Non si sa se l’Iva sia stata esposta o meno. Di sicuro però anche i
narcotrafficanti devono pagare le tasse sull’importazione di cocaina dal
Sudamerica. Che, per gli imputati del processo “Eureka”, ammontano a 18 milioni
di euro. È quanto emerge dal sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Reggio
Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia ed eseguito
stamattina dalla Guardia di finanza. Nel mirino della Procura, diretta da
Giuseppe Borelli, ci sono otto soggetti coinvolti nell’inchiesta che, nel 2023,
aveva portato al sequestro di 3 tonnellate di cocaina e all’arresto di 108
persone.
Coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, le indagini della Dda
avevano fotografato l’esistenza e l’operatività di tre maxi-associazioni
criminali finalizzate al traffico internazionale di droga, facenti capo alle più
potenti famiglie di ‘ndrangheta dell’area ionica. L’indagine “Eureka”, infatti,
ha riguardato le cosche Pelle, Strangio, Nirta, Giampaolo, Mammoliti e Giorgi,
che hanno sedi decisionali nel reggino e ramificazioni e basi logistiche in
varie regioni d’Italia e all’estero.
La Dda ha ricostruito anche i flussi di soldi riconducibili alle compravendite
dello stupefacente che venivano gestiti da organizzazioni composte da soggetti
di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che
spostavano denaro contante sul territorio europeo. Le movimentazioni di denaro,
per decine di milioni di euro, hanno interessato Panama, Colombia, Brasile,
Ecuador, Belgio e Olanda. I soldi sarebbero stati utilizzati nell’acquisto di
auto e beni di lusso, nonché per avviare e finanziare attività commerciali in
Francia, Portogallo e Germania, ove venivano anche riciclati sfruttando attività
di autoriciclaggio.
Sul fronte penale, in primo grado e con il rito abbreviato, il processo “Eureka”
si è concluso il primo ottobre scorso con 76 condanne e 7 assoluzioni. A 21
imputati, inoltre, il gup ha inflitto la pena di 20 anni di carcere. Tra questi
ci sono 7 degli 8 destinatari del sequestro preventivo per i quali la Direzione
distrettuale antimafia è riuscita a dimostrare in aula la posizione verticistica
ricoperta all’interno dell’organizzazione criminale nell’ambito della quale
avevano il ruolo di “organizzatori, dirigenti e finanziatori”.
Si tratta di Bruno Giorgi, Salvatore Giorgi, Francesco Giorgi, Vincenzo Giorgi,
Filippo Leuzzi, Francesco Strangio, Sebastiano Strangio e Lucio Cesare Aquino.
Quest’ultimo è l’unico imputato che non è stato processato con il rito
abbreviato e aspetta ancora la sentenza di primo grado. Il provvedimento
eseguito dalla guardia di finanza costituisce l’esito di una complessa attività
d’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio
Calabria. I 18 milioni di euro, infatti, sono la cifra che rappresenta il valore
delle imposte evase dagli indagati in relazione ai proventi illeciti conseguiti
con l’importazione e il commercio di ingenti quantitativi di cocaina. Le fiamme
gialle, in sostanza, sono riuscite a valorizzare ai fini fiscali gli ingenti
guadagni perpetrati dagli indagati con il narcotraffico.
Intercettazioni telefoniche e analisi delle conversazioni eseguite con i
telefoni criptati: tutto è stato utile ai finanzieri per ricostruire e misurare
l’effettiva capacità contributiva maturata dai narcos della ‘ndrangheta. In una
nota stampa, firmata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, si legge che la
Dda non ha inteso “riservare ai sodali convolti un trattamento fiscale di favore
rispetto ai contribuenti onesti. Peraltro, il traffico di sostanze stupefacenti
ormai da anni viene considerato dall’Istat ai fini del calcolo del Pil, come
parte integrante della cosiddetta ‘economia non osservata’, con un valore che si
aggira intorno ai 15 miliardi di euro nel 2023”.
