Prima un finto rapimento e adesso l’esercizio abusivo della professione di
psicologa con tanto di prescrizione di farmaci alle vittime di violenza. Su
richiesta della Procura di Reggio Calabria, il gip ha disposto il sequestro
preventivo dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e degli
immobili gestiti dalla stessa per l’esercizio delle proprie attività sia in riva
allo Stretto che in provincia di Avellino. Il provvedimento di sequestro
preventivo è stato eseguito dalla squadra mobile che indaga sulla vicenda dal
2024 quando la titolare del centro Tiziana Iaria aveva denunciato di essere
stata sequestrata. Si è trattato di un finto rapimento lampo secondo la Procura
guidata da Giuseppe Borrelli. La pm Flavia Modica, infatti, ha notificato a
Tiziana Iaria un avviso di conclusione indagini per false informazioni al
pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della
professione di psicologa.
Ma andiamo con ordine: il 21 marzo 2024 il marito della titolare del centro
antiviolenza denuncia sui social e in questura la scomparsa della moglie. “Al
momento è stata dichiarata dispersa. – ha scritto su Facebook – Le forze
dell’ordine hanno mobilitato tutta la task force necessaria per la ricerca senza
escludere nessuna probabilità. Credo un rapimento, ma non possiamo esserne
certi. Tiziana in questi anni ha aiutato e sostenuto decine di donne vittime di
violenza, nonostante le minacce di morte, non si è fermata, né impaurita
continuando a sostenere tutti coloro che hanno subito violenza. Spero tanto che
il tutto si risolva al meglio”. Meno di ventiquattr’ore e Tiziana Iaria
ricompare sotto casa. Ai poliziotti ha dichiarato che il suo sequestro sarebbe
stato perpetrato da soggetti ignoti che, dopo averla stordita, l’avrebbero
condotta in un luogo da lei non riconosciuto, per poi riportarla a Reggio
Calabria la mattina successiva. Il 2 aprile, assistita dalla sua legale, la
titolare del centro antiviolenza organizza pure una conferenza stampa sul suo
presunto rapimento e racconta ulteriori dettagli: “Sono uscita dall’ufficio alle
9 perché dovevo portare dei documenti all’avvocato. – aveva affermato davanti
alle telecamere – Arrivata più o meno qui sotto, dove c’è la colonnina elettrica
per ricaricare le macchine, una signora giovane con in braccio un bambino dagli
occhi azzurri mi ha chiesto cortesemente se potessi aiutarla a mettere il
bambino sul sedile dell’auto. Una cosa normale per me aiutare le persone. Ho
preso il bambino e sono entrata in macchina dalla parte posteriore e la signora
è entrata dall’altra parte. Siamo entrate tutte e due in macchina perché questo
bambino era veramente movimentato e poi non mi ricordo niente. Questo è quello
che è successo quel giorno”.
Nell’intervista con i giornalisti, all’epoca, Iaria ha confermato quanto detto
prima agli investigatori della mobile raccontando di aver sentito un odore di
ammoniaca quando si è avvicinata al bambino: “Nella macchina l’odore era molto
più forte. La donna era giovane, magra e aveva dei capelli neri, non lunghi”. Al
rapimento, stando alla sua versione, avrebbero partecipato anche due uomini che
l’hanno chiusa in una stanza senza finestre per poi liberarla il giorno
seguente, accompagnandola fino a sotto casa: “La mattina – era la ricostruzione
della donna – mi hanno fatto uscire con i miei piedi, non mi hanno legata, non
mi hanno imbavagliata, non mi hanno fatto del male e non hanno parlato con me.
Erano due uomini. Io non li ho mai visti perché erano messi sempre di spalle.
L’unico che ho intravisto, so che aveva una barba, una barba molto sottile”. A
chi gli ha chiesto del perché non si è ribellata, Tiziana Iaria ha risposto:
“Non sono pazza di mettermi a gridare. Perché, se non mi hanno legata, non mi
hanno fatto niente, mi metto a gridare?”. Dettagli abbastanza precisi quindi. Ma
tutto, secondo la Procura, è stato completamente inventato. Le intercettazioni
telefoniche e telematiche, i tabulati e le telecamere videosorveglianza presenti
nella zona, che hanno immortalato il tragitto percorso da Tiziana Iaria, hanno
raccontato una storia completamente diversa consentendo alla polizia e alla
Procura di accertare che si è trattato di un finto rapimento.
