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Mickey Rourke sfrattato dalla sua casa a Los Angeles : non ha pagato 60mila di dollari di affitto arretrato
Era solo una questione di giorni ed è accaduto. Mickey Rourke è stato cacciato dalla sua casa di Los Angeles – già dimora del famoso giallista Raymond Chandler – per non aver pagato 60mila dollari di affitto arretrato. Un tribunale di Los Angeles ha reso esecutivo lo sfratto della ex star celebre negli Anni Ottanta, deliberando a favore del suo padrone di casa Eric Goldie. Rourke a TMZ aveva confermato che non aveva pagato il canone perché la casa sarebbe stata infestata dai topi. Candidato agli Oscar e vincitore di un Golden Globe, Rourke aveva apparentemente lanciato una colletta, poi sconfessata, per permettergli di trovare un alloggio quando era arrivata la prima indicazione dello sfratto alle porte. L’attore dopo il cinema si era reinventato pugile. Poi è tornato sul set negli anni 2000 con “Sin City”, “Iron Man 2” e soprattutto “The Wrestler”, una pellicola quasi autobiografica. Rourke era stato percepito allora come un attore “ritrovato”, simbolo di una Hollywood capace di perdonare e recuperare i suoi figli. Subito dopo il successo, tuttavia, qualcosa si era incrinato. Erano seguiti ruoli secondari o pellicole di scarso valore artistico, confermando una tendenza ricorrente nella sua carriera: l’impossibilità (o forse la volontà) di sfruttare appieno la propria notorietà attraverso decisioni più calcolate. L'articolo Mickey Rourke sfrattato dalla sua casa a Los Angeles : non ha pagato 60mila di dollari di affitto arretrato proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I b&b hanno svuotato il mercato degli affitti? A Roma i numeri raccontano un quadro più complesso
Il dibattito pubblico sul mercato delle locazioni nelle grandi città italiane si è concentrato su una domanda: la crescita degli affitti turistici e dei bed & breakfast ha di fatto svuotato il mercato degli affitti residenziali? I contratti di lungo periodo stanno davvero scomparendo? Per provare a rispondere a queste domande è utile guardare ai dati ufficiali delle statistiche trimestrali sulle locazioni dell’Agenzia delle Entrate, che rilevano esclusivamente i contratti registrati. L’analisi dei dati relativi al 2025, su Roma, confrontato con quelli del 2024, che ho prodotto con apposita elaborazione, mostra un quadro più complesso rispetto alla narrazione dominante: il numero complessivo dei contratti cresce, ma cambiano le tipologie di locazione. A Roma il quadro è ancora più significativo, anche alla luce del forte incremento del turismo e dell’impatto del Giubileo. Considerando tutti e quattro i trimestri del 2025, a Roma sono stati registrati 54.053 nuovi contratti di locazione (esclusi quelli per porzioni di appartamento destinate a studenti), contro 48.133 nel 2024. Nel dettaglio: 10.656 contratti a libero mercato (11.271 nel 2024); 7.756 contratti transitori (4.849 nel 2024); 27.188 contratti agevolati (26.337 nel 2024); 7.453 contratti studenti per interi appartamenti (5.676 nel 2024). A questi si aggiungono 15.683 contratti per studenti relativi a porzioni di appartamento, contro i 10.195 del 2024. Nel complesso, quindi, nel 2025 a Roma sono stati stipulati 69.736 contratti, considerando anche le locazioni studentesche per porzioni di immobile, contro 58.228 nel 2024. Un elemento particolarmente rilevante riguarda le locazioni di lungo periodo. Nel 2025 a Roma i soli contratti 3+2 e 4+4 sono stati 37.744, un numero sostanzialmente stabile rispetto ai 37.608 del 2024. All’interno di questa categoria, i contratti agevolati rappresentano ormai la quota largamente maggioritaria e circa la metà dell’intero mercato delle locazioni cittadino. Si osserva invece una riduzione costante dei contratti a libero mercato, già evidente nel 2024. Se il numero complessivo dei contratti cresce, il cambiamento più evidente riguarda la durata delle locazioni. Nel 2025 a Roma i contratti transitori e quelli per studenti (considerando solo interi appartamenti) sono stati 15.208, contro 10.195 nel 2024. Ancora più forte l’aumento delle locazioni studentesche per porzioni di appartamento, passate da 10.195 nel 2024 a 15.683 nel 2025. Alla luce dei dati ufficiali non emerge una riduzione complessiva del numero dei contratti di locazione, nemmeno in una fase caratterizzata