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Siamo entrati nell’era della ‘bancarotta idrica’. A qualcuno importa?
Accompagnata da una drammatica fotografia del Lago Mead, il più grande lago artificiale degli Usa, è uscita in questi giorni la nuova puntata di Tracking Extinction, il magazine indipendente curato da Elisabetta Corrà, una delle maggiori esperte in Italia di problematiche in tempi di Antropocene e di sesta estinzione (ricordando il drammatico libro di Elizabeth Kolbert). Questa volta il tema è l’acqua e questo il drammatico esordio: “Siamo entrati, ora è ufficiale, in una ‘water bankruptcy’, la bancarotta idrica globale, che segna l’ingresso dell’umanità e della Terra in una nuova era”. Per decenni l’umanità ha prelevato più acqua di quanta clima e idrologia terrestre ne potessero ripristinare. La disponibilità di acqua dolce sul Pianeta (e quindi il ciclo globale dell’acqua: evaporazione-precipitazioni-stoccaggio di CO2 nei ghiacci perenni) ha cioè superato il punto di non ritorno, la “soglia di sicurezza” del Sistema Terra (safe planetary boundary). Siamo in “water overshoot”. Ma Elisabetta non è un’allarmista, è una studiosa seria e documentata e se parla di bancarotta del ciclo dell’acqua lo fa perché ci sono studi che sostengono tale tesi. In particolare, questa volta, si tratta di un documento licenziato da un organismo super partes lo United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH), uno dei “bracci accademici” delle Nazioni Unite, creato nel 1996. E forse non è un caso che lo studio venga subito dopo che le Nazioni Unite hanno decretato il 2025 come l’anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai. Quei ghiacciai che si stanno estinguendo al ritmo di circa 800 all’anno, anche se di pochi si celebrano i funerali… E, a proposito di numeri, l’articolo ne riporta alcuni che definire terribili è poco: almeno tre quarti della popolazione mondiale vive ormai in regioni con carestia idrica permanente; il 70% delle maggiori falde acquifere del mondo è in declino; negli ultimi cinquant’anni sono scomparsi 410 milioni di ettari di zone umide, quasi la metà nell’Unione Europea; l’acqua dolce non solo è sempre più inquinata (derivati chimici industriali, residui di prodotti farmaceutici, fertilizzanti, pesticidi, acque di scolo, salinizzazione), ma anche sempre più contaminata da feci animali. E qui si aprirebbe l’altrettanto drammatico tema di quanta acqua viene utilizzata per alimentare colture intensive che a loro volta alimentano animali da macello. Così Raveh Madani, principale autore del report e direttore della UNU-INWEH: “Il problema con espressioni come water stress e water crisis è che questa terminologia suona come temporanea e gestibile, quindi fallisce nel comunicare correttamente la perdita di resilienza del circolo globale dell’acqua. Queste parole non comunicano, in sostanza, che queste sono condizioni irreversibili”. In ultimo vale la pena sottolineare che l’articolo e il report escono proprio nei giorni in cui è in corso a Davos il Forum Economico Mondiale, ossia il summit del capitalismo mondiale, che finché esisterà (il capitalismo intendo) abbiamo la certezza che la salute della Terra in tutti i suoi elementi andrà sempre più peggiorando. E lo scioglimento dei ghiacci dell’Artide sarà solo un’occasione per far viaggiare più velocemente le merci. L'articolo Siamo entrati nell’era della ‘bancarotta idrica’. A qualcuno importa? proviene da Il Fatto Quotidiano.
