Un pirata della strada ha ucciso una donna di 29 anni durante le prime ore di
mercoledì 18 marzo. La vittima, finlandese senza fissa dimora, è morta sul colpo
dopo essere stata travolta dal veicolo su viale Calabria, a Reggio Calabria. Il
conducente del mezzo, al momento non identificato, non si è fermato a prestare
soccorso ed è fuggito, allontanandosi dal luogo dell’investimento.
La vittima, secondo le prime ricostruzioni, stava attraversando la strada. Sul
posto sono intervenuti i medici del 118, ma non hanno potuto fare altro che
constatare la morte della giovane straniera. Nessun testimone era presente sulla
scena al momento dell’investimento. La polizia locale, oltre a eseguire i
rilievi dell’incidente, sta visionando i filmati di videosorveglianza delle
telecamere presenti nella zona, così da risalire alla targa dell’auto e
identificare il pirata della strada.
L'articolo Pirata della strada uccide 29enne a Reggio Calabria e fugge: la
giovane è morta sul colpo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Ladri in azione all’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo, Reggio
Calabria. Svaligiata la farmacia, per una refurtiva da oltre 1,2 milioni di
euro: medicine oncologiche e biologiche, dedicate anche alla chemioterapia dei
pazienti in cura per il cancro. Tutti farmaci ad alto costo. I presunti
criminali sono stati arrestati per furto aggravato, in esecuzione di una misura
cautelare disposta dal giudice delle indagini preliminare del tribunale di
Reggio Calabria.
Ulteriori dettagli saranno forniti dal procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe
Borrelli, nel corso della conferenza stampa che si terrà alle 12 nella sede del
Comando provinciale dei carabinieri di Reggio.
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alto costo: refurtiva da 1,2 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
È finito nelle carte dell’inchiesta sulla cosca Commisso e si è dimesso
l’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda che ha inviato una lettera alla
sindaca Mariateresa Fragomeni rassegnando nelle sue mani le deleghe alle
Politiche della casa, Manutenzione, Decoro Urbano e Verde Pubblico, Cimiteri e
Impianti Sportivi. La vicenda è legata a quanto è emerso nel provvedimento di
fermo che la Dda di Reggio Calabria ha eseguito nei giorni scorsi a Siderno dove
il procuratore Giuseppe Borrelli e il coordinatore della Distrettuale nella zona
jonica Giuseppe Lombardo hanno stroncato una delle più potenti famiglie della
‘ndrangheta, i Commisso appunto.
Tra i sette soggetti finiti in carcere, infatti, c’è Antonio Commisso che i
magistrati indicano come l’attuale reggente della cosca. Figlio di un latitante
in Canada e nipote omonimo del patriarca di Siderno deceduto l’anno scorso,
infatti, Commisso avrebbe fatto una cortesia all’assessore Carlo Fuda.
Sebbene dal provvedimento di fermo quest’ultimo non risulti indagato, quanto
emerso dalle intercettazioni ha investito il Comune guidato dal centrosinistra.
In sostanza, dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros e coordinate dalla
Dda di Reggio Calabria è emerso che l’amministratore locale si rivolse a
Commisso “affinché facesse pressioni – scrivono gli inquirenti – su un soggetto
che esigeva il rientro di una somma prestata al figlio per debiti di gioco, e
che non era stata ancora saldata. Come segno di ringraziamento Carlo Fuda,
sfruttando il ruolo di assessore da lui ricoperto, a titolo di favore personale,
faceva pulire dai mezzi di Muraca srl, azienda che si occupa dei lavori di
pulizia nel Comune di Siderno, i tratti di strada privata nella disponibilità di
Antonio Commisso”.
Emersa la notizia, quindi, l’assessore ha deciso di dimettersi e nella lettera
inviata al sindaco ha scritto: “Pur riconoscendo e ribadendo con assoluta
chiarezza ogni forma di mia estraneità ai fatti oggetto di attenzione mediatica,
non risultando il sottoscritto indagato né coinvolto in alcun procedimento,
ritengo tuttavia che, nel momento attuale, sia doveroso compiere un passo di
responsabilità istituzionale”.
Una decisione assunta perché “la funzione pubblica – scrive sempre Fuda –
richiede trasparenza, serenità e piena tutela dell’azione amministrativa. Per
rispetto dell’ente, dell’istituzione che rappresentiamo e del lavoro svolto in
questi anni con impegno, correttezza e spirito di servizio, considero opportuno
rimettere le deleghe affinché l’attività amministrativa possa proseguire senza
alcuna strumentalizzazione. È stato per me un onore poter contribuire all’azione
amministrativa con dedizione e senso delle istituzioni”.
L'articolo Non è indagato ma si rivolse alla cosca Commisso: si dimette
l’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda proviene da Il Fatto Quotidiano.