Così come era finto anche il messaggio su Facebook che il marito avrebbe
ricevuto da un profilo a lui sconosciuto nelle ore in cui la moglie era
scomparsa. Il mittente lo avrebbe rassicurato che avrebbero provveduto a
riportare Iaria a casa appena la stessa si fosse ripresa, dichiarando che
l’intento dell’azione era soltanto quello di spaventarla. Dall’analisi dei
tabulati di traffico telematico è emerso che quel messaggio all’indirizzo del
marito era stato inoltrato dalla stessa Iaria che oggi si ritrova indagata non
solo per la simulazione di reato e per le dichiarazioni false rese in questura.
Gli accertamenti della squadra mobile hanno svelato episodi in cui l’indagata
avrebbe esercitato, senza averne titolo, la professione di psicologa nei
confronti di alcune ignare vittime di violenza. Per questo motivo, in realtà, il
mese prima del suo finto rapimento, Tiziana Iaria aveva ricevuto un avviso di
garanzia firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino che l’accusava di
“esercitare abusivamente la professione di psicologa-psicoterapeuta, svolgendo
colloqui psicologici e di psicoanalisi presso lo studio sito in Reggio Calabria,
Via DeiCorrettori nr.20, senza essere iscritta all’albo degli psicologi previo
conseguimento del relativo diploma di laurea”.
Con la nuova indagine è emerso, infine, che in alcune occasioni Tiziana Iaria
avrebbe prescritto addirittura farmaci alle donne che si rivolgevano al “Centro
antiviolenza Margherita”.
L'articolo Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare
Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa” proviene
da Il Fatto Quotidiano.
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“La riforma, alla quale io personalmente sono contrario, non risolve nessuno dei
problemi della giustizia. E soprattutto non risolve quello che è il principale
problema: la lunghezza dei tempi del processo. Anche una decisione o
un’iniziativa sbagliata, se è contenuta in 3 o 4 mesi è una cosa superabile. Se
un processo dura 12 anni segna indelebilmente un’intera esistenza”. È quanto
afferma il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli a margine
dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inevitabile, in una giornata come
questa, il riferimento è alla riforma della giustizia oggetto del referendum del
22 e 23 marzo.
“Siccome noi abbiamo sempre stabilito un collegamento tra i tempi del processo e
le risorse disponibili, – ha aggiunto Borrelli – negli ultimi anni abbiamo avuto
una dimostrazione perché gli stanziamenti fatti per il raggiungimento degli
obiettivi del Pnrr hanno determinato un crollo verticale delle pendenze, nel
civile e nel penale. Tra sei mesi, una parte di queste risorse verranno
sottratte. Trovo che francamente sia una cosa inconcepibile che un Paese, uno
Stato non investa sul diritto dei cittadini a un processo giusto e rapido.
Speriamo che ci sia, sotto questo profilo, un ripensamento”.
A proposito dello scontro tra la politica e la magistratura, il procuratore di
Reggio Calabria crede “che ci possano essere delle concezioni che si
contrappongano legittimamente. Però, francamente, mi pare strano che i fautori
del pensiero liberale, dove il liberalismo è chiaramente fondato non solo sulla
tripartizione, ma anche sul bilanciamento dei poteri, non si rendano conto
dell’incidenza che ha sul bilanciamento dei poteri un organo di autogoverno che
viene estratto a sorte. Bisogna pensare a quanto potrebbe incidere, sulla forza
del potere legislativo, un Parlamento estratto a sorte tra tutti i cittadini. Al
di là di quelli che sono i dettagli tecnici, credo che la riforma incida,
indirettamente e profondamente, sull’indipendenza dell’intero potere giudiziario
e sulla sua capacità non di contrapporsi ma di bilanciare gli altri poteri dello
Stato, com’è normale che avvenga in una democrazia liberale. E come il nostro
costituente aveva previsto in questo modo, garantendo la tenuta democratica di
questo Paese, dalla Costituzione fino ad oggi”.
L'articolo Il procuratore di Reggio Calabria Borrelli: “Referendum? La riforma
non risolve nessun problema della giustizia, come la lunghezza dei processi”
proviene da Il Fatto Quotidiano.
