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Presunte torture nel carcere minorile di Casal del Marmo: l’esposto di Antigone ha dato il via all’inchiesta
Il 7 luglio scorso Antigone aveva depositato un esposto in procura nel quale raccontava le presunte violenze subite da ragazzini reclusi nel carcere minorile romano di Casal del Marmo. Erano varie settimane che eravamo stati raggiunti dalle prime segnalazioni e ne avevamo informato la garante comunale delle persone private della libertà, che ha avuto un ruolo fondamentale nel far sì che l’inchiesta oggi esplosa andasse avanti. “Vi porto sopra e vi faccio come carne macinata”; ”mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le palle, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue. Io piangevo, pregavo di smettere. E poi mi hanno riportato in cella e hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni”. Certo, dopo le violenze al Beccaria di Milano non era una novità che dei minorenni potessero essere brutalizzati da chi dovrebbe garantirne la custodia, ma è impossibile abituarsi all’idea. Di fronte al nostro esposto, di fronte alle testimonianze, di fronte ai racconti di quei ragazzini terrorizzati, eravamo veramente attoniti. Calci e pugni sferzati contro giovani inermi, colpi alla testa per mezzo di un pesante estintore, minacce, violenze agite di fronte allo sguardo sbalordito del personale medico (che si è unito alla denuncia), a riprova del senso di onnipotenza e di impunità che caratterizza gli agenti di polizia penitenziaria coinvolti negli eventi. Nel Rapporto periodico sulle carceri minorili pubblicato da Antigone lo scorso 25 febbraio si legge che in quell’istituto “nel 2024 sono stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi. Su questi ultimi viene riferito che due sono stati segnalati con scheda di evento critico, ossia episodi di portata significativa, mentre i 15 non segnalati apparivano di natura dimostrativa. Si sono verificate due proteste e quattro evasioni, di cui tre ragazzi evasi in un’unica occasione e uno durante un permesso premio. Per quanto riguarda il sistema disciplinare, sono state complessivamente irrogate 214 sanzioni, di cui 132 esclusioni dalle attività in comune”, la più grave delle sanzioni, che comporta la permanenza da solo in cella per molte ore al giorno. “Durante la visita al piano terra della palazzina dei giovani adulti”, si legge ancora nel Rapporto, “un ragazzo era collocato da solo in una stanza all’interno di un corridoio vuoto. Il personale e lo stesso ragazzo hanno riferito che si trattava di un collocamento ‘precauzionale’ poiché aveva avuto attriti con gli altri ragazzi”. Un carcere pieno di segnali di tensione. Un carcere che ci fa aprire gli occhi sul perché i giovani detenuti in questa fase storica stanno cercando ascolto e mettendo in atto proteste come mai accaduto prima. Un carcere che nulla ha a che vedere con la missione educativa che dovrebbe appartenere a qualsiasi istituzione pubblica che si occupa di minorenni. Antigone, con i suoi avvocati volontari, è oggi parte offesa nel processo per le violenze al carcere minorile milanese Beccaria. Chiederemo la costituzione come parte civile anche a Roma. Ci auguriamo che il Ministero della Giustizia faccia lo stesso, dando un netto segnale contro ogni forma di violenza. Il sistema della giustizia penale minorile è allo sbando, come abbiamo denunciato nel nostro Rapporto dal titolo non casuale “Io non ti credo più”. Non parliamo di pericolosi terroristi ma di ragazzini, spesso di minori stranieri non accompagnati pluritraumatizzati da viaggi della speranza e abbandonati a vivere in mezzo alla strada. Come potrebbero mai credere ancora al mondo degli adulti, che invece di aiutarli a costruirsi un futuro, cui ogni adolescente dovrebbe avere diritto, li sbatte in una cella? E alle volte li pesta senza pietà. L'articolo Presunte torture nel carcere minorile di Casal del Marmo: l’esposto di Antigone ha dato il via all’inchiesta proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Alloggi comunali per i detenuti senza domicilio e che possono accedere a misure alternative: il progetto pilota
