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Un’altra persona disabile non è stata fatta entrare a un evento: la testimonianza dal concerto di Achille Lauro
Come ricorderete, uno dei tanti temi che mi sta a cuore è l’accessibilità ai concerti per le persone con disabilità, tanto che il 18 maggio 2022, attraverso il mio blog ho lanciato l’iniziativa “Raccontami il tuo evento” proprio per dare voce alle difficoltà che le persone disabili incontrano nell’acquisto dei biglietti e alle relative criticità inerenti alle aree a loro riservate. Riporto la testimonianza della presidentessa di Entusiasmabili APS Graziella Saverino su quanto le è successo al concerto di Achille Lauro il 7 marzo scorso al Palalottomatica di Roma: “Mi chiamo Graziella Saverino, sono presidentessa di Entusiasmabili APS e cantautrice. Mi muovo in carrozzina a causa di una paralisi cerebrale infantile dalla nascita. Voglio raccontare quello che mi è accaduto il 7 marzo al Palalottomatica di Roma, durante il concerto di Achille Lauro, perché riguarda i diritti e le garanzie delle persone con disabilità. La mattina del concerto avevo ricevuto una conferma telefonica per l’accesso all’area dedicata alle persone con disabilità. Per questo mi sono recata al Palalottomatica con la tranquillità di poter entrare. Arrivata all’ingresso, però, mi è stato detto che il mio nome non risultava nella lista di attesa. In quel momento ho incontrato Lucia Artieri, un’altra persona con disabilità. Anche a lei stavano dicendo la stessa cosa, nonostante avesse ricevuto due email di conferma. Siamo rimaste lì ad aspettare per molto tempo, chiedendo più volte di poter parlare con un responsabile per capire cosa fosse successo e trovare una soluzione. Abbiamo aspettato fino alle 21:30, quando a un certo punto hanno chiuso la tenda e i cancelli, lasciandoci definitivamente fuori. Nel frattempo abbiamo visto entrare tantissime persone normodotate — ed è brutto dover fare questa distinzione — ma anche amici di amici senza biglietto, mentre a noi non è stata data alcuna spiegazione né la possibilità di entrare. La cosa più grave è stata proprio questa: nessuno si è assunto la responsabilità di parlare con noi o di chiarire l’accaduto. Siamo state semplicemente lasciate fuori. Quello che è successo dimostra che il sistema di gestione dei biglietti per le persone con disabilità, gestito dalla società Fans & Partners, presenta gravi criticità. Il procedimento è confuso e rischia di diventare discriminatorio, perché chi ha una disabilità non ha reali garanzie di accesso, anche quando riceve conferme. Io lavoro ogni giorno sui temi dell’inclusione, anche attraverso la mia associazione e attraverso la musica, e credo che episodi come questo debbano essere raccontati. Perché l’accesso alla cultura e agli eventi pubblici deve essere garantito davvero a tutti, senza che le persone con disabilità si trovino davanti a cancelli chiusi e porte in faccia. Dott.ssa Graziella Saverino Presidente Entusiasmabili aps www.entusiasmabili.it” Dalla mia lunga esperienza la responsabilità non è da imputare all’artista, Achille Lauro ha già dimostrato attenzione verso le persone disabili; credo, sempre secondo la mia esperienza, che molto dipenda dagli organizzatori locali. Chiedo comunque ad Achille Lauro e a tutti gli altri artisti di vigilare sulle procedure riservate ai disabili per accedere ai concerti e sulle aree dedicate durante l’evento. Se Achille Lauro vuole rispondere, la sua risposta verrà pubblicata su questo blog e se le persone vogliono segnalarmi le loro storie possono continuare a farlo scrivendomi a raccontalatuastoria@lucafaccio.it. L'articolo Un’altra persona disabile non è stata fatta entrare a un evento: la testimonianza dal concerto di Achille Lauro proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paralimpiadi, Arena di Verona “accessibile” solo per una sera: spariti rampe e tappeti, i veri lavori sono in ritardo e inadeguati. “Ci eravamo illusi”
Si smontano le opere installate per la cerimonia inaugurale delle Paralimpiadi all’Arena di Verona e mentre la città torna alla viabilità ordinaria si possono fare i conti con la decantata “accessibilità” che ha accompagnato l’evento. L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia, ha declamato il lascito delle Olimpiadi: “Un monumento simbolo, grazie a un investimento di oltre 20 milioni di euro è stato reso pienamente accessibile con interventi mirati di abbattimento delle barriere architettoniche”. L’amministratore leghista si riferisce, evidentemente, alle intenzioni virtuose di un progetto che non è stato ancora portato a termine, nonostante le Olimpiadi e le Paralimpiadi Milano Cortina 2026 si siano rispettivamente chiuse e presentate al mondo proprio nell’anfiteatro romano. L’Arena riflette le contraddizioni dei Giochi e le promesse non mantenute in tempo per le cerimonie. “Sono state installate rampe dedicate, adeguati i servizi igienici, predisposti spazi per la sosta e la movimentazione degli atleti, riorganizzati posti a sedere per il pubblico con ridotta mobilità”, ha aggiunto Zaia. Ma basta seguire i lavori in svolgimento per verificare come la maggior parte degli interventi siano già stati rimossi, visto che interessavano solo la cerimonia di apertura, senza essere destinati a diventare definitivi. Si tratta, ad esempio, dei passaggi per superare il dislivello del “vallo” che conduce in Arena o dei tappeti speciali stesi tutt’attorno al monumento, per coprire la pavimentazione sconnessa. In realtà l’appalto da oltre 20 milioni di euro in buona parte non è concluso. Sono stati realizzati i nuovi servizi igienici interni, con una spesa di 1,6 milioni di euro, mentre circa un milione e settecento mila euro è servito per i percorsi pedonali per arrivare in Piazza Bra. La parte maggiore è stata rimandata a dopo le Olimpiadi. Si tratta della sistemazione interna e della costruzione di un ascensore che consenta di salire a un punto panoramico, all’Arcovolo 65, finora proibito per chi si muove con una carrozzina o ha problemi di deambulazione. Sul tema ha insistito l’architetto Fabio Massimo Saldini, commissario straordinario della società pubblica Infrastrutture Milano Cortina (Simico): “L’accessibilità che stiamo realizzando non è temporanea, né legata all’evento sportivo: è un investimento strutturale sul territorio e sulla qualità della vita delle comunità che lo abitano”. Simico ha spiegato: “Sono stati rinnovati oltre 2 km di percorsi di accesso, con marciapiedi riqualificati, piste