Avrebbero nascosto la sieropositività della madre durante la gravidanza e, dopo
la nascita della figlia nel 2017, non avrebbero fatto nulla per verificare se la
malattia fosse stata trasmessa alla bambina. Per anni, inoltre, non l’avrebbero
mai sottoposta a controlli medici, né vaccinata o seguita da un pediatra. È per
questo che due genitori sono a processo a Bologna con l’accusa di maltrattamenti
aggravati nei confronti della figlia, rimasta ricoverata per un anno in
condizioni gravissime e a rischio vita.
La vicenda è emersa – come riporta l’Ansa -solo nell’estate del 2023, quando la
coppia si è rivolta a una pediatra per una febbre e una tosse persistenti che
affliggevano la bambina da settimane. La dottoressa, sostituta del pediatra
titolare, si accorse subito di una situazione anomala: la scelta del medico di
base era stata formalizzata soltanto nel novembre 2022 e, nonostante ciò, la
piccola non era mai stata visitata. Le condizioni della bambina apparivano
preoccupanti. Camminava con difficoltà, era denutrita, presentava denti in
pessime condizioni e parametri di crescita molto inferiori alla norma.
Nonostante l’età, indossava ancora il pannolino.
La pediatra informò immediatamente i genitori della necessità di un ricovero
urgente. Secondo quanto ricostruito, la coppia avrebbe minimizzato la gravità
della situazione dichiarandosi contraria al ricovero. La dottoressa li avvertì
quindi che, in assenza di un immediato intervento, avrebbe informato le forze
dell’ordine. Poco dopo, vista la gravità del caso e l’atteggiamento dei
genitori, presentò comunque segnalazione ai carabinieri.
La bambina fu ricoverata all’ospedale Maggiore di Bologna. Gli esami clinici
portarono a una diagnosi drammatica: infezione da virus Hiv in stadio avanzato.
Anche in quell’occasione, secondo l’accusa, i genitori continuarono inizialmente
a non rivelare la sieropositività della madre. Solo successivamente avrebbero
ammesso che la figlia era nata fuori da strutture sanitarie, scelta fatta –
secondo quanto riferito – per evitare controlli e obblighi vaccinali.
Dopo il ricovero partirono le segnalazioni alla magistratura. La Procura di
Bologna ha avviato un procedimento penale per maltrattamenti aggravati dall’aver
provocato lesioni gravissime; l’accusa in aula è sostenuta dal pubblico
ministero Nicola Scalabrini. Parallelamente si è aperto anche un procedimento
davanti al tribunale per i minorenni che, nel settembre 2023, ha nominato una
tutrice per la bambina.
Oggi la piccola vive in una casa famiglia insieme alla madre e frequenta una
scuola in provincia. La tutrice, rappresentata dall’avvocata Sabrina Di
Giampietro, si è costituita parte civile nel processo. Intanto i giudici
minorili stanno ancora valutando la capacità genitoriale della coppia.
L’istruttoria dibattimentale è in corso. I due imputati sono difesi
dall’avvocato Pasqualino Miraglia. La prossima udienza è fissata per il 18
maggio.
L'articolo Bimba con Aids non curata per anni: a processo i genitori per
maltrattamenti aggravati proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - HIV
A Bologna oggi iniziare la PrEP è, di fatto, impossibile. L’accesso alla
profilassi pre-esposizione contro l’HIV è bloccato sia presso i servizi
territoriali sia al Policlinico Sant’Orsola, che invita gli utenti a provare a
chiamare “tra tre mesi”. Le liste d’attesa, di fatto, risultano chiuse. A
lanciare l’allarme è Plus APS, che gestisce il PrEP Point della città, attivo
dal 2018 con fondi privati. “Non c’è personale a sufficienza, questo è il tema”,
spiega a ilfattoquotidiano.it Sandro Mattioli, presidente dell’associazione. “A
monte ci sono stati tagli economici, blocchi delle assunzioni e un surplus di
lavoro. Sappiamo del buco di bilancio e della necessità di tagliare, ma stiamo
parlando di una pillola che previene l’HIV e non si trovano soldi per seguire
gli utenti”.
LISTE CHIUSE PER LA PREP
Il PrEP Point non dispone più delle risorse economiche necessarie ad accogliere
nuovi pazienti e li indirizza all’ambulatorio del Policlinico Sant’Orsola. Pure
lì, però, non si entra. “Se devo giudicare dalle risposte ricevute da alcuni
utenti, le liste sembrano chiuse”, osserva Mattioli. Il risultato è un
cortocircuito: sebbene la PrEP sia riconosciuta come uno degli strumenti più
efficaci di prevenzione dell’HIV, il sistema non riesce a garantirne l’accesso.
