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Pirata della strada uccide 29enne a Reggio Calabria e fugge: la giovane è morta sul colpo
Un pirata della strada ha ucciso una donna di 29 anni durante le prime ore di mercoledì 18 marzo. La vittima, finlandese senza fissa dimora, è morta sul colpo dopo essere stata travolta dal veicolo su viale Calabria, a Reggio Calabria. Il conducente del mezzo, al momento non identificato, non si è fermato a prestare soccorso ed è fuggito, allontanandosi dal luogo dell’investimento. La vittima, secondo le prime ricostruzioni, stava attraversando la strada. Sul posto sono intervenuti i medici del 118, ma non hanno potuto fare altro che constatare la morte della giovane straniera. Nessun testimone era presente sulla scena al momento dell’investimento. La polizia locale, oltre a eseguire i rilievi dell’incidente, sta visionando i filmati di videosorveglianza delle telecamere presenti nella zona, così da risalire alla targa dell’auto e identificare il pirata della strada. L'articolo Pirata della strada uccide 29enne a Reggio Calabria e fugge: la giovane è morta sul colpo proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Investimenti
Reggio Calabria, rubati in ospedale farmaci per malati di cancro ad alto costo: refurtiva da 1,2 milioni di euro
Ladri in azione all’ospedale “Tiberio Evoli” di Melito Porto Salvo, Reggio Calabria. Svaligiata la farmacia, per una refurtiva da oltre 1,2 milioni di euro: medicine oncologiche e biologiche, dedicate anche alla chemioterapia dei pazienti in cura per il cancro. Tutti farmaci ad alto costo. I presunti criminali sono stati arrestati per furto aggravato, in esecuzione di una misura cautelare disposta dal giudice delle indagini preliminare del tribunale di Reggio Calabria. Ulteriori dettagli saranno forniti dal procuratore di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, nel corso della conferenza stampa che si terrà alle 12 nella sede del Comando provinciale dei carabinieri di Reggio. L'articolo Reggio Calabria, rubati in ospedale farmaci per malati di cancro ad alto costo: refurtiva da 1,2 milioni di euro proviene da Il Fatto Quotidiano.
Cronaca
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Non è indagato ma si rivolse alla cosca Commisso: si dimette l’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda
È finito nelle carte dell’inchiesta sulla cosca Commisso e si è dimesso l’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda che ha inviato una lettera alla sindaca Mariateresa Fragomeni rassegnando nelle sue mani le deleghe alle Politiche della casa, Manutenzione, Decoro Urbano e Verde Pubblico, Cimiteri e Impianti Sportivi. La vicenda è legata a quanto è emerso nel provvedimento di fermo che la Dda di Reggio Calabria ha eseguito nei giorni scorsi a Siderno dove il procuratore Giuseppe Borrelli e il coordinatore della Distrettuale nella zona jonica Giuseppe Lombardo hanno stroncato una delle più potenti famiglie della ‘ndrangheta, i Commisso appunto. Tra i sette soggetti finiti in carcere, infatti, c’è Antonio Commisso che i magistrati indicano come l’attuale reggente della cosca. Figlio di un latitante in Canada e nipote omonimo del patriarca di Siderno deceduto l’anno scorso, infatti, Commisso avrebbe fatto una cortesia all’assessore Carlo Fuda. Sebbene dal provvedimento di fermo quest’ultimo non risulti indagato, quanto emerso dalle intercettazioni ha investito il Comune guidato dal centrosinistra. In sostanza, dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros e coordinate dalla Dda di Reggio Calabria è emerso che l’amministratore locale si rivolse a Commisso “affinché facesse pressioni – scrivono gli inquirenti – su un soggetto che esigeva il rientro di una somma prestata al figlio per debiti di gioco, e che non era stata ancora saldata. Come segno di ringraziamento Carlo Fuda, sfruttando il ruolo di assessore da lui ricoperto, a titolo di favore personale, faceva pulire dai mezzi di Muraca srl, azienda che si occupa dei lavori di pulizia nel Comune di Siderno, i tratti di strada privata nella disponibilità di Antonio Commisso”. Emersa la notizia, quindi, l’assessore ha deciso di dimettersi e nella lettera inviata al sindaco ha scritto: “Pur riconoscendo e ribadendo con assoluta chiarezza ogni forma di mia estraneità ai fatti oggetto di attenzione mediatica, non risultando il sottoscritto indagato né coinvolto in alcun procedimento, ritengo tuttavia che, nel momento attuale, sia doveroso compiere un passo di responsabilità istituzionale”. Una decisione assunta perché “la funzione pubblica – scrive sempre Fuda – richiede trasparenza, serenità e piena tutela dell’azione amministrativa. Per rispetto dell’ente, dell’istituzione che rappresentiamo e del lavoro svolto in questi anni con impegno, correttezza e spirito di servizio, considero opportuno rimettere le deleghe affinché l’attività amministrativa possa proseguire senza alcuna strumentalizzazione. È stato per me un onore poter contribuire all’azione amministrativa con dedizione e senso delle istituzioni”. L'articolo Non è indagato ma si rivolse alla cosca Commisso: si dimette l’assessore comunale di Siderno Carlo Fuda proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Reggio Calabria