ciclabili separate, pendenze controllate, nuove banchine bus… all’interno del monumento sono state installate rampe modulari con pendenze comprese tra il 4% e l’8%, dimensionate per consentire il passaggio affiancato di due sedie a rotelle…”. A fare da contraltare a questo racconto è l‘attivista Antonino Russo, ex presidente di Fish Veneto, la Federazione Italiana Superamento Handicap che alcuni mesi fa ha già raccontato al fattoquotidiano.it le lacune più vistose. “Le Olimpiadi sono un’occasione tremendamente mancata, non è stato fatto nulla per rendere la città veramente accessibile. Noi ci eravamo illusi quando nel 2019 arrivò la notizia che l‘Arena avrebbe subito interventi strutturali. E pensare che il tempo per agire anche su tutto il contorno cittadino ci sarebbe stato. Molte associazioni avevano chiesto al sindaco di aprire dei tavoli per discutere gli aspetti della programmazione”. Che cosa non funziona? “Finita l’inaugurazione per l’accesso in carrozzina in Arena c’è solo una rampa posta sul retro dell’anfiteatro, mentre quelle sul davanti erano provvisorie, come è accaduto anche al Palazzo della Gran Guardia. La stessa considerazione vale per i tappeti stesi attorno alla struttura per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi. Ma anche la parziale accessibilità consentita dall’adozione di un ascensore è discutibile perché la salita all’ultimo anello è affidata, come si legge nella delibera di giunta n° 91 del 6 febbraio scorso, ad un servo scala che, come è noto a tutti coloro che hanno dimestichezza con le questioni di accessibilità, sono lenti e soggetti a frequenti malfunzionamenti specie se esposti all’azione degli agenti atmosferici. In occasione di una manifestazione fieristica a Vicenza trascorsi più di un’ora intrappolato in uno dei servoscala a servizio dei diversi saliscendi per effetto di un microswitch di sicurezza che aveva bloccato la macchina. Immaginiamo quale potrà essere l’affidabilità di una macchina sottoposta alle intemperie e a carichi massivi quotidiani”. Oltre ai ritardi, il dato più critico riguarda i percorsi per arrivare dalla stazione ferroviaria a Piazza Bra. Lungo il larghissimo Corso di Porta Nuova sono state realizzate isole di transito per facilitare l’accesso ai parcheggi auto e alle fermate del trasporto pubblico locale, con una pista ciclabile da una parte e il traffico delle auto dall’altra. Le banchine non sono continue, ma vengono interrotte per una trentina di volte (con gradini) a causa degli accessi ai passi carrai per le auto. Inoltre tengono i fruitori lontani dal largo marciapiede del viale e quindi dai negozi. “Questo modo di realizzare l’accessibilità porta ad un altro isolamento”, sostiene Antonino Russo. “Le associazioni non sono state coinvolte e credo che verrà richiesta una profonda revisione di quanto è stato fatto ai marciapiedi, anche perché il percorso è mal collegato con la stazione ferroviaria e con l‘accesso all’Arena. Inoltre la segnaletica orizzontale e verticale non è stata adeguata ai criteri della progettazione universale e mancano del tutto le mappe tattili”. Carlo Piazza, presidente dell’Osservatorio di Comunità per i diritti sociali di Verona, a fine gennaio aveva scritto all’ingegnere Giuseppe Fasiol, commissario straordinario per le Paralimpiadi: “Al fine di migliorare l’accessibilità di Corso Porta Nuova sono stati realizzati interventi la cui efficacia è discutibile, ma avendo appreso la sua disponibilità ‘ad affinare gli interventi’ avanziamo alcune proposte”. Riguardano, ad esempio, l’altezza delle banchine “non adeguata per una facile fruizione dei servizi di trasporto pubblico”. Le associazioni avevano suggerito, in attesa di una radicale rivisitazione, “di non spendere più un euro” per quello che definiscono un “non percorso”, salvo “gli interventi per mettere in sicurezza le persone, rallentando le biciclette con dissuasori di velocità posti sulle nuove ciclabili in prossimità delle rampe di accesso alle banchine”. La lettera si concludeva: “Dopo i Giochi sarà opportuno ridefinire il layout dell’intervento in considerazione degli interessi, ma soprattutto dei diritti dei cittadini”. Una giustificazione dei lavori incompleti è venuta dal commissario Fasiol, che è entrato nella gestione dell’evento paralimpico solo lo scorso agosto, quando tutto era già programmato. “Sistemare la platea dell’Arena per i Giochi non era possibile perché doveva essere occupata dal palco degli show. Un’eredità delle Olimpiadi è costituita comunque anche dall’applicazione delle linee guida della Regione Veneto che seguono l‘Universal Design che tiene conto delle esigenze delle persone con disabilità”. L'articolo Paralimpiadi, Arena di Verona “accessibile” solo per una sera: spariti rampe e tappeti, i veri lavori sono in ritardo e inadeguati. “Ci eravamo illusi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Duchenne e Becker, non solo ricerca: la campagna per mappare le barriere architettoniche in Italia
Ricerca scientifica con l’illustrazione dei più recenti studi clinici, una tavola rotonda sul processo regolatorio dei farmaci in Europa, empowerment dei pazienti nel loro percorso di cura, laboratorio di affettività e sessualità, pet terapy per i più piccoli oltre a training autogeno per i genitori e un approfondimento sull’accessibilità e mappe digitali. Si tratta di un vasto programma quello previsto in occasione della XXIII Conferenza Internazionale sulla distrofia muscolare di Duchenne e Becker (DMD/BMD), organizzata da Parent Project, che si svolgerà da venerdì 27 febbraio a domenica 1 marzo a Roma, presso l’Ergife Palace Hotel. In particolare ilfattoquotidiano.it ha contattato l’associazione facendo un focus sulla campagna nazionale lanciata a dicembre dal titolo “Un passo alla volta”, dedicata al tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche attraverso l’uso della tecnologia digitale. “La nostra iniziativa prevede la realizzazione di una grande mappa interattiva dell’accessibilità del territorio italiano attraverso la compilazione di un questionario online, aperto a tutti i cittadini e cittadine, con o senza disabilità”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Giuseppe Giardina, psicologo del Centro Ascolto Duchenne di Parent Project. Un tema, quello dell’accessibilità, inteso non solo come superamento delle barriere architettoniche, ma come condizione essenziale per la qualità della vita, delle relazioni e del benessere psicologico delle persone interessate, e come processo che coinvolge la