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“Prendevo 300mila euro al mese e giravo in Ferrari, poi ho perso tutto. Oggi ho smesso con la cocaina e vado a letto alle nove”: la nuova vita di Matteo Cambi, fondatore di Guru
“A volte penso che potrei avere ancora un gruppo da 200 milioni o molto di più, e invece ho perso tutto; altre volte rifletto sul fatto che, se anche fossi arrivato a quei livelli, mi sarei comunque speso tutto in jet privati e cocaina”. Non fa giri di parole Matteo Cambi nel confessare a La Repubblica i propri sentimenti quando riflette sul proprio passato. Una storia, la sua, vissuta per anni sotto i riflettori, che fossero le copertine dei rotocalchi o le luci dei locali più cool della Costa Smeralda. ‘Papà’ di Guru, il marchio con la margherita che spopolava nei primi anni Duemila, Cambi è stato simbolo della cultura pop di inizio millennio. Divenuto imprenditore miliardario poco più che ventenne, si è trovato a gestire una fama e un giro d’affari dal volume mastodontico, rimanendone poi schiacciato. La sua parabola viene ripercorsa da una serie su Sky Crime e Now domenica 29 e lunedì 30 marzo. L’INCONTRO CON FLAVIO BRIATORE I calciatori indossavano le magliette con la margherita, attorno a Cambi gravitavano le soubrette più famose del momento, e al Billionaire non era raro vederlo pagare per tutti gli ospiti. “Erano anni in cui tutti sognavamo”, spiega a La Repubblica, “Io giravo in Ferrari, ma i miei rappresentanti giravano con il quattromila a benzina, si compravano la casa in Sardegna”. L’incontro con Flavio Briatore che gli propose di sponsorizzare la Renault in Formula 1 con Guru fu il momento in cui il giovane imprenditore capì che ce l’aveva fatta persino al di là di ogni più rosea aspettativa. “Con lui non avevo solo un rapporto d’affari – ricorda –, ma una frequentazione intensa, a casa sua, sulla sua barca, cercando di imparare ogni cosa, da come organizzava la giornata a come si muovevano i suoi assistenti”. L'articolo “Prendevo 300mila euro al mese e giravo in Ferrari, poi ho perso tutto. Oggi ho smesso con la cocaina e vado a letto alle nove”: la nuova vita di Matteo Cambi, fondatore di Guru proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Accordo tra Europol e Ecuador per fermare il fiume di cocaina che dai porti sudamericani inonda l’Europa
Un rapporto dell’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD) indica che il 30% della cocaina, sequestrata dalle forze dell’ordine all’interno di container, era stata caricata nei porti dell’Ecuador. Nel 2024, la polizia ha messo le mani su 300 tonnellate di “neve”, stimando però che si potrebbe trattare solo di un quarto del totale rispetto alla sostanza stupefacente destinata a Stati Uniti ed Europa. Attualmente, il Paese sudamericano è il terzo in classifica per quantità di sostanza sequestrata, dopo Colombia e Stati Uniti. In questo contesto, uno scambio di informazioni tra organi investigativi europei e sudamericani appare fondamentale. Ed è questo uno degli aspetti che è contenuto nella proposta di accordo tra Ecuador ed Europol: relatore è stato l’eurodeputato Giuseppe Antoci (M5S). La Commissione Giustizia e Affari interni del Parlamento europeo ha approvato la relazione, si attende il voto definitivo nella seduta plenaria. Una delle ragioni per cui l’Ecuador è divenuto punto di partenza dei carichi di cocaina è legato alla sua posizione geografica, tra Perù e Colombia, due dei principali produttori. Uno scenario in evoluzione che preoccupa non poco le autorità indirizzate al contrasto del traffico internazionale: l’Ecuador sta iniziando a produrre, specialmente nelle zone di Carchi e Sucumbíos. Il porto di Posorja invece è uno degli