dalla forte espansione degli affitti turistici prima e durante il Giubileo. Piuttosto, sembra emergere un diverso orientamento dei proprietari: una parte degli immobili si sposta verso contratti transitori, cresce l’offerta di locazioni per studenti, aumentano anche i contratti agevolato. L’espansione dei bed & breakfast potrebbe quindi derivare più dalla messa sul mercato di abitazioni precedentemente sfitte che dalla trasformazione diretta di appartamenti affittati con contratti di lungo periodo. Il vero problema resta il costo degli affitti. Se il numero dei contratti non diminuisce, resta però una criticità evidente: il livello dei canoni di locazione. Tutte le tipologie contrattuali hanno registrato negli ultimi anni aumenti significativi degli affitti, rendendo sempre più difficile l’accesso alla casa per ampie fasce della popolazione urbana. Il mercato delle locazioni non scompare dunque, ma cambia struttura. E soprattutto diventa sempre più caro. L'articolo I b&b hanno svuotato il mercato degli affitti? A Roma i numeri raccontano un quadro più complesso proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Affitti brevi, a Roma le associazioni per la casa incalzano il Campidoglio: “Stop alle nuove aperture. Un regolamento è urgente”
Una moratoria delle nuove aperture. Una valutazione degli indici di saturazione nel rapporto fra locazioni e posti letto. Controlli migliori e maggiori, digitali e sul campo, monitoraggio del fenomeno e coinvolgimento della cittadinanza. Sono alcune delle proposte delle associazioni che si occupano di diritto alla casa al Comune di Roma, tra cui GRoRAB/Gruppo Romano Regolamentazione Affitti Brevi, Nonna Roma, Sparwasser, Social Forum Abitare, Spin Time, Fondazione Di Liegro, CNCA, Sunia, Unione Inquilini. Proposte che verranno discusse in un incontro il prossimo 28 febbraio a Roma. “Un Regolamento per gli affitti brevi nella Capitale è urgentissimo per garantire una progressiva restituzione delle abitazioni al mercato degli affitti standard e – un po’ ottimisticamente – una progressiva riduzione dei canoni di locazione oltre che per restituire identità e socialità alle zone più aggredite dal fenomeno, infine per restituire ai ‘sopravvissuti’ relazioni e sicurezza nei condomini”, spiega Maria Luisa Mirabile, portavoce GRoRAB. “La situazione abitativa romana rimane drammatica”, denuncia, “ben 700.000 persone sono emigrate oltre il Grande raccordo anulare perché ormai anche il ceto medio non proprietario di un’abitazione non trova più case in affitto”. Se, come alcune fonti vorrebbero, gli affitti brevi sembrano diminuire, serve ancora oggi regolamentarli? In questo mese sono stati proposti a più riprese all’opinione pubblica dati da fonti non accreditate (agenzie immobiliari) che segnalerebbero una caduta degli affitti brevi. È una nenia che si ripete ogni volta che la gestione degli affitti brevi viene “complicata” da una qualsiasi nuova norma e che punta a sventare le regolamentazioni ricorrendo al mito del “mercato-che-si-auto-regola”. Ma per tutto il 2025 gli annunci su Airbnb a Roma sono continuati a crescere: + 3.000 da marzo a settembre! L’arretramento è fantomatico e se ci fosse sarebbe solo da parte dei più piccoli o improvvisati. Qual è la situazione normativa a livello nazionale? Semplicemente nulla. Il CIN (Codice Identificativo Nazionale, per parlare della misura di maggior peso), entrato a regime a inizio 2025, è un codice di registrazione utile a monitorare il fenomeno. Per il resto la normativa nazionale verte in sostanza solo sulla fiscalità, che anche dopo l’ultima Legge di bilancio resta agevolata fino al secondo appartamento (cedolare secca al 21%); solo a partire dal terzo appartamento (soglia dalla quale viene considerata attività d’impresa) vigono l’obbligo di partita IVA e di versamento dei contributi previdenziali. Nulla a che vedere con la gestione del territorio e delle città. Cosa prevede, invece, il regolamento fiorentino, l’unica città italiana ad avere un Regolamento? Prevede il blocco delle nuove autorizzazioni nel sito Unesco la prossima estensione del blocco alle altre aree rilevate come sature da uno studio appositamente commissionato. Prevede inoltre un Registro delle locazioni brevi a cui possono essere iscritte le locazioni dotate di standard qualitativi definiti sulla base del Regolamento edilizio; l’utilizzo di lavoro