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Modello F24, cambiano le compensazioni: si dimezza il limite massimo di debiti con l’erario oltre il quale si bloccano
Scende a 50.000 euro il limite massimo dei debiti iscritti a ruolo che determinano il blocco delle compensazioni orizzontali presentabili attraverso un Modello F24. Il nuovo tetto massimo è stato posto dalla legge di Bilancio 2026 e rappresenta una delle novità più rilevanti arrivate con il nuovo anno. Lo strumento della compensazione tra tributi diversi è molto utilizzato da professionisti ed imprese, che hanno la possibilità di utilizzare i crediti maturati con alcune imposte per pagare dei debiti di natura differente. Può essere utilizzato, per esempio, del credito Irpef per pagare un debito Iva o il contrario. MODELLO F24, SCENDE LA SOGLIA DELLE COMPENSAZIONI La soglia dei debiti fiscali iscritti a ruolo che portano al blocco delle compensazioni orizzontali nel Modello F24 scende da 100.000 euro a 50.000 euro. La presenza di eventuali pendenze con l’Erario, quindi, diventa un elemento fondamentale per stabilire se il contribuente possa o meno utilizzare la compensazione orizzontale. Una volta superata la soglia dei 50.000 euro, viene di fatto preclusa la possibilità di accedere a questo strumento, anche quando i crediti che il singolo soggetto vanta sono a tutti gli effetti legittimi e sono stati certificati. La norma ha un perimetro molto ampio: all’interno del blocco rientrano tutti i carichi che risultano essere stati affidati all’agente della riscossione e che sono in qualche modo collegati a degli atti che sono stati emessi dall’Agenzia delle Entrate. Stiamo parlando non solo di avvisi di accertamento tradizionali, ma anche di eventuali atti di recupero e di qualsiasi altra pendenza tributaria che sia confluita a ruolo. Il blocco delle compensazioni orizzontali nel Modello F24 ha un impatto trasversale, indipendentemente dalla natura del tributo che il contribuente sta gestendo. QUALE IMPATTO HANNO LE NUOVE REGOLE Da un punto di vista pragmatico la nuova disciplina ha un impatto evidente sull’attività di molte aziende. In precedenza il limite era stato fissato a 100.000 euro: un tetto così alto permetteva di continuare a utilizzare la compensazione anche quando fossero presenti dei debiti fiscali rilevanti, anche se dovevano essere inferiori a questo massimale. A partire da quest’anno lo spazio di manovra dei contribuenti si riduce in maniera drastica: chi ha delle posizioni debitorie di entità intermedia si vede bloccare la possibilità di utilizzare la compensazione. Il legislatore ha preso questa decisione per un motivo ben preciso: vuole evitare che il magazzino dei ruoli non saldati continui a riempirsi mentre, contemporaneamente, ai contribuenti viene consentito di compensare crediti e debiti tra imposte diverse. Una soglia più bassa dovrebbe incentivare, almeno sulla carta, a ridurre il più possibile i debiti con l’Erario. La compensazione rappresenta un ottimo strumento per creare un giusto equilibrio tra crediti e debiti fiscali. Ma allo stesso tempo costituisce un nodo molto delicato da sciogliere sotto il profilo dei controlli. Nel corso degli ultimi anni, infatti, è finito più di una volta sotto la lente d’ingrandimento, per il timore che venisse utilizzato in modo improprio, QUALE IMPATTO AVRÀ LA NOVITÀ NELLA GESTIONE DEI PAGAMENTI L’introduzione del nuovo limite della compensazione si farà sentire nella pianificazione dei flussi fiscali. La presenza di debiti iscritti a ruolo superiori a 50.000 euro impedirà di fatto la gestione delle posizioni debitorie con i crediti erariali che il contribuente vanta, anche quando questi ultimi sono stati maturati in un periodo successivo. Per evitare eventuali stop, dovrà essere monitorata costantemente la situazione aziendale e avere sempre sotto controllo la situazione. L'articolo Modello F24, cambiano le compensazioni: si dimezza il limite massimo di debiti con l’erario oltre il quale si bloccano proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina importata: sequestrati 18 milioni