scali principali utilizzato per le spedizioni. “È inaccettabile sottovalutare un sistema criminale che collega i cartelli colombiani ed ecuadoriani alle mafie presenti in Europa – ha dichiarato Antoci – le rotte che partono dall’area di Guayaquil e arrivano nei porti europei dimostrano che siamo davanti a una rete globale che va colpita nei suoi interessi economici”. Nel documento approvato si specifica che le condizioni di intervento sono legate a diversi fattori, tra cui l’efficienza della magistratura e il rispetto degli individui: “L’accettabilità politica di accordi di questo tipo dipende in larga misura dalla valutazione complessiva della situazione dello Stato di diritto nei paesi interessati, compresi l’indipendenza del sistema giudiziario e il rispetto dei diritti umani. Su questi punti e per completezza d’informazione, secondo recenti rapporti di diverse ONG (Human Rights Watch; Freedom House, ecc.), lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti umani in Ecuador rimangono fragili, con continue preoccupazioni in merito a corruzione, carenze nel giusto processo e pressioni legate al conflitto politico e alla criminalità organizzata. L’indipendenza della magistratura, in particolare della Corte Costituzionale, è stata minata da interferenze politiche, attacchi pubblici ai giudici e minacce alla sicurezza dei funzionari giudiziari”. L'articolo Accordo tra Europol e Ecuador per fermare il fiume di cocaina che dai porti sudamericani inonda l’Europa proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Il mio Nilak era in overdose di cocaina, ero terrorizzata e sotto shock. Pensavo di doverlo sopprimere”: un husky ha rischiato la morte dopo aver ingerito droga
Gli strani movimenti con la testa, la perdita di equilibrio e la corsa in ospedale: un husky ha sfiorato la morte dopo aver mangiato un fazzoletto contaminato con della cocaina. A raccontare la storia è stata Sara Bell, la padrona di Nilak, uscita con il suo amico a quattro zampe per la passeggiata abitudinale nell’area cani della British Columbia, in Canada. L’animale era solito avvicinarsi e mordere oggetti trovati per strada. La padrona ha raccontato a Cbs News: “Ha inghiottito il fazzoletto in un secondo, non ho fatto in tempo a toglierglielo dalla bocca”. Inizialmente Sara non si è allarmata, dato che era ormai abituata al gesto del cagnolino. A metà della passeggiata, il comportamento del cane è cambiato. Nilak ha iniziato a barcollare, la testa oscillava e aveva difficoltà nel mantenere l’equilibrio. In alcuni filmati si vede il cane che appare confuso. La padrona ha dichiarato che l’animale soffre di shunt portosistemico, una patologia che compromette la funzione del fegato. In un primo momento, la proprietaria non si è allarmata conoscendo le problematiche di salute del cagnolino. Bell si è spaventata quando, una volta rincasati, Nilak si è rifiutato di scendere dalla macchina. A quel punto Sara ha deciso di portare il cane in una clinica veterinaria. Il referto ha sconvolto la donna: Nilak era in overdose di cocaina. La signora ha dichiarato: “Stavo piangendo. Ero convinta che avrei dovuto sopprimerlo. Quando il veterinario mi ha detto ‘è cocaina’, non riuscivo nemmeno a capire cosa stesse dicendo”. Il veterinario ha spiegato che l’husky ha ingerito il fazzoletto contaminato di cocaina. Lo staff della clinica ha immediatamente iniziato le cure, somministrando medicinali e monitorando le condizioni dell’animale. L’intervento tempestivo ha permesso a Nilak di continuare a vivere. La sua proprietaria ha aggiunto: “Ero sotto shock, terrorizzata. Sapere che una cosa del genere può succedere così facilmente ti fa paura anche solo all’idea di portarli fuori a fare una passeggiata”. Secondo i veterinari, i casi di overdose negli animali sono sempre più frequenti a causa di fazzoletti e siringhe abbandonati per strada. Sara Bell ha concluso il suo racconto a Cbs News dichiarando: “Non voglio mai più passare attraverso qualcosa del genere”. L'articolo “Il mio Nilak era in overdose di cocaina, ero terrorizzata e sotto shock. Pensavo di doverlo sopprimere”: un husky ha rischiato la morte dopo aver ingerito droga proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina importata: sequestrati 18 milioni
