La protesta dei lavoratori Natuzzi, che stamattina sono arrivati a Roma per
manifestare sotto il ministero di Imprese e Made in Italy, ha ottenuto un primo,
piccolo risultato: la multinazionale pugliese dei mobili non procederà con il
piano che prevede 476 esuberi, la chiusura di due stabilimenti e il blocco del
rientro di produzioni dalla Romania. Nelle scorse settimane, Natuzzi aveva
provato ad alleggerire proponendo di chiudere solo uno stabilimento e gestire
gli esuberi con gli incentivi alle dimissioni: dopo l’incontro, non prenderà
alcuna decisione senza un accordo con i sindacati; questo il risultato della
riunione al tavolo di crisi. Se ne riparlerà a strettissimo giro, il 10 e 11
marzo, quando si tornerà al Mimit per una due-giorni intensa in cui l’azienda
farà di tutto per trovare un accordo che rassicuri Wall Street. Si è guadagnato
un po’ di tempo, ma non tanto perché Natuzzi ha una certa fretta.
Alla maggiore cautela del gruppo di divani ha contribuito la posizione chiara
assunta il 27 gennaio dalla Regione Puglia: il sostegno pubblico sarà vincolato
alla salvaguardia dell’occupazione e al ritorno delle produzioni delocalizzate.
E così l’impresa nata nel 1959, e successivamente diventata un brand a livello
mondiale, si trova stretta tra due fuochi. L’agenzia Usa che vigila sul mercato
azionario, infatti, ha inviato una comunicazione di non conformità: alcuni
parametri non sono rispettati. Si tratta della capitalizzazione media a 30
giorni e del patrimonio netto. Alla Natuzzi serve un qualcosa di spendibile nel
breve periodo per quietare le tensioni. Dall’altro lato, però, ci sono sindacati
e istituzioni in Italia che non possono accettare una dismissione industriale di
queste dimensioni dopo 24 anni di ammortizzatori sociali.
In Italia Natuzzi ha 1.850 dipendenti, e a dicembre ha dichiarato di volersi
liberare di quasi un quarto di loro, chiudendo le fabbriche baresi di
Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo). Nelle scorse settimane, l’azienda
ha provato a ottenere un accordo con i sindacati degli edili – Feneal Uil, Filca
Cisl e Fillea Cgil – mettendo sul piatto 17,5 milioni di investimenti all’anno
per i prossimi tre anni. Cifre che però sarebbero destinate soprattutto al
marketing, alle fiere internazionale e allo sviluppo retail. “A favore degli
stabilimenti era previsto solo un milione – ha ricordato Tatiana Fazi, che si
occupa del settore legno e arredo per la Fillea Cgil – il resto era per negozi e
pubblicità”.
A fronte di questi investimenti, il piano usava la classica formula del
“riassetto produttivo” e “maggiore equilibrio nella organizzazione del lavoro”,
con l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria e delle incentivi alle
dimissioni volontarie, con l’obiettivo di azzerare gli esuberi nel 2028. Secondo
i sindacati, circa 300 persone potrebbero essere interessate a incentivi e
scivoli verso la pensione, ma questo argomento deve essere affrontato prima di
dichiarare la volontà di chiudere stabilimenti, uno o due che siano. Da qui la
volontà di non accettare il piano presentato, definito una mezza misura.
L’esigenza è quella di ragionare nel merito degli incentivi all’esito, quindi
sulla loro entità, ma soprattutto di mettere nero su bianco gli impegni sul
rientro delle produzioni. Al momento, infatti, l’attività in Natuzzi è
sostanzialmente ferma, si lavora molto poco e si tira avanti con gli
ammortizzatori sociali. Per questo, per dare credibilità a un qualunque piano
sarebbe necessario garantire il rientro delle produzioni. Su questo Natuzzi al
tavolo ha dato solo qualche apertura generale, dichiarandosi disponibile a
parlarne nei due giorni tra il 10 e l’11 marzo. Alla base della crisi, come ha
ricordato Pasquale Natuzzi, il fondatore del gruppo, un insieme di fattori:
l’instabilità geopolitica, i dazi, la volatilità dei cambi, la crescente
pressione competitiva. Tutti elementi che incidono sia sul mercato sia sui costi
della produzione.