È stata ribaltata in appello la sentenza nei confronti del consigliere comunale
di Reggio Calabria Massimo Ripepi che, in primo grado, era stato condannato a 6
mesi di carcere per favoreggiamento personale. Al termine del processo di
secondo grado, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha scagionato Ripepi per
una storia che non ha nulla a che vedere con la politica. Piuttosto con il suo
ruolo di pastore di una chiesa cristiana. In sostanza, per l’accusa Ripepi
avrebbe “aiutato a eludere le investigazioni” un soggetto, oggi deceduto, che
era stato accusato di violenza sessuale ai danni della propria nipote, una
bambina di 10 anni.
I fatti risalgono al 2020 quando, alla madre della vittima, che si recò da
“Ripepi (pastore presso una comunità religiosa di culto cristiano fondata da
Gilberto Perri) per ottenere conforto, consiglio e sostegno nel denunciare
quanto saputo”, il consigliere comunale “la invitava – si legge nelle carte del
processo – a non parlare con nessuno dell’accaduto” e “la convinceva a non
denunciare in quanto il fratello, già condannato e detenuto per reati di natura
sessuale, non sarebbe sopravvissuto a un nuovo arresto e sarebbe stata
responsabile del sangue di suo fratello”.
Inoltre, stando alle accuse, il politico locale e pastore avrebbe
tranquillizzato la donna dicendole che “si sarebbe occupato lui di aiutare”
l’uomo, sospettato di avere abusato della nipote, “a sconfiggere il ‘demone’ che
lo affliggeva”. Per la Procura, Ripepi “la invitava reiteratamente ed in più
occasioni – era il capo di imputazione – a non parlare con nessuno dell’accaduto
e ad assicurarsi che la figlia (cioè la vittima, ndr) non lo raccontasse a sua
volta”.
Condannato in primo grado quindi, il consigliere comunale è stato assolto in
Appello dove i giudici hanno accolto le ragioni della difesa rappresentata dagli
avvocati Carlo Morace e Mario Santambrogio. La notizia dell’assoluzione è stata
data dallo stesso Ripepi sui social: “Oggi – dice – non festeggio solo la fine
di un incubo, ma il trionfo della verità. Sentirsi dire che ‘il fatto non
sussiste’ è una liberazione che fatico a descrivere. Sono stati oltre cinque
anni di sofferenza atroce, legata a un’accusa infamante. Se non avessi creduto
nell’unico e vero Dio Gesù Cristo probabilmente non ce l’avrei fatta”.
L'articolo Assolto il consigliere di Reggio Calabria Ripepi: era accusato di
avere “convinto la madre di una vittima di violenza a non denunciare” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“Tiziana Iaria ha potuto svolgere abusivamente la professione di psicologa e
psicoterapeuta proprio servendosi del Centro Antiviolenza Margherita di cui ella
è presidente”. È quanto scrive il gip Cristina Foti nel provvedimento di
sequestro eseguito nei giorni scorsi su richiesta del procuratore di Reggio
Calabria Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto Stefano Musolino e del sostituto
Flavia Modica. La storia è quella dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza
Margherita”, sequestrata dalla polizia di stato a quasi due anni dal finto
rapimento della sua titolare, Tiziana Iaria, indagata adesso per false
informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio
abusivo della professione di psicologa.
Il 22 marzo 2024, infatti, Iaria ha denunciato che il giorno prima è stata
rapita da una donna e due uomini. È da qui che la squadra mobile di Reggio
Calabria è partita per ricostruire cosa avveniva all’interno dell’associazione
che si occupava di donne vittime di violenza. La mattina precedente alla
denuncia “ho attraversato la strada per proseguire sempre sulla via dei
Correttori – è il racconto di Iaria agli investigatori – e proprio, dopo avere
attraversato la strada, venivo chiamata da una signora con i capelli neri corti,
che mi appellava signorina, che in vernacolo mi proferiva una frase del tipo ‘mi
putiti iutari?’ (mi potete aiutare, ndr). La signora aveva in braccio un bambino
che credo avesse circa poco più di un anno e mi ha chiesto di aiutarla a
sistemare quel bambino su una sorta di seggiolino rialzato privo di spalliera
che era ubicato sul sedile posteriore di una autovettura di colore scuro molto
grande che credo fosse una station wagon. Ricordo, dopo aver aperto lo sportello
posteriore destro, di aver messo un mio ginocchio sul sedile in modo da poter
sistemare il bambino sul sediolino. A questo punto ricordo solamente di aver
accusato un forte dolore al capo nella parte sinistra della nuca e di aver
sentito un odore forte come se fosse ammoniaca, odore che mi era sembrato di
percepire anche sui vestiti del bambino. Da quel momento non ricordo più nulla”.