Non si sa se l’Iva sia stata esposta o meno. Di sicuro però anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sull’importazione di cocaina dal Sudamerica. Che, per gli imputati del processo “Eureka”, ammontano a 18 milioni di euro. È quanto emerge dal sequestro preventivo emesso dal Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della Direzione distrettuale antimafia ed eseguito stamattina dalla Guardia di finanza. Nel mirino della Procura, diretta da Giuseppe Borelli, ci sono otto soggetti coinvolti nell’inchiesta che, nel 2023, aveva portato al sequestro di 3 tonnellate di cocaina e all’arresto di 108 persone. Coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, le indagini della Dda avevano fotografato l’esistenza e l’operatività di tre maxi-associazioni criminali finalizzate al traffico internazionale di droga, facenti capo alle più potenti famiglie di ‘ndrangheta dell’area ionica. L’indagine “Eureka”, infatti, ha riguardato le cosche Pelle, Strangio, Nirta, Giampaolo, Mammoliti e Giorgi, che hanno sedi decisionali nel reggino e ramificazioni e basi logistiche in varie regioni d’Italia e all’estero. La Dda ha ricostruito anche i flussi di soldi riconducibili alle compravendite dello stupefacente che venivano gestiti da organizzazioni composte da soggetti di nazionalità straniere, specializzati nel pick-up money, o da spalloni che spostavano denaro contante sul territorio europeo. Le movimentazioni di denaro, per decine di milioni di euro, hanno interessato Panama, Colombia, Brasile, Ecuador, Belgio e Olanda. I soldi sarebbero stati utilizzati nell’acquisto di auto e beni di lusso, nonché per avviare e finanziare attività commerciali in Francia, Portogallo e Germania, ove venivano anche riciclati sfruttando attività di autoriciclaggio. Sul fronte penale, in primo grado e con il rito abbreviato, il processo “Eureka” si è concluso il primo ottobre scorso con 76 condanne e 7 assoluzioni. A 21 imputati, inoltre, il gup ha inflitto la pena di 20 anni di carcere. Tra questi ci sono 7 degli 8 destinatari del sequestro preventivo per i quali la Direzione distrettuale antimafia è riuscita a dimostrare in aula la posizione verticistica ricoperta all’interno dell’organizzazione criminale nell’ambito della quale avevano il ruolo di “organizzatori, dirigenti e finanziatori”. Si tratta di Bruno Giorgi, Salvatore Giorgi, Francesco Giorgi, Vincenzo Giorgi, Filippo Leuzzi, Francesco Strangio, Sebastiano Strangio e Lucio Cesare Aquino. Quest’ultimo è l’unico imputato che non è stato processato con il rito abbreviato e aspetta ancora la sentenza di primo grado. Il provvedimento eseguito dalla guardia di finanza costituisce l’esito di una complessa attività d’indagine condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Reggio Calabria. I 18 milioni di euro, infatti, sono la cifra che rappresenta il valore delle imposte evase dagli indagati in relazione ai proventi illeciti conseguiti con l’importazione e il commercio di ingenti quantitativi di cocaina. Le fiamme gialle, in sostanza, sono riuscite a valorizzare ai fini fiscali gli ingenti guadagni perpetrati dagli indagati con il narcotraffico. Intercettazioni