A Milano il tema del sovraffollamento carcerario entra nell’agenda cittadina attraverso un’iniziativa che prova a intervenire su un punto specifico: la mancanza di un domicilio per chi potrebbe accedere alle misure alternative alla detenzione. Il progetto è stato elaborato all’interno di Cattolici Ambrosiani, spazio di confronto nato due anni fa su impulso dell’arcivescovo Mario Delpini, che aveva invitato i cattolici dell’arcidiocesi a riflettere sull’impegno civile e politico. Nel gruppo siedono professori universitari, laici impegnati e politici cattolici presenti in Consiglio comunale e nei Municipi, appartenenti a forze politiche diverse. “È stato un percorso di due anni”, spiega a ilfattoquotidiano.it il professor Giorgio Del Zanna. “Ci siamo confrontati su diversi temi. Questo è uno dei tanti aspetti che si potevano affrontare, non l’unico”. La scelta, racconta, è maturata nell’anno giubilare, concentrandosi sulla condizione dei detenuti nelle carceri milanesi. Nel discorso alla città del 5 dicembre 2025, Delpini ha parlato di “Costituzione tradita” per le “pessime condizioni dei carcerati”, richiamando il principio rieducativo della pena. Parole che hanno fatto da cornice a un ragionamento più operativo. “Abbiamo guardato a chi esce dal carcere ma non ha una casa”, prosegue Del Zanna. “E a chi potrebbe usufruire di misure alternative ma non può andarci perché non ha un domicilio. Anche il sovraffollamento delle carceri è dovuto a questo problema”. Il progetto, sviluppato in collaborazione con il Comune di Milano, prevede l’individuazione di “una decina di appartamenti di edilizia pubblica”, precisa Del Zanna, “oggi non assegnati e non assegnabili perché sono fuori norma”. L’idea è reperire fondi attraverso fondazioni bancarie e altri soggetti privati per ristrutturarli. “Il progetto prevede di sistemare le case e poi affidarle, tramite bando, a enti del terzo settore che gestiscono housing sociali”, spiega. Saranno questi enti a occuparsi dell’accompagnamento e dell’inserimento sociale e lavorativo delle persone accolte. Un passaggio politico è arrivato il 12 gennaio, quando il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità un ordine del giorno che impegna la giunta a destinare dieci alloggi al progetto e a investire, per quanto di competenza, in programmi di supporto per le persone ristrette, con particolare attenzione a chi è a fine pena o non può accedere alle misure alternative per mancanza di casa. “Per il Comune di Milano è la prima volta che vengono messi a disposizione appartamenti comunali per un’iniziativa di questo tipo”, sottolinea Del Zanna. “L’housing per detenuti esiste, ma non con alloggi comunali. Questo è un progetto pilota”. L’auspicio, aggiunge, è che possa diventare replicabile: “Speriamo che sia un modello dove la collaborazione tra forze politiche di appartenenza diversa e tra istituzioni e società civile produca un risultato concreto”. Il professore invita però a tenere accesa la luce sui problemi dei carceri : “È una piccola cosa. Il carcere resta con i suoi problemi”. Ma, aggiunge, “è una delle poche esperienze che prova concretamente ad affrontare la situazione, in un contesto in cui spesso prevale l’idea che non si possa cambiare nulla. Noi crediamo che qualcosa si possa fare”. L'articolo Alloggi comunali per i detenuti senza domicilio e che possono accedere a misure alternative: il progetto pilota proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Padova, detenuto suicida il giorno del trasferimento. Volontari: “Denunciato lo spostamento al governo, nessuna risposta”
