Rocío Muñoz Morales, in una internista a Vanity Fair in occasione del lancio del
libro “La vita adesso”, ha parlato dell’ormai nota separazione dal marito Raoul
Bova, in seguito alla diffusione degli audio e dei messaggi intercorsi tra
l’attore e Martina Ceretti. Il tutto è stato riferito da Fabrizio Corona a
“Falsissimo”.
“Siamo stati una famiglia fino alla scorsa estate, fino al momento in cui il
mondo mi è caduto addosso – ha affermato -. Stavamo insieme da 14 anni e, come
ogni coppia, abbiamo avuto discese e salite. Ma niente poteva farmi immaginare
quello che sarebbe accaduto. Mai dubitato della fedeltà di Raoul. I tradimenti?
Non per me, che sono un po’ bacchettona. Non giudico le coppie aperte, ma la
nostra di sicuro non lo era. I messaggi li ho scoperti come li avete scoperti
voi. Non ne ho mai saputo niente”.
Cosa è successo dopo con Bova? “Non ho mai avuto rabbia nei suoi confronti,
neanche all’inizio. Ero delusa oltre ogni aggettivo, perennemente incredula,
eppure, e può suonare strano, non ce l’ho fatta ad arrabbiarmi. Non so
spiegarlo, però dal minuto zero ho capito che il mio unico compito era
proteggere le figlie, e ho concentrato lì tutte le forze”.
E ancora: “I fatti in sé mi hanno molto ferita, però forse di più la gestione
del dopo. Tante persone avrebbero dovuto restare al loro posto rispettando la
privacy e soprattutto due minori. Io mi sono chiusa nel silenzio non perché
sentissi il bisogno di nascondermi, anzi! Proprio per reazione alle troppe
parole che sono state dette”.
In questi ultimi mesi i giornali rosa si sono sbizzarriti sui presunti flirt
dell’attrice: “Stefano De Martino? È un professionista che stimo e
un-amico-e-basta. Si è montato il pettegolezzo perché sono entrata e uscita da
casa sua: è successo ad altra gente nello stesso giorno. Con Andrea Iannone ci
conosciamo da pochissimo, ma si sa, poi il gossip dilaga. Ci siamo incontrati
per caso a Madrid, non sapevo molto di lui. Ho scoperto una persona sensibile,
con valori simili ai miei. Davvero di più non posso aggiungere perché,
ribadisco, ci conosciamo da pochissimo”.
L'articolo “Non giudico le coppie aperte, ma quella mia e di Bova di sicuro non
lo era. De Martino? È un amico. Iannone? Ci conosciamo da pochissimo, è
sensibile”: così Rocío Muñoz Morales proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Chiunque voglia tentare un approccio complessivo e necessariamente sintetico al
lavoro artistico di Carlo Cecchi, attore e regista di teatro straordinario ma
pure originale interprete cinematografico e televisivo, si trova di fronte a
un’impresa non agevole.
Anche limitandosi al contributo teatrale, si tratta di confrontarsi con un
repertorio di spettacoli non solo vastissimo ma estremamente diversificato, che
va da Shakespeare alla farsa napoletana, da Molière a Büchner, da Majakovski a
Brecht, da Pirandello a Eduardo De Filippo e ad alcuni dei massimi autori
contemporanei: Beckett, Pinter, Bernhard. E si tratta di un elenco largamente
incompleto. In ogni caso non si può che partire da un dato di fondo: la radicale
estraneità di Cecchi rispetto alla realtà della nostra scena. Un’estraneità che
egli ha sempre rivendicato, come testimonia Claudio Meldolesi nell’ormai
classico Fondamenti del teatro italiano (1984): “Cecchi mi ha detto ‘io non
faccio parte del teatro italiano’”.