Nel centro storico di Reggio Calabria due gatti e un cane sono stati abbandonati
in un b&b dalla loro padrona. Dopo aver soggiornato nella camera per alcuni
giorni con i suoi animali domestici, la donna ha lasciato la struttura senza
portare con sé lì i cuccioli. Della signora si sono perse le tracce. Come
riporta il sito ufficiale dell’Enpa, i volontari dell’ente, la Polizia
Municipale e il Servizio Veterinario dell’Asp sono intervenuti dopo una
segnalazione del proprietario del b&b. I veterinari hanno visitato gli animali,
risultati in buona salute. I volontari hanno denunciato il fatto, dichiarando
che si è trattato dell’ennesimo episodio di abbandono di animali domestici nella
zona di Reggio Calabria.
Dopo il recupero, i due gatti e il cane sono stati presi in carico dall’Enpa
locale. L’associazione sta già cercando strutture idonee in cui sistemare gli
animali. Intanto, le autorità hanno identificato la proprietaria dei tre
cuccioli, tramite i documenti forniti dalla signora al momento del check in del
b&b. L’iter per procedere alle denunce previste dalla legge è già in atto.
L’Enpa ha colto l’occasione per ricordare che l’abbandono degli animali è un
reato punito dal Codice Penale e che le segnalazioni possono contribuire a
salvare la vita dei cuccioli.
L'articolo “Ha alloggiato in un B&b e poi se ne è andata abbandonando lì i suoi
due gatti e un cane. Ha fatto sparire le sue tracce, ma abbiamo segnalato tutto
alle autorità”: la denuncia dell’Enpa proviene da Il Fatto Quotidiano.
A Reggio Calabria il Servizio sanitario regionale pagava le bombole non solo ai
pazienti che necessitavano di essere curati con l’ossigenoterapia ma anche a
soggetti “non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”.
È quanto c’è scritto nell’ordinanza firmata il 7 gennaio dal giudice per le
indagini preliminari, Sabato Abagnale dopo gli interrogatori preventivi eseguiti
prima di Natale così come ha previsto la riforma Nordio.
Nell’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nas, sono complessivamente 39 gli
indagati e, su richiesta della Procura di Reggio Calabria guidata da Giuseppe
Borrelli, per 12 di loro è scattata la misura cautelare. I reati contestati dai
pm vanno dall’associazione per delinquere al falso ideologico e materiale
passando per l’esercizio abusivo della professione sanitaria, l’accesso abusivo
a sistema informatico, la truffa aggravata in danno del sistema sanitario, il
favoreggiamento personale, il peculato e la corruzione.
In quattro sono finiti agli arresti domiciliari. Si tratta del titolare della
ditta “Macheda Trasporti” Francesco Macheda, di due dipendenti della stessa
azienda Fortunato Giovanni Macheda e Stefania Callipari e del medico dell’Asp
Giuseppe Villa. Nei confronti degli altri 8 indagati il gip ha disposto misure
cautelari più lievi: il divieto temporaneo di esercitare determinate attività
professionali o imprenditoriali per 12 mesi nei confronti del rappresentante
regionale della multinazionale VitalAire Italia Spa Cristian Aragona e dei
farmacisti Maria Anna Zumbo e Antonio Demetrio Pellicanò; l’obbligo di
presentazione alla polizia giudiziaria per altri tre dipendenti della “Macheda
Trasporti” Giovanni Mallamaci, Isabella Maida e Rossana Spina; e la sospensione
dall’esercizio dell’ufficio pubblico e della professione per 12 mesi per i
medici dell’Asp di Reggio Calabria Francesco Scopelliti e Attilio Fulgido.
Il titolare e alcuni dipendenti della “Macheda Trasporti”, il referente in
Calabria della multinazionale “VitalAire Italia Spa”, ma anche farmacisti,
medici specialisti dipendenti dell’Asp, medici di medicina generale, faccendieri
vari e pazienti conniventi. Tutti, stando all’attività investigativa dei
carabinieri del Nas, avrebbero fatto parte di un’associazione a delinquere. Per
la Procura era un sodalizio criminale che, attraverso l’impiego piani
terapeutici, prescrizioni mediche e documenti di trasporto falsi, certificava la
consegna di numerosissime di bombole di gas medicale, generalmente utilizzato
per patologie pneumologiche o terminali, a pazienti compiacenti, ignari o
inesistenti, ponendo il costo del dispositivo sanitario a carico del Sistema
sanitario nazionale e di quello regionale. Oltre alle misure coercitive
personali e interdittive, il gip ha disposto il sequestro della “Macheda
Trasporti”, titolare della gestione, commercializzazione e distribuzione del gas
medicale, nonché della somma di euro 48mila euro nei confronti della “VitalAire
Italia Spa”, la multinazionale fornitrice del dispositivo medico.
Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge che “le verifiche svolte hanno
accertato una gestione illecita della distribuzione delle bombole destinate
all’ossigenoterapia, con attribuzioni in sovrannumero a pazienti aventi diritto
(eccedenze contabilizzate ai fini del rimborso ma mai consegnate), consegne a
soggetti non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”.
Le indagini sono iniziate nel maggio 2023, in seguito alle denunce di pazienti
sottoposti a ossigenoterapia a lungo termine, i quali lamentavano irregolarità
nella consegna delle bombole e riferivano di pressioni da parte di alcuni medici
per orientare la scelta della ditta fornitrice dei dispositivi. I primi
accertamenti eseguiti dai Nas “evidenziavano – scrive il gip – un predominio
assoluto della VitalAire Italia S.p.A. rispetto alle altre ditte”.
Le intercettazioni hanno fatto il resto evidenziando, per gli inquirenti, “un
sistema fraudolento che, mediante la formazione di falsi certificati medici e
con l’ausilio di sanitari e farmacisti, consentiva all’organizzazione di
aumentare gli introiti e di alterare il mercato della distribuzione delle
bombole per l’ossigenoterapia, sino a determinare, secondo il pm, un sostanziale
monopolio in capo alla società farmaceutica VitalAire Italia”.
Nel dettaglio “il sistema richiedeva il coinvolgimento di più professionalità su
diversi livelli: i medici specialisti redigevano piani terapeutici attestanti la
necessità dell’ossigenoterapia spesso senza che gli accertamenti propedeutici
fossero stati realmente eseguiti; i pazienti, per la prescrizione del
dispositivo, si rivolgevano al medico di medicina generale, il quale rilasciava
la ricetta; i membri della consorteria raccoglievano la documentazione e
provvedevano a inoltrare gli ordini presso farmacie compiacenti che inserivano i
piani terapeutici e i relativi ordinativi nelle piattaforme regionali ‘WebCare’
e ‘FarmaStat’. Per i dispositivi mai consegnati, venivano richiesti rimborsi
illeciti al Servizio Sanitario Regionale e al Servizio Sanitario Provinciale da
parte di VitalAire e delle farmacie che avevano gestito gli ordini”.
In cima alla piramide c’erano i fratelli Francesco e Fortunato Giovanni Macheda,
ritenuti entrambi capi-promotori dell’associazione a delinquere. Il primo,
titolare dell’azienda che distribuiva le bombole, “pianificava le strategie
commerciali – ha scritto la Procura nel capo di imputazione – e si rapportava
sia con i medici infedeli che con la VitalAire, per il tramite di Cristian
Aragona”, il rappresentante regionale della multinazionale. Formalmente
dipendente del fratello, invece, Fortunato Giovanni Macheda curava la “parte
operativa del business, intratteneva i contatti con alcuni sanitari e con i
titolari delle farmacie, in specie con i dottori Pellicanò e Zumbo”. Inoltre,
“dettava le direttive operative ai sodali in merito alla distribuzione delle
bombole di ossigeno; partecipava egli stesso allo smistamento dei dispositivi e
si adoperava per risolvere le problematiche afferenti al sistema illecito e per
adottare strategie utili a sviare le indagini in corso”.
Il gip non ha dubbi quando spiega che “il quadro emerso dalle indagini
descriveva un contesto associativo capace di scardinare” la normativa che doveva
servire a contrastare le frodi. Piuttosto è emerso “un sistema di cointeressenze
tra tutti gli attori coinvolti, che agivano in sinergia per il proprio
tornaconto e in danno del Servizio sanitario nazionale e regionale”.
Falsi piani terapeutici rilasciati a non aventi diritto o a aventi diritto ma
per quantitativi superiori al necessario. Nell’inchiesta c’è di tutto. Anche il
tornaconto dei medici che “ottenevano benefici dalla VitalAire: dispositivi
costosi in comodato d’uso gratuito (polisonnografi) e finanziamenti per convegni
o trasferte congressuali”.