cittadinanza in generale. “Accedere a spazi pubblici pienamente accessibili è un diritto di tutte le persone, sancito dalla legge. Attraverso i Piani di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA), aggiunge Giardina, “ogni Comune dovrebbe monitorare, progettare e pianificare interventi per superare le barriere architettoniche”. Oltre la metà dei Comuni italiani però non applicano la normativa o lo fanno in maniera insufficiente e l’Italia nel 2023 aveva ricevuto dall’Unione europea una richiesta formale di non conformità con una procedura d’infrazione rispetto alle barriere architettoniche con una petizione di un attivista con disabilità italiano andato a Bruxelles per denunciare la situazione. “La mappa digitale sarà solo un primo passo”, spiega Giardina, “quelli successivi saranno l’elaborazione di report annuali con dati ed approfondimenti, un coinvolgimento dei media per focalizzare sempre più l’attenzione della società civile sul tema dell’accessibilità, iniziative di advocacy a livello locale, per entrare in dialogo con le amministrazioni nelle situazioni più critiche e la premiazione periodica delle città più accessibili”. L’accessibilità va sempre garantita a tutti e Parent Project propone uno strumento per migliorare la situazione. “Gli spazi in cui viviamo non sono mai neutri”, afferma Giardina, “possono facilitare oppure ostacolare l’autonomia, la partecipazione attiva, la possibilità di scegliere e di progettare la propria vita”. Lo psicologo del Centro Ascolto Duchenne sottolinea che “dalle esperienze delle tante famiglie con le quali siamo in contatto emergono spesso le criticità ancora presenti negli spazi pubblici, a partire da scuole e università. Spesso l’accessibilità diventa la “battaglia” di una singola persona con disabilità, mentre in realtà dovrebbe essere affrontata come una responsabilità collettiva, un cambiamento culturale profondo e necessario che riguarda direttamente tutti e che deve coinvolgere l’intera comunità”. L'articolo Duchenne e Becker, non solo ricerca: la campagna per mappare le barriere architettoniche in Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Come favorire l’inclusione delle persone disabili nel mondo del lavoro, oltre le barriere
di Giuseppe Leocata, medico del lavoro Delle possibilità di lavoro per le persone con disabilità si parla e si discute e si concorda, quando si riesce, nei Contratti Nazionali; questi possono essere definiti come accordi stipulati liberamente tra due o una pluralità di soggetti (Stato, Amministrazioni Pubbliche e Sindacati) al fine di collaborare su progetti comuni e per raggiungere obiettivi condivisi; questi Contratti nascono dall’accordo volontario delle parti, non da una legge imposta, creano obblighi giuridici specifici per le parti contraenti, stabiliscono norme e obblighi specifici per regolare un determinato rapporto, a differenza delle norme stabilite dalla legge. La legislazione in materia si è evoluta nel tempo, passando dal collocamento obbligatorio all’avviamento mirato, un’opportunità per le parti in gioco come contributo alla costruzione di una società fatta di tanti puzzle che si incastrano per costruire una ‘casa comune’. Eppure, ancora oggi e in diverse situazioni, le persone con disabilità vengono vissute come portatori di complessità. Visione a 360 gradi La problematica delle persone con disabilità è ampia, trasversale, a 360 gradi e riguarda la vita quotidiana nel suo complesso, quella lavorativa e quella extra, con il coinvolgimento delle famiglie, di eventuali caregivers o centri di accoglienza. In occasione ‘dell’avviamento lavorativo mirato’ e del mantenimento in una specifica attività lavorativa, non è possibile attuare un metodo deterministico: la persona umana non è un robot ma un essere complesso e variegato il cui percorso non può essere stereotipato. Design for all, barriere e accomodamenti ragionevoli Nei luoghi di lavoro – percorso che dovrebbe essere seguito anche nella vita quotidiana in casa e fuori – è opportuno mettere in atto il ‘design for all’ e gli opportuni ‘accomodamenti ragionevoli’ al fine di abbattere le eventuali ‘barriere’ presenti. Tale approccio va riferito ad alcune categorie di persone: – sane che si ammalano/infortunano e vogliono rimanere a lavoro o trovarne un altro, – sane che diventano invalide e che vanno mantenute/ricollocate a lavoro, – con disabilità civili magari dalla nascita da avviare al lavoro, – categorie diverse da prendere in considerazione a seconda della loro specificità. Quello che bisogna cercare – per coloro tra questi che sono ancora in grado di svolgere una attività lavorativa, nonostante la disabilità, e che lo vogliono – è una strada che percorra delle soluzioni di base; a queste dovrebbero essere indirizzati i lavoratori con una disabilità tale da non impedire loro di trovare una occupazione dignitosa, rispettosa del loro essere e produttiva per l’impresa ospitante e per la società (si fa riferimento non soltanto alla disabilità fisica e sensoriale ma anche e soprattutto a quella intellettiva e mentale, a cui afferiscono le cosiddette fasce deboli tra i deboli). Nel caso dell’avviamento mirato e del mantenimento a lavoro di persone con disabilità, bisogna ampliare l’ottica con cui si affronta e si gestisce la problematica. Questa va affrontata in un’ottica culturale, sociale, condivisa e solidale che va oltre le pure utili e avanzate normative; se la società non si fa carico di queste problematiche e non ci si confronta e non si opera di conseguenza, i cosiddetti ‘obblighi’ cambiano poco la realtà delle cose. Il discorso, inoltre, non può essere ridotto alla pur positiva compartecipazione tra lavoratore e datore di lavoro; in azienda vanno coinvolte tutte le figure in gioco, quelle della prevenzione (Rspp, medico competente e Rrlls), quelle delle decisioni (oltre il datore di lavoro, anche i dirigenti e i preposti) e – non ultimi – tutti i lavoratori affinché comprendano la problematica e non isolino i colleghi con disabilità “meno o diversamente produttivi”. In ambito aziendale, si può senz’altro pensare alla relazione tra ambiente di lavoro e risultati ottenibili con una sua corretta gestione, anche in termini di: profitto, efficienza, creatività, rinnovamento e benessere lavorativo; ciò tenendo conto anche delle necessità di tutti i lavoratori (non soltanto quelli con disabilità) nel luogo di lavoro, in relazione alle loro esigenze fisiche (comfort antropometrico e spaziale e comfort ambientale) e alle loro esigenze psico-sociali (supporto cognitivo e motivazionale, supporto sociale e qualità estetiche). In conclusione e in termini trasversali, questo percorso deve condurre a modifiche e adattamenti necessari e appropriati per garantire a tutte le persone con disabilità – nel luogo di lavoro, in famiglia e nella società – il godimento e l’esercizio, su base di uguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali. L'articolo Come favorire l’inclusione delle persone disabili nel mondo del lavoro, oltre le barriere proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Paralimpiadi in Arena: la storia di Gianni Falcone e il paradosso delle barriere architettoniche a Verona