La normativa, poi, ci mette del proprio. “Dal 2018 AIFA ha stabilito che la
profilassi possa essere prescritta esclusivamente da un infettivologo, sia per
l’accesso gratuito che per quello a pagamento” ricorda ancora il Presidente di
Plus, “ma se lo specialista non ha spazi per nuovi appuntamenti non la si può
ottenere neanche pagando”. Così si assiste all’aumento di quella che viene
definita “PrEP sauvage”, ovvero l’utilizzo di farmaci acquistati online o
attraverso canali informali, senza supervisione clinica né monitoraggio degli
effetti collaterali. “È una deriva pericolosa, che va esattamente nella
direzione opposta rispetto a una sanità pubblica efficace e sicura”, fanno
sapere dall’associazione.
L’ALLARME E LE RICHIESTE DI PLUS APS
Sono 170 le persone seguite al PrEP Point cittadino, però il futuro è incerto:
“Riusciremo a garantire loro il prosieguo del percorso? Non lo so. Stiamo
partecipando a un bando: se lo vinciamo, probabilmente sì”, ammette Mattioli. Al
di fuori di Bologna la situazione non è tanto più rosea. Qualche posto libero, a
fatica, si trova a Imola, ma il problema è più ampio: “Perché la prevenzione
deve essere seguita da un ospedale, quando per esempio le vaccinazioni sono
affidate al territorio?”, chiede il Presidente. “Ci sono incongruenze micidiali.
Forse perché, tutto sommato, c’è poco interesse”.
L’APPELLO ALLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA
Per Plus la responsabilità non è dei singoli professionisti o del singolo
ambulatorio, bensì strutturale: carenza di personale, definanziamento, procedure
che ostacolano invece di facilitare. “Così la PrEP non decolla. La Regione
dovrebbe intervenire con un investimento. Non è il periodo migliore, ma tagliare
sulla prevenzione significa spendere di più, presto o tardi, per le nuove
diagnosi”. Al tempo stesso servirebbe “insistere con AIFA perché allarghi la
possibilità di prescrizione anche al medico di medicina generale, possibilmente
con un piano terapeutico dell’infettivologo, come avviene per tante altre
patologie”.
In una città come Bologna, storicamente all’avanguardia nelle politiche
sanitarie e sociali, la sospensione di fatto dell’accesso alla PrEP segna un
“grave arretramento nelle politiche di prevenzione dell’HIV. Ogni giorno senza
PrEP accessibile è un giorno in cui aumenta il rischio di nuove infezioni, con
costi umani, sociali ed economici infinitamente superiori a quelli necessari per
prevenire” conclude Mattioli. Perché la prevenzione dell’HIV non può finire in
lista d’attesa.
L'articolo Tagli e carenza di personale, a Bologna non si può iniziare la
profilassi PrEP contro l’HIV: “Grave arretramento per la prevenzione” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
L’induzione di anticorpi neutralizzanti contro l’Hiv dopo una singola
somministrazione vaccinale rappresenta un risultato senza precedenti nel campo
della ricerca sui vaccini anti-Hiv. È quanto emerge da uno studio pubblicato su
Nature Immunology, che descrive lo sviluppo di un candidato vaccino capace di
generare una risposta neutralizzante già dopo una sola dose nei primi test
condotti su primati non umani.
Il lavoro, guidato da Amelia Escolano, PhD, presso il Vaccine and Immunotherapy
Center del Wistar Institute, introduce un approccio innovativo che potrebbe
ridurre drasticamente il numero di somministrazioni necessarie per ottenere una
risposta immunitaria efficace contro il virus dell’immunodeficienza umana. Un
aspetto di particolare rilevanza, considerando che i protocolli vaccinali
sperimentali anti-Hiv sviluppati finora hanno richiesto, nella maggior parte dei
casi, numerose immunizzazioni prima di osservare segnali di neutralizzazione.
Il candidato vaccino si basa su una proteina dell’involucro dell’Hiv
ingegnerizzata, denominata Win332. La proteina dell’involucro rappresenta da
anni uno dei principali bersagli della ricerca vaccinale contro l’Hiv, in quanto
costituisce l’interfaccia attraverso cui il virus interagisce con le cellule
dell’ospite. Tuttavia, l’elevata variabilità strutturale e la complessa
glicosilazione di questa proteina hanno reso estremamente difficile l’induzione
di anticorpi neutralizzanti efficaci mediante la vaccinazione.