Assolto il consigliere di Reggio Calabria Ripepi: era accusato di avere “convinto la madre di una vittima di violenza a non denunciare”
È stata ribaltata in appello la sentenza nei confronti del consigliere comunale di Reggio Calabria Massimo Ripepi che, in primo grado, era stato condannato a 6 mesi di carcere per favoreggiamento personale. Al termine del processo di secondo grado, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha scagionato Ripepi per una storia che non ha nulla a che vedere con la politica. Piuttosto con il suo ruolo di pastore di una chiesa cristiana. In sostanza, per l’accusa Ripepi avrebbe “aiutato a eludere le investigazioni” un soggetto, oggi deceduto, che era stato accusato di violenza sessuale ai danni della propria nipote, una bambina di 10 anni. I fatti risalgono al 2020 quando, alla madre della vittima, che si recò da “Ripepi (pastore presso una comunità religiosa di culto cristiano fondata da Gilberto Perri) per ottenere conforto, consiglio e sostegno nel denunciare quanto saputo”, il consigliere comunale “la invitava – si legge nelle carte del processo – a non parlare con nessuno dell’accaduto” e “la convinceva a non denunciare in quanto il fratello, già condannato e detenuto per reati di natura sessuale, non sarebbe sopravvissuto a un nuovo arresto e sarebbe stata responsabile del sangue di suo fratello”. Inoltre, stando alle accuse, il politico locale e pastore avrebbe tranquillizzato la donna dicendole che “si sarebbe occupato lui di aiutare” l’uomo, sospettato di avere abusato della nipote, “a sconfiggere il ‘demone’ che lo affliggeva”. Per la Procura, Ripepi “la invitava reiteratamente ed in più occasioni – era il capo di imputazione – a non parlare con nessuno dell’accaduto e ad assicurarsi che la figlia (cioè la vittima, ndr) non lo raccontasse a sua volta”. Condannato in primo grado quindi, il consigliere comunale è stato assolto in Appello dove i giudici hanno accolto le ragioni della difesa rappresentata dagli avvocati Carlo Morace e Mario Santambrogio. La notizia dell’assoluzione è stata data dallo stesso Ripepi sui social: “Oggi – dice – non festeggio solo la fine di un incubo, ma il trionfo della verità. Sentirsi dire che ‘il fatto non sussiste’ è una liberazione che fatico a descrivere. Sono stati oltre cinque anni di sofferenza atroce, legata a un’accusa infamante. Se non avessi creduto nell’unico e vero Dio Gesù Cristo probabilmente non ce l’avrei fatta”. L'articolo Assolto il consigliere di Reggio Calabria Ripepi: era accusato di avere “convinto la madre di una vittima di violenza a non denunciare” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Assoluzione
Reggio Calabria
Favoreggiamento
Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale”
“Tiziana Iaria ha potuto svolgere abusivamente la professione di psicologa e psicoterapeuta proprio servendosi del Centro Antiviolenza Margherita di cui ella è presidente”. È quanto scrive il gip Cristina Foti nel provvedimento di sequestro eseguito nei giorni scorsi su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli, dell’aggiunto Stefano Musolino e del sostituto Flavia Modica. La storia è quella dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita”, sequestrata dalla polizia di stato a quasi due anni dal finto rapimento della sua titolare, Tiziana Iaria, indagata adesso per false informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa. Il 22 marzo 2024, infatti, Iaria ha denunciato che il giorno prima è stata rapita da una donna e due uomini. È da qui che la squadra mobile di Reggio Calabria è partita per ricostruire cosa avveniva all’interno dell’associazione che si occupava di donne vittime di violenza. La mattina precedente alla denuncia “ho attraversato la strada per proseguire sempre sulla via dei Correttori – è il racconto di Iaria agli investigatori – e proprio, dopo avere attraversato la strada, venivo chiamata da una signora con i capelli neri corti, che mi appellava signorina, che in vernacolo mi proferiva una frase del tipo ‘mi putiti iutari?’ (mi potete aiutare, ndr). La signora aveva in braccio un bambino che credo avesse circa poco più di un anno e mi ha chiesto di aiutarla a sistemare quel bambino su una sorta di seggiolino rialzato privo di spalliera che era ubicato sul sedile posteriore di una autovettura di colore scuro molto grande che credo fosse una station wagon. Ricordo, dopo aver aperto lo sportello posteriore destro, di aver messo un mio ginocchio sul sedile in modo da poter sistemare il bambino sul sediolino. A questo punto ricordo solamente di aver accusato un forte dolore al capo nella parte sinistra della nuca e di aver sentito un odore forte come se fosse ammoniaca, odore che mi era sembrato di percepire anche sui vestiti del bambino. Da quel momento non ricordo più nulla”. Stando alle sue dichiarazioni, inoltre, Iaria si sarebbe ritrovata “in una stanza al buio, seduta su una sedia di legno con i braccioli”. Una stanza, chiusa chiave, dove c’era “un forte odore”: “Sentivo la voce di due individui di sesso maschile che discutevano fra di loro. Solo quando è stata aperta la porta della stanza in cui mi trovavo riuscivo a veder qualcosa in quanto è entrata la luce artificiale di un neon e in questa circostanza notavo che nell’ambiente in cui mi trovavo vi erano presente i mobili che poco prima avevo percepito al tatto. Ricordo che vedevo due persone e una di queste mi diceva di uscire dalla stanza sollecitandomi a salire in un furgoncino credo di colore bianco. Specifico che queste due persone erano due uomini, tutti e due avevano delle tute col cappuccio. Entrambi questi due uomini salivano nel furgoncino con me, loro erano seduti avanti io, invece, ero seduta nel sedile posteriore e preciso che non ero legata”. Quando il furgone si è fermato, “uno dei due uomini scendendo dal mezzo e aprendo lo sportello posteriore, mi porgeva un bicchierino con dentro una sostanza liquida e mi invitava e berla, ma stante che io mi rifiutavo di farlo, lo stesso mi colpiva con un pugno allo stomaco e mi ripeteva bruscamente di bere per cui io l’ho assecondato ingerendo la sostanza. Dopo che ho bevuto questo liquido l’uomo risaliva a bordo del mezzo e ripartivamo. Ricordo che nei pressi di casa mia il furgoncino si fermava nuovamente ed io venivo spinta fuori dal mezzo”. Per gli investigatori era tutto inventato: “Le indagini – si legge nel provvedimento di sequestro non portavano ad alcun esito ed, anzi, smentivano radicalmente la versione fornita dalla denunciante”. Le telecamere di videosorveglianza presenti nella zona, infatti, hanno immortalato un percorso della Iaria che “si discostava nettamente da quanto riferito” dalla stessa che aveva dichiarato di essere uscita dal Centro antiviolenza “per recarsi presso lo studio dell’avvocato (dell’associazione, ndr) sito nelle immediate vicinanze”. “Eppure – scrive il gip – la stessa veniva notata percorrere un tragitto decisamente più lungo, nel corso del quale non solo non incontrava alcuno di sospetto, ma pure faceva acquisiti per poi entrare all’interno della Villa Comunale intorno alle 9.40”. Qualcosa non torna nemmeno per quanto riguarda il suo presunto rilascio da parte dei rapitori: “Le immagini dimostravano come Tiziana Iaria fosse giunta in via Vittorio Emanuele III a mezzo del pullman Atam, proveniente da Gambarie d’Aspromonte ove la stessa dispone di un immobile”. È da lì, utilizzando il suo cellulare, che Iaria si sarebbe collegata su Facebook e, nella notte del finto rapimento, avrebbe inviato un messaggio al marito sostenendo di essere uno dei sequestratori e che presto sarebbe stata liberata. Interrogata di nuovo in questura, dopo aver confermato la prima versione agli investigatori, quando questi ultimi le hanno fatto vedere le fotografie che smontavano il suo racconto, Tiziana Iaria non si è scomposta: “lo non mi ricordo assolutamente di aver percorso il tragitto che mi state facendo vedere. – sono state le sue parole – Confermo quanto vi ho finora riferito”. Iscritta nel registro degli indagati, l’inchiesta ha fatto luce sulle altre anomalie dell’associazione. A partire dalla professione di psicologa che l’indagata esercitava senza essere iscritta all’albo, prescrivendo farmaci e facendosi pagare. Una testimone, che in passato ha lavorato per l’associazione, ha dichiarato: “Seppur non era iscritta all’albo degli psicologi, teneva nel suo studio delle sedute con dei pazienti a cui si presentava come psicologa e a cui rilasciava a fine colloquio delle ricevute che però non venivano mai caricate come fatture. Quando talvolta i suoi clienti, che spesso erano vittime di maltrattamenti e violenze, si recavano dagli assistenti sociali e menzionavano la Iaria come loro psicologa di fiducia, lei ai servizi sociali, per non avere problemi, specificava che non era psicologa ma sentiva quelle persone nell’ambito di uno sportello di ascolto”. La squadra mobile ha trovato anche i versamenti che l’indagata riceveva sui suoi conti correnti “a titolo di corrispettivo per le prestazioni rese in qualità di psicologa”. Dall’analisi del suo cellulare, inoltre, “si riscontrava un’immagine ritraente un timbro sul quale erano indicati i dati e i recapiti di Tiziana Iaria, qualificatesi come ‘psicologa cognitiva e comportamentale’”. Nel fascicolo dell’inchiesta sono finiti pure gli atti di un procedimento giudiziario relativo alla nomina di un amministratore di sostegno a favore di una signora dei cui beni Tiziana Iaria risulta “amministratrice di fatto senza alcuna nomina”. “Le indagini hanno permesso di accertare – scrive il gip nel