Il 6 marzo 2026 si terrà all’Arena di Verona la cerimonia di apertura della XIV edizione delle Paralimpiadi invernali. L’intento sarebbe di conferire alla manifestazione una visibilità mediatica al pari dei grandi eventi artistici, ospitati da questo anfiteatro ammirato in tutto il mondo, da contrapporre ad ogni marginalizzazione della disabilità. Un nobile messaggio inclusivo che però non ha mai convinto l’icona veronese che per tanti anni si è battuta contro questa situazione di fatto: Gianni Falcone. Nato ad Avellino, viveva a Verona da oltre cinquant’anni, dove è morto nell’ottobre del 2024. La sua autobiografia di padre di figlia diventata disabile a causa di una patologia collegata alla gravidanza (Stazionario sarà lei, Smart Edizioni, Verona 2019), oltre a raccontare una storia, offre uno stile di vita sorretto dall’ironia per conferire leggerezza al dramma e sempre aperto alla relazione con l’altro per fare comunità e sfuggire così alla chiusura di un dolore che si alimenta proprio della solitudine. Vignettista sagace ed elegante, ha raccontato la storia politica di Verona dal suo particolare punto di vista, collaborando fino alla sua chiusura con il giornale Verona In diretto da Giorgio Montolli, una testata prima cartacea e poi on line, che per vent’anni ha rappresentato l’unica voce indipendente della città, in cui hanno trovato spazio 18mila tra articoli, interviste e inchieste, e che purtroppo si è spenta per mancanza di fondi proprio un anno prima della morte del suo vignettista. Ma Gianni Falcone non si è espresso solo disegnando, ma anche scrivendo e militando per i diritti dei disabili. Non amava la retorica delle Paralimpiadi, pur rispettando profondamente gli atleti, per l’uso strumentale che la società fa di loro. Ricordava che applaudire un campione paralimpico è facile, molto meno costruire una città in cui una persona disabile possa semplicemente andarsi a comprare il pane senza rischiare di cadere. Le medaglie, diceva, fanno notizia, eliminare le barriere architettoniche molto meno, ma è solo questo che rende una città davvero civile. La normalità è un diritto, ribadiva, non un traguardo e la disabilità non è un palcoscenico, ma una condizione quotidiana che merita non solo rispetto e ascolto, ma anche progettazione. Credeva che una città accessibile non dovesse rimanere un sogno, che un ostacolo non dovesse mai essere considerato “normale”, ma indurre al dovere di rimuoverlo. Mai si è però limitato alla lagnanza, inseguendo sempre l’analisi dei rischi, lo studio delle soluzioni e le proposte, fino a costruire una mappa tematica delle barriere architettoniche della città indicandone il superamento. Tante volte ha scritto alle varie amministrazioni che si sono susseguite, compresa la attuale, non ricevendo mai ascolto, solo al massimo formali riscontri. Affabilmente proponeva ai Sindaci subentranti di fare un giro in città in sedia a rotelle accompagnato da lui, per toccare con mano problemi e soluzioni possibili, a volte anche banali. Inviti ignorati o declinati. Ma Falcone guardava sempre oltre l’orto di casa. Osservava che le tappe del percorso di disabilità non sono collegate tra loro: i passaggi tra rianimazione, terapia intensiva, riabilitazione ospedaliera, territoriale, a domicilio, assistenza comunale non appartengono ad un progetto unitariamente gestito. Sono spesso i familiari a renderlo tale, arrabattandosi con pochi mezzi e competenze a disposizione. È qui che le diseguaglianze sociali della salute tracciano il solco più profondo. Dovrebbe essere affidato ad un “gestore”, suggeriva, il compito di agganciare i diversi anelli su cui si distribuiscono interventi socio-sanitari scollegati tra loro, fino al paradosso che ad un emiplegico viene attribuito il codice bianco del Pronto Soccorso applicando i medesimi criteri per chi disabile non è. E ritorniamo alla cerimonia di inaugurazione in Arena i cui costi ricadono sulla chiacchierata Fondazione Milano-Cortina, privata nella forma giuridica per renderne disinvolta la gestione ma pubblica per i capitali che la sostengono. Gli oneri complessivi sostenuti dal Comune di Verona e gli eventuali contributi istituzionali ricevuti non sono resi pubblici. Note sono però le sole pese comunali per l’evento che riguardano sicurezza, viabilità e logistica. Si tratta di oltre 20 milioni di euro. Si pone allora la fatidica domanda: invece di blindare la città e di abbrutirla con opere provvisionali di servizi addossate all’Arena, non sarebbe stato meglio utilizzare questi fondi per rispondere alla mappa di Falcone? E si consideri poi che negli ultimi anni la pavimentazione della città è diventata tutta una buca e una disconnessione in cui il rischio di caduta, che si concretizza in numerosi infortuni, non è esteso di certo ai soli disabili. A fatica si cerca solo ora di rappezzare alla bell’e meglio. Marciapiedi occupati sistematicamente da sempre più numerosi furgoni a servizio dell’overtourism che si muovono disinvoltamente in contromano, monopattini ovunque abbandonati dopo aver fatto slalom tra i pedoni anche con un passeggero a bordo, plateatici a fisarmonica a seconda della domanda. Questa la passeggiata ad ostacoli che si presenta per raggiungere l’Arena delle Paralimpiadi, nell’indifferenza della Polizia Locale e degli amministratori che, quasi provocatoriamente, verrebbe da pensare, utilizzano le poche risorse disponibili per appendere vasi di fiori lungo i ponti della città. Per non dire dell’idea della panchina con il buco in mezzo in cui poter incastrare la sedia a rotelle del disabile fortunatamente limitata alla realizzazione di pochi esemplari che hanno suscitato ilarità e sconcerto. Nessun rimpianto quindi verso una “Giunta per caso” che non ha saputo e voluto cogliere l’occasione irripetibile della divisione delle Destre cittadine, grazie a cui ha vinto le elezioni, non certo per fare la rivoluzione in una città tradizionalmente conservatrice, ma quanto meno per dare un atteso segnale di discontinuità che è tragicamente mancato. 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La denuncia: “Io caregiver di mia nonna centenaria cacciata dall’ospedale come una criminale e lei è morta sola senza dignità”
