La Cisal, il sindacato amico del governo Meloni, vale appena lo 0,46% dei
lavoratori dei call center. Neanche mezzo addetto ogni cento: una percentuale
messa nero su bianco in una sentenza appena pubblicata dal Tribunale del lavoro
di Trani. Con questa pronuncia, la giudice Angela Arbore ha nuovamente bocciato
il contratto collettivo firmato a fine 2024 dall’associazione di imprese
Assocontact e – per l’appunto – la Cisal. Sigla che, dice la magistrata, non è
rappresentativa della categoria, di conseguenza il suo accordo non può essere
imposto ai lavoratori, come invece aveva fatto la Network Contact. L’azienda è
stata quindi condannata per comportamento antisindacale, poiché aveva disdetto
il contratto collettivo delle telecomunicazioni dell’associazione
confindustriale Asstel – firmato da Cgil, Cisl, Uil e (separatamente) dall’Ugl –
per passare al più conveniente accordo Assocontact-Cisal. Decisione presa in
modo unilaterale, senza un accordo con i sindacati davvero rappresentativi,
quindi illegittima.
Qualche passo indietro. Va ricordato che l’operatore di call center è una figura
ricompresa nel contratto dell’intero settore Tlc, accordo “leader” rinnovato a
fine 2025 da Asstel con Slc Cgil, Fistel Cisl e UilCom. Un anno prima, con le
trattative erano ancora in corso, l’Assocontact ha firmato un contratto con la
Cisal, sindacato tra l’altro notoriamente gradito al governo Meloni, che ha
accettato un accordo riservato ai soli call center. Condizioni al ribasso in
particolare su permessi e maternità, oltre a paghe da appena 6,50 euro l’ora per
i collaboratori “co.co.co”. Un assist alle imprese per risparmiare sul costo del
lavoro; non a caso, alcune aziende ne hanno presto approfittato. Tra queste, la
Network Contact, con sede a Molfetta (Bari), ha imposto il cambio di contratto
senza interpellare i sindacati. La vicenda è allora finita davanti ai giudici
del lavoro. Il ricorso per condotta antisindacale è stato promosso dalla Slc
Cgil con gli avvocati Matilde Bidetti e Carlo de Marchis, insieme con la Fistel
Cisl difesa da Gaetano Fabrizio Carbonara e l’Ugl assistita dal legale Guido
Macchiaroli. Le ragioni dei tre sindacati sono state sostenute anche dalla
stessa Asstel-Confindustria, che è intervenuta a supporto con l’avvocato Marco
Marazza.
Va specificato che la Cisal non è formalmente parte del giudizio, ma è – di
fatto – l’assoluta protagonista. La sentenza, infatti, smonta del tutto gli
argomenti di solito usati dalla sigla per sostenere la sua presunta
rappresentatività. Un intero capitolo è intitolato “Il ruolo della Cisal”: la
giudice dice che non basta fare parte del Cnel e rivendicare la libertà
sindacale per firmare accordi applicabili a un’intera categoria. Va invece
dimostrato di avere rappresentanza reale settore per settore. Tra gli strumenti
per misurare questa rappresentanza c’è il risultato delle elezioni per i
rappresentanti sindacali.
La sentenza ricorda che i sindacati che firmano il contratto Asstel, i tre
confederali con l’Ugl, coprono oltre 130 mila lavoratori e 1.300 aziende. “Al
contrario – si legge – la Cisal, pur essendo una confederazione riconosciuta e
legittimata a stipulare contratti collettivi, risultava strutturalmente
minoritaria nel comparto di riferimento, con una presenza elettorale e
associativa residuale rispetto alle organizzazioni sindacali opposte, come
dimostrato da una pluralità di dati convergenti: assenza o marginalità pressoché
totale nelle elezioni Rsu del settore; percentuali di consenso inferiori (pari
allo 0,46%, risultando ultima tra le sigle sindacali); assenza all’interno della
società opponente alla data della migrazione contrattuale; mancata
partecipazione significativa alla contrattazione collettiva di settore; assenza
o marginalità negli organismi istituzionali settoriali”.
Insomma, la Cisal non era presente neppure nella Network Contact al momento del
cambio di contratto: “Tant’è vero – prosegue la sentenza – che emergeva in atti
che l’eventuale incremento di adesioni alla Cisal fosse stato successivo
all’applicazione del Ccnl”. Non è finita: Assocontact aveva anche provato a
dimostrare che, malgrado l’assenza di rappresentanza, il contratto con Cisal
fosse migliorativo rispetto a quello di Cgil, Cisl, Uil e Ugl. Il tentativo si è
però rivelato maldestro, poiché si è limitato a selezionare ad arte solo alcuni
pezzi del contratto. Il confronto è quindi stato definito “parziale e selettivo”
dal Tribunale, che ha sottolineato l’assenza di “una valutazione complessiva
dell’equilibrio contrattuale”.