decreto sequestro – anche una gestione torbida dei beni patrimoniali riferibili alla Iaria e al Centro Margherita”. A proposito dell’esercizio abusivo della professione di psicologa, invece, secondo i magistrati “grazie al Centro da lei diretto, – si legge nel provvedimento – l’indagata è riuscita a perpetrare il reato e, in particolare, ad aggravarne il disvalore per averlo compiuto non già in maniera puramente occasionale, bensì in via assidua e continuativa, arricchendosi ai danni delle povere vittime già seriamente provate dagli abusi subiti”. Il sequestro dell’associazione antiviolenza, quindi, si è reso “necessario e indispensabile” perché “appare altamente probabile che l’indagata persista nel reato servendosi del Centro”. Nelle sue conclusioni, il gip sottolinea la “spregiudicatezza e serialità della condotta posta in essere dall’indagata” che “non solo si è arricchita percependo appositi compensi per l’attività svolta, ma soprattutto si è anche spinta a prescrivere farmaci alle pazienti, senza curarsi affatto delle gravi conseguenze alle quali le avrebbe esposte, essendo priva di qualsiasi tipo di abilitazione”. L'articolo Sequestro associazione antiviolenza a Reggio Calabria, nelle carte la storia del finto rapimento della “psicologa cognitiva e comportamentale” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Giustizia
Violenza di Genere
Reggio Calabria
Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa”
Prima un finto rapimento e adesso l’esercizio abusivo della professione di psicologa con tanto di prescrizione di farmaci alle vittime di violenza. Su richiesta della Procura di Reggio Calabria, il gip ha disposto il sequestro preventivo dell’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e degli immobili gestiti dalla stessa per l’esercizio delle proprie attività sia in riva allo Stretto che in provincia di Avellino. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato eseguito dalla squadra mobile che indaga sulla vicenda dal 2024 quando la titolare del centro Tiziana Iaria aveva denunciato di essere stata sequestrata. Si è trattato di un finto rapimento lampo secondo la Procura guidata da Giuseppe Borrelli. La pm Flavia Modica, infatti, ha notificato a Tiziana Iaria un avviso di conclusione indagini per false informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa. Ma andiamo con ordine: il 21 marzo 2024 il marito della titolare del centro antiviolenza denuncia sui social e in questura la scomparsa della moglie. “Al momento è stata dichiarata dispersa. – ha scritto su Facebook – Le forze dell’ordine hanno mobilitato tutta la task force necessaria per la ricerca senza escludere nessuna probabilità. Credo un rapimento, ma non possiamo esserne certi. Tiziana in questi anni ha aiutato e sostenuto decine di donne vittime di violenza, nonostante le minacce di morte, non si è fermata, né impaurita continuando a sostenere tutti coloro che hanno subito violenza. Spero tanto che il tutto si risolva al meglio”. Meno di ventiquattr’ore e Tiziana Iaria ricompare sotto casa. Ai poliziotti ha dichiarato che il suo sequestro sarebbe stato perpetrato da soggetti ignoti che, dopo averla stordita, l’avrebbero condotta in un luogo da lei non riconosciuto, per poi riportarla a Reggio Calabria la mattina successiva. Il 2 aprile, assistita dalla sua legale, la titolare del centro antiviolenza organizza pure una conferenza stampa sul suo presunto rapimento e racconta ulteriori dettagli: “Sono uscita dall’ufficio alle 9 perché dovevo portare dei documenti all’avvocato. – aveva affermato davanti alle telecamere – Arrivata più o meno qui sotto, dove c’è la colonnina elettrica per ricaricare le macchine, una signora giovane con in braccio un bambino dagli occhi azzurri mi ha chiesto cortesemente se potessi aiutarla a mettere il bambino sul sedile dell’auto. Una cosa normale per me aiutare le persone. Ho preso il bambino e sono entrata in macchina dalla parte posteriore e la signora è entrata dall’altra parte. Siamo entrate tutte e due in macchina perché questo bambino era veramente movimentato e poi non mi ricordo niente. Questo è quello che è successo quel giorno”. Nell’intervista con i giornalisti, all’epoca, Iaria ha confermato quanto detto prima agli investigatori della mobile raccontando di aver sentito un odore di ammoniaca quando si è avvicinata al bambino: “Nella macchina l’odore era molto più forte. La donna era giovane, magra e aveva dei capelli neri, non lunghi”. Al rapimento, stando alla sua versione, avrebbero partecipato anche due uomini che l’hanno chiusa in una stanza senza finestre per poi liberarla il giorno seguente, accompagnandola fino a sotto casa: “La mattina – era la ricostruzione della donna – mi hanno fatto uscire con i miei piedi, non mi hanno legata, non mi hanno imbavagliata, non mi hanno fatto del male e non hanno parlato con me. Erano due uomini. Io non li ho mai visti perché erano messi sempre di spalle. L’unico che ho intravisto, so che aveva una barba, una barba molto sottile”. A chi gli ha chiesto del perché non si è ribellata, Tiziana Iaria ha risposto: “Non sono pazza di mettermi a gridare. Perché, se non mi hanno legata, non mi hanno fatto niente, mi metto a gridare?”