Stando alle sue dichiarazioni, inoltre, Iaria si sarebbe ritrovata “in una
stanza al buio, seduta su una sedia di legno con i braccioli”. Una stanza,
chiusa chiave, dove c’era “un forte odore”: “Sentivo la voce di due individui di
sesso maschile che discutevano fra di loro. Solo quando è stata aperta la porta
della stanza in cui mi trovavo riuscivo a veder qualcosa in quanto è entrata la
luce artificiale di un neon e in questa circostanza notavo che nell’ambiente in
cui mi trovavo vi erano presente i mobili che poco prima avevo percepito al
tatto. Ricordo che vedevo due persone e una di queste mi diceva di uscire dalla
stanza sollecitandomi a salire in un furgoncino credo di colore bianco.
Specifico che queste due persone erano due uomini, tutti e due avevano delle
tute col cappuccio. Entrambi questi due uomini salivano nel furgoncino con me,
loro erano seduti avanti io, invece, ero seduta nel sedile posteriore e preciso
che non ero legata”. Quando il furgone si è fermato, “uno dei due uomini
scendendo dal mezzo e aprendo lo sportello posteriore, mi porgeva un bicchierino
con dentro una sostanza liquida e mi invitava e berla, ma stante che io mi
rifiutavo di farlo, lo stesso mi colpiva con un pugno allo stomaco e mi ripeteva
bruscamente di bere per cui io l’ho assecondato ingerendo la sostanza. Dopo che
ho bevuto questo liquido l’uomo risaliva a bordo del mezzo e ripartivamo.
Ricordo che nei pressi di casa mia il furgoncino si fermava nuovamente ed io
venivo spinta fuori dal mezzo”.
Per gli investigatori era tutto inventato: “Le indagini – si legge nel
provvedimento di sequestro non portavano ad alcun esito ed, anzi, smentivano
radicalmente la versione fornita dalla denunciante”. Le telecamere di
videosorveglianza presenti nella zona, infatti, hanno immortalato un percorso
della Iaria che “si discostava nettamente da quanto riferito” dalla stessa che
aveva dichiarato di essere uscita dal Centro antiviolenza “per recarsi presso lo
studio dell’avvocato (dell’associazione, ndr) sito nelle immediate vicinanze”.
“Eppure – scrive il gip – la stessa veniva notata percorrere un tragitto
decisamente più lungo, nel corso del quale non solo non incontrava alcuno di
sospetto, ma pure faceva acquisiti per poi entrare all’interno della Villa
Comunale intorno alle 9.40”. Qualcosa non torna nemmeno per quanto riguarda il
suo presunto rilascio da parte dei rapitori: “Le immagini dimostravano come
Tiziana Iaria fosse giunta in via Vittorio Emanuele III a mezzo del pullman
Atam, proveniente da Gambarie d’Aspromonte ove la stessa dispone di un
immobile”.
È da lì, utilizzando il suo cellulare, che Iaria si sarebbe collegata su
Facebook e, nella notte del finto rapimento, avrebbe inviato un messaggio al
marito sostenendo di essere uno dei sequestratori e che presto sarebbe stata
liberata. Interrogata di nuovo in questura, dopo aver confermato la prima
versione agli investigatori, quando questi ultimi le hanno fatto vedere le
fotografie che smontavano il suo racconto, Tiziana Iaria non si è scomposta: “lo
non mi ricordo assolutamente di aver percorso il tragitto che mi state facendo
vedere. – sono state le sue parole – Confermo quanto vi ho finora riferito”.
Iscritta nel registro degli indagati, l’inchiesta ha fatto luce sulle altre
anomalie dell’associazione. A partire dalla professione di psicologa che
l’indagata esercitava senza essere iscritta all’albo, prescrivendo farmaci e
facendosi pagare.
Una testimone, che in passato ha lavorato per l’associazione, ha dichiarato:
“Seppur non era iscritta all’albo degli psicologi, teneva nel suo studio delle
sedute con dei pazienti a cui si presentava come psicologa e a cui rilasciava a
fine colloquio delle ricevute che però non venivano mai caricate come fatture.
Quando talvolta i suoi clienti, che spesso erano vittime di maltrattamenti e
violenze, si recavano dagli assistenti sociali e menzionavano la Iaria come loro
psicologa di fiducia, lei ai servizi sociali, per non avere problemi,
specificava che non era psicologa ma sentiva quelle persone nell’ambito di uno
sportello di ascolto”.