Molto soddisfatto il segretario Slc Cgil Riccardo Saccone: “Questa sentenza è da
scuola, perfetta perché rimette a posto le cose nel merito del contratto in
questione, che è un contratto in dumping soprattutto per gli aspetti normativi,
e poi stabilisce che la Cisal non è rappresentativa”. Restano le difficoltà
generali del settore call center e telecomunicazioni: “Il contratto Cisal era la
risposta sbagliata e al ribasso a questa crisi. Rimane il bisogno di un piano
per il settore: ieri con Asstel, Cisl, Uil e Federmanager abbiamo condiviso un
avviso comune sulle idee di politica industriale. Pensiamo che la prossima gara
per il 5G debba essere poco onerosa per i gestori ma solo a patto che
l’investimento sia nella costruzione dell’infrastruttura e nel rafforzamento
delle competenze. La buona notizia è che siamo riusciti a fare fronte comune,
anche con la sentenza di oggi, facendo capire che non ci sono scorciatoie”.
L'articolo Il Tribunale “boccia” la Cisal e il contratto dei call center siglato
con Assocontact proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Call Center
di Enzo Ravanelli
Ebbene sì, nonostante giorni fa sia stata annunciata la rinuncia alla cessione
di Telecontact a DNA ex art. 47, la TIM – grazie al rinnovo del CCNL di settore
che era fermo da 35 mesi, e con la complicità dei Sindacati, i quali, prima
hanno spinto colpevolmente affinché i lavoratori approvassero la bozza di
accordo da loro siglata a novembre, poi hanno cercato di convincere noi di
Telecontact che nell’accordo era prevista la non applicazione di condizioni
contrattuali svantaggiose – ci ha comunicato che ci verrà applicata la
disciplina del CRM/BPO (Customer Relationship Management/Business Process
Outsourcing, cioè l’esternalizzazione della gestione delle relazioni con i
clienti a fornitori specializzati, nda).
Questo cosa vuol dire? In primis, prenderemo un aumento di stipendio di soli 50
euro lordi ad aprile 2026 (per il 5° livello) anziché di 100 euro lordi a
gennaio 2026 (per il 5° livello) come il resto delle aziende facenti parte del
Gruppo Tim. Saremo trattati da azienda in outsourcing, prima passo per una
futura vendita (probabilmente ce ne sarà una nuova ex art. 47) e conseguente
uscita dal Gruppo TIM. Tutto questo nel silenzio – assordante – dell’azionista
di riferimento, cioè Poste Italiane.
Nel frattempo è partita l’annunciata “ristrutturazione” con la sostituzione di
alcuni dei vertici aziendali di Telecontact.
Ovviamente noi dipendenti siamo intenzionati a continuare la nostra battaglia
che, ovviamente, sarà rivolta non solo al mantenimento dei nostri posti di
lavoro, ma anche a rimanere all’interno del Gruppo Tim, eliminando la disciplina
del CRM/BPO ed applicando quella del CCNL delle Telecomunicazioni.
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L'articolo Ceduti no ma esternalizzati: perché il piano B di Tim per Telecontact
inguaia noi dipendenti più di prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Sanzionate per oltre mezzo milione di euro dall’Antitrust sei società di call
center con l’accusa di aver concluso contratti di energia e telefonia dopo aver
fornito informazioni ingannevoli. Le prime tre aziende, attive nel settore
energetico, sono Titanium, Fire – condannate in solido a pagare 160mila euro – e
J.Wolf Consulting, multata di 120mila euro. Ci sono poi Nova Group, Communicate
e Entiende, attive nel settore delle telecomunicazioni, multate rispettivamente
per 80mila, 40mila e 120mila euro.
Le società avrebbero contattato i consumatori proponendo l’attivazione di
contratti energetici dopo aver fornito delle formazioni false o ingannevoli
sulla propria identità, sul motivo della telefonata e sulla convenienza
dell’offerta. Come spiega l’AGCM in un comunicato stampa: “Nel settore
dell’energia è stato accertato che gli operatori dei call center si presentavano
come dipendenti di Autorità di regolazione e controllo o di un “centro
assistenza bollette” e informavano i consumatori di asseriti aumenti imposti
dalla regolazione o di presunte anomalie (doppia attivazione di forniture su
un’unica utenza o difficoltà nello switching), per indurli a stipulare un nuovo
contratto di fornitura”.
Per quanto riguarda le telecomunicazioni – spiega la nota – i telefonisti
prospettavano (fingendosi impiegati dell’ufficio tecnico o amministrativo del
fornitore attuale) imminenti scadenze o disservizi sulla tariffa relativa al
contratto in essere e nuovi rincari ai danni dell’utente chiamato. “Gli addetti
ai call center” – spiega AGCM – “indicavano altresì che questi eventi potevano
essere evitati attivando una nuova offerta con un diverso operatore a condizioni
contrattuali particolarmente favorevoli, che poi si rivelavano false”.