Il gruppo di ricerca ha concentrato il proprio lavoro su una regione specifica
dell’involucro virale, nota come epitopo V3-glicano, progettando una versione
antigenica modificata in grado di presentare in modo più efficace questo
bersaglio al sistema immunitario. Attraverso un processo di ingegnerizzazione
molecolare, i ricercatori sono arrivati allo sviluppo di Win332, un immunogeno
progettato per stimolare selettivamente risposte anticorpali neutralizzanti.
Nei modelli di primati non umani, una singola iniezione di Win332 ha indotto una
neutralizzazione dell’Hiv bassa ma chiaramente rilevabile già dopo tre
settimane, un intervallo temporale considerato eccezionalmente breve in questo
ambito di ricerca. Alla somministrazione di una seconda dose, i livelli di
anticorpi neutralizzanti sono aumentati in modo significativo, rafforzando
l’evidenza dell’efficacia immunogena del candidato vaccino.
“Abbiamo osservato una neutralizzazione già dopo una singola immunizzazione, che
è ulteriormente aumentata con un richiamo, un risultato che non era mai stato
riportato prima”, spiega Amelia Escolano. “Tradizionalmente, i protocolli
vaccinali contro l’Hiv richiedono sette, otto o persino dieci iniezioni prima di
iniziare a rilevare una neutralizzazione. Nel nostro caso, una sola iniezione di
Win332 è stata sufficiente per osservare una risposta iniziale”.
Secondo Ignacio Relano-Rodriguez, primo autore dello studio, questi risultati
aprono prospettive concrete per la semplificazione dei futuri protocolli
vaccinali. “Se questo approccio si dimostrasse efficace anche negli studi
successivi, potremmo potenzialmente raggiungere il livello di immunità
desiderato con sole tre iniezioni”, sottolinea. “Ciò renderebbe i programmi di
vaccinazione contro l’Hiv più brevi, più semplici e più accessibili su scala
globale”.
Sebbene i dati siano ancora preliminari e limitati a modelli animali, lo studio
rappresenta un avanzamento significativo nella ricerca di un vaccino efficace
contro l’Hiv. La possibilità di indurre anticorpi neutralizzanti con un numero
ridotto di somministrazioni potrebbe infatti superare uno dei principali
ostacoli che, fino a oggi, hanno rallentato lo sviluppo di strategie vaccinali
praticabili e sostenibili per la prevenzione dell’infezione da Hiv a livello
mondiale.
Lo studio
L'articolo Un vaccino anti-Hiv induce anticorpi neutralizzanti già dopo una sola
dose. “Risultato senza precedenti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre in Italia si registra una stabilità nelle nuove diagnosi di HIV, con un
preoccupante aumento di quelle tardive come dimostrano i dati diffusi in
occasione della Giornata mondiale della lotta all’AIDS, cresce l’attenzione su
una nuova frontiera nella prevenzione. Si tratta della PrEP long-acting,
un’iniezione periodica che cerca di rendere meno problematico il tema
dell’aderenza, che può invece occorrere nella terapia orale. Una rivoluzione che
vede l’Italia in prima linea, con progetti pilota già in essere e studi di
prim’ordine sul tema a livello europeo. A spiegare a ilfattoquotidiano.it la
portata degli ultimi progressi della ricerca è Andrea Gori, Direttore del
Dipartimento di malattie infettive presso l’Ospedale Sacco di Milano e
Presidente della sezione lombarda di Anlaids.
Dopo la PrEP orale, quella iniettabile long-acting è un’arma in più per
contrastare il virus dell’HIV. Di che cosa si tratta nello specifico?
Più che di PrEP iniettabile bisogna parlare di PrEP long-acting, che sfrutta le
caratteristiche dei farmaci ad azione prolungata, ovvero farmaci a lento
rilascio disponibili per via iniettabile. Due quelli, nel futuro, in nostro
possesso: il primo, Cabotegravir, è ora in contrattazione in AIFA rispetto alla
rimborsabilità, il secondo, Lenacapavir, è appena stato approvato a livello FDA
(Food and Drug Administration, ndr) ed è in fase di contrattazione presso l’EMA
(Agenzia Europea per i Medicinali, ndr). Al momento Cabotegravir viene
somministrato ogni due mesi, mentre Lenacapavir ogni 6. Partiranno però a breve
alcuni trial per la somministrazione di Cabotegravir ogni 4 mesi, e di
Lenacapavir una volta all’anno.
Come si pone l’Italia nei confronti di questi scenari?