Questa disappartenenza riguarda sostanzialmente il teatro di regia, che agli
inizi degli anni Sessanta, quando Cecchi avvia la sua carriera, è al potere alla
guida degli Stabili. Egli lo rifiuta in radice, considerandolo un teatro “che
nega in fondo se stesso, perché se neghi, impedisci agli attori di essere
attori, neghi la possibilità stessa del teatro”. Per questa precoce presa di
coscienza risultano decisivi due apprendistati di quel decennio: con il Living
Theatre e con Eduardo. E’ soprattutto grazie al secondo che egli ha modo di
rafforzare nella sua visione teatrale il riconoscimento dell’assoluta preminenza
dell’attore e di scoprire le potenzialità del dialetto.
In realtà il dialetto faceva già capolino nella primissima edizione del Woyzeck
(1969), ma è solo dopo la full immersion nella realtà teatrale eduardiana e
napoletana che esso diventa una precisa scelta espressiva, uno strumento
consapevolmente adottato per arrivare a forgiarsi una propria lingua scenica.
E’ così che Cecchi inizia negli anni Settanta un viaggio all’indietro nel tempo
che lo porta, ben oltre Eduardo, a risalire fino ai prototipi della farsa
partenopea, cioè a Scarpetta e soprattutto a Petito, il capostipite, di cui
mette in scena due testi, rivisitandoli criticamente. Ma anche gli altri
spettacoli di questo periodo (i due Majakovskij, ad esempio) risuonano di
diverse inflessioni dialettali, oltre a quelle napoletane.
E tuttavia non sono i dialetti in quanto tali il centro della questione che gli
sta a cuore in quegli anni. Esso risiede – giova ribadirlo – nell’esigenza di
forgiarsi strumenti e modi recitativi alternativi alla pseudotradizione
dell’attore italiano del teatro di regia e alla sua “antilingua”. Torna anche in
lui il tema dell’italiano come lingua più adatta al melodramma che al teatro di
parola, chiamato “teatro senza canto”. Insomma, Cecchi non può in alcun modo
essere definito un attore dialettale. La sua recitazione anomala,
inconfondibile, va piuttosto messa sotto le insegne del “grottesco”
novecentesco.
Mi riferisco, in prima battuta, all’alternanza comico/tragico nel repertorio (da
lui definita, una volta, tecnica del “contrappeso”) che spesso si traduce in un
mescolamento se non in una fusione, dove l’uno diventa il rovescio dell’altro.
Non siamo troppo lontani, in fondo, dal grottesco di Pirandello o, meglio
ancora, del Petrolini maturo. O da quello di Mejerchol’d, consistente nella
sfasatura tra gesto e parola e, più ampiamente, tra forma e contenuto.
Ma quando parlo di grottesco per Cecchi mi riferisco soprattutto al suo modo
particolarissimo di stare in scena, che in molti hanno cercato di descrivere. Ad
esempio, Armando Petrini ha parlato, con precisione, di “una recitazione tutta
‘in levare’, con bruschi mutamenti di ritmo – rapide accelerazioni e arresti
improvvisi, battute buttate via e silenzi meravigliosamente scanditi – fatta di
spezzature, sprezzature, dissonanze”.
Ma è a Cesare Garboli (il quale collaborò a lungo con lui, soprattutto per
Molière) che dobbiamo una straordinaria descrizione dell’attore in scena: “la
recitazione (la vocazione) cambia di segno: non si è più attori perché si ama il
teatro; si è attori, grandi attori, perché lo si odia. […] Cecchi tende a
nascondersi, a mettersi in ombra, a sparire negli angoli; a rattrappirsi; e là,
nei suoi angoli, lascia che ondate sadomasochiste si scatenino rovesciandosi con
una violenza che si esercita e si abbatte contro di lui”.
Pur nel modo defilato, schivo e addirittura scontroso che gli era proprio,
Cecchi ha esercitato un importante magistero nei sessant’anni di ininterrotta
presenza sulle nostre scene, fra l’altro formando varie leve di attori e
contribuendo a scovare talenti.