regolare; controlli e sanzioni con task force apposita con sanzioni dai 1000 a 10 mila euro; decadenza dal Registro se l’alloggio rimane inattivo per 12 mesi; specifiche norme di comportamento nel condominio. Reggerà ai ricorsi legali? Assolutamente sì. Ormai è “protetto” dalla Legge della Regione toscana sul turismo varata a fine 2024: Legge che ha già superato il ricorso intentato contro di essa dal Governo, ricevendo il via libera da una sentenza della Corte costituzionale nello scorso mese di ottobre. Il Comune di Roma ha lavorato su questo tema: a che punto è la proposta capitolina? Da oltre un anno l’Assemblea capitolina ha deliberato l’emanazione di un Regolamento che sarà comprensivo della Città storica e della Città consolidata. Attualmente è al lavoro uno specifico Tavolo inter-assessorile che ha già ricevuto il parere favorevole dall’Avvocatura capitolina sulla fattibilità del Regolamento e ha ricevuto anche lo studio scientifico sugli indici di saturazione dal Dipartimento Memotef dell’Università Sapienza. Non risulta invece ancora un’elaborazione da parte del Tavolo e non è neppure dato sapere quali tempi di elaborazione si sia dato. Ed è stato questo a spingerci ad organizzare l’iniziativa di sabato 28 febbraio. Quali sono le vostre proposte in dettaglio? Innanzitutto chiediamo una moratoria delle nuove aperture. Le esperienze di altre città (fra cui Firenze) hanno insegnato che l’annuncio del Regolamento provoca una corsa alle registrazioni “preventive”, quindi picchi di registrazioni. Ma i principi cardine delle nostre proposte sono due. La sostenibilità territoriale delle nuove aperture, basata sulla valutazione degli indici di saturazione nel rapporto fra locazioni e posti letto destinati agli abitanti e ai turisti già elaborati dall’Università Sapienza. E l’introduzione del regime di autorizzazione: per l’esercizio di una locazione breve non dovrebbe più bastare una Scia o una Cia (come avviene attualmente), ma un esplicito permesso del Comune. Chiediamo regole chiare e sanzioni adeguate; nonché la previsione di incentivi della fiscalità locale (IMU) per i locatari che tornano agli affitti standard. Pensa che il Comune accoglierà le vostre proposte? Siamo relativamente ottimisti. Ma sappiamo anche che la maggioranza che guida il Campidoglio ha al suo interno componenti e anime diverse, non tutte favorevoli alla regolamentazione. Temiamo la possibilità che nella campagna elettorale possa prevalere una certa riluttanza a prendere decisioni non apprezzate da una parte dell’elettorato. Anche per questo la nostra iniziativa del 28 febbraio. L'articolo Affitti brevi, a Roma le associazioni per la casa incalzano il Campidoglio: “Stop alle nuove aperture. Un regolamento è urgente” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Abbiamo abbandonato il posto fisso, ci siamo trasferiti in camper per non pagare più il mutuo e la vita è migliorata”: la svolta di Shane Williams e Sarah Camden
Un posto fisso, uno stipendio puntuale, la rata del mutuo da pagare, uscire alla mattina presto e ritrovarsi per qualche ora al pomeriggio tardi. Dopo qualche anno però i 29enni Shane Williams e la sua compagna Sarah Camden, hanno deciso di rompere la loro routine, che peraltro li stava mettendo in difficoltà dal punto di vista finanziario e relazionale. I due lavoravano come agente immobiliare e in banca, ma si sono stancati di tornare a casa alle 17 ogni giorno e di non avere abbastanza tempo di qualità insieme, accumulando complessivamente 90 ore di lavoro a settimana. La coppia era riluttante a sborsare “1.000 sterline (1.100 euro) al mese per un mutuo o un affitto”, il che li ha spinti a trasferirsi da Hereford a Wrexham tre anni fa per vivere e lavorare in un campeggio. Shane ha dichiarato al Daily Star: “Eravamo stanchi di tornare a casa alle 17 di sera per fare i nostri soliti lavori. Potevamo vederci per due ore e poi dovevamo rifare tutto da capo, mentre ora lavoriamo insieme ogni giorno. Ci è sempre piaciuto il campeggio e all’epoca avevamo 26 anni. Pensavamo ‘non vogliamo andare a spendere 1.000 sterline al mese per un mutuo o un affitto’, così abbiamo comprato una roulotte e l’abbiamo fatto, e da allora ci siamo innamorati di questa vita”. Ora la coppia lavora 40 ore in cinque giorni prima di godersi i giorni liberi insieme, tagliando l’erba, accogliendo gli ospiti e gli amici e