. Dettagli abbastanza precisi quindi. Ma tutto, secondo la Procura, è stato completamente inventato. Le intercettazioni telefoniche e telematiche, i tabulati e le telecamere videosorveglianza presenti nella zona, che hanno immortalato il tragitto percorso da Tiziana Iaria, hanno raccontato una storia completamente diversa consentendo alla polizia e alla Procura di accertare che si è trattato di un finto rapimento. Così come era finto anche il messaggio su Facebook che il marito avrebbe ricevuto da un profilo a lui sconosciuto nelle ore in cui la moglie era scomparsa. Il mittente lo avrebbe rassicurato che avrebbero provveduto a riportare Iaria a casa appena la stessa si fosse ripresa, dichiarando che l’intento dell’azione era soltanto quello di spaventarla. Dall’analisi dei tabulati di traffico telematico è emerso che quel messaggio all’indirizzo del marito era stato inoltrato dalla stessa Iaria che oggi si ritrova indagata non solo per la simulazione di reato e per le dichiarazioni false rese in questura. Gli accertamenti della squadra mobile hanno svelato episodi in cui l’indagata avrebbe esercitato, senza averne titolo, la professione di psicologa nei confronti di alcune ignare vittime di violenza. Per questo motivo, in realtà, il mese prima del suo finto rapimento, Tiziana Iaria aveva ricevuto un avviso di garanzia firmato dal procuratore aggiunto Stefano Musolino che l’accusava di “esercitare abusivamente la professione di psicologa-psicoterapeuta, svolgendo colloqui psicologici e di psicoanalisi presso lo studio sito in Reggio Calabria, Via DeiCorrettori nr.20, senza essere iscritta all’albo degli psicologi previo conseguimento del relativo diploma di laurea”. Con la nuova indagine è emerso, infine, che in alcune occasioni Tiziana Iaria avrebbe prescritto addirittura farmaci alle donne che si rivolgevano al “Centro antiviolenza Margherita”. L'articolo Sequestrata associazione antiviolenza a Reggio Calabria: “La titolare Tiziana Iaria ha simulato un rapimento e si è spacciata per psicologa” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Il procuratore di Reggio Calabria Borrelli: “Referendum? La riforma non risolve nessun problema della giustizia, come la lunghezza dei processi”
“La riforma, alla quale io personalmente sono contrario, non risolve nessuno dei problemi della giustizia. E soprattutto non risolve quello che è il principale problema: la lunghezza dei tempi del processo. Anche una decisione o un’iniziativa sbagliata, se è contenuta in 3 o 4 mesi è una cosa superabile. Se un processo dura 12 anni segna indelebilmente un’intera esistenza”. È quanto afferma il procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario. Inevitabile, in una giornata come questa, il riferimento è alla riforma della giustizia oggetto del referendum del 22 e 23 marzo. “Siccome noi abbiamo sempre stabilito un collegamento tra i tempi del processo e le risorse disponibili, – ha aggiunto Borrelli – negli ultimi anni abbiamo avuto una dimostrazione perché gli stanziamenti fatti per il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr hanno determinato un crollo verticale delle pendenze, nel civile e nel penale. Tra sei mesi, una parte di queste risorse verranno sottratte. Trovo che francamente sia una cosa inconcepibile che un Paese, uno Stato non investa sul diritto dei cittadini a un processo giusto e rapido. Speriamo che ci sia, sotto questo profilo, un ripensamento”. A proposito dello scontro tra la politica e la magistratura, il procuratore di Reggio Calabria crede “che ci possano essere delle concezioni che si contrappongano legittimamente. Però, francamente, mi pare strano che i fautori del pensiero liberale, dove il liberalismo è chiaramente fondato non solo sulla tripartizione, ma anche sul bilanciamento dei poteri, non si rendano conto dell’incidenza che ha sul bilanciamento dei poteri un organo di autogoverno che viene estratto a sorte. Bisogna pensare a quanto potrebbe incidere, sulla forza del potere legislativo, un Parlamento estratto a sorte tra tutti i cittadini. Al di là di quelli che sono i dettagli tecnici, credo che la riforma incida, indirettamente e profondamente, sull’indipendenza dell’intero potere giudiziario e sulla sua capacità non di contrapporsi ma di bilanciare gli altri poteri dello Stato, com’è normale che avvenga in una democrazia liberale. E come il nostro costituente aveva previsto in questo modo, garantendo la tenuta democratica di questo Paese, dalla Costituzione fino ad oggi”. L'articolo Il procuratore di Reggio Calabria Borrelli: “Referendum? La riforma non risolve nessun problema della giustizia, come la lunghezza dei processi” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Referendum Giustizia