Nello stesso tempo è stato un testimone, cioè una coscienza critica del teatro
italiano, una delle più rigorose, nella sua inflessibilità e severità,
esercitate innanzitutto verso sé stesso. Basterebbe ricordare le sue dure e
reiterate considerazioni sulla recitazione teatrale nel nostro Paese. Ma se oggi
disponiamo di almeno due generazioni di attori/attrici di grande valore, questo
lo dobbiamo anche, e forse soprattutto, allo sforzo pedagogico profuso da
maestri come Carlo Cecchi e non solo.
L'articolo Il teatro di Carlo Cecchi non può essere definito dialettale: la sua
era ‘estraneità’ alla scena proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo una serie di esperienze con produzioni estere, Eugenio Mastrandrea è
sbarcato nella tv italiana. Mastrandrea sta impersonando il ruolo del Capitano
Martini in “Don Matteo 15”. L’attore ha dichiarato a Fanpage: “È come se
girassimo il tempo di dieci film. È una serie lunga, puoi scegliere se vederla
come un anno scolastico o una gravidanza”.
Per il 33enne il lavoro è tanto faticoso quanto gratificante. Eugenio ha
dichiarato: “Il mio lavoro è la cosa che mi rende più felice al mondo. Se
potessi, farei durare 150 mesi le riprese di un film, come farei durare 150 mesi
una tournée a teatro. Recitare è sempre bello, non è una passeggiata, si lavora
a ritmi serrati, ma lo facciamo tutti con grande partecipazione ed entusiasmo”.
Mastrandrea ha raccontato il primo incontro con il personaggio del Capitano
Martini in “Don Matteo 15”. L’attore ha dichiarato: “A un certo punto della tua
vita succedono delle cose per cui diventi la persona più adatta a far sì che
quel personaggio venga raccontato al pubblico. Quindi, ho fatto il provino, mi
hanno proposto il ruolo e io con grande gioia ho accettato. Don Matteo è un
pezzo di storia della tv italiana, lo conoscono tutti. Ed è quello che gli
attori vogliono, trovare tanto pubblico a cui raccontare”.
Eugenio ha commentato anche il clima sul set durante lo scandalo dell’affaire
tra Raoul Bova e Martina Cerretti. A riguardo, l’attore romano ha detto: “Sul
set non abbiamo minimamente avvertito l’influenza negativa di quanto stava
accadendo fuori. Le riprese sono andate alla grande, siamo coesi e motivati, a
partire da Raoul che è stato il nostro capofila e si è fatto portatore di una
nuova energia“.
Eugenio Mastrandrea ha raccontato le difficoltà vissute nei primi anni di
carriera: “Ho faticato tanto, mi sono divertito, ho anche pianto tanto, ho
sofferto, avevo tante frustrazioni. Dio solo sa di quanta sicurezza e di quante
rassicurazioni necessita un giovane attore o una una giovane attrice”.
L’uomo ha rivelato anche di essere stato al centro di una truffa sui social:
“Mentre ero a Ravello per le riprese di Equalizer 3, ho scoperto che esisteva
una pagina mia fasulla su Instagram, che chiedeva soldi per incontrarmi. Sono
dovuto andare a fare una denuncia ai Carabinieri. Se fai una pagina col mio
nome, chiedendo soldi alle persone per incontrarli, a casa mia si chiama
truffa”.
E ancora: “Mi hanno mandato delle segnalazioni, dopodiché sono andato dai
Carabinieri con 250 fogli stampati di questi tizi che adescavano le persone
sempre nello stesso modo, fingendosi me, parlando come se fossi io e alla fine
chiedendo dei soldi. Una truffa non particolarmente raffinata devo dire”.
L'articolo “Sono stato protagonista di una truffa. Dei tizi si fingevano me su
Instagram chiedendo soldi per incontrarmi. Li ho denunciati”: così Eugenio
Mastrandrea proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sydney Sweeney, attrice diventata famosa nel mondo per la sua partecipazione in
due serie tv cult “Euphoria” e “The White Lotus” ma anche “Everything Sucks!”,
“The Handmaid’s Tale” e “Sharp Object”, ha escogitato una campagna marketing
d’effetto per lanciare la nuova linea di lingerie. Così l’attrice per fare
pubblicità ha pensato di appendere i reggiseni sulla iconica scritta di
Hollywood a Los Angeles in California.