“Non sono mai stata autorizzata. Neanche la sera in cui stava per morire. Cacciata come una criminale. Cacciata come una bandita per una settimana. E perfino in punto di morte”. Monica Raucci è molto amareggiata. Sua nonna Maria è morta all’età di 100 anni nella notte tra il 15 e il 16 dicembre scorso in una stanza dell’Aurelia Hospital, struttura ospedaliera romana privata accreditata con il Servizio sanitario regionale. La signora si era rotta il femore ed era ricoverata presso la clinica romana dall’8 dicembre. La nipote, in quanto caregiver della nonna che era al 100% non autosufficiente ai sensi della legge 104 del 1992, denuncia di aver chiesto più volte alla struttura di poter assistere la nonna anche al di fuori degli orari di visita, appellandosi al dpcm del 2 marzo 2021 che prevedeva il libero accesso anche nelle zone di degenza degli accompagnatori dei pazienti “in possesso del riconoscimento di disabilità con connotazione di gravità ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104”, seppure “nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura”. Concetto per altro ribadito all’articolo 2 della successiva legge 87 dello stesso anno, secondo il quale ai caregiver dei disabili certificati “è sempre consentito prestare assistenza, anche nel reparto di degenza, nel rispetto delle indicazioni del direttore sanitario della struttura”. Raucci dice di aver fatto più volte la debita richiesta, senza successo, al personale del reparto di ortopedia in cui era ricoverata la nonna, che le ha risposto negandole il permesso in quanto non autorizzata dalla direzione sanitaria. E così il giorno 11 di dicembre ha chiamato la direzione sanitaria al telefono. “Spiego, mi dicono che parlano con il direttore e mi richiamano, nulla. La stessa mattina vado di persona, stessa storia”, racconta esibendo il registro delle chiamate del suo cellulare. La domenica 14 dicembre, poi, scrive una pec alla direzione dell’ospedale. “Ho chiesto due volte a voi sia telefonicamente che recandomi in presenza di autorizzarmi ad avere accesso al reparto fuori dall’orario delle visite, con tempistica e modalità concordate con voi (come previsto dal DPCM del 2 marzo 2021), per assistere fisicamente ed emotivamente mia nonna, molto provata, trattandosi di una paziente fragile e chiaramente a detta dei medici stessi critica – si legge nella lettera -.Nessuno di voi mi ha mai dato una risposta, ma dal reparto mi è arrivato il diniego. Vorrei sapere la motivazione”, chiede, non aspettandosi una risposta prima dell’indomani. Il giorno dopo, però, gli eventi precipitano. “Quel pomeriggio ci hanno chiamato verso le 17 perché aveva avuto una crisi respiratoria improvvisa (“abbiamo dovuto chiamare il rianimatore“) alle 17.30 eravamo lì, stava in condizioni pietose, maschera ossigeno (mai avuta prima), l’orario di visita normale era 18-18.45 e alle 18.45 ci hanno mandato via. Ho supplicato caposala e medico di turno di poter restare vista la gravità, ma nulla. Risposta: domani chiedete una singola”. Ma per la signora Maria non c’è stato un domani: risulta deceduta alle 6.15 del mattino dopo. “Io sono stata trattata da criminale e mia nonna senza dignità – commenta Raucci – Mi auguro non accada più a nessuno, lì o in qualsiasi altro ospedale, mi interessa solo questo…Pazienti così gravi, che stanno per morire senza neanche la possibilità di una carezza”. In effetti generalmente negli ospedali la prassi è che, in questi casi, venga fatta una domanda formale alla direzione sanitaria e vengano fornite le indicazioni e/o le spiegazioni del caso. Ovviamente in forma scritta e secondo parametri uguali per tutti. Senza spazio per le ambiguità e nel rispetto della normativa. Aurelia Hospital, interpellata in merito, mette le mani avanti e si dice innanzitutto “fortemente amareggiata per essere accusata di comportamenti contra legem, che non trovano alcun riscontro nei fatti”. Poi cita la norma: “È proprio la disposizione di legge menzionata a richiamare esplicitamente ‘il rispetto delle indicazioni sanitarie della struttura nel definire modalità di accesso agli accompagnatori di persone disabili e non autosufficienti’, che deve essere necessariamente limitato e regolamentato nell’interesse di tutti i pazienti ricoverati nel medesimo reparto”, sostiene la direzione della struttura che fa capo al gruppo quotato Garofalo Health Care, replicando alle richieste di chiarimento. La norma, tuttavia, parla di indicazioni della direzione sanitaria da seguire a proposito delle modalità con cui prestare assistenza, cosa che di suo sembra invece essere sempre permessa ai caregiver di persone non autosufficienti. Per Aurelia la questione non sta in questi termini: “Facendo riferimento al caso specifico indicato, sottolineiamo che nella stessa stanza della Sig.ra Maria, era ricoverata all’epoca dei fatti un’altra paziente coetanea, anche lei estremamente fragile e non autosufficiente. E che, nel medesimo periodo erano presenti in reparto altri 7 pazienti con la stessa limitata autonomia e di età avanzata, oltre che un paziente in isolamento da contatto per infezione. Tutto ciò riteniamo sia sufficiente a descrivere la delicatezza del contesto e la necessità di tutelare tutti i pazienti in egual misura”. Ma è solo una premessa. Perché poi la struttura esibisce una mail inviata alla signora Raucci a mezzogiorno del 15 dicembre in risposta alla pec ricevuta il giorno prima. “Sottolineiamo, affinché la notizia venga data correttamente, nell’interesse di entrambe le parti, che non corrisponde assolutamente al vero, che la nipote della Signora non abbia mai avuto risposta alla pec inviata alla direzione sanitaria, che, infatti, ha risposto con email (qui di seguito riportata), confermando alla Sig.ra Raucci (dichiaratasi nipote e caregiver della Sig.ra) l’autorizzazione, che le era già stata data dalla caposala e non le è stata mai negata, a rimanere in reparto oltre l’orario ordinario di visita, seppure con le necessarie limitazioni che le sono state indicate”, scrivono. La mail ordinaria però non può aver raggiunto la casella Pec della signora Raucci per motivi tecnici e anzi dovrebbe essere tornata indietro al mittente. Ma