Il giorno degli arresti, il magistrato che ha coordinato l’inchiesta Giuseppe
Lombardo aveva definito la ‘ndrangheta come “un player internazionale in ambito
economico e finanziario dalle capacità di investimento enormi, che ha
individuato settori ad altissima redditività e che va contrastato con strumenti
molto sofisticati che devono privilegiare l’analisi finanziaria”.
Così è stato e, in aggiunta alle 3 tonnellate di cocaina sequestrate durante le
indagini, con i nuovi accertamenti la guardia di finanza di Reggio Calabria è
riuscita a riscontrare l’avvenuta importazione di quasi un’altra tonnellata e
400 chili di droga non sequestrata. Cocaina il cui prezzo praticato per
l’immissione in commercio oscillava, secondo gli investigatori, tra i 29mila e i
32mila e 500 euro al chilo. Un guadagno, in soldoni, di oltre 42 milioni di euro
che lo Stato considera al pari di “redditi” occultati al fisco e per i quali
sarebbero state evase imposte per un totale di quasi 18 milioni di euro, oggetto
del sequestro preventivo. L’unico modo per fare pagare le tasse agli indagati
che d’altronde, prima di oggi, non avrebbero potuto utilizzare un “banale” F24
per dichiarare la droga importata dal Sudamerica.
L'articolo Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina
importata: sequestrati 18 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Lui sarà il prossimo”. Nel mondo di Trump, fatto di annunci secchi e dalla
presa sicura, non c’è spazio per chi si occupa del traffico di droga. Così, dopo
l’operazione contro i narcos venezuelani del Cartel de los soles –
organizzazione che per Washington è gestita direttamente dal governo di Maduro,
tanto da mettere una taglia sullo stesso leader chavista – ora tocca al
presidente colombiano Gustavo Petro finire nel mirino di The Donald.
L’avviso è stato recapitato tramite i giornalisti che il tycoon ha incontrato
mercoledì. Come spesso accade, i toni del presidente americano sono stati
altalenanti: se in un primo momento ha dichiarato che a Petro non aveva pensato
più di tanto, ha poi cambiato atteggiamento durante lo scambio di battute. “La
Colombia produce molta droga, quindi è meglio che si faccia furbo, altrimenti
sarà il prossimo. Spero che stia ascoltando: sarà il prossimo”. Petro ha
risposto durante una riunione di Gabinetto, affermando che Trump “è molto
disinformato sulla Colombia. È un peccato, perché liquida il Paese che ha più
conoscenze sul traffico di cocaina. Sembra che i suoi interlocutori lo stiano
ingannando”.
Già all’inizio della settimana, durante una conversazione con il media Politico,
Trump aveva manifestato l’idea di estendere l’operazione anti narcos a Messico e
Colombia. Che la Casa Bianca non si fidi di Petro è stato manifesto già a metà
settembre. Washington in un primo momento ha detto che avrebbe continuato a
inviare aiuti economici. Le cose sono peggiorate in ottobre: alla Colombia è
stata revocata la certificazione di partner per il controllo sul traffico di
stupefacenti e il 19 del mese il capo dello Stato è stato definito drug dealer:
uno “spacciatore di stupefacenti”. Lo scambio di battute era avvenuto sulle
piattaforme social. Trump su Truth aveva descritto Petro come “un leader del
narcotraffico illegale che incoraggia fortemente la produzione massiccia di
droga, in campi grandi e piccoli, in tutta la Colombia” e nel contempo aveva
annunciato il taglio degli aiuti economici: “Questi pagamenti, o qualsiasi altra
forma di pagamento o sussidio, non saranno più effettuati alla Colombia”.