E’ il terzo suicidio in carcere in meno di un mese. G.M., 74 anni, ergastolano nella casa circondariale “Due Palazzi” (Padova) si è tolto la vita mercoledì mattina all’alba. Quel giorno era previsto il suo trasferimento in un’altra prigione, con altri compagni, dopo decenni nella stessa cella, per decisione del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap). A denunciare il caso sono i volontari che lavorano nel carcere. Accusano il governo di aver accentrato a Roma le decisioni sulle attività ricreative per i detenuti, ponendo “ostacoli”. Non solo: lunedì hanno saputo del trasferimento improvviso, 48 ore dopo, di 22 detenuti storici del Due Palazzi. Tra loro c’era G.M. Per lo spostamento dei reclusi, i volontari avevano scritto al governo chiedendo un incontro, e programmato un sit-in di protesta proprio Mercoledì. In tanti, di fronte alla morte di G., hanno pianto. La tragica notizia ha colpito anche l’associazione Antigone che si trova costretta a registrare un’altra esistenza terminata in cella: il 6 gennaio scorso a farla finita è stato un 52enne a Cremona, venerdì 16 un 24enne a Santa Maria Capua Vetere. Ornella Favero, direttrice dello storico giornale “Ristretti Orizzonti” redatto dai detenuti, al Tgr ha detto: “Togliere la speranza alle persone significa incitarle al suicidio”. Anche Anna Maria Alborghetti della Camera Penale di Padova ha sottolineato che “c’è un principio che vieta la regressione trattamentale”. Giovanni Vona del Sappe (Sindacato autonomo di polizia penitenziaria) ha parlato di “conseguenze serie per il metodo di lavoro”. A parlare con ilfattoquotidiano.it di quanto è avvenuto al “Due Palazzi” è Rossella Favero, del coordinamento delle associazioni attive all’interno dell’istituto di via Due Palazzi. Per tutti coloro che sono impegnati in carcere a Padova questo lutto è un allarme e l’iniziativa messa in atto dal Dap un modo per interrompere il lavoro in atto da anni con gli ergastolani. Voi volontari avete parato di un suicidio annunciato: perché? Questo Governo ha messo in atto una serie di nuove restrizioni per i circuiti di Alta Sicurezza che hanno messo degli ostacoli alle sperimentazioni in essere a Padova e non solo. Con la circolare del 21 ottobre scorso del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ogni iniziativa culturale, educativa o ricreativa deve essere autorizzata direttamente dal Dap di Roma. In questo contesto che già aveva penalizzato i detenuti di quel reparto, lunedì scorso abbiamo avuto notizia, grazie alla direzione del carcere, che ventidue persone di lunghissimo corso sarebbero state improvvisamente trasferite in altre case di reclusione del Nord Italia. Senza interpellarci, senza coinvolgere chi da anni lavora con loro attraverso laboratori artigianali, teatrali, artistici, hanno deciso che dovevano andarsene. Il coordinamento del carcere “Due Palazzi” che unisce le cooperative e le associazioni che da decenni sono attive nella casa di reclusione ha scritto immediatamente al capo del Dap e al capo segreteria del ministro della Giustizia Carlo Nordio per denunciare questo trasferimento chiedendo un incontro ma nessuno si è fatto vivo. Tra quei detenuti, questa persona di 74 anni che ha trascorso 38 anni a Padova non ce l’ha fatta a sopportare questa ennesima condanna. Com’è riuscito G.M. a suicidarsi? Da quel che sappiamo l’hanno trovato morto all’alba nella sua cella (singola ndr). Martedì l’ho salutato. Era annichilito, straziato dall’annuncio del trasferimento. In Alta Sicurezza a Padova ci sono ergastolani che hanno più o meno una settantina di anni. Con loro abbiamo costruito rapporti di conoscenza cresciuti nei decenni e umanamente ricchi. Interrompere la loro vita al “Due Palazzi” è stata una violazione del divieto