nessuno se n’è accorto. Il fatto poi che alla nipote della signora Maria il giorno dello scambio epistolare mancato non sia stato permesso di trattenersi oltre l’orario di visita, sembra confermato anche dalle dichiarazioni della stessa struttura: “Per quanto riguarda il decesso della signora, la nipote era stata opportunamente allertata dalla struttura sul peggioramento dello stato di salute della nonna nel primo pomeriggio del 15 dicembre, ma non potendo prevederne il decesso, che difatti è avvenuto alle 6.15 del mattino del 16 dicembre, sarebbe stato impossibile consentire una permanenza notturna, peraltro in una stanza condivisa”, concludono. Considerati i normali orari di un ospedale, tra il termine della visita alle 18.45 e la notte c’è ben poco spazio per trattenersi oltre. “Nella speranza di aver fatto chiarezza e porgendo nuovamente ai familiari della Sig.ra le condoglianze da parte della struttura, desideriamo ribadire la professionalità e l’impegno costante di tutto il personale medico ed infermieristico di Aurelia Hospital”, è la formula finale. A richiesta di ulteriori chiarimenti alla luce delle incongruenze rilevate, la direzione della struttura ha poi ribadito “che ai familiari della Sig.ra è stata accordata, dal primario e responsabili di reparto, la possibilità di trattenersi anche oltre il normale orario di visita – come suo diritto, ma nel rispetto delle necessarie limitazioni che le sono state indicate – e di tale possibilità ha, in modo dimostrabile, effettivamente usufruito”. Ma non è stato possibile avere alcun chiarimento sulla tipologia delle “necessarie limitazioni” e delle indicazioni che la struttura sostiene di aver dato alla signora per poter assistere la nonna anche dopo l’orario di visita, nonché delle possibilità di visita cui la signora Raucci avrebbe usufruito “in modo dimostrabile”. Hai avuto un parente disabile grave ricoverato in ospedale e non hai potuto assisterlo? Scrivi la tua testimonianza a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo La denuncia: “Io caregiver di mia nonna centenaria cacciata dall’ospedale come una criminale e lei è morta sola senza dignità” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“I caregiver familiari vanno riconosciuti come lavoratori”: oltre 8mila firme per la petizione di IoScelgo a governo e Parlamento
“Il caregiver familiare h24 va riconosciuto come lavoratore”. È questo il titolo della petizione sulla piattaforma online IoScelgo pubblicata il 4 novembre scorso da Alessandra Corradi, madre di un figlio con gravi disabilità, tra le ideatrici e portavoce di Caregiver Familiari Uniti (CFU), il coordinamento nazionale nato a ottobre 2025 che riunisce circa 20mila persone e seguito sulla pagina Facebook da oltre 10mila follower. I destinatari della petizione, che ha superato in queste ore le 8mila firme, sono il governo italiano che il 12 gennaio in Consiglio dei Ministri ha approvato il ddl caregiver presentato dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli suscitando proteste da parte dei diretti interessati e organizzazioni che difendono i diritti delle persone con disabilità. L’appello è rivolto non solo all’esecutivo, ma anche a tutto il Parlamento che dovrà votare la legge. L’intento del Coordinamento dei caregiver è quello di “migliorare nella sostanza il disegno di legge ancora da approvare alla Camera e al Senato”, riconoscendo per davvero tutele economiche, sostegni sociali e psicologici oltre a contributi pensionistici in primis a tutti i caregiver familiari conviventi sette giorni su sette, 365 giorni l’anno. “La petizione rimane aperta anche dopo l’ok del Cdm al ddl caregiver perchè uno dei principali aspetti, quello del riconoscimento come lavoratore, che interessa ai caregiver non è stato inserito”, spiega a ilfattoquotidiano.it Corradi. Veronese e classe 1971, è una mamma di tre figli di cui uno, di nome Jacopo, con gravi e plurime disabilità e per assisterlo h24 è stata costretta a rinunciare a lavorare. “Vivo tutte le lungaggini e criticità burocratiche in cui si imbattono i caregiver familiari conviventi oltre agli elevati stress psicofisici e i carichi di lavoro molto pesanti”. Assiste senza sosta un figlio 20enne non autosufficiente e con bisogni complessi. “Ho trovato difficoltà in tutto a partire dalla basilare necessità di informazioni: nessuno che ti prenda per mano e ti accompagni in questo percorso che definire calvario è un eufemismo”, sottolinea Corradi. “Non solo sei abbandonato ma anche discriminato”, continua, “perché se chiedi informazioni e aiuto vieni trattato come un molestatore che ha delle pretese, ti devi accontentare ed anzi devi essere grato se ti arriva qualche aiuto”. Per difendere i diritti dei caregiver ha creato l’associazione presente a livello nazionale Genitori Tosti in Tutti i Posti Associazione di Promozione Sociale oltre ad essere stata co-autrice del saggio denuncia intitolato “Caregiver familiari. L’esercito silenzioso”. “Quello che più mi ha creato problemi, in questi 20 anni dalla nascita di mio figlio, è stata la totale assenza di qualsiasi cosa che tutelasse i miei diritti di caregiver familiare come categoria”, racconta, “e mi facesse beneficiare di servizi basici, oltre alla protezione economica: se sei costretta ad assistere h24 non puoi lavorare e quindi perdi il reddito e ti impoverisci”. “Abbiamo simbolicamente consegnato le firme finora raccolte”, dice Corradi, “all’Onorevole Luana Zanella, alla Senatrice Ylenia Zambito e abbiamo trasmesso la notizia anche alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con i quali abbiamo aperto un canale di comunicazione diretta”. Con la petizione si vuole evidenziare la grave lacuna legislativa italiana in merito al tema dei caregiver che convivono h24 con un familiare, quasi sempre un congiunto o un figlio, con grave disabilità e non autosufficiente. “I caregiver familiari conviventi non possono avere, tra le varie cose, un lavoro stipendiato perché assistono praticamente tutto il giorno quasi senza sosta i loro parenti”, spiega Corradi. Nel questionario che hanno presentato a Montecitorio in occasione della mobilitazione a Roma del 27 gennaio, i Caregiver familiari uniti hanno evidenziato tutte le gravissime difficoltà, soprattutto finanziarie ma non solo, che affliggono i caregiver h24, di cui il 90% sono donne, in particolare nella fascia d’età 35-55 anni. “Adesso”, aggiunge, “siamo a oltre 8mila firme, puntiamo almeno alle 10mila adesioni anche se questa petizione meriterebbe, minimo, almeno