telefoniche e analisi delle conversazioni eseguite con i telefoni criptati: tutto è stato utile ai finanzieri per ricostruire e misurare l’effettiva capacità contributiva maturata dai narcos della ‘ndrangheta. In una nota stampa, firmata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, si legge che la Dda non ha inteso “riservare ai sodali convolti un trattamento fiscale di favore rispetto ai contribuenti onesti. Peraltro, il traffico di sostanze stupefacenti ormai da anni viene considerato dall’Istat ai fini del calcolo del Pil, come parte integrante della cosiddetta ‘economia non osservata’, con un valore che si aggira intorno ai 15 miliardi di euro nel 2023”. Il giorno degli arresti, il magistrato che ha coordinato l’inchiesta Giuseppe Lombardo aveva definito la ‘ndrangheta come “un player internazionale in ambito economico e finanziario dalle capacità di investimento enormi, che ha individuato settori ad altissima redditività e che va contrastato con strumenti molto sofisticati che devono privilegiare l’analisi finanziaria”. Così è stato e, in aggiunta alle 3 tonnellate di cocaina sequestrate durante le indagini, con i nuovi accertamenti la guardia di finanza di Reggio Calabria è riuscita a riscontrare l’avvenuta importazione di quasi un’altra tonnellata e 400 chili di droga non sequestrata. Cocaina il cui prezzo praticato per l’immissione in commercio oscillava, secondo gli investigatori, tra i 29mila e i 32mila e 500 euro al chilo. Un guadagno, in soldoni, di oltre 42 milioni di euro che lo Stato considera al pari di “redditi” occultati al fisco e per i quali sarebbero state evase imposte per un totale di quasi 18 milioni di euro, oggetto del sequestro preventivo. L’unico modo per fare pagare le tasse agli indagati che d’altronde, prima di oggi, non avrebbero potuto utilizzare un “banale” F24 per dichiarare la droga importata dal Sudamerica. L'articolo Anche i narcotrafficanti devono pagare le tasse sulla cocaina importata: sequestrati 18 milioni proviene da Il Fatto Quotidiano.
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Trump ora minaccia guerra anche al presidente colombiano Petro: “Sarà il prossimo, il suo Paese produce troppa droga”
“Lui sarà il prossimo”. Nel mondo di Trump, fatto di annunci secchi e dalla presa sicura, non c’è spazio per chi si occupa del traffico di droga. Così, dopo l’operazione contro i narcos venezuelani del Cartel de los soles – organizzazione che per Washington è gestita direttamente dal governo di Maduro, tanto da mettere una taglia sullo stesso leader chavista – ora tocca al presidente colombiano Gustavo Petro finire nel mirino di The Donald. L’avviso è stato recapitato tramite i giornalisti che il tycoon ha incontrato mercoledì. Come spesso accade, i toni del presidente americano sono stati altalenanti: se in un primo momento ha dichiarato che a Petro non aveva pensato più di tanto, ha poi cambiato atteggiamento durante lo scambio di battute. “La Colombia produce molta droga, quindi è meglio che si faccia furbo, altrimenti sarà il prossimo. Spero che stia ascoltando: sarà il prossimo”. Petro ha risposto durante una riunione di Gabinetto, affermando che Trump “è molto disinformato sulla Colombia. È un peccato, perché liquida il Paese che ha più conoscenze sul traffico di cocaina. Sembra che i suoi interlocutori lo stiano ingannando”. Già all’inizio della settimana, durante una conversazione con il media Politico, Trump aveva manifestato l’idea di estendere l’operazione anti narcos a Messico e Colombia. Che la Casa Bianca non si fidi di Petro è stato manifesto già a metà settembre. Washington in un primo momento ha detto che avrebbe continuato a inviare aiuti economici. Le cose sono peggiorate in