svolgere alcuni lavori di manutenzione. A testa guadagnano 1.900 sterline al mese (2.100 euro) , i loro ruoli garantiscono loro una piazzola gratuita per il loro camper dove vivono, oltre a acqua ed elettricità gratuite. Nonostante abbiano subito “un leggero taglio dello stipendio”, Shane insiste sul fatto che ora hanno più soldi da spendere e sono persino riusciti a organizzarsi quattro vacanze nel 2025. Inizialmente vivevano in una roulotte regalata da un parente, ma i risparmi della coppia hanno permesso loro di acquistare di recente una nuova roulotte più ampia e confortevole. L'articolo “Abbiamo abbandonato il posto fisso, ci siamo trasferiti in camper per non pagare più il mutuo e la vita è migliorata”: la svolta di Shane Williams e Sarah Camden proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Nomadismo digitale, le proposte dei coliving rurali italiani che puntano all’integrazione nei borghi
È possibile un nomadismo digitale sostenibile per le comunità ospitanti? Durante le proteste antigentrificazione a Città del Messico dell’estate 2025, i manifestanti hanno espresso il loro disagio verso i digital nomads, professionisti che girano il mondo lavorando da remoto e che sono percepiti come parte del problema urbano, con cartelli e graffiti come “Expat = gentrificador” e “No deberíamos sentirnos extranjeros en nuestra propia tierra” (non dovremmo sentirci estranei nella nostra terra). Il fenomeno non è nuovo: da Lisbona a Tallinn, da Città del Messico ad alcune zone della Thailandia, l’arrivo di lavoratori stranieri con redditi più alti ha spesso contribuito all’aumento degli affitti e alla trasformazione dei quartieri. Spesso, però, il nodo non sono i nomadi in sé, ma le politiche che li attraggono: incentivi fiscali e regolamentazioni deboli sugli affitti brevi favoriscono redditi mobili senza tutelare i residenti locali, amplificando disuguaglianze e gentrificazione. Secondo l’ultimo report sul nomadismo digitale in Italia, però, i nomadi cercherebbero permanenze più lunghe e avrebbero maggiore consapevolezza dell’impatto sociale e culturale dei propri spostamenti. Beet Community, che unisce coliving e coworking a Palermo, organizza per marzo 2026 il primo festival italiano dedicato ai nomadi digitali, Italia Nomad Fest, presentando un modello che si contrapporrebbe all’overtourism: “Vogliamo un modo di viaggiare che non distrugga la cultura di un luogo, ma la protegga e la valorizzi”. Negli ultimi anni il nomadismo digitale è stato adottato da molti Paesi come leva economica. Ma i suoi effetti cambiano radicalmente a seconda dei contesti: se nelle grandi città tende a intensificare le tensioni abitative, in territori periferici o segnati dallo spopolamento può diventare uno strumento di ripopolamento e riattivazione locale. Secondo l’Associazione Italiana Nomadi Digitali, la chiave sta nello sviluppo di modelli abitativi flessibili e integrati nella comunità, capaci di coinvolgere chi arriva senza interferire con le dinamiche degli affitti. In questo senso, il coliving, basato sulla condivisione di spazi, risorse ed esperienze, può rappresentare una soluzione, a patto che sia pensato in relazione al territorio. Il termine coliving indica realtà molto diverse tra loro. La catena plurimiliardaria di hotel The Social Hub, presente in Italia a Roma, Firenze e Bologna e prossimamente a Torino, con stanze private che possono arrivare a costare fino a 1.500 euro al mese, offre diversi spazi condivisi: sale di lavoro, cucine, salotti. Ma queste strutture sono state ampiamente criticate dai comitati locali, che le accusano di essere delle “torri d’avorio” nelle città che le ospitano. Ci sono poi progetti più accessibili e ristretti, nati con l’idea di costruire vere e proprie comunità: in Italia esistono diversi esempi ben riusciti di coliving e coworking cittadini e rurali che, nel loro piccolo, stanno contribuendo a rivitalizzare alcune aree, con tutti i limiti e le difficoltà che si possono immaginare in un’impresa simile, ma anche con qualche successo. Tertulia, a Vicchio in Toscana, è un’ex azienda agricola trasformata in spazio di coworking e coliving. Francesco Boldrini, fondatore del progetto, racconta: “Il nostro è un progetto di rinascita rurale che cerca di avere un impatto positivo sul territorio. Abbiamo circa 12 posti: alcuni si sono fermati per un anno, altri sono rimasti