Petro aveva replicato su X affermando che Trump era stato ingannato dalle “sue
logge e dai suoi consiglieri”, invitandolo ad “analizzare attentamente la
Colombia e a determinare dove sono i narcotrafficanti e dove sono i
democratici”. Il presidente colombiano ha sostenuto di essere stato lui a
intralciare i legami tra le reti del narcotraffico e il potere politico: “Il
principale nemico del narcotraffico sono sempre stato io”. Petro ha detto che il
suo Paese aveva intenzione di denunciare i funzionari del governo americano che
avevano permesso l’attacco letale nei confronti di un marinaio di una nave
colombiana in acque nazionali, sempre nell’ambito della lotta al trafficanti
voluta dalla Casa Bianca. La revoca della certificazione è stata un brutto colpo
per la Colombia tanto che nei giorni successivi Petro ha inviato una delegazione
nella capitale americana, per sottolineare la “forte cooperazione” tra i due
Paesi e i progressi compiuti nella lotta contro il narcotraffico. Ma la
diplomazia non ha fatto breccia nell’amministrazione Trump.
Alla base c’è uno scontro sul metodo. Per il tycoon debellare i trafficanti è un
obiettivo da perseguire by any means necessary: con ogni mezzo necessario, così
come l’immigrazione illegale. Petro invece ha chiesto al suo Paese di creare
“alternative pacifiche” alla coltivazione della coca, anziché perseguire gli
agricoltori o i trafficanti di piccolo calibro. Resta il fatto che l’Ufficio
delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (UNODC) ha certificato che la
Colombia è il principale produttore mondiale di cocaina e rappresenta quasi due
terzi della produzione totale di questa sostanza stupefacente. Dunque, Trump ha
una base solida da cui partire e ha fatto capire che non verserebbe lacrime se
Petro lasciasse l’incarico: una possibilità concreta visto che in Colombia si
vota il prossimo 31 maggio e il leader colombiano non potrà presentarsi per il
secondo mandato consecutivo.
L'articolo Trump ora minaccia guerra anche al presidente colombiano Petro: “Sarà
il prossimo, il suo Paese produce troppa droga” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il manager nei palazzi di vetro di Citylife, riunione in corso, il whatsapp sul
cellulare fa bin. Il chirurgo di fama del grande ospedale ha appena terminato
l’intervento, un altro bin. E poi un altro bin in tasca alla giovane
ricercatrice universitaria, al titolare di quel noto locale notturno in Brera e
all’avvocato che di fretta esce dal tribunale con ancora la toga addosso, allo
studente, al funzionario pubblico, al fioraio, a quel tizio che si fa chiamare
Ibra. Bin, bin, bin. Tutti nello stesso istante e nella stessa chat comune
Mamasita Griselda 2.0. E tutti, qualsiasi cosa stiano facendo, si fermano e
leggono perché sanno che quel messaggio questa sera, o forse domani, salverà la
loro vita tossica: “Macciao!! Tutto bene? Questo numero è la fusione di Mamasita
e Griselda 2.0, da oggi potete contattarci qui, come unico numero, gli altri
verranno disattivati! Vedete di memorizzare questo nuovo numero, se no come
farete senza di me? Anzi senza di noi, sempre presenti a esaudire i vostri
desideri a qualsiasi orario. E chi ieri sera ha speso troppi soldini con un 15
prenderà una 20”.
LA CENTRALE OPERATIVA DELLA COCAINA A MILANO
Inizia così la straordinaria storia della Centrale operativa della cocaina a
Milano, gestita e coordinata da Katia Adragna, la Mamacita o Griselda o Super
Mamacita o la bionda o la nera, narco-madrina in nome e per conto dei boss del
clan della Barona, Nazzareno e Luca Calajò. Il tutto riassunto in una
annotazione della Squadra mobile di Milano agli atti dell’indagine sull’arresto
di Adragna e altri. Una casa imbosco: via Lope de Vega 46 e una decina di
centralinisti sempre operativi per ricevere gli ordini e indirizzare i cavallini
o Glovo, che sono Nuvola, Pantani, Biondino, Indiano, per le consegne a
domicilio. Le dosi sono “la spesa” e vanno a colori: bianco blu, viola. Tutti
vogliono la cocaina e tutti vogliono il “perlage”, la migliore, la più buona.