“Tale condotta” – conclude l’Antitrust – “è risultata idonea a incidere sulla
libertà dei consumatori di scegliere in modo consapevole e informato il proprio
fornitore, alterando le facoltà di valutare la convenienza delle offerte
attraverso la prospettazione di informazioni non rispondenti a realtà, in
violazione degli articoli 20, 21 e 22 del Codice del consumo”.
L'articolo Multe da 520mila euro a sei società di call center. L’Antitrust:
“Informazioni ingannevoli, lesa libertà dei consumatori” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Trasferiti a centinaia di chilometri da casa, anche fuori regione, oppure
licenziati. È questa la scelta di fronte alla quale si trovano 400 lavoratori
del customer care del mondo Enel, che dà in appalto il servizio a diverse
società. Il tentativo di trasferimento forzoso è stato denunciato dai sindacati
Slc Cgil, Fistel Cisl, Uilcom Uil e riguarda gli assunti da una delle società,
Accenture Outsourcing, la più importante tra coloro che erogano il customer care
per il colosso dell’energia che si è presentata in cordata con Datacontact. In
un giro di cambio di appalti nel settore “back office e quality”, la società –
che fa parte del gruppo del colosso della consulenza – sostituirà Smartpaper e
ha prospettato l’esigenza di cambiare la sede di lavoro alle persone dedicate al
servizio, attualmente impiegate tra Castelfranco Veneto e due paesi alle porte
di Potenza, Tito e Sant’Angelo Le Fratte. Le società subentranti vorrebbero
trasferire tutti tra Bari, Matera e Padova.
Nonostante, denunciano i sindacati, il mantenimento del luogo di lavoro
all’interno del proprio territorio è un elemento cardine delle normative del
contratto collettivo del comparto Telecomunicazioni. Ed era anche prevista anche
una clausola di salvaguardia occupazionale nella gara bandita da Enel. Slc Cgil,
Fistel Cisl e Uilcom Uil temono inoltre che se l’operazione messa in campo da
Accenture-Datacontact dovesse andare a buon fine, anche altre società coinvolte
nell’erogazione del servizio per Enel – come Sdc, Gruppo Distribuzione e Synt –
possano seguirla nel prossimo futuro: “Se il principio fosse esteso alle
prossime gare in scadenza sul front-end, potrebbe riguardare oltre 6mila addetti
che da anni svolgono attività di assistenza alla clientela per le varie attività
legate all’ex monopolista energetico”.
Da qui la decisione di proclamare uno sciopero per il 9 gennaio e la richiesta
di un incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy, nonché un alert
nei confronti del ministero dell’Economia che è l’azionista di riferimento di
Enel. “Le gare prevedevano, a fronte di una previsione di esuberi pari al 35%
dei 1.500 addetti, un meccanismo ‘premiale’ per le aziende che si fossero
impegnate a reimpiegare in altre attività fuori da Enel i lavoratori in esubero.
Ma fin da subito si è visto che le aziende aggiudicatarie, con la complicità di
Enel, avrebbero eluso la clausola sociale superando il principio di
territorialità”, sostengono i sindacati.
Insomma, ad avviso dei rappresentanti dei lavoratori, il trasferimento chiesto
da Accenture-Datacontact, il primo degli aggiudicatari per bacino di lavoratori,
sarebbe un modo per superare una delle clausole previste dalla gara impostata da
Enel e arrivare a licenziamenti “mascherati”. Le assunzioni proposte infatti
sono a centinaia di chilometri di distanza dalle sedi attuali, sostengono ancora
i sindacati, e in alcuni casi anche in regioni diverse da quelle di residenza e
neanche limitrofe. “È una deroga inaccettabile ai principi cardine della stessa
clausola sociale e un chiaro tentativo di eluderla, scaricando sulle persone il
prezzo dei processi di automazione dovuti anche all’introduzione
dell’intelligenza artificiale”, dicono ancora.
Un “atteggiamento irresponsabile”, aggiungono. E mettono nel mirino anche Enel:
“È immorale per qualsiasi azienda, a maggior ragione per una azienda a controllo
pubblico, con utili milionari frutto di extraprofitti, aumentare i propri ricavi
scaricando il peso sui lavoratori degli appalti del settore dei call center –
concludono i sindacati – Se questo è anche l’approccio del governo italiano
nell’affrontare gli effetti della digitalizzazione e della automazione sul
mercato del lavoro, la crisi occupazionale del settore customer care non sarà
altro che la punta dell’iceberg che si abbatterà sull’intero sistema”. Riccardo
Saccone, numero uno della Slc Cgil, è netto: “Se dicessimo sì a questo modus
operandi, vuol dire che daremmo il via libera a far pagare ai lavoratori
l’obsolescenza del modello. È indubbio che gli operatori vadano
riprofessionalizzati, ma non è questo il metodo”.
L'articolo “Trasferiti a centinaia di chilometri da casa o licenziati”: così
Accenture vuole gestire il customer care di Enel proviene da Il Fatto
Quotidiano.