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L’Italia stretta dagli eventi estremi, tra piogge, esondazioni e siccità. Quasi raddoppiati i casi legati a temperature record
Il 2025 è stato il secondo anno più amaro sul fronte degli eventi meteo estremi negli ultimi 11 anni. Sono arrivati a quota 376, con +5,9% rispetto al 2024. Peggio era andata solo nel 2023, segnato da 383 eventi. È quanto emerge dal bilancio tracciato dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Allagamenti da piogge intense (139), danni da vento (86) ed esondazioni fluviali (37) sono i principali fenomeni ad aver causato devastazione nell’anno che si sta concludendo. Preoccupano anche il forte aumento dei casi legati a temperature record (+94% rispetto allo scorso anno), quello delle frane da piogge intense (+42%) e i danni causati dal vento (28,3%). Complice di questa situazione la mancata attuazione di misure che servano a prevenire, invece di continuare a tamponare le emergenze. Esempi sono i casi, raccontati da ilfattoquotidiano.it di Milano, con le vasche di laminazione che non bastano senza una nuova politica sul consumo di suolo e di Roma, dove nel restyling di Piazza Cinquecento, davanti alla stazione, non è stata prevista la minia ombra. LA MAPPA DELL’OSSERVATORIO CITTÀ CLIMA Gli effetti della crisi climatica si ripercuotono anche sui territori: nel 2025 ad essere il più colpito è stato soprattutto il Nord Italia, dove a settembre il maltempo ha causato devastazione dal Piemonte alla Lombardia e dove a pagare, a novembre, è stato il Friuli Venezia Giulia, seguito da Sud e Centro. Tra le città, Genova (12 eventi meteo estremi), Milano (7) e Palermo (7). A livello regionale, le regioni ad aver subito gli impatti maggiori degli eventi meteo estremi sono state Lombardia, con 50 casi, Sicilia (45) e la Toscana (41). A livello provinciale, Genova con 16 eventi meteo estremi, seguita dalla provincia di Messina e Torino con 12, Firenze e Treviso con 11, Milano con 10, Como, Lecce, Massa Carrara e Palermo con 9. Preoccupano anche i danni che gli eventi meteo estremi stanno causando sui trasporti: 24 quelli che nel 2025 hanno provocato danni e ritardi a treni e trasporto pubblico locale nella Penisola. Interruzioni e sospensioni causate non solo da piogge intense, allagamenti e frane dovute a intense precipitazioni, ma anche dalle temperature record e dalle forti raffiche di vento. IL PREZZO PER I RITARDI NELL’ADATTAMENTO La Penisola, denuncia Legambiente, paga lo scotto di azioni di adattamento sporadiche e non coordinate. Si aspetta ancora una legge contro il consumo di suolo e l’istituzione dell’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici. La mancata attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, approvato a fine 2023 (non sono neppure state stanziate le risorse necessarie per adottare le 361 misure previste su scala nazionale e regionale), rallenta a cascata la redazione di Piani locali di adattamento al clima. Avviene in un contesto in cui i danni subiti nel Paese da ondate di calore, siccità e alluvioni nel 2025, secondo un recente studio dell’Università di Mannheim, ammontano a 11,9 miliardi di euro e in futuro, con una proiezione al 2029, saliranno a 34,2 miliardi di euro. “Ancora una volta l’Italia – commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – si è fatta trovare impreparata di fronte a una crisi climatica che è una dura realtà sul territorio nazionale da molti anni. Le immagini di quanto accaduto in diverse regioni, dalle alluvioni alla grande siccità, parlano da sole. E a pagarne lo scotto sono come sempre i cittadini, i territori, le imprese e più in generale l’economia del Paese”. SICCITÀ: L’EMERGENZA CRONICA Il 2025 è stato un anno segnato anche dall’emergenza ormai cronica della siccità. Ad essere più colpito soprattutto il Sud Italia, in particolare il Nord della Sardegna, la Puglia e la Sicilia. In