il doppio delle firme. Noi caregiver ci dobbiamo conquistare sempre tutto e con fatica”, denuncia. Perché è importante firmare questo appello sulla piattaforma IoScelgo? “Perché”, risponde una delle fondatrici del Coordinamento “è un atto di civiltà, parliamo di persone che spesso vivono condizioni di isolamento sociale, stress psicofisico grave e sono considerati invisibili dalle istituzioni”. Oltre alla manifestazione di protesta di piazza a Roma i Caregiver Familiari Uniti hanno intenzione di proseguire la loro battaglia di dignità e riconoscimento di diritti finora del tutto calpestati. “A seguito della mobilitazione nazionale del 27 gennaio siamo stati sommersi di messaggi, richieste, telefonate”, dice Corradi, “il che va benissimo perché uno degli obiettivi era anche accendere i riflettori su di noi caregiver familiari. Moltissime persone ancora non sanno nemmeno che esistiamo. Adesso”, conclude, “attendiamo il feedback della politica e delle massime cariche dello Stato a cui ci siamo rivolti, inviando loro il nostro documento che contiene il necessario, utile ai legislatori, per comporre un buon testo. E’ finalmente arrivato il momento di una legge nazionale a tutela dei caregiver familiari conviventi”. L'articolo “I caregiver familiari vanno riconosciuti come lavoratori”: oltre 8mila firme per la petizione di IoScelgo a governo e Parlamento proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero
La Regione Piemonte vota No alle scarpe ortopediche di serie a titolo gratuito alle persone con disabilità che ne hanno necessità e diritto. Scrive Renato La Cara che “l’assessore piemontese FdI alla Sanità Federico Riboldi si è giustificato dicendo che mancano le risorse: ‘Purtroppo a livello sanitario la Regione non ha un bilancio con segno positivo. Senza attingere dai fondi statali sulla sanità al momento non abbiamo le risorse sufficienti per farlo in autonomia come Piemonte’. Qualcosa verrà fatto? ‘L’assessorato alla Sanità non ha margini di manovra per affrontare interventi extra-Lea, siamo consapevoli dei disagi e ci dispiace, proveremo a recuperare le risorse che occorrono dai fondi del comparto Welfare ma non sono infiniti'”. Il 6 dicembre 2025 avevo chiesto al ministro della Salute Orazio Schillaci di sistemare il pasticcio legato all’erogazione gratuita degli ausili In modo che ogni regione non potesse decidere in modo autonomo. Gli uffici che collaborano con il ministero della Salute non hanno mai risposto alla mia lettera ma non hanno nemmeno risolto il problema. Noto che il governo Meloni per cercare di arginare, secondo il proprio pensiero, gli atti violenti, sta elaborando alcune misure che verranno inserite nel decreto sicurezza. Secondo la premier Giorgia Meloni è più importante garantire la sicurezza di un paese che fornire le scarpe ordinarie alle persone disabili, per me sono importanti entrambi. Ricordo al governo che una persona disabile con invalidità al 100% prende di pensione 340,71 euro e 552,57 euro di indennità di accompagnamento. L’indennità di accompagnamento serve per pagare la persona cura di chi ha bisogno. La pensione serve alla persona disabile per vivere e per rispondere ai propri bisogni primari. Visto che non tutte le persone disabili vivono in famiglia, e poi visti i rincari della vita quotidiana per le famiglie diventa comunque difficile pagare 800 € per le scarpe ortopediche del proprio figlio o del proprio parente. Desidero dare all’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, un suggerimento non richiesto: chiami tutti i giorni il ministero dell’Economia e Finanza, la Presidente del Consiglio dei ministri e faccia presente che la sua Regione non ha potuto garantire la gratuità delle scarpe ortopediche ordinarie alle persone disabili per mancanza di fondi, se le serve una mano a titolo gratuito l’aiuto volentieri. Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it e redazioneweb@ilfattoquotidiano.it L'articolo Regione Piemonte non ha soldi per le scarpe ortopediche? Chiami tutti i giorni il Ministero proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chiedo a Mattarella di intervenire sulla legge per i caregiver: quei contributi sono una vergogna
Gentilissimo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sono il Dottor Luca Faccio da Bassano del Grappa. Mi occupo di tematiche sociopolitiche, con particolare attenzione alla disabilità. Il 27 gennaio 2026 i Caregiver Familiari Uniti (CFU) hanno manifestato in piazza Sant’Apostoli a Roma per chiedere che la figura dei caregiver sia riconosciuta in modo adeguato a livello di tutela, ma anche dal punto di vista economico. Molto probabilmente lei si chiederà perché ho deciso di scriverle su questo argomento, glielo spiego subito: da molti anni, come lei ben sa, visto che interagisco con i suoi uffici quotidianamente, ho sempre cercato di sensibilizzare i governi sulle tematiche sociali ed in particolare sui temi legati alla disabilità. Ovviamente ho cercato di sensibilizzare anche il governo guidato da Giorgia Meloni, ma da quello che ho potuto comprendere il capitolo di spesa che più le interessa finanziare è legato alle spese militari degli armamenti. I caregiver fanno assistenza ai loro cari 24 ore su 24 e dare loro un contributo di 400 € al mese con un tetto isee Pari a 15.000 € è una vergogna. Per modificare il ddl Locatelli ci deve essere la volontà del governo, ma a quanto pare le persone disabili e le loro famiglie valgono meno del Pil. Io ho provato ad interagire con la Segreteria Particolare della Presidenza del Consiglio, ma attraverso l’ufficio stampa mi è stato spiegato che la segreteria di Giorgia Meloni non interagisce con il pubblico, diversamente da quanto hanno fatto i precedenti governi visto che mi sono sempre relazionato anche con Palazzo Chigi. Vista la sua sensibilità nei confronti dei temi sociali ed in particolare verso il mondo della disabilità, chiedo a lei cortesemente di provare a bussare alla Segretaria Particolare della Presidente del Consiglio e far presente le criticità presenti nel disegno di legge Locatelli. Se i suoi uffici vorranno fornirmi una risposta verrà pubblicata su questo blog. Dott. Luca Faccio Per segnalarmi le vostre storie scrivete a: raccontalatuastoria@lucafaccio.it L'articolo Chiedo a Mattarella di intervenire sulla legge per i caregiver: quei contributi sono una vergogna proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Mia sorella segregata in casa perché Roma ha eliminato il trasporto disabili”- La lettera di mia figlia Diana