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476 esuberi e la chiusura di due stabilimenti proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Abbiamo visto tutti le immagini del deserto di Atacama, in Cile, sommerso da
montagne di capi d’abbigliamento dismessi, rotti, inservibili. Impossibile
restare indifferenti di fronte allo spettacolo di tonnellate di rifiuti a
perdita d’occhio. Tanto più perché, seppure a migliaia di chilometri di
distanza, quelle discariche a cielo aperto sono la logica conseguenza dei nostri
modelli di produzione – o meglio, sovrapproduzione – e consumo. Il settore della
moda deve cambiare, e farlo nella direzione dell’economia circolare: ciò
significa abbandonare il paradigma lineare del “prendi, consuma e butta” e
trarre valore il più a lungo possibile dalle risorse che la natura ci offre,
evitando che diventino rifiuti.
Varie normative, europee e nazionali, vanno in questa direzione. Il 16 ottobre,
infatti, è entrata in vigore la revisione della direttiva quadro sui rifiuti che
allarga al settore tessile il regime di responsabilità estesa del produttore
(EPR). I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno quindi trenta mesi di tempo
per adeguarsi. Ma di cosa si tratta? L’EPR è un principio secondo cui chi
immette un prodotto sul mercato deve farsi carico anche della sua gestione a
fine vita, cioè di raccolta, selezione, riuso, riciclo o smaltimento. In
pratica, il costo ambientale dei prodotti non ricade più solo sulla
collettività, ma su chi li produce o li vende. Progettare capi più più durevoli,
riparabili e riciclabili diventa quindi economicamente conveniente, perché
riduce la quantità di rifiuti e dunque i costi da affrontare successivamente.
Il meccanismo di responsabilità estesa del produttore nasce a livello europeo
già negli anni Novanta e oggi in Italia si applica a imballaggi, pneumatici
fuori uso, oli esausti, pile e apparecchiature elettriche ed elettroniche
(Raee). Per il settore tessile la sua genesi è stata piuttosto complicata. I
primi consorzi infatti sono nati già a partire dal 2022 ma a lungo è mancato il
decreto attuativo: stando agli ultimi aggiornamenti diffusi dal ministero
dell’Ambiente e della transizione ecologica, dovrebbe essere concluso entro il
primo trimestre 2026.
Cosa cambierà a quel punto? I produttori e i venditori di abiti, scarpe e
tessili per la casa (e-commerce compresi) dovranno farsi carico della raccolta
dei capi usati o dismessi, del trasporto al centro di smaltimento o riciclo,
della selezione, riciclo e preparazione per il riuso. Dovranno inoltre pagare il
cosiddetto “contributo ambientale”, proporzionato ai volumi immessi sul mercato,
e iscriversi a un registro nazionale, pubblicando i dati e tenendoli aggiornati
ogni anno.
Sarà anche uno sprone per dare reale attuazione all’obbligo di raccolta
differenziata dei rifiuti tessili, che formalmente è in vigore (anzi, l’Italia
ha anticipato di ben tre anni gli obblighi europei, introducendolo il 1° gennaio
2022) ma funziona ancora a macchia di leopardo nel territorio. L’Istituto
superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) riferisce che nel
2023 la raccolta differenziata tessile si è attestata sui 2,9 kg per abitante
all’anno; ma, sottolinea il consorzio Erion, in un anno i kg di prodotti tessili
e calzature immessi sul mercato sono ben 23 pro capite. Considerato il
velocissimo ciclo di vita soprattutto dei capi a basso costo, è evidente che i
conti non tornano.