Secondo TMZ, però, l’attrice non avrebbe potuto farlo. Avrebbe dovuto, infatti,
richiedere un’autorizzazione alla Camera di Commercio di Hollywood che detiene i
diritti dell’insegna, ma non l’ha fatto. Nel video si vede Sweeney che di notte
si arrampica fino alla cima delle lettere e con una corda, aiutata dal suo
staff, appende i reggiseni.
La Camera di Commercio di Hollywood è furibonda e ha fatto sapere di “non aver
concesso alcuna licenza o autorizzazione di alcun tipo alla produzione né
qualcuno ha richiesto una licenza o un’autorizzazione alla Camera per quella
produzione”.
Secondo il regolamento un generico permesso delle autorità cittadine per filmare
non è sufficiente. Riprendere la scritta richiede un’autorizzazione specifica e
il pagamento di una tassa. Una parte del denaro va a un fondo fiduciario che
contribuisce alla manutenzione della scritta Hollywood. L’accesso è
rigorosamente limitato.
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L'articolo Sydney Sweeney appende i reggiseni sulla iconica scritta Hollywood
per pubblicità. La Camera di Commercio furibonda: “Non aveva nessuna
autorizzazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
È nelle sale italiane “Mercy: Sotto Accusa”, un thriller d’azione di stampo
sci-fi di Timur Bekmambetov con protagonisti Chris Pratt e Rebecca Ferguson.
Nella Los Angeles del prossimo futuro di “Mercy”, l’intelligenza artificiale è
stata adottata dalle forze dell’ordine e dal sistema giudiziario per risolvere
in modo più efficiente il problema della criminalità e del degrado della città.
Quando il personaggio di Pratt, Chris Raven, si sveglia, scalzo e legato a una
sedia elettrica, seduto al centro di una stanza, viene informato da un giudice
artificiale delle dimensioni di un IMAX (Ferguson) che ha 90 minuti per
dimostrare di non aver ucciso sua moglie (Annabelle Wallis). In questo mondo, i
carcerati sono colpevoli fino a prova contraria.
“È un’idea terribile. -ha affermato Chris Pratt a Vanity Fair – Penso che un
apparato senz’anima che determina il destino dell’umanità non sia poi così
diverso da certi sistemi di governo che sono stati sperimentati in passato e che
non hanno funzionato. Credo che sia fondamentale che ci siano esseri umani al
centro di queste decisioni. L’umanità non dovrebbe mai essere sottovalutata”.
Il tema dell’intreccio tra digitale e social con la vita di tutti i giorni è
sempre attuale: “Credo che tutti i genitori dovrebbero riflettere molto
seriamente su quanto espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali. Penso che un giorno guarderemo ai bambini che usano gli schermi come
oggi guardiamo alle donne incinte che fumavano sigarette. Il danno che stiamo
causando ai bambini in questo momento è reale, è quantificabile, anche se forse
non saremo in grado di misurarlo completamente per molto tempo”.
E infine: “Le statistiche sono allarmanti. C’è un libro molto importante di
Jonathan Haidt, The Anxious Generation, che lo spiega bene: si parla di aumento
dell’ansia, di autolesionismo nei ragazzi. E tutto questo non è un bene per la
società. Come genitore, sento fortissimo il bisogno di fare tutto il possibile
per evitare che i miei figli siano esposti in modo eccessivo al mondo online”.
L'articolo “C’è un aumento di ansia e autolesionismo nei ragazzi. I genitori
fanno danni quando espongono i propri figli ai social media e agli schermi
digitali”: così Chris Pratt proviene da Il Fatto Quotidiano.
