di Enzo Ravanelli
Ebbene sì, nonostante giorni fa sia stata annunciata la rinuncia alla cessione
di Telecontact a DNA ex art. 47, la TIM – grazie al rinnovo del CCNL di settore
che era fermo da 35 mesi, e con la complicità dei Sindacati, i quali, prima
hanno spinto colpevolmente affinché i lavoratori approvassero la bozza di
accordo da loro siglata a novembre, poi hanno cercato di convincere noi di
Telecontact che nell’accordo era prevista la non applicazione di condizioni
contrattuali svantaggiose – ci ha comunicato che ci verrà applicata la
disciplina del CRM/BPO (Customer Relationship Management/Business Process
Outsourcing, cioè l’esternalizzazione della gestione delle relazioni con i
clienti a fornitori specializzati, nda).
Questo cosa vuol dire? In primis, prenderemo un aumento di stipendio di soli 50
euro lordi ad aprile 2026 (per il 5° livello) anziché di 100 euro lordi a
gennaio 2026 (per il 5° livello) come il resto delle aziende facenti parte del
Gruppo Tim. Saremo trattati da azienda in outsourcing, prima passo per una
futura vendita (probabilmente ce ne sarà una nuova ex art. 47) e conseguente
uscita dal Gruppo TIM. Tutto questo nel silenzio – assordante – dell’azionista
di riferimento, cioè Poste Italiane.
Nel frattempo è partita l’annunciata “ristrutturazione” con la sostituzione di
alcuni dei vertici aziendali di Telecontact.
Ovviamente noi dipendenti siamo intenzionati a continuare la nostra battaglia
che, ovviamente, sarà rivolta non solo al mantenimento dei nostri posti di
lavoro, ma anche a rimanere all’interno del Gruppo Tim, eliminando la disciplina
del CRM/BPO ed applicando quella del CCNL delle Telecomunicazioni.
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L'articolo Ceduti no ma esternalizzati: perché il piano B di Tim per Telecontact
inguaia noi dipendenti più di prima proviene da Il Fatto Quotidiano.
Tag - Tim
Potrebbe essere stata scritta la parola fine a un contenzioso che dura due
decenni. La Cassazione, secondo l’Ansa, ha sciolto i suoi dubbi e, secondo
indiscrezioni, si sarebbe espressa a favore di Tim sul ricorso per la
restituzione di un canone da oltre 1 miliardo di euro, versato nel 1998 allo
Stato. Una sentenza che confermerebbe quanto già deciso dalla Corte d’Appello di
Roma che aveva stabilito lo scorso gennaio che lo Stato dovrà restituire al
gruppo i soldi. Questo perché era stato stato rigettato il ricorso presentato
dalla presidenza del Consiglio in cui si chiedeva la sospensiva della
restituzione già disposta in appello. Si tratta del canone concessorio preteso
per il 1998, l’anno successivo alla liberalizzazione del settore. La somma
dovuta è pari al canone originario, di poco superiore a 500 milioni di euro, più
la rivalutazione e gli interessi maturati, per un totale pari appunto a circa 1
miliardo.
I giudici della Corte d’appello di Roma avevano valutato che lo Stato ha la
liquidità necessaria per pagare. Il ricorso si fondava, appunto, sul presupposto
del “grave e irreparabile danno” per la concessione della sospensiva e
sull’assunto che “la dimensione della somma portata dalla sentenza rende
evidente l’impossibilità per il bilancio dello Stato di reperire la liquidità
necessaria ad un ipotetico pagamento integrale ed immediato, rendendosi
necessario, a questo fine, inevitabilmente apportare modifiche alle previsioni
di cassa stabilite dalla vigente legge di bilancio attraverso uno specifico
intervento legislativo”.
Sulla vicenda era intervenuta in più occasioni la Corte di Giustizia dell’Unione
Europea, segnalando il contrasto tra la direttiva sulla liberalizzazione del
mercato delle telecomunicazioni e le norme nazionali che avevano prorogato per
il 1998 l’obbligo di pagamento del canone a carico dei concessionari di settore.
In particolare, nel 2020 la magistratura europea aveva stabilito che il sistema
normativo comunitario non consentiva a una normativa nazionale di prorogare per
l’esercizio 1998 l’obbligo imposto a un’impresa di telecomunicazioni,
precedentemente concessionaria (come TIM), di versare un canone calcolato in
funzione del fatturato, ma permetteva soltanto la richiesta di pagamento dei
costi amministrativi connessi al rilascio, alla gestione, al controllo e
all’attuazione del regime di autorizzazioni generali e di licenze individuali.