Le intercettazioni hanno fatto il resto e hanno svelato il sistema delle
provvigioni interne predisposte da Francesco Macheda per i suoi dipendenti. Come
Isabella Maida che, all’interno della “Macheda Trasporti”, era “incaricata – si
legge nel capo di imputazione – ad affiancare e condizionare l’operato del
dottore Francesco Scopelliti, presso il Polo Sud dell’Asp di Reggio Calabria”.
Pur essendo dipendente di un’azienda privata, era lei che “provvedeva a
veicolare prenotazioni di pazienti presso il Cup del presidio sanitario,
occupandosi della gestione dei rinnovi dei piani terapeutici e delle correlate
ricette prescrittive dell’ossigeno”.
In una conversazione, Isabella Maida spiega come funzionano le provvigioni
relative alla quantità dei pazienti loro attribuiti: “E che fai? Mischi le cose
e poi dici no perché era già attivo! Dopo che mi rompo il culo e vai avanti e
indietro, fai i documenti, questo e quello … a no ma il paziente era attivo è un
cambio non te lo pago? No, io non lavoro per la gloria mi dispiace mi basta già
quella del Padre Eterno. Io aiuto si, però dico io devo avere il mio tornaconto
non è che mi alzo la mattina e aiuto a tutti qua. Se per me il gioco non vale la
candela non mi ci applico in questo senso qua”. Ad ascoltarla c’era il suo
collega Giovanni Mallamaci le cui parole, in un’altra intercettazione, sono la
fotografia dell’inchiesta: “Da quant’è che le ricette le gestiamo noi, ma sai
quante consegne in più facciamo ogni mese? tu non puoi avere manco l’idea. Noi
solo, noi solo su Reggio stiamo arrivando a fare quasi duecento consegne in più.
Quando mai ha fatto novecento consegne in un mese, novecento bolle… e non è che
dici abbiamo fatto pazienti nuovi, perché pazienti nuovi uno ogni morte di papa
ne facciamo. Ne muore uno e ne facciamo un altro, quindi non è che dici va bè
hai fatto dieci pazienti nuovi quindi il lavoro è aumentato, le consegne sempre
quelle sono”.
L'articolo Bombole d’ossigeno a chi è “in buona salute e perfino ai morti” a
spese dell’Asp: 12 misure cautelari a Reggio Calabria proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Truffa ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche
forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico
commesso da pubblico ufficiale. È caduto tutto alla fine del dibattimento nel
processo “Cara accoglienza” che, nel 2020, aveva portato la Procura di Palmi a
emettere sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Cara accoglienza”
sulla gestione del centro migranti attivo nell’agriturismo “Villa Cristina” di
Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, dal settembre 2016 all’aprile 2018.
Tra questi c’era pure il sindaco Orlando Fazzolari, allora di Fratelli d’Italia
e oggi transitato nel partito Noi moderati che lo ha candidato alle ultime
regionali quando, proprio per l’inchiesta “Cara accoglienza”, la Commissione
antimafia lo aveva inserito nell’elenco degli “impresentabili”.
Sono stati assolti dalle accuse contestate anche gli altri cinque imputati: due
commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani, due ispettori
della Prefettura di Reggio Calabria, Pasquale Modafferi e Salvatore Del Giglio,
e la titolare della cooperativa sociale “Itaca” Maria Giovanna Ursida. Pure per
quest’ultima, secondo i giudici di Palmi, le accuse di truffa, corruzione e
falso “non sussistono” mentre il reato di peculato, commesso tra il 2016 e il
2017, dopo essere stato derubricato in appropriazione indebita è stato
dichiarato “estinto per intervenuta prescrizione”.
Assoluzione piena, invece, per i due commercianti, accusati di “frode nelle
pubbliche forniture”, e per i due funzionari della prefettura di Reggio Calabria
che rispondevano solo di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale.
Entrambi, infatti, erano stati rinviati a giudizio per avere redatto “falsamente
un verbale ispettivo” del 2017 e aver omesso di indicare “la mancata
manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre
cooperative oltre la ‘Itaca’ affidataria della convenzione per la gestione dei
servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune”.
In attesa di leggere le motivazioni, nel dispositivo del Tribunale di Palmi c’è
scritto che il “fatto non sussiste” per quanto riguarda le accuse di abuso
d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione per atti contrari ai
doveri d’ufficio contestate al sindaco Orlando Fazzolari, finito al centro
dell’inchiesta in quanto il responsabile e referente della convenzione stipulata
dal Comune di Varapodio con la Prefettura di Reggio Calabria.