ottobre: alla Colombia è stata revocata la certificazione di partner per il controllo sul traffico di stupefacenti e il 19 del mese il capo dello Stato è stato definito drug dealer: uno “spacciatore di stupefacenti”. Lo scambio di battute era avvenuto sulle piattaforme social. Trump su Truth aveva descritto Petro come “un leader del narcotraffico illegale che incoraggia fortemente la produzione massiccia di droga, in campi grandi e piccoli, in tutta la Colombia” e nel contempo aveva annunciato il taglio degli aiuti economici: “Questi pagamenti, o qualsiasi altra forma di pagamento o sussidio, non saranno più effettuati alla Colombia”. Petro aveva replicato su X affermando che Trump era stato ingannato dalle “sue logge e dai suoi consiglieri”, invitandolo ad “analizzare attentamente la Colombia e a determinare dove sono i narcotrafficanti e dove sono i democratici”. Il presidente colombiano ha sostenuto di essere stato lui a intralciare i legami tra le reti del narcotraffico e il potere politico: “Il principale nemico del narcotraffico sono sempre stato io”. Petro ha detto che il suo Paese aveva intenzione di denunciare i funzionari del governo americano che avevano permesso l’attacco letale nei confronti di un marinaio di una nave colombiana in acque nazionali, sempre nell’ambito della lotta al trafficanti voluta dalla Casa Bianca. La revoca della certificazione è stata un brutto colpo per la Colombia tanto che nei giorni successivi Petro ha inviato una delegazione nella capitale americana, per sottolineare la “forte cooperazione” tra i due Paesi e i progressi compiuti nella lotta contro il narcotraffico. Ma la diplomazia non ha fatto breccia nell’amministrazione Trump. Alla base c’è uno scontro sul metodo. Per il tycoon debellare i trafficanti è un obiettivo da perseguire by any means necessary: con ogni mezzo necessario, così come l’immigrazione illegale. Petro invece ha chiesto al suo Paese di creare “alternative pacifiche” alla coltivazione della coca, anziché perseguire gli agricoltori o i trafficanti di piccolo calibro. Resta il fatto che l’Ufficio delle Nazioni Unite per la droga e il crimine (UNODC) ha certificato che la Colombia è il principale produttore mondiale di cocaina e rappresenta quasi due terzi della produzione totale di questa sostanza stupefacente. Dunque, Trump ha una base solida da cui partire e ha fatto capire che non verserebbe lacrime se Petro lasciasse l’incarico: una possibilità concreta visto che in Colombia si vota il prossimo 31 maggio e il leader colombiano non potrà presentarsi per il secondo mandato consecutivo. L'articolo Trump ora minaccia guerra anche al presidente colombiano Petro: “Sarà il prossimo, il suo Paese produce troppa droga” proviene da Il Fatto Quotidiano.
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“Esaudiamo i vostri desideri 24 ore su 24”: dentro il call center dello spaccio a Milano che riforniva Coca city
Il manager nei palazzi di vetro di Citylife, riunione in corso, il whatsapp sul cellulare fa bin. Il chirurgo di fama del grande ospedale ha appena terminato l’intervento, un altro bin. E poi un altro bin in tasca alla giovane ricercatrice universitaria, al titolare di quel noto locale notturno in Brera e all’avvocato che di fretta esce dal tribunale con ancora la toga addosso, allo studente, al funzionario pubblico, al fioraio, a quel tizio che si fa chiamare Ibra. Bin, bin, bin. Tutti nello stesso istante e nella stessa chat comune Mamasita Griselda 2.0. E tutti, qualsiasi cosa stiano facendo, si fermano e leggono perché sanno che quel messaggio questa sera, o forse domani, salverà la loro vita tossica: “Macciao!! Tutto bene? Questo numero è la fusione di Mamasita e Griselda 2.0, da