“Ha alloggiato in un B&b e poi se ne è andata abbandonando lì i suoi due gatti e un cane. Ha fatto sparire le sue tracce, ma abbiamo segnalato tutto alle autorità”: la denuncia dell’Enpa
Nel centro storico di Reggio Calabria due gatti e un cane sono stati abbandonati in un b&b dalla loro padrona. Dopo aver soggiornato nella camera per alcuni giorni con i suoi animali domestici, la donna ha lasciato la struttura senza portare con sé lì i cuccioli. Della signora si sono perse le tracce. Come riporta il sito ufficiale dell’Enpa, i volontari dell’ente, la Polizia Municipale e il Servizio Veterinario dell’Asp sono intervenuti dopo una segnalazione del proprietario del b&b. I veterinari hanno visitato gli animali, risultati in buona salute. I volontari hanno denunciato il fatto, dichiarando che si è trattato dell’ennesimo episodio di abbandono di animali domestici nella zona di Reggio Calabria. Dopo il recupero, i due gatti e il cane sono stati presi in carico dall’Enpa locale. L’associazione sta già cercando strutture idonee in cui sistemare gli animali. Intanto, le autorità hanno identificato la proprietaria dei tre cuccioli, tramite i documenti forniti dalla signora al momento del check in del b&b. L’iter per procedere alle denunce previste dalla legge è già in atto. L’Enpa ha colto l’occasione per ricordare che l’abbandono degli animali è un reato punito dal Codice Penale e che le segnalazioni possono contribuire a salvare la vita dei cuccioli. L'articolo “Ha alloggiato in un B&b e poi se ne è andata abbandonando lì i suoi due gatti e un cane. Ha fatto sparire le sue tracce, ma abbiamo segnalato tutto alle autorità”: la denuncia dell’Enpa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Bombole d’ossigeno a chi è “in buona salute e perfino ai morti” a spese dell’Asp: 12 misure cautelari a Reggio Calabria
A Reggio Calabria il Servizio sanitario regionale pagava le bombole non solo ai pazienti che necessitavano di essere curati con l’ossigenoterapia ma anche a soggetti “non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”. È quanto c’è scritto nell’ordinanza firmata il 7 gennaio dal giudice per le indagini preliminari, Sabato Abagnale dopo gli interrogatori preventivi eseguiti prima di Natale così come ha previsto la riforma Nordio. Nell’inchiesta, condotta dai carabinieri del Nas, sono complessivamente 39 gli indagati e, su richiesta della Procura di Reggio Calabria guidata da Giuseppe Borrelli, per 12 di loro è scattata la misura cautelare. I reati contestati dai pm vanno dall’associazione per delinquere al falso ideologico e materiale passando per l’esercizio abusivo della professione sanitaria, l’accesso abusivo a sistema informatico, la truffa aggravata in danno del sistema sanitario, il favoreggiamento personale, il peculato e la corruzione. In quattro sono finiti agli arresti domiciliari. Si tratta del titolare della ditta “Macheda Trasporti” Francesco Macheda, di due dipendenti della stessa azienda Fortunato Giovanni Macheda e Stefania Callipari e del medico dell’Asp Giuseppe Villa. Nei confronti degli altri 8 indagati il gip ha disposto misure cautelari più lievi: il divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali per 12 mesi nei confronti del rappresentante regionale della multinazionale VitalAire Italia Spa Cristian Aragona e dei farmacisti Maria Anna Zumbo e Antonio Demetrio Pellicanò; l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altri tre dipendenti della “Macheda Trasporti” Giovanni Mallamaci, Isabella Maida e Rossana Spina; e la sospensione dall’esercizio dell’ufficio pubblico e della professione per 12 mesi per i medici dell’Asp di Reggio Calabria Francesco Scopelliti e Attilio Fulgido. Il titolare e alcuni dipendenti della “Macheda Trasporti”, il referente in Calabria della multinazionale “VitalAire Italia Spa”, ma anche farmacisti, medici specialisti dipendenti dell’Asp, medici di medicina generale, faccendieri vari e pazienti conniventi. Tutti, stando all’attività investigativa dei carabinieri del Nas, avrebbero fatto parte di un’associazione a delinquere. Per la Procura era un sodalizio criminale che, attraverso l’impiego piani terapeutici, prescrizioni mediche e documenti di trasporto falsi, certificava la consegna di numerosissime di bombole di gas medicale, generalmente utilizzato per patologie pneumologiche o terminali, a pazienti compiacenti, ignari o inesistenti, ponendo il costo del dispositivo sanitario a carico del Sistema sanitario nazionale e di quello regionale. Oltre alle misure coercitive personali e interdittive, il gip ha disposto il sequestro della “Macheda Trasporti”, titolare della gestione, commercializzazione e distribuzione del gas medicale, nonché della somma di euro 48mila euro nei confronti della “VitalAire Italia Spa”, la multinazionale fornitrice del dispositivo medico. Nell’ordinanza di custodia cautelare si legge che “le verifiche svolte hanno