Sardegna, nella Nurra le aziende agricole sono state costrette a rinunciare a molte colture, compromettendo la produzione alimentare e generando forti ripercussioni economiche. Drammatica la situazione per gli allevamenti, con gli animali che hanno rischiato di restare senz’acqua per abbeverarsi visto il prosciugamento dei pozzi. Le aziende del settore sono state costrette ad acquistare l’acqua a costi insostenibili. A settembre, in Sicilia, i 12 sindaci del comprensorio irriguo di Ribera, hanno chiesto la terza irrigazione di soccorso, per provare a salvare le coltivazioni, in particolare dei frutteti di qualità della zona, dalle arance alle pesche. In Puglia, la giunta comunale di San Severo (Foggia) ha deliberato la richiesta di dichiarazione di stato di calamità naturale a causa della prolungata siccità e delle alte temperature che hanno colpito tutta la Capitanata. CALDO RECORD IN EUROPA: ALTRO ALERT ROSSO LE ALTE TEMPERATURE Secondo i recenti dati del Copernicus Climate Change Service è praticamente certo che il 2025 sarà il secondo anno più caldo mai registrato, a pari merito con il 2023, dietro solo al 2024. Secondo il set di dati analizzati (ERA5), è probabile che la temperatura media globale per il periodo 2023-2025 superi 1,5°C, il che rappresenterebbe la prima media triennale a registrare il superamento del limite stabilito dagli Accordi di Parigi. In Europa, il caldo record ha segnato l’intera estate. Secondo uno studio condotto da Imperial College London e London School of Hygiene & Tropical Medicine, il cambiamento climatico ha intensificato le temperature estive in tutto il continente europeo e causato 16.500 decessi in più rispetto a un’estate “normale” senza aumento delle temperature causato dalle attività umane. L'articolo L’Italia stretta dagli eventi estremi, tra piogge, esondazioni e siccità. Quasi raddoppiati i casi legati a temperature record proviene da Il Fatto Quotidiano.
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In Africa nessun adattamento al clima che cambia, se l’acqua non diverrà il fulcro della pianificazione
Raramente le crisi africane sono innescate solo dalla politica. Spesso iniziano con l’acqua — troppo poca, troppo inquinata, condivisa in modo troppo iniquo. La siccità spinge i pastori ad abbandonare le proprie terre, le inondazioni spazzano via villaggi, mercati e scuole, le città in rapida crescita devono far fronte a sfide sanitarie e idrogeologiche apparentemente insormontabili. In tutte queste circostanze, le famiglie diventano più vulnerabili allo sgombero e alla migrazione forzata, alla fame e ai conflitti, alla miseria e al degrado. Nel Sahel si sono verificati scontri tra agricoltori e pastori a causa del cambiamento delle precipitazioni. Nell’Africa meridionale, i rubinetti asciutti nelle città sempre più affollate hanno alimentato disordini e costretto al razionamento. Nel 2025, colera e insicurezza idrica hanno causato profonde crisi politiche in Zambia, Zimbabwe, Malawi e Mozambico. Intermittenze o interruzioni dei servizi idrici, assieme all’intasamento di latrine e pozzi hanno contaminato pozzi e fiumi — provocando epidemie che si sono risolte in crisi umanitarie e politiche. Carenza di cloro, ritardi nel rifornimento potabile di emergenza, enormi e diffuse disuguaglianze hanno scatenato le proteste, azzerando la fiducia nell’autorità. In Ghana l’inquinamento fluviale prodotto dall’attività mineraria illegale ha causato frequenti ed estese interruzioni dei servizi idropotabili. Acque torbide, sporche e tossiche nei fiumi Pra e Ankobra hanno scatenato proteste sia contro gli operatori illegali sia nei confronti dei funzionari, considerati inetti se non complici. L’emergenza idrica si è trasformata in scontro con il governo. L’alternarsi di alluvioni e siccità ha esacerbato la competizione per l’acqua sul confine tra Somalia e Kenya, che ha dovuto schierare i militari a difesa dei