oggi potete contattarci qui, come unico numero, gli altri verranno disattivati! Vedete di memorizzare questo nuovo numero, se no come farete senza di me? Anzi senza di noi, sempre presenti a esaudire i vostri desideri a qualsiasi orario. E chi ieri sera ha speso troppi soldini con un 15 prenderà una 20”. LA CENTRALE OPERATIVA DELLA COCAINA A MILANO Inizia così la straordinaria storia della Centrale operativa della cocaina a Milano, gestita e coordinata da Katia Adragna, la Mamacita o Griselda o Super Mamacita o la bionda o la nera, narco-madrina in nome e per conto dei boss del clan della Barona, Nazzareno e Luca Calajò. Il tutto riassunto in una annotazione della Squadra mobile di Milano agli atti dell’indagine sull’arresto di Adragna e altri. Una casa imbosco: via Lope de Vega 46 e una decina di centralinisti sempre operativi per ricevere gli ordini e indirizzare i cavallini o Glovo, che sono Nuvola, Pantani, Biondino, Indiano, per le consegne a domicilio. Le dosi sono “la spesa” e vanno a colori: bianco blu, viola. Tutti vogliono la cocaina e tutti vogliono il “perlage”, la migliore, la più buona. Mamacita ascolta, segna ed esaudisce i desideri di Coca city. La sua squadra è la migliore e arriva ovunque, da Porta Venezia e corso Buenos Aires, dai Navigli alla street del design di via Tortona. Si paga in contanti o comodamente su postepay o altri conti correnti. E quando Mamacita si prende qualche giorno di pausa, la Centrale mica si ferma: “Ciao ragazzi siamo la squad della Griselda, lei è andata in vacanza ma è sempre qua tra noi. Questo sarà il numero provvisorio perché gli altri se li è portati con sé, abbiamo sempre i nostri glovo simpatici e siamo a vostra disposizione per rendervi felici. Già disponibili da subito”. E via altri dieci, cento, mille bin! “UN ATTIMO PER FAVORE, SIAMO INCASINATI” La giornata tipo della Centrale operativa non ha orari, le richieste dei clienti arrivano mattina, pomeriggio fino all’alba. A volte le comande cadono una sopra l’altra: “Un attimo per favore – scrive Mamacita al cliente che insiste – siamo incasinati, adesso metto nella lista anche te, stai calmo, non devi aspettare le ore, ma non rompermi i coglioni, perché purtroppo c’è casino”. Non succede spesso, ma a volte succede che il cliente ordina ma poi non si presenta al ritiro e allora Katia si arrabbia: “La prossima volta che mi fate venire i ragazzi li per niente, mi pagate comunque il disturbo. Eh sì? Non portano in giro né banane e né caramelle, né fiori, quindi un po’ di rispetto per le persone che a quest’ora rischiano e ve la portano in bocca”. LE PROMOZIONI DI GRISELDA: “PRENDI 30, PAGHI 25” I clienti pretendono e soprattutto vogliono la cocaina buona: “Buonasera, come sempre siete operativi e niente comunque ne prenderei uno (grammo, ndr), sono qua in Giambella. È sempre la stessa di questi giorni vero? È buona spero, cioè spero, eh deve essere quella, perché l’altra non mi convince, ma io prendo sempre quella”. Dalla Centrale operativa rispondono: “Dovrebbe”. Il cliente un po’ spazientito: “Eh in che senso dovrebbe, faccio entrare un secondo a vedere se è lei, perché se no io non la prendo, se non mi mandate quella là, altre non ne voglio”. La Griselda della Barona quindi spiega il prodotto: “Tesoro quella che ti ho mandata è buona buona, almeno che ci sia stato un errore tra i miei ragazzi, sai che io ho doppia qualità, mi sembra strano, o hanno sbagliato che quella che dovevo mandare a te, magari ti mando la madreperla”. Il cliente: “Certo che voglio il perlage zia, io voglio solo quella più buona di tutte cristo! Domani, comunque, portane almeno due (grammi, ndr)”. Ma non sempre si tratta di perlage: “Quella di ieri mai più, ha mal