accertato una gestione illecita della distribuzione delle bombole destinate all’ossigenoterapia, con attribuzioni in sovrannumero a pazienti aventi diritto (eccedenze contabilizzate ai fini del rimborso ma mai consegnate), consegne a soggetti non titolati in quanto in buona salute e perfino a soggetti deceduti”. Le indagini sono iniziate nel maggio 2023, in seguito alle denunce di pazienti sottoposti a ossigenoterapia a lungo termine, i quali lamentavano irregolarità nella consegna delle bombole e riferivano di pressioni da parte di alcuni medici per orientare la scelta della ditta fornitrice dei dispositivi. I primi accertamenti eseguiti dai Nas “evidenziavano – scrive il gip – un predominio assoluto della VitalAire Italia S.p.A. rispetto alle altre ditte”. Le intercettazioni hanno fatto il resto evidenziando, per gli inquirenti, “un sistema fraudolento che, mediante la formazione di falsi certificati medici e con l’ausilio di sanitari e farmacisti, consentiva all’organizzazione di aumentare gli introiti e di alterare il mercato della distribuzione delle bombole per l’ossigenoterapia, sino a determinare, secondo il pm, un sostanziale monopolio in capo alla società farmaceutica VitalAire Italia”. Nel dettaglio “il sistema richiedeva il coinvolgimento di più professionalità su diversi livelli: i medici specialisti redigevano piani terapeutici attestanti la necessità dell’ossigenoterapia spesso senza che gli accertamenti propedeutici fossero stati realmente eseguiti; i pazienti, per la prescrizione del dispositivo, si rivolgevano al medico di medicina generale, il quale rilasciava la ricetta; i membri della consorteria raccoglievano la documentazione e provvedevano a inoltrare gli ordini presso farmacie compiacenti che inserivano i piani terapeutici e i relativi ordinativi nelle piattaforme regionali ‘WebCare’ e ‘FarmaStat’. Per i dispositivi mai consegnati, venivano richiesti rimborsi illeciti al Servizio Sanitario Regionale e al Servizio Sanitario Provinciale da parte di VitalAire e delle farmacie che avevano gestito gli ordini”. In cima alla piramide c’erano i fratelli Francesco e Fortunato Giovanni Macheda, ritenuti entrambi capi-promotori dell’associazione a delinquere. Il primo, titolare dell’azienda che distribuiva le bombole, “pianificava le strategie commerciali – ha scritto la Procura nel capo di imputazione – e si rapportava sia con i medici infedeli che con la VitalAire, per il tramite di Cristian Aragona”, il rappresentante regionale della multinazionale. Formalmente dipendente del fratello, invece, Fortunato Giovanni Macheda curava la “parte operativa del business, intratteneva i contatti con alcuni sanitari e con i titolari delle farmacie, in specie con i dottori Pellicanò e Zumbo”. Inoltre, “dettava le direttive operative ai sodali in merito alla distribuzione delle bombole di ossigeno; partecipava egli stesso allo smistamento dei dispositivi e si adoperava per risolvere le problematiche afferenti al sistema illecito e per adottare strategie utili a sviare le indagini in corso”. Il gip non ha dubbi quando spiega che “il quadro emerso dalle indagini descriveva un contesto associativo capace di scardinare” la normativa che doveva servire a contrastare le frodi. Piuttosto è emerso “un sistema di cointeressenze tra tutti gli attori coinvolti, che agivano in sinergia per il proprio tornaconto e in danno del Servizio sanitario nazionale e regionale”. Falsi piani terapeutici rilasciati a non aventi diritto o a aventi diritto ma per quantitativi superiori al necessario. Nell’inchiesta c’è di tutto. Anche il tornaconto dei medici che “ottenevano benefici dalla VitalAire: dispositivi costosi in comodato d’uso gratuito (polisonnografi) e finanziamenti per convegni o trasferte congressuali”. Le intercettazioni hanno fatto il resto e hanno svelato il sistema delle provvigioni interne predisposte da Francesco Macheda per i suoi dipendenti. Come Isabella Maida che, all’interno della “Macheda Trasporti”, era “incaricata – si legge nel capo di imputazione – ad affiancare e condizionare l’operato del dottore Francesco Scopelliti, presso il Polo Sud dell’Asp di Reggio Calabria”. Pur essendo dipendente di un’azienda privata, era lei che “provvedeva a veicolare prenotazioni di pazienti presso il Cup del presidio sanitario, occupandosi della gestione dei rinnovi dei piani terapeutici e delle correlate ricette prescrittive dell’ossigeno”. In una conversazione, Isabella Maida spiega come funzionano le provvigioni relative alla quantità dei pazienti loro attribuiti: “E che fai? Mischi le cose e poi dici no perché era già attivo! Dopo che mi rompo il culo e vai avanti e indietro, fai i documenti, questo e quello … a no ma il paziente era attivo è un cambio non te lo pago? No, io non lavoro per la gloria mi dispiace mi basta già quella del Padre Eterno. Io aiuto si, però dico io devo avere il mio tornaconto non è che mi alzo la mattina e aiuto a tutti qua. Se per