Gli unici dati europei che ci sono oggi su Cabotegravir long-acting PrEP
provengono proprio da studi italiani realizzati in collaborazione tra l’Ospedale
Sacco e lo Spallanzani di Roma. In questi studi recentemente presentati al
congresso europeo EACS è stata dimostrata l’efficacia del farmaco nei soggetti a
bassa aderenza che hanno problemi a portare avanti la terapia PrEP orale.
Ovvero?
La PrEP è efficace al 100% se viene assunta correttamente, ma quella orale – che
può essere presa ogni giorno o in modalità on demand – presenta qualche problema
in termini di aderenza. Un altro studio, sempre in collaborazione tra lo
Spallanzani e il Sacco, ha infatti evidenziato che dopo circa un anno e mezzo di
osservazione il 50% delle persone in PrEP orale continua a seguire la terapia in
modo corretto, l’altro 50% no. Questo secondo gruppo si espone quindi
inavvertitamente a un importante rischio di infezione. Pensa infatti di essere
comunque protetto dalla profilassi mentre al contrario non lo è, in quanto la
assume in modo scorretto. Un problema che con la PrEP long-acting si elimina.
Facendo un’iniezione ogni due, quattro o sei mesi – e si arriverà a una sola
volta all’anno – si riescono a ridurre significativamente i problemi di
aderenza. La rivoluzione sta proprio in questo.
Ci sono altri vantaggi?
Dopo l’iniezione il paziente per due mesi non deve più pensare alla terapia,
riducendo così lo stress legato alla paura dell’infezione e lo stigma che può
derivare dal dover assumere un farmaco quotidianamente. La PrEP long-acting è
un’alternativa estremamente efficace anche quando si ha a che fare con persone
difficilmente raggiungibili in ospedale, come le sex workers, o individui con
problemi psicologici o psichiatrici che faticano a essere aderenti alla terapia
orale.
Ci sono invece dei contro?
La PrEP long-acting non è per nulla economica. I costi sono elevati ed è quindi
insostenibile pensare di somministrarla a tutti indistintamente. Al momento, si
prospetta quindi di offrirla a coloro che non riescono ad aderire alla terapia
orale o hanno problemi nell’assunzione della stessa.
Cambia qualcosa per quanto riguarda i controlli obbligatori legati alla PrEP?
Il protocollo è esattamente identico. Quando si riceve l’iniezione – per ora
ogni due mesi – vengono effettuati anche i controlli legati alle infezioni
sessualmente trasmissibili.
Questi progetti pilota stanno incontrando qualche criticità burocratica?
No, i comitati etici hanno approvato lo studio e l’osservazione sta andando
avanti.
Ora che cosa succederà?
ViiV (azienda farmaceutica dedicata al 100% alla ricerca di trattamenti contro
l’HIV, ndr) sta definendo con AIFA la fase di contrattazione, nella quale si
stabilisce il prezzo e le modalità di distribuzione del farmaco. Ciò vuol dire
che dovranno essere decisi i criteri di accesso, in base a quanto AIFA
stabilirà.
L'articolo Lotta all’HIV, la PrEP iniettabile long-acting nuova frontiera della
prevenzione: “È una rivoluzione, si arriverà a una iniezione all’anno” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
Un altro paziente, per la precisione il settimo al mondo, ha raggiunto lo
straordinario obiettivo di remissione duratura dall’HIV dopo un trapianto di
cellule staminali. Solo che questa volta, il donatore di staminali possedeva
solo una copia del gene mutato resistente al virus e non due come nei casi
precedenti di remissione. Questo significa che si estende il bacino di
potenziali donatori. L’annuncio, che arriva dalle pagine della rivista Nature,
riguarda un uomo di 60 anni di Berlino. La remissione sarebbe avvenuta dopo un
trapianto di cellule staminali che si sarebbe reso necessario per curare la
leucemia.
Per capire come è stata possibile la remissione bisogna sapere che il virus
dell’HIV utilizza una proteina sulla superficie delle cellule immunitarie,
chiamata CCR5, come “porta d’accesso” per infettarle. Una piccola percentuale
della popolazione mondiale è portatrice di una mutazione genetica, nota come
CCR5 Delta32, che rende questo recettore inattivo. Le cellule con questa
mutazione sono, in sostanza, resistenti all’HIV. I sei pazienti precedentemente
segnalati che avevano sperimentato l’eliminazione del virus dopo un trapianto di
cellule staminali, effettuato per curare un cancro, avevano ricevuto cellule da
donatori omozigoti, cioè con due copie del gene mutato CCR5 Delta32. Si riteneva
che questa resistenza totale fosse la condizione “sine qua non” per la
guarigione. Il nuovo caso di Berlino, curato da Christian Gaebler dell’Ospedale
Charité – Universitätsmedizin Berlino e colleghi, rovescia questa convinzione.