La squadra mobile ha trovato anche i versamenti che l’indagata riceveva sui suoi
conti correnti “a titolo di corrispettivo per le prestazioni rese in qualità di
psicologa”. Dall’analisi del suo cellulare, inoltre, “si riscontrava un’immagine
ritraente un timbro sul quale erano indicati i dati e i recapiti di Tiziana
Iaria, qualificatesi come ‘psicologa cognitiva e comportamentale’”. Nel
fascicolo dell’inchiesta sono finiti pure gli atti di un procedimento
giudiziario relativo alla nomina di un amministratore di sostegno a favore di
una signora dei cui beni Tiziana Iaria risulta “amministratrice di fatto senza
alcuna nomina”. “Le indagini hanno permesso di accertare – scrive il gip nel
decreto sequestro – anche una gestione torbida dei beni patrimoniali riferibili
alla Iaria e al Centro Margherita”. A proposito dell’esercizio abusivo della
professione di psicologa, invece, secondo i magistrati “grazie al Centro da lei
diretto, – si legge nel provvedimento – l’indagata è riuscita a perpetrare il
reato e, in particolare, ad aggravarne il disvalore per averlo compiuto non già
in maniera puramente occasionale, bensì in via assidua e continuativa,
arricchendosi ai danni delle povere vittime già seriamente provate dagli abusi
subiti”. Il sequestro dell’associazione antiviolenza, quindi, si è reso
“necessario e indispensabile” perché “appare altamente probabile che l’indagata
persista nel reato servendosi del Centro”. Nelle sue conclusioni, il gip
sottolinea la “spregiudicatezza e serialità della condotta posta in essere
dall’indagata” che “non solo si è arricchita percependo appositi compensi per
l’attività svolta, ma soprattutto si è anche spinta a prescrivere farmaci alle
pazienti, senza curarsi affatto delle gravi conseguenze alle quali le avrebbe
esposte, essendo priva di qualsiasi tipo di abilitazione”.
L'articolo Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la
storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Prima un finto rapimento e adesso l’esercizio abusivo della professione di
psicologa con tanto di prescrizione di farmaci alle vittime di violenza. Su
richiesta della Procura di Reggio Calabria, il gip ha disposto il sequestro
preventivo dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e degli
immobili gestiti dalla stessa per l’esercizio delle proprie attività sia in riva
allo Stretto che in provincia di Avellino. Il provvedimento di sequestro
preventivo è stato eseguito dalla squadra mobile che indaga sulla vicenda dal
2024 quando la titolare del centro Tiziana Iaria aveva denunciato di essere
stata sequestrata. Si è trattato di un finto rapimento lampo secondo la Procura
guidata da Giuseppe Borrelli. La pm Flavia Modica, infatti, ha notificato a
Tiziana Iaria un avviso di conclusione indagini per false informazioni al
pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della
professione di psicologa.
Ma andiamo con ordine: il 21 marzo 2024 il marito della titolare del centro
antiviolenza denuncia sui social e in questura la scomparsa della moglie. “Al
momento è stata dichiarata dispersa. – ha scritto su Facebook – Le forze
dell’ordine hanno mobilitato tutta la task force necessaria per la ricerca senza
escludere nessuna probabilità. Credo un rapimento, ma non possiamo esserne
certi. Tiziana in questi anni ha aiutato e sostenuto decine di donne vittime di
violenza, nonostante le minacce di morte, non si è fermata, né impaurita
continuando a sostenere tutti coloro che hanno subito violenza. Spero tanto che
il tutto si risolva al meglio”. Meno di ventiquattr’ore e Tiziana Iaria
ricompare sotto casa. Ai poliziotti ha dichiarato che il suo sequestro sarebbe
stato perpetrato da soggetti ignoti che, dopo averla stordita, l’avrebbero
condotta in un luogo da lei non riconosciuto, per poi riportarla a Reggio
Calabria la mattina successiva. Il 2 aprile, assistita dalla sua legale, la
titolare del centro antiviolenza organizza pure una conferenza stampa sul suo
presunto rapimento e racconta ulteriori dettagli: “Sono uscita dall’ufficio alle
9 perché dovevo portare dei documenti all’avvocato. – aveva affermato davanti
alle telecamere – Arrivata più o meno qui sotto, dove c’è la colonnina elettrica
per ricaricare le macchine, una signora giovane con in braccio un bambino dagli
occhi azzurri mi ha chiesto cortesemente se potessi aiutarla a mettere il
bambino sul sedile dell’auto. Una cosa normale per me aiutare le persone. Ho
preso il bambino e sono entrata in macchina dalla parte posteriore e la signora
è entrata dall’altra parte. Siamo entrate tutte e due in macchina perché questo
bambino era veramente movimentato e poi non mi ricordo niente. Questo è quello
che è successo quel giorno”.
Nell’intervista con i giornalisti, all’epoca, Iaria ha confermato quanto detto
prima agli investigatori della mobile raccontando di aver sentito un odore di
ammoniaca quando si è avvicinata al bambino: “Nella macchina l’odore era molto
più forte. La donna era giovane, magra e aveva dei capelli neri, non lunghi”. Al
rapimento, stando alla sua versione, avrebbero partecipato anche due uomini che
l’hanno chiusa in una stanza senza finestre per poi liberarla il giorno
seguente, accompagnandola fino a sotto casa: “La mattina – era la ricostruzione
della donna – mi hanno fatto uscire con i miei piedi, non mi hanno legata, non
mi hanno imbavagliata, non mi hanno fatto del male e non hanno parlato con me.