luoghi di accesso all’acqua. E si può continuare con Sudan e Tunisia, il Sudafrica che fronteggia da tempo una diffusa crisi idrica pur avendo intrapreso grandi investimenti, i conflitti tra usi idroelettrici e irrigui legati alla gestione delle grandi dighe come Kariba sullo Zambesi. Né va dimenticata la crisi irrisolta tra Etiopia, Sudan ed Egitto per la gestione della nuova GERD sul Nilo Azzurro. Ogni esempio sottolinea una semplice verità: quando la gestione dell’acqua fallisce, falliscono anche le economie e i contratti sociali. Questa fragilità è strutturale. Quasi il 95 percento dei terreni agricoli africani è tuttora irrigato solo dalla pioggia e i raccolti sono perciò in balia delle bizze del meteo. La sicurezza idrica è sottoposta a pressioni crescenti e diversificate: demografia, economia, sviluppo, innovazione, clima che cambia. L’adattamento sarà impossibile se l’acqua non diventerà il fulcro della pianificazione, indirizzando sia gli interventi strutturali, sia le pratiche di gestione, i flussi finanziari e, soprattutto, i processi decisionali. Le comunità diventano più resilienti quando l’acqua viene conservata, gestita e condivisa equamente e quando l’uso del territorio avviene in modo consapevole e coerente. Quando i campi diventano secchi o i rubinetti si aprono a vuoto, le famiglie per prime ne subiscono l’impatto, soprattutto le donne e le ragazze. Non in astratto, ma in ore di cammino, lezioni saltate e opportunità perdute. Unicef stima che donne e ragazze trascorrano circa 200 milioni di ore ogni giorno a raccogliere l’acqua, tutto tempo rubato all’istruzione o al lavoro. In materia di servizi igienico-sanitari i progressi sono modesti: nessun paese africano è sulla buona strada per realizzare l’accesso universale a servizi igienico-sanitari sicuri entro il 2030. Non sono i tubi a dare dignità, ma le persone. I servizi idrici efficienti, sostenibili e stabili nascono dalla partecipazione di una comunità nel definire le priorità, dalle tariffe eque e chiare, dalla reale possibilità degli utenti di far sentire la propria voce. Se la politica vuole riflettere la realtà quotidiana della gente, deve garantire standard idonei alle condizioni idriche locali, congrui bilanci per la manutenzione a lungo termine, informazioni accessibili e affidabili. Ogni euro investito in acqua e servizi igienico-sanitari restituisce circa quattro euro in benefici sociali ed economici, attraverso risparmi di tempo, migliore salute e maggiore produttività. L’innovazione gioca un ruolo importante, ma funziona meglio quando è radicata nel contesto. Strumenti semplici come la filtrazione a piccola scala, il rilevamento delle perdite, il pompaggio eolico e solare e il riuso dell’acqua si possono diffondere rapidamente se abbinati alla formazione e alle imprese locali. Anche il partenariato della finanza etica, la filantropia e i premi internazionali che inducono una sana competizione possono aiutare a sviluppare soluzioni realistiche e durature. L'articolo In Africa nessun adattamento al clima che cambia, se l’acqua non diverrà il fulcro della pianificazione proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Errore di valutazione sulla diga: Trapani e altri 20 comuni senz’acqua pure a fine autunno (e con le piogge)
Un errore di valutazione sulla capienza della diga Garcia. È questa la causa della nuova crisi idrica che in pieno autunno sta colpendo la provincia di Trapani, nonostante le piogge delle ultime settimane. Un errore che, secondo quanto risulta al fattoquotidiano.it, potrebbe essere stato commesso dal Consorzio di bonifica, l’ente pubblico regionale che si occupa dell’irrigazione dei terreni e dunque gestisce la diga, decidendo i prelievi d’acqua. Passaggi calcolati sulla base di una valutazione sbagliata: hanno stimato in due milioni di metri cubi l’acqua presente nella diga Garcia, il lago artificiale che serve l’acquedotto Montescuro, da