Il paziente ha ricevuto la diagnosi di HIV nel 2009 e, successivamente, nel
2015, quella di leucemia mieloide acuta. Per l’uomo non è stato possibile
trovare un donatore omozigote CCR5 Delta32. Il paziente ha quindi ricevuto un
trapianto di cellule staminali allogeniche (da donatore) da un individuo
eterozigote, con una sola copia della mutazione. Ebbene, nonostante questo, tre
anni dopo il trapianto, il paziente ha interrotto la terapia antiretrovirale
(ART) e, a sei anni di distanza, non è stata rilevata alcuna traccia di
replicazione del virus. La remissione è stata dunque sostenuta. Questa scoperta
ha implicazioni enormi.
L’ipotesi che solo le cellule totalmente resistenti (omozigoti) potessero
eliminare l’HIV ha limitato drasticamente il pool di potenziali donatori
compatibili. “Questi risultati forniscono un’ulteriore prova che la presenza di
cellule prive dell’espressione di CCR5 non è un prerequisito per raggiungere la
remissione dall’HIV-1 dopo il trapianto di cellule staminali”, scrivono gli
autori dello studio. Il successo di questo trapianto eterozigote dimostra che il
pool di potenziali donatori con la capacità di eliminare l’HIV può essere
espanso per includere anche coloro che portano solo una copia della mutazione
CCR5 Delta32.
Sebbene i meccanismi esatti che portano all’eliminazione del virus rimangano
complessi e probabilmente multifattoriali (legati anche alla risposta
immunitaria al trapianto stesso), il nuovo caso di Berlino illumina un percorso
più ampio per la ricerca di una potenziale cura per l’HIV attraverso
l’ingegneria genetica e i trapianti. Per la comunità scientifica, è un segnale
incoraggiante che la lista dei donatori compatibili per un futuro “effetto
Berlino” sia finalmente più lunga.
Valentina Arcovio
L'articolo HIV, remissione duratura per il settimo paziente al mondo. Trapianto
con cellule staminali per trattare la leucemia proviene da Il Fatto Quotidiano.
Si potrebbe pensare a questo studio come alla scoperta di un pannello di
controllo nascosto: un insieme di microRNA (miRNA) che gestiscono funzioni
critiche all’interno di una macchina complessa, il sistema immunitario colpito
dall’HIV. Nella giornata mondiale contro l’Aids su Scientific Reports (Nature)
viene pubblicata questa ricerca che sottolinea come la bioinformatica abbia
permesso di prevedere quali “pulsanti” svolgessero un ruolo chiave nella
regolazione dell’infezione; la validazione clinica ha confermato che, una volta
avviata la terapia antiretrovirale (ART), tali pulsanti non solo si spengono
rapidamente — attraverso la misurabile riduzione dei livelli di miRNA — ma che
il loro comportamento può indicare con precisione quanto efficacemente il
sistema stia tornando verso l’equilibrio. Le ricerche future mireranno a
utilizzare questi pulsanti sia come strumenti di misurazione (biomarcatori) sia
come potenziali leve terapeutiche per intervenire direttamente nel processo di
guarigione immunitaria.
LO STUDIO
I microRNA sono ormai riconosciuti come regolatori essenziali dei processi
biologici, in particolare nella risposta alle infezioni virali. Nel caso
dell’HIV, influenzano la replicazione del virus, la risposta immunitaria e la
progressione della malattia. In questo scenario complesso, il nuovo studio
esplora il ruolo dei miRNA circolanti integrando strumenti bioinformatici
avanzati e una rigorosa validazione clinica longitudinale. I ricercatori hanno
ricostruito le reti di interazione tra HIV e ospite utilizzando piattaforme come
STRING e Cytoscape, con l’obiettivo di identificare i miRNA regolatori più
influenti. Queste previsioni sono state ulteriormente raffinate attraverso
l’integrazione di dati provenienti da GWAS, associazioni gene-malattia e profili
di espressione tissutale, delineando una mappa accurata dei miRNA con maggiore
rilevanza biologica.