Mamacita ascolta, segna ed esaudisce i desideri di Coca city. La sua squadra è
la migliore e arriva ovunque, da Porta Venezia e corso Buenos Aires, dai Navigli
alla street del design di via Tortona. Si paga in contanti o comodamente su
postepay o altri conti correnti. E quando Mamacita si prende qualche giorno di
pausa, la Centrale mica si ferma: “Ciao ragazzi siamo la squad della Griselda,
lei è andata in vacanza ma è sempre qua tra noi. Questo sarà il numero
provvisorio perché gli altri se li è portati con sé, abbiamo sempre i nostri
glovo simpatici e siamo a vostra disposizione per rendervi felici. Già
disponibili da subito”. E via altri dieci, cento, mille bin!
“UN ATTIMO PER FAVORE, SIAMO INCASINATI”
La giornata tipo della Centrale operativa non ha orari, le richieste dei clienti
arrivano mattina, pomeriggio fino all’alba. A volte le comande cadono una sopra
l’altra: “Un attimo per favore – scrive Mamacita al cliente che insiste – siamo
incasinati, adesso metto nella lista anche te, stai calmo, non devi aspettare le
ore, ma non rompermi i coglioni, perché purtroppo c’è casino”. Non succede
spesso, ma a volte succede che il cliente ordina ma poi non si presenta al
ritiro e allora Katia si arrabbia: “La prossima volta che mi fate venire i
ragazzi li per niente, mi pagate comunque il disturbo. Eh sì? Non portano in
giro né banane e né caramelle, né fiori, quindi un po’ di rispetto per le
persone che a quest’ora rischiano e ve la portano in bocca”.
LE PROMOZIONI DI GRISELDA: “PRENDI 30, PAGHI 25”
I clienti pretendono e soprattutto vogliono la cocaina buona: “Buonasera, come
sempre siete operativi e niente comunque ne prenderei uno (grammo, ndr), sono
qua in Giambella. È sempre la stessa di questi giorni vero? È buona spero, cioè
spero, eh deve essere quella, perché l’altra non mi convince, ma io prendo
sempre quella”. Dalla Centrale operativa rispondono: “Dovrebbe”. Il cliente un
po’ spazientito: “Eh in che senso dovrebbe, faccio entrare un secondo a vedere
se è lei, perché se no io non la prendo, se non mi mandate quella là, altre non
ne voglio”. La Griselda della Barona quindi spiega il prodotto: “Tesoro quella
che ti ho mandata è buona buona, almeno che ci sia stato un errore tra i miei
ragazzi, sai che io ho doppia qualità, mi sembra strano, o hanno sbagliato che
quella che dovevo mandare a te, magari ti mando la madreperla”. Il cliente:
“Certo che voglio il perlage zia, io voglio solo quella più buona di tutte
cristo! Domani, comunque, portane almeno due (grammi, ndr)”. Ma non sempre si
tratta di perlage: “Quella di ieri mai più, ha mal di denti, ha il naso
distrutto non è la stessa, è pessima, è avanzata, se vuoi te la rido indietro,
ti assicuro che non è la stessa”. Nel frattempo Griselda lancia l’ennesima
promozione: “Oggi promozione prendi 30 (0,30 grammi, ndr) paghi 25”.
GLI SCONTI CHIESTI DA CHI PRESENTAVA NUOVI CLIENTI
Come in ogni attività commerciale, il cliente è sacro, perché è quello che paga.