Stando alle indagini condotte dai carabinieri, il centro di accoglienza sarebbe
stato caratterizzato da una gestione poco trasparente e corretta, soprattutto in
riferimento all’affidamento di servizi e forniture alle imprese, ma anche in
relazione all’assunzione dei singoli collaboratori che dovevano occuparsi dei
migranti. Il sindaco Fazzolari si è sempre dichiarato innocente quando la
Procura lo ha accusato di avere assegnato i servizi a imprese amiche con cui si
trovava in conflitto di interessi. Assegnazioni che, per l’accusa, erano
avvenute senza alcuna autorizzazione del Consiglio comunale e senza alcun bando
pubblico ma solo attraverso affidamenti diretti.
La gestione dei migranti, infatti, secondo gli inquirenti finiva regolarmente in
mano a soggetti privati per i quali il sindaco Fazzolari era stato consulente
fiscale o intermediario commercialista. Il tutto, stando alla ricostruzione dei
carabinieri, dopo aver firmato autodichiarazioni con le quali “attestava
falsamente – c’era scritto nel capo di imputazione – di non trovarsi in alcuna
situazione di conflitto di interesse, tra cui anche legami professionali o di
amicizia e frequentazione, con i titolari delle imprese affidatarie”. Da qui il
reato di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per il quale, a cinque
anni e mezzo dalla chiusura delle indagini, Fazzolari è stato assolto. Ma “per
particolare tenuità del fatto”.
L'articolo Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco
e funzionari della prefettura proviene da Il Fatto Quotidiano.
Una scossa di terremoto di magnitudo 5.1 è stata registrata intorno alle 6 del
mattino di sabato al largo della costa ionica meridionale della Calabria, a una
profondità di circa 65 chilometri. Il sisma è stato avvertito in gran parte
della Calabria e della Sicilia orientale, con particolare intensità a Reggio,
Siracusa, Catania e Messina. Nessuna segnalazione di danni a persone o cose. “La
scossa si è registrata al largo delle nostre coste ed era fortunamente profonda.
Questa è stata la causa per cui si è sentita in grande parte della regione.
Abbiamo contattato i sindaci dei comuni dell’area interessata e non abbiamo
registrato segnalazioni di danni”, ha detto il capo della Protezione civile
calabrese, Domenico Costarella, intervistato da RaiNews24.
“Le sale operative sono sempre in allerta. Abbiamo un sistema di pianificazione
sia a livello regionale che comunale e la nostra Regione è dotata di un piano di
soccorso sismico che è pronto ad essere utilizzato se necessario, in accordo con
l’autorità locale e la protezione civile”, ha aggiunto Costarella, invitando i
cittadini, in caso di nuove scosse, ad uscire dalle proprie abitazioni e non
usare gli ascensori, restando “il più possibile” razionali. L’assessore alla
Protezione civile di Messina, Massimo Minutoli, conferma che non ci sono stati
danni ma “solo momenti di paura”. Rete ferroviaria italiana fa sapere che sulla
linea Catanzaro-Melito di Porto Salvo la circolazione ferroviaria è sospesa in
via precauzionale tra Roccella Ionica e Melito “per consentire la verifica dello
stato della linea” a seguito della scossa.
L'articolo Calabria, terremoto di magnitudo 5.1 al largo della costa ionica.
Paura a Reggio e Messina, linea ferroviaria sospesa proviene da Il Fatto
Quotidiano.
Non si sa se l’Iva sia stata esposta o meno. Di sicuro però anche i
narcotrafficanti devono pagare le tasse sull’importazione di cocaina dal
Sudamerica. Che, per gli imputati del processo “Eureka”, ammontano a 18 milioni
di euro. È quanto emerge dal sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Reggio
Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia ed eseguito
stamattina dalla Guardia di finanza. Nel mirino della Procura, diretta da
Giuseppe Borelli, ci sono otto soggetti coinvolti nell’inchiesta che, nel 2023,
aveva portato al sequestro di 3 tonnellate di cocaina e all’arresto di 108
persone.
Coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, le indagini della Dda
avevano fotografato l’esistenza e l’operatività di tre maxi-associazioni
criminali finalizzate al traffico internazionale di droga, facenti capo alle più
potenti famiglie di ‘ndrangheta dell’area ionica. L’indagine “Eureka”, infatti,
ha riguardato le cosche Pelle, Strangio, Nirta, Giampaolo, Mammoliti e Giorgi,
che hanno sedi decisionali nel reggino e ramificazioni e basi logistiche in
varie regioni d’Italia e all’estero.