permanentemente. Quest’anno è nato un mercatino di produttori biologici in paese su iniziativa di alcuni nostri ospiti”. Altro esempio significativo è Start Working Pontremoli, nell’area della Lunigiana in Toscana, nato per ripopolare il borgo attirando principalmente smart worker italiani, ma anche stranieri. Andrea, fondatore dell’Associazione, spiega: “Il comune ci ha concesso uno spazio di coworking gratuito. Aiutiamo chi ci contatta a trovare casa nel paese e dintorni, principalmente seconde case disabitate. L’obiettivo è che chi viene partecipi alle attività locali, e questo avviene in modo piuttosto spontaneo. Delle 110 persone che sono passate da noi, 40 si sono fermate a tempo indeterminato, e 7 di loro hanno comprato casa quest’anno”. Quanto al rapporto con i residenti, Andrea risponde: “Sicuramente sono cambiate certe dinamiche. Ad esempio quando andiamo a cena fuori con gli ospiti ora ci viene chiesto se ci sono vegetariani o vegani, cosa che prima era impensabile. Molti sono felici di vedere persone diverse in piazza nei periodi in cui di solito la città è spopolata”. Alice Pomiato, formatrice e consulente sulla sostenibilità e content creator, si è trasferita a Pontremoli nel 2023 dopo cinque anni da nomade digitale. Delusa dall’esperienza a Ibiza, dove si era sentita parte di un modello che “prende più di quanto da”, è tornata in Italia dove ha conosciuto il progetto Start Working Pontremoli. Ora ha acquistato casa in zona, a un prezzo ormai introvabile nelle città italiane. Pomiato sottolinea come l’integrazione degli smart worker stranieri non sia sempre semplice: “Una ragazza statunitense ha aperto una lavanderia a gettoni per i camminatori della Francigena, e l’attività all’inizio ha incontrato una certa resistenza. Possiamo anche vederci qualcosa di positivo, come la volontà dei residenti di restare fedeli ai loro negozi. Un’altra volta è venuta una coppia canadese e il prezzo di affitto proposto era molto più alto del solito, questo è uno degli aspetti da monitorare”. Di progetti simili ce ne sono in tutta Italia: Dolcevita co living a Vallo di Nera in Umbria, ad esempio, dal 2024 propone una permanenza minima di una settimana, con pacchetto all inclusive di ospitalità in appartamenti del borgo garantiti da accordi a lungo termine con i residenti e attività come la “cena del villaggio settimanale”. A Matera invece si trova uno dei progetti pilota Italiani: nata nel 2012 CasaNetural si definisce: “Centro culturale e alternativo che coinvolge cittadini e innovatori provenienti da tutto il mondo”. Uno dei loro progetti più riusciti sono le Netural Walk, delle passeggiate che attraversano territori “spesso mai esplorati a fondo del nostro Paese, o quasi mai raccontati” e che coinvolgono i visitatori quanto gli abitanti del territorio. Un passo più strutturato per il coliving rurale è stato compiuto da Appenninol’HUB, piattaforma che riunisce cooperative, associazioni e imprese lungo l’Appennino: nel giugno 2025 ha promosso il Manifesto dei Coliving Rurali Italiani, che ancora non è stato pubblicato, attualmente sottoscritto da oltre 60 realtà di tutta Italia, con l’obiettivo di definire principi di coliving sostenibile e integrato. “Il Manifesto colma un vuoto, nel panorama dell’abitare collaborativo italiano, definendo per la prima volta una serie di principi specifici per il contesto rurale dei Coliving, nettamente distinti dai modelli di Coliving urbano- spiega una nota – non si tratta più, ora, solo di condividere spazi abitativi, bensì anche e soprattutto di costruire un nuovo modello sociale che contribuisca attivamente alla rigenerazione dei territori”. L'articolo Nomadismo digitale, le proposte dei coliving rurali italiani che puntano all’integrazione nei borghi proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Le mosse di Sánchez contro il caro affitti in Spagna: maxi-sconto fiscale ai proprietari che non aumentano i canoni