Le dosi volano ogni minuto da un posto all’altro della città. E stare dietro a
tutti non è facile: “Tesoro guarda – scrive la Mamacita in chat – ancora 10
minuti prima che arriva da me, non ti voglio dire cagate, poi parte e comincia a
fare tutte le consegne e ci sarai anche tu, tempo umano, tempo della strada
niente di più niente di meno. Adesso te lo mando” e la dose sarà “più
cicciottella e più potente, bellissima”. Laura poi è una cliente affezionata,
acquista e spende e in certi casi porta qualche cliente in più, e però si
lamenta che qualche sconticino mai: “Ciao – dice – vorrei porre i riflettori su
una cosa, io vi ho passato un fantastico personaggio cliente come Raoul, che
boh, numero 1, cioè super affidabile, sarebbe carino, corretto, se almeno una
volta al mese io avessi un regalino, no? Sarebbe carino da parte vostra”.
LE LAMENTELE DELLA NARCO-MADRINA KATIA ADRAGNA
Ogni tanto poi sulla chat, la narco-madrina manda alcuni avvisi a quei naviganti
che ricevono un po’ meno del pattuito e si lagnano: “Se stiamo vedere il glovo è
gratis, la benzina è gratis, il ragazzo è gratis, la portata a casa è gratis,
non è che ci dobbiamo lamentare più di tanto eh, a qualsiasi ora 24 ore su 24 a
disposizione, che ne dici? Diciamo che di me e del mio servizio non ci si può
proprio lamentare, che ne dici? Se stiamo a guardare anche il puntino sulla i,
come dovrei fare io! Dovrei fare come tanti, che faccio pagare il servizio glovo
che ne dici? Comunque alla prossima ti faccio aggiungere quello che ti mancava
adesso, tanto non muore nessuno dai, una briciolina!”. Dopodiché “se io ti
tratto male e tu non tomi più ci ho guadagnato sto cazzo, per cosa? Per rubarti
la cinque/dieci euro oggi e poi non guadagnarci più domani sarebbe da stupidi”.
Insomma, le solite beghe di lavoro.
“PANTANI”, IL CORRIERE DELLA DROGA PIÙ VELOCE
Nel frattempo in Centrale i telefoni sono bollenti. I clienti fremono, Milano
non attende, vuole pippare. “Ma in Corso Buenos Aires la puoi fare una corsa?
30, 40 euro (…). Tesoro scusa mi dai il numero del Giovo, perché boh, son giù da
5 minuti, almeno sento dov’è (…). Ciao per favore mi puoi mandare 50 (…).
Pronti, ascolta, se non è un grande problema, preferirei appunto non salire,
perché vado abbastanza di fretta, eh ti squillo quando sono lì (…). Ma riuscite
a passare da me, qui in Giamba, se posso ne prendo 2 a 150 (…). Mandami Gino,
please, che almeno viene direttamente al cancello (…). Va bene uno, e poi datemi
quell’aggiuntina di ieri che l’abbiamo pesata era veramente bassissima e niente
vi mando la posizione (…). Ehi Zia, sono Ibra, dopo per l’una riesci a farmi
venire qua un ragazzo con un 40, in via Brioschi al ristorante (…). Dai va bene,
sono qua che adesso inizia Amici, eeh che te voglio dì, avvisami soltanto
mezz’ora prima (…). Son qua dentro che mangio, se me lo mandi al volo, qua dai
di fronte com’è che si chiama qui al Golf Club di Opera”. Una giostra senza
fine. E poi? Poi si ricomincia. Quasi l’alba di un giorno di spaccio a Milano.
In centrale operativa c’è Federica: “A me sembra che il tempo oggi non passa
più”. Lo dice al suo fidanzato che fa il Glovo. Lo chiamano Pantani, in bici è
una scheggia: “Invece il cazzo amo, figa già le 4,20”. In sottofondo il cigolio
della bici nel buio di Milano.
L'articolo “Esaudiamo i vostri desideri 24 ore su 24”: dentro il call center
dello spaccio a Milano che riforniva Coca city proviene da Il Fatto Quotidiano.