Tra i candidati identificati, miR-590-3p si distingue come l’interattore più
significativo, affiancato da miR-1-3p, miR-146a-5p, let-7b-5p, miR-155-5p e
miR-16-5p. Le analisi di arricchimento funzionale hanno rivelato il
coinvolgimento di questi miRNA in percorsi legati alla risposta immunitaria,
alla regolazione dell’apoptosi e a processi patologici tipici di malattie
autoimmuni e neoplastiche. La fase clinica dello studio ha offerto conferme
decisive: l’analisi longitudinale di campioni di sangue prelevati da pazienti
HIV-positivi naïve alla terapia ha mostrato che i livelli dei miRNA chiave
diminuiscono in modo significativo già entro il primo mese dall’inizio dell’ART.
Questa variazione precoce suggerisce che tali molecole potrebbero rappresentare
indicatori sensibili della risposta terapeutica e del recupero immunitario. Nel
complesso quindi, la ricerca getta le basi per l’impiego dei miRNA circolanti
come biomarcatori dinamici dell’evoluzione clinica dell’HIV e apre prospettive
per future strategie terapeutiche centrate sulla modulazione mirata di questi
piccoli ma influenti regolatori dell’espressione genica.
Lo studio
L'articolo Il pannello nascosto dell’HIV: i microRNA che regolano la risposta
immunitaria e rivelano l’efficacia della terapia proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Sono 2379 i nuovi casi di HIV registrati in Italia nel 2024, secondo i dati
pubblicati di recente dall’Istituto Superiore di Sanità. Un numero praticamente
stabile se si considera che l’anno prima erano stati 2349, ma la situazione
resta preoccupante a cinque anni dall’ambizioso traguardo stabilito dall’ONU di
porre fine entro il 2030 all’epidemia di HIV/AIDS come emergenza sanitaria
mondiale. Due, in particolare, gli aspetti allarmanti: “La quota di persone che
ricevono una diagnosi tardiva continua ad aumentare, riguardando circa il 60%
dei nuovi casi, e il 18% delle nuove infezioni interessa giovani con meno di 20
anni” spiega la dottoressa Silvia Nozza, infettivologa dell’IRCCS Ospedale San
Raffaele, a ilfattoquotidiano.it. È la fotografia di un Paese nel quale la
capacità di intercettare precocemente il virus resta insufficiente, malgrado i
progressi terapeutici e gli strumenti di prevenzione oggi disponibili, come la
PrEP (profilassi pre-esposizione) e la PEP (profilassi post-esposizione). Ma che
cosa, esattamente, non sta funzionando?
L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE
Secondo Nozza il nodo principale riguarda l’accesso alla prevenzione che, “sia
in termini di disponibilità del test per l’HIV sia di PrEP, rimane disomogeneo
sul territorio italiano, talvolta anche all’interno delle stesse strutture
sanitarie”. Educazione sessuale precoce e formazione degli operatori sanitari
sono aspetti sui quali occorre insistere: “Informare i cittadini fin dalla
giovane età – ad esempio attraverso percorsi educativi nelle scuole – e formare
adeguatamente gli operatori sanitari durante gli studi universitari è
fondamentale. È necessario aumentare la consapevolezza che l’infezione da HIV è
una malattia a trasmissione sessuale che può colpire chiunque non utilizzi
strumenti di prevenzione, siano essi di tipo barriera o farmacologici,
indipendentemente dal genere o dall’orientamento sessuale”.HIV e preconcetti,
una narrazione da rivedere
Proprio su quest’ultimo punto, i dati forniti dall’ISS relativamente alla
modalità di trasmissione del virus nell’ultimo anno in Italia evidenziano come
il 46% delle nuove diagnosi sia attribuibile a trasmissione eterosessuale.
Quella imputabile a ‘maschi che fanno sesso con maschi’ (MSM), invece, è pari al
41,6%, eppure il pregiudizio secondo cui l’HIV riguardi quasi esclusivamente il
mondo omosessuale è difficile da eliminare. La realtà dei fatti è diversa, come
chiarisce l’infettivologa: “La popolazione MSM risulta in generale più informata
sulle strategie di prevenzione dell’infezione da HIV, in particolare sulla
profilassi pre-esposizione (PrEP) e sulle modalità di accesso gratuito al test.
Al contrario, la popolazione eterosessuale dispone di minori informazioni e
tende a non percepire adeguatamente il rischio. Definire l’AIDS come ‘malattia
degli omosessuali’ non solo è scorretto, ma anche stigmatizzante nei confronti
di un gruppo che, al contrario, risulta spesso più attento alla prevenzione”.