Erano due uomini. Io non li ho mai visti perché erano messi sempre di spalle.
L’unico che ho intravisto, so che aveva una barba, una barba molto sottile”. A
chi gli ha chiesto del perché non si è ribellata, Tiziana Iaria ha risposto:
“Non sono pazza di mettermi a gridare. Perché, se non mi hanno legata, non mi
hanno fatto niente, mi metto a gridare?”. Dettagli abbastanza precisi quindi. Ma
tutto, secondo la Procura, è stato completamente inventato. Le intercettazioni
telefoniche e telematiche, i tabulati e le telecamere videosorveglianza presenti
nella zona, che hanno immortalato il tragitto percorso da Tiziana Iaria, hanno
raccontato una storia completamente diversa consentendo alla polizia e alla
Procura di accertare che si è trattato di un finto rapimento.
Così come era finto anche il messaggio su Facebook che il marito avrebbe
ricevuto da un profilo a lui sconosciuto nelle ore in cui la moglie era
scomparsa. Il mittente lo avrebbe rassicurato che avrebbero provveduto a
riportare Iaria a casa appena la stessa si fosse ripresa, dichiarando che
l’intento dell’azione era soltanto quello di spaventarla. Dall’analisi dei
tabulati di traffico telematico è emerso che quel messaggio all’indirizzo del
marito era stato inoltrato dalla stessa Iaria che oggi si ritrova indagata non
solo per la simulazione di reato e per le dichiarazioni false rese in questura.
Gli accertamenti della squadra mobile hanno svelato episodi in cui l’indagata
avrebbe esercitato, senza averne titolo, la professione di psicologa nei
confronti di alcune ignare vittime di violenza. Per questo motivo, in realtà, il
mese prima del suo finto rapimento, Tiziana Iaria aveva ricevuto un avviso di
garanzia firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino che l’accusava di
“esercitare abusivamente la professione di psicologa-psicoterapeuta, svolgendo
colloqui psicologici e di psicoanalisi presso lo studio sito in Reggio Calabria,
Via DeiCorrettori nr.20, senza essere iscritta all’albo degli psicologi previo
conseguimento del relativo diploma di laurea”.
Con la nuova indagine è emerso, infine, che in alcune occasioni Tiziana Iaria
avrebbe prescritto addirittura farmaci alle donne che si rivolgevano al “Centro
antiviolenza Margherita”.
L'articolo Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare
Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
“La riforma, alla quale io personalmente sono contrario, non risolve nessuno dei
problemi della giustizia. E soprattutto non risolve quello che è il principale
problema: la lunghezza dei tempi del processo. Anche una decisione o
un’iniziativa sbagliata, se è contenuta in 3 o 4 mesi è una cosa superabile. Se
un processo dura 12 anni segna indelebilmente un’intera esistenza”. È quanto
afferma il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli a margine
dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inevitabile, in una giornata come
questa, il riferimento è alla riforma della giustizia oggetto del referendum del
22 e 23 marzo.
“Siccome noi abbiamo sempre stabilito un collegamento tra i tempi del processo e
le risorse disponibili, – ha aggiunto Borrelli – negli ultimi anni abbiamo avuto
una dimostrazione perché gli stanziamenti fatti per il raggiungimento degli
obiettivi del Pnrr hanno determinato un crollo verticale delle pendenze, nel
civile e nel penale. Tra sei mesi, una parte di queste risorse verranno
sottratte. Trovo che francamente sia una cosa inconcepibile che un Paese, uno
Stato non investa sul diritto dei cittadini a un processo giusto e rapido.
Speriamo che ci sia, sotto questo profilo, un ripensamento”.
A proposito dello scontro tra la politica e la magistratura, il procuratore di
Reggio Calabria crede “che ci possano essere delle concezioni che si
contrappongano legittimamente. Però, francamente, mi pare strano che i fautori
del pensiero liberale, dove il liberalismo è chiaramente fondato non solo sulla
tripartizione, ma anche sul bilanciamento dei poteri, non si rendano conto
dell’incidenza che ha sul bilanciamento dei poteri un organo di autogoverno che
viene estratto a sorte. Bisogna pensare a quanto potrebbe incidere, sulla forza
del potere legislativo, un Parlamento estratto a sorte tra tutti i cittadini. Al
di là di quelli che sono i dettagli tecnici, credo che la riforma incida,
indirettamente e profondamente, sull’indipendenza dell’intero potere giudiziario
e sulla sua capacità non di contrapporsi ma di bilanciare gli altri poteri dello
Stato, com’è normale che avvenga in una democrazia liberale. E come il nostro
costituente aveva previsto in questo modo, garantendo la tenuta democratica di
questo Paese, dalla Costituzione fino ad oggi”.