cui si approvvigionano venti comuni del Trapanese. ETERNA SICCITÀ Secondo i calcoli l’acqua era sufficiente fino a febbraio, ed è per questo motivo che è stata usata per uso irriguo, cioè in ambito agricolo. D’altronde è a questo scopo che era nata la diga, che dal Palermitano (si trova nei pressi di Corleone) serve Trapani, Misiliscemi e alcuni comuni della valle del Belìce. Nel tempo tuttavia è stata utilizzata anche per uso potabile. Gli ultimi prelievi per uso agricolo, concessi proprio perché basati su questo errore di valutazione, hanno però ridotto la presenza di acqua al punto che si è dovuto provvedere d’urgenza. La previsione adesso è che le scorte si esauriranno entro dicembre. Già da tre giorni l’erogazione idrica è stata interrotta a Trapani e negli altri comuni, per permettere a Siciliacque – la società che gestisce l’approvvigionamento idrico – di agganciarsi alle riserve dell’acquedotto della Bresciana. L’INCHIESTA SU CUFFARO Resta il dubbio sull’errore di valutazione relativo alla capienza della diga: come è stato possibile commetterlo? E da chi è stato commesso? Interpellato sul punto dal fattoquotidiano.it, Fulvio Bellomi, commissario straordinario per l’emergenza idrica in ambito agricolo, ha preferito non rispondere. Sul direttore generale del Consorzio di bonifica, Gigi Tomasino, pende invece una richiesta di arresto della procura di Palermo, nell’ambito dell’inchiesta anticorruzione che ha Totò Cuffaro come indagato principale. “Nostro direttore del consorzio”, lo chiamava l’ex governatore, al quale Tomasino è molto vicino, stando alla richiesta di misura dell’ufficio inquirente guidato da Maurizio de Lucia. I pm accusano Tomasino di avere condizionato tramite “collusione e accordi occulti”, le procedure per affidare lavori pubblici, insieme a Cuffaro e all’imprenditore Alessandro Vetro. L’ipotesi è che quest’ultimo abbia consegnato una tangente da 20-25mila euro all’ex presidente, che avrebbe dovuto girarla a Tomasino. Durante l’interrogatorio preventivo, il direttore del Consorzio di bonifica ha negato ogni addebito. Sulle richieste di arresti domiciliari si esprimerà nei prossimi giorni la gip Carmen Salustro. IL CASO DEI DISSALATORI Ma i problemi dell’approvvigionamento idrico non si fermato qui. La scorsa estate, infatti, la Regione siciliana aveva attivato tre dissalatori, uno dei quali proprio a Trapani, precisamente a Marsala, al largo della Saline. Peccato, però, che l’impianto non avesse un aggancio a una rete elettrica, dunque finora ha funzionato grazie all’uso di gruppi elettrogeni. Negli scorsi giorni è stato finalmente attivato l’aggancio alla rete Enel: l’acqua arrivata dal dissalatore, però, non basta a garantire il fabbisogno dei comuni della zona. Nel Trapanese, dunque, per garantire l’approvvigionamento idrico si userà un sistema integrato: al dissalatore si affiancheranno gli acquedotti, con un sistema di bilanciamento tra la diga Garcia e la condotta Bresciana. “ERRORE-ORRORE” Nel frattempo, però, sono gravi i disagi della popolazione: “Un errore-orrore. Spero che la presidenza della Regione voglia andare a fondo per capire chi e perché ha creato quella che di fatto è un’interruzione di pubblico servizio”, dice Giacomo Tranchida, sindaco di Trapani. E continua: “Dobbiamo ringraziare la Protezione civile che con le autobotti ci ha permesso di tamponare la situazione, ma i disagi sono di certo molto gravi. Ci sono migliaia di case senza una cisterna sufficiente a sopperire alla mancanza di acqua: in centro storico abbiamo tre famiglie con una cisterna di 1500 metri cubi, faticavano con un’erogazione a singhiozzo ogni 48 ore, figuriamoci adesso con un’interruzione di addirittura 3-4 giorni”. L'articolo Errore di valutazione sulla diga: Trapani e altri 20 comuni senz’acqua pure a fine autunno (e con le piogge) proviene da Il Fatto Quotidiano.
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