La Dda ha ricostruito anche i flussi di soldi riconducibili alle compravendite
dello stupefacente che venivano gestiti da organizzazioni composte da soggetti
di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che
spostavano denaro contante sul territorio europeo. Le movimentazioni di denaro,
per decine di milioni di euro, hanno interessato Panama, Colombia, Brasile,
Ecuador, Belgio e Olanda. I soldi sarebbero stati utilizzati nell’acquisto di
auto e beni di lusso, nonché per avviare e finanziare attività commerciali in
Francia, Portogallo e Germania, ove venivano anche riciclati sfruttando attività
di autoriciclaggio.
Sul fronte penale, in primo grado e con il rito abbreviato, il processo “Eureka”
si è concluso il primo ottobre scorso con 76 condanne e 7 assoluzioni. A 21
imputati, inoltre, il gup ha inflitto la pena di 20 anni di carcere. Tra questi
ci sono 7 degli 8 destinatari del sequestro preventivo per i quali la Direzione
distrettuale antimafia è riuscita a dimostrare in aula la posizione verticistica
ricoperta all’interno dell’organizzazione criminale nell’ambito della quale
avevano il ruolo di “organizzatori, dirigenti e finanziatori”.
Si tratta di Bruno Giorgi, Salvatore Giorgi, Francesco Giorgi, Vincenzo Giorgi,
Filippo Leuzzi, Francesco Strangio, Sebastiano Strangio e Lucio Cesare Aquino.
Quest’ultimo è l’unico imputato che non è stato processato con il rito
abbreviato e aspetta ancora la sentenza di primo grado. Il provvedimento
eseguito dalla guardia di finanza costituisce l’esito di una complessa attività
d’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio
Calabria. I 18 milioni di euro, infatti, sono la cifra che rappresenta il valore
delle imposte evase dagli indagati in relazione ai proventi illeciti conseguiti
con l’importazione e il commercio di ingenti quantitativi di cocaina. Le fiamme
gialle, in sostanza, sono riuscite a valorizzare ai fini fiscali gli ingenti
guadagni perpetrati dagli indagati con il narcotraffico.
Intercettazioni telefoniche e analisi delle conversazioni eseguite con i
telefoni criptati: tutto è stato utile ai finanzieri per ricostruire e misurare
l’effettiva capacità contributiva maturata dai narcos della ‘ndrangheta. In una
nota stampa, firmata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, si legge che la
Dda non ha inteso “riservare ai sodali convolti un trattamento fiscale di favore
rispetto ai contribuenti onesti. Peraltro, il traffico di sostanze stupefacenti
ormai da anni viene considerato dall’Istat ai fini del calcolo del Pil, come
parte integrante della cosiddetta ‘economia non osservata’, con un valore che si
aggira intorno ai 15 miliardi di euro nel 2023”.
Il giorno degli arresti, il magistrato che ha coordinato l’inchiesta Giuseppe
Lombardo aveva definito la ‘ndrangheta come “un player internazionale in ambito
economico e finanziario dalle capacità di investimento enormi, che ha
individuato settori ad altissima redditività e che va contrastato con strumenti
molto sofisticati che devono privilegiare l’analisi finanziaria”.
Così è stato e, in aggiunta alle 3 tonnellate di cocaina sequestrate durante le
indagini, con i nuovi accertamenti la guardia di finanza di Reggio Calabria è
riuscita a riscontrare l’avvenuta importazione di quasi un’altra tonnellata e
400 chili di droga non sequestrata. Cocaina il cui prezzo praticato per
l’immissione in commercio oscillava, secondo gli investigatori, tra i 29mila e i
32mila e 500 euro al chilo. Un guadagno, in soldoni, di oltre 42 milioni di euro
che lo Stato considera al pari di “redditi” occultati al fisco e per i quali
sarebbero state evase imposte per un totale di quasi 18 milioni di euro, oggetto
del sequestro preventivo. L’unico modo per fare pagare le tasse agli indagati
che d’altronde, prima di oggi, non avrebbero potuto utilizzare un “banale” F24
per dichiarare la droga importata dal Sudamerica.