“C’è da spostare una macchina” è stato un vero e proprio tormentone del
cantautore e attore italiano Francesco Salvi, pubblicato nel 1988. Il ritornello
ha fatto furore a quei tempi: “Quella macchina qua devi metterla la. Quella
macchina la devi metterla qua, qua. Quella macchina qua devi metterla la. È un
diesel!“. Nel suo curriculum ha la gavetta al “Derby” di Milano, la popolarità
al “Drive In” e “MegaSalviShow”, quattro volte al Festival di Sanremo (1989
Esatto”, 1990 A, 1991 “Dammi 1 bacio” e 1993 “Statento”) e fiction, oltre che il
cinema. Ben 38 anni dopo da “C’è da spostare una macchina”, molte cose sono
cambiate. E lo racconta lo stesso Salvi in una intervista a Libero.
“Faccio tante cose. Il problema è che senza pubblico possono essere belle, ma
non danno soddisfazione – ha detto -. Se non vai in tv non esisti. C’è chi mi
ferma dicendomi ‘Uè Salvi, hai smesso di lavorare?’ anche se magari sono in
tournée a teatro. Oppure ‘Salvi, hai spostato la macchina?’ e rispondo: ‘Sì, è
un diesel'”.
E ancora: “A Grande Fratello, Isola dei famosi… Meglio dire di no. Molto di
quello che vedo in tv non mi entusiasma. Mi piacciono le cose fatte bene come
Montalbano,’Ballando con le stelle’, le partite sui canali privati, i film su
Netflix, la pubblicità”.
Intanto una cosa è certa: “Ho appena scritto il libro ‘Tegucicalpa’. È surreale,
la storia di un agente segreto che lavora per la Cia e viaggia nel tempo (…) ho
appena girato ‘L’Amore, in teoria’ di Luca Lucini, il regista di ‘Tre metri
sopra il cielo’. Interpreto Media, un clochard. Esperienza bellissima (…) Ho
appena finito di girare un film su “San Francesco”, che uscirà prossimamente, in
cui si racconta la sua personalità umoristica: lo interpreto da anziano, quando
ormai è cieco. A marzo, invece, debutterò al Teatro Parenti di Milano ne
‘Unamuno nessuno e centomila”’con Fabio Bussotti, che è anche l’autore”.
Tra i ricordi del passato la gavetta al Derby, dove tra gli altri incontra
Antonio Ricci: “Peccato che ogni tanto gli sanguina il naso e si deve
interrompere. Dopo un po’, però, scopriamo che lo fa apposta per non perdere
l’ultimo treno per tornare ad Alassio. Lo faceva anche a scuola per evitare le
interrogazioni. Era appassionato di scherzi di ogni tipo. Il più divertente è
quello a Beruschi, che ha una paura pazzesca dei cani. Una volta, in inverno,
Antonio mi convince a mettere il paltò di Enrico nella casetta dei dobermann che
c’è fuori dal ristorante: Beruschi, terrorizzato, torna a casa senza e, dopo due
giorni, è a letto con la febbre”.
LA SINOSSI DEL LIBRO “TEGUCICALPA”
In un futuro dove il teletrasporto ha reso obsoleto il concetto di viaggio,
l’eccentrico agente Tegucicalpa si trova coinvolto in una missione
apparentemente impossibile. Incaricato di cercare la misteriosa LaKràudoclo, si
ritrova a navigare in un mondo caotico e assurdo, popolato da personaggi
bizzarri come il filosofico Machu Picchu e il criminale Don Cromatico. Tra colpi
di scena esilaranti e situazioni al limite del paradossale, Tegucicalpa dovrà
destreggiarsi tra organizzazioni segrete, tecnologie avanzate e complotti
galattici. Ma mentre cerca di svelare il mistero che circonda LaKràudoclo,
scoprirà che la realtà è molto più contorta di quanto immaginasse.