me il gioco non vale la candela non mi ci applico in questo senso qua”. Ad ascoltarla c’era il suo collega Giovanni Mallamaci le cui parole, in un’altra intercettazione, sono la fotografia dell’inchiesta: “Da quant’è che le ricette le gestiamo noi, ma sai quante consegne in più facciamo ogni mese? tu non puoi avere manco l’idea. Noi solo, noi solo su Reggio stiamo arrivando a fare quasi duecento consegne in più. Quando mai ha fatto novecento consegne in un mese, novecento bolle… e non è che dici abbiamo fatto pazienti nuovi, perché pazienti nuovi uno ogni morte di papa ne facciamo. Ne muore uno e ne facciamo un altro, quindi non è che dici va bè hai fatto dieci pazienti nuovi quindi il lavoro è aumentato, le consegne sempre quelle sono”. 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Cronaca
Reggio Calabria
Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco e funzionari della prefettura
Truffa ai danni dello Stato, peculato, abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale. È caduto tutto alla fine del dibattimento nel processo “Cara accoglienza” che, nel 2020, aveva portato la Procura di Palmi a emettere sei avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Cara accoglienza” sulla gestione del centro migranti attivo nell’agriturismo “Villa Cristina” di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria, dal settembre 2016 all’aprile 2018. Tra questi c’era pure il sindaco Orlando Fazzolari, allora di Fratelli d’Italia e oggi transitato nel partito Noi moderati che lo ha candidato alle ultime regionali quando, proprio per l’inchiesta “Cara accoglienza”, la Commissione antimafia lo aveva inserito nell’elenco degli “impresentabili”. Sono stati assolti dalle accuse contestate anche gli altri cinque imputati: due commercianti di abbigliamento, Carlo Cirillo ed Ernesto Cruciani, due ispettori della Prefettura di Reggio Calabria, Pasquale Modafferi e Salvatore Del Giglio, e la titolare della cooperativa sociale “Itaca” Maria Giovanna Ursida. Pure per quest’ultima, secondo i giudici di Palmi, le accuse di truffa, corruzione e falso “non sussistono” mentre il reato di peculato, commesso tra il 2016 e il 2017, dopo essere stato derubricato in appropriazione indebita è stato dichiarato “estinto per intervenuta prescrizione”. Assoluzione piena, invece, per i due commercianti, accusati di “frode nelle pubbliche forniture”, e per i due funzionari della prefettura di Reggio Calabria che rispondevano solo di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale. Entrambi, infatti, erano stati rinviati a giudizio per avere redatto “falsamente un verbale ispettivo” del 2017 e aver omesso di indicare “la mancata manifestazione di interesse da parte del Comune di Varapodio per altre cooperative oltre la ‘Itaca’ affidataria della convenzione per la gestione dei servizi relativi al terzo settore del medesimo Comune”. In attesa di leggere le motivazioni, nel dispositivo del Tribunale di Palmi c’è scritto che il “fatto non sussiste” per quanto riguarda le accuse di abuso d’ufficio, frode nelle pubbliche forniture e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio contestate al sindaco Orlando Fazzolari, finito al centro dell’inchiesta in quanto il responsabile e referente della convenzione stipulata dal Comune di Varapodio con la Prefettura di Reggio Calabria. Stando alle indagini condotte dai carabinieri, il centro di accoglienza sarebbe stato caratterizzato da una gestione poco trasparente e corretta, soprattutto in riferimento all’affidamento di servizi e forniture alle imprese, ma anche in relazione all’assunzione dei singoli collaboratori che dovevano occuparsi dei migranti. Il sindaco Fazzolari si è sempre dichiarato innocente quando la Procura lo ha accusato di avere assegnato i servizi a imprese amiche con cui si trovava in conflitto di interessi. Assegnazioni che, per l’accusa, erano avvenute senza alcuna autorizzazione del Consiglio comunale e senza alcun bando pubblico ma solo attraverso affidamenti diretti. La gestione dei migranti, infatti, secondo gli inquirenti finiva regolarmente in mano a soggetti privati per i quali il sindaco Fazzolari era stato consulente fiscale o intermediario commercialista. Il tutto, stando alla ricostruzione dei carabinieri, dopo aver firmato autodichiarazioni con le quali “attestava falsamente – c’era scritto nel capo di imputazione – di non trovarsi in alcuna situazione di conflitto di interesse, tra cui anche legami professionali o di amicizia e frequentazione, con i titolari delle imprese affidatarie”. Da qui il reato di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per il quale, a cinque anni e mezzo dalla chiusura delle indagini, Fazzolari è stato assolto. Ma “per particolare tenuità del fatto”. L'articolo Cadono le accuse nel processo “Cara accoglienza”: assolti il sindaco e funzionari della prefettura proviene da Il Fatto Quotidiano.
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