Non si sa se l’Iva sia stata esposta o meno. Di sicuro però anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sull’importazione di cocaina dal Sudamerica. Che, per gli imputati del processo “Eureka”, ammontano a 18 milioni di euro. È quanto emerge dal sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia ed eseguito stamattina dalla Guardia di finanza. Nel mirino della Procura, diretta da Giuseppe Borelli, ci sono otto soggetti coinvolti nell’inchiesta che, nel 2023, aveva portato al sequestro di 3 tonnellate di cocaina e all’arresto di 108 persone. Coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, le indagini della Dda avevano fotografato l’esistenza e l’operatività di tre maxi-associazioni criminali finalizzate al traffico internazionale di droga, facenti capo alle più potenti famiglie di ‘ndrangheta dell’area ionica. L’indagine “Eureka”, infatti, ha riguardato le cosche Pelle, Strangio, Nirta, Giampaolo, Mammoliti e Giorgi, che hanno sedi decisionali nel reggino e ramificazioni e basi logistiche in varie regioni d’Italia e all’estero. La Dda ha ricostruito anche i flussi di soldi riconducibili alle compravendite dello stupefacente che venivano gestiti da organizzazioni composte da soggetti di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che spostavano denaro contante sul territorio europeo. Le movimentazioni di denaro, per decine di milioni di euro, hanno interessato Panama, Colombia, Brasile, Ecuador, Belgio e Olanda. I soldi sarebbero stati utilizzati nell’acquisto di auto e beni di lusso, nonché per avviare e finanziare attività commerciali in Francia, Portogallo e Germania, ove venivano anche riciclati sfruttando attività di autoriciclaggio. Sul fronte penale, in primo grado e con il rito abbreviato, il processo “Eureka” si è concluso il primo ottobre scorso con 76 condanne e 7 assoluzioni. A 21 imputati, inoltre, il gup ha inflitto la pena di 20 anni di carcere. Tra questi ci sono 7 degli 8 destinatari del sequestro preventivo per i quali la Direzione distrettuale antimafia è riuscita a dimostrare in aula la posizione verticistica ricoperta all’interno dell’organizzazione criminale nell’ambito della quale avevano il ruolo di “organizzatori, dirigenti e finanziatori”. Si tratta di Bruno Giorgi, Salvatore Giorgi, Francesco Giorgi, Vincenzo Giorgi, Filippo Leuzzi, Francesco Strangio, Sebastiano Strangio e Lucio Cesare Aquino. Quest’ultimo è l’unico imputato che non è stato processato con il rito abbreviato e aspetta ancora la sentenza di primo grado. Il provvedimento eseguito dalla guardia di finanza costituisce l’esito di una complessa attività d’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio Calabria. I 18 milioni di euro, infatti, sono la cifra che rappresenta il valore delle imposte evase dagli indagati in relazione ai proventi illeciti conseguiti con l’importazione e il commercio di ingenti quantitativi di cocaina. Le fiamme gialle, in sostanza, sono riuscite a valorizzare ai fini fiscali gli ingenti guadagni perpetrati dagli indagati con il narcotraffico. Intercettazioni telefoniche e analisi delle conversazioni eseguite con i telefoni criptati: tutto è stato utile ai finanzieri per ricostruire e misurare l’effettiva capacità contributiva maturata dai narcos della ‘ndrangheta. In una nota stampa, firmata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, si legge che la Dda non ha inteso “riservare ai sodali convolti un trattamento fiscale di favore rispetto ai contribuenti onesti. Peraltro, il traffico di sostanze stupefacenti ormai da anni viene considerato dall’Istat ai fini del calcolo del Pil, come parte integrante della cosiddetta ‘economia non osservata’, con un valore che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro nel 2023”. Il giorno degli arresti, il magistrato che ha coordinato l’inchiesta Giuseppe Lombardo aveva definito la ‘ndrangheta come “un player internazionale in ambito economico e finanziario dalle capacità di investimento enormi, che ha individuato settori ad altissima redditività e che va contrastato con strumenti molto sofisticati che devono privilegiare l’analisi finanziaria”. Così è stato e, in aggiunta alle 3 tonnellate di cocaina sequestrate durante le indagini, con i nuovi accertamenti la guardia di finanza di Reggio Calabria è riuscita a riscontrare l’avvenuta importazione di quasi un’altra tonnellata e 400 chili di droga non sequestrata. Cocaina il cui prezzo praticato per l’immissione in commercio oscillava, secondo gli investigatori, tra i 29mila e i 32mila e 500 euro al chilo. Un guadagno, in soldoni, di