Il governo spagnolo ha annunciato un nuovo pacchetto di misure per contrastare la crisi degli affitti. Il presidente del Consiglio, Pedro Sánchez, ha presentato una serie di interventi “urgenti e incisivi” per il mercato delle locazioni, che saranno approvati nelle prossime settimane tramite un decreto-legge. Il fulcro dell’iniziativa è un incentivo fiscale totale (esenzione IRPF al 100%) per i proprietari che rinnoveranno i contratti senza aumentare il canone agli inquilini. “È semplice: chi garantisce un alloggio dignitoso verrà sostenuto, chi specula verrà fermato”, ha dichiarato Sánchez durante l’avvio dei lavori di demolizione dell’ex caserma di Campamento a Madrid. Si tratta di un progetto urbanistico in cui sorgeranno 10.700 abitazioni a prezzi accessibili, in affitto e in vendita, tutte con vincolo permanente di edilizia protetta. L’obiettivo dichiarato è ridurre la pressione su uno dei mercati immobiliari più tesi della Spagna. La misura più rilevante riguarda dunque l’esenzione totale dall’imposta sul reddito per i proprietari che manterranno invariato l’affitto al momento del rinnovo del contratto. Secondo il governo, questo permetterà di compensare fiscalmente gli aumenti che i locatori avrebbero applicato, senza ridurre i loro introiti. Nel 2026 scadranno circa 600.000 contratti di locazione, che potrebbero rientrare nel nuovo schema. Proprio questi rinnovi sono al centro del dibattito politico, poiché da tempo associazioni e sindacati degli inquilini chiedono che i contratti vengano prorogati automaticamente. Il decreto-legge interverrà anche su una delle principali falle della normativa, quella degli affitti a stanze e dei contratti di breve durata, spesso utilizzati per aggirare i limiti ai canoni nelle zone dichiarate “tese”. La nuova regolazione stabilirà che la somma dei canoni delle singole stanze non potrà superare l’affitto dell’intero appartamento e che, nelle aree sottoposte a controllo dei prezzi, anche questi contratti saranno soggetti ai tetti previsti dalla legge. Gli affitti temporanei dovranno inoltre rispettare requisiti più stringenti e sarà introdotto un sistema di sanzioni per chi viola la normativa, con l’obiettivo di contrastare l’uso speculativo di queste formule contrattuali. Queste misure, in parte, riprendono quanto già in vigore in Catalogna da alcune settimane, ma con una cornice giuridica statale più solida. Le associazioni degli inquilini restano però insoddisfatte. Il Sindicat de Llogateres ha definito le misure “aria fritta”, sostenendo che “si tratta in gran parte di una legge che avevamo già presentato al Parlamento e che è bloccata da un anno e mezzo”. Secondo il sindacato, inoltre, la sua applicazione dipende da una maggioranza parlamentare che Sánchez oggi non ha più, dopo la rottura con i catalani di Junts. A criticare la linea del governo è stata anche la vicepresidente Yolanda Díaz, leader di Sumar, che su Bluesky ha scritto: “Donare denaro pubblico ai grandi proprietari è un grave errore. In questi termini, la proposta del PSOE non avrà il nostro sostegno. La casa è un diritto costituzionale, non un’agevolazione fiscale”. Ma non è stata la sola. “L’obiettivo delle politiche abitative deve essere garantire i diritti degli inquilini e porre fine alla bolla speculativa. I vantaggi fiscali ai proprietari vanno nella direzione opposta”, ha dichiarato la ministra dell’Infanzia Sira Rego. Il ministro dei Consumatori Pablo Bustinduy ha aggiunto che “la proroga degli affitti non può essere un premio per i proprietari: deve essere un diritto degli inquilini”. Sumar chiedeva già a dicembre una proroga automatica di tre anni per i 632.369 contratti che scadranno nel 2026. Secondo il Ministero dei Diritti Sociali, questa “grande ondata di rinnovi” riguarderà 1,6 milioni di persone, che diventano 2,7 milioni includendo anche i contratti in scadenza nel 2027. Neppure il settore immobiliare appare convinto. Pur accogliendo positivamente lo sgravio fiscale, resta scettico sui suoi effetti. José María Alfaro, presidente della Federazione delle associazioni immobiliari, avverte che il vero problema resta la mancanza di sicurezza giuridica per recuperare gli immobili in caso di morosità e durante le procedure di sfratto. Inoltre, secondo Alfaro, la misura non produrrà un aumento reale dell’offerta e i limiti sugli affitti a stanze sono “economicamente insostenibili”. Sul piano politico, il Partido Popular (PP) ha rilanciato una linea alternativa: il problema principale, secondo i popolari, non sono i prezzi in sé ma la scarsità di offerta. Per questo propongono di premiare finanziariamente le Comunità Autonome che liberalizzano il suolo edificabile, accelerano le licenze urbanistiche e favoriscono la costruzione di nuove abitazioni, pubbliche e private. Secondo il PP, invece di “punire” i proprietari con limiti e controlli, bisognerebbe incentivare l’aumento dell’offerta per far scendere i prezzi attraverso il mercato. Il partito accusa il governo di Sánchez di scoraggiare gli investimenti e di ridurre ulteriormente l’offerta con una regolazione eccessivamente rigida. L'articolo Le mosse di Sánchez contro il caro affitti in Spagna: maxi-sconto fiscale ai proprietari che non aumentano i canoni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“La raccolta fondi per pagare il mio affitto arretrato è imbarazzante oltre che umiliante”: Mickey Rourke ci ripensa? Intanto sono stati raccolti 102mila di dollari