L'articolo Il procuratore di Reggio Calabria Borrelli: “Referendum? La riforma
non risolve nessun problema della giustizia, come la lunghezza dei processi”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel centro storico di Reggio Calabria due gatti e un cane sono stati abbandonati
in un b&b dalla loro padrona. Dopo aver soggiornato nella camera per alcuni
giorni con i suoi animali domestici, la donna ha lasciato la struttura senza
portare con sé lì i cuccioli. Della signora si sono perse le tracce. Come
riporta il sito ufficiale dell’Enpa, i volontari dell’ente, la Polizia
Municipale e il Servizio Veterinario dell’Asp sono intervenuti dopo una
segnalazione del proprietario del b&b. I veterinari hanno visitato gli animali,
risultati in buona salute. I volontari hanno denunciato il fatto, dichiarando
che si è trattato dell’ennesimo episodio di abbandono di animali domestici nella
zona di Reggio Calabria.
Dopo il recupero, i due gatti e il cane sono stati presi in carico dall’Enpa
locale. L’associazione sta già cercando strutture idonee in cui sistemare gli
animali. Intanto, le autorità hanno identificato la proprietaria dei tre
cuccioli, tramite i documenti forniti dalla signora al momento del check in del
b&b. L’iter per procedere alle denunce previste dalla legge è già in atto.
L’Enpa ha colto l’occasione per ricordare che l’abbandono degli animali è un
reato punito dal Codice Penale e che le segnalazioni possono contribuire a
salvare la vita dei cuccioli.
L'articolo “Ha alloggiato in un B&b e poi se ne è andata abbandonando lì i suoi
due gatti e un cane. Ha fatto sparire le sue tracce, ma abbiamo segnalato tutto
alle autorità”: la denuncia dell’Enpa proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Reggio Calabria il Servizio sanitario regionale pagava le bombole non solo ai
pazienti che necessitavano di essere curati con l’ossigenoterapia ma anche a
soggetti “non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”.
È quanto c’è scritto nell’ordinanza firmata il 7 gennaio dal giudice per le
indagini preliminari, Sabato Abagnale dopo gli interrogatori preventivi eseguiti
prima di Natale così come ha previsto la riforma Nordio.
Nell’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nas, sono complessivamente 39 gli
indagati e, su richiesta della Procura di Reggio Calabria guidata da Giuseppe
Borrelli, per 12 di loro è scattata la misura cautelare. I reati contestati dai
pm vanno dall’associazione per delinquere al falso ideologico e materiale
passando per l’esercizio abusivo della professione sanitaria, l’accesso abusivo
a sistema informatico, la truffa aggravata in danno del sistema sanitario, il
favoreggiamento personale, il peculato e la corruzione.
In quattro sono finiti agli arresti domiciliari. Si tratta del titolare della
ditta “Macheda Trasporti” Francesco Macheda, di due dipendenti della stessa
azienda Fortunato Giovanni Macheda e Stefania Callipari e del medico dell’Asp
Giuseppe Villa. Nei confronti degli altri 8 indagati il gip ha disposto misure
cautelari più lievi: il divieto temporaneo di esercitare determinate attività
professionali o imprenditoriali per 12 mesi nei confronti del rappresentante
regionale della multinazionale VitalAire Italia Spa Cristian Aragona e dei
farmacisti Maria Anna Zumbo e Antonio Demetrio Pellicanò; l’obbligo di
presentazione alla polizia giudiziaria per altri tre dipendenti della “Macheda
Trasporti” Giovanni Mallamaci, Isabella Maida e Rossana Spina; e la sospensione
dall’esercizio dell’ufficio pubblico e della professione per 12 mesi per i
medici dell’Asp di Reggio Calabria Francesco Scopelliti e Attilio Fulgido.
Il titolare e alcuni dipendenti della “Macheda Trasporti”, il referente in
Calabria della multinazionale “VitalAire Italia Spa”, ma anche farmacisti,
medici specialisti dipendenti dell’Asp, medici di medicina generale, faccendieri
vari e pazienti conniventi. Tutti, stando all’attività investigativa dei
carabinieri del Nas, avrebbero fatto parte di un’associazione a delinquere. Per
la Procura era un sodalizio criminale che, attraverso l’impiego piani
terapeutici, prescrizioni mediche e documenti di trasporto falsi, certificava la
consegna di numerosissime di bombole di gas medicale, generalmente utilizzato
per patologie pneumologiche o terminali, a pazienti compiacenti, ignari o
inesistenti, ponendo il costo del dispositivo sanitario a carico del Sistema
sanitario nazionale e di quello regionale. Oltre alle misure coercitive
personali e interdittive, il gip ha disposto il sequestro della “Macheda
Trasporti”, titolare della gestione, commercializzazione e distribuzione del gas
medicale, nonché della somma di euro 48mila euro nei confronti della “VitalAire
Italia Spa”, la multinazionale fornitrice del dispositivo medico.
Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge che “le verifiche svolte hanno
accertato una gestione illecita della distribuzione delle bombole destinate
all’ossigenoterapia, con attribuzioni in sovrannumero a pazienti aventi diritto
(eccedenze contabilizzate ai fini del rimborso ma mai consegnate), consegne a
soggetti non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”.