di regressione trattamentale. Ognuno di loro si è sentito come un pacco postale. G. non aveva mai fatto un giorno di permesso, era riservato, frequentava un laboratorio di artigianato e aveva ricostruito la sua esistenza a Padova. Ricominciare tutto a quell’età in un altro carcere non è facile. Non solo Padova è coinvolta in questo processo in atto da parte del Governo. Sì, in tutt’Italia c’è questo atteggiamento ma sono convinta che ci sia la volontà di colpire Padova per quello che rappresenta. Da noi ci sono persone detenute in Alta Sicurezza alle dipendenze della casa di reclusione grazie a un progetto finanziato da Cassa Ammende, i laboratori di pittura e di scrittura, permessi premio collegati ad attività rieducative, il noto giornale “Ristretti Orizzonti”. Da otto anni abbiamo un coordinamento che raggruppa Ristretti Orizzonti, Granello di Senape, l’Organizzazione volontari carcerari, le cooperative “Giotto”, “AltraCittà”, “WorkCrossing”, TeatroCarcere e altri soggetti. Abbiamo instaurato un’ottima collaborazione con i sindacati della polizia penitenziaria, con l’area trattamentale, la direzione. Oggi il “modello Padova” è sotto attacco. Un attacco che arriva da Roma? Sì, la direzione del carcere, gli agenti e tutto lo staff non c’entrano nulla. La decisione del trasferimento è stata presa dal Dap. E’ una scelta cinica della politica. Ma in passato era accaduto qualcosa di simile? Ho lavorato venticinque anni al “Due Palazzi”: questo è il momento peggiore. Ci sono stati problemi anche negli anni addietro ma ora c’è solo una visione punitiva che non tiene per nulla conto dell’articolo 27 della Costituzione. Ora cosa chiedete al Dap? Purtroppo, nonostante il suicidio, l’operazione prevista è proseguita: la maggior parte di loro sono stati trasferito in tutta fretta alle prime luci dell’alba mercoledì. Chiediamo rispetto per il nostro lavoro e per le persone che vivono lì. Nei giorni scorsi “Ristretti Orizzonti” aveva segnalato il problema del sovraffollamento: il numero di persone detenute nella sola ala di custodia cautelare ha raggiunto i 269 detenuti, ben al di sopra della capacità regolamentare di 188. Un numero “mai raggiunto prima”. Lì siamo al collasso. Le persone vengono messe persino nelle sale dedicate alla socialità perché non ci sono più celle. Gli agenti sono sotto organico. Per fortuna abbiamo una situazione migliore per quanto riguarda l’area trattamentale. Non possiamo andare avanti così”. L'articolo Padova, detenuto suicida il giorno del trasferimento. Volontari: “Denunciato lo spostamento al governo, nessuna risposta” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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La denuncia: “Epidemia di scabbia al Cpr di via Corelli a Milano, 10 contagi ma nessuna cura”
Nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di via Corelli a Milano è in corso un’epidemia di scabbia. Lo denuncia la rete No Ai Cpr, in contatto con le persone trattenute nella struttura, secondo la quale ad oggi sarebbero almeno 10 i detenuti contagiati ai quali non è stata garantita nessuna cura. Il Cpr milanese nel 2023 finì sotto accusa per le condizioni “disumane e infernali” in cui si trovano le persone con tanto di sequestro e procedimento a carico dell’allora gestore, La Martinina, che è iniziato la scorsa primavera. Secondo quanto verificato dagli attivisti, però, continua a essere “un luogo invivibile”. “Il focolaio di scabbia dimostra il degrado igienico-sanitario di questo ‘lager’, ma è solo la punta dell’iceberg”, spiega a Ilfattoquotidiano.it l’infettivologo e attivista della rete Nicola Cocco. “È una sentinella di un’emergenza sanitaria più ampia che caratterizza il Cpr, un luogo di per sé patogeno”. Le prime segnalazioni al centralino della Rete risalgono a circa dieci giorni fa. Due persone, dopo una