A questo squilibrio si aggiunge un ulteriore fattore critico: l’aumento dei
quantitativi di capi a bassissimo costo e di qualità molto ridotta che entrano
nel mercato europeo attraverso piattaforme di ultra fast fashion come Shein e
Temu. Prodotti pensati per cicli di vita brevissimi, difficilmente
riutilizzabili e spesso complessi da riciclare, che finiscono rapidamente nel
flusso dei rifiuti, aumentando il carico sui sistemi di raccolta e trattamento.
In questo senso, il collegamento tra EPR e regolamento Ecodesign (ESPR) sarà
decisivo: l’auspicio è che il contributo ambientale venga applicato in modo
pieno anche a questi prodotti, evitando che i costi della loro gestione ricadano
ancora una volta sulla collettività.
In questo quadro, l’EPR non sarà una bacchetta magica, ma un passaggio
strutturale: costringerà la filiera a misurarsi con ciò che oggi resta fuori
dallo sguardo, cioè la gestione dei rifiuti che la moda genera ogni giorno. Sarà
un banco di prova per capire se imprese, consorzi e istituzioni sapranno
costruire un sistema capace di intercettare e valorizzare materiali che oggi
finiscono dispersi. I consumatori, da parte loro, non avranno più scuse: avranno
da un lato gli strumenti per comprendere l’impatto sociale e ambientale di ciò
che indossano, col digital product passport, e dall’altro lato una rete più
capillare di infrastrutture per il recupero e il riciclo.
L'articolo Basta col ‘prendi, consuma e butta’! La responsabilità del produttore
nella moda può dare la svolta proviene da Il Fatto Quotidiano.
Non è questione da libri di storia: il baratto è in perfetta salute e vale
centinaia di milioni di euro l’anno. È quanto si può leggere in XMUTARE, la
prima opera sistematica sul bartering pubblicitario, scritta da Mario Piarulli
(CEO di MBS Media Communication) e che sarà presentata il 24 Novembre
all’università Iulm. A supporto del libro, anche il documentario-film omonimo,
per un percorso informativo dedicato alla figura professionale del barter,
l’esperto nella gestione di scambi merce pubblicitari.
Il saggio (il titolo intero è XMUTARE – The Barter. Storia, evoluzione e
tecniche di scambio merce pubblicitario ed edito da Anima Edizioni), parla del
ruolo di leva strategica che questo comparto ha assunto anche per la capacità di
sostenere le aziende in crisi di liquidità e spesso di eccedenze produttive. Il
settore, in fortissima crescita, nel 2o24 ha prodotto un volume d’affari da 400
milioni di euro. La pratica, che consiste nello scambio di spazi mediatici per
beni e servizi, genera secondo dati MBS un effetto moltiplicativo sull’economia
nazionale di 9 euro in più sul PIL per ogni euro investito.
Piarulli ha ricostruito l’evoluzione storica del baratto dalle sue origini alle
applicazioni moderne e ne ha illustrato l’impatto economico, le leggi che lo
regolano e la rilevanza che ha assunto nel mercato italiano ed europeo. Ha anche
sottolineato il ruolo pionieristico che l’Italia ha avuto, e la sua affermazione
come miglior modello internazionale grazie anche alle esperienze di Publitalia
’80 di Mediaset, Rai, Sky e Cairo Editori. Oltre a questo, è da evidenziare la
mano che il settore riesce a dare a questioni cruciali del nostro tempo. Il
bartering, oltre ad aiutare la sostenibilità ambientale evitando gli sprechi,
agisce come strumento di contrasto alle crisi sistemiche consentendo alle
imprese di proseguire la propria attività anche con basse disponibilità
finanziarie in un settore come quello pubblicitario che coinvolge quasi 6
milioni di posti di lavoro.
L'articolo Il grande successo (soprattutto italiano) del baratto pubblicitario:
all’università Iulm la presentazione del libro XMutare di Mario Piarulli
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