L'articolo Contenzioso sul canone, Ansa: “La Cassazione a favore di Tim sul
ricorso per la restituzione di oltre 1 miliardo” proviene da Il Fatto
Quotidiano.
di Enzo Ravanelli
Mi sto dirigendo a via Flavia a Roma, una delle sedi del Ministero del Lavoro e
delle Politiche Sociali, dove, insieme ai miei colleghi, saremo di presidio,
autorizzato dalle autorità competenti, durante la prosecuzione dell’incontro che
si svolge in modalità ibrida tra i rappresentanti dei Ministeri competenti, Tim,
Distribuzione Italia/DNA ed Organizzazioni Sindacali nel quale verrà discussa
oltre alla cessione di ramo d’azienda a DNA S.r.l., la concessione degli
incentivi statali previsti per questo tipo di operazione.
Ciò che speriamo è che durante questo incontro le OO.SS. ribadiranno il loro no
all’operazione non apponendo le loro firme sui documenti e così, come primo
risultato, non verranno erogati i fondi, ottenendo come conseguenza
l’annullamento della cessione di Telecontact a DNA.
Sono le 12:45 e si è appena concluso l’incontro ed i rappresentanti sindacali
presenti sono usciti dal Ministero e ci hanno comunicato che non c’è stato
l’accordo per gli incentivi e che in ogni caso Tim è intenzionata a continuare
con la procedura ex articolo 47 e, nel frattempo, ad effettuare una
ristrutturazione di TCC in quanto, oltre alla perdita degli incentivi per la
cessione di ramo d’azienda, termineranno anche quelli della Solidarietà, così
come riportato nel Verbale di mancato accordo.
Ciò che auspicavamo è effettivamente successo anche se il problema più grande
non è stato risolto ma, ripensandoci meglio a mente fredda, si tratta di una
vittoria questa (cioè il no della firma delle OO.SS. per gli incentivi statali
sulle fusioni societarie) praticamente scontata in partenza in quanto, con una
eventuale loro firma sull’accordo, tutti i loro iscritti, fra i dipendenti di
Telecontact, avrebbero strappato la propria tessera.
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L'articolo Cessione Telecontact, una prima vittoria l’abbiamo ottenuta ma il
problema più grande non è risolto proviene da Il Fatto Quotidiano.
di Enzo Ravanelli
È sempre più evidente il disegno dietro al quale si cela la cessione di
Telecontact a DNA, ovvero il licenziamento dei dipendenti del contact center di
Tim. A tale proposito, ciò che noi dipendenti chiediamo con forza anche
attraverso le nostre azioni presenti e future alla Casa Madre, ai Sindacati e
alle Istituzioni non è il mancato riconoscimento degli incentivi previsti in
questi casi dalla legge, ma l’annullamento di tutta questa operazione messa in
piedi mesi or sono.
Non è difficile provare che non si tratta “solamente” di un’esternalizzazione,
ma di un licenziamento mascherato. E, come si suol dire, tre indizi fanno una
prova.
Primo indizio: la “prospettata” possibilità di avere nuove committenze anche
nell’ambito della digitalizzazione, facendo fare corsi appositi ai dipendenti
della newco. Purtroppo, però, sfugge il piccolo particolare che in questi casi,
come prevede la legge, vadano vinte delle gare d’appalto e che non c’è mai, a
prescindere, la certezza di vincerle e di vincere tutte quelle a cui si
partecipa.
Secondo indizio: la recente creazione di DNA, creata appositamente a questo
scopo e che si tratta di una Società a responsabilità limitata con capitale
versato di soli 10.000 euro, nella quale confluiscono anche 1.591 lavoratori
provenienti da una Società per Azioni.
Terzo e ultimo indizio: le solite voci di esuberi che girano da anni nel gruppo
Tim e che hanno portato, tra le altre, alla cessione della rete (con il
benestare di un governo che si definisce sovranista) e dei dipendenti ad essa
collegati al fondo americano Kkr.
Pertanto, tutti noi 1.591 dipendenti di Telecontact ribadiamo ad alta voce il
nostro no a questo matrimonio.
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esternalizzazione proviene da Il Fatto Quotidiano.