Il 31 dicembre 2025 la proroga per il trasporto individuale dei disabili a Roma è scaduta. Da tempo se ne parlava ma nessuno credeva che davvero si potessero svuotare così tanti diritti tutti insieme. In particolare un servizio di trasporto programmato su disabilità gravissime e piani settimanali non può essere neanche paragonato al servizio che offre una semplice compagnia di taxi. Il semplice chiamare il taxi è già di per sé un problema. Sono giorni che combatto e le mie figlie con me. E la rete famiglia costruita nel “Durante noi” si allarma. Di seguito la lettera che mia figlia Diana ha scritto al Garante delle persone con disabilità. Che io pubblico qui con la premessa che voi ci avete tolto la libertà ma la giustizia esiste e sarà fatta per tutti i giovani che meritano un mondo migliore di quello che il sindaco Gualtieri e tutto il seguito stanno calpestando, senza salvare nessuno. Neanche se stessi. *** Buonasera, Scrivo la seguente a seguito della grave e disumana condizione nella quale versa mia sorella a causa del comune di Roma. Mi chiamo Diana Gini, ho 21 anni e sono sorella di Diletta Gini, ragazza di 26 anni affetta da una celebrolesione a causa di un errore di un medico al momento del parto. Mia sorella è da sempre in carrozzina, ha una grave rotoscoliosi, ed è spastica, distonica ed epilettica. Il comune di Roma ha deciso che dal 1 Gennaio 2026 il servizio della mobilità per le persone invalide sia delegato e gestito direttamente dai Taxi e non più della società consortile Medicoop che gestiva il sistema con dei pulmini appositi. Ora, come è facile immaginare per chi ha anche solo mai conosciuto una persona che versa in una condizione di disabilità, questo è pressoché catastrofico. La conseguenza è che i taxi non vanno a prendere gli utenti a casa, che quindi rimangono segregati nelle loro abitazioni (come se dovessero scontare la pena di essere nati con una condizione di disabilità). Vorrei sottolineare che mediante questo sistema i tassisti vengono retribuiti dal Comune soltanto nel momento in cui caricano l’utente sul veicolo fino alla destinazione, e non nel momento in cui iniziano la corsa fino a casa dell’individuo. Ne consegue che chiaramente i tassisti hanno ancor meno interesse a svolgere tale servizio, oltre al fatto che i taxi accessibili sono veramente pochi in proporzione alle persone in carrozzina su tutto il territorio romano. Questo nuovo “servizio” non è funzionale neppure per gli utenti che vivono al centro di Roma, figuriamoci per coloro i quali che vivono in zone più periferiche. Nel caso di specie, mia sorella vive a Tragliatella, per cui in una zona decentrata. Il Comune di Roma le ha fornito un budget di 250 euro mensili, con i quali riduce le sue uscite al minimo. Ma si potrebbe parlare di riduzione nel caso ipotetico in cui i taxi effettivamente venissero. La situazione attuale è che sono giorni che mia madre, come amministratrice di sostegno di mia sorella, prenota questi taxi, i quali non sono mai arrivati. Oggi, dopo 5 taxi prenotati e che non si sono presentati, ne è venuto uno che ha chiesto alla mia famiglia dei soldi aggiuntivi (dato che il servizio del comune non copre il tragitto verso casa). Prendendo atto di quanto sopra scritto, a me appare evidente che ci sia una violazione, oltre che del diritto alla mobilità, delle libertà costituzionali fondamentali e primarie di mia sorella e di tutti gli utenti che in questo momento versano nella medesima situazione. A causa di questa inefficienza, mia sorella (e tutte le altre persone che usufruiscono del servizio) avrà gravi ripercussioni sulla salute, dato che le si sta togliendo una delle poche cose che garantiscono loro una vita ‘normale’. È evidente anche una disparità nell’accesso a tale servizio, creando una disparità di trattamento tra chi vive in zone centrali e chi no. Per una persona in condizione di disabilità è essenziale uscire ed intrattenere delle relazioni all’esterno. Non è giusto che a causa di tale disservizio, cosi tante persone siano segregate in casa scontando una pena che non meritano. Sono giorni che ricevo messaggi di caregiver che sono costretti ad uscire prima dal lavoro per accompagnare i rispettivi familiari, a terapia, al bar o in qualunque altro posto dato che questo servizio non funziona. Si sta privando non soltanto l’utente della sua autonomia, dignità e autodeterminazione, ma anche il caregiver del suo diritto fondamentale al lavoro. In particolare mi preme anche sottolineare che questo “privilegio” (ed è folle doverlo definire tale in uno Stato di Diritto) di poter uscire prima dal lavoro per accompagnare autonomamente i propri familiari non è comunque per tutti. Come sopra detto, mia sorella ha una grave rotoscoliosi e la sua carrozzina è postulata proprio in relazione alla grave condizione fisica di mia sorella e di conseguenza è piuttosto ingombrante. Non è una carrozzina che si può chiudere, e ne tantomeno che entra nel bagagliaio di una macchina. Presupponendo anche di riuscire a far salire mia sorella in una macchina (e per tale operazione servirebbero almeno 3 operatori, considerando il peso della persona, la spasticità, la distonia, gli spazi ristetti di un automobile) senza farle venire un attacco epilettico per il contesto che le verrebbe imposto, la carrozzina dove dovrei metterla? Questo servizio sta togliendo definitivamente la dignità a delle persone che già quotidianamente lottano per il diritto ad una vita dignitosa. Sono una studentessa di giurisprudenza, e ad oggi prendo atto di quanto la giustizia sia qualcosa di pleonastico. Non è affatto vero che ‘la legge è uguale per tutti’. La legge è valevole soltanto per chi sta bene, per chi ha la possibilità economica e per chi non è vulnerabile. Ciò che chiedo, e che mi sembra folle di dover chiedere, è che venga ripristinato immediatamente un servizio consono, capace di essere definito tale. In alternativa, che vengano fornite delle macchine adattate alle famiglie dal comune di Roma. Chiedo di prendere i provvedimenti opportuni sulla vicenda, con i poteri che vi sono conferiti dalla ‘legge’. Indubbiamente questa situazione verrà portata in tribunale, perché ancora una volta lo Stato italiano non è in grado di garantire il diritto ad una vita dignitosa alle persone con disabilità. Cordialmente, Diana Gini L'articolo “Mia sorella segregata in casa perché Roma ha eliminato il trasporto disabili”- La lettera di mia figlia Diana proviene da Il Fatto Quotidiano.
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