Giusi Giupponi, Presidente Nazionale della LILA, aggiunge: “L’HIV non è più
legato a categorie di persone come negli anni ’90, ma a chiunque abbia una vita
sessuale attiva e non conosce lo stato sierologico dell’altra persona”.
NON PUÒ CAPITARE A ME
Conoscenza e consapevolezza sono nemiche del virus, che invece continua ad
annidarsi laddove scarseggia la percezione del rischio, non solo nella
popolazione generale, ma talvolta anche da parte di medici non specialisti in
malattie infettive. Il risultato sono le tante diagnosi tardive messe nero su
bianco dal report annuale consultabile sul sito del Ministero della Salute.
“Esistono alcune condizioni cliniche e risultati laboratoristici che
rappresentano indicatori dell’infezione (come, ad esempio, una riduzione delle
piastrine), ma i dati mostrano che, anche in presenza di questi segnali, il test
per l’HIV non viene sempre richiesto perché la persona non viene ritenuta ‘a
rischio’”, riferisce la dottoressa Nozza. “Quasi la metà delle persone con una
nuova diagnosi ha effettuato il test a causa di sintomi o patologie correlate
all’HIV, mentre un quinto lo ha eseguito dopo comportamenti sessuali a rischio”.
A giocare a favore del virus ci sono pure paura e stigma: “Si tende a credere
che non possa capitare proprio a noi – spiega Giupponi – e chi riceve una
diagnosi pensa di doverla tenere nascosta. Prima dello stigma c’è l’autostigma,
perché nella nostra società non si parla mai dell’HIV se non il 1° dicembre”.
Sul tema della comunicazione mette ancora l’accento la Presidente della LILA: “A
differenza di quel che avviene con altre infezioni e malattie, per l’HIV non c’è
una campagna mediatica continuativa (tanto più non giudicante) incentrata sulla
prevenzione. È un tema che dal governo non viene considerato importante”. Eppure
“investire nella prevenzione vuol dire avere cura non solo della singola
persona, ma anche della comunità: se ho il virus e non lo so perché non faccio
un test, a mia volta lo trasmetto”.
UNA BATTAGLIA ANCORA APERTA
È chiaro, allora, che non si può abbassare la guardia, e se si vuole arrivare al
2030 con un quadro ben diverso da quello odierno urge accelerare su prevenzione,
diagnosi precoce e accesso alle terapie, compresa l’ultima arrivata: la
long-acting PrEP, quella iniettabile. “Con interventi mirati e una maggiore
consapevolezza, possiamo davvero ridurre l’impatto dell’epidemia e avvicinarci a
eliminarla” osserva Nozza. Una consapevolezza che passa anche dall’informare
correttamente sul presente della terapia: una persona con HIV in trattamento
efficace, con carica virale non rilevabile, non è in grado di trasmettere
l’infezione (principio U=U, Undetectable = Untransmittable). “Abbiamo numeri
diversi da quelli di 30 anni fa, ma è importante continuare a lottare perché non
è ancora finita” le fa eco Giupponi, che ricorda come ancor prima della diagnosi
ci sia sempre un individuo la cui condizione clinica non deve fagocitare quella
umana ed emotiva: “Noi di LILA non parliamo di sieropositivi, ma di persone con
HIV. Persone, appunto, che devono essere riconosciute come tali”. Sempre, e non
solo il primo dicembre.
L'articolo L’AIDS esiste ancora e in Italia il 60% delle nuove diagnosi arriva
tardi: “Serve una prevenzione continua. Gli eterosessuali? Non percepiscono
abbastanza il rischio” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Per una volta non scrivo di editoria digitale, ma “apro” il mio blog a un
argomento che ritengo molto importante: l’HIV. Nel 1990 ho iniziato il mio
volontariato in ASA-Associazione Solidarietà Aids; ho vissuto gli anni
difficili, quelli in cui si moriva, in cui l’HIV e l’AIDS facevano paura. Le
persone evitavano anche il minimo contatto, per questo noi volontari
accoglievamo chi arrivava in associazione prendendo le mani e con un abbraccio.
Nata nel 1985, ASA da 40 anni opera sul campo seguendo l’evoluzione del virus e
delle terapie. Un impegno che ho raccontato in Anni Positivi. La storia dell’HIV
in Italia attraverso i 30 anni di EssePiù, autopubblicato nel 2021 con Amazon.
Lunedì Primo Dicembre – Giornata mondiale contro HIV e AIDS – saremo sommersi da
tanti articoli. E poi dal 2 dicembre il solito silenzio tombale.
