedali di terzo livello e ospedali elettivi
senza pronto soccorso”. Le Case della salute, invece, vengono descritte come “lo
strumento per cancellare anche gli ultimi presìdi territoriali”, come l’ospedale
di Agnone.
Una strategia che, secondo Paglione, a livello politico è stata venduta con
degli artifizi, come “usare parole nuove per giustificare vecchi tagli”. Lo
scopo finale è quello di “smantellare pezzo dopo pezzo la legge 833 del 1978″
che ha istituito il Servizio sanitario nazionale. In questo modo, ha continuato
il sindaco di Capracotta, “chi vive nelle aree interne viene trasformato in
cittadino di serie B, costretto a scegliere tra rinunciare alle cure o spostarsi
per decine di chilometri”. E ha chiuso: “Difendere il diritto alla salute non è
una concessione: è un dovere costituzionale. E questa battaglia non si fermerà
qui”.
Sulla fiaccolata si è espressa anche la consigliera regionale Micaela Fanelli
(Pd): “Da Isernia è partito un segnale chiaro indirizzato a tutta la politica,
regionale e nazionale. Un segnale che interpella chi ha il compito di decidere e
di assumersi scelte non più rinviabili”, chiedendosi se gli amministratori
saranno “capaci di trasformare questa voce forte e unitaria in atti concreti,
capaci di garantire davvero il diritto alla salute e un futuro a questo
territorio”. Angelo Primiani (M5S) è stato più polemico, in un post pubblicato
su Facebook, il consigliere ha scritto: “Oggi a fare rumore non è solo la
presenza di chi era in piazza, ma anche qualche assenza che pesa e che domani
dovrà essere spiegata ai cittadini”.
Lo scorso 16 gennaio, durante l’incontro “Il grande malato” a Termoli- occasione
in cui il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, aveva definito
“critica” la situazione della sanità locale. Nella stessa occasione, il
segretario generale della Cgil Molise, Paolo De Socio, aveva denunciato il
legame tra la sanità privata e la classe dirigente in Regione: “Gli interessi
dei cittadini non coincidono con quelli di chi dalla sanità trae profitto e che
in Molise hanno nomi e cognomi: Patriciello e Angelucci“. Il riferimento era
all’eurodeputato leghista Aldo Patriciello, proprietario clinica Neuromed di
Pozzilli, e del parlamentare del Carroccio Antonio Angelucci, patron della Casa
di Cura San Raffaele.
L'articolo Isernia, migliaia di persone alla fiaccolata in difesa della sanità
pubblica: “Questa battaglia non si fermerà qui” proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Isernia, dove il sindaco ha piantato una tenda davanti all’ospedale per
protestare contro i tagli, è stata organizzata una fiaccolata a sostegno della
sanità pubblica in Molise. L’iniziativa, prevista per le 17 di domenica 18
gennaio, attraverserà il centro della città e avrà il Veneziale come luogo di
destinazione. Lo scopo è proteggere un bene comune: il diritto a curarsi, anche
per i cittadini che vivono nelle aree interne del Paese.
Tra le tante adesioni c’è quella del presidente dell’Ordine dei medici di
Isernia, Fernando Crudele, che ha annunciato la sua presenza al corteo per
“sensibilizzare soprattutto quei ‘burocrati’ e ‘ragionieri’ di Roma, affinché
non vedano il Molise solo come un numero” e per fargli “comprendere le giuste
richieste dei pazienti e dei cittadini che vogliono una buona sanità, con
risposte efficienti come avviene in altre regioni”.
Scenderanno in strada anche le segreterie locali del Nursind, il sindacato degli
infermieri, a sostegno di un “un territorio che rifiuta l’idea di essere
marginalizzato e privato dei servizi essenziali”, e chiedendo maggiori
investimenti per l’ospedale del secondo capoluogo di provincia. “Ringraziamo i
medici in pensione e i medici gettonisti che hanno consentito di reggere l’urto
dell’emergenza, così come i colleghi di altri reparti costretti a coprire turni
in pronto soccorso”, denunciando però le “soluzioni tampone, utili
nell’immediato ma incapaci di garantire una vera riorganizzazione strutturale”.
A esprimersi sull’argomento durante un convegno è il presidente della Fondazione
Gimbe, Nino Cartabellotta, invitato come ospite all’incontro ‘Il grande malato.
Per una riforma della sanità in Italia. Idee ed iniziative per un nuovo corso’
promosso da Cgil Molise e Ali. Alla sede Unimol di Termoli, Cartabellotta ha
dichiarato: “La situazione della sanità in Molise è particolarmente critica per
varie ragioni. Innanzitutto è una piccola regione e, quindi, fa fatica anche a
organizzare da sola una rete di servizi efficaci ed efficienti per tutti i
cittadini”. Inoltre, il mancato rispetto dei livelli essenziali d’assistenza e
la mancanza di medici e infermieri fanno sì che i “cittadini in Molise abbiano
grandi difficoltà nell’accesso al servizio”, una crisi che va risolta attraverso
una “profonda revisione dei modelli organizzativi locali per cercare di
rilanciare un diritto fondamentale”.