L'articolo “Antonio Ricci si faceva sanguinare il sangue per tornare a casa
prima o non farsi interrogare. Non vai in tv? Non esisti”: così Francesco Salvi
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre si festeggia il trentennale della storia di “Zelig” con lo speciale su
Canale 5, condotto da Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, firmato da Gino &
Michele e Giancarlo Bozzo, c’è anche chi si lamenta per la sua assenza. È il
caso di Pino Campagna che ha fatto parte nel cast nei primi anni 2000.
“Ci entrai nel 2003 – ha ricordato a Fanpage -. Il mio primissimo personaggio fu
proprio il ‘papi ultrà’ che prese ben presto il volo. Mi ispirai ai miei figli,
che mi parlavano veramente in quel modo. Sentendo questo linguaggio strano mi
venne l’idea e costruii gli sketch grazie a due autori validi come Paolo Uzzi e
Marco Del Conte. Scrivemmo più di cento pezzi, subito sposati da Gino e Michele
(…) Ringrazierò sempre per quei sette anni meravigliosi. Oltre al ‘papi ultrà’
mi inventai altre cose, come il monologo dei dialetti pugliesi che ti consentono
di imparare tante lingue europee. Su Youtube toccò il milione di visualizzazioni
ed è tutt’oggi un cult”.
Un grande successo popolare in tv e non solo: “Eravamo la Champions dei
programmi comici (…) Quando portavo gli spettacoli in piazza e a teatro radunavo
migliaia di persone, manco fossi Robbie Williams”.
Poi l’amarezza di non essere stato chiamato per “Zelig 30″Continuo a
domandarmelo. ‘Zelig’ purtroppo fa figli e figliastri. Alcuni comici sono stati
coinvolti, altri come me, Cornacchione, Cacioppo e Braida no. Perché? Vorrei
ricevere una spiegazione. Io appartengo alla squadra di ‘Zelig’ e ho questo
brand tatuato nell’anima. Avrei potuto accogliere le richieste di ‘Colorado’ o
‘Made in sud’, ma ho sempre rifiutato. Sarebbe stato come vedere Del Piero
togliersi la maglia della Juventus per passare al Torino. Senza contare che per
me avrebbe significato fare un passo in serie B”.
Nel 2011 Campagna aveva dichiarato: “Zelig ti fa diventare famoso, ti trita e ti
spreme fino a quando servi alla loro causa. Poi ti abbandona”, oggi l’attore
afferma: “Infatti da allora non mi hanno più cercato. Non sono stati eleganti e
non sono stati equi nelle loro scelte. Ovviamente parlo a titolo personale, non
so cosa pensano i miei colleghi”.
L'articolo “Zelig fa figli e figliastri. È come se mi avessero messo al mondo e
poi abbandonato in autostrada. Non mi hanno più chiamato”: Pino Campagna si
sfoga proviene da Il Fatto Quotidiano.
Miriam Leone è tra i protagonisti di “Le cose non dette“, il nuovo film diretto
da Gabriele Muccino con Stefano Accorsi, Carolina Crescentini e Claudio
Santamaria, nelle sale dal 29 gennaio. “È una storia in cui il matrimonio è
abitato dall’inganno e le bugie si mettono tra i corpi, – ha spiegato Leone a D
di La Repubblica – diventano il terzo incomodo, dilatano l’incomunicabilità,
fanno crollare tutto. Le relazioni umane sono fragilissime e ognuno di noi è un
conflitto vivente”.
“Perché mentiamo in coppia? Forse perché prima ancora di ascoltare vogliamo
già punire e sapendolo ci proteggiamo con le invenzioni, – ha continuato
l’attrice – o forse perché abbiamo idealizzato l’amore, restare soli ci fa
paura e guardarlo in faccia per quel che è davvero ci spaventa. Uno spreco di
energie. Dove stiamo veramente bene non abbiamo bisogno di mentire. L’onestà è
un valore. Una liberazione. A volte una prova spietata alla quale siamo chiamati
soprattutto con noi stessi. Io faccio l’attrice, metto le maschere, interpreto
chi non sono, ma se devo mentire mi trovo a disagio”.