valutazione clinica che ha confermato la diagnosi, sono state rilasciate. “Per parlare di focolaio in un luogo di restrizione servono più di due casi. Dopo i rilasci, non è stata garantita nessuna visita agli altri ristretti che presentavano gli stessi sintomi”, denuncia Cocco. “Se non viene fatta una disinfestazione e le persone rimangono in condizioni di detenzione la scabbia continuerà a diffondersi, causando pruriti insopportabili e disagio a persone innocenti”. Una situazione che No Ai Cpr ha segnalato alle agenzie di tutela della salute, al Garante Nazionale, alla Prefettura e ovviamente al CPR stesso, “senza ricevere però nessuna risposta”. Ilfattoquotidiano.it ha a sua volta provato senza successo a contattare la struttura, l’Ats e la Prefettura per un commento. Al momento, secondo quanto riferisce a Ilfattoquotidiano.it Teresa Florio, operatrice legale del centralino Sos Cpr, in un settore di 24 persone già in 10 presentano sintomi compatibili con la malattia. “I materassi e le coperte rimangono gli stessi, mentre i lenzuolini, che sono di carta e si strappano facilmente, non sono un filtro efficace”, racconta Florio. Una situazione di “abbandono e negligenza” analoga, spiega, a quanto accaduto l’estate scorsa nel Cpr di Gradisca d’Isonzo: “Anche lì c’è stato un focolaio di scabbia. Per non ammetterlo ed evitare che la Asl dovesse prendere provvedimenti dopo un primo caso conclamato, le altre persone contagiate sono state rilasciate con una diagnosi psichiatrica”. Chi ha la scabbia parla di pruriti insopportabili, che peggiorano nella notte, e di lesioni diffuse in tutto il corpo. Sintomi gravi ma facilmente curabili, se solo venisse garantita un’adeguata assistenza sanitaria: “È stata data loro – riferisce Florio – una pomata antistaminica, assolutamente inutile in questi casi. Nelle docce poi c’è solo acqua bollente: non hanno sollievo nemmeno quando si lavano”. Così nell’abbandono generale la disperazione ha il sopravvento e al centralino della Rete ogni giorno arrivano segnalazioni di tentati suicidi: “Provano a impiccarsi, si tagliano, la loro vita è rovinata: il Cpr nel migliore dei casi ti porta ad avere la scabbia, nel peggiore ti uccide”, denuncia Cocco. La Rete chiede innanzitutto che vengano garantite le cure ospedaliere e che siano verificate le condizioni igienico-sanitarie della struttura. E ricorda che nulla, in ciò che sta accadendo, è eccezionale: “Purtroppo la mancata tutela dei diritti umani è la quotidianità in questi luoghi”. Una realtà già emersa nelle indagini di due anni fa, in cui gli atti parlano di sporcizia, cibo scaduto e, ancora una volta, visite mediche negate. E che trova conferma nelle foto e nelle chiamate che arrivano al centralino dai migranti trattenuti. Materiale che, osserva Cocco, dimostra come “la detenzione amministrativa sia intrinsecamente patogena”. Per questo, ribadisce la Rete, “l’unica vera soluzione è chiudere il Cpr”. L'articolo La denuncia: “Epidemia di scabbia al Cpr di via Corelli a Milano, 10 contagi ma nessuna cura” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Carceri, La Russa rilancia l'”indultino”: “Chi è a fine pena esca per Natale”. No di Mantovano: “Aumenteremo i posti”
Un “mini-mini-indultino” per Natale, che permetta “a chi ha scontato la maggior parte della pena di finire di scontarla dentro di sé o in un altro luogo, con l’unica esclusione dei reati contro le forze dell’ordine”. Con l’avvicinarsi delle festività, Ignazio La Russa torna a indossare i panni di alfiere dei diritti dei detenuti e rilancia la proposta di un provvedimento di clemenza per ridurre il sovraffollamento penitenziario: “Un decreto che, senza nulla togliere alle problematiche più ampie, dia un po’ di respiro alle carceri al collasso”. L’ispiratore ancora una volta è Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma recluso a Rebibbia per traffico di influenze: “Gianni mi segnalato il problema. La pena non può in nessun caso ledere la dignità della persona, su questo mi sento di continuare la battaglia”, ha detto martedì La Russa alla presentazione del libro di Alemanno, “L’emergenza negata”. “Però”, ammette, “le speranze sono modeste“: il governo finora ha chiuso le porte a qualsiasi forma di indulto, affossando la proposta di legge del deputato renziano Roberto Giachetti – che voleva potenziare gli sconti di pena per “buona condotta” – e puntando su un piano a lungo termine per aumentare i posti nelle carceri. Ma “se anche l’edilizia carceraria fosse la soluzione”, avverte il presidente del Senato, gli effetti si vedranno “di qui a due anni. E in questi due anni qualcosa si può fare”. La Russa chiarisce di non pensare più a “una proposta specifica” come quella di Giachetti, ma solo a “una mozione degli affetti“: “Consentire a chi sta per uscire, per esempio a uno che è in carcere e esce il 15 di gennaio, facciamogli fare le vacanze di Natale a casa con i figli, con la moglie, con la mamma. Questa è la mia proposta, ma non mi arrabbio se non può essere accolta. Capisco benissimo le ragioni di chi dice”, come il ministro della Giustizia Carlo Nordio, “che questo può significare un incentivo a commettere reati“. L’appello di La Russa trova sponde in una parte del centrosinistra e anche in Forza Italia, il partito della maggioranza da sempre meno ostile a un indulto: “Il presidente La Russa affronta un tema, quello della vita in carcere dei detenuti, che abbiamo sempre sostenuto. Saremmo favorevoli a un provvedimento che vada nel senso da lui aspicato. Ma ovviamente va prima letto il testo dell’eventuale decreto”, afferma diplomaticamente il deputato azzurro Enrico Costa. Ma dal governo arriva ancora una volta uno stop, per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che insiste sull’edilizia carceraria: “Noi stiamo lavorando in modo intenso perché si affronti la questione del sovraffollamento carcerario con un congruo incremento dei posti all’interno degli istituti di pena, per cui il gap esistente adesso, tra circa 53mila disponibilità rispetto alle quasi 64mila presenze, contiamo di colmarlo in due anni con un lavoro intenso”. Dalle opposizioni, però, si evidenziano i disaccordi interni al centrodestra: “Con il suo appello il presidente del Senato di fatto boccia il governo Meloni che in tre anni non ha fatto niente per alleggerire l’emergenza carceraria. Giusto pensare a soluzioni per far scontare l’ultima parte di pena fuori dalle carceri, ma per far diventare realtà questo auspicio sarebbe stato sufficiente approvare nel decreto carceri la proposta del M5s per introdurre le Case di comunità di reinserimento sociale, cioè strutture di dimensioni limitate cui destinare i detenuti che devono espiare una pena detentiva residua non superiore a dodici mesi, salvo alcuni specifici casi di esclusione”, accusano i membri pentastellati delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Dal Pd la responsabile Giustizia Debora Serracchiani si rivolge a Mantovano: “Sono tre anni che non fate niente per il sovraffollamento delle carceri italiane. Anzi lavorate per peggiorarne le condizioni come sta accadendo per esempio negli istituti minorili. Sono tre anni che promettete interventi, avete fatto decreti carceri urgenti e ancora non avete fatto niente. Del resto il ministro ritiene che il sovraffollamento serva come deterrente per i suicidi in carcere. Il solito gioco delle parti all’interno del governo sulla pelle delle persone”. L'articolo Carceri, La Russa rilancia l'”indultino”: “Chi è a fine pena esca per Natale”. No di Mantovano: “Aumenteremo i posti” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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