“Una iniziativa benefica imbarazzante. Non ho chiesto aiuti, è umiliante”. Così Mickey Rourke ha negato di essere coinvolto in una raccolta fondi online lanciata a suo nome su GoFundMe per evitare lo sfratto dalla sua abitazione di Los Angeles. Le rate non evase ammonterebbero a oltre 50mila euro. Viene così smentita così l’ipotesi di The Hollywood Reporter che comunque dava per certa l’iniziativa, che esiste e ha raggiunto anzi superato l’obbiettivo principale di 100mila euro. La pagina, intitolata “Support Mickey to Prevent Eviction“, era apparsa nei giorni scorsi con l’obiettivo di raccogliere fino a 100 mila dollari per coprire la cifra degli arretrati. Secondo la descrizione, Rourke si troverebbe ad affrontare “una situazione finanziaria molto difficile e urgente” e la raccolta fondi servirebbe a coprire “spese immediate legate alla casa e prevenire lo sfratto”. La campagna risultava gestita da Liya-Joelle Jones, indicata come amica e membro del management dell’attore. In un video pubblicato sui social, però, Rourke ha smentito ogni coinvolgimento: “Qualcuno ha creato una sorta di fondo per raccogliere soldi per me, come se fosse beneficenza. Non sono io. Se avessi bisogno di denaro non chiederei mai carità”, ha dichiarato, invitando esplicitamente i sostenitori a non contribuire e, in caso contrario, a chiedere il rimborso. “È davvero umiliante. Non prenderei neanche un centesimo di beneficenza”, ha aggiunto, sostenendo di non sapere nemmeno cosa sia GoFundMe e di ignorare chi abbia promosso l’iniziativa. La vicenda si inserisce in un momento personale e professionale complesso per l’attore. Secondo il “Los Angeles Times”, Rourke avrebbe ricevuto un avviso di sfratto lo scorso 18 dicembre. Il contratto d’affitto, firmato nel marzo 2025, prevedeva inizialmente un canone mensile di 5.200 dollari, successivamente salito a 7.000. L’abitazione è una villetta in stile spagnolo degli Anni 20, con tre camere e due bagni, nota anche per aver ospitato lo scrittore Raymond Chandler negli Anni 40. Liya-Joelle Jones aveva spiegato a The Hollywood Reporter che l’attore stava attraversando “un periodo estremamente difficile” e che la risposta del pubblico alla raccolta fondi era stata “commovente”. Secondo alcune ricostruzioni, al momento della smentita la campagna avrebbe già raggiunto circa metà dell’obiettivo prefissato. L'articolo “La raccolta fondi per pagare il mio affitto arretrato è imbarazzante oltre che umiliante”: Mickey Rourke ci ripensa? Intanto sono stati raccolti 102mila di dollari proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Aiutatemi e donatemi soldi. Devo pagare le rate arretrate dell’affitto di oltre 50mila euro se no mi sfrattano”: l’ultimo appello di Mickey Rourke
La denuncia a carico dell’attore Mickey Rourke parlava chiaro. Il sito People aveva ottenuto il documento presentato da Eric Goldie, proprietario della casa di Los Angeles, contro Rourke. Secondo quanto si legge, “il 73enne avrebbe dovuto saldare i conti entro lo scorso 21 dicembre”. L’avviso, che secondo la denuncia Rourke avrebbe “omesso di rispettare”, è stato affisso nei locali e inviato per posta al diretto interessato. Si parla di rate arretrate di oltre 50mila euro. Quale miglior modo per trovare contanti immediati? The Hollywood Reporter conferma che Mickey Rourke si è dovuto rivolgere a GoFundMe per pagare le rate non evase. Domenica 4 gennaio con la sua “piena autorizzazione”, è stata lanciata la campagna di crowdfunding “Support Mickey to Prevent Eviction“, dive si esortano i fan di “aiutare Mickey Rourke a rimanere nella sua casa”. La cifra richiesta è però superiore, si parla di 100mila euro. Esattamente il doppio. E al momento le cose sembrano stiano andando decisamente bene. Ad oggi 5 gennaio