Poi spazio agli aspetti più privati: “Sono cresciuta in una famiglia felice, in
cui mio padre e mia madre, divisi da qualche anno d’età e complici in
un’avventura osteggiata dai più, decisero di amarsi al di là delle
convenienze, delle economie incerte e della precarietà”.
“Da bambina ero una che rifiutava le divise, nei pomeriggi casalinghi riduceva
il grembiule in piccole strisce e poi lo gettava nei bagni della scuola
allagandoli, – ha ricordato – una che beveva l’acqua gassata solo per ridere e
vederla uscire a fiotti dal naso, una che camminava a piedi scalzi sugli scogli
bollenti, che giocava al sole per ore e poi si tuffava dai faraglioni di Aci
Trezza senza alcuna percezione del pericolo”.
SINOSSI DI “LE COSE NON DETTE”
Carlo ed Elisa, coppia affermata e brillante, vivono a Roma tra successi,
abitudini e un amore che, forse, non è più quello di una volta. Lui è un
professore universitario e scrittore in crisi creativa, lei una giornalista
brillante e stimata anche all’estero. In cerca di nuovi stimoli, partono per il
Marocco insieme ai loro amici di sempre, Anna e Paolo, e alla loro figlia
adolescente, Vittoria. Tra dinamiche irrisolte, segreti e sguardi che confondono
i confini e mettono in discussione certezze acquisite, il gruppo si trova a fare
i conti con ciò che nessuno avrebbe mai voluto affrontare. E poi arriva Blu,
giovane studentessa di filosofia di Carlo, misteriosa presenza che accende
interrogativi e tensioni. In un paesaggio lontano, caldo e immobile, i rapporti
si tendono, si rivelano, si trasformano. Perché a volte basta una crepa
minuscola per far crollare tutto ciò che sembrava stabile. E perché forse non
conosciamo mai davvero chi ci sta accanto.
L'articolo “Da bimba tagliavo il grembiule in piccole strisce e poi le gettavo
nei bagni della scuola allagandoli. Bevevo acqua gassata per vederla uscire a
fiotti dal naso”: così Miriam Leone proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nella puntata di ieri di “Verissimo“, 24 gennaio, è stato ospite l’ex
concorrente de “L’isola dei famosi 2011” e modello Killian Nielsen (vero nome
Marcus Gastineau), figlio di Brigitte Nielsen e dell’ex giocatore di football
americano Mark Gastineau. Killian ha raccontato dei suoi problemi con l’alcol e
del rapporto con la sua famiglia, in particolare con la madre che è stato sempre
difficile.
“Mia mamma ha cinque figli. Alla fine degli Anni 80 ha avuto una relazione con
Mark Gastineau, ma non andavano molto d’accordo – ha detto Killian -. Dopo la
mia nascita si separano. Mia mamma è scappata ed è andata a vivere in Svizzera
con il nuovo compagno Raoul Meyer. Fino all’età di 8 anni credevo che Raoul
fosse mio padre. Ho scoperto che mi chiamavo Marcus Gastineau trovando per caso
il mio passaporto. Chiesi spiegazioni a mia madre e lei mi disse che il mio vero
nome era Marcus e che il mio vero padre era Mark Gastineau”.
Una volta terminata la storia con Raoul Meyer, Brigitte Nielsen frequenta Mattia
Dessì e torna negli Stati Uniti. “A 16 anni mi sono ritrovato solo, vivevo fuori
Milano – ha continuato Killian – e in diverse occasioni mi sono ritrovato con
niente, con scarpe bucate, mangiavo patate e cipolle. Ero sempre alla ricerca di
mia mamma. Da lì ho iniziato ad abusare di alcol e droga. Ed è stato così per
cinque anni. Mi sono ritrovato senza nulla, dormivo per strada”.
La svolta nella sua vita è arrivata grazie alla fidanzata Laura Mara Barbieri:
“Ci eravamo conosciuti per caso, prima che mi trovassi senza casa, poi lei mi ha
visto dormire in mezzo alla strada e ha deciso di aiutarmi. Mi ha pagato degli
hotel a Milano e piano piano mi ha aiutato a uscire dalle dipendenze”.