Dodici
associazioni, che ogni giorno svolgono attività di informazione e prevenzione,
cercando di colmare l’assenza dello Stato e il disinteresse della maggior parte
degli operatori di carta stampata e tv, hanno scritto un appello rivolto a
giornalisti e blogger. Un invito con suggerimenti per evitare domande invasive,
lasciando spazio a interrogativi che aiutano a capire, a raccontare la verità
sull’HIV oggi e a combattere lo stigma che è rimasto invariato dagli anni 80.
Ecco l’appello.
***
Le persone che vivono con Hiv e il 1° dicembre: basta curiosità, è tempo di
conoscere
Ogni anno, quando si avvicina il 1° dicembre — la Giornata Mondiale contro l’HIV
e l’AIDS — le persone che vivono con HIV vengono contattate da testate
giornalistiche, televisioni, radio, podcast.
L’intenzione dichiarata è quella
di “dare voce”, “fare informazione”, “combattere lo stigma”. Ma troppo spesso la
realtà è un’altra.
Le prime domande che arrivano sono quasi sempre le stesse:
“Come hai preso l’HIV?”
“Quando lo hai scoperto?”
“Hai pianto alla diagnosi?”
“Come hai fatto a dirlo alla tua famiglia?”
Domande intime, invadenti, spesso morbose.
Domande che non servono a spiegare cos’è l’HIV oggi, ma a soddisfare una
curiosità antica e colpevole: quella di sapere “che cosa hai fatto” per
infettarti. Domande che non cercano di capire, ma di mettere in scena. E che,
ancora una volta, spostano lo sguardo dalla realtà del virus alla vita privata
di chi lo porta.
Non è così che si combatte lo stigma, ma con la conoscenza.
L’HIV oggi non è più quello degli anni 80. Chi vive con HIV e segue una terapia
efficace non trasmette il virus (U=U: Undetectable = Untransmittable), può avere
figli, fare sesso, fare sport, amare, invecchiare, viaggiare, desiderare.
Eppure, ogni anno, la narrazione pubblica sembra restare ferma nel passato,
ancorata alle immagini della paura e della colpa.
Chiedere “come l’hai preso”
significa ignorare tutto ciò che la scienza ha conquistato e che le persone con
HIV hanno dovuto conquistare due volte: prima con il proprio corpo, poi con la
propria voce. Chiedere “se hai pianto” significa ridurre un percorso complesso e
umano a una scena di pietismo televisivo.
Chiediamo di non essere interrogatə come se fossimo colpevoli o sopravvissutə da
compatire. Chiediamo ai media di darci una mano e raccontare la verità sull’HIV
oggi:
– che è una condizione cronica gestibile;
– che grazie alle terapie la vita è piena e lunga;
– che la prevenzione e la diagnosi precoce salvano vite;
– che la lotta allo stigma è una questione di salute pubblica e di diritti
umani.
Chiediamo un giornalismo che rispetti la privacy e la dignità delle persone, che
non chieda come abbiamo preso l’HIV ma come stiamo vivendo oggi. Che dia spazio
alla scienza, alla solidarietà, al futuro. Chiediamo un racconto dell’HIV non
teso a commuovere, ma a far capire. Perché raccontare l’HIV oggi non significa
parlare di malattia, ma di salute, di libertà, di uguaglianza. E chi vive con
HIV non deve più essere l’oggetto di uno sguardo curioso, ma il soggetto di un
discorso collettivo, maturo e consapevole.
Non chiedeteci come abbiamo preso l’HIV, chiediamoci piuttosto perché dopo
quarant’anni se ne parla ancora troppo poco e spesso male. Il 1° dicembre non è
la giornata del “come l’hai preso”, ma il giorno in cui ricordiamo che U=U, che
la scienza ha vinto, e che ora tocca alla società vincere lo stigma. Raccontiamo
questo e restituiamo alle persone con HIV la voce, non la curiosità. Infine,
siate coraggiosi e originali, non parlate di HIV solo il primo dicembre: fatelo
anche in altre date, farete un servizio al vostro giornale e ai vostri lettori.
Milano Checkpoint ETS
ASA Milano ODV
Arcigay APS
Anlaids ETS
Arcobaleno AIDS ODV
Bergamo Fast Track City
Brescia Checkpoint ETS
Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli
CIG Arcigay Milano ONLUS
Checkpoint Plus Roma APS
Padova Checkpoint
Nadir ETS
NPS Italia ONLUS
L'articolo Non chiedeteci come abbiamo preso l’Hiv: oggi con la malattia si
convive – Appello ai giornalisti in vista del 1 dicembre proviene da Il Fatto
Quotidiano.