Le indagini sono iniziate nel maggio 2023, in seguito alle denunce di pazienti
sottoposti a ossigenoterapia a lungo termine, i quali lamentavano irregolarità
nella consegna delle bombole e riferivano di pressioni da parte di alcuni medici
per orientare la scelta della ditta fornitrice dei dispositivi. I primi
accertamenti eseguiti dai Nas “evidenziavano – scrive il gip – un predominio
assoluto della VitalAire Italia S.p.A. rispetto alle altre ditte”.
Le intercettazioni hanno fatto il resto evidenziando, per gli inquirenti, “un
sistema fraudolento che, mediante la formazione di falsi certificati medici e
con l’ausilio di sanitari e farmacisti, consentiva all’organizzazione di
aumentare gli introiti e di alterare il mercato della distribuzione delle
bombole per l’ossigenoterapia, sino a determinare, secondo il pm, un sostanziale
monopolio in capo alla società farmaceutica VitalAire Italia”.
Nel dettaglio “il sistema richiedeva il coinvolgimento di più professionalità su
diversi livelli: i medici specialisti redigevano piani terapeutici attestanti la
necessità dell’ossigenoterapia spesso senza che gli accertamenti propedeutici
fossero stati realmente eseguiti; i pazienti, per la prescrizione del
dispositivo, si rivolgevano al medico di medicina generale, il quale rilasciava
la ricetta; i membri della consorteria raccoglievano la documentazione e
provvedevano a inoltrare gli ordini presso farmacie compiacenti che inserivano i
piani terapeutici e i relativi ordinativi nelle piattaforme regionali ‘WebCare’
e ‘FarmaStat’. Per i dispositivi mai consegnati, venivano richiesti rimborsi
illeciti al Servizio Sanitario Regionale e al Servizio Sanitario Provinciale da
parte di VitalAire e delle farmacie che avevano gestito gli ordini”.
In cima alla piramide c’erano i fratelli Francesco e Fortunato Giovanni Macheda,
ritenuti entrambi capi-promotori dell’associazione a delinquere. Il primo,
titolare dell’azienda che distribuiva le bombole, “pianificava le strategie
commerciali – ha scritto la Procura nel capo di imputazione – e si rapportava
sia con i medici infedeli che con la VitalAire, per il tramite di Cristian
Aragona”, il rappresentante regionale della multinazionale. Formalmente
dipendente del fratello, invece, Fortunato Giovanni Macheda curava la “parte
operativa del business, intratteneva i contatti con alcuni sanitari e con i
titolari delle farmacie, in specie con i dottori Pellicanò e Zumbo”. Inoltre,
“dettava le direttive operative ai sodali in merito alla distribuzione delle
bombole di ossigeno; partecipava egli stesso allo smistamento dei dispositivi e
si adoperava per risolvere le problematiche afferenti al sistema illecito e per
adottare strategie utili a sviare le indagini in corso”.
Il gip non ha dubbi quando spiega che “il quadro emerso dalle indagini
descriveva un contesto associativo capace di scardinare” la normativa che doveva
servire a contrastare le frodi. Piuttosto è emerso “un sistema di cointeressenze
tra tutti gli attori coinvolti, che agivano in sinergia per il proprio
tornaconto e in danno del Servizio sanitario nazionale e regionale”.
Falsi piani terapeutici rilasciati a non aventi diritto o a aventi diritto ma
per quantitativi superiori al necessario. Nell’inchiesta c’è di tutto. Anche il
tornaconto dei medici che “ottenevano benefici dalla VitalAire: dispositivi
costosi in comodato d’uso gratuito (polisonnografi) e finanziamenti per convegni
o trasferte congressuali”.
Le intercettazioni hanno fatto il resto e hanno svelato il sistema delle
provvigioni interne predisposte da Francesco Macheda per i suoi dipendenti. Come
Isabella Maida che, all’interno della “Macheda Trasporti”, era “incaricata – si
legge nel capo di imputazione – ad affiancare e condizionare l’operato del
dottore Francesco Scopelliti, presso il Polo Sud dell’Asp di Reggio Calabria”.
Pur essendo dipendente di un’azienda privata, era lei che “provvedeva a
veicolare prenotazioni di pazienti presso il Cup del presidio sanitario,
occupandosi della gestione dei rinnovi dei piani terapeutici e delle correlate
ricette prescrittive dell’ossigeno”.