“Ci siamo rivisti due anni fa, – ha continuato l’attore parlando della madre
Brigitte – poi ci sono state delle incomprensioni che ci hanno di nuovo
distaccati. Ho provato ad andare in Spagna, dove vive. Il marito è uscito dalla
casa e mi ha detto: ‘Non mi piacciono queste sorprese, per vedere tua mamma devi
avvisare’. Mia mamma era in casa. Non me l’ha fatta vedere. Ci sono rimasto
malissimo”.
E ancora: “Avevo visto che i miei fratelli avrebbero fatto un evento a Milano e
sono andato lì per vedere mia mamma anche se non ero sicuro che ci fosse. Sono
andato là fuori. A un certo punto ho visto una macchina e ho urlato a
squarciagola: ‘Mamma, mamma’ e mia mamma non si è neanche girata. La amo
tantissimo e ho sempre la porta aperta per lei”.
L'articolo “Abusavo di alcol e droga, dormivo per strada. Mi sono ritrovato con
niente, con scarpe bucate, mangiavo patate e cipolle”: lo confessa Killian
Nielsen proviene da Il Fatto Quotidiano.
Enrico Montesano è stato ospite di Nunzia De Girolamo e Gianluca Semprini a
“Maschio Selvaggio” su Rai Radio 2. Nel corso della conversazione, è emersa
anche una precisazione rispetto ad alcune narrazioni sul rapporto con Gigi
Proietti, spesso raccontato come conflittuale. “Questa è una leggenda
metropolitana”, ha chiarito. E ha aggiunto: “Se vi fa piacere abbiamo litigato,
ma non è vero, non abbiamo litigato mai”. Montesano ha invece parlato di “una
sana rivalità, ma per far vincere la squadra”, ricordando l’energia creativa di
un’epoca in cui il talento circolava e si misurava dentro un gioco collettivo.
Tra i successi del percorso artico record televisivo legato a Fantastico 1988,
spiegando che a posteriori avrebbe fatto scelte diverse: “Lì ho fatto un
errore”, ha ammesso, ricostruendo il clima dell’epoca: “All’epoca per noi attori
di cinema, la televisione era una deminutio”. E ha concluso con un rimpianto
dichiarato apertamente: “Invece Fantastico dovevo farlo anche l’anno dopo. Sarei
potuto diventare un conduttore presentatore televisivo… E invece ora, (chiude
con ironia,ndr), devo andare a fare serate di qua e di là con la valigia”.
Parlando del rapporto con il tempo ‘’Da una parte aiuta il tempo che passa,
perché sublima certe cose, smussa certe asperità, ma da un’altra parte tu dici
“La vecchiaia è bella, peccato che duri poco”.
Spazio, durante l’intervista, è stato dedicato al cinema contemporaneo e agli
incassi italiani, con un passaggio su Checco Zalone. Montesano ha sottolineato
il valore generale di un successo al botteghino: “Quando un film italiano
incassa dobbiamo fare festa perché va bene per tutto il cinema italiano”. Allo
stesso tempo, ha precisato di non aver visto il film ‘’Buen Camino’’ e di aver
letto soprattutto dei grandi incassi, osservando che gli piacerebbe che qualcuno
parlasse di più del film e di com’è davvero, e non soltanto dei numeri.
Ricordando la “densità” di talento del cinema di un’epoca irripetibile,
Montesano ha collocato la sua generazione: “Io sono un comico di mezzo”,
spiegando: “Sopra di noi c’erano Mastroianni, Sordi, Manfredi, Tognazzi e
Gassman… Era dura sfondare”.
L'articolo “Un rimpianto? Sarei potuto diventare conduttore televisivo e invece
devo andare a fare serate di qua e di là con la valigia”: così Enrico Montesano
proviene da Il Fatto Quotidiano.