alle ore 10, metà della cifra richiesta è stata già ottenuta. Insomma un grande successo. “Mickey Rourke sta attualmente affrontando una situazione molto difficile e urgente: rischia di essere sfrattato – si legge nella descrizione di GoFundMe-. La vita non scorre sempre liscia e, nonostante tutto ciò che Mickey ha dato con il suo lavoro e la sua vita, ora sta affrontando un momento finanziario difficile che ha messo a rischio la sua casa”. La raccolta fondi coprirà “le spese immediate relative all’alloggio e impedirà lo sfratto”. “L’obiettivo è dare a Mickey un po’ di stabilità e tranquillità durante un periodo stressante, in modo che possa rimanere nella sua casa e avere lo spazio per rimettersi in piedi- spiega la raccolta fondi – Qualsiasi donazione, indipendentemente dall’importo, farà davvero la differenza.” La campagna GoFundMe è gestita da Liya-Joelle Jones, amica e membro del team di Rourke che a The Hollywood Reporter ha confermato: “Mickey sta attraversando un momento molto difficile, ed è stato incredibilmente toccante vedere quante persone si preoccupano per lui e vogliono aiutarlo”. L'articolo “Aiutatemi e donatemi soldi. Devo pagare le rate arretrate dell’affitto di oltre 50mila euro se no mi sfrattano”: l’ultimo appello di Mickey Rourke proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Caro Affitti
Manovra, la cedolare sugli affitti brevi resta al 21% sul primo immobile. Verso il ritiro la proposta sull’oro di Bankitalia
Interessata a spegnere l’eco delle tensioni post regionali, Giorgia Meloni mercoledì ha tentato di ricompattare la maggioranza trovando la quadra sui nodi della manovra. Uno dei primi punti di caduta della trattativa riguarda il dossier affitti brevi. L’accordo prevede che sul primo immobile affittato a fini turistici continui ad applicarsi la cedolare secca al 21%, senza distinzione tra chi gestisce direttamente l’affitto e chi si affida a intermediari immobiliari o piattaforme digitali. L’aumento al 26% previsto dalla prima versione del ddl di Bilancio scatterà solo dal secondo appartamento, mentre dal terzo in poi – ricorda Il Sole 24 Ore – l’attività sarà considerata di natura imprenditoriale, con conseguente obbligo di aprire la partita Iva. Una soluzione che risponde alle richieste di Forza Italia e Noi Moderati. In attesa del voto sugli emendamenti atteso per la prossima settimana, resta irrisolta la questione delle coperture. Per sostenere le richieste dei partiti, come emerso dopo il vertice a Palazzo Chigi, servirebbe circa un miliardo. Tra le possibili fonti di introiti aggiuntivi, oltre alla “tassa sull’oro” che però garantirebbe entrate limitate, l’aumento graduale dell’aliquota sulle transazioni finanziarie nota come Tobin Tax: un emendamento di FdI propone di portarla – per i trasferimenti di azioni – dal 2% attuale allo 0,3% dal 2027, allo 0,35% nel 2028 e 0,4% dal 2029. Secondo Il Sole tra le intese raggiunte ieri c’è anche la riscrittura della norma che prevedeva l’esclusione dalla base imponibile del 95% dei dividendi incassati da un’altra società solo per chi detiene almeno il 10% del capitale della partecipata. Per l’accesso al regime che esenta da imposizione gran parte dei dividendi derivanti dal possesso di partecipazioni societarie arriverà invece una doppia soglia. Per godere dell’esenzione occorrerà possedere almeno il 5% e mantenere la partecipazione per almeno tre anni. Più fragile l’ipotesi della tassa da 2 euro sui mini-pacchi extra Ue. Mentre verrà con tutta probabilità ritirato l’emendamento sull’“oro alla patria”, quello che attribuiva formalmente allo Stato la proprietà delle riserve della Banca d’Italia, che aveva attirato l’attenzione del Quirinale e avrebbe potuto aprire contenziosi con la Bce. Restano aperti altri dossier sensibili: la modifica allo stop alle compensazioni tra crediti d’imposta e contributi previdenziali, assunzioni nelle forze dell’ordine e ulteriore aumento dell’Irap sulle grandi banche con una franchigia per gli istituti minori. Su questo fronte nel pomeriggio il governo incontrerà i rappresentanti del mondo delle banche, delle assicurazioni e delle imprese per fare il punto. L'articolo Manovra, la cedolare sugli affitti brevi resta al 21% sul primo immobile. Verso il ritiro la proposta sull’oro di Bankitalia proviene da Il Fatto Quotidiano.
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