oltre 42 milioni di euro che lo Stato considera al pari di “redditi” occultati al fisco e per i quali sarebbero state evase imposte per un totale di quasi 18 milioni di euro, oggetto del sequestro preventivo. L’unico modo per fare pagare le tasse agli indagati che d’altronde, prima di oggi, non avrebbero potuto utilizzare un “banale” F24 per dichiarare la droga importata dal Sudamerica. L'articolo Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina importata: sequestrati 18 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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I redditi da miseria di partite Iva e collaboratori con redditi. Lo studio: “Vanno da 8.500 a 18mila euro all’anno”
Più che un’emergenza, è un problema ormai endemico del nostro mercato del lavoro: i redditi bassissimi di partite Iva e collaboratori. Gli addetti “autonomi” stanno crescendo in questi anni, contribuendo a gonfiare i dati sull’occupazione, ma uno studio appena pubblicato della Nidil Cgil mostra che molti di loro hanno guadagni del tutto inadeguati a una vita dignitosa, e anche insufficienti per raggiungere una pensione decente. Si tratta di 436 mila partite Iva, con redditi medi di poco superiori a 18 mila euro annui, e 208 mila collaboratori che dichiarano in media appena 8.566 euro. Essendo questi “esclusivi”, è probabile che tra di loro si nascondano molti dipendenti mascherati, inquadrati come autonomi dalle aziende per risparmiare a loro discapito. Finte partite Iva e co.co.co vengono utilizzate per non applicare i contratti collettivi, quindi stabilire i salari con trattative individuali, pagare meno contributi, niente tredicesime, niente trattamento di fine rapporto. Situazioni difficili da fare emergere perché richiederebbero spesso lunghe e incerte trafile giudiziarie. Ecco perché restano ampiamente tollerate. I più deboli sembrano proprio i collaboratori. Specialmente se isoliamo il dato sui redditi medi delle donne, pari a soli 6.839 euro annui, e degli under 35 che si attestano sui 5.130 euro. Come visto, questi guadagni così irrisori si traducono in una scarsa prospettiva pensionistica. Solo l’8% dei collaboratori riesce infatti a versare dodici mesi di contributi annui, quindi a raggiungere una contribuzione “piena” che corrisponde a 18.415 euro annui. Con questo reddito, la pensione a 64 anni, ammesso di avere almeno 30 anni di anzianità, si fermerebbe a 853 euro. I dati sui professionisti con partita Iva sono solo un po’ migliori: il 35% raggiunge la contribuzione piena. Tuttavia per loro le aliquote sono più basse, pertanto per loro l’assegno che si può maturare a 67 anni, con 30 di contributi, è pari a 646 euro mensili. Le norme approvate in legge di Bilancio dal governo Meloni non portano alcun vantaggio a collaboratori e partite Iva. Ai collaboratori non viene applicato il taglio del cuneo fiscale approvato nella manovra dello scorso anno. Le uniche norme approvate in questi anni dal centrodestra hanno introdotto vantaggi fiscali ai più benestanti tra i lavoratori autonomi, con il passaggio della flat tax al 15% fino a 85 mila euro di reddito. Tuttavia, considerando che le partite iva hanno già un fisco vantaggioso, sono altre le norme che servirebbero a tutelare i loro redditi. Nell’ultimo report Istat, emerge infatti che la povertà assoluta tra i lavoratori autonomi senza dipendenti, le partite iva indivduali, è in aumento. La prima sarebbe l’equo compenso: “Posto che c’è un tema di qualificazione dei rapporti di lavoro quando mascherano lavoro dipendente, le scelte da fare nell’immediato vanno in direzione opposta a quanto fa il governo – commenta Andrea Borghesi, segretario generale Nidil Cgil – per i redditi da lavoro bisognerebbe far pagare il giusto compenso alle imprese attraverso la definizione di un salario minimo/ equo compenso non inferiore a quanto previsto per le medesime figure professionali dalla contrattazione collettiva”. Borghesi ricorda anche che i collaboratori hanno a loro carico una quota maggiore di contributi, rispetto ai dipendenti, e non sono coperti da ammortizzatori sociali universali. L'articolo I redditi da miseria di partite Iva e collaboratori con redditi. Lo studio: “Vanno da 8.500 a 18mila euro all’anno” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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