A livello politico, il presidente di Gimbe ha sollevato la questione sulle
“modalità con cui sono stati gestiti i piani di rientro e poi i
commissariamenti“, modalità che “dovrebbero essere profondamente riviste a
livello centrale”. Un problema che non riguarda soltanto il Molise: “Se andiamo
a guardare le regioni in piano di rientro – fa notare Cartabellotta- sono quasi
tutte nel Mezzogiorno e alcune da più di quindici anni”. Per questo, conclude,
“ci vuole un’azione di riforma a livello centrale che va a modificare le
modalità dei piani di rientro, altrimenti non se ne uscirà mai”. Un cambio di
passo che riguarda anche la sanità nei territori periferici, per i quali lo
Stato dovrebbe “puntare molto sul rafforzamento dell’area territoriale,
accettando anche di fare reti interregionali su alcune cose, perché le regioni
piccole non riescono a essere sostenibili anche da un punto di vista economico”.
L'articolo A Isernia la fiaccolata per difendere la sanità pubblica.
Cartabellotta: “In Molise la situazione è critica” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Francesca D.
Sono dipendente pubblico e mi sono sempre servita quasi solo della sanità
pubblica, fino a tre-quattro anni fa. Qualche anno fa, il mio Ente pubblico
propone l’adesione facoltativa (in alternativa a un sistema di rimborsi parziali
legati al reddito) a una polizza collettiva privata sulla salute a un prezzo
molto conveniente, grazie al contributo dell’Ente stesso.
Qui comincio a seguire il flusso di denaro: una piccola parte del mio stipendio,
pagato con soldi pubblici, finisce a un’assicurazione privata, grazie alla
“sponsorizzazione” del mio Ente pubblico; soldi pubblici nella disponibilità
dell’Ente finiscono a questa stessa società privata come contributo al premio
assicurativo. Aderisco alla polizza (non si sa mai, sono scaramantica…) e, in
effetti, tre anni fa usufruisco della copertura per un intervento chirurgico
urgente, ma non indifferibile. Nella struttura pubblica, mi hanno detto che i
tempi erano lunghi, ero sofferente e, con la vocina della coscienza che mi
ronzava nelle orecchie, ho percorso la via del privato convenzionato con
l’assicurazione.
Ho passato tre anni in buona salute finché recentemente non ho avuto un piccolo
malore e il mio medico di base mi ha prescritto dei controlli. Non era roba da
pronto soccorso, i tempi negli ambulatori pubblici erano biblici, quindi sono
andata di nuovo nel privato con l’assicurazione. Ma in questi tre anni sono
cambiate parecchie cose:
1) la compagnia assicurativa è cambiata;
2) le liste di attesa per gli accertamenti nelle strutture pubbliche si sono
allungate e risultano spesso impraticabili;
3) le strutture sanitarie private sanno di essere l’unica alternativa.
E qui scatta il meccanismo perverso, il trucchetto da fiera a danno dello Stato
e del paziente, che spiego prendendo ad esempio una delle prestazioni di cui ho
dovuto usufruire (in realtà ho speso di più): il contratto tra Ente e
Assicurazione prevede una franchigia per le prestazioni, il tariffario della
struttura privata per la Compagnia assicurativa prevede una cifra inferiore alla
franchigia (50 euro), quindi la mia richiesta di assistenza viene negata e pago
di tasca mia, ma la struttura mi addebita 118 euro, una cifra superiore alla
franchigia e, a questo punto, chiedo il rimborso della quota eccedente alla
stessa compagnia assicurativa. Ed ecco la sorpresa: lo scoperto in caso di
rimborso è, guarda caso, 120 euro (non 50), mentre io ne ho pagati 118.
Bilancio: 118 euro del mio stipendio pubblico (prima della detrazione fiscale
che mi spetterà nel 2027) sono andati alla struttura privata in aggiunta ai
soldi pubblici pagati all’Assicurazione dal mio Ente (anche tramite il premio a
mio carico).
Di due (tre) cose l’una: chi ha stipulato questo contratto assicurativo (a sua
volta un dipendente pagato con soldi pubblici), o ci fa o ci è o non lo è
affatto. La stessa compagnia assicurativa si comporta così anche con i
contraenti collettivi privati?
Ciliegina sulla torta: l’impiegato del centro diagnostico mi suggerisce di
comprare (200 euro/anno, sempre dal mio stipendio pubblico) la loro “card” per
avere lo sconto del 50% sulle loro prestazioni in regime privato. Finché c’è la
salute…
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L'articolo Da dipendente pubblica, trovo perverso il meccanismo delle
assicurazioni private a danno dello Stato e del paziente proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Giuseppe Pignataro
Non serve più chiedere ‘quanto guadagni’. Basta chiedere: ‘quanto puoi
aspettare?’. Nel nostro Paese la disuguaglianza ha assunto una forma nuova e
quasi elegante: è una disuguaglianza di tempo. Tempo per una visita, per un
esame, per un referto. Tempo che, quando manca, si trasforma in rinuncia. E
quando la rinuncia diventa un’abitudine statistica, un diritto costituzionale
smette di essere un diritto: diventa una speranza.