L'articolo Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina
importata: sequestrati 18 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
Riteneva di aver subito un torto dal Comune di Gioia Tauro relativo all’attività
del cantiere edile che sta realizzando la nuova pista ciclabile della città
della Piana. Per questo venerdì scorso ha appiccato due incendi dolosi a
distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. Prima ha dato fuoco a un container
adibito a deposito attrezzi che si trovava all’interno del cantiere. Subito
dopo, con la propria auto, ha raggiunto l’ufficio tributi del Comune e, davanti
alle telecamere dell’amministrazione, ha cosparso i locali di benzina durante
l’orario di apertura al pubblico. L’incendio ha provocato significativi danni
alla struttura nonché l’evacuazione dei dipendenti. Protagonista del pomeriggio
di follia è una persona già nota alle forze dell’ordine, che è stata fermata
nell’immediatezza dell’incendio al Comune dagli agenti della polizia di Stato.
Ricevuta la prima chiamata al numero unico di emergenza, infatti, i poliziotti
hanno avviato un’immediata attività di ricerca sul territorio, riuscendo a
individuare e bloccare l’autore dei due incendi dolosi. Il provvedimento di
fermo è stato convalidato dal gip che ha disposto un’ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti dell’uomo il quale non ha potuto fare altro
che confessare il reato. Davanti agli investigatori, inoltre, ha continuato a
lamentarsi dei disagi che, a suo dire, gli provocava il cantiere edile. I
dettagli dell’inchiesta sono stati illustrati stamattina nel corso della
conferenza stampa tenuta dal dirigente del commissariato di Gioia Tauro Giorgio
Di Munno assieme al questore di Reggio Calabria Salvatore La Rosa e al
procuratore di Palmi Emanuele Crescenti. Il magistrato ha elogiato l’intervento
degli agenti del Commissariato che “dimostra la presenza sul territorio assidua
e professionale della polizia di Stato. Il soggetto è stato immediatamente
individuato ed è stato bloccato prima che potesse fare ulteriori reiterazioni”.
L'articolo Dà fuoco al Comune di Gioia Tauro e al container di un cantiere
edile: incastrato dalle telecamere – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Un uomo ritenuto responsabile di una truffa aggravata ai danni di un’anziana di
Reggio Calabria è stato arrestato dai carabinieri. L’uomo, spacciandosi per un
tenente dei carabinieri, ha contattato la vittima sostenendo che fosse coinvolta
in una presunta rapina avvenuta nei giorni precedenti e l’ha convinta a
consegnargli gioielli per un valore stimato di circa 30mila euro. Informata
della vicenda, la Stazione di Reggio Calabria Principale ha avviato le indagini
e, grazie alle descrizioni e alle informazioni fornite dalla vittima, i militari
hanno potuto ricostruire i movimenti del sospetto e segnalare la sua posizione.
L’arresto è stato eseguito dai carabinieri della Compagnia di Palmi, che hanno
intercettato l’uomo nei pressi dello svincolo A2 di Bagnara Calabra. Durante il
controllo, i militari hanno recuperato tutti i preziosi sottratti poco prima
arrestando l’uomo in flagranza di reato.
L'articolo Reggio Calabria, si finge carabiniere e si fa consegnare i gioielli
da un’anziana: arrestato. Il video proviene da Il Fatto Quotidiano.
Colpo grosso in provincia di Reggio Calabria. Sarebbe di circa 2 milioni di euro
il bottino sottratto da alcuni banditi durante una rapina a un furgone
portavalori messo a segno lungo l’autostrada A2 tra Scilla e Bagnara.
Con una tecnica ormai consolidata, usata soprattutto da criminali foggiani e
sardi, l’assalto al mezzo della società Sicurtransport – avvenuto intorno alle
6.30 – è stato facilitato dall’incendio di due auto per bloccare il traffico
lungo la carreggiata e i rapinatori avrebbero esploso colpi di arma da fuoco,
cospargendo anche l’asfalto di chiodi a tre punte per impedire qualsiasi
possibilità di fuga al portavalori.
Il colpo è stato eseguito all’interno di una galleria, dove la visibilità è
ridotta, della A2 del Mediterraneo in direzione nord. Sul luogo dell’incidente
le squadre Anas e le forze dell’ordine per gestire la viabilità. Presenti anche
i vigili del fuoco per spegnere le fiamme delle auto utilizzate come blocco.
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veicoli in fiamme proviene da Il Fatto Quotidiano.