In una conversazione, Isabella Maida spiega come funzionano le provvigioni
relative alla quantità dei pazienti loro attribuiti: “E che fai? Mischi le cose
e poi dici no perché era già attivo! Dopo che mi rompo il culo e vai avanti e
indietro, fai i documenti, questo e quello … a no ma il paziente era attivo è un
cambio non te lo pago? No, io non lavoro per la gloria mi dispiace mi basta già
quella del Padre Eterno. Io aiuto si, però dico io devo avere il mio tornaconto
non è che mi alzo la mattina e aiuto a tutti qua. Se per me il gioco non vale la
candela non mi ci applico in questo senso qua”. Ad ascoltarla c’era il suo
collega Giovanni Mallamaci le cui parole, in un’altra intercettazione, sono la
fotografia dell’inchiesta: “Da quant’è che le ricette le gestiamo noi, ma sai
quante consegne in più facciamo ogni mese? tu non puoi avere manco l’idea. Noi
solo, noi solo su Reggio stiamo arrivando a fare quasi duecento consegne in più.
Quando mai ha fatto novecento consegne in un mese, novecento bolle… e non è che
dici abbiamo fatto pazienti nuovi, perché pazienti nuovi uno ogni morte di papa
ne facciamo. Ne muore uno e ne facciamo un altro, quindi non è che dici va bè
hai fatto dieci pazienti nuovi quindi il lavoro è aumentato, le consegne sempre
quelle sono”.
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spese dell’Asp: 12 misure cautelari a Reggio Calabria proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Truffa ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche
forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico
commesso da pubblico ufficiale. È caduto tutto alla fine del dibattimento nel
processo “Cara accoglienza” che, nel 2020, aveva portato la Procura di Palmi a
emettere sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Cara accoglienza”
sulla gestione del centro migranti attivo nell’agriturismo “Villa Cristina” di
Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, dal settembre 2016 all’aprile 2018.
Tra questi c’era pure il sindaco Orlando Fazzolari, allora di Fratelli d’Italia
e oggi transitato nel partito Noi moderati che lo ha candidato alle ultime
regionali quando, proprio per l’inchiesta “Cara accoglienza”, la Commissione
antimafia lo aveva inserito nell’elenco degli “impresentabili”.
Sono stati assolti dalle accuse contestate anche gli altri cinque imputati: due
commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani, due ispettori
della Prefettura di Reggio Calabria, Pasquale Modafferi e Salvatore Del Giglio,
e la titolare della cooperativa sociale “Itaca” Maria Giovanna Ursida. Pure per
quest’ultima, secondo i giudici di Palmi, le accuse di truffa, corruzione e
falso “non sussistono” mentre il reato di peculato, commesso tra il 2016 e il
2017, dopo essere stato derubricato in appropriazione indebita è stato
dichiarato “estinto per intervenuta prescrizione”.
Assoluzione piena, invece, per i due commercianti, accusati di “frode nelle
pubbliche forniture”, e per i due funzionari della prefettura di Reggio Calabria
che rispondevano solo di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale.
Entrambi, infatti, erano stati rinviati a giudizio per avere redatto “falsamente
un verbale ispettivo” del 2017 e aver omesso di indicare “la mancata
manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre
cooperative oltre la ‘Itaca’ affidataria della convenzione per la gestione dei
servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune”.
In attesa di leggere le motivazioni, nel dispositivo del Tribunale di Palmi c’è
scritto che il “fatto non sussiste” per quanto riguarda le accuse di abuso
d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione per atti contrari ai
doveri d’ufficio contestate al sindaco Orlando Fazzolari, finito al centro
dell’inchiesta in quanto il responsabile e referente della convenzione stipulata
dal Comune di Varapodio con la Prefettura di Reggio Calabria.
Stando alle indagini condotte dai carabinieri, il centro di accoglienza sarebbe
stato caratterizzato da una gestione poco trasparente e corretta, soprattutto in
riferimento all’affidamento di servizi e forniture alle imprese, ma anche in
relazione all’assunzione dei singoli collaboratori che dovevano occuparsi dei
migranti. Il sindaco Fazzolari si è sempre dichiarato innocente quando la
Procura lo ha accusato di avere assegnato i servizi a imprese amiche con cui si
trovava in conflitto di interessi. Assegnazioni che, per l’accusa, erano
avvenute senza alcuna autorizzazione del Consiglio comunale e senza alcun bando
pubblico ma solo attraverso affidamenti diretti.
La gestione dei migranti, infatti, secondo gli inquirenti finiva regolarmente in
mano a soggetti privati per i quali il sindaco Fazzolari era stato consulente
fiscale o intermediario commercialista. Il tutto, stando alla ricostruzione dei
carabinieri, dopo aver firmato autodichiarazioni con le quali “attestava
falsamente – c’era scritto nel capo di imputazione – di non trovarsi in alcuna
situazione di conflitto di interesse, tra cui anche legami professionali o di
amicizia e frequentazione, con i titolari delle imprese affidatarie”. Da qui il
reato di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per il quale, a cinque
anni e mezzo dalla chiusura delle indagini, Fazzolari è stato assolto. Ma “per
particolare tenuità del fatto”.
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e funzionari della prefettura proviene da Il Fatto Quotidiano.