Nel 2024, secondo l’Istat, ha rinunciato a visite o accertamenti ‘pur avendone
bisogno’ il 9,9% della popolazione: circa 5,8 milioni di persone. Un anno prima
erano il 7,6% (circa 4,5 milioni). La crescita non è un dettaglio: è un cambio
di regime. Le cause raccontano la gerarchia del sistema: il 6,8% dichiara di
aver rinunciato per liste d’attesa (era 4,5% nel 2023); il 5,3% per motivi
economici (era 4,2%); l’1,3% per la scomodità di raggiungere i servizi (era
1,0%).
E, parallelamente, aumenta di quattro punti il ricorso al privato ‘a proprie
spese’: la quota di chi ha pagato interamente l’ultima prestazione specialistica
sale dal 19,9% al 23,9%.
Non è un fenomeno nato ieri. L’Istat ricorda che già nel 2017 la rinuncia era
all’8,1%; oggi siamo al 9,9%, segno che il peggioramento è post-pandemico ma non
solo: è la spia di una fatica strutturale. Anche le ragioni cambiano: nel
Centro-Nord la rinuncia è trainata soprattutto dalle liste d’attesa (7,3% al
Centro e 6,9% al Nord), mentre nel Mezzogiorno il peso dei costi resta
equivalente. E il divario di genere è una ferita particolare: tra i 25 e i 34
anni rinuncia il 12,5% delle donne contro il 6,7% degli uomini. Non si tratta,
quindi, di un problema confinato alla marginalità estrema: attraversa classi
medie, età centrali, territori produttivi. Perfino il titolo di studio protegge
poco: tra i 25 anni e più rinuncia il 10,7% di chi ha un titolo terziario,
contro l’11,8% di chi ha al massimo la scuola secondaria inferiore. È come se il
Paese avesse smesso di garantire una soglia minima di esigibilità comune.
La rinuncia non colpisce in modo neutrale: è socialmente selettiva. Rinunciano
di più le donne (11,4%) rispetto agli uomini (8,3%). Il picco si osserva tra i
45 e i 54 anni (13,4%): età in cui si regge famiglia e lavoro, e il tempo
diventa un bene scarso. Il territorio, poi, disegna una geografia morale: Nord
9,2%, Centro 10,7%, Mezzogiorno 10,3%. In Sardegna la rinuncia tocca il 17,2%. E
nel Mezzogiorno la rinuncia per liste d’attesa è pari a quella per ragioni
economiche (6,3%): qui l’attesa e il reddito si sommano, non si sostituiscono.
Nel frattempo, la ‘sanità mista’ avanza senza dichiarazione politica. Secondo la
Fondazione Gimbe, nel 2024 la spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie
(out-of-pocket) arriva a 41,3 miliardi, pari al 22,3% della spesa sanitaria
totale, ben oltre la soglia del 15% raccomandata dall’Oms per non mettere a
rischio accessibilità e uguaglianza. Quasi un euro su quattro è sborsato dai
cittadini: è la privatizzazione come gesto quotidiano, non come riforma.
Il risultato è un doppio canale che seleziona. Da una parte il pubblico, che
promette universalismo ma distribuisce attese; dall’altra il mercato, che offre
velocità a chi può pagare. E perfino quando il privato è ‘coperto’ da fondi e
assicurazioni, si crea una cittadinanza a strati: nel 2024, la spesa
intermediata dai cosiddetti terzi paganti (fondi sanitari, casse, assicurazioni)
raggiunge 6,36 miliardi. È un ecosistema che cresce dove il servizio pubblico
arretra: non sostituisce il Ssn, lo riscrive, pezzo dopo pezzo, come un
abbonamento.
Qui la filosofia non è un abbellimento: è un test di realtà. Rawls chiamerebbe
‘ingiuste’ le disuguaglianze che non migliorano la posizione dei più
svantaggiati; Sen ricorderebbe che la povertà è, prima di tutto, perdita di
capacità: la capacità di curarsi, di lavorare, di scegliere. E Arendt ci
obbligherebbe a una domanda semplice: un diritto esiste davvero se dipende dal
portafoglio o dalla pazienza?
Il punto non è negare che risorse e vincoli contino. Il punto è decidere che
cosa conti di più. Quando l’accesso alle cure diventa una funzione del tempo e
del reddito, la disuguaglianza smette di essere un tema economico e diventa un
principio di organizzazione della vita. Il bilancio di fine anno, allora, non è
solo nei conti pubblici: è nelle rinunce private, una per una, finché non fanno
sistema. E questo, oggi, deve essere una delle priorità della policy pubblica.
L'articolo In Italia la disuguaglianza ha una nuova forma: il tempo d’attesa per
curarsi. Così un diritto diventa privilegio proviene da Il Fatto Quotidiano.