di denti, ha il naso distrutto non è la stessa, è pessima, è avanzata, se vuoi te la rido indietro, ti assicuro che non è la stessa”. Nel frattempo Griselda lancia l’ennesima promozione: “Oggi promozione prendi 30 (0,30 grammi, ndr) paghi 25”. GLI SCONTI CHIESTI DA CHI PRESENTAVA NUOVI CLIENTI Come in ogni attività commerciale, il cliente è sacro, perché è quello che paga. Le dosi volano ogni minuto da un posto all’altro della città. E stare dietro a tutti non è facile: “Tesoro guarda – scrive la Mamacita in chat – ancora 10 minuti prima che arriva da me, non ti voglio dire cagate, poi parte e comincia a fare tutte le consegne e ci sarai anche tu, tempo umano, tempo della strada niente di più niente di meno. Adesso te lo mando” e la dose sarà “più cicciottella e più potente, bellissima”. Laura poi è una cliente affezionata, acquista e spende e in certi casi porta qualche cliente in più, e però si lamenta che qualche sconticino mai: “Ciao – dice – vorrei porre i riflettori su una cosa, io vi ho passato un fantastico personaggio cliente come Raoul, che boh, numero 1, cioè super affidabile, sarebbe carino, corretto, se almeno una volta al mese io avessi un regalino, no? Sarebbe carino da parte vostra”. LE LAMENTELE DELLA NARCO-MADRINA KATIA ADRAGNA Ogni tanto poi sulla chat, la narco-madrina manda alcuni avvisi a quei naviganti che ricevono un po’ meno del pattuito e si lagnano: “Se stiamo vedere il glovo è gratis, la benzina è gratis, il ragazzo è gratis, la portata a casa è gratis, non è che ci dobbiamo lamentare più di tanto eh, a qualsiasi ora 24 ore su 24 a disposizione, che ne dici? Diciamo che di me e del mio servizio non ci si può proprio lamentare, che ne dici? Se stiamo a guardare anche il puntino sulla i, come dovrei fare io! Dovrei fare come tanti, che faccio pagare il servizio glovo che ne dici? Comunque alla prossima ti faccio aggiungere quello che ti mancava adesso, tanto non muore nessuno dai, una briciolina!”. Dopodiché “se io ti tratto male e tu non tomi più ci ho guadagnato sto cazzo, per cosa? Per rubarti la cinque/dieci euro oggi e poi non guadagnarci più domani sarebbe da stupidi”. Insomma, le solite beghe di lavoro. “PANTANI”, IL CORRIERE DELLA DROGA PIÙ VELOCE Nel frattempo in Centrale i telefoni sono bollenti. I clienti fremono, Milano non attende, vuole pippare. “Ma in Corso Buenos Aires la puoi fare una corsa? 30, 40 euro (…). Tesoro scusa mi dai il numero del Giovo, perché boh, son giù da 5 minuti, almeno sento dov’è (…). Ciao per favore mi puoi mandare 50 (…). Pronti, ascolta, se non è un grande problema, preferirei appunto non salire, perché vado abbastanza di fretta, eh ti squillo quando sono lì (…). Ma riuscite a passare da me, qui in Giamba, se posso ne prendo 2 a 150 (…). Mandami Gino, please, che almeno viene direttamente al cancello (…). Va bene uno, e poi datemi quell’aggiuntina di ieri che l’abbiamo pesata era veramente bassissima e niente vi mando la posizione (…). Ehi Zia, sono Ibra, dopo per l’una riesci a farmi venire qua un ragazzo con un 40, in via Brioschi al ristorante (…). Dai va bene, sono qua che adesso inizia Amici, eeh che te voglio dì, avvisami soltanto mezz’ora prima (…). Son qua dentro che mangio, se me lo mandi al volo, qua dai di fronte com’è che si chiama qui al Golf Club di Opera”. Una giostra senza fine. E poi? Poi si ricomincia. Quasi l’alba di un giorno di spaccio a Milano. In centrale operativa c’è Federica: “A me sembra che il tempo oggi non passa più”. Lo dice al suo fidanzato che fa il Glovo. Lo chiamano Pantani, in bici è una scheggia: “Invece il cazzo amo, figa già le 4,20”. In sottofondo il cigolio della bici nel buio di Milano. 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